venerdì 7 ottobre 2016

Il caso Spotify: se il virus arriva dalla pubblicità

La Stampa
carola frediani

Il servizio di musica in streaming è stato vittima di un attacco in cui si sfruttano le inserzioni per infettare gli utenti



Era un’immagine emersa d’un tratto dal passato. Il browser che si apriva da solo e cercava di collegarsi a un lungo, improbabile link che si ripeteva, aprendo scheda dopo scheda. Inutile richiuderlo: dopo pochi istanti si riapriva, sempre sullo stesso link. Nessuno stava toccando il mio vecchio Mac, ormai utilizzato solo come una sorta di centro media casalingo. Nessun programma prima era stato lanciato, neanche il browser. Tranne Spotify.

Il caso Spotify
Pochi giorni fa il noto servizio di musica in streaming è stato vittima di una campagna di malvertising (da malicious e advertising, ovvero pubblicità malevola). È un tipo di attacco in cui si usano le inserzioni pubblicitarie di un sito o un servizio legittimo, spesso anche autorevole, per arrivare direttamente nel computer dei suoi utenti e cercare di infettarli attraverso diverse tecniche. Nel caso in questione, a essere presa di mira è stata la versione free, gratuita, del clienti di Spotify, che si basa sulla pubblicità. Gli attaccanti hanno inserito un codice malevolo nelle inserzioni che giravano su Spotify e che venivano servite ai suoi utenti, e il cui effetto era di sequestrare i browser dei dispositivi

per indirizzarli verso siti da cui poi procedere all’infezione con un malware, un software malevolo.A metà settimana molti utenti hanno iniziato a riportare sui social media degli strani episodi. In sostanza, mentre ascoltavano la musica con Spotify, vedevano il proprio browser aprire in automatico delle finestre che si collegavano a siti molto sospetti. È accaduto, negli stessi giorni, anche a me (come dicevo all’inizio, su un Mac, mentre il browser interessato era Chrome). Spotify ha poi confermato l’attacco, dichiarando di aver identificato ed eliminato il problema, legato a una inserzione del servizio Free. E aggiungendo che la questione avrebbe riguardato un «piccolo numero di utenti».

Spotify è solo l’ultimo nome importante di una serie di siti e servizi che sono stati colpiti dal malvertising, una strategia di attacco particolarmente insidiosa perché coglie alla sprovvista i suoi target. L’utente infatti non sta navigando a caso, non sta aprendo link di dubbia provenienza, non sta scaricando programmi o altro, ma sta semplicemente usando un servizio noto (in questo caso Spotify). Oppure sta visitando il suo sito preferito di notizie. In passato a cadere vittima di chi fa malvertising sono stati siti come il New York Times, Forbes, Yahoo, la Bbc e perfino il London Stock Exchange.

Come attacca
Una volta esposto a un’inserzione malevola, l’utente può essere infettato da un malware in diversi modi, ma spesso non è nemmeno necessaria la sua «cooperazione». Si tratta in tal caso di un attacco che viene chiamato drive-by download: vuol dire che il virus viene scaricato senza che la vittima clicchi su nulla. Perché gli attaccanti - attraverso dei pacchetti di malware chiamati exploit kit - analizzano il sistema dell’utente per cercare delle falle, delle vulnerabilità del software (in genere dello stesso browser o dei suoi plugin come Adobe Flash, Microsoft Silverlight, Oracle Java).

E se ne trovano, le usano per scaricare il malware. Che può essere un keylogger, cioè un programma che trafuga le credenziali dell’utente quando entra in vari servizi online, dalla mail a PayPal all’internet banking. Oppure un ransomware (ne abbiamo parlato spesso, a partire da questa inchiesta), che cifra tutti i file e poi chiede un riscatto. Questo secondo genere di virus è in crescita anche nel malvertising e ne costituirebbe ormai ben il 70 per cento di attacchi, secondo le stime della società di cybersicurezza Malwarebytes.

«Negli ultimi due anni, l’abuso dei grandi network pubblicitari online è diventato il punto ideale per gli attaccanti», scrive un report della società di sicurezza Bromium. «Il malware servito attraverso le pubblicità offre un grande ritorno sull’investimento per gli aggressori e inoltre resta difficile da bloccare al momento del lancio. Abbiamo assistito a un ampio spettro di pubblicità malevole arrivare da siti popolari». E, prosegue il report, questo trend continua a crescere incontrastato: al punto che il 27 per cento dei primi mille siti per numero di visite (secondo la classifica Alexa) avrebbero consegnato del malvertising.

Così sfrutta il sistema pubblicitario
Ma come avvengono concretamente questi attacchi? Il malvertising sfrutta la reputazione e il traffico di siti autorevoli e popolari, manipolando il sistema che piazza inserzioni sugli stessi. Il fatto è che tali siti vendono spazi pubblicitari attraverso dei rivenditori terzi, che impacchettano e distribuiscono una certa inserzione al volo, selezionata in tempo reale attraverso un’asta online.

Obiettivo degli attaccanti è inserire del codice malevolo nel banner o nell’inserzione di turno e questo può avvenire in vari modi. Anche comprando uno spazio pubblicitario. «In questo caso gli attaccanti acquistano, magari con carte di credito rubate, degli spazi dove prima mettono banner normali, e poi a un certo punto li sostituiscono con quelli malevoli», commenta a La Stampa Matteo Flora, ad della società di monitoraggio di contenuti online The Fool nonché esperto di indagini digitali. «Esiste infatti un’ampia fetta di invenduto pubblicitario il cui valore marginale è quasi nullo e viene quindi rimesso sul mercato al ribasso».

Chi fa malvertising può fare anche molti soldi, specie attraverso i ransomware, per cui può permettersi di spendere nella prima fase dell’attacco. «Tuttavia i network controllano sempre più spesso cosa succede - prosegue Flora - quindi sta diventando più difficile. L’altra strada è bucare il network pubblicitario che gestisce gli spazi; oppure i server che erogano i contenuti degli stessi inserzionisti».

Gli amministratori dei siti che servono queste pubblicità malevole sono spesso all’oscuro di quanto sta succedendo. Inoltre, a causa del funzionamento bizantino ed estemporaneo del sistema di assegnazione e di distribuzione di spazi pubblicitari, è anche difficile tracciare l’origine di un episodio di malvertising, individuare cioè esattamente da quale server e in quale momento arrivava l’inserzione maligna. «È un po’ come chiedersi, in un momento di forte fluttuazione di un titolo in Borsa, chi aveva una specifica azione in un certo minuto», commenta Flora.

