sabato 15 ottobre 2016

Dario Fo, il post choc dal Valdiano «In vita fu un autentico infame»

Il Mattino



Anche dal Vallo di Diano arrivano commenti alla scomparsa del premio Nobel Dario Fo. E sono due consiglieri a postarli su Facebook. Il primo è Giovanni Graziano, consigliere comunale di San Pietro al Tanagro, ex commissario del Consorzio di Bacino, militare e noto esponente del centrodestra valdianese. «Ho profondo rispetto di fronte alla morte, soprattutto cristianamente parlando, ma mi dissocio assolutamente dal coro dei commiatanti del giorno dopo rimanendo del parere, naturalmente mio personale, che Dario Fo e Franca Rame in vita furono due autentici infami».

A Graziano replica Sergio Annunziata, vice sindaco di Atena Lucana e rappresentante del Partito democratico, e pure presidente della conferenza dei sindaci dell'Asl. «Non infami ma sicuro mediocri artisti».

Critiche bipartisan, insomma. E infatti anche altri commenti al post di Graziano sono di approvazione come l'ex consigliera di Montesano Sulla Marcellana, Rosa Campiglia (esponente del Pd ma eletta in una giunta di centrodestra). Graziano ha poi rincarato la dose: «Autentici infami...basta dare una superficiale occhiata alle loro misere biografie».

Venerdì 14 Ottobre 2016, 22:14 - Ultimo aggiornamento: 14-10-2016 22:14

Migranti, gli otto falsi miti da sfatare

repubblica.it
di VLADIMIRO POLCHI

Dai 35 euro al giorno al lavoro rubato agli italiani. Emma Bonino ha ideato un "piccolo prontuario" per smontare punto per punto i pregiudizi sull'accoglienza

Migranti, gli otto falsi miti da sfatare

"Ci rubano il lavoro". "Gli diamo 35 euro al giorno per non fare niente". "Li ospitiamo in alberghi a 5 stelle". Fermo: "Tutto quello che sai sugli immigrati è falso!". O almeno così sostiene un “prontuario” dei Radicali italiani, ideato da Emma Bonino, che prova a confutare punto per punto "otto grandi bugie" sui migranti.

1. Siamo di fronte a un'invasione! Il "Piccolo prontuario per un racconto (finalmente) veritiero sull’immigrazione" parte da otto affermazioni, poi tenta di smontarle utilizzando dati di varie fonti. La prima: "Siamo di fronte a un’invasione!". La replica: "Nell’Unione Europea, su oltre 500 milioni di residenti di ogni età (510 milioni) nel 2015, solo il 7% è costituito da immigrati (35 milioni), mentre gli autoctoni sono la stragrande maggioranza (93%, pari a 473 milioni). La quota di stranieri varia notevolmente tra i Paesi europei (il 10% in Spagna, il 9% in Germania, l’8% nel Regno Unito e in Italia, il 7% in Francia). È curioso, però, che i Paesi più ostili all’accoglienza degli immigrati sono quelli che ne hanno di meno: la Croazia, la Slovacchia e l’Ungheria, ad esempio, che ne hanno circa l’1%".

2. Ma non c'è lavoro neanche per gli italiani, non possiamo accoglierli! La risposta dei Radicale: "Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, visto che tra il 2015 e il 2025 gli italiani diminuiranno di 1,8 milioni, è invece necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone: si tratta di un fabbisogno indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa".

3. Sì, ma questi ci rubano il lavoro! La replica: "Agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in gran parte rifiutati dagli italiani: gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma occupano progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli autoctoni, soprattutto nei servizi alla persona, nelle costruzioni e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con remunerazioni modeste e con contratti non stabili. Dai dati più aggiornati del 2015, infatti, emerge che oltre un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (36% contro il 9% degli italiani)".

4. Sarà, però ci tolgono risorse per il welfare. "I costi complessivi dell’immigrazione, tra welfare e settore della sicurezza, sono inferiori al 2% della spesa pubblica.  Dopodiché, gli stranieri sono soprattutto contribuenti: nel 2014 i loro contributi previdenziali hanno raggiunto quota 11 miliardi, e si può calcolare che equivalgono a 640mila pensioni italiane. Col particolare che i pensionati stranieri sono solo 100mila, mentre i pensionati totali oltre 16 milioni".

