giovedì 6 ottobre 2016

Non si può morire aspettando le cure per 56 ore

La Stampa
paolo colonnello

Lettera al giovane che ha scritto al Ministro Lorenzin dopo la tragica fine del padre malato terminale di cancro

Caro Patrizio, non saranno gli ispettori del ministro Lorenzin a consolarti per la morte senza dignità cui è stato costretto tuo padre. Non saranno i nostri articoli, né le condoglianze o la pietà postuma. Saranno, prima o poi, altre donne e altri uomini che indossano i camici bianchi della Medicina e sanno che la prima cura è nel rapporto umano. Hai fatto bene a denunciare pubblicamente la scandalosa indifferenza con cui il tuo papà è stato trattato. Morire in un pronto soccorso, purtroppo può capitare. Ma morire da malato terminale di cancro, è inaccettabile.

Vuol dire che tuo padre è stato abbandonato ben prima delle sue ultime 56 ore trascorse su un lettino in mezzo a relitti della notte e infortunati più o meno gravi. Vuol dire che non ha incontrato sulla sua strada medici e infermieri con quella minima presenza di attenzione e ascolto che dovrebbe essere il primo requisito da mostrare per chiunque voglia occuparsi di sanità e più in generale delle vite (o delle morti) degli altri.

Vuol dire che chi gli ha tastato il polso, letto le sue cartelle cliniche, constatato l’aggravarsi della malattia, lo ha preso in giro ben prima del tracollo finale. Chi, infine, lo ha accolto al pronto soccorso, non ha avuto voglia di farsene carico, forse perché ne ha intravisto la fine imminente e ha pensato che occuparsi di lui fosse un investimento di fatica e risorse inutile. Ci si dimentica, a volte, che siamo tutti terminali e che investire nella cura di qualcuno, significa prima di tutto investire in umanità, qualunque siano le sue condizioni.

In Italia, è stato rilevato, si ammalano ogni giorno 1000 persone di cancro. E’ una pessima notizia, che andrebbe indagata meglio perché dimostra che negli ultimi 20-30 anni ci siamo creati uno stile di vita insostenibile, mangiamo e respiriamo male, non ci sappiamo voler bene. La buona notizia però è che siamo stati anche capaci di trovare delle risorse e per questo sono ormai tantissimi quelli che riescono a guarire seguendo radio e chemioterapie adeguate. Tantissimi, non tutti ovviamente.

Ma ti posso assicurare che la voglia di vivere fino all’ultimo istante non abbandona mai nessuno, anche chi a un certo punto scopre di essere condannato. Per questo la morte di tuo padre, la sua agonia esibita in un vergognoso abbandono pubblico, farà rivoltare per prime le coscienze di migliaia di medici e infermieri che ben sanno ciò di cui sto parlando, perché molti di loro non sfuggono il rapporto con i pazienti, ma lo cercano, lo coltivano, ben sapendo che fa parte del percorso di guarigione. A me ad esempio è capitato di essere curato e, direi, accudito con amore.

Tu sei uscito dall’ospedale San Camillo con la disperazione nel cuore e il disprezzo di chi non ha svolto il suo dovere. Io sono uscito dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano con il cuore pieno di riconoscenza e tantissimi amici nuovi: i miei medici e i miei infermieri. Se però le cose si fossero messe male - e dovrò aspettare altri dieci anni per essere sicuro che tutto vada davvero bene - sarei stato comunque contento di essere stato curato così. E i miei nuovi amici, sarebbero rimasti tali, ne sono sicuro, fino all’ultimo istante. E’ questa la vittoria della Cura e della vita, anche se si tratta di pochi giorni, di pochi istanti appena.

E allora, caro Patrizio, ti voglio dire di non disperare, di fidarti ancora di questa sanità pubblica che talvolta si fa disprezzare. Di separare il grano dal loglio, perché è ancora qui, alla fine, che si nascondono gli eroi sconosciuti e silenziosi di cui sempre abbiamo bisogno.

