martedì 11 ottobre 2016

Nonna minaccia Renzi col forcone: "Paga la polizia, non i migranti"

Claudio Cartaldo - Mar, 11/10/2016 - 10:16

Ennio Libero Bendini e Rosina Fracasso, 87 e 86 anni, sono stati aggrediti da due immigrati nella notte. Lui è già libero. La signora minaccia Renzi



Un forcone contro Renzi in bella vista in diretta tv a Dalla Vostra Parte. Rosina Fracasso, 86 anni, si è presentata così nel collegamento dalla sua abitazione dove lo scorso 20 luglio due banditi stranieri sono entrati nella sua casa e hanno aggredito, derubato e torturato lei e il marito Ennio Libero Bendini, 87 anni, costretto peraltro a passare due mesi in ospedale.

I due anziani torturati contro Renzi

La signora Rosina, col forcone in mano, ha raccontato la sua vicenda. Ha spiegato come i due stranieri si siano introdotti nella notte nella sua abitaziona i provincia di Padova, li abbiano svegliati e costretti ad alzarsi. Volevano l'oro. Ennio non riesciva a camminare bene, ma i due immigrati senza pietà lo hanno preso dal letto, gli hanno spaccato il naso e poi lo hanno scaraventato giù da due rampe di scale. "Avevano un coltello in mano e mi dicevano di consegnargli la fede - racconta Rosina - ma non usciva. Avevo paura che mi tagliassero le dita".

La donna è stata anche colpita e ustionata al braccio con un ferro da stiro. Una notte di orrore ancora viva neglo occhi dei due anziani. E così Rosina, in diretta, ha mostrato il suo forcone e lanciato la sua sfida a Matteo Renzi: "Io dico a Renzi - si fa forza la 87enne - Io dico a Renzi che invece di dare i 35 euro a quei profughi, li dia alla polizia e ai carabinieri ce devono venire qui sotto casa mia a controllare che non succeda niente".

Un grido di dolore e di forza. Col forcone in mano.

(GUARDA IL VIDEO)

La lezione di Caprotti

Pompeo locatelli - Mar, 11/10/2016 - 08:40

«Capisco chi si compra uno yacht di 16 metri ma suvvia perché acquistarne uno di 100». Così parlò Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, scomparso da pochi giorni.

Una delle più belle storie dell'imprenditoria italiana, la sua. E in quelle parole così sferzanti, com'era nella tempra di un brianzolo tutto di un pezzo, vi è una certa presa di distanza da un mondo preoccupato solo di occupare il centro della scena. D'altronde la storia dice che lui è stato un uomo del costruire.

Nei fatti un irriducibile avversario di quel capitalismo di relazione che ha portato solo danni a questo Paese. Come si è tenuto sempre alla larga dai cosiddetti salotti buoni della finanza. Non ha mai usato la politica per trarne vantaggi. La politica ha utilizzato mille sotterfugi per ferire la sua impresa. Mi risulta che negli Stati Uniti il modello Esselunga è stato studiato nei dettagli, come si fa con le imprese di successo. In Italia molto meno.

Forse perché invitava a lavorare di più; perché ha creduto fermamente nella meritocrazia. Perché ha fatto sentire la sua voce davanti all'arroganza delle Coop. Caprotti, anziché perdere tempo a frequentare la «gente che piace», preferiva andare in incognito nei suoi supermercati, per osservare e conoscere meglio i suoi clienti. Una lezione d'impresa straordinaria. Oggi quanti imprenditori conoscono bene la propria potenziale clientela? A ben vedere, pur avendo costruito una realtà di enormi proporzioni, in sé custodiva lo spirito dell'artigiano, dell'uomo di bottega.

In questi giorni si è scritto molto di Caprotti. In generale è mancata la riflessione più semplice. Ma più vera, anche se rappresenta un giudizio che deve far pensare. Ovvero: in Italia fare impresa è cosa complicatissima. Come scalare (in bici) il Mortirolo con il rapporto sbagliato. Il successo di Caprotti è l'insuccesso della nostra politica. Un uomo solo al comando. Lui.

www.pompeolocatelli.it

Però ha dissacrato sacramenti e clero

Camillo Langone - Mar, 11/10/2016 - 08:20

Il bimbo andava battezzato, ma la Chiesa non deve avallare principi non cattolici

«Non ho trovato nulla da ridire», ha dichiarato l'arcivescovo di Gaeta nella cui giurisdizione è stato battezzato il cosiddetto figlio di Nichi Vendola, in realtà un bambino che dal punto di vista biologico, genetico, insomma naturale, con Vendola non c' entra un fico secco.



Quando il clero pecca di omissione tocca ai laici parlare e lo faccio malvolentieri anche perché c'è il rischio di passare per spietati: ma come, volevi negare il battesimo al piccolo Tobia? No, non mi sogno di negare il battesimo a nessuno, figuriamoci a un infante incolpevole, e però non accetto che si faccia di un sacramento l'occasione di una dissacrazione. Anzi di una dissacrazione doppia, quella del matrimonio e quella dell'ordine sacro ovvero del sacerdozio.

Dissacrazione del matrimonio perché il battesimo di Tobia è fatalmente apparso come una benedizione della convivenza more uxorio fra Nichi Vendola e il padre biologico del bambino, Eddy Testa (Nichi, Eddy: manco i nomi sono da cristiani...). In barba alla Bibbia, all'Antico Testamento, al Nuovo Testamento e pure al Catechismo vigente che all'articolo 2357 recita: «Gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale». Dissacrazione del sacerdozio perché questo battesimo per la forma esterna che ha preso, così strombazzato e corredato di parole in libertà, ha rappresentato parroco e vescovo come uomini di mondo anziché di Dio.

Che magari non è vero, o non del tutto, ma questo è sembrato e sembra. Abitassi a Suio Terme avrei d'ora in poi qualche problema ad assistere alle messe di don Natalino Di Rienzo, il battezzatore materiale, secondo il quale «i padrini sono persone nella fede», e ci mancherebbe, mentre «i genitori hanno fatto regolare percorso». Quale percorso? E, soprattutto, quali genitori? Per quale motivo la madre di Tobia non viene mai citata? Dove l'hanno nascosta? Il totalitarismo omosessualista a cui l'arcidiocesi di Gaeta si è inchinata assomiglia sempre più al totalitarismo comunista: ricordate le foto sovietiche ritoccate, quelle in cui Trotsky e gli altri rivoluzionari caduti in disgrazia venivano cancellati affinché ci si dimenticasse perfino della loro esistenza?

