domenica 9 ottobre 2016

“Scrivo da un paese che non esiste più”. Così il Vajont inghiottì migliaia di vite

La Stampa

Il 9 ottobre 1963 la tragedia: “Visione apocalittica, come ai tempi della peste”



Pubblichiamo il reportage da Longarone di Giampaolo Pansa, allora inviato de «La Stampa», pubblicato in prima pagina l’11 ottobre 1963 

Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d’acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati cinquecentotrenta cadaveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento. 

Un tratto dell’alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani. Dal terremoto di Messina non si era più visto in Italia nulla di così orrendo. 

Tutto è accaduto in meno di dieci minuti. Longarone è un piccolo comune della vallata del Piave, a venti chilometri da Belluno. Sino a ieri contava oltre quattromilacinquecento abitanti. Lo sovrastava una diga della Società Adriatica di Elettricità (Sade), finita di costruire nel 1960, alta 261 metri, a doppia armatura, la più alta nel suo genere in Italia e una delle più alte del mondo. Il bacino raccoglieva (e raccoglie, perché è rimasto intatto) le acque del torrente Vajont, un affluente di sinistra del fiume Piave. 

«Una diga nata sfortunata - diceva oggi uno degli scampati alla sciagura -, perché si trova sotto un monte che si sfalda facilmente ». Secondo voci raccolte a Belluno, pare che si fosse progettato di costruirla già attorno al 1925; poi i lavori erano stati sospesi perché sembra che i tecnici avessero il timore che i monti Toc e Duranno, che dominano il torrente, polca aero crollare. Sempre secondo voci che circolano a Belluno, due anni fa, a Pasqua, si sarebbe registrato un lieve cedimento della roccia sopra la diga, senza conseguenze.

All’inizio di questo settembre, poi, un sordo boato avrebbe fatto tremare i vetri delle case di Longarone. In quella occasione la gente disse che era la montagna che si muoveva. Negli ultimi giorni il livello dell’acqua nel bacino era stato abbassato di 21 metri rispetto a quello normale, come misura di precauzione. Si vedevano frane sulla montagna e alcune famiglie del comune di Erto e Casso erano state invitate a sgomberare per prudenza. 

Quanto alcuni temevano è avvenuto ieri sera alle 22,35. Parte degli abitanti di Longarone già dormivano; altri s’erano raccolti nei bar, attorno ai televisori, per assistere alla partita di calcio fra il Glasgow e il Real Madrid; altri ancora si trovavano al cinema a Belluno. Ad un tratto, quelli che erano svegli udirono un sordo boato e avvertirono come un soffio fortissimo di vento che spazzava la vallata. Una enorme falda della montagna era precipitata nel bacino del Vajont. 

Un’onda gigantesca si sollevò sopra la diga e tracimò, riversandosi sul corso del Piave con una violenza spaventosa. A giudicare dai segni lasciati sui versanti, doveva essere alta più di cento metri. La diga era robusta e resistette. Dopo avere raso al suolo le frazioni di Rivolta e Villanova, l’enorme massa di acqua e roccia si schiacciò contro il concentrico di Longarone e la frazione di Pirago, portandosi via case, strade, ferrovia, argine, alberi. Un istante dopo l’ondata si lanciò a valle, investì la borgata di Faè e proseguì la sua corsa rovinosa verso Belluno e Ponte nelle Alpi. 

Mentre la valanga d’acqua scendeva dalla diga, a Belluno mancò la luce. Dopo dieci, quindici minuti in città e a Ponte nelle Alpi gli abitanti che si trovavano ancora per le strade si accorsero con terrore che il livello del Piave era salito all’improvviso, in modo pauroso, tanto da sfiorare le arcate dei ponti. Al chiarore incerto della luna i passanti scorsero che l’acqua ribollente trascinava tronchi di abeti, tralicci dell’alta tensione, rottami, travi, automobili, e corpi, molti corpi, straziati e privi di vita. 

