martedì 18 ottobre 2016

Dario Fo e Franca Rame, un fascicolo di polizia lungo 50 anni

repubblica.it
di MASSIMO PISA

Per più di mezzo secolo le questure italiane hanno aggiornato il dossier annotando spostamenti e amicizie. Siamo andati a leggere quelle carte

Dario Fo e Franca Rame, un fascicolo di polizia lungo 50 anni

"Caro Lorenzo, ti prego di voler disporre la redazione di una biografia, il più possibile dettagliata, sul noto comico Dario Fo, anche dal punto di vista politico (ad esempio, la asserita appartenenza alla R.S.I.). La richiesta perviene dall'alto e mi permetto, quindi, di raccomandarti un lavoro che sia fatto presto e bene". Lo scandalo a "Canzonissima" è deflagrato da meno di un mese, alla cacciata di Dario Fo e Franca Rame sono seguite due interrogazioni parlamentari (Davide Lajolo del Pci, Oreste Lizzadri e Luciano Paolicchi del Psi) e al Viminale sono in fibrillazione. Il 21 dicembre 1962 il capo della Divisione Affari Riservati, Efisio Ortona, scrive al questore di Milano Lorenzo Calabrese. Quelle informazioni sono preziose, servono ad arginare la tempesta.

Il giorno di Santo Stefano il solerte questore ("Le notizie sono state raccolte e selezionate con scrupolosa attenzione") spedisce quattro pagine di riservata. Le origini, gli studi, i successi in teatro. Poi la polpa: "Il Fo, nel 1944, aderì alla r.s.i., arruolandosi volontario in una formazione di cc.nn. di stanza a Borgomanero (Novara), aggregata al battaglione paracadutisti "Folgore"". La notizia resterà inedita per altri due anni. "È noto l'orientamento comunista - prosegue il documento - si orienta verso la corrente di sinistra del P.s.i. Non consta, però, che aderisca a tale partito". Da Dario a Franca. "La Rame risulta decisamente orientata verso il P.c.i., al pari di tutti i membri della sua famiglia originaria". Chiosa finale: "Sia il Fo che la Rame serbano regolare condotta e sono immuni da precedenti penali".

Per più di cinquant'anni le questure e le prefetture di mezza Italia hanno aggiornato i loro fascicoli e quelli del Ministero dell'Interno sul Maestro. Schedato, controllato, "attenzionato" come voleva il gergo poliziesco dell'epoca. Siamo andati a leggere quelle carte inedite, conservate negli archivi. E, a consultarle, si legge una storia in controluce di Fo, vista attraverso le lenti di uno Stato occhiuto. Già dal 19 febbraio 1960, quando un appunto della questura di Firenze annota che "ha partecipato a una manifestazione indetta da un Circolo culturale controllato dal partito comunista". Nelle schede che la polizia gli dedica, Fo "ha terrore della "macchinizzazione" e di qualsiasi oggetto meccanico e la sua formazione politica subì, per colpa della moglie accesa comunista, una spinta verso la corrente carrista del partito".

Tiene mostre di quadri con "scarso successo a causa, soprattutto, del valore artistico dei quadri esposti". Compra una pistola - è già il 1975 - "Flobert marca Franchi calibro 4,5 mediante esibizione del passaporto". Fa teatro e militanza, e i fascicoli si gonfiano. Ha già fondato da due anni "La Comune", la compagnia con cui poi occuperà la palazzina Liberty a Milano, quando al Viminale arriva una riservata del questore di La Spezia Ferrante, datata 3 ottobre '72. "I noti attori Dario Fò (sic) e Franca Rame hanno trascorso un periodo di ferie estive a Vernazza", insieme a "una quindicina di giovani capelloni", cioè i loro attori, che "per il loro abbigliamento trasandato hanno suscitato un certo malcontento tra la popolazione".

Ma c'è di più: la polizia scopre che da Vernazza "la Rame ha spedito a più riprese una serie di vaglia telegrafici ad estremisti ristretti in varie carceri". Tra i destinatari ci sono il brigatista Umberto Farioli, Augusto Viel della XXII Ottobre, Sante Notarnicola della banda Cavallero. È l'inizio del filone di indagini sul "Soccorso Rosso", la rete di assistenza legale ed economica ai detenuti politici della sinistra extraparlamentare. Il primo a voler vederci chiaro è il sostituto procuratore genovese Mario Sossi, la polemica con Fo finirà con accuse reciproche e un processo per diffamazione sospeso durante il sequestro del magistrato da parte delle Br. Intanto indaga Milano, e il 6 settembre 1973 al Viminale arriva una riservata del questore di Milano Allitto: sta nascendo il Comitato unitario del Soccorso Rosso e "i coniugi Franca Rame e Dario Fo - scrive - a quanto si è appreso sarebbero i promotori dell'iniziativa".

Le relazioni pericolose della coppia vengono vivisezionate. Fo, scrive il 14 giugno 1974 il questore di Pisa, viene "incluso nel noto elenco ministeriale di extraparlamentari di sinistra che operano eversivamente in direzione delle carceri". Il numero di telefono del gran giullare circola parecchio. È nell'agenda di Petra Krause, arrestata in Svizzera nel 1975 ("il più importante e al tempo stesso inafferrabile ufficiale di collegamento del terrorismo continentale ed extracontinentale", la definirà nel 2001 la relazione finale della Commissione Stragi), di militanti dell'Autonomia Operaia, di appartenenti all'Olp arrestati ad Alessandria, di brigatisti rossi marchigiani coinvolti nel rapimento di Roberto Peci.

Le polizie di mezza Italia si affannano a cercare la pistola fumante a conferma di quel vecchio appunto del Sid (fonte "Anna Bolena", nome in codice dell'impresario Enrico Rovelli, datato 1974), che voleva Dario Fo come "grande vecchio" delle Br, ma non la trovano mai. Nemmeno quando, il 29 gennaio 1980, il Maestro smarrisce un foglio manoscritto a quadretti dentro una cabina telefonica della stazione di Cesenatico. Il vicequestore di Forlì, Della Rocca, telegrafa immediatamente al Viminale il contenuto: "Cara Franca, mi è stato chiesto di farti un'ambasciata per Tino Cortiana e Maria Tirinnanzi (militanti Fcc, ndr) detenuti a Novara, che chiedono l'aiuto di Soccorso Rosso. Si farà una riunione venerdì sera al Circolo Turati a Milano". Ci va un brigadiere, e non trova nessuno: "Si presume - scrive - che non è stata svolta nessuna riunione".

