lunedì 10 ottobre 2016

L'Italia ricopre d'oro gli immigrati per costruirsi una nuova vita

Sergio Rame - Lun, 10/10/2016 - 18:15

Il piano del governo per finanziare i sogni degli immigrati. Dai 400 euro per le spese di prima necessità ai 1.600 euro per l'attuazione dei piani di reintegrazione



Sei italiano e vuoi ricominciare da zero una nuova vita? Lo Stato non intende darti una mano.
Fuguriamoci un primo sostentamento economico. Per gli immigrati, invece, è pronto a stendere ponti d'oro. Non solo li sostiene nell'impresa di crearsi una nuova vita. Ma offre loro addirittura un pacchetto da diverse migliaia di euro.

Il premier Matteo Renzi e il ministro degli Interni Angelino Alfano hanno rilanciato, per la terza volta, il progetto per incentivare i ritorni volontari in patria di cittadini provenienti da Colombia, Ecuador, Perù, Ghana, Marocco, Nigeria e Senegal attraverso un percorso, che coinvolgerà anche i rispettivi consolati, di reinserimento socio-economico nel proprio Paese di origine che prevederà, oltre al pagamento delle spese di viaggio (ovviamente in prima classe), anche un primo contributo di 400 euro per le spese di prima necessità e un secondo contributo per l'attuazione dei piani di reintegrazione di 1.600 euro per singoli o capofamiglia, integrato di altri 800 euro per ogni persona maggiorenne a carico e di altri 480 euro per i minorenni a carico.

A denunciare questa ennesima assurdità è la Lega Nord, per bocca del segretario lombardo, il deputato leghista Paolo Grimoldi. Che sbotta: "È una follia. Queste persone si possono rimpatriare gratis, senza dargli un centesimo. Mettiamole sugli aerei e rispediamole a casa loro". Basta fare un paio di calcoli per capire che il sistema non regge: per gli immigrati con una famiglia numerosa al seguito il contributo offerto dal Viminale, pagato con i soldi dei contribuenti italiani, potrebbe arrivare anche oltre i 3.000 euro. "Questi soldi – aggiunge Grimoldi - si potrebbero usare per aiutare i nostri anziani in difficoltà, chi è in difficoltà abitativa, chi è disoccupato o chi ha in casa una persona malata o grave disabilità e non trova aiuti dallo Stato o dagli enti locali".

Immigrati senza biglietto "graziati". Mentre l'anziana italiana viene multata

Rachele Nenzi - Lun, 10/10/2016 - 11:08

Un passeggero di un treno ha raccontato l'assurda vicenda di un controllore che ha chiuso un occhio su due stranieri senza biglietto ma ha multato un'anziana donna che aveva sbagliato a comprare il biglietto



Migranti che salgono sul treno senza biglietto e ogni volta vengono graziati dai controllori.
Scena che si ripetono giorno dopo giorno, basta salire su una qualsiasi tratta ferroviaria. Ma quando accade a un cittadino italiano di avere problemi con il biglietto scatta sempre la sanzione.

Due pesi e due misure

Ed è quello che è successo a un'anziana signora a Calalzo di Cadore, in provincia di Belluno. Come viene riportato da Il Gazzettino, la notizia viene data in tempo reale sui social da un pendolare sulla tratta Calalzo-Treviso. Il controllore del treno incrocia tra le cabine due migranti, chiede il biglietto. Questi spiegano che non ne sono in possesso poiché un connazionale che li aveva comprati per tutti e 3 non era arrivato. Scatta la multa?

Ovviamente no. Il bigliettaio passa oltre, come se nulla fosse. Poco dopo la scena si ripete: il severo controllore si avvicina ad un'anziana e chiede il titolo di viaggio. La signora spiega che ne è sprovvista, spiegando che alla stazione di Calalzo ha fatto fatica a utilizzare le macchinette per fare il biglietto, perché questa accettta solo il bancomat, e l'altra macchinetta era molto lenta, così, erronamente, ha cliccato sulla destinazione sbagliata. Risultato?