Vendola, che comunista lo è stato, se le ricorderà senz'altro... Nelle foto delle famiglie omogenitoriali c'è spesso una persona sbianchettata, la donna che per nove mesi ha portato in grembo la creatura poi sottrattale, subito dopo la nascita, dagli atroci committenti. A Tobia hanno rubato la mamma, e l'arcivescovo di Gaeta non ci trova nulla da ridire.

Alla rovescia

La Stampa
massimo gramellini

Esisterà un mondo parallelo dove i funzionari di Equitalia fanno la spesa ai contribuenti morosi e le donne mettono al tappeto i potenziali stupratori? Sono notizie massaggianti, perciò mi affretto a raccontarle prima che vengano smentite. A Mestre un operaio da 1200 euro al mese, di cui metà vanno via per l’affitto, si consegna allo sportello delle tasse per negoziare la dilazione di una sfilza di bollette.

Anziché trattarlo come un furfante e impiccarlo a qualche codicillo del regolamento, l’impiegato inanella una serie di gesti inediti. Lo ascolta, ed è già tantissimo, con l’epidemia di otite che c’è in giro. Lo aiuta a trovare una formula di pagamento meno straziante. Poi lo accompagna al supermercato e gli finanzia il contenuto del carrello. Ultimo tocco d’autore: pretende l’anonimato. 
A un’ora di macchina - nel centro di Pordenone - una ragazza di origine spagnola esce di casa verso mezzanotte per l’ultima pipì del cane quando viene aggredita alle spalle da tre giovani pachistani, il cui tasso di vigliaccheria è pari solo a quello di sfortuna statistica.

La ragazza è una praticante di pugilato: stende il primo con un pugno al mento, il secondo con un gancio e il terzo con un montante. Quando arriva la polizia, trova una donna pugile che saltella sul posto e tre maschietti che si contorcono sul marciapiede. Qualcuno ha messo in dubbio alcuni particolari della ricostruzione, ma facciamo finta che sia tutto vero. Che esista veramente un mondo dove la campionessa stendi-bulli e l’operaio indebitato vanno a cena insieme e Equitalia paga il conto.

Il ritorno a casa della super pepita

La Stampa
antonella mariotti

“Rubata” dalla miniera Chamousira di Brusson, oggi al museo



È un simbolo, pesa quasi sei chili, e intrappolato porta un chilo d’oro. Sei chili di quarzo e uno di oro: è la pepita del filone Speranza della miniera d’oro Chamousira Fenilliaz, chiusa per decenni dopo la fine della «coltivazione» e riaperta come museo a Brusson. Rubata nella miniera un quarto di secolo fa, è tornata a casa da qualche giorno, nella sala che le ha dedicato il museo del Forte di Bard, dove si racconta la storia delle miniere della Valle d’Aosta. «Molte pepite sono state portata via dalla Chamousira quando è stata chiusa l’attività estrattiva - spiega Giulio Grosjaques, sindaco di Brusson - molte sono finite al museo Civico di Milano». Ora una è tornata a Bard, ma l’idea «è fare una mostra l’anno prossimo con tutti i campioni milanesi».

L’anteprima del ritorno a casa dell’oro di Brusson è inserita nella Settimana del Pianeta Terra (16/23 ottobre), il festival nazionale scientifico patrocinato da Ispra. «La pepita del filone Speranza - dice Ilaria Rossetti, geologa e direttrice della Chamousira - è oro “nativo” ma il suo aspetto è diverso da come lo si vedrebbe in natura. Il quarzo è stato trattato con l’acido per far esaltare l’oro. Caratteristica del campione è che contiene oro puro non mescolato con altri materiali, come la pirite, una particolarità geologica che rende le miniere di Brusson uniche al mondo».

La visita in sotterraneo della miniera permette di capire la giornata dei minatori di Brusson: in Valle d’Aosta c’erano miniere di ferro, argento, oro e rame, utilizzate per far fronte all’arsenale sabaudo. Alcune erano situate in quota fino a 1600 metri e i minatori dovevano essere alpinisti. Acido e mercurio, vapori velenosi respirati per ore di lavoro nei cunicoli bui della miniera per creare i buchi dove inserire l’esplosivo: «Si doveva perforare la roccia per tre metri, altrimenti niente paga - dice Renato Stevanon, ideatore del parco minerario -. Stiamo raccogliendo le storie degli ultimi in vita, sono una trentina, il più vecchio ha 101 anni, il materiale e le testimonianze sul Parco minerario della Valle diventeranno un archivio unico».

Franco Filippa ha 75 anni, era un ragazzino quando lavorava nella miniera col padre: «Una vita dura - racconta - tutto era fatto solo con la forza delle braccia, anche il materiale che si portava fin qui, il gasolio, gli attrezzi… quanta fatica».

Un italiano su quattro fa acquisti con smartphone e tablet

La Stampa
sara iacomussi

La ricerca di Nielsen rivela che l’Italia è indietro rispetto a Europa e al resto del mondo



Un italiano su quattro fa acquisti tramite smartphone o tablet. È quanto emerge dall’indagine di Nielsen Mobile Ecosystem Survey, che ha effettuato una raccolta dati prendendo a campione 30 mila possessori di apparecchi mobile in 63 paesi, tra cui l’Italia, negli ultimi sei mesi. Non si tratta di una semplice compravendita on line: il 74% dei consumatori a livello globale sottolinea, infatti, la possibilità di essere connessi sempre e in ogni luogo, fattore determinante e che rende unico l’acquisto tramite mobile.

La Penisola è piuttosto indietro rispetto al resto del mondo: in Europa i numeri aumentano fino al 32%, mentre sale al 38% la percentuale mondiale. In prima fila i paesi emergenti: India (46%), Indonesia (37%), Messico (34%) e Turchia (34%) sono i campioni dell’acquisto tramite mobile. Il limite principale per la diffusione del sistema di pagamento è la preoccupazione per come viene gestito il passaggio di denaro: il 35% degli italiani non intende passare al mobile per questo motivo. Preoccupazione condivisa anche dai consumatori europei (46%) e nel resto dei Paesi su scala mondiale (53%).

In Italia è, però, previsto uno sviluppo del mobile-only banking, le banche che offrono servizi unicamente tramite mobile. Sono, infatti, 29,7 milioni i possessori di smartphone, mentre quelli di tablet sono 11,6 milioni. Attualmente solo un decimo (il 9%) degli intervistati dichiara di avere eseguito o ricevuto pagamenti in modalità Peer-to- Peer, vale a dire da smartphone a smartphone o pc. Numeri che vengono sorpassati in Europa (19%) e nel mondo (28%). Il 71% del campione dichiara anche di accompagnare le diverse fasi dello shopping facendo uso del proprio smartphone. In particolare, il 40% ricerca attraverso il proprio cellulare informazioni su prodotti e servizi (media Europa 44%), il 36% compara i prezzi (Europa 41%), il 30% (vs 32%) gli intervistati che ricercano promozioni o coupon (vs. 32%).