Ci prova allora il Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza a seguire la pista dei soldi ai detenuti, cercandone la provenienza. Tra il 29 aprile e il 28 luglio 1980, le Fiamme gialle producono tre relazioni classificate "riservatissimo" sugli introiti di Fo, Rame, di Nanni Ricordi e dei loro compagni della "Comune": ne elencano gli incassi degli spettacoli, le spettanze Siae e Rai, le "possidenze immobiliari". Gli anni Ottanta e Novanta glaciano la febbre rivoluzionaria ed eversiva e le notizie su Fo da spedire al Viminale si diradano. Eccolo nell'83 polemizzare con gli Usa che gli negano il visto, e nell'87 a riproporre al Teatro Cristallo Morte accidentale di un anarchico: "Hanno assistito 800 persone - annota la Digos - per lo più giovani gravitanti nella nuova sinistra. Esplicita è stata la critica al sindaco Paolo Pillitteri, definito "uomo bicicletta"".

Nel 1993, il nome di Fo è ancora in un elenco di "aderenti alla sinistra extraparlamentare di Milano e provincia". Partecipa a manifestazioni per Sofri, Bompressi e Pietrostefani, viene invitato al Leoncavallo, sfila contro il Cpt di via Corelli. Poi tramonta anche la stagione dei "disobbedienti". L'ultimo appunto è del 2006, una formalità per la presentazione delle Liste Fo alle comunali milanesi del 2006 e del 2011. Il Maestro non fa più paura.

Pavia, morto il partigiano 'Arturo': trasportò il corpo di Mussolini a piazzale Loreto

repubblica.it

Giacomo Bruni aveva 94 anni. Era l'ultimo componente del gruppo dell'Oltrepò Pavese. Guidò il camion che da Dongo trasportò i cadaveri del duce e della Petacci fino a Milano

Pavia, morto il partigiano 'Arturo': trasportò il corpo di Mussolini a piazzale Loreto

E' morto a 94 anni Giacomo Bruni, l'ultimo componente del gruppo di partigiani dell'Oltrepò Pavese che alla fine della Seconda guerra mondiale si recò a Dongo, dove vennero uccisi Benito Mussolini, la sua amante Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti. Fu proprio Bruni a condurre il camion che, da Dongo, trasportò a Milano (a piazzale Loreto) i cadaveri di Mussolini e della Petacci.

Il nome di battaglia di Bruni era 'Arturo'. Il partigiano pavese fece parte prima della divisione alpina Cuneense e poi della brigata garibaldina Crespi. I suoi funerali verranno celebrati domani (martedì 18 ottobre) alle 15 a Zavattarello (Pavia), il comune dell'Oltrepò dove viveva. Giacomo Bruni lascia la moglie Rosa e sette figli.

"Fu il mio comandante Ciro (Carlo Barbieri) a scegliermi per la missione" raccontò qualche anno fa 'Arturo' alla Provincia Pavese. "Il colonnello Valerio e Landini (capo del servizio di controspionaggio delle formazioni garibaldine dell’Oltrepò) viaggiavano in auto, io ero al volante di un Fiat 634".

Quando il gruppo di partigiani arrivò dal duce e dalla Petacci "stavano ancora dormendo - aveva aggiunto Bruni - Li svegliarono, dissero a Mussolini che erano venuti a liberarlo e lui esclamò: 'Se mi liberate vi regalo l’impero'. Ma ormai l’impero non esisteva più". Arrivati in piazzale Loreto, "la gente voleva fare scempio dei cadaveri, ricordo una vecchietta che sputò addosso al duce. Quando appesero i corpi al distributore, io me n’ero già andato".

Tecnologia Body-On: è il corpo a trasmettere la password

repubblica.it
di EMILIO VITALIANO

Una ricerca dell’Università di Washington ha utilizzato il corpo umano per trasmettere le chiavi di accesso. In questo modo si evita la dispersione di dati sensibili via etere e si rende sempre più difficile la vita dei cracker a caccia di punti deboli nelle connessioni Wi-Fi

Tecnologia Body-On: è il corpo a trasmettere la password

ORMAI sono nella vita di tutti i giorni e ci assillano nelle circostanze più disparate. Sono le password, quei codici che non solo rischiamo di dimenticare, ma di cui dobbiamo preoccuparci di continuo in relazione alla loro sicurezza, tanto da essere oggi uno dei problemi più importanti in ambito tecnologico. Per questi motivi uno studio dell'Università di Washington ha individuato una modalità per trasmettere nella massima garanzia codici di accesso: l'invio tramite il corpo umano.

La maniera migliore per comprendere il sistema ideato è l'esempio utilizzato da uno dei ricercatori, Mehrdad Hessar. Ipotizziamo di voler aprire una porta controllata da una serratura elettronica intelligente. Il metodo proposto prevede di toccare la maniglia della porta e contemporaneamente il sensore di impronte digitali del proprio telefono (o di un altro dispositivo) in modo che i dati segreti siano trasmessi tramite il corpo umano, che viene utilizzato come un vero e proprio "cavo", senza nessuna dispersione nell'etere. Quali sono i vantaggi? Proprio un'affidabilità di gran lunga maggiore che punta ad aggirare la capacità dei cracker, sempre più sviluppata in tempi recenti, di intercettare le informazioni via etere.

L'idea di trasformare il corpo umano in un trasmettitore vivente (sempre per contrastare i pirati informatici) non è nuova. Il recente studio, però, per la prima volta, ha evidenziato come i sensori di impronte digitali fino ad oggi fossero solo dispositivi di input e che d'ora in poi possono essere usati anche per invii di informazioni. I test effettuati hanno utilizzato un iPhone, il trackpad dei portatili Lenovo e il touchpad Adafruit e la ricerca è stata eseguita su dieci soggetti che differivano per altezza, peso e forma del corpo, per dimostrare come il sistema sia sempre valido.

Inoltre gli individui hanno anche assunto posizioni diverse (in piedi, seduti, o supini) ed il segnale si è sempre rivelato sufficientemente potente per svolgere il suo lavoro, tanto che i ricevitori possono essere posti in qualunque parte del corpo. Nel dettaglio gli studiosi sono riusciti a raggiungere bit rates di 50 bit al secondo sui touchpad dei portatili e 25 bit al secondo sui sensori del telefono.

