mercoledì 12 ottobre 2016

Apple VS Samsung: la Corte Suprema e la difficoltà di deliberare sul design

La Stampa
andrea nepori

Il massimo organo giudiziario statunitense si trova a dover prendere una decisione sull’annosa battaglia legale tra Cupertino e Seul. Ma si può quantificare il valore di un dettaglio estetico?



Apple VS Samsung è arrivato fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Nella giornata di ieri, 11 ottobre, i giudici della massima autorità giudiziaria statunitense hanno dato udienza agli avvocati delle due aziende. Ora avranno fino a giugno per deliberare e raggiungere una decisione, ma secondo gli esperti il verdetto potrebbe arrivare molto prima, già a dicembre o a gennaio.

Il caso in questione riguarda alcuni brevetti sul design dell’iPhone, famosi e controversi, che descrivono la forma del telefono - un rettangolo con i bordi stondati, una griglia verticale di 16 icone sullo schermo - e ne definiscono l’aspetto estetico. Si potrebbe dire “il design”, con un’accezione che avrebbe fatto infuriare Steve Jobs, secondo cui il termine non è un banale sinonimo di aspetto estetico. “Design è il modo in cui qualcosa funziona”, diceva il co-fondatore di Apple, e riguarda dunque l’intero dispositivo, fino ad influenzare la la scelta e la disposizione dei componenti interni. Adesso sta ai giudici della Corte Suprema decidere se quella convinzione ha una base anche in ambito legale. 

La difesa del portabevande
L’antefatto è questo: Samsung ha già accettato di versare danni per 548 milioni di dollari all’azienda di Cupertino, riservandosi appunto il diritto di fare ricorso alla Corte Suprema. I coreani contestano una parte di quella somma, 399 milioni di dollari, ovvero i profitti generati dai dispositivi che violavano i brevetti contestati, tra cui ad esempio il Galaxy SII. 

Gli avvocati di Samsung sostengono che è ingiusto imporre un risarcimento pari al totale dei profitti, dato che la violazione dei brevetti riguarda solo alcuni dettagli di un dispositivo estremamente complesso. E’ come se una casa automobilistica, dicono, fosse costretta a versare tutto quel che ha guadagnato vendendo una vettura perché il portabevande è identico a quello di un’automobile concorrente. 

Gli avvocati di Apple, per contro, sostengono che quei dettagli che Samsung vorrebbe sminuire sono una parte integrante dell’oggetto iPhone e lo rendono un’icona di stile. Secondo Apple l’aspetto del prodotto è un elemento fondamentale sulla base del quale il cliente basa gran parte della propria scelta d’acquisto. Copiando questi dettagli Samsung avrebbe così ottenuto il vantaggio di associare il proprio prodotto all’estetica vincente dell’iPhone. 

Brevetti sul design
La Corte Suprema non delibera su casi di violazione di un brevetto di design da più di 120 anni. L’ultima volta, negli anni 90 del 1800, al centro della contesa c’erano dei tappeti, ovvero degli oggetti semplici per i quali è facile definire il valore commerciale dell’originalità creativa. Nel caso di uno smartphone esistono oggettive implicazioni funzionali dell’estetica (un telefono scivola meglio in tasca, per fare un esempio banale, se ha dei bordi stondati) e allo stesso tempo non è facile definire quanto e in che modo questo elemento possa contribuire al valore economico complessivo del prodotto. 

Come calcolare i danni?
Questo è il punto centrale su cui la Corte Suprema dovrà arrovellarsi. I giudici, durante l’udienza dell’11 ottobre, hanno espresso la propria frustrazione nei confronti di entrambe le parti, ree di non aver offerto un sistema semplice per determinare con precisione il valore di un risarcimento. Secondo Apple, che ha dalla sua aziende che basano il proprio successo sul potere estetico del brand, come Adidas e Tiffany, calcolare un risarcimento sulla base del profitto totale del prodotto è una protezione utile perché “garantisce ai designer il giusto incentivo per investire in design innovativi”. 

Nel complesso, però, l’impressione è che la Corte tenda a ritenere più attendibili e ragionevoli le tesi di Samsung. Per il Giudice Capo, John G. Roberts, «il design è applicato alla scocca del telefono, non riguarda i chip e tutti i fili. Non ci dovrebbe essere un risarcimento calcolato sul totale dei profitti dei dispositivi». 

A favore dell’azienda coreana si sono schierati diversi giuristi ed altre compagnie del settore con una lettera Amicus Curiae. Il Giudice Breyer, in particolare, concorda con la proposta della Internet Association, associazione di aziende dell’IT a supporto di Samsung, di cui fa parte anche Facebook:
“Se un design è stato applicato ad una singola parte di un prodotto dalle numerose componenti e non genera la domanda per l’intero prodotto, allora ‘l’articolo di manifattura’ (cioè l’oggetto su cui la giuria deve decidere il risarcimento, nda) è correttamente considerato come il solo componente a cui si applica il design, e il solo profitto derivato da quel componente deve essere riconosciuto come risarcimento.”

Traducendo dal legalese e applicando al caso in questione: Samsung dovrebbe versare un risarcimento pari solo al profitto generato dal fatto che la scocca e le icone dei suoi telefoni copiano pedissequamente gli elementi analoghi dell’iPhone, protetti da brevetto. Una squadra di esperti e periti indipendenti dovrebbe poi aiutare i giurati nel calcolo di un risarcimento.

Paragoni automobilistici
La posizione non convince però il Giudice Kennedy che ha rispettato la tradizione dei paragoni automobilistici - l’equivalente americano delle nostre analogie calcistiche - e ha scelto l’esempio del Maggiolino Volkswagen. 