Non solo: oltre a nascondersi fra le pieghe del sistema di advertising gli attaccanti ne sfruttano anche le potenzialità, a partire dalla profilazione degli utenti. Infatti questi network permettono agli inserzionisti di comprare spazi mirati sulla base di località geografica, demografia, e sistema operativo degli utenti. Una manna per chi attacca.

Cosa fare per difendersi
Come ci si difende dal malvertising? Innanzi tutto tenendo sempre tutti i software aggiornati. Poi riducendo quella che viene chiamata in gergo «la superficie di attacco», cioè tutto ciò su sui un attaccante potrebbe trovare delle falle. Per cui via i plugin del browser che non si usano (specialmente Flash e Java) o comunque configurarli secondo modalità click-to-play: ogni volta che si carica una pagina web che richiede l’esecuzione del plugin, ci verrà chiesto se vogliamo eseguirlo. Infine utilizzando un ad blocker, cioè un’estensione del browser che rimuove i banner e i popup più invasivi. Tuttavia alcuni siti, specie quelli che vivono solo di pubblicità, sempre più spesso richiedono la disattivazione di questo strumento per permettere agli utenti di accedere ai contenuti. Infine, se si teme di essere stati oggetto di un attacco, conviene quanto meno fare una scansione del proprio computer con un buon antivirus.

Google Assistant e la contraddizione dell’hardware di terze parti

La Stampa
andrea nepori

Nonostante l’enfasi sull’integrazione fra hardware e software e l’esclusività dell’assistente sugli smartphone Pixel, Mountain View offrirà la possibilità di integrare l’aiutante virtuale su altre tipologie di dispositivi.



I nuovi smartphone Pixel e Pixel XL incarnano la nuova strategia di Big G per una maggiore integrazione fra hardware e software. I due telefoni saranno gli unici ad implementare il nuovo Google Assistant. L’assistente virtuale ha debuttato circa un mese fa sull’app di messaggistica Allo, che rimarrà l’unico strumento di interazione con la AI di Google anche per i possessori dei Nexus e di altri modelli Android di fascia alta.

AI First
L’intento non è tanto quello di affermare il nuovo brand per strappare lo scettro del controllo globale del settore smartphone all’iPhone (che non vince per quote di mercato, ma conserva la fetta più grossa dei profitti). E’ importante, piuttosto, posizionarsi in prima linea in un mondo divenuto ormai AI-first, almeno secondo la visione proposta da Sundar Pichai, il CEO di Google. Ma se nell’ambito smartphone l’esclusività di una funziona come l’assistente virtuale è importante, anche a scapito di alienare i rapporti con i partner dell’ecosistema Android, Google è pronta a lasciare libero accesso al suo assistente virtuale su altre tipologie di dispositivi prodotti da altri marchi.

Embedded Google Assistant SDK
O almeno, questo è quello che si è intuito dalle indicazioni fornite sul finire dell’evento Made By Google del 4 ottobre. «Immaginiamo un futuro in cui l’assistente sia in grado di rispondere sulla base di qualsiasi contesto, da qualsiasi dispositivo», ha detto Scott Huffmann, Lead Engineer di Google Assistant. «Per realizzare questa visione stiamo sviluppando l’Embedded Google Assistant SDK. Sia che stiate giocando con un raspberry PI in cantina, sia che stiate creando un prodotto di consumo di massa, sarete in grado di integrare il Google Assistant all’interno di ciò che costruite.»

In altre parole, mentre i partner Android nel settore della telefonia non potranno di fatto sfruttare l’assistente virtuale sui propri dispositivi, altri produttori saranno in grado di integrare la stessa tecnologia su tipologie di prodotti diversi dagli smartphone, come ad esempio gli speaker senza fili, o un computer di bordo per le automobili. Che cosa vieti a produttori terzi di creare a quel punto un concorrente diretto di Google Home, uno degli altri prodotti ufficializzati durante l’evento di San Francisco, non è ancora chiaro. Ne sapremo sicuramente di più nei prossimi mesi, quando il progetto del SDK prenderà forma più concretamente.

Software e hardware
Sul fatto che la stretta integrazione di software ed hardware porti allo sviluppo di prodotti elettronici di maggior qualità ci sono pochi dubbi. Apple è pioniera di questo approccio, che Steve Jobs aveva reintrodotto con enfasi dogmatica al suo ritorno alla guida dell’azienda, a fine anni ’90. In campo smartphone Google ha sempre seguito una strada diversa. La diffusione di Android su una miriade di dispositivi diversi e variegati è sempre stata difesa da Mountain View come un punto di forza dell’ecosistema aperto, nonostante gli evidenti svantaggi derivanti dalla frammentazione della piattaforma e soprattutto dell’esperienza d’uso del sistema, che può variare da produttore a produttore.

Si può concordare o meno su questo approccio, ma il successo del progetto Android dimostra quanto le scelte di Big G abbiano tutto sommato funzionato bene. Forse nell’epoca AI-First anche Google ha capito che quella frammentazione è un rischio troppo grande. Se la scarsa frequenza degli aggiornamenti per i telefoni Android di questo o quel grande marchio, tanto per fare un esempio, si può attribuire al produttore partner, ben altra cosa è concedere il controllo su un’astrazione dell’infrastruttura software della tecnologia avanzatissima dell’Assitente Virtuale. Google, perché la visione funzioni, deve mantenere il controllo totale della tecnologia. Ma soprattutto deve mantenere il controllo totale dei dati, senza eccezioni.

Addio Nexus
Sarà interessante capire quali saranno le reazioni di partner, che al momento si vedono negata la possibilità di accedere anche ad altre funzioni di Android Nougat 7.1, come ad esempio il nuovo launcher delle applicazioni. Google è talmente devota al nuovo corso da arrivare a rinnegare pure i suoi stessi Nexus, i telefoni che fino ad un anno fa erano la scelta inevitabile per chi voleva provare l’esperienza Android “DOC”. Nougat 7.1 arriverà sui Nexus 6P e 5x (e forse anche su Nexus 6 e 9) come anteprima per sviluppatori entro la fine dell’anno, ma anche in questo caso l’assistente, il nuovo launcher e altre funzioni rimarranno fuori dall’aggiornamento, in quanto esclusive dei nuovi Pixel.