Insomma, abbastanza per l'invio di un codice numerico o di una semplice password, anche se l'obiettivo è quello di potenziare la velocità di trasmissione quando i produttori di sensori di impronte digitali forniranno l'accesso al software che utilizzano.

Infine, sono stati valutati altri campi in cui è possibile l'applicazione delle trasmissioni on-body. Uno dei potenziali impieghi risulta l'ambito biomedico, in relazione a tutti quei casi in cui è obbligatoria una condivisione dei dati certa che garantisca l'identità del paziente (per esempio, la somministrazione dell'insulina).

Lo scalino

La Stampa
massimo gramellini

Molti lettori brizzolati hanno commentato con toni paternalisti il Buongiorno sui fattorini a cottimo di Foodora. Da ragazzi anche loro si rompevano la schiena dentro lavoretti provvisori pur di guadagnare due spiccioli. Ma non la facevano tanto lunga e nessun adulto si preoccupava di compiangerli. Secondo questi lettori, ciò che avevo bollato come sfruttamento era un rito di passaggio con cui sono chiamate a misurarsi tutte le generazioni.

Vorrei avessero ragione, ma il rapporto Caritas si è incaricato di smentirli, strillando che per la prima volta ci sono più italiani poveri sotto i 34 anni che sopra i 65, dove pure l’indigenza non manca. La massa dei giovani con le tasche vuote come la pancia è aumentata di dieci volte in meno di dieci anni. E non sono tutti nullafacenti, come vorrebbe farci credere un frusto luogo comune. Parecchi di loro un’occupazione ce l’hanno, ma talmente precaria e occasionale da esporli a ogni folata di vento. Basta una malattia improvvisa o l’assenza di un genitore solvibile per ritrovarsi scaraventati nel girone dei miserabili.

È vero, cari brizzolati, i lavoretti sono sempre esistiti e in tanti li abbiamo frequentati. Però un tempo rappresentavano il primo gradino di una scala che avevamo la fondata speranza di percorrere, anche quando non eravamo i più bravi o i più raccomandati. Adesso per molti, per troppi, oltre il primo gradino si spalanca soltanto il vuoto. E chi marcisce sopra quel gradino e si sente pure dare del fannullone o del pessimista da chi sta in cima alla scala ha tutto il diritto di essere nervoso. 

Renzi

La Stampa
jena@lastampa.it

“Stasera a cena spiegherò a Obama le ragioni del Yes”

Nel paese della miseria sono quasi tutti forestali. “Qui c’è solo agricoltura di sussistenza”

La Stampa 
gaetano mazzuca
A Nardodipace mancano negozi e scuole. Dall’anno scorso non c’è neppure il sindaco


Il paesino di Nardodipace è anche famoso per l’amianto: le case ricostruite dopo le alluvioni degli anni Cinquanta e Settanta hanno quasi tutte il tetto di amianto

L’arancione è il colore di Nardodipace. Sono le tute dei forestali della Regione Calabria. Se ne contano poco meno di 160 su un totale di 1300 abitanti, praticamente ce n’è uno in ogni famiglia. La misera economia del paese, aggrappato ai monti delle Serre, è praticamente tutta qua. Le attività commerciali si contano sulle dita di una mano: tre bar e un negozio di alimentari. Completano il quadro una stazione dei carabinieri e una scuola dove ci sono solo tre classi: una per l’asilo, una per l’elementare e una per la media. Così da trent’anni Nardodipace è uno dei paesi più poveri d’Italia. 

La prima volta che vinse la maglia nera fu nel 1989, all’epoca venne certificato un reddito medio annuo di 3 milioni di lire, Portofino che risultò il comune più ricco arrivava a 35 milioni di lire. «Non c’è artigianato, l’agricoltura è solo di sussistenza, di industria non ne parliamo proprio. Non so se siamo il paese più povero di sicuro siamo i più emarginati», così sintetizza la realtà Antonio De Masi che di Nardodipace è stato sindaco per dieci anni a cavallo tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio. «Anni fa - spiega - si puntò tutto sul pubblico impiego, sulla forestazione in particolare, la speranza era che da quell’assistenzialismo si potesse rendere la comunità sempre più autonoma, creando attività private, cooperative. Non è andata così». 

Quando la povertà di Nardodipace finì sui giornali di mezza Europa, un giovane del paese, Antonio Cavallaro, emigrato a Bologna per studiare, ci fece la sua tesi di laurea: «Costruzione mediatica della povertà”»Oggi vive a Catanzaro ma in paese continua a tornarci appena può. «Paradossalmente - ci dice - la situazione all’epoca non era particolarmente disastrosa. C’erano sei classi di scuola media, diversi negozi ed era ancora aperta la sede del vecchio Pci dove i ragazzi si riunivano. Oggi non c’è più niente, non la sezione di un partito, un’associazione, nulla». 

Non c’è neanche il consiglio comunale. L’anno scorso il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. L’ultimo sindaco Romano Loielo è stato arrestato, mentre era in carica, per truffa all’Unione europea. Era già successo nel 2011 quando il ministero dell’Interno sciolse il Comune per l’assunzione a tempo determinato di altre decine di forestali che avrebbero dovuto valorizzare i boschi di proprietà comunale. «Il progetto - si legge nella relazione - non solo non ha raggiunto gli obiettivi previsti, ma ha rappresentato l’occasione per consolidare un sistema clientelare, nel quale possono proliferare gli interessi malavitosi». 

Ma Nardodipace ha un altro record negativo che gli è valso il nome di «paesino dell’amianto». Dopo le alluvioni del 1953 e del 1972 l’abitato venne interamente ricostruito. Peccato però che le «nuove» abitazioni siano state realizzate con i tetti in eternit. Così da decenni circa l’80% degli abitanti vive con l’amianto sulla testa. Eppure nel 2002 sembrava che la riscossa di Nardodipace fosse arrivata grazie a un ritrovamento del tutto casuale. Un incendio nel bosco portò alla luce quella che viene definita la «Stonehenge» italiana, una serie di monoliti risalenti a seimila anni fa.

Un sito archeologico che avrebbe potuto portare turisti e quindi un po’ di economia. A coltivare quel sogno è rimasta solo Graziella. Sul sito del Comune c’è il suo numero di telefono, è l’unica a conoscere e raccontare i segreti di quelle pietre, l’offerta per farsi accompagnare è libera. Ma «questa estate - ci dice - sono venuti solo due gruppi».

