domenica 16 ottobre 2016

Cara sinistra, il vero Nobel lo ha vinto Caprotti

Alessandro Sallusti - Sab, 15/10/2016 - 22:54

Tutti pazzi per Dario Fo. Il sindaco pd di Milano Giuseppe Sala al quale il giullare aveva negato, schifato, il suo voto proclama una giornata di lutto cittadino.

Il cardinale Scola nulla ha da eccepire sul fatto che oggi i funerali laici del giullare più anticlericale della storia si celebrino sul sagrato del Duomo. Alla cerimonia parteciperanno, accomunati nel dolore, i leader della sinistra freschi di insulti del defunto e Beppe Grillo, ultimo approdo del re dei voltagabbana, già rastrellatore di partigiani quando da giovane portava la camicia nera, e cantore ufficiale dell'omicidio del commissario Calabresi. Potenza del Nobel, potenza dell'ipocrisia o, forse, solo potenza della morte che tutto cancella.

A Milano ieri più d'uno ha invocato Fo «santo subito», fioccano proposte di intitolargli strade, piazze, non si esclude il monumento. E pensare che solo pochi giorni fa in consiglio comunale la sinistra si è spaccata sulla mozione che chiedeva che Milano ricordasse in qualche modo Bernardo Caprotti, mister Esselunga, morto anche lui a 90 anni a cui il Nobel l'aveva assegnato il libero mercato: sette miliardi di fatturato all'anno, ventiduemila dipendenti in servizio, prestigio internazionale. Ma aveva un difetto imperdonabile: non era mai stato di sinistra, non aveva mai fatto un girotondo contro Berlusconi né contro la casta della politica.

Non solo, immagino, per convinzione, ma perché, lavorando più di dodici ore al giorno, non ne avrebbe avuto il tempo. La sua missione era creare sviluppo e benessere, due concetti sui quali Milano ha costruito la sua storia e la sua fortuna. Certo, Milano è stata anche la città di Verdi, che ha adottato Arturo Toscanini. Anche loro uomini d'arte, come Fo. Ma il primo è un cofondatore della patria, il secondo preferì l'esilio al mischiarsi con il padrone di allora, tale Benito Mussolini. Più di recente, a Milano, tale Giorgio Strehler il teatro lo rifondò stupendo il mondo intero.

Non sta a me dare pagelle a geni e premi Nobel, ma vedere Dario Fo entrare in questo pantheon mi fa un certo effetto. Per quello che è stato e per chi ce lo porta: quella sinistra che solo pochi giorni fa non ha voluto dare gli onori dovuti a Bernardo Caprotti che l'arte della libertà l'ha messa in pratica, non calpestata, insultata e derisa come se tutto fosse, a prescindere, «Mistero buffo».

Bufera sulla diretta Rai: 75 minuti di delirio rosso pagati col canone

Paolo Bracalini - Dom, 16/10/2016 - 08:19

Palinsesti stravolti e speciale del Tg1 per il rito. La celebrazione della tv di Stato irrita i social



Se cinquantacinque anni fa era stato allontanato dalla Rai democristiana, la Rai renziana ha riparato tutti i torti dando ai funerali di Dario Fo lo spazio dovuto ad un padre della Patria, ad un eroe nazionale, ad un genio universalmente amato (anche se la figura di Fo divide diametralmente gli italiani).

Palinsesti stravolti da RaiUno a RaiScuola con speciali sull'attore, pezzi d'archivio, interviste, omaggi di ogni tipo. E poi ben tre dirette sui funerali a Milano, una di RaiNews24 (guidata da Antonio Di Bella, una carriera in quota Ds e poi Pd), l'altra di Radio1 («Filo diretto GR1 - Addio a Dario Fo»), e poi dalle 11.50 per la bellezza di 75 minuti lo speciale del Tg1 «L'ultimo saluto a Dario Fo» sulla rete ammiraglia della tv di Stato, con la telecronaca della cerimonia in piazza Duomo. A condurre la quirinalista del Tg1, Simona Sala.

Più che una telecronaca una telecelebrazione, tanto che sui social arrivano le proteste («Perché devo pagare il canone Rai per guardare i funerali di Dario Fo?», «Continua il delirio anticlericale di Dario Fo sulla Rai, mai tanto soddisfatto del mancato pagamento canone»). I toni della diretta del Tg1 non alleviano i telespettatori che non hanno mai amato l'attore, anche per la sua militanza politica di parte, dalla sinistra comunista a Grillo e Casaleggio: «Un grande, un genio, qualcuno che ha dato qualcosa a ognuno di noi. Oggi è un lutto ma mai così allegro, festoso, proprio come voleva lui» si scioglie l'inviata Rai.

Dopo l'intervento di Carlin Petrini sulla inscindibilità tra arte e militanza («Pensare a lui senza politica è come pensare ad un buon vino senza l'uva») la telecronaca del Tg1 torna a commuoversi: «Tantissime le sollecitazioni da Petrini, amici da sessant'anni insieme militanti comunisti contro tutte le povertà. Una vita passata in una militanza civile che non si può separare dal suo fare arte».Dopo la cerimonia attaccano i tromboni della «Banda degli ottoni a scoppio» (una banda musical-politica, «suoniamo da trent'anni al fianco dei lavoratori»), e la Rai educa ancora il popolo sulla corretta lettura delle immagini:

«La banda ha accompagnato tutta la vita di Dario Fo, è una banda popolare, sono canti di lotta, politici ma anche allegri. Arte e passione politica sono inscindibili. È un funerale paradossale, perché si sentono parole, ideali e valori che non si sentivano da tantissimo tempo, e tutto accade sul sagrato del Duomo, un paradosso totale che avrebbe divertito tantissimo Dario. Solo lui poteva far sventolare bandiere rosse e far cantare Bella ciao sul sagrato del Duomo. Vedremo adesso cosa farà Milano, perché il sindaco Sala ha ammesso che la città ha ricevuto da Fo più di quello che gli ha dato», intima la cronista Rai.