«Si capì subito che doveva essere accaduto qualcosa di terribile dalle parti di Longarone», racconta un giovane bellunese che accorse con i primi verso i paesi distrutti. «L’acqua copriva quasi per intero la strada; nel buio si sentivano grida, lamenti, invocazioni di aiuto Avevamo delle pile tascabili, ma la loro luce era troppo fioca. Infatti ogni tanto qualcuno di noi inciampava in qualcosa di molle: era un ferito, più spesso un morto. Lo trasportavamo sul ciglio interno della statale e andavamo avanti alla cieca.

Scorsi per primo il cadavere di una bambina, poi un paesano di Faè che era ancora vivo ed urlava, poi altri morti, ed altri morti ancora. Il paesaggio era stato cambiato in pochi istanti dalla violenza dell’ondata. Avevo percorso quella strada tante volte, ma non la riconoscevo più. Quando arrivammo in vista di Pirago e riuscimmo ad orientarci, la visione fu terribile: Pirago e Longarone erano scomparsi. Dove prima sorgevano i due paesi ora c’era soltanto una distesa piatta coperta di fango, di tronchi, di arbusti». 

Passò la notte, mentre da Belluno e dai centri vicini e poi da tutto il Veneto, dalla Lombardia e dalle altre regioni giungevano i vigili del fuoco, i carabinieri, gli alpini del battaglione «Cadore», gli agenti di polizia, le guardie di Finanza, e molti civili volontari, con i prefetti ed i questori delle province di Belluno e Udine. Affondavano nel fango, fino alle ginocchia, procedevano a tentoni fra le macerie. C’erano anche molte ambulanze, ma nella maggior parte rimasero inoperose poiché restava ben poca gente da portare in salvo. Quando sorse l’alba, nella vallata, da Faè a Codissago, regnavano soltanto il silenzio, la desolazione e la morte. 

Stamane abbiamo percorso i cinque chilometri di valle sconvolti dall’acqua della diga. I segni del disastro s’incontravano, ancor prima di Belluno: sul ponte nei pressi di Sussegana, dove centinaia di persone, guardavano sgomente l’improvvisa piena del Piave, reso quasi nero dalla terra, dagli alberi, dai rottami; a Cadola, con la riva sconvolta, coperta di arbusti e legname fradicio, i campi coltivati invasi dal fango, una cascina sventrata; a Ponte nelle Alpi, dove fra le boscaglie si scorgevano i militari arrancare lungo la scarpata con tre, quattro, cinque barelle su cui stavano corpi straziati.

Ma soltanto dopo Belluno, giungendo a Faè, ci siamo resi conto delle immani proporzioni della sciagura. Faè, l’ultima frazione di Longarone investita dalla gigantesca ondata, è quasi tutta distrutta. Aveva ottanta abitanti forse soltanto una decina di essi si sono salvati. Le colture sono sepolte sotto una coltre di melma; i pochi alberi ancora in piedi non hanno più foglie. Della chiesa sono rimasti soltanto i quattro gradini dell’ingresso. Dove sorgeva la villa di un industriale ora c’è una vasta pozza d’acqua fangosa. Di fianco c’è una montagnola di terriccio che ieri non esisteva.

È come se il paese fosse stato appiattito da una gigantesca manata. A Faè sorgeva una fabbrica di condensatori per apparecchi radio, anch’essa scomparsa sotto la piena. Nel cortile erano accatastati alcuni barili di cianuro di potassio, che il Piave ha trascinati con sé. C’è il pericolo che l’acqua del fiume sia rimasta inquinata. Le autorità hanno avvertito tutti i comuni rivieraschi. Proseguiamo verso Pirago e Longarone. La visione si fa apocalittica.

Come ai tempi della peste, sui bordi della strada sono allineati decine di cadaveri e le carogne rigonfie delle mucche. Pirago aveva seicento abitanti; altre millecinquecento persone vivevano nel concentrico di Longarone. È probabile che i sopravvissuti siano poche decine. I due paesi sono scomparsi quasi per intero. Vediamo auto sfasciate e schiacciate sotto le case. Subito dopo Pirago la strada scompare. È la statale 51, che collegava Conegliano Veneto con Cortina d’Ampezzo e Dobbiaco. 