Si calcola che nei prossimi 10 anni la modalità mobile possa generare un giro d’affari pari a 10 trilioni di dollari: «Ottimizzare l’esperienza del mobile – ha dichiarato l’amministratore delegato di Nielsen Gianni Fantasia - costituisce la sfida più importante per ogni strategia di e-commerce, grazie alla facilità d’uso, alla convenienza, all’accesso ad un assortimento rilevante, all’abbattimento dei tempi di evasione delle transazioni, e a un linguaggio comune delle piattaforme tecnologiche».

In Egitto arriva l’app che protegge attivisti e dissidenti dalle sparizioni nel nulla

La Stampa
rolla scolari

Si chiama “I Protect” e allerta i contatti inviando la posizione al momento dell’arresto



Un click sulla tastiera di un finto calcolatore, nascosto sul telefono, per non scomparire nel nulla: desaparecido, come si dice utilizzando parole prese in prestito dal passato dell’America Latina. In Egitto, dove invece le sparizioni politiche sono diventate un inquietante presente, è stata lanciata u n’applicazione per Android contro le scomparse forzate di attivisti, dissidenti, giornalisti, manifestanti che, secondo le associazioni per i diritti umani locali, avvengono quotidianamente nel Paese per mano degli apparati di sicurezza. Le autorità locali negano l’esistenza di detenzioni segrete.

Oltre 500 persone in Egitto avrebbero già scaricato I Protect nelle prime ore dopo il suo lancio. L’applicazione si “nasconde” nelle sembianze di un calcolatore sullo schermo dello Smartphone. All’occorrenza, schiacciando un numero pre-impostato, partono sia la localizzazione dell’individuo sia tre sms o email a contatti inseriti nel momento del download. Un ulteriore messaggio va direttamente alla Egyptian Commission for Rights and Freedoms (ECRF), la Ong all’origine dell’idea e che da mesi lavora ai casi di scomparse forzate.

Secondo i dati raccolti dall’associazione, nel 2015 sarebbero state oltre 1.500 le sparizioni di individui in Egitto, in qualche modo legati al dissenso contro il regime del presidente AbdelFattah al-Sisi, e nei primi cinque mesi del 2016 oltre 600. Benché si tratti, secondo gli attivisti per i diritti umani, di casi quasi quotidiani, la situazione è emersa ed arrivata all’attenzione internazionale soltanto con la scomparsa a gennaio al Cairo di Giulio Regeni e il ritrovamento a febbraio del corpo martoriato del ricercatore italiano lungo l’autostrada Cairo-Alessandria.

Mohammed Lofty, direttore esecutivo di ECRF, ha spiegato al Guardian l’importanza dell’app: sapere nelle prime 24 ore la localizzazione dell’individuo garantisce una possibilità d’entrare in contatto con l’arrestato prima che questo sia trasferito da una stazione di polizia a centri di detenzione dove spesso si perdono le tracce e i contatti per settimane o mesi e dove, secondo le associazioni che seguono molti casi di desaparecidos, avvengono torture e abusi.

In un report sull’Egitto pubblicato a luglio, Amnesty International ha parlato di apparati di sicurezza che «rapiscono, torturano, e forzano la scomparsa di persone nel tentativo di intimidire le opposizioni e cancellare il dissenso pacifico”, e ha scritto che “le sparizioni forzate sono diventate uno strumento chiave della politica dello Stato in Egitto: chiunque parli è a rischio». Da qui, secondo la Egyptian Commission for Rights and Freedoms, la necessità di cercare l’aiuto della tecnologia con la creazione dell’applicazione.

Qualcosa di simile era già stato fatto quando la rivoluzione pacifica di piazza Tahrir del 2011 aveva lasciato spazio, nei mesi del potere di una giunta militare, agli scontri di piazza. All’inizio, in molti utilizzavano Twitter: «La polizia mi sta portando via, mi trovo nella tale via davanti al tale negozio» per esempio. Poi, nel 2013, era nata una app, Byt2ebed 3alia, «mi arrestano», per l’invio da Android e Balckberry di un segnale a contatti prescelti. 

Quando la tecnologia in ufficio è un problema

La Stampa
diletta parlangeli

Dallo studio, presentato da Sharp, il 43% dei lavoratori va in difficoltà quando si parla di servizi cloud. Problemi anche con Power Point e Word



Oltre dieci minuti al giorno trascorsi ad aspettare che i documenti vengano stampati, oltre quindici per cercarli nella rete aziendale. Undici minuti e rotti spesi, quotidianamente, per riavvio o riparazione dei dispositivi a disposizione (il famoso “hai provato a spegnere e riaccendere?”). E dove finiscono le perdite di tempo causate dalle macchine iniziano quelle legate alle competenze: fin quando c’è da caricare la carta nella stampante, va (quasi) tutto bene (sono sicuri di saperlo fare il 68% degli italiani), ma attenzione a parlare di archiviazione di documenti nel cloud (57%).
Questi alcuni dei dati emersi dalla ricerca condotta da Censuswide, per conto di Sharp, sull’uso della tecnologia in ufficio, che ha preso in analisi un campione di 6045 impiegati in nove Paesi europei, tra cui l’Italia.

La tecnologia “obsoleta e datata” fa perdere minuti preziosi secondo il 30% degli intervistati italiani, mentre per il 42% la colpa è dei colleghi che non sanno usare stampanti e scanner. I partecipanti all’indagine hanno dichiarato di spendere 13 minuti e 33 secondi al giorno per aiutare i vicini di scrivania a usare programmi come Power Point e Word, non proprio i più rari quando si lavora in un ufficio. Eppure, sembrano quasi tutti concordare sul fatto che la tecnologia faciliti la condivisione di idee e informazioni (78%) e la collaborazione con i colleghi (77%). Se la tecnologia dell’ufficio fosse più aggiornata, ha risposto il 70% tra i partecipanti italiani, “sarei in grado di svolgere un lavoro migliore con più persone”.

A detta di Sharp, che ha inserito la ricerca in una campagna di comunicazione chiamata “Unlock”, che le consente di promuovere le proprie soluzioni e farle conoscere anche alle piccole e medie imprese, uno dei problemi emersi è proprio “la mancanza di motivazione causata da una tecnologia obsoleta”. Per porvi rimedio, l’azienda propone, per esempio, “display interattivi che consentono presentazioni senza l’uso di cavi” (il 13% dei partecipanti ha dichiarato di perdere tempo perché “manca qualche cavo o i collegamenti sono sbagliati”) oppure “alle app per la stampa mobile e le soluzioni per flussi di lavoro che consentono di automatizzare i processi amministrativi di routine”.