Roswell, la città degli alieni

La Stampa
flaminia giurato (nexta)

Nello stato del New Mexico esiste un luogo ideale per gli amanti degli extraterrestri



La città di Roswell, nel New Mexico, è salita agli onori della cronaca internazionale dal 2 luglio del 1947, giorno nel quale si verificò un evento più volte confermato e smentito. Si tratta dello schianto al suolo di un pallone sonda della United States Air Force che in molti sostengono invece fosse lo schianto di un Ufo che avrebbe anche lasciato materiali extraterrestri, tra cui cadaveri alieni prontamente recuperati dai militari statunitensi.

Il fatto divenne famoso con il nome di Incidente di Roswell e coinvolse ufologi e personalità invece scettiche la cui teoria era che il governo Usa avesse nascosto la verità all’opinione pubblica. Ancora oggi però la città è fortemente legata a questo accadimento e se ne continua a parlare anche per il fatto che ogni anno escono diverse e nuove verità. Sembra, infatti, che l’incidente si sia invece verificato diversi giorni prima poichè il contadino William Ware Mac Brazel trovò nel proprio ranch rottami di diversa natura che comprendevano lamiere, asticelle di legno e brandelli in lattice e, non disponendo di un telefono, fece passare diversi giorni prima di raccontare allo sceriffo della sua scoperta.

Fu con tutta probabilità il 7 luglio il giorno in cui lo sceriffo, insieme con un militare, esegui il sopralluogo recuperando il materiale caduto. I rottami furono trasporti a Dallas per essere controllati ed analizzati: vennero identificati come i resti di un pallone sonda utilizzato da una stazione meteorologica locale per rilevare la velocità e la direzione dei venti ad alta quota. Le voci che potessero invece essere di un disco volante alieno furono quindi smentite anche perché il personale della base aerea di Roswell non era a conoscenza dell’esistenza del pallone sonda.

Il caso venne quindi chiuso fino a quando, oltre trent’anni dopo, l’ufologo Stanton T. Friedman tornò ad occuparsene intervistando alcuni testimoni dell’epoca tra cui Jesse Marcel, il maggiore dell’esercito che nel 1947 aveva mostrato alla stampa i rottami ritrovati nel ranch, confidando che la versione del pallone sonda era falsa ed era servita al governo per nascondere la verità, ovvero che fossero di un’astronave su cui viaggiavano alcuni alieni. Dalle dichiarazioni di Friedman nacque anche un libro che contribuì a riportare l’evento agli onori internazionali e a cui seguirono altre documentazioni.

Fu nella seconda metà degli Anni Novanta che l’Aeronautica statunitense pubblicò due rapporti ufficiali che chiarirono i fatti.E cioè che il pallone schiantatosi nel ranch non era una sonda meteorologica ma una sonda di un progetto segreto realizzato per controllare particolari attività militari dell’allora Unione Sovietica.

La paella inglese fa infuriare la Spagna. Chef insultato: “Terrorista culinario”

La Stampa
alberto simoni

Jamie Oliver usa “chorizo” nella ricetta. E interviene anche l’ambasciatore britannico


Jamie Oliver, 40 anni, si è affermato come chef in tv. Ha scritto numerosi libri di ricette ed è impegnato in campagne contro il cibo spazzatura

Quando Jamie Oliver, star della cucina in tv e super chef britannico ha dato, via Twitter, la sua personale versione della ricetta della paella, non si aspettava che persino l’ambasciata britannica a Madrid avrebbe dovuto mettere becco nella vicenda per tentare - con ironia - di placare le furia dei puristi spagnoli e valenciani. Il povero, si fa per dire, Oliver dopo aver elogiato la paella, «non c’è nulla di meglio nella cucina spagnola», ha avuto l’ardire di aggiungere: «La mia versione prevede cosce di pollo e chorizo», un salamino speziato. Apriti cielo.

L’Invincibile Armada della difesa della paella è insorta, Oliver è finito nel tritacarne (ops) e bollato in mille modi, «terrorista culinario» è il più cortese. E prima che le navi del fu impero spagnolo salpassero alla volta della Perfida Albione dei fornelli, l’ambasciatore britannico a Madrid ha scherzato, pure lui su Twitter, dicendo di «essere stato convocato per spiegare sulle pagine del Comidista», la sezione culinaria di «El País», la posizione britannica. «Siamo degli innovatori», ha detto Simon Manley. Lo stesso Oliver è stato costretto a giustificarsi, un suo portavoce ha fatto sapere che l’idea di aggiungere il chorizo gli è stata suggerita durante una visita in Spagna da una signora che gli ha sussurrato all’orecchio «mettici una punta di chorizo».

Sulla paella i valenciani e gli spagnoli non transigono, Rachel McCormack, catalana ed esperta di cibo è andata alla BBC a spiegare che «cambiare la ricetta è contro natura e contro la cultura». Alla fiera internazionale della Paella di Valencia - ha spiegato - la gente non vuole versioni innovative ma va in cerca di quella autentica. Jamie Oliver non è il primo a incappare nell’ira degli spagnoli per qualche variazione sul tema. Sam Clark, altra ristoratrice di successo, fa una paella con chorizo e spinaci e la ricetta è stampata nel suo libro di cucina.

Jamie Oliver ha trovato anche spagnoli dalla sua parte. Come Miriam Gonzalez Durantes, avvocato moglie di Nick Clegg, l’ex vicepremier di Cameron, e autrice di ricette spagnole. «Non sono oneste le critiche a Jamie - ha detto - in fondo ci sono molte paella terribili in Spagna». Non sarà una variazione sul tema, la chiosa, a renderla peggiore.

Si sa però, gli inglesi con la cucina hanno un rapporto ambiguo. Si vantano, a ragione, di poter presentare a Londra ogni tipo di cibo, sia vietnamita o thailandese, persiano o spagnolo, per non dire della cucina regionale italiana che la fa da padrona. E si arrogano il diritto di personalizzarlo a proprio piacere. Sam Clark dà anche una spiegazione storica: «Abbiamo smarrito durante la guerra la nostra cucina e da allora siamo aperti a tutti, gli spagnoli invece sono conservatori».