Un simile metodo di giudizio, ha detto il Giudice, non darebbe il giusto valore al “colpo di genio”, come nel caso del design leggendario della vettura tedesca. E’ vero che l’aspetto estetico è solo uno dei tanti elementi che compongono un’auto, ma chi può negare spesso sia il principale elemento su cui il consumatore decide di comprare una macchina?

Il Giudice Alito Jr. però non concorda, pur rimanendo fedele all’ossessione per le analogie motoristiche: «Nel caso di una carta da parati? Perfetto, hai diritto a tutto (il profitto). Il ‘coso’ Rolls Royce sul cofano? No, no, no. Non ti prendi tutti i profitti dell’automobile”. 

Cosa c’è in ballo
Quel che è emerso chiaramente dall’udienza è che la Corte Suprema, pur propensa ad accogliere le tesi dei coreani, vuole determinare un metodo chiaro che le giurie possano usare per determinare un risarcimento in casi come Apple Vs Samsung. Per questo, secondo gli esperti, la Corte probabilmente deciderà di elaborare un “test” e rimandare tutto a processo in California, senza emettere cioè un giudizio sulle specifiche del caso con la conferma o l’annullamento del risarcimento di 399 milioni di dollari determinato in sede d’appello.

Nessuno dei dispositivi oggetti del contendere è più in vendita, ma l’importanza della battaglia legale fra Apple e Samsung ha ormai trasceso il livello dello scontro commerciale. E’ un caso paradigmatico che ha posto l’intero sistema legale statunitense di fronte ai limiti enormi delle leggi sui brevetti, che più e più volte si sono rivelate inadeguate all’interpretazione delle complessità dei mercati digitali. Una riforma radicale è attesa da anni ma, nonostante le pressioni trasversali dei lobbisti di settore, sembra ancora un miraggio. Nel frattempo la Corte Suprema proverà a metterci una pezza.

Ladri, pirati e anche terroristi: svelata la vita occulta dei robot

La Stampa
noel sharkey, irakli beridze, odhran mccarthy
UNIVERSITY OF SHEFFIELD

C’è un lato oscuro dell’Intelligenza Artificiale e sta crescendo. Il problema è che mancano le contromisure, tecnologiche e legali



Siamo all’alba di una rivoluzione tecnologica nella quale robot di servizio guidati dall’Intelligenza Artificiale iniziano a svolgere molti dei lavori umani.

Solo nel 2014 sono stati venduti 5 milioni di robot autonomi in grado di portare a termine compiti sofisticati. Le applicazioni spaziano dalla medicina alla cura dei bambini e degli anziani, fino al cucinare e alla guida senza pilota. Dall’agricoltura alla pulizia della casa, dal sesso alla difesa. Ma che cosa comporta questa rivoluzione per i criminali e, in generale, per il mondo della criminalità?

Senza dubbio i robot di servizio offrono alle persone una lunga lista di benefici, ma così come ogni altra tecnologia presentano alcune «vulnerabilità» nei confronti di nuove forme di illegalità e reati e una serie di minacce alla sicurezza. I software sono suscettibili di uso fraudolento, manomissioni e violazioni, specialmente se connessi a Internet. Pensiamo ai nuovi robot per la sicurezza delle case: possono essere piratati per consentire l’identificazione della nostra abitazione e depositarne le chiavi nella cassetta della posta di qualcun altro.

Oggi, nel mondo, un numero crescente di agenzie e forze dell’ordine inizia ad avvalersi di robot per la sorveglianza, con sviluppi che arrivano al controllo delle frontiere e delle manifestazioni di protesta. I robot vengono sempre più armati con spray al peperoncino e «taser». Ma in parallelo a questi sviluppi cresce la possibilità che i criminali, o peggio i gruppi terroristici, possano appropriarsi di queste tecnologie, rivolgendole contro chi le usa.

I campanelli d’allarme stanno suonando: gli hacker hanno dimostrato come si possa assumere il controllo dei veicoli. Le auto sono dotate da 40 a 50 mini-computer che controllano molte funzioni: la sterzata, la frenata, l’accelerazione, l’accensione delle luci. L’Fbi ha messo in guardia sulla vulnerabilità dei veicoli rispetto al controllo in remoto con un tablet o un cellulare, connessi tramite Usb, Bluetooth o wifi.

Con tecnologie che consentono la guida senza pilota di auto, camion e macchinari per l’agricoltura si presenta un ampio ventaglio di opportunità criminali. Consideriamo il caso di un veicolo senza guidatore che viene piratato, caricato di esplosivi e istruito per raggiungere una destinazione prestabilita. Opportunità simili si spalancano attraverso i servizi di consegna con i droni. Ancora peggio, poi, se i droni vengono modificati da organizzazioni terroristiche per disperdere sostanze tossiche, biologiche e nucleari o «bombe sporche».

Oggi costruire un robot non è più così dispendioso, senza contare che le componenti sono disponibili su Internet. Non è più necessario essere esperti: un appassionato può costruire un robot monouso programmato per fini illeciti. Se non ci si preoccupa, quindi, di predisporre specifici parametri di sicurezza, è relativamente semplice produrre copie grezze di dispositivi militari o delle forze dell’ordine.