Frontalieri, sale la tensione al confine. Minacce contro gli svizzeri: "Basta fare la spesa in Italia"

repubblica.it
di DAVIDE CANTONI

"La prossima volta vi tagliamo le gomme". Dopo il referendum che penalizza i lavoratori italiani, sono stati ritrovati sulle auto con targa ticinese nel parcheggio di un supermercato

Frontalieri, sale la tensione al confine. Minacce contro gli svizzeri: "Basta fare la spesa in Italia"

Poche parole dal significato esplicito. "Vi piace venire in Italia a fare la spesa perché costa meno? Ecco allora, visto che non ci volete a lavorare in Svizzera (visto l’ultimo referendum) siete pregati di fare la spesa a casa vostra. I supermercati li avete. Dalla prossima volta che vi vediamo a comprare in Italia vi squarciamo le gomme della macchina e non solo…".

La sintassi è decisamente incerta ma non le minacce. Un volantino anonimo è comparso sulle auto di targa ticinese nel parcheggio di un supermercato di Como: la struttura è molto vicina al confine ed è spesso frequentata da svizzeri che, visto il cambio favorevole, preferiscono fare la spesa in Italia.

Frontalieri, sale la tensione al confine. Minacce contro gli svizzeri: "Basta fare la spesa in Italia"

La tensione al confine è alimentata dal recente esito del referendum "Prima i nostri" voluto oltre frontiera. Consultazione che ha stabilito come, a parità di condizioni, in caso di assunzione debba essere favorito un cittadino elvetico a scapito di uno straniero. I frontalieri italiani ovviamente saranno i primi a essere colpiti quando il provvedimento sarà attuato.

Cartelli in italiano a rischio, l'appello che gela Bolzano: «La provincia li vuole abolire»

Il Messaggero
di Federico Guiglia



L'università dà lezioni alla politica. Forse c'è ancora un futuro per i nomi italiani della toponomastica bilingue italiano-tedesco dell'Alto Adige che si vorrebbero eliminare. Il possibile ripensamento è frutto dell'Appello dei 48, com'è stata ribattezza la ferma e documentata presa di posizione del mondo accademico italiano e tedesco, dall'intera Accademia della Crusca alla presidenza dell'Associazione internazionale dei docenti di lingua tedesca.

Addio macchina per scrivere, nel 1983 la rivoluzione dei computer

La Stampa
vittorio sabadin

“La Stampa” pioniera in Italia, arrivano i “cubi bianchi”. I giornalisti: e se sparisce l’articolo?



Quando nel 1978 i poligrafici de «La Stampa» cominciarono a lavorare su videoterminali elettronici, i giornalisti della redazione scrivevano ancora articoli e titoli come si era sempre fatto: si infilava un foglio nel rullo della macchina per scrivere, ci si accendeva una sigaretta e si cominciava. Ma chiunque andasse la sera in tipografia a «chiudere» le pagine, capiva che quell’organizzazione del lavoro non sarebbe durata a lungo. Se i giornalisti scrivevano su carta titoli e articoli che i poligrafici poi copiavano su di un videoterminale, sarebbe arrivato presto il tempo in cui i giornalisti avrebbero direttamente scritto loro su un computer, saltando un’inutile duplicazione di lavoro.

A «La Stampa» quel tempo arrivò nel dicembre del 1983, quando decine di cubi bianchi dotati di uno schermo verde e collegati da un filo a una silenziosa tastiera colorata, sostituirono sulle scrivanie l’operoso ticchettio delle macchine per scrivere. È impossibile immaginare oggi da quanta ignoranza fosse accompagnato all’epoca l’arrivo di un computer in un ufficio. Si trattava di macchine del tutto stupide, ma piene di incognite per chi aveva in casa al massimo un primitivo Commodore 64 con il quale giocava a ping-pong, non riuscendo a capire a che cosa altro potesse servire.

Proprio per gestire al meglio il delicato passaggio alle «nuove tecnologie», come venivano chiamate allora, «La Stampa» aveva istituito una commissione di studio, guidata dal caporedattore centrale Pierangelo Coscia, che aveva lavorato per cinque anni al progetto. Poiché nessun giornale in Italia aveva ancora affrontato la questione, la commissione era andata spesso all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, a visitare giornali come il «New York Times», il «Boston Globe», il «Philadelphia Inquirer», nei quali si era già cominciato a lavorare sui terminali Atex che «La Stampa» avrebbe adottato. Al ritorno, i colleghi interrogavano questi esploratori come se fossero appena arrivati da un mondo misterioso, pieno di insidie e pericoli. Quando si diceva loro che nessun giornalista americano avrebbe scelto di tornare alle vecchie macchine per scrivere, nessuno ci credeva.

Oggi a raccontarlo viene da sorridere, ma uno dei problemi principali fu quello di vincere le preoccupazioni dei redattori che, dopo avere scritto il loro articolo, lo vedevano sparire premendo il tasto «memorizza», e temevano di non ritrovarlo mai più. Ma c’erano altri aspetti più importanti da analizzare, come l’ambiente di lavoro, l’illuminazione della redazione, i potenziali rischi per la salute di molte ore passate davanti a un videoterminale. Un lavoro pionieristico che diede i suoi frutti, visto che «La Stampa» ospitò per mesi delegazioni di altri giornali italiani ed europei impegnati nello stesso processo, e che le garanzie poste a tutela dei giornalisti furono adottate dal sindacato nella prima stesura dell’articolo 42 del contratto nazionale di lavoro, quello dedicato alle innovazioni tecnologiche.

Il rovescio della medaglia fu la progressiva riduzione del numero dei poligrafici, avvenuta però evitando le soluzioni sbrigative e brutali che Rupert Murdoch avrebbe adottato a metà degli Anni 80 per i suoi giornali di Londra. Con l’adozione dei videoterminali in redazione arrivava anche la fine di una nobile e antica professione, la prima a pagare duramente il transito verso il mondo digitale nel quale oggi viviamo.

Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin

La Stampa
giacomo galeazzi andrea tornielli

Viaggio nella galassia degli oppositori di Bergoglio. Un fronte che sul web unisce leghisti, nostalgici di Ratzinger, nemici del Concilio: “Chiesa in confusione per colpa del pontefice”


Nella sua pagina ufficiale su Facebook, Antonio Socci sostiene che Benedetto XVI non si sia voluto davvero dimettere ma si consideri ancora Papa volendo in qualche modo condividere il «ministero petrino» con il successore. Interpretazione che lo stesso Ratzinger ha smentito

A tenerla unita è l’avversione a Francesco. La galassia del dissenso a Bergoglio spazia dai lefebvriani che hanno deciso di «attendere un Pontefice tradizionale» per tornare in comunione con Roma, ai cattolici leghisti che contrappongono Francesco al suo predecessore Ratzinger e lanciano la campagna «Il mio papa è Benedetto».