Le telecamere inquadrano le sindache grilline Appendino e Raggi insieme a Casaleggio jr, numero due del M5S con cui Fo si era schierato ufficialmente, chiudendone la campagna elettorale nel 2013. Altro aspetto controverso di Fo, che però non disturba minimamente la telecelebrazione Rai, anzi: «Dario Fo era l'anima di sinistra del M5S, aveva molto sofferto la morte di Casaleggio, lo considerava un genio creativo. Di Maio ha definito Fo un uomo capolavoro, una definizione che si può condividere». Poi, nei buchi della diretta, l'inevitabile intervista a Saviano su Fo, un'altra d'archivio, un'altra ancora a Lella Costa, mai un'ombra di nota dissonante. «Una giornata di pioggia e di gioia, un premio Nobel, ricordiamo, dato a chi dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi» assicura la tv di Stato con i dirigenti nominati dal Pd.

Duomo occupato dai comunisti. La Rai s'inginocchia

Redazione - Dom, 16/10/2016 - 08:23

Pugni chiusi e Bella Ciao davanti al simbolo del cattolicesimo. E lo show va in diretta tv



«E sempre allegri bisogna stare/ che il nostro pianger fa male al re/ fa male al ricco e al cardinale/ diventan tristi se noi piangiam».

Non si poteva piangere, ma non si poteva neppure ridere, ieri mattina, in una Milano devastata dall'acqua, al funerale di Dario Fo, insieme festa laica e festival letterario, tra politici e scrittori, cerimonia musicale e parlante, pittoresca, commovente, grottesca e contraddittoria, per ricordare e dire «Ciaooo Dario!» al più contraddittorio giullare e premio Nobel della storia italiana.
Che festa è stata. E che Italia, che è.

Solo l'Italia conosce così tanti atei che vedono le chiese come simboli del potere religioso, tranne quando se ne possono usare le piazze per i loro funerali. Solo l'Italia caccia la brigata Ebraica dal corteo del XXV Aprile e intona Bella ciao alle esequie di un ex repubblichino. Solo in Italia la Tv di Stato fa saltare tutti i programmi radio e video per omaggiare uno che ha ospitato, e poi censurato, e poi cacciato, e poi re-invitato...

Erano tutti invitati ieri ai funerali di Dario Fo. E sono arrivati in migliaia. Si parte da un teatro - perché i simboli sono importanti -, lo Strehler, e si arriva in piazza Duomo, con la bara sul sagrato, posizionata perché i simboli hanno significati nascosti davanti al portone di una Cattedrale in cui Fo non ha mai voluto spiritualmente entrare, a sinistra della Galleria Vittorio Emanuele, monumento di quella borghesia che Fo, da perfetto (...)

(...) borghese qual era, ha sempre detestato, e a destra di Palazzo Reale che, in quanto sede di re, ha sempre contestato. Tranne quelli di Svezia. La festa e la farsa iniziano alle 11. Si esce dalla Camera ardente. Dentro è rimasta solo la famiglia e pochi intimi: attorno al feretro Jacopo Fo, con lo sciarpone rosso, Gad Lerner e Stefano Benni, che portano la bara a spalla fino all'auto blu. «Siete pronti? Camminiamo tutti allo stesso passo. Andiamo».

Si va. Tutti allo stesso passo: da Foro Bonaparte al Duomo, Cont duluri e cont lamenti. In testa, il sindaco di Milano Sala, quello di Torino Appendino, quello di Roma Raggi «Tieni duro, sindaco! Sono un attivista del Movimento. Ho conosciuto un tuo assessore alla marcia Perugia-Assisi... Posso fare un selfie?». E lei: «Andiamo avanti».

Si va avanti, tutti in marcia, verso largo Cairoli. Primo applauso. Poi parte la marcia funebre, suona la «Banda degli ottoni a scoppio». Ma non è una musica funebre, anzi. Clownesca e felliniana. La vita è teatro. La morte spettacolo. Ci sono due ragazze col naso finto. Cameramen e fotografi. Un clochard col trolley. Assessori. Gente comune. Quelli dell'Anpi con la bandiera. Zum zum, pam pam. Rosamunda... Pifferi, bombette e k-way.

Si imbocca via Dante che diluvia. Turisti, shopping e dehors. Jacopo Fo è rimasto indietro. E grida: «Andate avanti». A Cordusio parte un tema zigano di Goran Bregovic. Si canticchia, qualche orchestrale balla. Zara è quasi vuoto, via Orefici strapiena. Una ragazza continua imperterrita a soffiare bolle di sapone.

La vita va via in un soffio. Anche un funerale. Siamo già in piazza Duomo. L'odiata Mondadori del satrapo Berlusconi, sotto i portici, ha allestito tutte e cinque le vetrine con le insegne «Ciao Dario». Parte un altro applauso. Siamo quasi al sagrato. Ci sono i militanti che salutano. Un cagnasso randagio inzuppato di pioggia. Un paio di carrozzelle, un sciancat instorpiat... Sono tutti fan di Fo. E tutti porasi fiol de Deo. Sul sagrato non c'è Dio, e neppure un pretazzo.