Niklas Frank: “Grazie a Dio, papà è stato giustiziato”

La Stampa
niklas frank

Il figlio di Hans Frank, il governatore nazista della Polonia racconta a Forlì l’orrore per il padre


Settant’anni fa, in chiusura del processo di Norimberga, veniva impiccato Hans Frank, governatore generale della Polonia dal 1939 fino alla fine della seconda guerra mondiale Il tribunale lo aveva riconosciuto colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità La sua missione come governatore della Polonia consisteva sostanzialmente nell’uccidere il maggior numero di ebrei possibile. Dal matrimonio con Birgit Herbst nacquero cinque figli. Niklas, nato nel 1939, scrittore e giornalista, è l’ultimogenito

Dovete immaginarvi mio padre Hans Frank come un uomo viscido, dal carattere sfuggente. È stata la sua viltà a condurlo alla forca. Grazie a Dio è stato giustiziato a Norimberga il 16 ottobre 1946. Sono contrario alla pena di morte, ma per mio padre farei un’eccezione ancora oggi. Almeno, per una volta, ha potuto sperimentare quella paura della morte che ha imposto milioni di volte a persone innocenti.

Mio padre Hans Frank è stato ministro del Terzo Reich senza portafoglio e governatore generale della Polonia. In base alle leggi del Reich si trovava lì in qualità di rappresentante di Hitler, e dunque è stato il responsabile politico di ogni assassinio avvenuto nel governatorato. Al processo di Norimberga ha riconosciuto la sua colpa nel massacro degli ebrei - anche se solo per pochi minuti - e ha poi concluso la sua sorprendente confessione con la frase: «Passeranno mille anni e questa colpa della Germania non sarà cancellata». Perché ha sparso così, improvvisamente, la sua colpa personale sulle teste di 80 milioni di tedeschi? In chiusura ha però detto:

«Voglio rettificare solo una cosa: nella mia confessione ho parlato di mille anni, prima che la colpa del nostro popolo causata dal comportamento di Hitler venga cancellata. Non solo il comportamento dei nostri nemici di guerra - accuratamente tenuto fuori da questo processo - nei confronti del nostro popolo e dei nostri soldati, ma anche gli enormi stermini di massa commessi nei confronti di tedeschi, per quello che ho potuto io stesso constatare, soprattutto in Prussia Orientale, Slesia, Pomerania e nella zona dei Sudeti da parte di russi, polacchi e cechi, e che tuttora vengono perpetrati, hanno di fatto già oggi azzerato completamente la colpa del nostro popolo».

Con queste parole marciava già sulla strada della negazione dei crimini tedeschi per il dopoguerra della Germania: compensando i propri crimini con quelli degli alleati, egli minimizzava i propri. Malgrado le prove schiaccianti presentate nel corso di un lungo processo, mio padre non aveva capito nulla. Malgrado in prigione si fosse fatto battezzare secondo il rito cattolico, anche se avesse avuto un’apparizione di Gesù nella sua cella, è rimasto un tipico tedesco: ostinato, deciso a non vedere, vile e viscido fino alla fine della sua vita. Io disprezzo lui e il suo Gesù tinto di nazionalsocialismo.

Il modo in cui mio padre ragionava è ben rappresentato dal suo rapporto con Mussolini. Lui amava il Duce. Così scriveva in un suo manoscritto strappalacrime redatto in prigione e che successivamente mia madre autopubblicò (ed ebbe anche un certo successo) con il titolo: Di fronte alla forca: «Oggi sono stato oggetto di un suo benvenuto davvero cordiale. Ci siamo seduti al tavolo uno di fronte all’altro. La sua testa aveva una struttura gigante con una fronte meravigliosamente geniale, sotto i grandi, potenti e nerissimi occhi brillava la vita, così come io non l’avevo mai vista in nessun altro uomo, non con questa inesauribile e fiammeggiante intensità. Mussolini era nato grande, e a differenza di Hitler era uno spirito libero, né possedeva, come invece Hitler, quell’ideologia pericolosa e fanatica».

Mio padre era legato a lui da un amore pieno e untuoso. E continuava: «Tutto ciò che viene detto oggi su Mussolini dai suoi nemici, che con il suo ignominioso assassinio portano il peso di una tremenda ingiustizia, è completamente sbagliato. Egli amava il suo popolo sopra ogni cosa, e per esso voleva il meglio». Al contrario di mio padre sono ancora oggi profondamente invidioso del popolo italiano, che al contrario di quello tedesco, si è sbarazzato personalmente del suo Führer, anche se in modo brutale e in forme contrarie allo stato di diritto.