5. Comunque i rifugiati sono troppi, non c’è abbastanza spazio in Europa! "Dei 16 milioni complessivi – scrivono i Radicali – solo 1,3 milioni sono ospitati nei 28 Paesi dell’Unione europea (8,3%), tra cui l’Italia (118mila, pari allo 0,7%). I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel 2015 sono la Turchia (2,5 milioni), il Pakistan (1,6 milioni), il Libano (1,1 milioni) e la Giordania (664 mila)".

6. Certo, e allora li ospitiamo negli alberghi. "I centri di accoglienza straordinaria sono strutture temporanee cui il ministero dell’Interno ha fatto ricorso, a partire dal 2014, in considerazione dell’aumento del flusso: le prefetture, insieme alle Regioni e agli enti locali, cercano ulteriori posti di accoglienza nei singoli territori regionali, e quando non li trovano si rivolgono anche a strutture alberghiere. Si tratta di una gestione straordinaria ed emergenziale, spesso criticata in primo luogo da chi si occupa di asilo, perché improvvisata, in molti casi non conforme agli standard minimi di accoglienza e quindi inadatta ad attuare percorsi di autonomia. Quindi sono uno scandalo non gli alberghi, ma la mala gestione e l’assenza di servizi forniti in quei centri improvvisati".

7. E diamo loro 35 euro al giorno per non fare niente! "In Italia, nel 2014, sono stati spesi complessivamente per l’accoglienza 630 milioni di euro, e nel 2015 circa 1 miliardo e 162 milioni. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno (45 per i minori) che non finiscono in tasca ai migranti ma vengono erogati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e manutenzione, ma anche a pagare lo stipendio degli operatori che ci lavorano. Della somma complessiva solo 2,5 euro in media, il cosiddetto “pocket money”, è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche alle sigarette)".

8. Sì, però i terroristi islamici stanno sfruttando i flussi migratori per fare attentati e conquistare l’Europa! "Limitando l’osservazione al terrorismo islamista, i primi 5 Paesi con la maggiore quota di morti sono l’Afghanistan (25%), l’Iraq (24%), la Nigeria (23%), la Siria (12%), il Niger (4%) e la Somalia (3%). Le vittime dell’Europa occidentale rappresentano una quota residuale, inferiore all’1%. L`Italia è terra d’immigrazione con molti cristiani ortodossi: oltre 2 milioni tra ucraini, romeni, moldavi e altre nazionalità. Seguono circa 1 milione e 700mila persone di religione musulmana (compresi gli irregolari e minori), meno di un terzo del totale degli oltre 5 milioni di stranieri in Italia. In Europa solo il 5,8 per cento della popolazione è di religione islamica".

La pensione arriva solo oggi, ma il soldato morì nel 1973

van Francese - Ven, 14/10/2016 - 11:01

La Corte dei Conti di Napoli ha riconosciuto il diritto alla pensione ai figli di un soldato nato nel 1899 e morto esattamente quarant'anni fa



Il sapore della beffa non potrebbe essere più amaro. Perché quando una persona si vede riconoscere la pensione quarantatrè anni dopo la morte si capisce appieno l'assurdità della burocrazia e delle pastoie istituzionali che troppo spesso paralizzano l'Italia.

Protagonista di questa storia è il soldato Giovanni De Martin, nato addirittura nel 1899 e in quanto tale richiamato, con tutta la gloriosa classe di quell'anno, a combattere la Battaglia del Piave, nella Grande Guerra, a soli diciott'anni. Nel secondo conflitto mondiale, racconta Il Gazzettino, De Martin venne fatto prigioniero e deportato in Belgio. Durante la prigionia contrasse la Tbc: una malattia che lo rese inabile al lavoro per tutta la vita. Scomparve nel 1973.

Tuttavia la Corte dei Conti di Napoli, che fra gli altri aveva preso in carico la sua pratica, gli ha riconosciuto (o meglio, ha riconosciuto ai suoi eredi) il diritto alla pensione solo oggi. A oltre sessant'anni di distanza dall'avvio del primo procedimento, nel 1956. Un incredibile labirinto di sentenze, giudizi, corsi e ricorsi di ogni tipo. Che non ha reso giustizia proprio a nessuno. Perché una giustizia troppo lenta non è tale.