Una bella multa.
Sorge spontanea una domanda, come per i due stranieri non è stata compilata nessuna contravvenzione? Non lo sapremo mai. Ma è evidente come siano stati usati due pesi e due misure dal severissimo controllore.

Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe portare alla luce un segreto militare risalente alla Guerra fredda

La Stampa
elisa conselvan

Nel 1959 sotto i ghiacci della Groenlandia gli USA costruirono la città sotterranea di Camp Century per testare il lancio di missili contro l’URSS



Il coperchio aperto del serbatoio del combustibile nucleare di Camp Century. Fonte: The Guardian

E se le calotte artiche custodissero un segreto? Sembra la trama di un romanzo, invece è realtà. Come riporta il Guardian, lo scioglimento dei ghiacci potrebbe far emergere la verità su una delle leggende meglio custodite della Guerra Fredda: Camp Century. La rete di gallerie sotterranee, parte del “Progetto Iceworm”, è un progetto militare statunitense costruito a 8 metri di profondità nell’entroterra della Groenlandia, un tempo territorio danese, a circa 200 chilometri dalla costa. Secondo una ricerca scientifica prodotta da università canadesi, statunitensi ed europee e pubblicata nell’agosto 2016 dalla rivista dell’American Geophysical Union Geophysical Research Letters , nel giro di qualche decennio, con l’innalzarsi delle temperature, verrà alla luce la cosiddetta “città sotto il ghiaccio”, che si pensava sepolta per sempre.


Camp Century

Costruita nel 1959 dal genio militare statunitense, Camp Century ospitava laboratori, un negozio, un ospedale, un cinema, una cappella e offriva alloggio fino a 200 soldati, estendendosi per un totale di 3 chilometri. Alimentato dal primo generatore nucleare portatile al mondo, il progetto aveva due obiettivi, uno dichiarato e uno segreto, di cui nemmeno il governo danese era al corrente.

Ufficialmente i ricercatori di stanza a Camp Century portavano avanti le ricerche nel Mare Artico, e di fatto hanno trivellato i primi campioni di carote di ghiaccio mai utilizzati per lo studio del clima, raccogliendo dati citati ancora oggi. Ma oltre alla motivazione “di facciata”, testimoniata da William Colgan, studioso di clima e ghiacciai alla Scuola di Ingegneria Lassonde della York University di Toronto e principale autore dello studio, il Progetto Icewarm serviva per testare la fattibilità di un’enorme base di lancio di missili nucleari, situata in un’area strategicamente vicina all’Unione Sovietica.



Il fallimento del progetto
A confermare questa intenzione, c’è il fatto che all’apice della Guerra Fredda, nel periodo della crisi dei missili di Cuba del 1962, l’esercito statunitense era intenzionato ad ampliare l’estensione di Camp Century, arrivando a costruire una rete di circa 4000 chilometri tra tunnel e camere sotterranee, dove conservare 600 missili balistici destinati a colpire Mosca e i suoi Stati satellite.

Il piano era ambizioso, ma il ghiaccio, troppo instabile, rischiava di deformare e forse persino di far collassare le gallerie. Per questo gli ingegneri rinunciarono al progetto e nel 1967 Camp Century fu abbandonata del tutto. I soldati portarono con sé la camera di reazione del generatore nucleare, ma il resto dell’infrastruttura del campo – inclusi i suoi rifiuti biologici, chimici e radioattivi – rimase dov’era. “All’epoca, negli anni ’60, il termine ‘riscaldamento globale’ non era nemmeno stato coniato” ha dichiarato Colgan, quindi “pensavano che non sarebbe mai stato scoperto”, convinti che il segreto sarebbe stato custodito dal perpetuo accumularsi di strati di neve e ghiaccio.