C'è un gazebo bianco. I necrofori dell'impresa San Siro depongono la bara in mezzo a due gendarmi, con i pennacchi e con le armi. Quanta bella gente. Davanti alla bara la piazza è strapiena di ombrelli e cartelli: «Io non sono un moderato». Dietro la bara c'è la famiglia, lo stato maggiore dei Cinque stelle Di Battista in cappotto blu, Di Maio e Casaleggio junior, Beppe Grillo in piumino. Roberto Vecchioni, a bassa voce, a un amico, dice: «C'è Saviano...». Saviano è appoggiato, indolente, a un sostegno del gazebo, poi lo chiamano davanti. «Fatti vedere».

La gente vuole vedere. Grida: «Chiudete gli ombrelli!». Non si può. La cerimonia, sotto il diluvio, è officiata da Carlo Petrini e Jacopo Fo. Ag stait pù in d'la pel d'la contentesa. Non stanno più nella pelle dalla contentezza di dire a tutti che bisogna ridere ed essere felici. «Oggi andate a casa e mangiate, ridete e se potete fate l'amore. È quello che avrebbe fatto lui», dice di lui l'amico Carlo Petrini. Narra aneddoti privati e ricordi pubblici. Poi, da scaltro gastronomo, il patron di Slowfood tira fuori dalla coppola la metafora enologica: «Tenere fuori la politica dall'arte di Fo sarebbe come fare un buon vino senza uva».

Dopo, inizia la sbronza ideologica. È l'orgoglio ritrovato di chiamarsi (ancora) «compagne e compagni». Tocca a Jacopo Fo parlare alle compagne e ai compagni. È interrotto dagli applausi e dalla commozione. Parla da figlio, e tutto gli è dovuto e perdonato. «Noi siamo un po' animisti. Non è che uno muore veramente, dài... Si fa per dire». La piazza ride e piange.

E ridendo piangendo si evoca, e par di sentirla da lontano, «Stringimi forte i polsi/ dentro le mani tue» che Dario Fo scrisse per Franca Rame. Fu la sigla di Canzonissima, anno 1962. Stretti i polsi, si liberano i pugni. E Jacopo Fo ringrazia tutti, a favore di piazza e di telecamera, col pugno chiuso alzato: «Grazie compagni».

Eh bon, tacabanda! E la banda attacca. «O partigiano, portami via. O bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao!». «Ciao, ciao». «Come stai?!». «Ah, sei venuto anche tu...». «Hai visto quanta bella gente». «Che bella festa...». La festa è finita. Reinizia la vita.

È mezzogiorno e mezzo. C'è Lella Costa che ride con Vecchioni. C'è Travaglio con già la sigaretta in mano. C'è l'archistar Boeri. C'è Renato Pozzetto che non ha voglia di ridere. C'è Grillo che parla con tutti. E c'è Dario Fo, nella bara, lì vicino quanti paradossi ti è toccato vivere e vedere oggi - che non ascolta più nessuno.

La Chiesa non voleva funerali atei, ma Sala fa occupare il sagrato

Paolo Bracalini - Dom, 16/10/2016 - 08:18

Le perplessità dell'arciprete: "Mai successo a memoria d'uomo"



Milano - Un funerale non religioso per un «comunista e ateo», come ricorda il figlio Jacopo prima di chiudere la cerimonia con il pugno alzato tra le note di Bella ciao e le bandiere di Che Guevara.
Il tutto, però, non in una piazza qualsiasi di Milano o davanti a una fabbrica o un centro sociale, ma sul sagrato del Duomo, cioè quei metri tra il portone della cattedrale e i gradini che portano in piazza, che sono parte integrante della chiesa, luogo religioso dunque, e che secondo la precisa convenzione (con il Comune di Milano) che ne regola l'uso dovrebbe ospitare esclusivamente funzioni religiose.

Monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete della cattedrale milanese e presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, non vuole ingaggiare polemiche sul funerale di Fo, ma non riesce a nascondere una grande perplessità: «È la prima volta a memoria d'uomo (che un evento civile ha luogo sul sagrato, ndr), qui c'è una semiotica pericolosa, si rischia di confondere simboli religiosi e civili».

Riflessioni piene di dubbi ma diplomatiche, dietro a cui però - raccontano i retroscena - si è consumato un mezzo scontro tra gli organizzatori del funerale di Fo e i vertici religiosi del Duomo, tanto che il Comune di Milano è dovuto intervenire come mediatore (promettendo che ci sarebbero stati solo feretro e familiari, cosa che non è avvenuta), dopo un sopralluogo venerdì. La Fabbrica del Duomo è l'ente ecclesiastico «preposto alla conservazione e valorizzazione della Cattedrale», il cda è nominato in maggioranza dal ministero dell'Interno «sentito l'Arcivescovo», e tra quelli scelti così dal Viminale si decide il presidente, che dal 2014 è lo stesso arciprete del Duomo, monsignor Borgonovo, molto scettico sulla celebrazione civile di Fo sul sagrato.

La resistenza religiosa si è scontrata con la volontà della famiglia Fo di celebrare proprio lì il funerale, e la mediazione ottenuta dall'intervento del Comune di Milano, guidato dal piddino Beppe Sala presente ai funerali e già al lavoro per trovare una via o una piazza da intitolare a Fo, è consistita da una parte nel convincere gli organizzatori a spostare l'orario da loro prescelto, dalle 15 a mezzogiorno, perché alle 15.30 era già in programma da tempo il Giubileo dei chierichetti della diocesi e non si poteva certo chiedere di annullarlo. Dall'altra, a superare le resistenza ecclesiali e permettere di commemorare l'artista defunto sul sagrato della cattedrale meneghina sede dell'arcidiocesi, nonostante rappresenti un'eccezione alla regola mai realizzata «a memoria d'uomo».