Robot a parte, sono disponibili piattaforme adattabili a tanti fini illeciti, che spaziano dall’evitare la sorveglianza delle forze dell’ordine allo spionaggio degli individui, dai furti di proprietà intellettuale agli atti di vandalismo e agli attacchi terroristici. Anche i cartelli della droga si sono già avvalsi di robot per condurre le loro operazioni. Nel 2010 le autorità americane hanno emesso le prime condanne in seguito alla costruzione di sottomarini controllati a distanza e usati per il narcotraffico.

Intanto il rischio di un’invasione nella sfera privata è un altro aspetto che genera preoccupazioni: con la proliferazione dei robot nelle case e nei luoghi di lavoro cresce la possibilità che i criminali accedano a informazioni sensibili. Molti robot domestici sono progettati per compiere semplici operazioni su Internet e questa capacità ne limita la sicurezza, al punto che perfino un aspirapolvere «smart» potrebbe essere manipolato per rubare immagini dei proprietari nell’intimità casalinga.

Mentre le tecnologie evolvono verso livelli sempre più elevati di autonomia, non solo aumentano i rischi di uno sfruttamento criminale, ma la confusione sull’attribuzione delle responsabilità. Un robot, per esempio, acquista prodotti illegali nel Darknet e questi vengono consegnati al proprietario del robot stesso. Chi detiene la responsabilità legale? Il robot? Il proprietario? O il produttore? Una situazione simile si è verificata già nel 2014, quando un’applicazione di acquisti online comprò una partita di merci contraffatte.

Ora che la rivoluzione tecnologica modifica i modi in cui viviamo è essenziale pensare non solo agli aspetti positivi dell’Intelligenza Artificiale, ma ai rischi associati e alle sfide che comportano. Crimine e sicurezza rappresentano un’area-chiave, sebbene questa non sia l’unica: i progressi implicano problemi di tipo economico, ambientale, legale e politico e questi devono essere ancora compresi nella loro reale dimensione. Non a caso, nel 2015, l’Istituto Interregionale dell’Onu per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia (l’Unicri) ha avviato una discussione a livello internazionale per promuovere l’analisi di questi rischi: il risultato è un programma sulla robotica e sull'Intelligenza Artificiale che prevede una rete mondiale di rappresentanti della comunità scientifica, dei governi e del settore privato.

Il partito al canto del cigno

La Stampa
marcello sorgi

La crepa che s’è aperta nel Pd e rende più incerto l’esito del referendum, dal momento che il partito avrebbe dovuto essere (e non sarà) il traino del «Sì», per una volta è soprattutto politica, e non, o non esclusivamente, connessa al groviglio di odii e risentimenti personali che da sempre dividono i Democrat.

S’è capito benissimo ascoltando il dibattito che per tutto il pomeriggio s’è svolto al Nazareno, nel quale, dopo la relazione con cui Renzi ha formalizzato la sua apertura ad eventuali modifiche dell’Italicum, s’è affacciato chiaramente il fantasma del proporzionale. Cioè, per intendersi, l’esatto contrario dei sistemi maggioritari su cui s’è retta per oltre un ventennio, con tutti i suoi limiti, la Seconda Repubblica, consentendo ai cittadini di scegliersi direttamente i governi, poi rivelatisi non sempre in grado di governare.

Contro questo meccanismo, che ha nell’Italicum una delle sue applicazioni, frutto di un compromesso e di un tentativo di migliorare il Porcellum dichiarato incostituzionale, la minoranza bersaniana, che non aveva votato la nuova legge elettorale in Parlamento, s’è spinta ad annunciare che voterà «No» alla riforma costituzionale il 4 dicembre. Nel tentativo di dare «rappresentanza» - è la parola chiave adoperata da Roberto Speranza, l’ex capogruppo dei deputati che proprio per non approvare l’Italicum si dimise - a quella parte della sinistra che con i partigiani dell’Anpi, l’Arci, le associazioni antimafia e altri pezzi della società civile sono già schierati contro Renzi.

Qui la discussione interna al partito del premier è arrivata a un punto di svolta. Perché la minoranza non ha chiesto solo di correggere questo o quel punto dell’Italicum, che piuttosto vorrebbe interamente riscritto. Ma di dare legittimazione a chi vuole opporsi nelle urne, alla legge elettorale e alla riforma costituzionale insieme, approfittando della prima occasione disponibile, appunto il 4 dicembre. Un ragionamento come questo - Speranza non ha parlato di numeri, ma la minoranza da tempo ne dispone - poggia sulla valutazione, emersa da recenti sondaggi, secondo la quale il 36 per cento dell’elettorato Pd, più di un terzo, in valori assoluti il 12-13 per cento del totale dei voti degli elettori, è ormai risolutamente per il «No».

E questo 12-13, sommato al 4-5 che sta fuori del partito, alla sua sinistra, guarda caso fa il 16-17 per cento che il Pds, erede, dopo il cambio del nome, del vecchio partito comunista, prese nel ’92, nell’ultima occasione in cui si votò con il proporzionale. In altre parole, se al referendum Renzi e il «Si» saranno sconfitti, e perfino se la Corte Costituzionale, quale che sia il risultato, riscriverà l’Italicum, per esempio rendendo obbligatorio il premio di maggioranza per le coalizioni, e non com’è adesso solo per il partito vincente, il Pci, o come si vorrà chiamare, è pronto a rinascere a sinistra del Pd.

Va da sé che per Bersani, Speranza, Cuperlo e tutti coloro che si preparano a far campagna per il «No» insieme a D’Alema, che li aveva preceduti su questo fronte, sarebbe più adatto il proporzionale, che gli consentirebbe più comodamente di riorganizzarsi in proprio, sapendo che su questo terreno troveranno disponibili in Parlamento tutti o quasi gli altri partiti, incapaci di collaborare, ma pronti a unirsi in nome del sistema che nella Prima Repubblica garantiva governi brevi e facili da sostituire, alleanze mutevoli e occasionali e una sorta di diritto al trasformismo.