Scenari inediti
Di fatto, si legge nella ricerca, da quando Camp Century fu abbandonato il ghiaccio che lo ricopriva si è ispessito di circa 35 metri e il processo continuerà ancora per qualche decennio, ma sembra ormai certo che subirà un’inversione a causa del cambiamento di clima. Basti pensare che lo scorso giugno Nuuk, la capitale della Groenlandia, ha toccato la temperatura record di 24 gradi e che, tra il 2003 e il 2010, il ghiaccio che copre la maggior parte dell’isola si è sciolto a una velocità doppia rispetto a quanto avvenuto nel corso di tutto il XX secolo.

Ma di chi è la responsabilità di un eventuale danno ambientale? Camp Century era una base militare degli Stati Uniti, ma costruita in territorio danese; oggi la Groenlandia è ancora parte della Danimarca, ma è ormai un territorio autonomo: la questione è controversa e potrebbe portare a dibattiti politici inediti.

Se non erano sani non li volevano

La Stampa
ariela piattelli

Vanno online due secoli di storia dei manicomi italiani, con cartelle cliniche e diagnosi sorprendenti


L’ospedale psichiatrico di Venezia, dove nel 1944 furono deportati diversi ebrei

Se la Monaca di Monza fosse nata due secoli dopo, probabilmente sarebbe finita in un ospedale psichiatrico con una diagnosi di «mal d’amore». È stato presentato nel complesso di Santo Spirito in Sassia di Roma «Carte da legare. Archivi della psichiatria in Italia», il progetto del Mibact che per la prima volta archivia, organizza e rende disponibile a tutti attraverso un sito la storia dei manicomi d’Italia dai primi dell’800 agli anni 60 del secolo scorso, con tanto di cartelle cliniche, statistiche e diagnosi. «Tutta la grande storia si conserva nelle cartelle cliniche dei manicomi - spiega Micaela Procaccia, responsabile del progetto per la direzione generale degli archivi - e sono uno strumento per interpretare la società». 

Le «malattie» religiose 
Il progetto documenta due secoli di emarginazione sociale, economica e culturale, di donne rinchiuse perché troppo chiacchierone o «affette» da sensualità, bambini poveri, segregati perché vivaci e irrequieti, uomini con diagnosi politiche, etichettati come «mazziniani» o «repubblicani». Dalle carte emerge lo sguardo di come «i sani» e i dottori guardavano ai «matti» (spesso presunti). Donne segregate perché «troppo erotiche», petulanti, impertinenti e ribelli, o alle quali è stata diagnosticata la «malattia» della depressione post partum.

«Ciò che emerge è che la ribellione viene punita con una diagnosi di malattia mentale - continua Procaccia -, dove, ad esempio, il “mal d’amore” coincide con la depressione per essere state lasciate. I manicomi sono stati anche strumento di contenimento, di controllo sociale, e ci finiscono spesso le categorie di persone che danno fastidio». Una cartella clinica racconta di una fanciulla di buona società campana che fu rinchiusa per comportamenti devianti non consoni a una brava ragazza della sua epoca.

C’è pure la storia di Violet Gibson, la donna che attentò alla vita di Benito Mussolini e che fu internata in un manicomio in Gran Bretagna: era considerata matta anche perché non aveva il desiderio di tirar su famiglia. I bambini rinchiusi, perché ribelli o scatenati, sono poveri, ai margini della società, e la segregazione nei manicomi li ha progressivamente allontanati dalla realtà. «Socialisti», «mazziniani», «anarchici» e «repubblicani» sono alcune tra le diagnosi con motivazioni politiche che giustificavano il ricovero di personaggi scomodi.

Uomini vagabondi, o reputati improduttivi, finivano nei manicomi e negli ospedali psichiatrici. C’è anche la storia del commissario di pubblica sicurezza Giuseppe Dosi, noto alle cronache per aver smontato le prove che incastravano ingiustamente Gino Girolimoni, accusato di stupri e omicidi: venne internato nel manicomio criminale di Regina Coeli e poi fu riabilitato. Tra le diagnosi «religiose» spunta una donna, «la pazza vestita da frate», mentre la storia delle strutture narra deportazioni di ebrei dal manicomio di Venezia, e di altri che vi si nascondevano per sfuggire le razzie. 