La banda di hacker legata a Bogachev il calvo ripuliva conti correnti italiani

La Stampa

I soldi riciclati attraverso l’acquisto di preziosi e articoli tecnologici. Il materiale veniva poi spedito attraverso dei corrieri nei Paesi dell’Est



Bogachev il calvo, l’hacker che è riuscito a sfuggire all’Fbi nell’operazione «Game Over Zeus» e su cui pende ancora una taglia da 3 milioni di dollari, aveva dei discepoli in Italia. Una banda di truffatori informatici da anni ripuliva conti correnti on line e trasformava il denaro in oggetti preziosi e oggetti tecnologici che poi spediva in Russia e Ucraina in valige di viaggiatori attraverso una rete di trasportatori appositamente assoldata.

La banda è stata sgominata dalla Polizia postale di Bologna e di Roma. Un uomo è stato arrestato e altri cinque denunciati con le accuse di frode informatica e riciclaggio internazionale. La mente era un hacker russo, che si occupava di pulire il denaro. Le indagini sono partite nel 2014 quando una ditta di trasporti bolognese ha scoperto che qualcuno aveva fatto sparire dal suo conto corrente mezzo milione di euro. Attraverso le tracce informatiche, gli investigatori sono riusciti a risalire alla banda di hasker e al loro complesso sistema di riciclaggio.

Il primo passo era la sottrazione di denaro. Questa avveniva attraverso classici sistemi di hackeraggio informatico e clonazione di carte. Il secondo passo era trasformare il denaro in oggetti commerciabili. A questo scopo la banda aveva assoldato una schiera di inconsapevoli italiani agganciati su portali on line con la promessa di un posto da magazziniere per fantomatiche società estere. Gli italiani, in realtà, servivano come hub per l’invio di oggetti acquistati sulla rete dalla banda.

I pacchetti venivano intercettati e finivano nelle valige di viaggiatori che, sui pullman, raggiungevano le principali città dell’Est. Così si ripuliva il denaro. Si contano almeno 360 episodi. Tra gli oggetti più costosi acquistati, orologi comprati in gioiellerie del Nord da 80 a 120.000 euro di valore. In quest’ultimo caso, l’oggetto è stato recuperato.

Marco Travaglio e la vergognosa prima pagina del Fatto quotidiano su Dario Fo

Libero

Marco Travaglio e la vergognosa prima pagina del Fatto quotidiano su Dario Fo

Al Fatto quotidiano vale tutto: predire il voto dei morti e pure sfruttarne la memoria a poche ore dal decesso. La prima pagina di venerdì su Dario Fo scelta dal direttore Marco Travaglio lascia in bocca il gusto amaro della strumentalizzazione politica. Ieri, dalla pagina Facebook del Fatto, avevano annunciato che Fo e la moglie Franca Rame avrebbero votato "No" al referendum costituzionale del 4 dicembre.

E se per il premio Nobel la profezia era facile, un po' più complicata (diciamo, sulla fiducia) quella per l'amatissima consorte scomparsa nel 2013. Oggi, però, rafforzano il concetto con un cubitale "VOTA FO", che strizza l'occhio al "VOTA NO" che da giorni campeggia in un modo o nell'altro sulle pagine del quotidiano più manettaro d'Italia. Quando si dice il buon gusto.

Voglia d’amore di un cane cieco che si aggrappa alla prima persona che ha incontrato in rifugio

La Stampa
cristina insalaco



Muneca è una cagnolina di diciott’anni che oltre ad aver perso il suo padrone, ha perso anche la vista. Dopo l’abbandono è stata portata al «Baldwin Park Animal Care Center» di Los Angeles, un rifugio per animali. Ma qui soffriva di solitudine: «Si sentiva come sconnessa dal mondo - raccontano i volontari -. Era triste, e affamata d’affetto». Sarà proprio per questo motivo che quando Muneca ha incontrato la volontaria Elaine Seamans, martedì scorso, si è immediatamente aggrappata a lei: «Era piena di pulci, ma è saltata in braccio a Elaine - proseguono i volontari - e non voleva staccarsi da lei per nessuna ragione al mondo».