Dunque il percorso è chiaro. Chiarissimi anche l’obiettivo e le vittime designate: Renzi, il suo governo e la sua riforma. Il Pd, per come lo si conosceva, da ieri non c’è più. Quel che resta da vedere è se con la - assai meno probabile, dopo quel che è accaduto, ma non del tutto impossibile, non si sa mai con i referendum -, vittoria del «Sì», dopo il Pci vedremo rinascere la Dc.

Apple Watch bandito dalle riunioni di governo britanniche per paura di spionaggio

La Stampa

La decisione è stata presa dopo l’accusa degli Stati Uniti nei confronti degli hacker russi



Niente Apple Watch durante le riunioni di gabinetto: ai ministri britannici è stato vietato di partecipare agli incontri del Governo con al polso l’«orologio tecnologico». Il motivo? La paura di essere spiati.

Il timore arriva dopo l’accusa lanciata dagli Stati Uniti nei confronti degli hacker russi. Tramite l’Apple Watch orecchio indiscrete potrebbero sentire le discussioni dei politici: «I russi stanno provando ad hackerare tutto», è quanto detto da una fonte inglese al Tepegraph. Il divieto dello smartwatch non sembra così inusuale se si considera che alle riunioni di Gabinetto non possono entrare da tempo nemmeno i cellulari: i due dispositivi hanno uguali principi elettronici, e quindi identiche vulnerabilità.

Per lo stesso motivo, anche l’Australia ha dichiarato di bandire l’Apple Watch dai meeting politici: «In un mondo in cui è necessario per il governo discutere senza la presenza di apparecchi elettronici nella stanza - spiega il consulente del primo ministro australiano Malcolm Turnbull - ci sono sempre più oggetti che dovranno essere vietati».

Il visore Gear VR non funzionerà più con i Galaxy Note 7

La Stampa
dario marchetti

Dopo la lunga scia di problemi legati al telefono “esplosivo” di Samsung, Oculus elimina il supporto al Note 7 dal suo visore per smartphone. Che continuerà a funzionare con gli altri modelli



Nella spinosa vicenda degli smartphone Galaxy Note 7, un po’ troppo inclini a prendere fuoco o, peggio, creare piccole esplosioni, Samsung non è l’unica azienda a dover essere prudente. Perché i telefoni coreani sono parte fondamentale dei visori Gear VR, realizzati in collaborazione con Oculus e, di conseguenza, con Facebook.

Per questo da ora in poi i modelli più recenti dei visori Gear VR non saranno più utilizzabili con un Note 7: inserendo lo smartphone negli “occhialoni” per realtà virtuale, gli utenti saranno accolti non più dalla schermata dell’app Oculus, bensì da un messaggio che avvisa come “fino a data da destinarsi, i dispositivi Galaxy Note 7 non sono da considerare compatibili con Gear VR”. Una mossa saggia e prudente, visto che se uno smartphone “esplosivo” è pericoloso da tenere in tasca (o a bordo di un aereo), averlo a pochi centimetri dal volto è ancora più rischioso.

Come riportato di recente, Samsung ha comunque sospeso la produzione del telefono, invitato tutti i possessori a tenerlo spento e attivare una procedura di sostituzione o rimborso. E i visori Gear VR continueranno a funzionare regolarmente con gli altri modelli Samsung come Galaxy S7 ed S7 Edge, S6 ed S6 Edge e Note 5.

I 45 anni di “Imagine”, la canzone Lennon celebre come un inno nazionale

La Stampa
marinella venegoni

«Immagina tutta la gente che vive la vita in pace» è un’idea che pare incompatibile con l’atmosfera rabbiosa, sanguinante e piena di spavento che fa ora da sfondo al mondo



«Imagine», la canzone pacifista che più colpì al cuore la persone semplici di tutto il mondo, compie 45 anni. La si canta molto meno: la furia dei tempi rende anacronistici i concetti elementari che ne furono alla base. «Immagina tutta la gente che vive la vita in pace» è un’idea che pare incompatibile con l’atmosfera rabbiosa, sanguinante e piena di spavento che fa ora da sfondo al mondo.

Eppure, un bel sogno. Il brano uscì l’11 ottobre 1971, siglando il capolavoro assoluto di John Lennon, dopo tanti successoni con i Beatles. Egli fu imbarazzato dal clamore, e forse per questo se ne fece un poco burla: spiegò che non era una canzone pacifista ma piuttosto ispirata al «Manifesto» di Marx, disse di aver fatto di meglio, e di aver voluto qui condire con lo zucchero concetti che altrimenti sarebbero passati nella noia o diffidenza generale. Ma il testo diretto e immediatamente condivisibile, la magia della musica, generarono con il tempo un fenomeno per il quale, come si trovò a dire anni dopo l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, «la canzone cominciò a godere dello stesso rispetto generato dagli inni nazionali».

Eppure l’idea di base non era di Lennon: l’aveva mutuata da una poesia del libro di Yoko Ono «Grapefruits», i versi della quale iniziavano sempre con «Immagina». Eppure in Italia fu apprezzata solo con il tempo: le classifiche dell’epoca la riportano al massimo al terzo posto, superata dal «Tuca Tuca» di Raffaella Carrà o da «Montagne verdi» di Marcella Bella.