Ci sono gli ultraconservatori d ella Fondazione Lepanto e i siti web vicini a posizioni sedevacantiste, convinti che abbia ragione lo scrittore cattolico Antonio Socci a sostenere l’invalidità dell’elezione di Bergoglio soltanto perché nel conclave del marzo 2013 una votazione era stata annullata senza essere scrutinata. Il motivo? Una scheda in più inserita per errore da un cardinale. La votazione era stata immediatamente ripetuta proprio per evitare qualsiasi dubbio e senza che nessuno dei porporati elettori sollevasse obiezioni. Ancora, prelati e intellettuali tradizionalisti firmano appelli o protestano contro le aperture pastorali del Pontefice argentino sulla comunione ai divorziati risposati e sul dialogo con il governo cinese.

Il dissenso verso il Papa unisce persone e gruppi tra loro molto diversi e non assimilabili: ci sono le prese di distanza soft del giornale online «La Bussola quotidiana» e del mensile «Il Timone», diretti da Riccardo Cascioli. C’è il quasi quotidiano rimprovero al Pontefice argentino messo in rete dal vaticanista emerito dell’«Espresso», Sandro Magister. Ci sono i toni apocalittici e irridenti di Maria Guarini, animatrice del blog «Chiesa e Postconcilio», fino ad arrivare alle critiche più dure dei gruppi ultratradizionalisti e sedevacantisti, quelli che ritengono non esserci stato più un Papa valido dopo Pio XII.

La Stampa ha visitato i luoghi e incontrato i protagonisti di questa opposizione a Francesco, numericamente contenuta ma molto presente sul web, per descrivere un arcipelago che attraverso Internet ma anche con incontri riservati tra ecclesiastici, mescola attacchi frontali e pubblici a più articolate strategie. In prima linea sul web contro il Papa, lo scrittore Alessandro Gnocchi, firma dei siti Riscossa cristiana e Unavox: «Bergoglio attua la programmatica resa al mondo, la mondanizzazione della Chiesa. Il suo pontificato è basato sulla gestione brutale del potere. Uno svilimento della fede così capillare non si è mai visto».

Cabina di regia
Tra le mura paleocristiane della basilica di Santa Balbina all’Aventino, accanto alle terme di Caracalla, la Fondazione Lepanto è uno dei motori culturali del dissenso a Francesco. Tra libri pubblicati, l’agenzia di informazione «Corrispondenza romana» e gli incontri tenuti nel salone del primo piano qui opera una delle cabine di regia del fronte anti-Bergoglio. «La Chiesa vive uno dei momenti di maggiore confusione della sua storia e il Papa è una delle cause - afferma lo storico Roberto De Mattei che della Fondazione Lepanto è il presidente -. Il caos riguarda soprattutto il magistero pontificio. Francesco non è la soluzione ma fa parte del problema». L’opposizione, aggiunge De Mattei, «non viene solo da quegli ambienti, definiti tradizionalisti, ma si è allargata a vescovi e teologi di formazione ratzingeriana e wojtyliana».

Più che di dissenso, De Mattei preferisce parlare di «resistenza», la stessa che si è recentemente espressa attraverso la critica all’esortazione apostolica «Amoris Laetitia» di 45 teologi e filosofi cattolici e la dichiarazione di «fedeltà al magistero immutabile della Chiesa» di 80 personalità, divenute poi alcune migliaia, tra cui cardinali, vescovi e teologi cattolici. Tra gli italiani c’è il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna. Uno dei principali centri di resistenza, sottolinea ancora lo storico, «è l’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia, i cui vertici sono stati recentemente decapitati dal Bergoglio». Nel mirino dei tradizionalisti c’è anche il «contributo che la politica migratoria di Francesco fornisce alla destabilizzazione dell’Europa e alla fine della civiltà occidentale».

Fronda politico-teologica
L’attacco a Bergoglio è globale. «Nella galassia del dissenso a Francesco c’è una forte componente geopolitica - osserva Agostino Giovagnoli, ordinario di Storia contemporanea all’Università Cattolica ed esperto di dialogo con la Cina -. Accusano Bergoglio di non annunciare con sufficiente forza le verità di fede, ma in realtà gli imputano di non difendere il primato dell’Occidente. È una opposizione che ha ragioni politiche mascherate da questioni teologiche ed ecclesiali». La Cina ne è l’esempio. «C’è un’alleanza fra ambienti Hong Kong, settori Usa e destra europea: rimproverano a Francesco di anteporre alla difesa della libertà religiosa l’obiettivo di unire la Chiesa in Cina - continua -. Sono posizioni che trovano spazio spesso nell’agenzia cattolica Asianews. Il Papa, secondo questi critici, dovrebbe affermare la libertà religiosa come argomento politico contro Pechino, invece di cercare il dialogo attraverso la diplomazia».

A dar voce al dissenso, che ha innegabili sponde interne alla Curia, sono anche ecclesiastici con entrature vaticane, come il liturgista e teologo don Nicola Bux, consultore delle Congregazioni per il Culto divino e per le Cause dei Santi. «Oggi, non pochi laici, sacerdoti e vescovi si chiedono: dove stiamo andando?- spiega alla Stampa -. Nella Chiesa c’è sempre stata la possibilità di esprimere la propria posizione dissenziente verso l’autorità ecclesiastica, anche se si trattasse del Papa. Il cardinale Carlo Maria Martini, notoriamente esprimeva spesso, anche per iscritto, il suo dissenso dal pontefice regnante, ma Giovanni Paolo II non l’ha destituito da arcivescovo di Milano o ritenuto un cospiratore». Il compito del Papa, continua Bux, è «tutelare la comunione ecclesiale e non favorire la divisione e la contrapposizione, mettendosi a capo dei progressisti contro i conservatori».