I traumi da trincea 
«Tra il ’18 e il ’19 negli ospedali psichiatrici, in particolare nel Veneto, c’è un innalzamento di ricoveri di soldati che hanno avuto il trauma da trincea - spiega Procaccia -. E lo stress post traumatico viene scambiato per malattia mentale». Il picco dei ricoveri che si registra a partire dalla fine della Prima guerra mondiale per traumi da trincea è dato dalle reazioni scomposte dei «matti» a forti rumori, sintomo, stando alle cartelle cliniche, di malattia mentale. 

Basta registrarsi al sito per consultare le cartelle cliniche, da cui sono stati rimossi i nomi. Un software all’avanguardia, studiato da «Memoria Archivi», permette di avere accesso a tutte le informazioni, contenuti multimediali, immagini, manoscritti, statistiche e alla mappatura dei manicomi in Italia. «Abbiamo iniziato questo cammino nel ’99, e oggi è possibile condividere uno straordinario patrimonio - conclude Procaccia -. Abbiamo slegato i “matti” e legato le carte».

Cento donne per cento giorni: la sfida della fumettista che disegna le eroine sconosciute

La Stampa
sara iacomussi

Attraverso l’hashtag #100days100women Rori racconta le loro storie



Arrivano da ogni angolo del mondo, hanno la pelle di colori differenti, praticano diverse religioni, sono vissute in varie epoche, alcune sono morte, altre ancora vive, ma tutte hanno un elemento comune: sono donne, e per la precisione «amazing women», donne straordinarie. Sono le caricature di Rori, fumettista di St. Louis che ha lanciato su Twitter l’hashtag, e la sfida, #100days100women: disegnare una donna al giorno fino al 7 novembre, prima delle elezioni americane.

I personaggi scelti sono disparati. C’è Mu Sochua, attivista cambogiana che nel 2002 mobilitò 12 mila donne a candidarsi alle comunali. C’è Poly Styrene, descritta dalla Billabord come «l’archetipo della femminista punk dei tempi moderni». E poi: la giornalista Adrienne Clarkson, prima persona di colore a diventare governatrice generale in Canada; Christine de Pizan, scrittrice di successo nel Medioevo; Merit-Ptah, primo fisico col nome di donna nell’Egitto di 5 mila anni fa.

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Il 9 ottobre Rori è arrivata al 65esimo giorno con Tarenorerer, guerrigliera aborigena che combattè contro gli inglesi in Tasmania. Alcune delle donne scelte non sono famose, anche se avrebbero meritato di passare alla storia. La prima, quella del day 1, è stata Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al Congresso negli Stati Uniti. L’hanno seguita Emma Goldman, anarchica, femminista, tra le prime a parlare di aborto, e Rumiko Takahashi, la fumettista creatrice di InuYasha e Ranma.

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La primissima, però, quella che poi è diventata il giorno 47, è Azucena Villaflor. Rori ha ricevuto su Facebook la proposta di disegnare su commissione l’attivista argentina, ma, non conoscendola, è andata a cercarla su Wikipedia. Per questo motivo, i fumetti di #100days100women, sono twittati con a seguito il link dell’enciclopedia virtuale: così chiunque può informarsi sulle donne, straordinarie ma a volte sconosciute, e leggere le loro storie.

Bloccare l’accesso all’app dei lavoratori di Foodora è la nuova frontiera del licenziamento

La Stampa
paolo coccorese

Due promoter escluse dal bacino dei collaboratori perché avevano preso parte alle riunioni dei rider scesi in piazza per protestare contro le retribuzioni troppo basse



Chi solidarizza con la protesta non lavora più. Così funziona a Foodora, la start-up di take-away on-line che ha visto il primo sciopero dei lavoratori della sharing economy. Nel weekend, una cinquantina di rider (fattorini) ha incrociato le braccia e ha chiesto di boicottare l’app per chiedere una miglior retribuzione. Con loro anche due promoter che, accusate di aver partecipato a una riunione, sono state messe alla porta.