Certo è, che si debba investire in risorse, anche umane. Il più grande problema delle aziende italiane, secondo il professore Domenico De Masi, sociologo e docente all’Università La Sapienza di Roma, è la situazione di stallo che tiene la maggior parte delle aziende («strutture obsolete che si danno delle grandi arie«) ancora in mano agli “analogici”. «E con questo termine non intendo solo chi ha una propensione o meno all’uso delle tecnologie - commenta - ’Digitale’ indica un modello di vita: è digitale quella generazione che sa l’inglese, viaggia di più, non fa troppa distinzione tra notte e giorno o feriali e festivi». Analogici, sarebbero tutti gli altri, che stanno fermi nel loro guscio e «si spaventano di immigrati e gay».

«Il nostro dramma – continua il sociologo – è che abbiamo piramidi con al vertice analogici, che detengono potere, ma non competenze, e alla base i digitali, che hanno competenze e non il potere». E mentre si aspetta il ricambio generazionale, unica via d’uscita («Noi siamo irrecuperabili», chiosa De Masi), si spera che qualcuno intanto rinnovi almeno le dotazioni tecnologiche. Tornando all’analisi, nel 53% dei casi in Italia, per esempio, i dipendenti hanno risposto di usare al lavoro dispositivi privati, perché «più facili da utilizzare».

Poi, va sempre considerata la quota di chi, per coprire la scarsa voglia di mettersi all’opera, adduce scuse: il 27% ha finto che i dispositivi fossero rotti per non doverli utilizzare. 

Morte di Caprotti, cambia la spesa. La classifica: quali sono i supermercati più economici

Libero
di Davide Maria De Luca

Morte di Caprotti, cambia la spesa. La classifica: quali sono i supermercati più economici

Ci sono poche cose che più della spesa al supermercato accomunano gli italiani, al di là dell’età, del luogo e del reddito. Proprio questa attività, nei prossimi mesi, potrebbe subire dei cambiamenti come non se ne vedevano da un decennio. La ragione di questa possibile rivoluzione è la morte di Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga, e l’incertezza che ne deriva per quanto riguarda il futuro della sua azienda. Un lungo dissidio con i figli, a cui Caprotti cedette l'azienda alla fine degli anni Novanta, per poi riprendersela, ha sbarrato la

strada a una transizione tra una generazione e quella successiva. Nel suo testamento, Caprotti ha diviso le quote dell'azienda tra i suoi figli e la sua seconda moglie, lasciandone il controllo alla seconda moglie e alla terza figlia. Nel panorama di una delle industrie più importanti per la nostra vita di tutti i giorni, molto cambierà se gli eredi troveranno un accordo per gestire una delle più grandi società di grande distribuzione del nostro paese, se si perderanno in battaglie legali o se decideranno di cederne il controllo.

IL CONFRONTO
Quando si parla di grande distribuzione (GDO), una delle questioni più importanti per gli italiani è capire dove è possibile trovare i prezzi più convenienti, che è poi anche uno dei terreni di scontro più aspro tra le varie catene. I dati più aggiornati sul panorama di oggi sono quelli di un'indagine di Altroconsumo, pubblicata all’inizio di ottobre. Secondo l’associazione, molto dipende dal tipo di spesa che i consumatori preferiscono fare: una spesa con prodotti di marca, una di prodotti economici oppure una spesa con prodotti misti. Chi preferisce riempire il carrello con prodotti di marchi, può risparmiare andando ai supermercati Unes, Conad e Coop, che secondo Altroconsumo sono in testa alla classifica. Esselunga, invece, non è particolarmente conveniente, mentre i francesi Auchan e Carrefour lo sono ancora meno.

Chi preferisce i prodotti a basso costo dovrebbe fare la spesa da Eurospin, una catena relativamente nuova, ma che è cresciuta moltissimo negli ultimi anni. Per i carrelli misti, fatti di prodotti commerciali e a basso costo, i più convenienti sono i supermercati Esselunga, Simply e i grandi supermercati Coop (gli Ipercoop).

Il tipo di spesa, però, dipende anche dalle abitudini personali e dalla geografia. Esselunga possiede solo supermercati molto grandi, collocati in genere nelle grandi città o nelle immediate vicinanze. Carrefour, Coop e Auchan hanno invece scelto di creare anche negozi molti piccoli, i mini-supermercati di quartiere. Auchan ha un totale di mille e ottocento punti vendita, Carrefour più di mille e cento e Coop circa ottocento. I piccoli supermercati, però, per quanto siano in genere comodi perché vicini alla propria abitazione, hanno in genere prezzi più alti.

LO SCENARIO
Ma perché la scomparsa di Caprotti rischia di cambiare questo quadro? La risposta è nell’importanza di Esselunga nel panorama della grande distribuzione italiana. Con un fatturato di 6,8 miliardi, Esselunga domina su quasi tutti i suoi concorrenti, come i francesi di Carrefour, che nel 2014 hanno fatturato 4,6 miliardi, e quelli di Auchan, che ne hanno fatturati 4,5. Quella dello scontro tra Esselunga e i giganti francesi è una storia di successo italiana. Carrefour e Auchan sono arrivati in Italia alla fine degli anni Novanta. Per alcuni anni hanno avuto una crescita impetuosa, mettendo in ombra Esselunga e arrivando a minacciare

anche il peso massimo del settore in Italia, Coop. Ma tra il 2010 e il 2014, sia Auchan che Carrefour hanno cominciato a mostrare difficoltà. Diversi punti vendita sono stati ceduti o chiusi, i tempi di pagamento dei fornitori si sono allungati e i margini di guadagno si sono assottigliati. Una delle ragioni di questa crisi, secondo alcuni analisti, potrebbe essere che le due catene puntano molto sui franchising, che compongono una fetta maggioritaria dei loro esercizi. Le grandi catene italiane preferiscono di solito gestire direttamente i loro punti vendita.

GUERRA COI FRANCESI
Mentre dalla fine degli anni Duemila i francesi sono entrati in crisi, Esselunga è riuscita a migliorare i suoi conti e non solo: la società guidata da Caprotti ha raggiunto il primato nell'efficienza, ogni metro quadrato di spazio dei suoi supermercati genera sedicimila euro di vendite, il record assoluto in Italia. Alla fine del primo decennio del Duemila, Esselunga è tornata saldamente al secondo posto come maggiore società di grande distribuzione in Italia, riprendendosi la posizione che le era stata sottratta dai francesi. Soltanto Coop ha un fatturato maggiore di Esselunga, circa 11 miliardi.