È proprio in virtù di queste sperimentazioni che i sudditi di Sua Maestà si sentono in diritto di fare le variazioni sui piatti tipici altrui. E ci scherzano pure. «Crimini contro la cucina straniera» li bollano con sagacia e ironica consapevolezza. L’elenco di quelle che alle nostre latitudini sarebbe più che una stranezza è lungo e per i gourmet oltraggioso. Non qui. La pizza con l’ananas, il parmigiano sugli spaghetti ai frutti di mare, l’aglio nel ragù alla bolognese per non dire di una spruzzata di ketchup sui maccheroni, solo per citare i cibi del Made in Italy che il «Times» ha elencato spiegando errori e orrori culinari.

Certo che pure la uvetta sultanina nel curry sembra un matrimonio forzato. Ma «siamo inglesi, sperimentiamo», ripetono gli chef. Con buona pace degli spagnoli e della loro paella senza chorizo. 

La spesa al supermercato? Con i carrelli a guida automatica

La Stampa
carlo lavalle



Le macchine a guida automatica sono solo l’inizio. Anche i carrelli della spesa si sposteranno da soli nei negozi e nei supermercati senza l’aiuto dell’uomo. Questa è l’idea presa in considerazione da Wallmart, il gigante mondiale della rivendita al dettaglio, che ha da poco ottenuto un brevetto rilasciato dall’USPTO, l’Ufficio statunitense competente in materia.

Come funzionerebbero i futuribili carrelli automatici intelligenti? I clienti sarebbero in grado di richiederli comandandoli via smartphone o attraverso chioschi appositamente realizzati nei locali del supermercato. Secondo la descrizione contenuta nel file presentato per ottenere il brevetto, ogni carrello sarebbe, inoltre, capace di movimento autonomo grazie a un apparato simile al robottino aspirapolvere Roomba, collocato nella parte inferiore.

Un sistema centralizzato con sensori e videocamere consentirebbe poi di controllare e dirigere gli spostamenti all’interno del negozio. In questo modo indirizzando i carrelli verso la merce richiesta dalla clientela. Che riceverebbe assistenza dalla tecnologia in caso di dipendenti del supermercato impegnati in altre attività o di personale con troppo poca esperienza per conoscere a menadito la disposizione dei vari beni.

Alla fine, assolto il loro compito, i carrelli ritornerebbero alla base - risparmiando così anche il lavoro di routine degli addetti incaricati a rimetterli al loro posto - per essere pronti ad una nuova chiamata del cliente.

Chissà se vedremo mai sviluppata questa soluzione ma certo è che l’innovazione tecnologica prende sempre più piede nel settore commerciale. Per restare al passo con i cambiamenti Wallmart ha introdotto e annunciato una serie di novità. Come il portafoglio elettronico - utilizzato ormai da 20 milioni di clienti ogni mese - che permette i pagamenti nei negozi tramite cellulare e, a giugno, ha testato l’uso di droni per l’inventario nei magazzini.

Consonno, la città fantasma che vive solo 1 giorno alla settimana

La Stampa
livia fabietti (nexta)

Da paese dei balocchi a città abbandonata: la curiosa storia del borgo contadino della Brianza



Adagiato tra le colline della Brianza si trova Consonno , un luogo surreale della provincia di Lecco la cui storia, particolarmente travagliata, è degna di nota. L’inizio della fine di questo borgo agricolo risale agli anni ’60 quando, nel pieno del boom economico, giunse proprio a Consonno tale Mario Bagno, Conte di Valle dell’Olmo, un imprenditore impegnato nella costruzione di autostrade e piste di aeroporti che, una volta acquistata l’Immobiliare Consonno Brianza per 22 milioni e mezzo di lire, entrò in possesso dell’intero villaggio. Fu così che decise di stravolgere completamente quello che era un tranquillo paesino, comprese le vite degli abitanti, radendo al suolo tutto, eccezione fatta per la Chiesa di San Maurizio e un piccolo cimitero, per realizzare un’improbabile città dei divertimenti, un vero e proprio paese dei balocchi.

Ecco che, al posto delle vecchie case, dell’osteria, delle stalle e dell’emporio, furono costruiti palazzi, ristoranti, centri commerciali e attrattive dalle più svariate e discutibili forme architettoniche. Un vero e proprio puzzle di stili che, a tutti gli effetti, ha reso Consonno una realtà sui generis: il suo biglietto da visita? Le grandi insegne che si incontrano risalendo la montagna da Olginate che recitano: “A Consonno è sempre festa” oppure “Consonno è il paese più piccolo ma il più bello del mondo“. Ebbene sì, Consonno aveva tutte le carte in regola per divenire una sorta di “Las Vegas brianzola” data l’abbondanza di locali dove spassarsela.

Se le proteste dei cittadini non portarono lontano, a porre un freno al sogno visionario dello stravagante imprenditore fu la forza della natura: nel 1976, infatti, una frana distrusse la via che da Olginate conduceva a Consonno decretando così la fine del borgo. Il Conte Bagno tentò di riparare la strada e rilanciare il borgo costruendo una casa per anziani ma, venendo meno quella magia che tanto aveva fatto rumore richiamando l’attenzione dei turisti, il progetto naufragò.

Fu così che anche gli abitanti iniziarono a lasciare il borgo volgendo la loro attenzione altrove e Consonno, sepolto il suo passato, è rimasto senza presente e in balia di un incerto futuro.
Non tutto è perduto. A pensare al suo avvenire sono infatti gli ex abitanti del paese che, insieme ai loro figli, hanno creato l’Associazione “Amici di Consonno“, al fine di vedere tornare a vivere quella città ormai defunta.

Ogni domenica, infatti, la cittadina prende vita: da Pasquetta a ottobre tutti si danno appuntamento al bar “La Spinada“, sorto là dove un tempo sorgeva la tavola calda detta “Il Ristorantino”, un punto di ritrovo che funge anche da ufficio informazioni dove conoscere gli eventi in calendario.

Consonno è infatti teatro di innumerevoli appuntamenti: ha fatto da sfondo, il 3-4 settembre, alla settima edizione dei “Campionati Mondiali di Nascondino” e ancora, per gli amanti dell’horror, il 23 ottobre ad andare in scena sarà “Zombie in Consonno”, appuntamento organizzato dall’Associazione culturale “I luoghi dell’abbandono” che allestirà un set fotografico “apocalittico”.