RIMOSSE DAL GRUPPO
Nonostante la secca smentita del manager di Foodora Italia, Gianluca Cocco, nella filiale torinese chi alza la voce rischia il posto. Licenziamento? Il termine non vale in un’azienda che non ha dipendenti, ma collaboratori a chiamata. Ma il senso è lo stesso se ti negano l’accesso all’app per prenotare il turno di lavoro. Venerdì, il responsabile delle 20 promoter Leandro scrive a tutte un messaggio: «Ciao a tutte. Ambra e Ilaria sono state rimosse dal gruppo. Significa che non lavoreranno più per Foodora». Spiega che la vicenda «si svolge su due piani: uno personale e uno professionale. Hanno partecipato alle riunioni di rider per organizzare una protesta». La scelta è «imposta dai superiori» e serve d’ammonimento: chi ha “opinioni contrastanti” non deve andar in piazza, ma discuterne in ufficio.

PROFILO SOSPESO
Ambra T. 27 anni, insieme a Ilaria R. (29) è una delle ragazze messe alla porta. «Qualcuno dei capi, partendo da voci non confermate, sostiene che ho partecipato a un’assemblea dei rider. Per questo mi hanno detto che non lavorerò più per Foodora, bloccato l’accesso al gruppo WhatsApp interno e sospeso il profilo personale dell’app che serve a dare le disponibilità e candidarsi per il turno».
Come per i rider, anche per i promoter lo stipendio a fine mese è di poche centinaia di euro. «Il contratto prevede una paga oraria di 5,50 euro. Quando si fa una promozione si riceve qualcosa in più: 8 euro», dice Ambra. In base ai turni che sono assegnati: ma spesso capita che saltino o siano cancellati. Ogni mese si matura una retribuzione. Se non si raggiungono i 120 euro, l’accredito è rinviato al mese successivo. «In media, una promoter guadagna 250-300 euro – aggiunge l’ex lavoratrice -. Io, quando ho fatto più ore ed eventi, sono arrivata massimo a 500 euro».

FLESSIBILITA’
La squadra delle promoter conta una ventina di persone. All’inizio erano cinque. Con il crescere del giro d’affari, sono state prese altre collaboratrici. Il loro profilo è simile a quello di Ambra. «Tutte under 30. Ho scelto di lavorare per Foodora per la flessibilità – spiega - mi permetteva di incastrare altre attività lavorative e personali. E portare avanti la mia vera carriera, quella di “arteterapia”, per cui ho studiato. Con Foodora – aggiunge - i turni possono essere di due, quattro, fino a otto ore. Tramite l’app si comunica la disponibilità e si attende l’assegnazione. Un tipo di organizzazione che ha aspetti molto positivi». Ma si convive con l’ansia. «È normale: uno fa i conti, valuta le sue disponibilità, poi magari il turno cambia. E tu non sai se riuscirai a pagare l’affitto o le bollette».

I primi 170 anni della birra più antica (e celebrata) d’Italia

La Stampa
paola guabello

A Biella un museo per il marchio Menabrea


Jean Joseph fondò la società con Antonio Zimmermann (di cui poi rilevò le quote) nel 1864

Nel cuore della città, «in fermento» da 170 anni. Se in Scozia gli appassionati di whisky passano da una distilleria all’altra per scoprire i segreti di malto e torba, a Biella chi vuole capire cosa accade oltre a un biondo e schiumoso boccale di birra può fare altrettanto nella fabbrica più antica d’Italia. Nel quartiere di Riva tutto è nato e «cresciuto» attorno a una grande ghiacciaia esagonale (perché il segreto della buona birra sono le basse temperature), dove continua indisturbato a produrre il decano dei birrifici nato nel 1846.