Si sono scambiate un po’ di coccole, ed è stato in quel momento che al rifugio è entrato un fotografo, John Hwang. Era lì per fare un servizio fotografico per un progetto della Skid Row di Los Angeles, e ha fatto alcuni scatti a Elaine Seamans e al quattro zampe Muneca. «Elaine è fantastica con i cani: si rotola insieme a loro e li bacia - racconta il fotografo -. Hanno una chimica particolare».



Anche se non è certo la prima volta che un volontario posta su Facebook le foto dei nuovi arrivati in canile, o gli scatti di anziani che cercano casa, queste foto di John Hwang hanno toccato il cuore della Fondazione Frosted Faces. Che due giorni dopo si è attivata per aiutare il cane.



Dopo le cure veterinarie, grazie alla Fondazione il quattro zampe oggi si è trasferito da una famiglia provvisoria: «E presto troveremo per Muneca una casa definitiva - spiegano - con una famiglia che sappia darle l’amore di cui ha bisogno. Vogliamo che da adesso in poi il cane trascorra una vita felice». 

Cina, torna in libertà l'ultimo prigioniero di Tiananmen

repubblica.it
ANGELO AQUARO

Miao Deshun aveva 25 anni quando sfidò i carri armati. Oggi ne ha 42 ed è l'ombra di se stesso: malato e depresso, da tempo ha smesso di vedere anche i suoi familiari. Tra qualche giorno uscirà dalla galera in cui ha trascorso più di un quarto di secolo

Cina, torna in libertà l'ultimo prigioniero di Tiananmen

L'ultimo prigioniero di Tiananmen torna finalmente libero ma l'uomo che protestava in piazza per la libertà oggi è il fantasma di se stesso, malato e deprivato di tutto, a cominciare dalla sua dignità. Miao Deshun aveva 25 anni quando sfidò i carri armati mandati da Deng Xiaoping a stroncare nel sangue la primavera di Pechino. Era il 4 giugno di quel 1989 che cambiò il mondo per sempre e per tutti, tranne che per questa parte di mondo. Cinque mesi dopo crollò il muro di Berlino ma la Grande Muraglia cinese ­è ancora qui.

La notizia della sua scarcerazione non trova nessuna conferma. L'hanno data gli attivisti di Dui Hua, il gruppo con sede a San Francisco e a Hong Kong che cerca di tenere sotto controllo la triste contabilità delle vittime della repressione. Una telefonata di Repubblica alla sede di Hong Kong non ha dato nessun esito: al messaggio lasciato in segreteria nessuno ha al momento risposto. Secondo i calcoli di Dui Hua, l'ultimo detenuto politico dell'89 dovrebbe essere liberato il 15 ottobre dopo avere ottenuto una riduzione di pena di 11 mesi a marzo.

Ma l'ex ragazzo della primavera cinese è oggi un uomo di 42 anni che da tempo ha deciso di non vedere più neppure la sua famiglia: non voleva che continuassero a imbarcarsi in quel lungo viaggio dalla provincia. E poi per andare a trovare chi? È dal 2003 che Deshun è una larva schiacciata nel carcere specialissimo di Yanqing sulle montagne a quattro ore da Pechino. È l'ultimo girone dei 1.602 prigionieri che erano finiti nelle carceri di tutta la Cina dopo la protesta. Qui hanno rinchiuso quelli che chiamano "malati mentali". E la malattia mentale di Miao Deshun è quella di non essersi mai dichiarato colpevole di nulla.

Il giovane operaio era stato condannato a morte con l'accusa di incendio: solo per avere lanciato un cestino su un carro armato che già bruciava. La condanna era poi stata trasformata in ergastolo, fino alla riduzione di pena della Prima Corte Intermedia del Popolo qui a Pechino. Sostiene il leader degli attivisti di Dui Hua, John Kamm, in un comunicato di qualche mese fa, che il prigioniero soffre di epatite B e schizofrenia. E pensate che cosa dev'essere stato vivere in isolamento per decenni. I pochi prigionieri che erano riusciti a incrociarlo descrivono un uomo magrissimo, emaciato, che non partecipava mai neppure al lavoro con gli altri detenuti, perché questo significherebbe in pratica accettare la riabilitazione.