Il taglio molto politico (rivendicato da Petrini tra gli applausi) del funerale, tra memorie comuniste, esponenti Pd e i vertici al completo del M5S, avrà senz'altro confermato i dubbi della Chiesa sull'opportunità di concedere quello spazio religioso, ma ormai è andata. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, non commenta, si limita ad un pensiero: «Fo ha sempre detto io sono ateo, ma spero sempre di essere sorpreso. Credo che questa sorpresa adesso l'abbia incontrata».

I giornali e il diritto all’oblio

La Stampa
anna masera

Le redazioni sono sommerse di richieste, serve una soluzione per garantire la completezza delle informazioni


Immagine di Alamy pubblicata dalla Bbc nel giorno della sentenza della Corte di Giustizia europea

Da quando la Corte di Giustizia europea ha stabilito il 14 maggio 2014 che ogni cittadino ha il diritto all’oblio, cioè di chiedere direttamente ai motori di ricerca la deindicizzazione di contenuti online che li riguardino, anche i giornali sono sommersi di richieste e La Stampa non è da meno.

«La Stampa aveva coperto il fallimento della società in cui lavoravo nel 2012 ed ero stato con mio sgomento menzionato con una descrizione che metteva in dubbio la mia onestà. Il giorno dopo avevate pubblicato un ulteriore articolo (solo nell’edizione di carta) che evidenziava come il mio comportamento fosse stato corretto. Il problema risiede nel fatto che, se si digita il mio nome in Google, appare sempre solo il primo articolo e non il secondo, per cui chi legge riceve l’impressione di un mio comportamento non corretto (aspetto che nel mio lavoro mi ha causato imbarazzi). Dato che il webmaster della notizia è La Stampa, vorrei cortesemente sapere come poter risolvere questo problema» mi scrive Giorgio Bertolucci, rimasto senza lavoro.

Gli fa eco Alberto Alatri, accusato senza prove di turbativa d’asta, licenziato e poi assolto con formula piena perché il fatto non sussiste: «So che il diritto di replica dovrebbe essere un mio diritto. Su Internet però rimangono solo le vecchie notizie che mi riguardano. Non pretendo che vengano oscurate perché il diritto all’oblio è solo un’utopia, ma che almeno venga data tutta l’informazione. Le aziende non ti assumono se il tuo nome sul web è collegato a un’inchiesta e non emerge che sei stato assolto. Devo rivolgermi a un legale per far valere i miei diritti o è sufficiente la mia mail?».

Queste richieste dalla redazione finiscono sul tavolo dell’ufficio legale che valuta caso per caso.

Quando si tratta di personaggi pubblici all’oblio si contrappone il diritto di cronaca: ma la completezza dell’informazione è un dovere e le prime persone a esigerla sono quei cittadini privati finiti sotto i riflettori. Gli editori devono attrezzarsi per poter far fronte alla richiesta dei diretti interessati di aggiungere negli articoli in archivio i link agli articoli che li scagionano. Non basta delegare a Google: serve una soluzione tecnologica in redazione. 

Credere ai complotti disinforma

La Stampa
anna masera

Risposta alla lettera di un lettore



«Gentile Anna, mi scuso se ti do del tu, ma la mia veneranda età me lo consente» mi scrive un lettore, Rino Pestà, che si definisce un vetero comunista trotzkista in una lettera spedita con francobollo da Padova.

«Devi essere una ragazza giovane e inesperta per avere scritto una sciocchezza come “Esistono i giornalisti, non i media”. Sarebbe come dire che non esistono squadre di calcio, ma solo calciatori. E la proprietà, i dirigenti, il trainer, il modulo di gioco a cui ogni giocatore deve adeguarsi? Fuor di metafora i media esistono: hanno una proprietà che decide la linea editoriale-politica del giornale e incaricano un direttore o un comitato di direzione di farla applicare.

I giornalisti, per convinzione e per costrizione, devono adeguarsi alla linea o cambiare giornale. E’ il capitalismo, bellezza! …Complotti? No, bastano 4 telefonate. Ti sei accorta che per il 15° anniversario dell’attentato alle Torri gemelle tutti i media “di qualità”, dalla Stampa al Corriere, da Repubblica a L’Espresso, dalla Rai a Mediaset, hanno dedicato supplementi all’evento? Una coincidenza? No, arriva l’input e i giornalisti, da bravi scolaretti, svolgono il tema assegnato...». 


Gentile Rino, con la linea editoriale di un giornale il capitalismo non c’entra: anche la Pravda dell’era sovietica aveva una linea editoriale. Ma la linea editoriale di un giornale di un Paese democratico è un sistema di valori complesso che contribuisce all’identità di quella testata, non è un diktat sulle posizioni di prendere.

Credere che i giornali si mettano d’accordo per decidere come dare le notizie è credere al complottismo, e questo pensiero contribuisce alla confusione e alla disinformazione circolante. Meno male che per contrastare le bufale è tutto un fiorire di esperti di demistificazione e di verifica dei fatti (in inglese i termini sono «debunking» e «fact-checking» ma tanti sono anche italiani come il sito web debunking.it).

Semmai è vero che i giornali a volte peccano di conformismo: quando tutti coprono le stesse notizie allo stesso modo, vince chi si distingue facendo scelte o offrendo un punto di vista diverso.

Un cimitero galleggiante con tanto di hotel, ristoranti e cinema: l'eterno riposo ad Hong Kong è in nave da crociera

La Stampa
noemi penna



Riposare in pace. Da morti, ma anche da vivi. E' l'incredibile idea del H.K. Ship Art Club di Hong Kong, alla ricerca di investitori per un progetto che darà un nuovo significato all'espressione «essere sepolti in mare»: trasformare una nave da crociera in un cimitero galleggiante con tanto di hotel, ristoranti, palestra e pure un cinema.