Però «Imagine» volò in cime alle altre classifiche dovunque, sopra le miserie e le distrazioni di tutto il mondo, ben oltre la fine della guerra in Vietnam nel 1975. Fu suonata dai Queen il giorno dopo l’assassinio dell’artista, avvenuto la sera dell’8 dicembre 1980 per mano di un suo fan ossessionato, Mark Chapman. Nel 2001, George Michael acquistò ad un’asta per due milioni di dollari il pianoforte bianco immortalato nel film «Imagine» uscito nel 1972, sul quale Lennon aveva composto il brano, e lo regalò al Beatles Museum di Liverpool.

Non solo «Imagine» ma anche l’altro album «Plastic Ono Band» usciti fra il ‘70 e il ‘71, rivelarono un momento artisticamente e umanamente cruciale nella breve vita di John Lennon. Egli iniziò a liberarsi di fantasmi, rabbie e dolori irrisolti accumulati durante l’infanzia e nell’epoca beatlesiana appena conclusa. Dell’album «Imagine» va ricordata «How Do You Sleep», feroce satira contro Paul McCartney con il quale il rapporto si era irrimediabilmente rovinato:

quando Lennon aveva annunciato che avrebbe lasciato i Beatles, nel settembre del ‘69, l’accordo collettivo era stato di non rivelare nulla fino alla fine di una contesa legale all’interno dell’etichetta Apple. Ma McCartney lo aveva violato, annunciando nell’aprile successivo il proprio abbandono della band. Infine, va ricordato l’urlo che accompagna «Mother», in «Plastico Ono Band»: dove canta finalmente quella mamma che dopo la separazione lo aveva lasciato ancora piccolissimo in custodia alla zia Mimì, e che morì poi sotto un autobus quando John aveva 17 anni. Un distacco che ne segnò la vita e il carattere.

Samsung cancella lo smartphone Galaxy Note 7. In Italia consegnati meno di 2000 esemplari

La Stampa

L’azienda interrompe la vendita e la produzione del suo top gamma e perde l’8% nella Borsa di Seul. L’avviso a chi lo ha acquistato: “Spegnete il dispositivo e non usatelo”



«Spegnete il dispositivo e non usatelo»: è ufficiale. Samsung ha bloccato la vendita e la produzione del Galaxy Note 7 e ha inviato una nota a tutti i possessori, chiedendo di non utilizzarlo più. La decisione è stata presa dopo i diversi episodi di surriscaldamento ed esplosione del dispositivo che avevano portato alla sospensione della vendita.

La produzione è stata fermata. Le conseguenze economiche iniziano già a farsi sentire: dopo l’annuncio globale, Samsung è crollata dell’8% nella Borsa di Seul. Per la società sudcoreana si tratta di un fiasco colossale, che danneggia gravemente la sua reputazione e che nei prossimi mesi potrebbe avere ripercussioni negative sull’intera gamma dei prodotti.

«A tutela della sicurezza dei consumatori, che è da sempre la priorità di Samsung ed elemento fondante del suo impegno, per garantire i più alti standard di affidabilità e qualità - si legge nel comunicato ufficiale diffuso in serata - l’azienda ha deciso di interrompere la vendita e la produzione del Galaxy Note7 e il programma di sostituzione di questi dispositivi, invitando i consumatori a spegnere i Galaxy Note7 in proprio possesso e riconsegnarlo al punto vendita presso il quale è stato acquistato».

Nel caso specifico dell’Italia, la situazione non appare particolarmente grave: «Il prodotto non è mai stato ufficialmente messo in commercio, se non attraverso una prima fase di pre-ordine di circa 4.000 unità, di cui consegnate meno della metà», precisa l’azienda. «Per agevolare il processo di ritiro del Galaxy Note7, Samsung Electronics Italia ha messo a disposizione alcuni servizi tra cui: servizio di ritiro del prodotto, servizio di assistenza dedicato al numero verde 800 025 520, sito dedicato . A tutti i consumatori, che hanno effettuato il pre-ordine, Samsung Electronics Italia garantisce il rimborso totale e immediato dell’importo versato. Sempre a questi consumatori, verranno inoltre spediti subito dopo la restituzione del Galaxy Note7, i premi promessi in fase di pre-ordine.

«Siamo un leader tecnologico responsabile e fortemente impegnato nel far sentire i nostri clienti in ogni istante sicuri, entusiasti e ispirati, mantenendo alta l’eccellenza dei nostri prodotti. Vogliamo dimostrare di essere concretamente vicini ai nostri consumatori italiani e per questo stiamo lavorando a un programma dedicato per ringraziarli della fiducia che ci stanno dimostrando» , afferma Carlo Barlocco Presidente di Samsung Electronics Italia. 

Svelato il mistero di “Jack lo Squartatore”

La Stampa
andrea cionci

“Jack” era un commerciante di Liverpool, James Maybrick. Un libro conferma l’autenticità del diario rinvenuto negli anni ’90 finora considerato falso



Quando, agli inizi degli anni ’90 fu rinvenuto e pubblicato il diario di Jack lo Squartatore, tutti i “ripperologi” (gli studiosi di Jack the Ripper) lo diedero per falso, ma nessuno fu in grado di stabilire come fosse stato falsificato e da chi. Fu Paul H. Feldman, documentarista della BBC, nel suo ponderoso volume del 1998 The Final Chapter, mai giunto in Italia, a descrivere la laboriosa indagine compiuta sul diario, in tre anni, dal suo gruppo di studiosi. Oggi, questo lavoro è tradotto, in forma narrativa, dal romanzo-verità Sinceramente vostro, Jack lo Squartatore, (edizione Aracne). L’autore è il neuropsichiatra e saggista Giuseppe Magnarapa che, già nel ’93, partendo solo dall’analisi psichiatrica dei contenuti del diario, aveva avvalorato, in un articolo scientifico, la tesi della sua autenticità.