Dicono che preferiva restarsene sempre chiuso in cella a leggere il giornale. "Era uno tranquillo, spesso depresso", ha ricordato alla Bbc Dong Shengkun, un altro prigioniero di Tiananmen che aveva diviso la cella con lui. "Avevano sospeso a entrambi la pena di morte ma dovevamo portare le catene ai piedi. A me le misero, a lui noi. Disse che le guardie probabilmente pensavano che era troppo magro: non sarebbe stato capace di camminare sotto il peso delle catene".

Le migliaia di studenti scesi in piazza 27 anni fa hanno dato vita da allora a una vera e propria diaspora. Tanti sono riusciti a fuggire: Stati Uniti, Taiwan, Gran Bretagna. Chai Ling, una delle ragazze leader della rivolta, oggi vive negli Usa, è stata due volte candidata al Nobel per la Pace e ha dato vita a un'organizzazione non profit. Wang Dan era uno dei più noti portavoce durante quelle settimane di occupazione a Tiananmen. Le foto di allora lo ritraggono in piazza, gli occhialoni che spuntano dietro al megafono. È stato sei anni in prigione, è scappato negli Usa e poi da lì a Taiwan, dove oggi insegna all'università.

Ma sono le storie dei tanti poveracci come Miao Deshun quelle più tragiche. Non erano solo studenti: tanti operai, tanti contadini, tanti giovanissimi impiegati. Come succede in ogni diaspora politica, oggi c'è pure chi accusa i leader di allora di essere riusciti a fuggire e non essersi più occupati di chi è rimasto dietro. Ma queste sono spesso polemiche montate ad hoc. La rivolta, qui, è un tabù: per un'intera generazione nata dopo il 1989 non è mai neppure avvenuta, e non serve cercarla su Internet perché su Internet non c'è. Chi allora c'era, invece, ricorda benissimo. Come il direttore del giornale vicino al potere, Global Times, che qualche tempo fa - ricordano oggi i giornali di Hong Kong, gli unici che possono occuparsi liberamente di quella protesta - dedicò al povero Miao Deshun un durissimo editoriale:

"La vita di chi ha scommesso sul lato sbagliato della storia vale meno di una piuma". Infatti. Ventisette anni dopo, l'ultimo prigioniero di Tiananmen oggi pesa meno di una piuma. E finalmente può volare via.

In altre parole

La Stampa
massimo gramellini

In una sorta di staffetta tra irregolari, nel giorno in cui il teatrante Dario Fo esce di scena, sul palco del Nobel per la letteratura sale il padre dei cantautori Bob Zimmerman, che cambiò il suo cognome in Dylan per rendere omaggio a Dylan Thomas, un poeta talmente formidabile che il Nobel non lo vinse mai. Dopo la parola parlata di Fo, i parrucconi pop di Stoccolma consacrano la parola cantata di Dylan. E i cultori di quella scritta - scritta per essere letta e non detta o messa in musica - insorgono.

Baricco obietta legittimamente che nessuno si sognerebbe di assegnare un riconoscimento rock allo scrittore Javier Marias solo perché la sua prosa è musicale. Ma la domanda è se il Nobel debba premiare la scrittura più pura o non invece quella che più ha influenzato la società del suo tempo. Se il criterio è questo, il Nobel a Dylan ha una sua dignità, come la presenza di De André nelle antologie scolastiche con Montale.

«Quante volte un uomo deve guardare in alto prima che possa vedere il cielo?» (da Blowin’ in the Wind). Molti versi di Dylan sono poesia, indipendentemente dalla carica emotiva della musica. Anche i versi di Omero erano accompagnati con la lira. Se nelle corti achee ci fossero stati i registratori, oggi ascolteremmo l’Odissea come un musical. Il vero limite di questo Nobel è di arrivare fuori tempo massimo: da troppi anni il talento di Dylan risulta esaurito. E allora forse si sarebbero potuti premiare scrittori non musicisti come Roth o Murakami, senza aspettare il giorno in cui saranno completamente suonati.