Il progetto circola già da anni, ma il club nautico cinese è intenzionato a fare sul serio ed è alla ricerca dei 58 milioni di euro necessari per realizzare la conversione dell'imbarcazione. Analoghi progetti in passato sono stati bocciati dal governo cinese a causa delle proteste locali, ma ora la notizia della campagna acquisti è stata confermata dal South China Morning Post.



Ad accettare la sfida progettistica del club nautico cinese è stato lo studio di architettura Bread, società con sede a Hong Kong e Londra, che ha realizzato lo studio di fattibilità e dei dettagliati rendering che trasformano una imbarcazione di 60 mila tonnellate in un elegante e tecnologico cimitero galleggiante con spazio sufficiente per 48 mila urne funerarie.



«Eternity Floating nasce per dare una risposta ai problemi di carenza di spazio in una delle città più densamente popolate del mondo», ha spiegato Philip Li Koi-hop, presidente del club nautico: «In 20 anni Hong Kong dovrà ospitare 288 mila salme. Oggi custodiamo le ceneri dei nostri antenati in edifici privati, ma dal 2047 si potrà fare anche su una barca».



Il cimitero sarà ancorato nel porto di Kowloon Bay, ma potrà anche salpare, se necessario. L'eterno riposo con vista sull'oceano costerà a partire da 7 mila euro, in base al posto scelto sul colombario. E la struttura potrà offrire ai vivi - in visita ai loro cari defunti, ma anche ai turisti - ospitalità e una vasta gamma di servizi tipicamente associati al mondo dalla crociera.

Libri, film e musica digitale: "Compro, ma non è mio"

repubblica.it
 

Gli acquisti in formato digitale non possono essere regalati o rivenduti. In un saggio Usa la "fine della proprietà" nei nostri consumi culturali

Libri, film e musica digitale: "Compro, ma non è mio"

Acquista ora. Il bello del mondo digitale: basta un click e pochi secondi dopo il brano del momento, il libro di cui tutti parlano o il videogioco di culto planano sui nostri smartphone, lettori ebook, console. Non davvero in nostro possesso però. Perché quel libro lo possiamo leggere, possiamo ascoltare la canzone.

Ma a differenza di un volume di carta o di un cd non li possiamo rivendere, regalare o prestare agli amici, lasciare in eredità a un nipote. Di più, chi ce li ha venduti ha la facoltà di entrare in qualsiasi momento nella nostra libreria (virtuale) e cancellarli. "Le aziende del digitale stanno cambiando il diritto di proprietà", dice Aaron Perzanowski, professore di Legge all'Università Case Western di Cleveland. "E noi consumatori non ne siamo consapevoli".

In verità, sarebbe scritto nei vari contratti di servizio: "Il prodotto non è venduto, ma dato in licenza", per citare quelli del Kindle o di iTunes. Solo che pochi leggono quelle paginate in legalese. E il bottone "acquista" pare messo lì ad arte per confondere. Perzanowski lo ha mostrato con un esperimento.

Ha creato un negozio virtuale simile a quelli di Amazon, Apple o Netflix e chiesto agli utenti cosa avrebbero potuto fare dei loro acquisti. Nel caso dei libri, il 12% ha risposto che si potevano rivendere, il 26 lasciare in eredità, la metà prestare, l'86% che erano di sua proprietà. Sbagliato, in tutti i casi. E il possesso non è neppure eterno: nel 2009 Amazon ha cancellato un'edizione di 1984 di Orwell dai lettori di chi l'aveva "comprato". E lo stesso farà presto Sony con un gioco per Xbox, Fitness .

Tutta colpa di quella parola: licenza. Nata come rimedio anti-pirateria, diventata regola con la digitalizzazione di musica e libri. Ora, spiega Perzanowski nel suo libro in uscita, La fine della proprietà , minaccia di andare oltre: "Il software sarà il cuore di elettrodomestici e automobili: le aziende potranno stabilire che nessuno, a parte loro, ha il diritto di modificarlo o ripararlo". Il primo caso è già in archivio: Nest, società di automazione domestica di proprietà di Google, ha annunciato che chiuderà il cloud alla base del suo sistema Revolv, trasformandolo di colpo in una scatoletta inanimata. E senza consentire a terzi di subentrare nello sviluppo.

Un po' come con la privacy insomma, le società tecnologiche riscrivono in modo sottile le regole. "Il digitale rende astratto, difficile da inquadrare, l'oggetto del diritto - riconosce l'avvocato Domenico Colella, esperto di proprietà intellettuale dello studio Orsingher Ortu - e le leggi a tutela del consumatore sono in ritardo". In Italia il Consiglio del notariato ha provato a riempire il vuoto con un decalogo per l'eredità virtuale: con un mandato post mortem si può consegnare l'accesso ai propri beni digitali a una persona di fiducia. Quanto al diritto di rivendere un software, nel 2012 la società tedesca Usedsoft se l'è visto riconoscere, contro il gigante Oracle, dalla Corte di giustizia europea: "Oggi commerciamo programmi di seconda mano in tutta Europa, ma solo per le aziende", dice un portavoce.