La sede stradale è stata «mangiata» dall’onda gigantesca di ieri notte. Così è avvenuto anche per un tratto della statale 251, la «direttissima» Trieste-Bolzano, situata più in alto. Per avanzare è necessario inerpicarsi sulla massicciata della ferrovia Padova Calalzo-Cortina. Sul ponte che attraversa il torrente Maè i binari hanno retto, ma pochi metri dopo troviamo le rotaie attorcigliate in alto e come strappate. Poco più avanti terrapieno, linee e traversine non esistono più. 

Siamo su un piccolo poggio. Di fronte a noi è come un vasto anfiteatro, brullo e piatto. Qui sorgeva Longarone. Uno degli abitanti ci mostra sgomento quello che ormai non c’è più: «Laggiù in quella conca, dove ora siedono gli alpini, stava la stazione ferroviaria. Al posto di quell’acquitrino c’era il parco Malcom, con i giochi per i bambini.

Più in su sorgeva l’edificio delle scuole di avviamento, là dove c’è quel vuoto con grosse pietre». La stessa fine hanno fatto decine di case, diversi bar, l’ufficio postale, le sedi della Banca Cattolica del Veneto e della Cassa di Risparmio, la scuola elementare e la scuola media, il canapificio, la fabbrica di occhiali, la cartiera, la segheria e la fabbrica di marmi, il campo sportivo, la caserma dei carabinieri. Pare sia morto anche il sindaco, Giuseppe Guglielmo Celso.

Uguale sorte hanno subito le frazioni di Rivalta (200 persone), di Villanova (160) e di Vajont. Sono state le prime ad essere travolte dall’enorme massa d’acqua e nessuno, oggi, può dire quanti dei loro abitanti si sono salvati. Molti corpi il fiume può averli trasportati a valle; altri si sono arenati e i tronchi, gli arbusti, le sterpaglie, la mota li hanno ricoperti. «Vede laggiù, verso Faè», ci diceva un valligiano; «laggiù volano i corvi, chissà quanti cadaveri stanno gli abeti strappati dal fiume in pieno».

E più in su, ci sono ancora la frazione di Cadissago, distrutta per metà, e i due paesini di Erto e Casso, che sono ridotti ad una squallida palude. Il pilota americano, che con il suo elicottero ha riportato a valle sette superstiti, ha detto di aver visto una quindicina di cadaveri. Oggi pomeriggio un gruppo di elicotteri ha portato in salvo da questa zona un centinaio di persone rimaste bloccate dalla frana. C’era anche una donna in attesa di un bimbo: il piccolo è venuto alla luce pochi minuti dopo l’atterraggio sul campo di Belluno. 

La diga ha resistito all’urto della enorme frana di terriccio, ma qui a Longarone la poca gente che è rimasta vive con il cuore in gola. Sulla vallata ronzano gli elicotteri dell’Aeronautica italiana e della Setaf, questi ultimi pilotati da ufficiali americani. Verso le 13 è sfrecciato a bassa quota un aviogetto, e al suo rombo improvviso qualcuno ha sussultato di terrore. 

I parenti delle vittime, giunti dai paesi limitrofi o da altre località del Veneto, si aggirano impietriti di fronte a tanta rovina. C’è chi piange in silenzio, e chi grida, come una giovane signora che si è gettata di corsa nel fango verso la casa scomparsa del fratello, urlando il suo nome fra le lacrime.