Per anni mia madre ha intrattenuto un affettuoso epistolario con Edda Ciano Mussolini, con alcuna consapevolezza, da entrambe le parti, dei crimini commessi dai rispettivi marito e padre. Nella nostra famiglia veniva spesso raccontato con orgoglio che Mussolini, dopo la sua liberazione da parte dei tedeschi, come prima cosa avesse detto. «E adesso deve venire il ministro della Giustizia Frank!». Per quanto ne so, mio padre è ancora cittadino onorario di Bologna… Chissà se in qualità di figlio posso girare gratuitamente sui bus della città?

Per quanto riguarda la colpa tedesca, lo Stato tedesco, in quanto successore legale del Terzo Reich, deve preoccuparsi che i risarcimenti alle vittime vengano garantiti nel modo più generoso possibile. La cosa però è stata accettata dalla Germania con riluttanza, e ancora molti procedimenti sono in attesa di essere regolati. Noi, un Paese ricco sfondato, non possiamo in alcun modo nasconderci dietro sofismi legali.

Una colpa individuale sussiste solo ancora fra quei pochissimi tedeschi ancora in vita che all’epoca presero parte attiva ai crimini. Noi altri tedeschi siamo tutti non colpevoli. Ci rendiamo tuttavia colpevoli nella misura in cui non riconosciamo i nostri crimini come tali. E in conseguenza di questo, secondo me, alberga presso di noi un antisemitismo in divenire sempre più audace e un crescente odio per i richiedenti asilo. Io amo la Germania, ma non mi fido dei tedeschi. Non abbiamo imparato nulla dai crimini dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Dunque, temeteci. 

Guasti ai motori ed episodi anomali, Air France teme la radicalizzazione dei dipendenti

La Stampa
paolo levi



Allarme radicalizzazione tra i dipendenti di Air France. Guasti misteriosi ai motori, scritte Allah Akbar sugli aerei, ricorrenti episodi giudicati «anomali» hanno messo sul chi vive la direzione di Air France che teme una recrudescenza di radicalizzazioni fra i propri dipendenti. Tra i fatti emersi un aereo che si sarebbe visto rifiutare il permesso di atterraggio in quanto «pilotato da una donna». Secondo una indiscrezione del settimanale Canard Enchainé, la compagnia non parla di rischi per personale e clienti ma un comandante avrebbe di recente rifiutato di decollare dopo un ennesimo «incidente».

Scritte “Allah Akbar” su 40 aerei
Air France ha di recente sporto denuncia dopo aver constatato che la scritta Allah Akbar era stata tracciata con delle bombolette su una quarantina di aerei, in corrispondenza degli sportelli che si aprono sui serbatoi di carburante. Diverse anomalie tecniche sarebbero state notate poi sui motori al momento della «check-list», i test prima del decollo. Dopo un’inchiesta interna, un francese convertito all’islam, impiegato di Air France, è stato identificato come sospetto. Le Canard Enchainé riferisce che l’uomo, scoperto, si è dato alla fuga ed è stato successivamente localizzato nello Yemen. Altri due dipendenti, che lo conoscevano, sono sospettati di aver manomesso diversi scivoli di evacuazione nell’officina in cui lavoravano.

Episodi sospetti
Fra gli episodi sospetti, un agente di pista che, all’inizio di agosto, ha rifiutato di far atterrare un aereo con il pretesto che ai comandi c’era un pilota donna e la «scomparsa» di Israele sulle cartine diffuse ai passeggeri di un volo Los Angeles-Tel Aviv con scalo a Parigi. Inoltre, su un volo in Marocco si è trasformato, sempre sulle mappe del percorso diffuse in volo, in «Califfato». L’inchiesta ha permesso di risalire a un impiegato di una società partner incaricato della programmazione dei piccoli monitor a disposizione dei passeggeri.

Autorizzazioni ritirate
I servizi di informazione, con il rinforzo della polizia, devono sorvegliare l’operato di 90.000 dipendenti suddivisi in 900 imprese, comprese quelle satelliti e fornitrici di servizi. Lo scorso novembre, una perquisizione aveva permesso di individuare personale schedato «S» (a rischio radicalizzazione) in possesso di badge di accesso alle piste. Da allora, 73 di tali autorizzazioni sono state ritirate. 

Giovani scrittori non rivelate il vostro nome

La Stampa
ferdinando camon

Un buon consiglio da dare a uno scrittore esordiente è di adottare un nome falso e nascondere quello vero per tutta la vita. Un’opera non può circolare speditamente se deve trascinarsi dietro l’autore. Solo le opere anonime arrivano in fondo alla strada, le altre vengono continuamente bloccate da parenti, conoscenti, amici e nemici. Finché si fa sera, e non ripartono più. L’ho scritto molti anni fa, quando il caso di Elena Ferrante non era ancora nato. Lo penso ancor oggi, a maggior ragione.