Per i privati consumatori, per i loro libri e la loro musica, è più complesso. Anche perché, si oppongono artisti ed editori, l'ebook di seconda mano è buono tanto quanto uno nuovo. Anni fa Apple e Amazon hanno brevettato delle rivendite digitali dell'usato, salvo poi lasciarle nei cassetti. Amazon concede di prestare un ebook a un amico, ma solo una volta, per 15 giorni. Stamparlo è vietato, come fotocopiare un libro di carta. Nel 2013 Redigi, rivendita di musica digitale usata, ha perso negli Stati Uniti la battaglia legale contro Capital Records, e ha dovuto chiudere. Tom Kabinet, che in Olanda vuole fare lo stesso con gli ebook, dopo vari attacchi processuali si è inventata uno stratagemma: un club a cui donare i libri, ricevendo in cambio buoni per altri volumi.

Sarà l'evoluzione dei consumi a risolvere il problema? Il boom dello streaming, da Spotify a Netflix, mostra che ai Millennials della proprietà interessa meno, meglio l'accesso a una libreria illimitata. Nel frattempo però esplodono anche le vendite di vinili: "Il punto - dice Perzanowski - è fare in modo che le opzioni di consumo siano varie e consapevoli". Nel suo esperimento i clienti sono disposti a pagare un extra per la classica proprietà, piuttosto che una licenza. Per essere sicuri che una volta comprato un disco, nessuno lo potrà toccare: "La copia fisica ha una funzione arcaica, resiste al tempo e alle censure". Chissà se fra vent'anni i nostri ebook saranno ancora lì.

Fact Check, la ricetta anti-bufale di Google: in evidenza le notizie verificate

repubblica.it
ROSITA RIJTANO

Si tratta di un'etichetta che Big G ha aggiunto accanto agli articoli inseriti tra i risultati di ricerca della propria sezione notizie. L'obiettivo: dare risalto alla comunità che si occupa di controllare le informazioni

Fact Check, la ricetta anti-bufale di Google: in evidenza le notizie verificate

UNO STRUMENTO per evidenziare subito le notizie corrette e verificate. Così tentare di mettere un freno alle decine di informazioni inesatte, non controllate, o del tutto farlocche che inquinano la nostra dieta mediatica online. È l'etichetta "Fact check" che Google ha appena aggiunto accanto agli articoli inseriti tra i risultati di ricerca della propria sezione notizie. Una sorta di "bollo" di qualità, al momento visibile dagli utenti statunitensi e britannici, e sull'applicazione "Google news & weather" per dispositivi iOS e Android. Ma che presto arriverà anche sui nostri desktop. E si affiancherà ai marchi preesistenti come "editoriali", "approfondimenti", "fonte locale", il "più citato" e via discorrendo.

"Siamo entusiasti di assistere alla crescita della comunità di fact checker e di puntare un faro sui suoi impegni per distinguere i fatti dalla finzione, il buon senso dalle sbandate", ha scritto Richard Gingras, capo delle notizie di Big G, in un post sul blog della compagnia. Un gruppo ormai talmente affiatato che ogni anno fa centinaia di verifiche, esaminando leggende urbane, proclami fatti dai politici, e le notizie veicolate dai media stessi. Per dar loro risalto Mountain View guarderà a quei siti che "seguono i comuni accettati criteri per il fact checking" e ne invita altri ad aggregarsi alla banda. Inoltre, permetterà agli editori di questo

tipo di contenuti di inserire nelle pagine dei loro articoli un codice aggiuntivo che Google Notizie utilizzerà per distinguere i pezzi del genere dagli altri. Il sito specializzato tecnologia The Verge ha notato il tempismo nel rilascio della nuova funzione: appena prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, dove il dibattito elettorale è stato finora rimpolpato di menzogne: secondo il sito di fact cheking Politifact, Donald Trump ha detto falsità nel 71 per cento dei casi, Hillary Clinton nel 27 per cento. E Fact Check potrebbe aiutare gli elettori ad avere un quadro più chiaro della situazione.

Ma funzionerà a smorzare la viralità delle bufale? È scettico Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratory of Computational social science dell'IMT di Lucca che ha condotto molti e approfonditi studi sull'argomento: "Gli utenti vengono comunque attratti dalla versione della notizia che più li aggrada", spiega. D'altra parte, stando a proprio a una ricerca dell'IMT - che non è stata ben accolta dai fact checker italiani - i post di debunking, cioè che puntano a correggere una credenza sbagliata, sembrano avere persino l'effetto contrario: rinforzano l'informazione falsa. C'è un ulteriore aspetto che non convince Quattrociocchi: è ancora poco chiaro il modo in cui verrà assegnata l'etichetta. Ma Fact Check ha anche un aspetto positivo: "Si riconosce l'importanza del problema", conclude il ricercatore.

La disinformazione online è, infatti, diventata una questione fondamentale. E la mossa di Google è importante, anche se gran parte della battaglia si gioca oggi sui social network. In particolare, su Facebook. Proprio la creatura di Mark Zuckerberg non se la cava benissimo in tale direzione. Basti pensare allo scarso successo del "click anti-bufale" o di Newswire, agenzia per notizie verificate. O, ancora peggio, al recente pasticcio combinato nella sezione Trending Topics, una sorta di boxino che gli iscritti al social di alcuni paesi trovano in bacheca e in cui vengono segnalate le notizie di tendenza al momento. Da quando Facebook ha deciso di affidarne la "cura" solo all'algoritmo nel riquadro si sono periodicamente susseguite bufale di ogni sorta.

Dalla teoria cospirazionista sull'undici settembre rilanciata in occasione del quindicinale dell'attentato, all'annuncio di una Siri incorporata nel nuovo iPhone 7, in grado di fare persino le pulizie domestiche.