Com’era una volta
Tre piani di cantine che scendevano in profondità per la stagionatura, la giostra dove i trasportatori facevano riposare i cavalli prima di ripartire con il carico. In quelle stalle, oggi è stato allestito un ristorante con vista sulle grandi e luccicanti cisterne d’acciaio per la stagionatura, a fianco gli uffici rinnovati con l’eleganza discreta dei primi del ’900 e i capannoni di produzione che nel tempo si sono allargati. Casa Menabrea, come la chiama Franco Thedy (quinta generazione della famiglia i cui antenati sposarono le sorelle Menabrea) è sempre rimasta dove Jean Joseph loro padre (poi italianizzato in Giuseppe) «cucinava» Pilsner e Bavaresi che negli anni hanno ottenuto medaglie d’oro e premi a iosa.

Il museo
Sotto le volte a botte tempestate di mattoni, il riflesso del rame si sparge per le stanze del museo che s’inaugura a giorni. Rame per l’infilata di rubinetti dei vasi comunicanti di fermentazione, rame per le vecchie cisterne di cottura, e rame per macchinari, strumenti e la cisterna per la propagazione del lievito. I simboli dei mastri birrai accolgono i visitatori: la pala per schiumare e i mestoli di sala cottura e per l’assaggio. Le vignette di Forattini, quando nel 1979 Arbore diceva agli italiani «Birra, e sai cosa bevi» fanno da contraltare all’effigie della Madonna di Oropa: «Abbinamento curioso ma essenziale, spiega Thedy -

Perché l’acqua del torrente che scorre accanto al Santuario fino alla città, è quella che fa buona la nostra birra. Non mancano gli strumenti usati nell’Ottocento e i campioni delle materie prime: rami di luppolo con fiori e foglie essiccate, il riso che a causa dell’eccessivo prezzo deciso dal cartello dei produttori vercellesi, venne poi sostituito dal mais nel ’900. Le botti di legno segnate con la P di Pilsner e la B di Bavarese per distinguere le due etichette. «All’epoca - spiega Thedy - i bottai, una decina e più, avevano il compito ingrato di rivestire il legno con la pece a 80 gradi. Poi è stato il tempo dell’alluminio e oggi dell’acciaio». 

Galaxy Note 7, Samsung interrompe la produzione

repubblica.it

Temporaneo stop per il phablet dopo i problemi di combustione

Galaxy Note 7, Samsung interrompe la produzione
(reuters)

SAMSUNG Electronics ha interrotto temporaneamente la produzione del phablet Galxy Note 7. Diverse unità del dispositivo hanno preso fuoco anche dopo la sostituzione dei prodotti ritenuti difettosi, che hanno manifestato o avrebbero potuto manifestare lo stesso problema. La fonte della notizia è un subcontractor di Samsung, ripreso dall'agenzia Yonhap

Dieci cose da sapere per comprare l'olio senza commettere errori

Michele Ardengo - Dom, 09/10/2016 - 22:37

Un vademecum per fare un acquisto consapevole



L'olio extravergine di oliva è uno dei condimenti fondamentali della nostra dieta mediterranea, ma oggi non siamo sempre in grado di scegliere il giusto prodotto al supermercato, anche a causa dei regolamenti europei che permettono la commercializzazione nel nostro Paese di oli provenienti dall'estero, senza un'informazione trasparente.

Ecco alcuni semplici consigli per fare un acquisto consapevole e non incappare in spiacevoli sorprese:

1. È obbligatorio per il produttore scrivere sulla confezione l'origine dell'olio extravergine d'oliva.

2. Sulle bottiglie di olio d'oliva e olio vergine d'oliva può essere omessa l'origine delle olive, in quanto non obbligatorio per legge.