Ma in questa cifra c’è una sorta di “trucco”, contro il quale lo stesso Caprotti si è scagliato più volte. Coop riesce a rimanere in attivo principalmente grazie alla cosiddetta “gestione finanziaria”, il risultato dei “prestiti sociali” fatti alla cooperativa dai suoi soci. Questi prestiti, vengono successivamente reinvestiti per produrre utili che in genere sono più abbondanti di quelli prodotti dall’attività dei supermercati. Nel periodo 2009-2013, ad esempio, la gestione finanziaria di Coop ha prodotto 889 milioni di euro di utile, contro 249 milioni provenienti dalla parte industriale. Coop, in sostanza, funziona in parte come una banca, raccogliendo e investendo risparmio, anche se, tecnicamente, non è affatto una banca.

LA GEOGRAFIA
Caprotti si batté a lungo contro le Coop e nel 2007 pubblicò il libro Falce e carrello, in cui accusava le amministrazioni di sinistra del centro Italia di ostacolare la penetrazione di Esselunga sul loro territorio. Di conseguenza, Esselunga è rimasta sempre legata al nord Italia e in particolare a Milano, la città dove è nato e dove è sempre vissuto Caprotti. La maggior parte dei centocinquanta esercizi di Esselunga sono concentrati in Lombardia e in una sorta di dorsale appenninica che va dal Piemonte alla Toscana, nessuno a sud di Arezzo (tranne uno aperto recentemente a Roma), ma nessuno nemmeno in Liguria (a parte un super a La Spezia) e nessuno a est di Verona e nemmeno in Romagna. Gli altri maggiori operatori del settore sono il discount Eurospin, quello che negli ultimi anni è cresciuto alla velocità maggiore, con un aumento del fatturato tra 2010 e 2014 di più dei 50 per cento, e Iper-Unes.

LA PREVISIONE
Mercoledì scorso con l’apertura del testamento che ha rivelato sue ultime volontà, Caprotti ha affidato il controllo della quota di maggioranza delle azioni alla sua seconda moglie e alla figlia avuta con lei, Marina Sylvia. Giuseppe e Violetta, che negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si occuparono a lungo dell'azienda, controllano poco più del 30 per cento delle azioni.
Il management della società ha dato immediatamente un segno di continuità, dichiarando che per il momento le procedure di vendita di Esselunga iniziate da Caprotti sono state bloccate. Se i manager attuali saranno confermati, se gli eredi troveranno rapidamente un accordo per gestire la società, lo scenario della grande distribuzine organizzata in Italia cambierà poco. Se, invece la società finirà paralizzata dalle battaglie legali o se sarà venduta a una società concorrente, il nostro modo di fare la spesa potrebbe cambiare parecchio.




"La mia segretaria sa un segreto...". Bernardo Caprotti, la minaccia nel testamento.

Libero

Bernardo Caprotti

Dicevano che senza di lei non si muovesse un dito. E il fatto che Bernardo Caprotti stimasse (eufemismo) la sua storica segretaria lo dimostra il testamento: a lei, alla signora Germana Chiodi, è andato il 50% del suo patrimonio in contanti. Ma chi è la riservatissima Germana, a cui Caprotti ha dedicato un intero capitolo del suo testamento (oltre che la metà dei risparmi)?

Qualche informazione in più sulla signora arriva dal Corriere della Sera, che ne tratteggia un ritratto. Entrata in Esselunga non ancora ventenne, nel 1968, è la memoria storica del gruppo e anche della famiglia. Ai tempi del suo arrivo l'azienda si chiamava Supermarkets Italiani e contava una ventina di dipendenti. La Chiodi, da quegli anni, ha sempre fatto parte della storia di Esselunga, fino a diventare dirigente e capo della squadra che compone la segreteria del gruppo, il centro nevralgico della catena.
Con Caprotti, Germania ha condiviso tutti gli aspetti aziendali e strategici: fidatissima, Bernardo chiedeva sempre a lei consiglio, e quel consiglio spesso era una decisione. La segretaria, inoltre, faceva da tramite con la famiglia, la moglie Giuliana Albera e la figlia Marina Sylvia, un ruolo che negli ultimi tempi, durante la malattia di Caprotti, si era rafforzato.

Va da sé, la Chiodi è stata trattata come un membro di famiglia. Nel testamento di Caprotti si legge: "Germana custodisce il ricchissimo archivio che narra anche le molte dolorose vicende familiari oltre che aziendali". La custode dei segreti, insomma. Il riferimento è ai rapporti burrascosi con i figli Giuseppe e Violetta. Parole, quelle di Caprotti nel testamento, che sembrano un monito, un segnale agli eredi: basta con le battaglie giudiziarie e i rancori. Anche in vista della futura vendita del gruppo.
Chi si chiede quanti soldi, effettivamente, erediterà Germana Chiodi ancora non ha risposta precisa. La somma, infatti, sarà delineata in futuro, quando sarà stato completato il punto su titoli e conti correnti del patron. A lei, inoltre, Caprotti ha lasciato due dipinti di fiori di Mario Nuzzi, alla donna che "con tanto affetto mi ha seguito negli anni, anche nelle mie cose personali".

Dalla prima volta dell’America all’Universo

La Stampa
piero bianucci


La “Universalis Cosmographia” pubblicata dal cartografo tedesco Martin Waldseemuller

“Dove siamo?” è una delle tre o quattro domande che accompagnano tutto il cammino dell’umanità. Le mappe terrestri e celesti tracciate in tremila anni di ricerche testimoniano lo sforzo costante per migliorare la risposta. Una svolta storica è segnata dalla “Universalis Cosmographia” pubblicata dal cartografo tedesco Martin Waldseemuller nel 1507, la prima carta geografica in cui compare la parola America, tanto che è considerata il “certificato di nascita” del Nuovo Mondo.

Benché le Americhe siano disegnate grossolanamente come una sottile striscia di terra che si estende dall’estremo Nord all’estremo Sud, questa mappa, che misura 2,32 per 1,29 metri, è anche la prima a rappresentare con buona approssimazione l’intero pianeta. Fu stampata in mille esemplari, ma se ne è salvata una sola copia che dal 2003 appartiene alla Library of Congress di Washington. Ora però tutti possiamo esplorarla nei minimi particolari visitando il sito web costruito dal Museo Galileo di Firenze: http://mostre.museogalileo.it/waldseemuller/

Se poi vogliamo farci un’idea di quale sia stato il progresso rispetto a quella mappa già a modo suo moderna, basta andare nel sito https://map.what3words.com/ e scaricare una app che divide la superficie della Terra in 57 milioni di miliardi di quadratini di 3 metri per 3 (tre metri corrispondono in coordinate terrestri a un decimo di secondo d’arco), ognuno geolocalizzato con le coordinate Gps e identificato da tre parole casuali (si può scegliere la lingua).