Il distributore automatico viaggia verso i 65 anni e vale 3,4 miliardi l'anno

repubblica.it

Le prime macchine sono arrivate in Italia, a Milano, nel 1953: oggi se ne conta una ogni 26 abitanti. Da oggetto curioso è diventanto strumento attivo della grande distribuzione. Nel 2015 erogate 10,5 miliardi di consumazioni
Il distributore automatico viaggia verso i 65 anni e vale 3,4 miliardi l'anno

Il distributore automatico viaggia verso i 65 anni, ma è in ottima forma: da oggetto bizzarro che suscitava la curiosità dei passati è diventato strumento attivo della grande distribuzione per garantire la possibilità di fare la spesa tutto il giorno. Eppure il debutto in Italia fu in sordina, nel 1953 quando a Milano furono installati i primi dieci distributori automatici. Rapidamente, però, nei luoghi di lavoro cresce la domanda di consumare anche bevande calde e così, dieci anni più tardi, il primo distributore automatico - interamente concepito e realizzato in Italia - della bevanda più amata dagli italiani, il caffè, fa il suo ingresso nel mercato.

In cinquant'anni l'Italia è diventato il principale produttore europeo dei distributori automatici e uno tra i primi a livello mondiale con un export che riguarda il 70% della produzione. In Italia si conta un distributore automatico ogni 26 abitanti, un po' meno legato alla tradizione del caffè espresso e alla pausa ristoro, ma dispensatore anche di snack, yogurt, frutta fresca, talvolta persino pizze e anche prodotti pronti per il consumo. Prodotti che si trovano sempre più nei posti di lavoro e nei luoghi aperti al pubblico: ospedali, stazioni ferroviarie, aeroporti, palestre e musei. Un mercato che vale 3,4 miliardi di euro di euro l'anno, con un fatturato in crescita del 3,1% rispetto al 2014 e 10,5 miliardi di consumazioni erogate all'anno da oltre 800 mila distributori automatici (vending machine) installati in Italia.

Il distributore automatico è utile per consumare spuntini o un pasto basilare nel momento in cui non è possibile fare rientro a casa, così com'è anche un ottimo punto di riferimento in cui dare vita a relazioni e fare comunità. Ma è anche utile per una spesa d'urgenza, quando i negozi sono ormai chiusi. Bene lo sa la grande distribuzione, che ha attivato alcune di queste piattaforme per poter servire i consumatori 24 ore al giorno, tutti i giorni della settimana.

iRig Pro, la recensione interattiva

La Stampa
andrea nepori

L’interfaccia audio e midi dell’italiana IK Multimedia è una soluzione compatta per chi vuole collegare microfono, chitarra, basso o tastiera al proprio iPhone o iPad (ma anche al Mac o al PC). La nostra prova.



L’ultimo nato della famiglia di accessori per iPad e iPhone della IK Multimedia, uscito a metà settembre, è l’iRig HD 2, un’interfaccia digitale pensata principalmente per i chitarristi. In catalogo però rimane ancora un altro interessante dispositivo, compatto, di buona qualità, compatibile anche con i microfoni professionali e soprattutto dotato di ingresso MIDI: iRig Pro. Abbiamo avuto modo di provarlo per un po’ di tempo e possiamo dire che, nonostante il dispositivo non sia fra le offerte più recenti della IK, continua a soddisfare le aspettative, soprattutto a fronte di un prezzo contenuto. 

La caratteristica che più ci piace dell’iRig Pro è la sua compattezza: sul piccolo parallelepipedo in plastica nera l’unico controllo disponibile è la rotella del guadagno. E’ facile da collegare, facile da usare e soprattutto iper-portatile. A un’estremità dell’iRig Pro si connette il cavo per la connessione al dispositivo iOS (con la presa Lightning) o al Mac/PC (tramite USB); all’altro capo si trova l’ingresso combinato XLR e Jack da 1/4”, cui si possono collegare sia lo spinotto della chitarra, sia la presa “Cannon” del microfono. Sul retro del dispositivo uno sportellino nasconde la batteria da 9V (inclusa nella confezione): serve a garantire la possibilità di usare anche microfoni a condensatore che necessitino di alimentazione phantom, attivabile con un apposito interruttore.

Sul lato sinistro dell’iRig Pro, infine, troviamo un piccolo foro: è l’ingresso per il collegamento di una tastiera o di un altro qualsiasi strumento MIDI tramite il cavo in dotazione. La presenza di questa seconda interfaccia è il punto di forza dell’iRig PRO e lo distingue dal già menzionato iRig HD 2, che a breve avremo modo di testare separatamente.

testare separatamente. 
Lo strumento collegato tramite MIDI e quello connesso sull’ingresso analogico si possono suonare contemporaneamente. Un caso d’uso tipico, in questo senso, è la registrazione di un pezzo voce e pianoforte, con una tastiera connessa all’ingresso MIDI e un microfono collegato alla presa XLR.  L’unico punto debole del dispositivo, a nostro avviso, è la mancanza di un’uscita cuffie per il monitoring diretto, ma si può ovviare collegando gli auricolari all’uscita del dispositivo in uso. Su iPhone 7 è necessario usare delle cuffie Bluetooth, una soluzione che però non è il massimo in questo caso d’uso specifico.

La compatibilità MIDI con iPad è ovviamente totale, non c’è nulla da segnalare sotto questo punto di vista, neppure quando l’unità viene messa alla prova con applicazioni diverse da GarageBand. La qualità della registrazione analogica con iRig Pro varia invece a seconda della strumentazione utilizzata, come è logico. E’ comunque chiaro, anche dopo poche prove, che la conversione in digitale a 24-bit/96kHz operata dall’interfaccia offre un’ottima fedeltà, soprattutto se si considera la fascia di prezzo del dispositivo. L’idea alla base di molti prodotti di IK emerge chiara anche nel caso dell’iRig PRO: un prodotto semplice e facile da usare, pensato per il semplice appassionato ma anche per il musicista professionista che vuole registrare rapidamente un’idea musicale quando è lontano dalla strumentazione del proprio studio.