Tra l’uomo reale e l’uomo che scrive libri non c’è identità. E non è vero che se non conosci l’identità non puoi capire quello che scrive. Noi leggiamo l’Iliade e l’Odissea ma non conosciamo l’identità di Omero, non sappiamo nemmeno se è esistito, se ha scritto tutt’e due i libri o uno solo o parti di uno. Non sappiamo in quale epoca è vissuto, perché le forme costituzionali dell’Odissea sono troppo diverse da quelle dell’Iliade, e ci pare difficile che questa diversità sia maturata nell’arco di una vita. Le opere di Elena Ferrante rivelano che chi le ha scritte è una donna e conosce così bene Napoli, da far supporre che ci sia nata e ci viva dentro. Sapere chi è, cosa fa, dove fa la spesa, cosa compra, cosa mangia, se ha un marito, tutto questo è sviante rispetto alla conoscenza delle sue opere.

Ci sono aneddoti su Leopardi che mi disturba conoscere. Come non si lavava… Come risolveva i suoi problemi sessuali… Come puzzava così tanto, che se andava a trovar amici all’ora di pranzo quelli smettevano di mangiare. La conoscenza di questi dettagli non mi serve per capire l’Infinito o A Silvia, anzi m’intralcia. Voglio dire: se non sapessi quegli aneddoti, quei versi li capirei meglio. Ingenuo come un bambino nel maneggiar denaro era il Foscolo, ma quando leggo I Sepolcri devo sgombrar la mente da questo ricordo. Ottieri beveva i profumi di sua moglie, perché era assuefatto all’alcol e i profumi contengono alcol.

Lo rivela il suo analista, Cesare Musatti. Non c’è peggior vizio che quello di consultare un analista per scoprire la vita segreta di uno scrittore. Non c’è identità tra l’uomo che scrive e l’uomo che va in analisi. Se ci fosse identità, non andrebbe in analisi. Dopo la Ciociara, la vita di Moravia diventò un martirio. Come quella di Bassani dopo i Finzi-Contini. Come quella di Pasolini dopo i Ragazzi di vita. Lo scrittore che scrive sotto pseudonimo scrive in sincerità e verità. È libero perché è sconosciuto. Gli scrittori che scrivono col proprio nome e cognome sono schiavi della famiglia, dei parenti, del quartiere, degli amici… Sono ricattabili.

Sul contratto di un esordiente l’editore dovrebbe chiedere: «Come vuoi essere chiamato?», come si fa col Papa appena eletto. Quello è il suo nome. L’altro non c’è più.

fercamon@alice.it

Prato, le misteriose leggende della Sacra Cintola

La Stampa
Autore: F. g

Nel Duomo della città toscana è custodita la cintura della Madonna la cui storia è un affascinante intreccio di realtà, credenze popolari, arte e devozione

Cintola della Vergine Maria
Sacra cintola custodita nel Duomo di Prato. ©Diocesi di Prato

La città di Prato è indissolubilmente legata alla leggenda della Sacra Cintola, che la tradizione vuole sia la reliquia della Beata Vergine. La venerata cintura è custodita nel Duomo e si presenta come una sottile striscia lunga 87 centimetri di lana finissima di capra, broccata in fili d’oro, di color verdolino. Per secoli è stata il tesoro più prezioso di Prato nonché simbolo indiscusso delle sua storia, custode di un affascinante intreccio di arte, devozione e credenza popolare.

La leggenda vuole che la cintura sia stata trovata da San Tommaso a testimonianza dell’Assunzione della Vergine in Cielo: aprendo il sepolcro trovò solo la cintura dell’abito, lasciata per confortare la sua fede. Prima di partire per le Indie, Tommaso affidò la reliquia ad un sacerdote di rito orientale per poi arrivare, dopo varie vicissitudini, tra le mani del mercante Michele da Prato che soggiornava a Gerusalemme, con il desiderio di donarla in dote per il matrimonio con la discendente del sacerdote. In punto di morte Michele rivelò l’importanza del suo tesoro e lasciò la reliquia al magistrato civile e al preposto della Pieve di Santo Stefano. Ben presto la preziosa cinta divenne oggetto di venerazione e per questo mostrata a papi, principi e personaggi illustri. E venne anche esposta al popolo per invocare l’intercessione della Madonna.