Poiché circa 4 miliardi di persone non hanno un indirizzo civico (via, numero, codice postale, città o paese etc.), le tre parole di what3words rimediano localizzandovi dovunque voi siate con l’incertezza di appena tre metri. Per esempio in questo momento sto scrivendo in cucina e il mio indirizzo è contenuto nelle tre parole “cartoni.sbarre.lodare”. Ma se mi sposto nel mio studio l’indirizzo diventa “soci.bollita.arrosti”.

Ciò che era la cartografia terrestre al tempo della mappa di Martin Waldseemuller oggi è la cosmologia, cioè quella parte dell’astronomia che si occupa della nascita e dell’evoluzione dell’universo. Pochi si rendono conto del fatto che questa scienza dagli Anni 60 del secolo scorso e chissà fino a quando, sta attraversando una nuova età dell’oro, del tutto paragonabile all’età dell’oro che la cartografia terrestre conobbe nel Cinquecento.

Il fatto sorprendente è che persino i più recenti sviluppi della cosmologia hanno radici piuttosto antiche che, in un modo o nell’altro, ci riportano a Einstein e ai due grandi contributi che il grande scienziato tedesco diede alla fisica moderna: la teoria della relatività e la meccanica dei quanti. Vale la pena di richiamare questo lascito profetico di Einstein e il debito che la cosmologia contemporanea ha con lui.

Nel 1924 Einstein scrisse con il fisico indiano Satyendra Nath Bose un articolo nel quale si ipotizzava l’esistenza di uno stato estremo della materia ultra-fredda nel quale i singoli atomi si comportano in modo coerente come i fotoni in un raggio laser. Infatti in meccanica quantistica le particelle atomiche possono essere viste anche come onde. Il risultato è quello che si chiama “condensato di Bose-Einstein”.

In esso tutti gli atomi alla fine si comportano come un singolo grosso atomo: si può immaginare un laser ad atomi o un computer quantistico ultraveloce. Ma qualche cosmologo addirittura ha ipotizzato che la materia oscura sia costituita da condensati di Bose-Einstein. La cosa certa è che solo settant’ anni dopo, nel 1995, si riuscì a realizzare in laboratorio la profezia di Bose-Einstein, e nel 2001 Ketterle, Cornell e Weiman ricevettero il Nobel per le loro ricerche sul “condensato”. Quanto alla materia oscura che costituisce un quarto dell’universo, chi vivrà vedrà.

Altra storia. La relatività generale del 1916 prevedeva il redshift gravitazionale della luce: in pratica, la luce emessa da un oggetto massiccio viene spostata verso il rosso dall’attrazione gravitazionale. Solo nel 1959 il fenomeno previsto da Einstein fu dimostrato inviando radiazione dalla cantina al tetto (22 metri) in un laboratorio di Harvard. Inoltre le due relatività, speciale e generale, fanno sì che il tempo scorra in modo diverso su ogni corpo celeste in funzione della sua velocità e della sua massa.
Quando guardiamo il cielo, quindi, non solo vediamo tante epoche diverse in funzione della distanza dell’oggetto – da un minimo di un secondo fa per la vicinissima Luna a 13 miliardi di anni fa per le galassie più lontane – ma vediamo anche oggetti sui quali il tempo scorre in modo molto diverso rispetto al tempo che misuriamo sulla Terra.

Ancora: la relatività generale prevede che possano esistere singolarità gravitazionali dalle quali nemmeno la luce può sfuggire perché la loro velocità di fuga è superiore a 300 mila chilometri al secondo: sono i buchi neri, espressione inventata da John Wheeler. A partire dalla metà degli anni 70 del secolo scorso intorno a noi ne sono stati scoperti più di cinquanta e oggi si pensa che ogni galassia, e in particolare quelle attive, abbiano nel loro centro un buco nero.

Le grandi masse, deformando lo spazio circostante, possono funzionare come lenti gravitazionali. Previste da Einstein già nel 1913, anch’esse sono state osservate per la prima volta negli anni 70 e oggi gli astronomi le usano comunemente per scrutare oggetti così deboli e lontani che altrimenti sfuggirebbero anche ai maggiori telescopi.

Persino quello che Einstein credette il suo “più grave errore”, cioè la “costante cosmologica” con la quale cercò di rendere stabile l’universo ridisegnato con la relatività generale, finalmente si rivelò come una straordinaria intuizione: nel 1998 si scoprì che l’espansione dell’universo accelera e per questa scoperta Perlmutter, Riess e Schmidt ebbero il Nobel. L’accelerazione dell’universo è spiegata attualmente con la presenza dell’energia oscura, che costituirebbe il 74 per cento dell’universo: indirettamente, un altro “regalo” di Einstein. La stessa cosmologia del Big Bang è scritta tra le righe della relatività e fu comprovata dalla scoperta del fondo di radiazione cosmica scoperto da Wilson e Penzias nel 1965.

Infine, l’ultimo lascito: le onde gravitazionali. Rilevate indirettamente in una pulsar binaria da Hulse e Taylor, premiati con il Nobel nel 1993, sono state osservate per la prima volta direttamente con l’antenna americana LIGO nel settembre 2015 e annunciate ufficialmente nel febbraio 2016.
Insomma, tutte le strade della cosmologia contemporanea in qualche modo portano a Einstein. E’ ancora lui la versione moderna del cartografo Martin Waldseemuller autore della “Universalis Cosmographia”. Per inciso, il Gps che rende possibili i 57 milioni di miliardi di quadratini di 3x3 metri di “what3words” applica le due relatività – speciale e generale – tenendo conto della velocità dei satelliti e del campo gravitazionale in cui si muovono. Tanti saluti da un luogo chiamato “cartoni.sbarre.lodare”.

La Cia può prevedere le rivolte con 5 giorni di anticipo

La Stampa
andrea nepori

Grazie ai big data e ad avanzati algoritmi di deep learning, l’agenzia statunitense sostiene di poter prevedere disordini sociali molto prima che avvengano. Siamo nell’era dell’intelligence artificiale



«I predict a riot», «prevedo una rivolta», cantavano i Kaiser Chiefs nel 2005. Ora la CIA riesce a farlo per davvero grazie a nuove strategie di analisi di grandi basi di dati con algoritmi di deep learning. Lo ha rivelato il Deputy Director per l’Innovazione Digitale dell’agenzia, Andrew Hallman, durante un intervento al Fedstival, una conferenza tecnologica riservata agli operatori delle agenzie federali statunitensi.