La carità non di chiesa ad Alghero, il parroco denuncia il ladro che gli ha rubato le banane

La Stampa
nicola pinna

A processo per aver portato via del cibo dalla sua tavola: «Ero povero e affamato». Ma le scuse non hanno impietosito il sacerdote. Il disoccupato ora è a processo


La parrocchia di Santa Maria Goretti ad Alghero

Rubare è peccato e anche reato. Ma chi ruba per fame, forse, meriterebbe almeno un’assoluzione senza castigo. Il parroco di Alghero, tuttavia, non la pensa così e non si è limitato alla penitenza: contro un quarantaduenne che ha rubato due banane e una scatoletta di tonno dalla sua casa ha deciso addirittura di presentare querela. Non gli sono bastate né le scuse né una confessione imbarazzante: «Avevo fame, non avevo nulla da mangiare, le banane e il tonno mi sono sembrate un ben di Dio.
Non ho saputo resistere».

Niente da fare, don Antonio Coppola non ha tenuto conto dei dettami della carità cristiana: ha presentato la denuncia e ha deciso di non ritirarla. Nonostante l’imbarazzo del pubblico ministero che due giorni fa si è trovato a chiedere il rinvio a giudizio per Roberto Pais, un disoccupato che nell’estate del 2014 non aveva neanche i soldi per mettere insieme il pranzo e la cena. Non è un ladro seriale e questo nel quartiere lo sanno tutti. Lo confermano le forze dell’ordine e forse lo sapeva anche il parroco di Santa Maria Goretti.

Un bottino del valore di 10 euro
Nella querela arrivata in procura e firmata da don Antonio Coppola (53 anni, originario della provincia di Napoli) è stato persino quantificato il danno subito. Sembra difficile da credere, ma è davvero così: dieci euro, perché Roberto Pais non si è accontentato di portarsi a casa due banane (forse tre) e una scatoletta di tonno. A far salire il valore del bottino, infatti, ci sono alcuni bicchieri di vino, bevuti prima di rimettersi in sella alla sua bicicletta e far perdere le sue tracce. 

Ora si attende la decisione del giudice Silvia Guareschi, ma il 16 dicembre il quarantaduenne sotto accusa dovrà presentarsi in tribunale e spiegare (nuovamente) perché ha commesso il furto. La sua versione, in realtà, era già chiara: in quel periodo il quarantaduenne attraversava un momento difficile. Senza lavoro e senza una lira in tasca, non poteva permettersi neanche di andare a fare la spesa. «Avevo fame, passavo in bici davanti alla chiesa, in via Kennedy, e quando ho visto la finestra aperta non mi è sembrato vero. Pensavo fosse la sacrestia, non sapevo che fosse la casa del parroco. E in ogni caso pensavo che in chiesa un povero e affamato potesse essere accolto». 

«La scrittrice Strout operata al Cardarelli ha speso 6.000 euro»

Il Mattino



«Siamo ancora lontani dal modello di sanità che abbiamo in mente, ma è innegabile che ci siano stati enormi passi in avanti rispetto alla situazione disastrosa che abbiamo ereditato dopo anni di gestione scellerata degli ospedali e dell'intera offerta sanitaria campana». Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, componente della Commissione sanità, che ha fatto un sopralluogo nell'ospedale Cardarelli per verificare la situazione relativa alle barelle nei corridoi.

«Ho trovato solo poche barelle e credo che sia stata intrapresa, finalmente, la strada giusta per risolvere questa vergogna che accompagna la sanità campana da anni» ha sottolineato Borrelli precisando che «l'eliminazione totale delle barelle potrà avvenire solo quando ci sarà un coordinamento totale tra gli ospedali napoletani, magari attraverso il bed manager che dovrebbero nominare tutti i direttori generali, così come è stato fatto al Cardarelli, e l'apertura dell'ospedale del mare che, di certo, toglierà un pò di pressione al Cardarelli stesso».

«Comunque le note positive ci sono, come dimostrano anche le parole di Elizabeth Strout, la scrittrice Premio Pulitzer operata d'urgenza di appendicite proprio al Cardarelli, che sono andato a salutare e che mi ha sottolineato l'assistenza ricevuta facendo paragoni più che lusinghieri con quella statunitense» ha aggiunto Borrelli ricordando che «per l'intervento, la scrittrice ha pagato circa 6.000 euro, cifra ben al di sotto di quelle che si pagano negli Stati Uniti; il personale del Cardarelli ha salutato la paziente regalandole una stampa raffigurante lo storico ingresso dell'ospedale».