E «se un Pontefice sostenesse una dottrina eterodossa, potrebbe essere dichiarato, per esempio dai cardinali presenti a Roma, decaduto dal suo ufficio». In un crescendo di bordate, con un’intervista al Giornale nei giorni scorsi è sceso in campo anche il ricercatore Flavio Cuniberto, autore di un libro critico col magistero sociale del Papa, studioso di René Guenon e del tradizionalismo vicino alla destra esoterica. Ha dichiarato che «Bergoglio non ha aggiornato la dottrina, l’ha demolita, si comporta come se fosse cattolico ma non lo: l’idea stravolta di povertà eleva alla sfera dogmatica il vecchio pauperismo». Il Papa elogia la raccolta differenziata e così «le virtù del buon consumatore tardo-moderno diventano le nuove virtù evangeliche».

Teorie sui due Papi
Nella sua pagina ufficiale su Facebook, Antonio Socci sostiene che Benedetto XVI non si sia voluto davvero dimettere ma si consideri ancora Papa volendo in qualche modo condividere il «ministero petrino» con il successore. Interpretazione che lo stesso Ratzinger ha smentito seccamente a più riprese a partire dal febbraio 2014 fino al recente libro-intervista «Ultime conversazioni», dichiarando pienamente valida la sua rinuncia e manifestando pubblicamente la sua obbedienza a Francesco. La teoria ha tratto nuova linfa dall’interpretazione da alcune parole pronunciate nel maggio scorso dall’arcivescovo Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto XVI. Don Georg, intervenendo alla presentazione di un libro, aveva affermato:

«Non vi sono dunque due papi, ma di fatto un ministero allargato - con un membro attivo e un membro contemplativo». Socci pubblica a fine settembre, una accanto all’altra, le foto di Bergoglio e Ratzinger sotto la scritta «quale dei due?». E scrive: «C’è chi si oppone l’amore alla verità (Bergoglio) e chi le riconosce unite in Dio (Benedetto XVI)». Tra i tanti commenti in bacheca, Paolo Soranno risponde: «Francesco I sembra che sia messo al servizio del Dio Arcobaleno (quello che non impone obblighi religiosi e morali) e non del Dio Cattolico». È nella Rete che il dissenso a Bergoglio assume i toni più accesi, con persone che dietro il paravento del computer si lasciano andare a furiose invettive, come si legge nei commenti sotto gli articoli postati sui social.

Sul sito «messainlatino», che si dedica a promuovere la liturgia antica, ma ospita spesso anche commenti al vetriolo sul Papa, si parla di «noiosa monotonia ideologica dell’attuale pontificato». In rete si leggono commenti sulla Chiesa che «sarà spinta a sciogliersi in una sorta di Onu delle religioni con un tocco di Greenpeace e uno di Cgil», dato che «oggi i peccati morali sono derubricati e Bergoglio istituisce i peccati sociali (o socialisti)». Sul blog ipertradizionalista di Maria Guarini, «Chiesa e Postconcilio», si leggono titoli tipo questo: «Se il prossimo papa sarà bergogliano, il Vaticano diventerà una succursale cattomassonica». Il dissenso viene dall’area più conservatrice, ma trova sponde anche in qualche ultraprogressista deluso.

È il caso del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, che attacca senza tregua Francesco da sinistra, e dunque non è assimilabile ai gruppi finora descritti. Sul suo sito web non salva nulla del pontificato. «Quante parole inutili e scontate - inveisce -. Pace, giustizia e bontà. Il Papa ci sta rompendo le palle con parole e gesti strappalacrime. Francesco è vittima del proprio consenso e sta suscitando solo illusioni, butta tanto fumo negli occhi, stuzzica qualche applauso manda in visibilio i giornalisti ignorantotti sulla fede». Giuseppe Rusconi, il giornalista ticinese curatore del sito «Rossoporpora», si chiede: «il nostro Pastore è veramente in primo luogo “nostro” o non mostra di privilegiare l’indistinto gregge mondiale,

essendo così percepito dall’opinione pubblica non cattolica come un leader gradito ai desideri espressi dalla società contemporanea? Lo farà per strategia gesuitica o per scelta personale? E quando il Pastore tornerà all’ovile, quante pecorelle smarrite porterà con sé? E quante ne ritroverà di quelle lasciate». Questa composita galassia del dissenso ha eletto come suoi punti di riferimento alcuni vescovi e cardinali. Magister sul suo blog ha lanciato la candidatura papale del cardinale guineano Robert Sarah, attuale ministro per la liturgia di Francesco, amato da conservatori e tradizionalisti e molto citato nei loro siti e nelle loro pubblicazioni.

Rischio scisma?
Tra coloro che vengono considerati stelle polari da parte di questo mondo ci sono soprattutto il porporato statunitense Raymond Leo Burke, patrono dei Cavalieri di Malta, e il vescovo ausiliare di Astana, Athanasius Schneider. Ma al di là dell’amplificazione mediatica offerta dalla rete, non sembra proprio che vi siano all’orizzonte nuovi scismi, dopo quello compiuto dal vescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Ne è convinto il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur: «I vescovi cattolici nel mondo sono più di cinquemila, il dissenso riesce a mobilitarne una decina, molti dei quali in pensione, il che mostra appunto la sua scarsa consistenza».

Introvigne sostiene che questo dissenso «è presente più sul web che nella vita reale ed è sopravvalutato: ci sono infatti dissidenti che scrivono commenti sui social sotto quattro o cinque pseudonimi, per dare l’impressione di essere più numerosi». Per il sociologo è un movimento che «non ha successo perché non è unitario. Ci sono almeno tre dissensi diversi: quello politico delle fondazioni americane, di Marine Le Pen e di Matteo Salvini che non sono molto interessati ai temi liturgici o morali - spesso non vanno neppure in chiesa - ma solo all’immigrazione e alle critiche del Papa al turbo-capitalismo.

Quello nostalgico di Benedetto XVI, che però non contesta il Vaticano II. E quello radicale della Fraternità San Pio X o di de Mattei e Gnocchi, che invece rifiuta il concilio e quanto è venuto dopo. Nonostante vi sia qualche ecclesiastico che fa da sponda, le contraddizioni fra le tre posizioni sono destinate a esplodere, e un fronte comune non ha possibilità di perdurare».

Introvigne fa notare una sorprendente caratteristica comune a molti di questi ambienti: «È l’idealizzazione mitica del presidente russo Vladimir Putin, presentato come il leader “buono” da contrapporre al Papa leader “cattivo”, per le sue posizioni in materia di omosessuali, musulmani e immigrati. Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin».

L’algoritmo di Amazon favorisce sempre il consumatore?