E ancora, per le buone forchette, c’è “La Burollata“, la festa delle castagne che, domenica 9 ottobre, invita a concedersi un tuffo tra i sapori tipici di stagione partecipando alla Mostra “La castagna sul Monte Brianza”, degustazioni, laboratori artistici e tanto altro.

Striscia la Notizia, chiuse le indagini su Mingo: avrebbe inventato dieci servizi

La Stampa
simone vazzana

La procura di Bari contesta all’ex inviato, e a sua moglie, diversi reati. Stralciata la posizione di Fabio De Nunzio: “Era all’oscuro di tutto”



Truffa, simulazione di reato, falso, calunnia e diffamazione. Queste le accuse mosse a Domenico De Pasquale, in arte Mingo, dal pm della procura di Bari, Isabella Ginefra, alla chiusura delle indagini a suo carico. Coinvolta anche la moglie dell’ex inviato di Striscia la Notizia, Corinna Martino, titolare di una società di cui era socio il marito. È indagata anche la loro segretaria, accusata di favoreggiamento personale.

Marito e moglie avrebbero impiegato attori per confezionare, tra il 2012 e il 2013, dieci servizi filmati su storie inventate, ma verosimili, poi andate in onda. Secondo l’accusa i due, attraverso la Mec produzioni, avrebbero ottenuto compensi in virtù del rapporto di collaborazione, facendosi rimborsare anche costi non dovuti per pagare gli altri figuranti e attori. La magistratura barese ha calcolato un importo complessivo di oltre 170 mila euro. La posizione dell’altro inviato, Fabio De Nunzio, è stata stralciata e verrà archiviata: sarebbe stato all’oscuro di tutto. 

«Un giudice terzo - ha dichiarato Fabio Verile, l’avvocato difensore - valuterà la condotta dei miei clienti che sollecitano un processo celere in cui dimostreranno la loro estraneità ai fatti». Il legale parla anche di presunte pressioni su testimoni durante la fase delle indagini denunciate dai suoi assistiti, ritenendo così le imputazioni «evidentemente viziate», chiedendo per questo «chiarezza sui tanti lati oscuri di questa vicenda».



Le indagini della procura sono partite da una verifica chiesta dall’Ordine degli Avvocati. Una volta al corrente dell’inchiesta, Striscia la Notizia, nell’aprile 2015, ha deciso di interrompere il rapporto di collaborazione con Fabio e Mingo. Un rapporto che durava da 19 stagioni. Alla fine dello scorso anno il duo è tornato in tv su Telenorba, con “Luciano - L’Amaro Quotidiano”.

Twitter @Simone_Vazzana

Mafia Capitale, chieste 116 archiviazioni

La Stampa

Politici, imprenditori e personaggi già noti alle cronache giudiziarie che finiti nell’indagine sul “mondo di mezzo” spesso a seguito delle dichiarazioni di alcuni degli imputati



Sono 116 le persone indagate nell’inchiesta Mafia Capitale per le quali la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione. Si tratta di politici, imprenditori e personaggi già noti alle cronache giudiziarie che erano finiti nell’indagine sul “mondo di mezzo”, spesso a seguito delle dichiarazioni di alcuni degli imputati. E’ il caso del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, per il quale è stata chiesta l’archiviazione del fascicolo per corruzione e turbativa d’asta nato dalle dichiarazioni di Salvatore Buzzi sulle quali gli inquirenti non hanno travato riscontri.

Chiesta l’archiviazione anche per Vincenzo Piso, parlamentare, ex Popolo della Libertà ed attualmente iscritto al gruppo Misto, indagato per finanziamento illecito; Daniele Leodori, presidente del Consiglio Regionale (turbativa d’asta); Alessandro Cochi, ex delegato allo sport della giunta Alemanno (turbativa d’asta), e Riccardo Mancini e Antonio Lucarelli stretti collaboratori dell’ex sindaco di Roma, entrambi indagati per associazione mafiosa.

Nell’elenco figura il nome degli imprenditori Luca Parnasi (corruzione) e Gennaro Mokbel (riciclaggio), e di Ernesto Diotallevi, in passato coinvolto in indagini sulla Banda della Magliana. Chiesta l’archiviazione anche per gli avvocati penalisti Paolo Dell’Anno, Domenico Leto e Michelangelo Curti, finiti nel registro degli indagati per associazione mafiosa.


La bolla di sapone di Mafia Capitale
La Stampa
mattia feltri

La procura di Roma ha chiesto stamattina l’archiviazione per 116 indagati di mafia capitale. Non ci sono elementi per proseguire le indagini, è stato detto. Dopo l’ex sindaco Gianni Alemanno, escono dall’inchiesta anche alcuni suoi collaboratori, il capo della segreteria Antonio Lucarelli, l’ex braccio destro Riccardo Mancini, l’ex consigliere comunale Alessandro Cochi. Esce il parlamentare Vincenzo Piso. Esce il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti ed esce il presidente del consiglio regionale, Daniele Leodori. Escono imprenditori e avvocati, come i politici finiti nell’inchiestona con accuse diverse, il più delle volte di associazione mafiosa. 

Già poche settimane fa, il totem italiano della legalità, Raffaele Cantone, aveva detto in aula di non essersi mai imbattuto in casi di 416 bis, appunto l’associazione di stampo mafioso. Eccola: questa è mafia capitale. A quasi due anni dall’inizio del grande scandalo, della scoperta della piovra coi tentacoli su Roma, resta un pugno di imputati con infiltrazioni sempre più ipotetiche e sempre più rare nell’amministrazione, e restano centinaia di articoli da stracciavesti buoni a gonfiare gli archivi, e resta qualche libro di successo e qualche film d’impatto. Restano, soprattutto, leader del Pd e del Movimento cinque stelle che continuano a rinfacciarsi rapporti con mafia capitale, cioè rapporti col nulla, che è la cifra dei nostri tempi. 

Amazon sperimenta un modo per consegnare la merce a casa anche quando non c’è nessuno

La Stampa
simone vazzana

L’idea è installare sulle porte serrature intelligenti, sbloccabili da smartphone e tablet, per lasciare entrare i fattorini



Quando si ordina qualcosa online spesso si è costretti a stare a casa per farsi trovare dal fattorino. I più scaltri si fanno recapitare la merce direttamente in ufficio, scatenando magari la curiosità indiscreta dei colleghi. Può capitare, però, che il corriere recapiti un pacco quando il cliente non si trova né a casa né a lavoro. Ed è qui che entra in gioco Amazon. Una delle più grandi aziende di commercio elettronico sta portando avanti degli esperimenti su una tecnologia che consentirebbe agli addetti alla consegna di lasciare la merce direttamente a casa dei clienti.