“Dalla successiva indagine di Feldman - spiega Magnarapa - emergono una quantità inverosimile di indizi oggettivi e concordanti che conducono alla figura di James Maybrick, un commerciante di cotone di Liverpool già annoverato fra i maggiori indiziati. Era un tossicomane - dipendente da arsenico e stricnina - appassionatamente innamorato della moglie Florence, fedifraga impenitente. Non potendo vendicarsi a pieno sulla consorte, che pure picchiava brutalmente, scaricò la sua furia omicida sulle prostitute di Whitechapel, il malfamato sobborgo di Londra”. 
Nella fotografia di uno degli ultimi delitti, figurano scritte col sangue, sul muro, proprio le iniziali di Florence Maybrick che, nel 1889, finirà all’ergastolo per aver avvelenato suo marito James con l’arsenico.

Nel 1983, il pittore cecoslovacco Konrad Kujau, autore dei falsi diari di Hitler, che trassero in inganno storici e giornalisti, venne incastrato da un’analisi scientifica sulla carta, risultata di fattura posteriore agli anni ‘40. Eppure, il falsario aveva ottime competenze: riproduceva quadri del Führer ed era un collezionista di cimeli nazisti. In questo caso, a tirar fuori il diario dello Squartatore fu un tale Michael Barrett, commerciante di ferrivecchi disoccupato e alcolizzato che, più tardi, ritrattò affermando di aver falsificato il diario.

Subito dopo fu smentito dal suo avvocato: ben difficilmente Barrett avrebbe potuto reperire i materiali perfettamente originali, (carta e inchiostro) conoscere gli effetti clinici dell’arsenico e possedere la necessaria cultura e abilità letteraria per esserne l’autore. Il falso di un mitomane ottocentesco, dunque? Da escludersi, poiché alcuni dettagli degli omicidi riportati nel diario furono desecretati da Scotland Yard solo negli anni ’70. Anche le conoscenze sulla psicopatologia di un simile soggetto, sono acquisizioni recenti. Insomma, dietro Barrett si dovrebbe immaginare un intero pool di esperti di svariate discipline che avrebbe potuto realizzare il falso diario dal 1970 al 1993.

Possibile, ancora, che del complotto facesse parte uno scrivano talmente abile da ingannare anche la psicografologa del Ministero dell’Interno israeliano, Hannah Koren, che ha certificato come la calligrafia tradisse senza dubbio la genuinità delle mostruose emozioni di quei delitti? Per non parlare delle sconcertanti coincidenze genealogiche: dalla ricerca emerge come il diario provenisse da persone che avevano con Maybrick un legame di parentela, così come, sempre attraverso alcuni suoi discendenti, pervenne a Feldman un orologio da tasca, nel cui interno è graffito: “I am Jack”. L’antichità del manufatto e delle incisioni sono state certificate dall’Istituto di Metallurgia di Liverpool.

Quello che manca? Una prova del dna: un capello, magari trovato fra le pagine del diario, compatibile con un reperto organico trovato sui luoghi del delitto. E’ solo all’assenza di questa prova definitiva che si appellano i detrattori di Feldman, non appartenente – si ricordi - alla “casta” dei ripperologi. Dopotutto, la fantasmatica identità di Jack è una miniera d’oro per scrittori, giornalisti, editori che producono intorno a questo mito continue e diverse ipotesi, con relativi libri, film e documentari. Ma le speculazioni sullo Squartatore paiono verosimilmente giunte al capitolo finale. Come recita –ironia del destino - il motto nello stemma della famiglia Maybrick: “Tempus omnia revelat”. 

L’iscrizione nelle scuole inglesi: “Italiano, siciliano o napoletano?”

La Stampa
flavia amabile

L’ambasciata a Londra protesta: siamo un Paese unito dal 1861



Alcune scuole dell’Inghilterra e del Galles con scrupoloso amore per i dettagli hanno posto una semplice domanda agli italiani che decidevano di iscriversi: siete «Italiani» oppure «Italiani-Siciliani» o «Italiani-Napoletani»? L’hanno fatto a fin di bene, si difendono le scuole. Volevano evitare spiacevoli episodi di discriminazione. In realtà mancavano soltanto il ritratto del Padrino e un piatto di spaghetti accanto alle scritte per rendere ancora più chiaro il tentativo «a fin di bene» di non discriminare.

I moduli d’iscrizione sono stati pubblicati in rete da alcune circoscrizioni scolastiche e da giorni stanno provocando proteste e sdegno da parte delle famiglie degli italiani-napoletani e degli italiani-siciliani e degli italiani-tutti. Ieri il ministero dell’Istruzione ha sollecitato un intervento chiarificatore da parte dall’ambasciata, che è intervenuta con una nota dai toni piuttosto sarcastici nonostante la diplomazia usata nella scelta delle parole utilizzate: «Siamo uniti dal 1861», ricorda l’ambasciatore Pasquale Terracciano, al Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico.

«Si tratta di iniziative locali – prova poi a minimizzare con i giornalisti l’episodio l’ambasciatore Terracciano - motivate probabilmente dall’intenzione d’identificare inesistenti esigenze linguistiche particolari» e garantire un ipotetico sostegno. «Ma di buone intenzioni - aggiunge - è lastricata la strada dell’inferno»: specie quando diventano «involontariamente discriminatorie, oltre che offensive per i meridionali». A denunciare l’accaduto sono stati per primi alcuni genitori, decisamente sconcertati di fronte ad una procedura che non si vedeva da almeno un secolo.