Bombe atomiche, ogm e imprese spaziali: le sfide del futuro alla portata di tutti

La Stampa
piero bianucci

Nel 1981 debutta “Tuttoscienze”, settimanale divulgativo sulla ricerca e sulla natura


Il primo numero di Tuttoscienze era un foglio sfilabile da La Stampa del 28 ottobre 1981. In copertina c’era un articolo di Ennio Caretto su Roger Sperry, che aveva appena vinto il Nobel per la Medicina scoprendo la specializzazione degli emisferi cerebrali. Il titolo diceva: «Cervello ultima frontiera»: è stato così per 35 anni ed è ancora così. Per chi ha una certa età il titolo accanto fa tenerezza «Quale 2000 vi aspetta». Al 2000 mancavano vent’anni. Franco Pierini aveva intervistato Aurelio Peccei, il primo a lanciare l’allarme per l’esaurimento delle risorse del pianeta.

Sono i problemi che viviamo oggi. Caretto e Pierini, due giornalisti di lungo corso. Il terzo articolo era di uno scienziato, Tullio Regge, vincitore del Premio Einstein, famoso nel mondo per il «Regge calculus» con cui aveva riformulato la teoria della relatività generale. Ma anche brillante divulgatore: riempiva i Palasport commentando le immagini dei pianeti riprese da sonde spaziali.

Lo slogan del nuovo supplemento era «La scienza con il linguaggio del quotidiano». Impegno rispettato. L’idea di Tuttoscienze fu di Giorgio Fattori, direttore de La Stampa dal 1978 al 1986. Cosa rara, non veniva dalla politica ma dallo sport. Poi aveva diretto L’Europeo, settimanale di grande diffusione. Chiamò Pierini e chi scrive nella sua stanza e ci spiegò che quando L’Europeo parlava di imprese spaziali o di animali le copie salivano. «Facciamo un settimanale di scienza - disse - ma che si capisca».

La Stampa aveva una tradizione: la pagina della scienza a cui contribuiva Didimo, pseudonimo di Rinaldo De Benedetti. Per capire l’uomo, basta dire che, colpito dalle leggi razziali fasciste, fu assunto da Aldo Garzanti e pagato in nero per non lasciare tracce nei libri contabili. Fu Didimo a progettare la prima «garzantina» e a scrivere l’articolo che spiegava la bomba atomica all’indomani di Hiroshima.

Ma quella di Didimo su La Stampa era una pagina, ed era stata abbandonata. Fattori si inventò un supplemento di scienza quando la scienza era la cenerentola dei giornali (rappresentava l’1,6% del totale dell’informazione). E poi si inventò la settimanalizzazione dei quotidiani, perché a Tuttoscienze seguirono Tuttodove (turismo), Tuttocome (tempo libero), Tuttosoldi (economia). Le copie salirono. Con Fattori e il suo successore, Gaetano Scardocchia, raggiunsero la punta più alta, a ridosso del Corriere.

Ora che sapete chi fu Didimo, è il caso di dire che nella seconda pagina del primo Tuttoscienze c’era un suo articolo su quelle fibre ottiche che renderanno possibile Internet. E poi un articolo di Gianfranco Bologna, ora direttore scientifico del Wwf, e un articolo sul più grande radiotelescopio del mondo che avevo da poco visitato negli Stati Uniti.