Hallman è l’uomo scelto dal direttore della CIA John Brennan un anno fa per guidare la nuova divisione digitale dell’agenzia di Langley il cui scopo è lo svecchiamento dell’approccio tecnologico all’analisi d’intelligence. Secondo Hallman nel giro di 12 mesi i primi risultati sono già misurabili e la CIA ora vanta una migliore «intelligenza anticipatoria».

PREVISIONI PIÙ PRECISE
L’analisi algoritmica dei dati permette di prevedere con maggiore precisione vari scenari, dal riciclaggio di denaro agli spostamenti degli estremisti. Passando anche per la capacità di intuire disordini sociali in divenire, con un anticipo che può variare dai 3 ai 5 giorni.
«Ciò che stiamo cercando di fare all’interno di una unità del mio direttorato, è sfruttare ciò che sappiamo dalle scienze sociali e applicarlo allo sviluppo delle instabilità, come colpi di stato e instabilità finanziarie», ha spiegato Hallman, «prendendo ciò che sappiamo dai sei o sette decenni scorsi e facendo leva sulla progressiva misurabilità tecnologica del globo».

DATI INCROCIATI
Quello che la CIA ora è in grado di fare, in altre parole, è processare meglio l’enorme mole di dati in suo possesso (d’archivio o rilevati in tempo reale grazie all’ampia rete di controllo delle tecnologie) e incrociarli con altri dataset open source di pubblico dominio. Lo scopo è riconoscere, grazie ad algoritmi avanzati, i pattern, le ripetizioni e più in generale gli indicatori che possano rivelarsi precursori di uno scenario di instabilità già osservato in passato.

PER AGENTI E LEGISLATORI
Le rilevazioni così ottenute sono utili sia per gli agenti sul campo, che possono operare con maggiore efficacia, sia per i legislatori, che sulla base delle informazioni di intelligence spesso devono decidere il proprio corso d’azione. I nuovi sistemi offrono risultati più precisi e attendibili, ha spiegato ancora Hallman. E così, se finora governo e leader hanno sempre preferito affidarsi all’intelligence di vecchio stampo, generato più con l’intervento sul campo che nei datacenter, i nuovi «briefing» creati grazie all’intelligenza artificiale cominciano a guadagnare credibilità anche a Washington.

Pagamenti doppi e addebiti fantasma. Le trappole del canone Rai in bolletta

La Stampa
sandra riccio

C’è tempo fino al 31 ottobre per saldare il conto senza sovrattassa: ecco come evitare errori



Pagamenti doppi, mancati addebiti, esenzioni del tutto ignorate. Il canone Rai, che dal 1° luglio è nella bolletta della luce, ha portato con sé una lunga lista di grane. Le associazioni a tutela dei consumatori sono bersagliate da richieste di aiuto. I casi più frequenti riguardano i doppi pagamenti, per esempio a carico della moglie o del marito. Anche gli errori sulle seconde case non sono pochi. C’è pure chi non ha ricevuto alcun addebito del canone nella bolletta elettrica dell’abitazione in cui risiede e si è invece visto conteggiare l’importo su tutte le seconde case.

C’è poi chi, e anche qui i casi non sono pochi, non ha pagato niente semplicemente perché non ha mai ricevuto l’addebito in bolletta. Qualcun altro invece, pur non avendo la Tv e avendo opportunamente dichiarato di non averla, si è ritrovato i 70 euro in fattura. Ricordiamo che il canone Rai va pagato una volta soltanto per ogni famiglia anagrafica, solo nel luogo di residenza e ammonta a 100 euro totali. Paga l’intestatario dell’utenza della luce su cui l’importo viene addebitato a rate di 10 euro al mese. Quest’anno però, che è stato l’anno del debutto, si è partiti con un primo maxi-versamento di 70 euro tutto a luglio (a qualcuno è arrivato ad agosto visto che la bolletta, in genere, è bimestrale).

Che si fa nel caso di brutte sorprese? Occorre armarsi di molta pazienza perché molti punti sono ancora fumosi. Intanto meglio segnarsi le nuove scadenze. Per esempio, il vecchio abbonato Rai, che ogni anno pagava regolarmente il suo canone con il vecchio e pratico bollettino postale e che a luglio non si è trovato l’addebito in fattura, dovrà pagare con il modulo F24 entro il 31 ottobre di quest’anno, in un’unica soluzione (100 euro). Chi non paga entro questo termine potrebbe rischiare una sovrattassa se non addirittura la sanzione. «Non c’è ancora chiarezza su questo punto – dicono dall’Unione nazionale consumatori -. Noi tuttavia suggeriamo di pagare entro fine mese e chiederemo che non vengano applicati sovrapprezzi e, nel caso, ne contesteremo la legittimità». Cosa si fa con i doppi addebiti? Nel caso di marito e moglie, la strada è quella di compilare il modulo fornito dall’Agenzia delle entrate (sul suo sito) per chiedere il rimborso.

Il codice 4 (ce ne sono 6 in tutto) riguarda i due componenti della stessa famiglia anagrafica che hanno ricevuto due volte l’addebito. E’ importante sapere che questa domanda vale anche come dichiarazione sostitutiva, vale a dire come dichiarazione sostitutiva di presenza di un’altra utenza elettrica per l’addebito. Il caso della seconda casa invece è parecchio contorto. Non esiste una voce apposita nel modulo dell’Agenzia. Occorre mettersi in regola con le utenze elettriche (probabilmente nella seconda casa la luce era intestata alla moglie in modalità di residente, pur non essendo qui residente).

Che fare se, nonostante l’invio secondo i termini previsti (16 maggio 2016) di richiesta di esenzione ci si ritrova comunque con l’addebito in bolletta? L’iter più semplice è quello della richiesta di rimborso. Si può presentare tramite raccomandata all’Agenzia delle Entrate. Il modulo da compilare è disponibile sul sito dell’Agenzia (www.agenziaentrate.gov.it). In alternativa si può ricorrere all’applicazione web disponibile sul sito dell’Agenzia (la ricevuta verrà rilasciata per via telematica) oppure agli intermediari abilitati (Caf, commercialisti etc.).

I rimborsi verranno accreditati direttamente in bolletta. Sui tempi però non ci sono certezze. 
Sono invece stati anticipati quelli per la richiesta di esenzione che deve presentare chi non ha la Tv. Per il canone dell’anno prossimo occorrerà inviarla già entro il 31 gennaio 2017. La richiesta vale un anno, poi bisogna ricominciare tutto da capo.