All’inizio sembrava una delle tante bufale che circolano in rete, ma dopo alcune verifiche si è capito che non era affatto uno scherzo. L’ambasciata, dunque, ha chiesto al Foreign Office «l’immediata rimozione» di questa indebita caratterizzazione pseudo-etnica, che nulla ha a che fare con l’importanza dei genuini connotati regionali o dei dialetti italiani.

Il Foreign Office ha promesso di far correggere i moduli e di far cancellare ogni traccia di possibili offese. Come ricorda il sottosegretario al’Istruzione David Faraone: «Incredibile che ancora oggi siamo costretti ad affrontare pregiudizi di questo tipo. La scuola italiana ha superato da tempo questi stereotipi e qui, come nel Regno Unito, si deve lavorare per l’integrazione e la formazione delle generazioni future». 

Scuole inglesi distinguono meridionali e italiani L’ambasciata protesta: “Siamo

La Stampa

A denunciare l’accaduto sono stati per primi alcuni genitori


 L’ambasciatore Pasquale Terracciano (immagine d’archivio)

«Italiani», «Italiani-Siciliani» e «Italiani-Napoletani»: è polemica sui moduli d’iscrizione messi online da alcune circoscrizioni scolastiche britanniche di Inghilterra e Galles in cui spunta questa inopinata distinzione etnico-linguistica riservata ai bambini provenienti dalla Penisola. Distinzione che suscita sdegno nelle famiglie e innesca una pungente nota di protesta verbale dell’ambasciata d’Italia nel Regno Unito: «Siamo uniti dal 1861», fa presente al Foreign Office l’ambasciatore Pasquale Terracciano, lasciando trasparire un’evidente punta di sarcasmo dietro il rispetto delle forme codificate della diplomazia.

A denunciare l’accaduto sono stati per primi alcuni genitori, allibiti di fronte all’indicazione - fra i dati richiesti - di questa stravagante tripartizione di etnia e di idioma come una sorta di variante italiana. Il loro racconto, rimbalzato su un paio di media in Italia, ha indotto a compiere subito una verifica. E in effetti si è scoperto che era tutto autentico. Nessuno scherzo, nessun equivoco. «Si tratta di iniziative locali - spiega all’Ansa l’ambasciatore Terracciano - motivate probabilmente dall’intenzione d’identificare inesistenti esigenze linguistiche particolari» e garantire un ipotetico sostegno. «Ma di buone intenzioni - aggiunge - è lastricata la strada dell’inferno»: specie quando diventano «involontariamente discriminatorie, oltre che offensive per i meridionali».

Di qui la decisione di un passo ufficiale attraverso la nota al Foreign Office, il ministero degli Esteri di Sua Maestà, nella quale si chiede «l’immediata rimozione» di questa indebita caratterizzazione pseudo-etnica, che nulla ha a che fare con l’importanza dei genuini connotati regionali o dei dialetti italiani. E si conclude ricordando appunto come «l’Italia sia dal 17 marzo 1861 un Paese unificato».

L’episodio s’inquadra in una stagione delicata per la Gran Bretagna, alle prese con la prospettiva della Brexit, il divorzio dall’Ue, in un clima nel quale su temi come il flusso dei migranti o l’apertura agli stranieri non sono mancate fibrillazioni né eccessi: nella società come nella politica.

Un clima che a livello locale, nota Terracciano, si riflette anche «nella grave carenza di conoscenza della realtà italiana», di fatto nell’ignoranza diffusa su altri Paesi, che questa vicenda testimonia. Riproponendo, come in una sgangherata macchina del tempo, «una visione tardo ottocentesca della nostra immigrazione». E forse dell’Italia tout court.

La Camera approva la legge che introduce il reato di “furto di rame”

La Stampa

Inasprite le sanzioni per chi danneggia le infrastrutture di trasporti e comunicazione



Via libera della Camera alla proposta di legge che istituisce il reato di furto di rame. I voti favorevoli sono stati 248, cinque i contrari e 96 gli astenuti. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. Il provvedimento introduce nel codice penale la fattispecie di «Furto in danno di infrastrutture energetiche e di comunicazione», con pene inasprite rispetto alle attuali.

L’articolato prevede che «chiunque si impossessa di componenti metalliche o di altro materiale sottraendoli dalle infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti pubblici o da privati in regime di concessione pubblica è punito con la reclusione da un anno a sei anni e con la multa da euro mille a euro seimila», con possibile aumento della pena da tre a otto anni.

Pd

La Stampa
jena@lastampa.it

A questo punto la minoranza ha due possibilità: o resta minoranza dentro o diventa minoranza fuori.

Bambini in volo

La Stampa
massimo gramellini

La compagnia aerea Indigo ha creato una zona «childfree», cioè libera dai bambini. Il successo dell’iniziativa è assicurato. Alzi la mano chi alla terza ora di un viaggio trascorso accanto a un pupo (non suo) che gli ululava negli orecchi non ha sospeso il giudizio storico su Erode. Va detto che la lista delle nostre insofferenze è vastissima - verso chi suona il clacson per strada, chi urla nel cellulare in treno, chi spinge sull’autobus - e in certi momenti di malumore si estende all’intero genere umano. I bambini che rompono gravemente le scatole hanno per lo meno l’attenuante dell’innocenza, non estendibile però agli adulti che li accompagnano, i quali spesso non fingono neanche di provare un minimo di imbarazzo.