E’ stato proprio grazie alla presenza della Sacra Cintola che il Duomo, tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento, si è arricchito di mirabili opere d’arte. Tra queste gli affreschi di Agnolo Gaddi nella cappella che custodisce la cinta, lo straordinario pulpito esterno di Donatello e Michelozzo, gli affreschi di Paolo Uccello e Filippo Lippi. La predella, quella fascia dipinta divisa in più riquadri che faceva da corredo alle pale d’altare, venne dipinta introno al 1337 con  le storie della Sacra Cintola ad opera di Bernardo Daddi. Si tratta della narrazione pittorica più antica giunta fino ai giorni nostri, inserita tra i capolavori della collezione del Museo di Palazzo Pretorio. La reliquia si può ammirare in cinque momenti dell’anno: migliaia di persone accorrono all’evento, perché solitamente è custodita in un forziere, nell’altare della Cappella, chiuso con tre chiavi: una è conservata presso i canonici della Cattedrale, le altre due presso il Comune. 

NaturaSì ritira alcuni prodotti bio: ecco l'elenco dei cibi pericolosi. Rimborso per chi li ha acquistati

Il Messaggero
di Luisa Mosello

I mini involtini di Soto in vendita da Naturasì

La tutela de consumatore e la sua salute, prima di tutto. Cresce l’attenzione per la sicurezza alimentare ancora di più se ha a che fare con le allergie. Per questo i supermercati NaturaSì hanno ritirato un lotto di mini involtini di spinaci e tofu bio del marchio Soto. Motivo: la possibile presenza di allergeni non dichiarati. Un ritiro dagli scaffali  dovuto perché esiste la concreta possibilità che in alcune confezioni ci siano tracce di sesamo. Ingrediente che può dare appunto allergia, finito inavvertitamente dentro il preparato del prodotto in questione. E quindi non dichiarato sulle etichette.

Gli involtini sono stati confezionati per Soto da Organic Veggie Food GmbH in Germania. L’azienda chiede di fare attenzione a quanti abbiano acquistato le confezioni con la dicitura “da consumare entro l’11/10/2016”. E di non consumarne assolutamente il contenuto se si è allergici o intolleranti al sesamo, la cui ingestione in questo caso sarebbe molto pericolosa. Si può andare nel punto vendita in cui si è fatta la spesa e si ha diritto al rimborso o alla sostituzione del prodotto. Con la speranza che la disattenzione non provochi più problemi, gravi, di questo genere.

Mercoledì 5 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 06-10-2016 08:31

Le Costicomiche

La Stampa
massimo gramellini

Uno dei titoli più importanti sui siti e nei telegiornali di ieri era lo scontro a distanza tra Benigni favorevole al Sì e Grillo paladino del No (al referendum costituzionale, si intende). Dopo una rapida ricerca di archivio, ho scoperto con mia grande sorpresa che le prime pagine dei giornali dedicate al referendum Monarchia-Repubblica non recavano traccia delle opinioni di Totò e Aldo Fabrizi, e che anche la posizione di Macario e Gilberto Govi era sostanzialmente trascurata a vantaggio di quella di Piero Calamandrei, il quale oggi rimedierebbe a stento una «breve», ma solo a patto di dare del golpista al premier o della sciantosa alla Boschi.

Non ho spinto la mia ricerca agli scontri referendari degli Anni Settanta, ma a memoria mi sembra di ricordare che Alberto Sordi non vi giocò un ruolo decisivo e che la linea di Ugo Tognazzi sul divorzio non divise l’opinione pubblica con la stessa ferocia che oggi accoglie ogni uscita di Johnny Stecchino sulla riduzione del numero dei senatori. 

Naturalmente il problema non sono Benigni e Grillo. Il problema è quello che sta loro intorno. O, meglio, che non ci sta più. La politica, la cultura, l’imprenditoria, il giornalismo - il famoso establishment - non rappresentano più niente se non se stessi. Fuori dalla cinta daziaria dei contemplatori d’ombelico, le loro opinioni non fanno opinione e neanche notizia. A costoro il cittadino normale si rifiuta di riconoscere quella patente di autorevolezza che invece concede ancora al comico, visto non solo e non tanto come un fustigatore, ma come l’ultimo comunicatore in grado di parlare una lingua magari contestabile, ma comprensibile. 

Benigni

La Stampa
jena@lastampa.it

Oscar alla carriera.