Oltre a GarageBand per iPad l’iRig Pro è naturalmente compatibile con buona parte dei software di IK Multimedia: Amplitube, per l’amplificazione della chitarra, VocaLive, per la registrazione della voce, SampleTank, per lavorare con le campionature, iGrand Piano, per suonare un’ampia selezione di pianoforti virtuali. Tutte le app si possono scaricare gratuitamente dall’App Store. Ulteriori strumenti e funzioni si possono sbloccare tramite acquisti in-app.

Il prezzo ufficiale di iRig Pro è 160€, ma si può trovare su vari negozi online a cifre che oscillano attorno ai 130€.

Sul minisito dedicato di IK multimedia sono disponibili maggiori specifiche tecniche.

Latte, in arrivo le etichette Ue per difendere il "made in Italy"

repubblica.it

Verso il "silenzio assenso" della Commissione sull'indicazione dei luoghi di lavorazione del latte, le nuove diciture potrebbero debuttare con il 2017. Coldiretti: "Salvi 120mila posti di lavoro per 28 miliardi di fatturato"
Latte, in arrivo le etichette Ue per difendere il "made in Italy"

La Coldiretti apre il forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione a Cernobbio e annuncia uno "storico" via libera europeo alla richiesta italiana di indicare obbligatoriamente l'origine del latte e dei prodotti affini, a cominciare dai formaggi. "Sono scaduti senza obiezioni alle ore 24 del 13 ottobre i tre mesi dalla notifica previsti dal regolamento 1169/2011 quale termine per rispondere agli Stati membri che ritengono necessario adottare una nuova normativa in materia di informazioni sugli alimenti", afferma l'associazione. Fonti vicine al dossier intercorso tra Roma e Bruxelles fanno notare che il termine ultimo dovrebbe a dire il vero scadere alla prossima mezzanotte, ma si attende in ogni caso il "silenzio assenso" in sede europea.

Ecco dunque che vengono già esposte in riva al lago di Como e in anteprima le confezioni di latte, burro e mozzarella "con le nuove etichette per aiutare i consumatori a scegliere".

La Coldiretti ricorda nella sua nota che il provvedimento "era stato annunciato dal premier Matteo Renzi e dal Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina in occasione della Giornata nazionale del latte Italiano a Milano, organizzata proprio dalla maggiore organizzazione degli imprenditori agricoli in Europa". In quell'occasione, Martina aveva parlato dell'invio della richiesta in sede Ue come di "una tappa storica per il mondo dei produttori e degli allevatori" un passaggio "necessario per garantire sempre di più e sempre meglio i nostri allevatori in questo momento molto difficile per la crisi del latte che sta vivendo tutta l'Europa".

L'associazione ricorda come verrà indicata l'origien del latte in etichetta:
  1. "paese di mungitura: nome del paese nel quale è stato munto il latte";
  2. "paese di condizionamento: nome della nazione nella quale il latte è stato condizionato";
  3. "paese di trasformazione: nome della nazione nella quale il latte è stato trasformato".
"Qualora il latte o il latte usato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari sia stato munto, condizionato e trasformato nello stesso paese, l'indicazione di origine può essere assolta - precisa la Coldiretti - con la sola dicitura: "Origine del latte: nome del paese"". Diversamente, se le diverse fasi di produzione avvengono in luoghi differenti, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: "miscela di latte di Paesi UE" per l'operazione di mungitura, "latte

condizionato in Paesi UE" per l'operazione di condizionamento, "latte trasformato in Paesi UE" per l'operazione di trasformazione. Infine se le operazioni avvengono nel territorio di più paesi situati al di fuori dell'Unione Europea, per indicare il luogo in cui ciascuna singola operazione è stata effettuata possono essere utilizzate le seguenti diciture: "miscela di latte di Paesi non UE" per l'operazione di mungitura, "latte condizionato in Paesi non UE" per l'operazione di condizionamento, "latte trasformato in Paesi non UE" per l'operazione di trasformazione.

L'associazione ricorda che proprio le esigenze di trasparenza degli italiani sono cresciute notevolmente: una consultazione pubblica online del Ministero delle Politiche agricole ha chiarito che, in più di 9 casi su 10, considerano molto importante che l'etichetta riporti il Paese d'origine del latte fresco (95%) e dei prodotti lattiero-caseari quali yogurt e formaggi (90,84%), mentre per oltre il 76% lo è per il latte a lunga conservazione. I consumi sono d'altra parte importanti, con una media di 48 chili di latte alimentare a persona e il settimo posto su scala mondiale per i formaggi con 20,7 chilogrammi per persona all'anno dietro ai francesi con 25,9 chilogrammi a testa, ma anche a islandesi, finlandesi, tedeschi, estoni e svizzeri.

"Il provvedimento", conclude la Coldiretti, "salva 120mila posti di lavoro nell'attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi che è la voce più importante dell'agroalimentare italiano dal punto di vista economico, ma anche da quello dell'immagine del Made in Italy. La scelta di trasparenza fatta in Italia - conclude la Coldiretti - è importante per essere piu' forti anche nella lotta all'agropirateria internazionale sui mercati esteri dove i formaggi Made in Italy hanno fatturato ben 2,3 miliardi (+5%) nel 2015". Quanto ai prossimi passaggi tecnici, l'entrata in vigore e fissata 60 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale e quindi "auspicabilmente dal primo gennaio 2017 come è stato previsto per un testo analogo in Francia".