Eppure nutro qualche dubbio sull’efficacia dell’operazione isolazionista: quanto deve distare il sedile «childfree» perché la crisi di pianto stereofonica del «child» non intacchi il sistema nervoso del passeggero? Si allestiranno apposite campane di vetro o piccoli muri all’ungherese? Ma niente in realtà potrà frenare la deriva della nostra mancanza di pazienza, così come il tasso crescente di insopportabilità nei confronti del prossimo, e di questo passo arriveranno il condominio «vicini free», l’azienda «colleghi free», la nazione «stranieri free» (qualcuno ci sta già pensando), fino al collasso definitivo: la scuola «childfree».

P. S. Oggi il Buongiorno compie 17 anni e, anche se non è più un bambino, ringrazia di cuore tutti i lettori che continuano a sopportarlo.

Per sfondare sul mercato cinese Apple potrebbe montare la doppia Sim sul prossimo iPhone

La Stampa

L’azienda di Cupertino ha inoltrato due richieste di brevetto per una tecnologia che consente di utilizzare due schede sullo stesso smartphone, come fanno già alcuni concorrenti, da Samsung a Huawei



Apple punterebbe sulla dual sim per i nuovi iPhone per riguadagnare quote di mercato in Cina. Il gruppo della Mela ha infatti inoltrato due richieste, ancora in attesa di approvazione, all’Ufficio statale per la proprietà intellettuale cinese, a febbraio e marzo scorso, per brevettare la tecnologia dual sim sui nuovi iPhone ed entrare in competizione diretta con i concorrenti Samsung e Huawei che già dispongono di questa tecnologia sui loro smartphone.

La decisione di Apple potrà aiutare l’azienda di Cupertino nella crescente competizione sul mercato cinese, che oggi conta 710 milioni di utenti di internet, in grandissima parte connessi alla rete attraverso i dispositivi mobili, «anche se occorrerà tempo per applicare le nuove funzioni agli smartphone», ha sottolineato al quotidiano China Daily Nicole Peng, direttore per la Ricerca del gruppo di consulenza di Shanghai Canalis. Nonostante i dati di bilancio, che nel secondo trimestre 2016 hanno visto le vendite in Cina diminuire di un terzo (-33%) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, gli iPhone 7 e 7 Plus hanno registrato il tutto esaurito al 16 settembre scorso, data del debutto in Cina.

Il gruppo californiano punta a capitalizzare anche il momento attuale, segnato dal clamoroso stop definitivo alla produzione dei Galaxy Note 7 annunciato da Samsung, dopo i vari casi di autocombustione delle batterie, che avevano spinto l’azienda sudcoreana a chiedere ai clienti di spegnere l’apparecchio e riportarlo ai punti vendita in cambio di un rimborso completo o di una sostituzione con altri prodotti Samsung.

Apple, intanto, sta investendo molto in Cina, con l’apertura del primo centro per la ricerca e lo sviluppo a Pechino e con l’ingresso nel settore del ride-sharing: a maggio scorso, il gruppo fondato da Steve Jobs aveva investito un miliardo di dollari in Didi Chuxing, il maggiore operatore del settore in Cina, che ad agosto ha anche rilevato le attività di Uber China, fino a quel momento la principale rivale sul territorio cinese. Pochi giorni dopo, era giunto a Pechino il Ceo di Apple, Tim Cook, che aveva incontrato il vice primo ministro Wang Yang. Cook aveva fatto visita a uno degli Apple Store della capitale cinese, utilizzando per i propri spostamenti a Pechino le auto del servizio Didi. 

A 12 anni sponsorizza per sbaglio la sua band su Google e deve pagare 100mila euro

La Stampa
andrea signorelli

Per questa volta il colosso dei motori di ricerca l’ha graziato



Per diventare famosi su internet, a volte bastano poche settimane, se non pochi giorni: miracoli della viralità. Nella maggior parte dei casi, però, il successo su internet si paga caro; ne sa qualcosa il 12enne spagnolo José Javier, che, come riporta El Pais, si è visto recapitare un conto da 100mila euro da parte di Google per aver promosso attraverso AdWords, dai primi di agosto fino ai primi di ottobre, il gruppo musicale in cui suona la tromba: Los Saleros.

Il tutto nasce però da un errore: José ha infatti confuso AdWords con AdSense, programma che permette di guadagnare inserendo pubblicità sul proprio sito o, come in questo caso, sul proprio canale YouTube. Non dev’essere la prima volta che i due strumenti vengono confusi, visto che Google ha una pagina in cui viene spiegata nel dettaglio la differenza. L’aspirante star di YouTube ha però scoperto l’errore solo quando la famiglia – di Torrevieja, nella comunità autonoma valenciana – ha ricevuto un avviso dalla banca di famiglia, che segnalava loro un primo conto da parte di Google, ai primi di settembre, pari a 19.700 euro. Poche settimane dopo è arrivata anche la seconda e più pesante tranche: 78mila euro.

Stando a quanto raccontato dalla madre, Inma Quesada, il ragazzino è riuscito a impostare AdWords dando semplicemente il nome e le coordinate bancarie. Alla fine, si è risolto tutto nel migliore dei modi: Google ha investigato lo strano caso dopo che la stampa locale ha iniziato a occuparsene e ha deciso, il 5 ottobre, di cancellare l’intero importo. Non prima di ricordare ai genitori di studiarsi per bene la pagina di Google per la sicurezza della famiglia, in modo da evitare, nel futuro, errori simili.