Ora et Foodora

La Stampa
massimo gramellini

Dopo lo sciopero dei fattorini di Foodora, il ministero ha deciso di inviare gli ispettori per verificare le condizioni di lavoro di questi ragazzi che girano le nostre città con le loro bici color fucsia per consegnare a domicilio i pasti ordinati attraverso una app del telefonino. Pagati a cottimo meno di una miseria, senza copertura per gli infortuni e i guasti al mezzo di trasporto. Uno di loro si è raccontato a «La Stampa»: trentenne laureato in attesa di un lavoro vero che non arriva mai, dopo una vita di studi si ritrova in bici come la madre postina vent’anni prima. Invidiandola pure, perché lei con la quinta elementare aveva lo stipendio fisso, la mutua e le vacanze pagate.

Una storia come troppe. Ho la casella postale intasata di giovani adulti plurilaureati a cui vengono proposti stage non remunerati, pagamenti ballerini in voucher o addirittura accordi capestro, naturalmente orali, che prevedono la restituzione di una parte dello stipendio, pena la perdita del posto. Dietro molto di ciò che luccica di new, gig, app e start up - oggetto della venerazione beota di noi consumatori - si nasconde il mondo antico dello sfruttamento, intessuto di mestieri poco protetti e peggio pagati. Come se, invece che nel futuro, la tecnologia ci stesse riportando ai tempi di Dickens.

Ora et Foodora, ecco la nuova regola ben poco benedettina: prega che ti diano un lavoretto a cottimo, mentre una minoranza sempre più esigua e famelica di trafficoni del web si arricchisce alle tue spalle, riproponendo in forme inedite l’eterno conflitto tra capitale e lavoro.

L’anziana che mangia senza pagare il conto è tornata a colpire

La Stampa
claudio vimercati

E’ successo l’altro pomeriggio in via Mistrangelo a Savona nel bar Napoleon


La nonnina di Ceriale è tornata a colpire in centro a Savona

Della serie il lupo per il pelo ma non il vizio. Ricordate Giovanna Tondella, la vecchina di 76 anni nativa di Torino (ultima residenza a Ceriale) che mangiava a sbafo in ristoranti e bar per protesta, almeno così aveva spiegato, con le Poste che le avevano bloccato il pagamento della pensione? E’ tornata a non pagare il conto. E’ successo l’altro pomeriggio in via Mistrangelo a Savona nel bar Napoleon. La vecchina si è seduta a un tavolino, ha chiesto nell’ordine un toast, una torta salata, birra e caffè e al momento di pagare se ne è andata dicendo che non aveva i soldi.

«Mi spiace. Chiamate pure la polizia». Andrea Sattanino, uno dei titolari, non se lo è fatto ripetere due volte. «E pensare – dice – che quando è entrata nel bar io non l’ho riconosciuta. Il mio collega, invece, qualche dubbio lo ha avuto. Quando mi ha detto che non aveva pagato il conto e se ne era andata, l’ho inseguita e bloccata fuori del bar. Vede non è per i dieci euro della consumazione. Se mi avesse detto prima che non aveva i soldi e chiesto da mangiare, l’avrei servita lo stesso.Ma così no. Non può una persona farsi servire, mangiare e bere e poi andarsene via in questo modo».

Dunque è arrivata la polizia che ha contestato all’anziana donna il reato di insolvenza fraudolenta. Per procedere ci voleva però la querela di parte. E a quel punto il barista ha preferito lasciare perdere.

«Però spero che quella vecchina abbia imparato la lezione». Giovanna Tondella non aveva documenti. E così i poliziotti l’hanno portata in questura per l’identificazione. Poi ha potuto tornare a casa. L’avvocato Giovanni Maria Gandolfo di Albenga che da tempo segue l’anziana nelle sue vicissitudini non nasconde una certa sorpresa e un comprensibile disappunto per quanto accaduto: «Non me lo aspettavo proprio. E pensare che quella questione della pensione si è risolta, è stata sbloccata. Ora le viene pagata regolarmente.Certo lei è un po’ cleptomane, la mano lesta in negozietti e supermercati l’ha sempre avuta.E’ una malattia. Ecco mi aspettavo più una cosa del genere. La chiamerò perchè non può continuare così». Nel frattempo, i baristi sono avvertiti.

Dario Fo, dalla fedeltà a Salò all’ostilità per l’Occidente

La Stampa
mattia feltri

Volontario nella Rsi, simbolo della gauche, antisionista: la parabola dell’estremismo attraverso il Novecento



Sarebbe forse un errore attribuire a Dario Fo - come fanno molti antipatizzanti - una volatilità ideologica, per le militanze dall’estrema destra all’estrema sinistra, fino ai cinque stelle.