La Stampa
federico guerrini

Tra prezzo e spese di spedizione il costo reale del prodotto pubblicizzato come più economico può superare quello di altri che sembrano meno convenienti



Che i colossi di Internet, aziende come Facebook, Amazon, Google, Apple, Microsoft e pochi altri, possano sfruttare la loro posizione di preminenza in modi non sempre condivisibili, non è certo una novità. Ha fatto scalpore, poche settimane fa, la decisione, poi rientrata, del social network di censurare una celebre foto di guerra. Google, a sua volta, è stato più volte oggetto di indagine per presunte scorrettezze nei risultati di ricerca.

Sotto la lente, di recente, è finita anche Amazon. Un’inchiesta di ProPublica ha rivelato delle ambiguità nel modo in cui vengono presentato sul sito le offerte più convenienti. Le critiche della no-profit specializzata in giornalismo investigativo riguardano la versione americana del sito e, in particolare, il “buy box”, il riquadro dove viene presentata l’offerta “migliore” secondo l’azienda di Jeff Bezos.

Com’è noto, Amazon non vende soltanto i propri prodotti, ma anche quelli di migliaia di altri esercenti, che spesso propongono lo stesso articolo. Avere un proprio articolo segnalato nel buy box accresce di molto le possibilità di un venditore di ricevere un ordine. Per questo motivo, la competizione per apparirvi è assai serrata. In teoria, benché la formula esatta dell’algoritmo non sia nota, si hanno maggiori chance di comparire nel riquadro se si hanno prezzi bassi, disponibilità di merce in magazzino, consegna gratuita e buone recensioni.

Nella pratica, ha scoperto ProPublica, tutto questo potrebbe non bastare. Non solo, ma seguendo i suggerimenti di Amazon, i consumatori che non paghino il canone annuale di 99 dollari negli Usa (19,99 euro in Italia) per il servizio di spedizione Prime o non si fossero aggiudicati la spedizione gratuita sborsando più di 49 dollari, avrebbero finito per pagare molto di più per ogni singolo prodotto.

Il motivo? Come raccontano gli autori dell’inchiesta Julia Angwin e Surya Mattu, che hanno analizzato i prezzi di 250 articoli, tre quarti delle volte Amazon sceglie di collocare nel buy box un prodotto proprio oppure appartenente a un venditore iscritto al programma Fulfilled By Amazon (con cui il negoziante paga la multinazionale per stoccare e spedire anche i suoi prodotti); e fa questo, malgrado i prodotti di un altro venditore potrebbero rivelarsi molto più convenienti, una volta considerati anche i costi di spedizione.

ProPublica fa l’esempio della colla Loctite, proposta dal negozio TheHardwareCity.com a soli 6 dollari e 75 cent, con spedizione gratuita. L’algoritmo di Amazon preferiva però segnalare nel riquadro magico il prodotto proposto dalla multinazionale stessa, in vendita a più di quattordici dollari, consegna compresa. Il cliente poteva non accorgersene subito perché, stranamente, nel buy box per i prodotti Amazon o di aziende aderenti al programma Fba, non vengono mostrati i costi di spedizione. Li si scoprono solo alla fine del processo di acquisto, a meno che, per evitarli, non ci si iscriva al Prime, o si spendano in tutto più di 49 dollari.

In una nota inviata a ProPublica, Amazon fa appunto riferimento a queste due possibilità, spiegando come esse siano disponibili per la stragrande maggioranza degli articoli, 9 su 10. Gli algoritmi di selezione a cui si riferisce l’articolo – recita la nota – sono progettati per quel 90% di articoli ordinati, a cui non si applicano i costi di spedizione». Tanto rumore per nulla? Non proprio. Benché legittime – l’azienda fa quello che vuole sulla propria piattaforma – le tecniche della multinazionale in questo caso non appaiono del tutto trasparenti e nemmeno del tutto mirate a garantire i maggiori benefici possibili al cliente. Il che, per un’azienda che si è data la missione di essere quella “con più al centro il consumatore” del pianeta, non è proprio il massimo.

Rivoluzione Google, in arrivo un indice di ricerca su misura per gli smartphone

La Stampa

La novità consentirà a Google di sviluppare un algoritmo a parte per i contenuti "mobile-friendly", offrendo risultati più precisi e utili a chi fa ricerche da telefoni e tablet



Il mobile, prima di tutto. Ecco perché presto le ricerche di Google, il motore di indicizzazione più utilizzato del mondo, potrebbero avere gli smartphone come piattaforma principale. L’annuncio è arrivato da Gary Illyes, un analista di Big G, che ha spiegato come presto l’azienda di Mountain View darà vita a un indice su misura per i dispositivi mobili, indice che diventerà la sorgente primaria dal quale il motore di ricerca andrà a pescare i risultati. Illyes ha comunque spiegato che il “vecchio” indice per desktop sarà ancora attivo, anche se non aggiornato con la stessa frequenza di quello per smartphone.

Un passo che arriva a breve distanza dall’introduzione delle Accelerated Mobile Pages, che in maniera simile agli Instant Articles di Facebook consentono il caricamento immediato di articoli formattati in maniera tale da essere fruibili attraverso telefoni e tablet. Così come dagli ultimi aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca, che avevano promesso di penalizzare i siti non dotati di una versione “mobile-friendly”. Avere un indice separato potrebbe consentire a Google di sviluppare un algoritmo specifico per i contenuti mobile, diversi sia per modalità di utilizzo che tempi di lettura. Rimane da capire cosa succederà alle ricerche da desktop, le quali, anche se inferiori a quelle da smartphone, costituiscono ancora una buona fetta del traffico di Big G.

Addio al vampiro dell’Erario, il mostro burocratico più odiato

La Stampa
mattia feltri

Esultano gli onesti vessati, ma anche i disonesti



Buonanotte a tutti: da oggi si ricomincia a dormire fra i due guanciali, ricominciano gli onesti e forse anche i disonesti.

Equitalia non c’è più, e nemmeno una luce perpetua a risplendere in memoria. La Transilvania della nostra burocrazia perde il suo vampiro più assetato, come da racconti serali e anche un pochino mitologici di amici vessati. Circolavano storie surreali, raccontate sul divano del dopocena, di cartelle da due centesimi, di debiti inaspriti con tassi usurari del 45 per cento (caso di un tizio che doveva duemila euro spalmati su un rateo la cui somma, alla fine, faceva quasi tremila), di pendenze da estinguere in 3 mila e 84 comode rate, per un totale di duecentocinquantasette anni. Gli amici dettagliavano e dettagliano sugli agi e altre diavolerie, strumento di Equitalia per spillare ogni quattrino, goccia a goccia.