3. La marca non indica la provenienza della materia prima. Non fatevi ingannare da loghi con riferimenti geografici.

4. Per gli oli Dop e Igp è sempre obbligatorio indicare sull'etichetta l'origine.

5. Non esiste un prezzo base al di sotto del quale bisogna diffidare dell'olio che si sta comperando, ma è meglio non fidarsi degli oli con un prezzo molto inferiore rispetto a quello praticato all'origine.

6. È obbligatorio scrivere l'anno di raccolta delle olive solo per l'extravergine italiano al 100% raccolto nella stessa stagione.

7. La data di scadenza è obbligatoria, anche se è a discrezione del produttore.

8. L'unico modo per accertare la provenienza della materia prima è leggere attentamente l'etichetta.

9. Non sempre il bollino dell'ente certificatore indica che un prodotto sia italiano al 100%.

10. Se il produttore o il frantoiano sono persone conosciute, acquistate l'olio direttamente dal produttore. In caso contrario non saltate l'anello della catena di distribuzione

Cybercrime, Roma tra le città con più 'computer zombie'

repubblica.it

La mappa Norton-Symantec fotografa la situazione sulla rete di pc infetti usati da hacker: la Turchia in testa tra i paesi Emea, 'trampolino' di attacchi di Anonymous nel 2015

Cybercrime, Roma tra le città con più 'computer zombie'

ROMA è in cima alla classifica delle città italiane (e terza in Europa, Medioriente e Africa, l'area Emea) in cui ci sono più 'computer zombie' o 'botnet', cioè una rete di dispositivi grazie ai quali, all'insaputa dei legittimi proprietari, i criminali informatici possono sferrare attacchi da remoto. Il paese che detiene questo preoccupante primato è invece la Turchia. E' il dato che emerge da una ricerca di Norton by Symantec.

Disponibili anche a noleggio nel dark web, le più grandi 'botnet' possono mettere in rete milioni di dispositivi connessi a Internet e utilizzarli in attacchi coordinati. Questi sistemi vengono usati per inviare spam, commettere frodi o cyber-aggressioni che mettono fuori uso un sito web. Il termine botnet è diventato di dominio pubblico nei primi anni 2000, quando un adolescente canadese dal nickname Mafiaboy con questo metodo ha messo a ferro e fuoco portali del calibro di Amazon, eBay e Yahoo!.

Secondo i dati raccolti e analizzati da Norton nell'aerea Emea, l'Italia occupa dunque la seconda posizione nella classifica delle nazioni con il maggior numero di 'bot' ed è ottava per densità di 'macchine zombie' (1789 utenti per ogni infezione. Roma è invece terza tra le città dell'area considerata con una quota pari al 2,8% dei sistemi infetti. Oltre alla capitale, in Italia le città più esposte sono capoluoghi di Regione come Milano (seconda), Torino (settima) e Firenze (ottava), ma anche città come Arezzo (terza) e Modena (decima), "a testimonianza di come il fenomeno sia trasversale e indipendente dall'importanza politico-economica delle città prese di mira dai criminali", spiega la ricerca.

Nell'aerea Emea il paese che presenta il maggior numero di 'botnet' è la Turchia: nel 2015, ad esempio, molti attacchi di Anonymous erano basati su questo sistema. Il paese comprende il 18,5% della popolazione di bot nell'area considerata e il 4,5% a livello mondiale.

"I mercati e le città in cui di recente è stato registrato anche un piccolo aumento del numero di computer dotati di connessione a Internet ad alta velocità possono creare una nuova, redditizia fonte di sistemi da compromettere per i criminali informatici", spiega Ida Setti, Territory Manager, Norton Business Unit, Sud Europa che sottolinea come ora gli hacker utilizzino sempre più l'Internet delle Cose (cioè il sistema di oggetti connessi alla rete, dalle auto alle lavatrici) per creare il loro sistema di macchine zombie.