Milena Gabanelli: lascio la conduzione di “Report”

La Stampa

La giornalista annuncia: questa è la mia ultima stagione, ma non è un addio, non smetterò di fare il mio mestiere



Milena Gabanelli lascia la conduzione di «Report», la trasmissione di inchieste in onda su Rai3 di cui è anima e ideatrice («È la cosa più bella che ho fatto dopo mia figlia»). A dare l’annuncio a sorpresa è stata la stessa giornalista durante il Tg1 delle 20. «È una stagione storica per Report, che compie vent’anni - ha detto Gabanelli -. Se c’è una cosa di cui sono orgogliosa è la mia squadra: è tempo di premiare la loro professionalità, per questo ho deciso di lasciare la conduzione di Report». 
La stagione che inizia questa sera sarà l’ultima con la giornalista al comando: «Non smetterò comunque di fare il mio mestiere - ha assicurato -. Se è un addio? È una brutta parola: Report ha davanti altri vent’anni, ha una squadra da guerra».

«Il direttore generale e il direttore di rete - ha aggiunto - le hanno provate tutte per farmi cambiare idea, ma dopo tanto tempo penso che sia giusto che siano loro, i miei inviati, a portare avanti un programma che hanno contributo a costruire facendone una trasmissione di successo, a partire da Bernardo Iovene, il nostro “tenente Colombo”. Stiamo preparando la successione. Io continuerò a fare il mio mestiere, dentro questa Rai dove sono stata sempre libera di raccontare ciò che ho ritenuto utile e doveroso. E magari torno a fare l’inviata, proprio per Report».

Open Candidates, la funziona di LinkedIn per cambiare lavoro senza che il tuo capo lo scopra

La Stampa
andrea signorelli

La novità, disponibile per ora solo nei paesi di lingua inglese, è stata annunciata alla conferenza Talent Connect



La maggior parte dei 400 milioni di iscritti, di cui 9 milioni in Italia, non usa LinkedIn come un vero e proprio social network, ma come una sorta di curriculum vitae online da aggiornare ogni volta che ci sono cambiamenti significativi nella carriera lavorativa. La piattaforma da poco acquistata da Microsoft è infatti un ottimo luogo per cercare nuovi impieghi, ma non è il posto migliore per far sapere che si è caccia di un nuovo lavoro, dal momento che, tra gli altri, lo verrebbe a sapere anche il capo attuale.

LinkedIn sembra essere riuscita a risolvere l’arcano: martedì ha annunciato, in occasione della sua conferenza annuale Talent Connect, una nuova funzione chiamata Open Candidates, che permetterà agli iscritti di rendere noto che si è in cerca di un altro lavoro senza correre rischi. Come funziona?



L’informazione sarà visibile solo ai “cacciatori di teste” che lavorano per aziende diverse da quella del candidato e che si sono iscritti allo specifico servizio LinkedIn Premium, dal costo di 9mila dollari l’anno. L’obiettivo, quindi, è quello di facilitare la vita ai reclutatori, che potranno sapere con certezza quali utenti stanno cercando lavoro, invece di doversi muovere alla cieca.

“La grande difficoltà di coloro che cercano lavoro sul nostro social network, oggi, è che i loro profili indicano dove si trovano adesso, non dove vogliono andare”, ha spiegato Eddie Vivas, capo del dipartimento talent solutions di LinkedIn. “Per loro, Open Candidates può essere una grande opportunità”.

Adesso il cartellino si timbra con una “app”

La Stampa
paolo baroni

Via libera del Garante della Privacy. Che però detta regole precise



Pronti a timbrare il cartellino utilizzando una app? Adesso si può, ma occorre rispettare regole ben precise. Il via libera arriva dal Garante della Privacy che ha accolto la richiesta di due società appartenenti a un gruppo che si occupa di ricerca, selezione e somministrazione di lavoro a tempo determinato.

FUORI SEDE
Queste aziende, d’ora in poi, potranno chiedere ai propri dipendenti - impiegati presso altre ditte o che svolgono sistematicamente attività «fuori sede» - di installare una app sui loro smartphone per consentire di registrare inizio e fine dell’attività lavorativa.

Con l’adozione della app, che prevede l’uso dei dati di geolocalizzazione, le società intendono snellire le procedure relative alla gestione amministrativa del personale, di volta in volta collocato presso altre ditte o semplificare e rendere più efficiente la rilevazione della presenza dei dipendenti che lavorano per lo più all’esterno della sede aziendale.

Chi non intende scaricare la app, precisa il Garante nella sua newsletter settimanale, potrà continuare a entrare e uscire dal posto di lavoro impiegando i sistemi tradizionali in uso. Quindi l’authority nell’accogliere la richiesta relativa all’utliizzo delle app ha tenuto conto della disciplina relativa al cosiddetto «bilanciamento di interessi» e quindi ha dettato una serie di misure a tutela dei lavoratori.

I PALETTI ALLE IMPRESE
Per prima cosa il Garante ha prescritto alle società di perfezionare il sistema nella prospettiva della «privacy by design», applicando il principio di necessità e anche alla luce dei possibili errori nell’accuratezza dei sistemi di localizzazione. In particolare, verificata la associazione tra le coordinate geografiche della sede di lavoro e la posizione del lavoratore, il sistema potrà conservare ˗ se del caso ˗ il solo dato relativo alla sede di lavoro (oltre a data e orario della «timbratura» virtuale), cancellando il dato relativo alla posizione del lavoratore.

Inoltre, sullo schermo del telefonino dovrà essere sempre ben visibile un’icona che indichi che la funzione di localizzazione è attiva. L’applicazione dovrà poi essere configurata in modo tale da impedire il trattamento, anche accidentale, di altri dati contenuti nel dispositivo di proprietà del lavoratore (ad esempio, dati relativi al traffico telefonico, agli sms, alla posta elettronica, alla navigazione in Internet o altre informazioni presenti sul dispositivo).

OBBLIGO DI NOTIFICA
Prima dell’avvio del nuovo sistema di accertamento delle presenze, precisa infine il Garante, le società dovranno effettuare la notificazione al Garante, indicando i tipi di trattamenti e le operazioni che intendono compiere, e fornire ai dipendenti un’informativa comprensiva di tutti gli elementi (tipologia dei dati, finalità e modalità del trattamento, tempi di conservazione, natura facoltativa del conferimento, soggetti che possono venire a conoscenza dei dati in qualità di responsabili o incaricati del trattamento). Le società dovranno, infine, adottare tutte le misure di sicurezza previste dalla normativa per preservare l’integrità dei dati e l’accesso a persone non autorizzate.