Come? Con delle serrature intelligenti. Amazon collabora ormai da mesi con due aziende tecnologiche specializzate: l’obiettivo è installare sulla porta d’ingresso una speciale “smart lock”, collegata a Internet e sbloccabile da smartphone o tablet. L’idea è che i clienti diano la possibilità al corriere di entrare momentaneamente in casa attraverso un codice a tempo. Le due società che affiancano Amazon in questo progetto producono infatti porte digitali, controllabili da uno smartphone o da Garageio, una startup che costruisce garage connessi. 



Questa tecnologia potrebbe aiutare a risolvere il problema delle tante consegne mancate a causa dell’assenza degli acquirenti : stando ai dati di Postboxed, nel solo mese di dicembre ne sarebbero saltate 30 milioni. Inoltre, darebbe ai clienti la possibilità di non richiedere l’imballaggio esterno, riducendo così la quantità di cartone prodotta per proteggere le consegne a domicilio.
Gli esperti dicono che Amazon stia dando vita a una rivoluzione, anche se l’azienda dovrà fare i conti con la paura legata alla sicurezza. Facile immaginarsi clienti spaventati dalla presenza di estranei in casa o dal rischio potenziale che qualcuno possa hackerare le loro serrature digitali. 

Parallelamente, comunque, Amazon sta testando un servizio che permetta ai consumatori di farsi consegnare la merce direttamente nel bagagliaio della loro macchina. Questo processo, che ha come partner la casa automobilistica tedesca Daimler, consentirebbe ai clienti di installare una “connectivity box” sulla loro auto, apribile da un addetto alla consegna proprio come pensato per le case. 

Oltre diecimila strumenti da lavoro rubati ogni anno nei cantieri milanesi e rivenduti ai mercatini

La Stampa
simone gorla

La polizia locale ha recuperato attrezzi di ogni genere per un valore di un milione e mezzo di euro: trapani, tagliaerba, motoseghe, cacciaviti e martelli. Undici arresti



Attrezzi da lavoro rubati a idraulici, elettricisti, muratori e giardinieri. Fatti sparire dai cantieri e rivenduti online o nei mercatini delle pulci a un decimo del loro prezzo. Il traffico illecito è stato scoperto dalla polizia locale di Milano, che ha sequestrato oltre 10 mila strumenti. Un giro d’affari da un milione e mezzo di euro solo in città, con ramificazioni anche in altre regioni del nord e centro Italia. Una doppia beffa per i professionisti danneggiati, costretti a fermare l’attività in attesa di ritrovare le costose attrezzature che, rivendute illegalmente, vanno ad alimentare la concorrenza sleale di chi le compra per pochi euro. 

Undici arresti e migliaia di strumenti sequestrati
A Milano sono undici le persone arrestate - di nazionalità italiana, egiziana e marocchina - con l’accusa di ricettazione. Metà di loro aveva precedenti penali per lo stesso reato. La polizia locale ha sequestrato migliaia di utensili di marca, trapani, motoseghe, martelli a percussione, tagliaerba, sonde con telecamere per ispezioni di caldaie, generatori di corrente e altro. Prodotti del valore totale di almeno 500 mila euro. Una parte della merce è stata restituita ai legittimi proprietari grazie ai numeri identificativi forniti dalle case madri.

Una rete nazionale per il traffico della merce rubata
Un business, quello del commercio illegale delle macchine da lavoro professionali, che secondo il comandante della polizia locale di Milano Antonio Barbato avrebbe ramificazioni anche in altre regioni del centro e del nord Italia. Per questo le indagini vanno avanti, e c’è stata una segnalazione anche all’Agenzia delle entrate, che verificherà i possibili scenari legati al lavoro nero e all’evasione fiscale tra chi rivende e compra i macchinari rubati. «Stiamo seguendo piste che portano ai mercati di altre città, ma anche al commercio online. Abbiamo individuato alcuni depositi e altri li stiamo cercando. Si tratta di una rete che estesa a livello nazionale», conferma il commissario Oriano Brianzoli, titolare dell’indagine.

L’indagine partita dalla denuncia di un artigiano
L’attività investigativa dei vigili meneghini è stata avviata dalla denuncia di un artigiano, al quale avevano rubato dal furgone trapani a percussione, livelle elettroniche e altri prodotti. Nella refurtiva anche uno strumento per rilevare i fumi nelle caldaie, configurato in modo da produrre una certificazione a nome della ditta. Durante un controllo al mercato del baratto di piazzale Cuoco, una delle tre principali piazze di rivendita della merce, gli agenti hanno ritrovato il rilevatore rubato, ancora settato con il nome della ditta che aveva subito il furto. Impossibile, per il titolare della bancarella, negare l’evidenza sull’origine della merce.

Mercati del baratto nel mirino
A Milano finiscono così sotto accusa i mercatini delle pulci. Pensati per lo scambio di oggetti usati e vecchi cimeli tra vicini di casa, o per la vendita di prodotti di importo ridotto, sono diventati spesso i luoghi dove rivendere per poche centinaia di euro gli strumenti rubati dai cantieri. Proprio la recente impennata nella vendita di macchinari edili che, per il loro valore, non hanno nulla a che vedere con le tipiche bancarelle, ha insospettito le forze dell’ordine. «Questa situazione danneggia i commercianti onesti e intendiamo debellarla definitivamente», promette l’assessore milanese alla Sicurezza Carmela Rozza, annunciando un giro di vite.

«Intendiamo modificare la delibera che autorizza in questi luoghi la vendita di merce fino a un valore di 300 euro a pezzo, una cifra eccessiva. Chiederemo anche la collaborazione degli organizzatori dei mercatini, perché siano anche loro a vigilare». Controlli che al momento mancano, se si pensa che solo domenica scorsa, in un unico mercato, sono stati sequestrati quasi cento prodotti rubati.