Ma a guardare bene, la vita politica del Nobel ha seguito una linea di coerenza espressa attraverso un ribellismo giovanile simile a quello adulto e senile: il giuramento di fedeltà al manifesto di Verona, fondativo della Repubblica di Salò, contemplava la lotta per l’«abolizione del sistema capitalistico interno e contro le plutocrazie mondiali» che tanto assomiglia alla dichiarazione d’intenti del Soccorso Rosso, la struttura degli Anni Settanta che si riprometteva di «sostenere compagni incarcerati nel corso delle lotte antifasciste ed antimperialiste a livello nazionale ed internazionale».

Il linguaggio è soltanto leggermente diverso, da «plutocrazie» si passa a «imperialismo», ma è comunque una dichiarazione di guerra alla società occidentale, o almeno a quella maggioritaria, capitalista e liberale, che si è opposta prima al nazifascismo poi al comunismo vincendo entrambe le sfide.

Ora, va specificato che Fo ha sempre ridimensionato la sua partecipazione da volontario al fascismo della bella morte di Salò, prima dichiarandosi una quinta colonna della Resistenza, poi uno che cercava di «salvarsi la pelle», e sarebbe comunque ingiusto attribuire valore storico alle sentenze di tribunale che autorizzano a definirlo «rastrellatore». Ma, insomma, una linea fra quelle due fasi della vita, disconosciuta la prima e rivendicata la seconda, è abbastanza visibile e anche dolorosa. La Repubblica sociale era nata, fra l’altro, qualificando stranieri «gli appartenenti alla razza ebraica» e «appartenenti a una nazionalità nemica». In uno spettacolo teatrale del 1972, al feddayn (che dava nome all’opera) si consegnava la dimensione di «nemico numero uno dell’imperialismo, del sionismo e della reazione araba».

Anni dopo, rifacendosi a un testo di Nelson Mandela, Fo ha paragonato la situazione dei palestinesi a quella dell’apartheid sudafricano e, ancora di recente, in un’intervista per i suoi novant’anni, ha sostenuto che gli ebrei si avvalgono della «loro brutalità contro chi segue altre religioni». Sono frasi per cui Fo si è guadagnato esorbitanti accuse di antisemitismo, almeno per il Fo post-Salò, ma l’antisionismo, quello sì, era orgogliosamente rivendicato.

Ed era parte fondante dell’antimperialismo che lo ha condotto ad analizzare l’11 Settembre prima come una reazione dei poveri sui ricchi («questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano»), poi a fare da voce narrante di un documentario cospirazionista scritto da Giulietto Chiesa, e secondo il quale gli attentati del Wto e del Pentagono erano strumento di un grande complotto a sfondo petrolifero. Proprio come succede sempre, disse Fo, «fin dall’omicidio Kennedy». Per un intellettuale di tale formazione era naturale finire dalle parti di Beppe Grillo. Alla lunga il sugo è sempre quello: la realtà offerta è una realtà contraffatta: il mondo occidentale è basato sullo sfruttamento di pochi forti su molti deboli, e con la collaborazione della menzogna.

Del resto sono sentimenti ai quali è in parte ispirata la terribile lettera del 1971 all’Espresso - firmata da Fo e da parecchi altri - nella quale si giudicava il commissario Luigi Calabresi colpevole della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, e nella quale si proclamava una ricusazione di coscienza «rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni». Era soltanto una grande recita a cura di istituzioni statali a cui non era più riconosciuta cittadinanza. Soprattutto al commissario Calabresi, che in quel coro furente era indicato come agente della Cia, e cioè avanguardia degli oppressori, gli imperialisti, gli oscuri nemici di sempre.