E poi le cartelle pazze, il lugubre jingle delle nostre esistenze di contribuenti, su cui alla fine l’agenzia ha dovuto ammettere: una su cinque è tale, e cioè una cartella senza significato, fondamento, logica. Gente cui toccava pagare il bollo di un’auto venduta lustri prima, tasse sui rifiuti di un’abitazione mai posseduta, solleciti per il canone Rai proprio a chi – i pochissimi – versavano il dovuto anno dopo anno.

Altro che referendum, Irpef, Irpeg, Iva, Matteo Renzi, Romano Prodi, Silvio Berlusconi: il mostro di quest’Italia moderna è stato Equitalia, con quel bel nome edulcorante anzi ossimorico. E che, diciamocela tutta, ha offerto l’alibi anche ai mascalzoni per i quali il 740 era una scocciatura da lasciare ai babbei, molto meglio filarsela in Bmw verso la Costa Azzurra. E però la cronaca di questi tempi è una cronaca di disperazione, di imprenditori morti suicidi con le mani statali al collo, di reazioni nei dintorni della follia fatte di bombe molotov all’uscio della riscossione, colpi di fucile, bombe a mano, buste esplosive, pacchi con polveri letali. Di messi aggrediti con la spranga.

Di manifestazioni come quella milanese di due anni fa, per attribuire a Equitalia la responsabilità dei centoquarantanove italiani che nel 2013 si sono ammazzati per motivi economici. Di inchieste giornalistiche, come una celeberrima di Report, per dimostrare che l’inflessibile e disumana macchina della cartella esattoriale era un po’ più flessibile con i partiti, le grandi aziende e gli imprenditori da rotocalco; e le inchieste giudiziarie che hanno spinto un gip a dichiarare «favoritismi e discriminazioni a tutti i livelli» nella gestione degli accertamenti e delle esecuzioni.

Equitalia non era solo un problema, ma un passaggio a porta vuota per ogni opposizione, che prometteva fiamme e spargimento di sale, non appena vinte le elezioni. Stavolta è successo davvero, evviva evviva. Perché non è servita a niente una sconclusionata operazione simpatia, attraverso surreali comunicati di discolpa, quando c’erano un pignoramento o una cartella decuplicata per una cacca di cane multata dieci anni prima, né computer omaggio alle scuole delle zone terremotate, né mirabolanti (e magari vere) storie di funzionari di Equitalia che impietositi pagavano il carrello della spesa all’operaio da 1200 euro mensili che aveva appena ottenuto una nuova rata sul debito. Il mostro è morto, abbasso il mostro. 

La rivoluzione del Fisco: un anno di tempo per pagare le multe senza interessi

La Stampa
alessandro barbera paolo baroni

Lo Stato a caccia di 55 miliardi di cartelle esattoriali incagliate


Da sinistra il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan col presidente del Consiglio, Matteo Renzi

Il primo giugno, dopo dieci anni di attività non proprio felice, Equitalia chiude. O quanto meno spariranno dai palazzi le sue insegne. A quel punto la riscossione delle tasse passerà direttamente all’Agenzia delle entrate e si cambierà registro. Addio fisco vorace, addio cartelle esattoriali che lievitano a vista d’occhio caricando i contribuenti di oneri sempre più spesso impossibili da sopportare. Un cambio di passo netto, insomma, che il governo intende anticipare da subito accompagnando il funerale di Equitalia con la rottamazione delle vecchie cartelle esattoriali.

Qualcuno parla già di «condono», di «regalo agli evasori», accusa che Renzi respinge visto che può vantare il record assoluto di recupero di tasse non pagate, 14,9 miliardi in un solo anno.

Quel che è certo e che in questo modo nelle casse dello Stato entreranno 4 miliardi in un anno. «Non si pagheranno più gli smisurati interessi e le more che erano nella filosofia di Equitalia», ha spiegato ieri il premier puntando il dito contro «un modello inutilmente polemico e vessatorio nei confronti dei cittadini. Chiudere Equitalia significa chiudere con quel modello lì, significa che quando non paghi una tassa ti arriva un sms». Gli sms «se mi scordo», come li ha ribattezzati l’attuale amministratore delegato di Equitalia Ernesto Ruffini che già dai tempi della prima Leopolda aveva convinto il premier a cambiare registro sulle tasse.

L’idea della «rottamazione» è venuta al viceministro dell’Economia Enrico Zanetti prevede la possibilità di cancellare una buona parte degli oneri accessori che gravano sulle cartelle esattoriali in maniera tale da rendere molto più facile il loro pagamento e quindi l’incasso da parte dello Stato. Parliamo di una montagna di soldi rimasti «incagliati»: 55 miliardi in tutto. Che nel 90% dei casi corrispondono a cartelle di importo inferiore ai 5 mila euro.

Un anno di tempo
Col decreto collegato alla Legge di bilancio approvato ieri i contribuenti avranno un anno di tempo per sanare la loro situazione. Ma le loro pendenze col Fisco verranno alleggerite in maniera significativa: nessuno sconto sull’importo delle tasse accertate o delle multe, «quelle si pagano punto e basta» ha rimarcato ieri il premier; così come dovranno essere corrisposti gli interessi sui ritardati pagamenti e l’aggio. Di contro, però, non si dovranno più versare né le sanzioni amministrative, né gli interessi di mora. Due voci che più delle altre hanno un effetto moltiplicatore degli importi accertati sino al punto da far raddoppiare o triplicare le somme da versare.

Esclusi solo i debiti Iva
Lo sconto verrà applicato a tutti i carichi pendenti con Equitalia al 31 dicembre 2015, compresi i debiti oggetto di rateizzazione in corso o anche decaduti. Con un’unica esclusione: le cartelle relative all’Iva. I contribuenti avranno un anno di tempo per beneficiare della rottamazione, scaduto questo termine si tornerà ai vecchi pesantissimi conteggi. E gli importi da versare torneranno a gonfiarsi a dismisura.

Pagamenti rateizzati
Gli importi potranno essere pagati in un’unica soluzione oppure rateizzati. La proposta avanzata da Zanetti prevedeva un massimo di 3 anni e la possibilità di compensare il dovuto con gli eventuali crediti e vantati nei confronti della pubblica amministrazione. Tutto insomma, pur di chiudere la partita.