Profughi, ultimo affare delle Coop: "Lavorino da noi pagati dallo Stato"

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 06/10/2016 - 12:58

Le cooperative non si accontentano dei 35 euro per la gestione degli immigrati. Ora chiedono che svolgano il Servizio Civile a 500 euro al mese



Gli affari sono affari, si sa. E i soldi sono come le noccioline: una tira l'altra. Da oggi infatti le cooperative non si accontentano più del pagamento dei 35 euro al giorno garantito per la gestione dei migranti: vogliono pure che i profughi lavorino per loro. Ieri il responsabile di Legacoopsociali Emilia-Romagna, Alberto Alberani, ha messo sul piatto una nuova proposta: la possibilità di iscrivere i migranti al Servizio Civile Nazionale, farli lavorare nelle cooperative (rosse) e assicurargli uno stipendio mensile pagato dai cittadini.

Già in passato le associazioni caritatevoli e alcuni sindaci avevano provato a impegnare i richiedenti asilo in attività di volontariato gratuito: pulire le strade, dipingere i muri, raccogliere la spazzatura e via dicendo. Stavolta però le coop si sono spinte oltre. «Fare il servizio civile in una cooperativa sociale, cioè in un'azienda vera, può produrre nuova economia» e «dare ai profughi prospettive di lavoro», ha detto Alberani al direttivo regionale di Legacoop. Poi ha concluso: «Dobbiamo pensare che i profughi non sono un problema ma una risorsa».

Nessuno mette in dubbio che i migranti siano una risorsa per le cooperative. Anzi, sono una vera Eldorado e i numeri lo dimostrano: per rimanere in Emilia-Romagna, nel 2015 il fatturato delle sole associazioni sociali iscritte a Legacoop ha superato per il secondo anno consecutivo il miliardo di euro. Un miliardo. Mica bruscolini. Tanto che la redditività è al 3% e gli utili sono aumentati dell'11%. In totale parliamo di 200 aziende, 25mila dipendenti e un giro di affari miliardario che va dalla gestione di servizi per disabili a quelli per anziani, bambini, tossicodipendenti e richiedenti asilo.

Nel dettaglio, secondo la proposta di Alberani, i profughi verrebbero ammessi al Servizio Civile Nazionale e potrebbero iniziare a lavorare in una cooperativa sociale, impiegati in progetti di assistenza alle persone, di protezione civile, in settori ambientali, del patrimonio artistico ed educativo. Il contratto sarebbe di 12 mesi con un impegno settimanale dalle 24 alle 36 ore. Lo stipendio mensile dovrebbe ammontare a 14,46 euro netti al giorno, che al mese fanno 433,80 euro. Mica male.

A questi bisogna aggiungere anche il pocket money giornaliero da 2,5 euro riservato ai profughi ospitati nei centri di accoglienza. Alberani, infatti, intende ammettere al servizio civile non solo chi ha già ricevuto lo status di profugo, ma anche richiedenti asilo e possibili clandestini. A conti fatti quindi un immigrato arriverebbe a incassare 500 euro al mese per l'intero anno di durata del servizio. Paga dignitosa, soprattutto se si considera quanti giovani italiani vivono oggi il dramma della disoccupazione.

Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (Pd), non ci ha pensato due volte a raccogliere la proposta di Legacoop. «Per i migranti avevamo previsto l'opportunità di lavori socialmente utili per non lasciarli bighellonare - ha detto - Aprire al servizio civile è una proposta che merita di essere discussa». Ovviamente dovrebbe essere d'accordo anche il governo, chiamato a investire parecchi soldi. Ma è un dettaglio. Le coop intanto hanno lanciato il sasso, nella speranza che prima o poi i profughi possano lavorare per loro a spese dello Stato. Sommando così ai 35 euro al giorno (che già incassano) anche l'impiego gratuito degli immigrati. Una pacchia.

Roma è in bancarotta ma regala 12 milioni ai rom

Giuseppe Marino - Gio, 06/10/2016 - 15:50

La Raggi stanzia un super-fondo per i campi nomadi della Capitale. E vuole aprirne un altro


Non basta una condanna in tribunale, non bastano le rivelazioni di Mafia capitale. E soprattutto non bastano le promesse fatte in campagna elettorale: anche la giunta Raggi continua ad alimentare la politica dei campi Rom. L'accusa arriva dall'associazione «21 luglio», che si occupa di tutelare i diritti della minoranza «nomade» ma, a differenza di altre associazioni della capitale, criticando aspramente il sistema dei campi, con tutti gli sprechi e il business che ha generato negli anni.

La «21 luglio» ha presentato un dossier che analizza le politiche sui rom messe in atto dalla nuova amministrazione nei primi cento giorni e rivela che non c'è stato alcun cambio di rotta, anzi: in vista nuovi sprechi per un valore complessivo di 12 milioni di euro. I bandi emessi dal commissario prefettizio Francesco Tronca in attesa di nuove scelte politiche, sono stati scongelati e hanno ripreso il loro iter, nonostante in campagna elettorale i Cinque stelle avessero propagandato la tesi del «superamento dei campi», così come del resto gli altri candidati. Promesse disciolte nel tepore dell'ottobrata romana: pochi giorni fa sono state aperte le buste per la gara d'appalto per la gestione dei sei campi «ufficiali» del Comune.

Una gara da oltre sei milioni di euro ripropone la vecchia linea, superando anche lo stop agli stanziamenti per i campi che era stato deciso nel 2015, quando il tribunale civile di Roma aveva definito «discriminatorio» un campo i cui occupanti vengano selezionati su base «etnica», quello in zona La Barbuta, in passato finito al centro degli appetiti della cricca di Mafia capitale. Lo scorso 8 luglio inoltre il Campidoglio aveva bandito la «gara per il reperimento di un'area attrezzata», cioè una nuova baraccopoli, valore 1.549.448 euro. Marcia avanti, nonostante la bocciatura arrivata dagli stessi M5S del quartiere di Roma Nord che dovrà ospitare il campo, il XV municipio, puntualmente ignorata, come le denunce dell'Associazione 21 luglio e dei Radicali.