Vittorio Feltri, il saluto a Dario Fo: "Ciao nonno di Salò"

Libero

Vittorio Feltri, il saluto a Dario Fo: "Ciao nonno di Salò"

Un pizzico di cinismo, forse, ma nessuna banalità. Così, nello sproloquio di elogi che i media mainstream stanno rivolgendo a Dario Fo (e che ha finito per irritare il figlio Jacopo), il direttore di Libero Vittorio Feltri ha commentato  in una intervista a Radio Cusano Campus la scomparsa del premio Nobel. "Un uomo di 90 anni se anche muore non si può dire che sia stato soffocato dalla balia. Ha fatto la sua vita, criticabilissima finché si vuole, ma non ci si può stracciare le vesti perché un novantenne muore. E' la cosa più naturale del mondo morire. E' naturale che anche lui giunto a un certo punto se ne sia andato. Può dispiacere o no".

Poi il ricordo del Fo fascista, repubblichino di Salò: "Tutti sanno che Dario Fo è stato un ragazzo di Salò e oggi lo salutiamo come il nonno di Salò. Non abbiamo nessun astio nei suoi confronti ma neanche una smisurata ammirazione. Quando dirigevo l'Indipendente spesso mi veniva a trovare in redazione, l'uomo era anche molto simpatico, aveva un talento da guitto fuori discussione.

Disincantato il giudizio sull'opera di Fo : "La cosa più divertente è che questo signore ha avuto un Nobel per motivi che non si sono mai ben capiti. Io sinceramente non ho mai letto nulla di definitivo di Dario Fo, che con la letteratura non aveva molta dimestichezza. E' stato un buon attore, un guitto stupendo, ma non aveva nessuna dimestichezza con la letteratura".

Dario fu

Alessandro Sallusti - Ven, 14/10/2016 - 15:25

Fo è morto a 90 anni. Fu repubblichino, fu amico degli estremisti e tra i firmatari del manifesto contro Calabresi. E poi grillino. Ma ora tutti lo celebrano in pompa magna



Dario Fo, Dario fu. E non solo perché è morto ieri all'età di novant'anni. Dario Fo fu tante cose che ieri, oggi, domani e chissà per quanto ci saranno ricordate nelle celebrazioni di giornali e tv non senza retorica, conformismo e ipocrisia.

Tante, ma non tutte sicuramente saranno messe sullo stesso piano, per non turbare la memoria del premio Nobel giullare e non cadere in contraddizione con la storia dei celebranti, in primis sinistra e grillini. Con la stessa sfacciata irriverenza, cifra del dariofoismo, va ricordato che Dario Fo fu fascista, e non solo perché giovane durante il Ventennio. Dopo l'8 settembre poteva salire sui monti con i partigiani, ma lui aderisce alla Repubblica Sociale e quando marca male si defila e ricicla a sinistra.

Passano gli anni, cresce cantando Bella Ciao e diventa il cantore del sessantottismo, simpatizza per la sinistra estrema e alcuni di quei gruppi sul filo della lotta armata. Fu tra i firmatari e portavoce del famoso manifesto degli intellettuali passato alla storia come la condanna a morte del commissario Calabresi. Agli intellettuali, solo a quelli di sinistra, si perdona tutto. L'omicidio Calabresi avviene, quella rivoluzione fallisce dopo aver seminato sangue ovunque e Dario Fo, ovviamente, si defila e rilancia.

Non più fascista, non più filo estremista, si dedica a tempo pieno all'impegno teatrale, inventa una lingua incomprensibile e una commedia, Mistero Buffo (un mix di populismo, comunismo e anticlericalismo) che gli aprirà la strada al Nobel del 1997. La sinistra si appropria di questa buffa icona diventata intoccabile e lui non si sottrae all'abbraccio. Ricambia mettendosi per un ventennio alla testa dell'antiberlusconismo venerato come un Dio. È violento, volgare, arrogante. Solo la solita Fallaci osa scrivere di lui: «Un fascista nero diventato fascista rosso». Giorgio Bocca si limitò a definirlo uno che stava «nell'alone del terrorismo».

Quando anche il partito post comunista si sfalda e il berlusconismo non è più il nemico assoluto da abbattere, Fo cambia ancora e, da buon cortigiano, passa a Grillo, suo nuovo e ultimo protettore. Dario Fo cantò la lotta di liberazione al potere servendo il potente di turno e accettando il Nobel, il premio più politicamente corretto del mondo, dalle mani di un Re e indossando lo smoking. Il mistero davvero buffo è come la sinistra, che oggi lo onora, sia caduta nella trappola di uno nato fascista e morto grillino.

Noi manteniamo il punto: Dario fu, amen.