Nell'area Emea, l'Ungheria si posiziona al terzo posto, mentre Russia e Israele sono in fondo alla top ten. I paesi africani, in generale, occupano posizioni piuttosto basse "Il paese in cui si trova un 'bot' non è indicativo della posizione in cui potrebbe trovarsi il criminale che lo controlla - aggiunge Ida Setti -. Un computer infetto in Yemen potrebbe contribuire ad un attacco contro un server a Seul, controllato da un criminale in Minnesota. I criminali informatici possono impadronirsi direttamente di una 'botnet' oppure noleggiarne una, in base alle ore di utilizzo o al numero e alla potenza dei sistemi infetti".

(dati Internet World Stats / La mappa Norton-Symantec)

Grecia: muore Pattakos, ultimo dei colonnelli del golpe

repubblica.it

Aveva 103 anni, condannato a morte, la pena era stata commutata in ergastolo. Ma dal '90 aveva ottenuto la libertà per motivi di salute

Grecia: muore Pattakos, ultimo dei colonnelli del golpe
Stylianos Pattakos (ap)

ATENE - È morto all'età di 103 anni Stylianos Pattakos, l'ultimo sopravvissuto del 'triumviratò che, con il colpo di Stato, portò nel 1967 al potere il regime militare dei 'colonnellì in Grecia. L'agenzia di stampa Ana riferisce che Pattakos è morto in seguito a un ictus. L'ex colonnello era generale di brigata e comandante delle forze armate ad Atene quando prese parte al colpo di Stato guidato dal colonnello George Papadopoulos. Divenne ministro dell'Interno e coprì anche il ruolo di primo vice primo premier. Nel 1975 fu condannato a morte per il suo ruolo nel golpe, ma la sentenza fu commutata all'ergastolo. Venne poi rilasciato nel 1990 per motivi di salute.

La storia del golpe. Tra il 21 aprile 1967 e il 24 luglio 1974, la Grecia fu governata da una serie di governi militari anticomunisti saliti al potere con un colpo di Stato guidato dai colonnelli Georgios Papadopoulos, Nikolaos Makarezos e Ioannis Ladas. Leader della giunta furono Georgios Papadopoulos e, dal 25 novembre 1973, Dimitrios Ioannidis. Il colpo di Stato. Nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1967 venne dato a tutti gli appartenenti al gruppo dei golpisti il segnale per agire. Le unità mobili della polizia militare arrestarono più di 10.000 persone. Dirigenti politici, incluso il primo ministro Panagiotis Kanellopoulos, figure di rilievo ed anche semplici cittadini che avessero mostrato simpatie per la sinistra, furono arrestati o messi nella condizione di non poter comunicare.

I rapporti con la destra italiana. Durante il periodo della dittatura il governo greco ebbe stretti rapporti di collaborazione e sostegno con diverse formazioni della destra italiana, sia parlamentari, come il Movimento Sociale Italiano, che extraparlamentari, come Ordine Nuovo (il Centro Studi, non il Movimento Politico) e Avanguardia Nazionale, e con alcuni ambienti eversivi del Sid, i servizi segreti italiani di allora. Giovani neofascisti italiani spesso si recavano in Grecia per studiare, così come i rampolli della nomenklatura greca approdavano nelle università italiane.

I diritti civili calpestati. Durante il periodo in cui rimase al potere, la giunta militare soppresse le normali libertà civili. I partiti politici vennero sciolti e vennero istituiti tribunali militari speciali. Molte migliaia di cittadini accusati di essere comunisti, e di oppositori politici furono imprigionati o esiliati in lontane isole dell'arcipelago greco.

Le torture. Amnesty International inviò, segretamente, osservatori in Grecia e rilevò che la tortura era una pratica usata comunemente sia dalla polizia ordinaria che dalla polizia militare. Un osservatore statunitense, membro di Amnesty, scrisse nel dicembre 1969 che un conteggio per difetto di coloro che erano stati sottoposti a torture "assommava almeno a duemila individui".

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Parafrasando Orwell: “Tutti gli uomini sono animali, ma Trump è più animale degli altri”.