Il resto è una storia di firme illustri (innumerevoli Premi Nobel), di iniziative collaterali (GiovedìScienza: conferenze-spettacolo al teatro Colosseo che entrano ora nel 31° anno; cd-rom didattici che con i loro guadagni permisero di creare il sito Internet del giornale; 39 volumi che raccolgono

Tuttoscienze dal 1981 al 2001), cronache degli eventi scientifici che hanno segnato il nostro tempo: gloria e drammi dello Shuttle, esplorazione del sistema solare, Cernobil e Fukushima, progressi nella lotta al cancro, ogm, telefonia mobile, decifrazione del genoma umano, conquiste delle neuroscienze, demografia, la scoperta della particella di Higgs, fino alle onde gravitazionali. E anche bufale smascherate: la «memoria dell’acqua» con cui Benveniste cerò di giustificare l’omeopatia, l’illusione della «fusione fredda».

Sempre con una stella polare: trasmettere al lettore il valore del metodo scientifico, cioè la «carta costituzionale» della razionalità, la cultura che può unire gli uomini di ogni credo. Vi siete mai domandati come mai i talk show siano pieni di opinionisti politici mentre non esistono opinionisti scientifici? 

Asti, due anime in un albero: il prodigio del ciliegio cresciuto sopra il gelso

repubblica.it

A prima vista sembrano un’illusione ottica, oppure un improbabile fotomontaggio. Invece sono due anime, sia pur vegetali, in un corpo solo: succede in Piemonte, a Casorzo in provincia di Asti, dove un ciliegio è cresciuto sopra un gelso. Il “bialbero” è un caso di notevole rarità soprattutto se si sviluppa in tali dimensioni: in Europa se ne conosce un altro simile in Croazia, nel parco naturale di Plitvice, costituito da un abete e da un pesco. E’ stato con ogni probabilità un uccello a lasciar cadere sul gelso un seme di ciliegio che poi, proprio all’ìncrocio dei rami, è cresciuto traendo nutrimento dalla pianta che lo ospitava e ha quindi insinuato le sue radici all’interno del tronco fino a raggiungere il suolo.

Gelso e ciliegio, quest’ultimo alto ormai cinque metri, convivono e fioriscono tranquillamente ognuno per conto suo, e vengono potati, soprattutto il primo, con regolarità. Nell’Astigiano, ma anche tra gli stranieri che passano da queste parti, stanno diventando una celebrità naturale, tanto che il “bialbero” è stato adottato dai vignaioli di queste parti che producono la Malvasia: sotto le sue fronde ci si trova per celebrare l’arrivo della primavera e il solstizio d’estate, oppure – e mai luogo potrebbe essere più appropriato - per giurarsi amore eterno

Asti, due anime in un albero: il prodigio del ciliegio cresciuto sopra il gelso
Asti, due anime in un albero: il prodigio del ciliegio cresciuto sopra il gelso
Asti, due anime in un albero: il prodigio del ciliegio cresciuto sopra il gelso
Asti, due anime in un albero: il prodigio del ciliegio cresciuto sopra il gelso
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Testamento Caprotti, quella lite sul quadro di "Leonardo": ecco perché eredita il Louvre e non la Gam

repubblica.it
di ARMANDO BESIO

Sei righe nelle ultime volontà dedicate al caso intorno al Cristo che Mr Esselunga acquistò a New York per 656.000 dollari. Voleva che fosse attribuito al maestro rinascimentale, ma l'Ambrosiana disse: "E' Salaino"

Testamento Caprotti, quella lite sul quadro di "Leonardo": ecco perché eredita il Louvre e non la Gam
Caprotti e, alle spalle, il quadro della disputa (fotogramma)

Sei righe e mezzo (dattilo)scritte con inchiostro antipatico e carattere rancoroso. Bernardo Caprotti nel suo testamento ricorda di aver donato alla Pinacoteca Ambrosiana "un dipinto di scuola leonardesca di possibile grande interesse e di ingente valore". Sostiene di essere stato maltrattato fino al "dileggio" da "studiosi ed esperti dell'istituzione medesima, segnatamente monsignor Buzzi e tale Marani". E' stata "un'esperienza molto negativa". Perle ai porci, direbbe la Bibbia. Lui ha deciso così: "Cancello le donazioni previste alla galleria d'arte moderna della città di Milano".