Il 9 agosto il consiglio comunale a maggioranza grillina ha bocciato una mozione che chiedeva il ritiro del bando, sconfessando lo stesso Movimento, alla faccia dell'«uno vale uno». Eppure la giunta formalmente continua a sostenere la politica del superamento dei campi, inserita anche nelle proprie «Linee programmatiche 2016-2020». Ma evidentemente è una scelta che può attendere, per Virginia Raggi. Il rischio, denuncia la «21 luglio» è di perdere anche i 4,4 milioni di fondi stanziati dall'Europa per superare i campi e integrare i Rom. Il totale, tra mancato utilizzo e bandi per i campi, fa 12 milioni. «Fondi - dice Carlo Stasolla, presidente dell'associazione - che basterebbero ad aggredire alla radice il problema.

Invece nelle riunioni in Campidoglio vediamo riaffiorare personaggi che in passato hanno lucrato su questo denaro». Un precedente dossier aveva svelato che negli anni di Mafia Capitale il Comune spendeva 33.000 per ciascuna famiglia rom, soldi non andati ai diretti interessati, ma alle cooperative e associazioni, le stesse poi finite nella maxi inchiesta, per gestire un'emergenza che conveniva non far mai finire.

Roma, poca trasparenza sulla tendopoli della Croce Rossa

Francesco Curridori - Gio, 06/10/2016 - 15:00

Non c'è trasparenza su come vengono usati i fondi destinati alla Croce Rossa Italiana che gestisce la tendopoli di via Ramazzini, nel quartiere romano di Monteverde, dove qualche giorno fa un profugo ha spappolato la milza di una 60enne per rubarle dieci euro



Dopo l’aggressione a una 60 enne che si è ritrovata con la milza spappolata, i residenti del quartiere romano di Monteverde sono in rivolta contro la tendopoli della Croce Rossa Italiana di via Ramazzini.Sul web, fa notare il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio, manca un’adeguata informazione sul bando di gara con cui la Croce Rossa provinciale si è aggiudicata la gara sull’accoglienza dei migranti. Non vi è trasparenza su come e perché si spendono i 2 milioni e 300mila euro stanziati dal Prefetto di Roma fino al 31 dicembre prossimo. Per i migranti si destinano 35 euro al giorno, mentre ai terremotati di Amatrice e delle altre zone colpite vanno meno di 20 euro.

Ad ogni modo, la vicenda è la seguente. Prima dell’estate la Croce Rossa Italiana partecipa al bando di gara indetto dalla dirigenza della Prefettura romana e si incarica di trasferire a poco a poco, circa 450 migranti. Come luogo sceglie la sede di via Bernardino Ramazzini, la strada che costeggia il vecchio ospedale Forlanini (noto per essere il bivacco di clochard e drogati) e il San Camillo, dove ieri è morto, dopo 56 ore in pronto soccorso, un uomo affetto di cancro. Ai 450 ospiti della tendopoli viene assicurato vitto, alloggio e assistenza sanitaria. Un servizio che costa intorno ai 16 mila euro al giorno per accudire delle persone che sono ancora in attesa di ricevere le carte in regola dal tribunale e che sono liberi di entrare e uscire dalla tendopoli come e dove vogliono. Migranti che, durante il giorno, girano tra i supermercati per chiedere l’elemosina e rovistano tra i rifiuti.

Straniero tortura 2 anziani per ore. Giudice lo scarcera dopo 20 giorni

Gabriele Bertocchi - Gio, 06/10/2016 - 14:36

Anziani segregati in casa e torturati per scoprire dove nascondevano i preziosi. Il giudice ha accettato il ricorso di uno dei due rapinatori. Uno è libero di tornare a casa agli arresti domiciliari

Lo scorso 20 luglio, insieme a un complice, Abderrahim Benhicham, marocchino di 26 anni di Merlara, ha aggredito selvaggiamente due anziani di Piacenza. Ora, dopo solo 20 venti giorni di carcere è libero.

La violenta rapina

Abderrahim Benhicham e il suo complice El Abidine Haidoufi Zin, 33 anni, di Castelbaldo, hanno fatto irruzione nell'abitazione di Ennio Libero Bendini e Rosina Fracasso, 87 e 86 anni mentre questi dormivano. Prima hanno cercato oggetti preziosi e denaro, non trovandoli si sono diretti nella camera dove stavano riposando i due anziani. Lì sono stati aggrediti selvaggiamente dai due marocchini. Sono stati segregati in casa e torturati per scoprire dove custodivano il denaro e l'oro. Addirittura l''anziana residente era stata anche ferita con un ferro da stiro rovente.

Un'azione violenta che il Riesame di Venezia ha pensato bene di non condannare. Infatti il ricorso dell'avvocato Andrea Formenton di Padova, difensore del ventiseienne, è stato accolto, disponendo la scarcerazione del rapinatore e ordinandone i domiciliari. Benhicham ha dunque abbandonato il carcere di Rovigo ed è tornato a Merlara. Le motivazioni della decisione non sono state rese note. Non è invece stato accolto il ricorso per di El Abidine Haidoufi Zin, 33 anni.

Il salto senza rete di Renzi

La Stampa
massimo gramellini



Oltre al riconosciuto talento teatrale che fa di lui un conferenziere di alta gamma, il Renzi con cui ho conversato ieri in pubblico a Torino mi ha trasmesso una sensazione anomala per un presidente del Consiglio. Come di uno che si batte per vincere con tutte le sue forze, ma ha già messo in conto la sconfitta. Non so se si tratti di una tecnica psicologica appresa dai guru di Obama, ma l’uomo del Sì non sembra un politico impegnato in una delle numerose battaglie della sua carriera, una di quelle che si possono vincere o perdere, tanto alla peggio si rimane fermi un giro e si ricomincia. Nel caso in cui gli italiani gli sbattessero la porta del referendum in faccia, Renzi andrebbe a casa davvero. E non per cambiare ruolo, ma mestiere.

Sembra assurdo che un premier di appena 42 anni sottoponga a plebiscito la sua auto-rottamazione precoce su una faccenda di regole importanti ma fredde, invece che su una riforma di forte impatto emotivo come quelle del lavoro e della scuola. Ma ora non può più tirarsi indietro. Anche perché il voto del 4 dicembre non riguarderà la riforma costituzionale, di cui la maggioranza degli italiani ha capito ben poco. «Ti fidi ancora di Renzi più che dei suoi rivali?». Questa è la vera frase che sta scritta sulla scheda e a cui gli elettori dovranno rispondere Sì o No. Lui lo sa perfettamente, perciò va in battaglia senza piani di riserva. La sua è una debolezza talmente ostentata che potrebbe trasformarsi in un punto di forza.