Paola Zatti, che della Gam è la direttrice, cade dalle nubi: "Mai sentito Caprotti, mai saputo che avesse intenzione di farci una donazione". Comunque, un peccato. C'erano in ballo fior di nomi. A cominciare da un Manet, che il patron di Esselunga ha assegnato al Louvre. Perché?

Ecco la vera storia dell'incontro scontro fra Caprotti e l'Ambrosiana. Preambolo. Gennaio 2007, New York, asta di Sotheby's. Caprotti acquista una Testa di Cristo di un pittore lombardo del Rinascimento suo omonimo, Gian Giacomo Caprotti detto Salaino, o Salaì (Oreno di Vimercate 1480-1524), famoso per essere entrato giovanissimo nella bottega milanese di Leonardo, del quale fu garzone, allievo, modello, amico, amicissimo, fors'anche amante.

Il quadro è firmato e datato: "Fe Salai 1511 Dino". Fece Salaino, in un non meglio precisato giorno ("Di"es) del mese di "no"vember dell'anno 1511. La stima è 350-450.000 dollari. Caprotti se lo aggiudica per 656.000. Lo affida a un restauratore, quindi annuncia la donazione all'Ambrosiana. Scelta perché già scrigno di tesori leonardeschi: il Ritratto di Musico , i disegni del Codice Atlantico.

E qui siamo al punto dolente. Caprotti accompagna la donazione con un libro, scritto da un amico antiquario, Maurizio Zecchini, stampato da Marsilio. Il titolo: Il Caprotti di Caprotti. Storia di un pittore che non c'è . La tesi: che del Caprotti pittore in realtà non si conosce alcun quadro. E che quello acquistato dal Caprotti collezionista potrebbe essere nientemeno che un originale di Leonardo. E la firma? Non conta, può essere stata aggiunta dopo. Quel che conta è lo stile. Leonardesco, fino alla plausibile attribuzione al maestro. Caprotti si aspetta di essere lodato per la donazione con annesso scoop. Ma all'Ambrosiana, più che riconoscenti, paiono imbarazzati.

Grazie, il quadro è davvero importante, tra l'altro l'unico, finora, di sicura mano del Salaino (la firma canta), ma da qui ad assegnarlo a Leonardo il passo è troppo azzardato, francamente impercorribile. Così la pensa monsignor Franco Buzzi, Prefetto dell'Ambrosiana. Sostenuto dal parere di "tale Marani", ossia Pietro Marani, storico dell'arte milanese, che proprio "tale" non è , come con sintetico disprezzo lo definisce Caprotti nel testamento, bensì uno dei più autorevoli esperti di Leonardo al mondo. Il dipinto viene presentato al pubblico nel 2013.

L'Ambrosiana sul suo sito esprime "grande riconoscenza per questo atto di vero e disinteressato amore" e loda il "grande valore storico artistico e la sublime fattura" dell'opera. La vicenda sembra chiudersi nel segno del Manzoni: "sopire, sedare". Ma la brace del conflitto, non solo attributivo, ma personale, cova sotto la cenere delle buone maniere di convenienza. Quanto Caprotti si sia offeso e se la sia legata al dito, si è capito l'altro giorno, all'apertura del testamento. "Io lo avrei dileggiato? Non le dico come ci ha trattato lui..." sbotta monsignor Buzzi.

"Voleva imporci l'attribuzione a Leonardo, ma io dovevo difendere il prestigio della mia istituzione". Marani la prende calma, "una donazione importante, mai incontrato Caprotti, devono averlo informato male", poi esplode: "E' sconcertante e intollerabile che debba difendermi dalle accuse di un dilettante. Chiunque conosca Leonardo capisce che quel dipinto non può essere suo". Intanto, il Cristo è volato a Pechino, per una grande mostra su Leonardo. Ma con l'attribuzione che ha fatto infuriare Caprotti. E cioè, Caprotti.