lunedì 31 ottobre 2016

Un solo tifoso in trasferta a Bari per seguire la Pro Vercelli battuta dai “galletti”

La Stampa
samuel moretti

Paolo Gagnone è partito all’alba per percorrere un miglio di km. Nel settore ospiti non c’era nessun altro



Paolo Gagnone è un tifoso vero. Questa mattina all’alba è salito sul treno a Vercelli per raggiungere lo stadio San Nicola di Bari, dove alle 15 è scesa in campo la sua Pro Vercelli. Giusto il tempo di vedere la sconfitta (il match è finito 2-0 per i pugliesi) dei suoi beniamini, poi è già tempo di tornare alla stazione per salire sul treno del ritorno alle 20. Gagnone era il solo tifoso bianco sceso a Bari per seguire la partita: con un drappo bianco della sua squadra ha fatto il tifo per i leoni nell’ala dello stadio dedicato agli ospiti rimasta deserta per 90 minuti. Un episodio simile è successo pochi giorni fa in Svezia.

Giudice punisce gli italiani morosi: agli immigrati le case pignorate

Sergio Rame - Sab, 29/10/2016 - 09:59

Gli inquilini morosi sfrattati dai propri appartamenti. E un giudice stabilisce che gli immobili venga usati per ospitare gli immigrati

È una trovata del tribunale di Lecco, ma può fare scuola in tutta Italia.

E rischia di essere una minaccia per tutti quegli italiani che non riescono a pagare tutte le pendenze che hanno sulla propria casa. Il giudice delle escuzioni immobiliari, Dario Colasanti, ha infatti deciso di usare le case pignorate ai cittadini morosi oer ospitare gli immigrati. "Il progetto - ha scritto il giudice nella comunicazione dello scorso 14 ottobre - persegue un alto scopo umanitario e sociale in quanto è volto a realizzare una distribuzione sull’intero territorio provinciale dei rifugiati assicurandogli alloggi dignitosi, così da limitare i disagi e i pericoli della permanenza accentrata nei centri di accoglienza".

Il documento, di cui dà conto Filippo Facci su Libero, è stato spedito via mail alla Prefettura, alla cancelleria del Tribunale e all'Ordine degli avvocati di Lecco per attuare quanto prima la redistribuzione degli immobili. Il titolo non lascia alcun dubbio sulla disposizione del tribunale di Lecco: "Progetto accoglienza - provvedimento G.E. Tribunale di Lecco locazione immobili pignorati ai rifugiati".

Colasanti parla di locazioni "temporanee" per gli immigrati, che hanno fatto richiesta dello status di rifugiati o che lo hanno già ottenuto, e dispone che la Prefettura, che esegue i pignoramenti ai cittadini morosi, paghi il canone d'affitto alle cooperative che si sono aggiudicate il bando. Agli immigrati, infine, viene chiesto di effettuare "opere di manutenzione ordinaria" per sistemare gli appartamenti che gli vengono offerti. Il giudice delle escuzioni immobiliari, però, non specifica quali lavori debbano svolgere.

In questo modo, il pignorato non tornerà mai in possesso del proprio appartamento. E, se anche volesse venderlo, qualunque compratore ne uscirebbe scoraggiato dalla visita dell'immobile. Anche perché, come spiega lo stesso Facci su Libero, "avrebbe difficoltà anche solo a visionarlo, oppure a visionarlo in buone condizioni, visto che non è credibile che degli immigrati si mettano seriamente a risistemarlo". Non solo il prezzo di vendita si abbasserebbe ben al di sotto del prezzo di mercato, ma in una eventuale asta diventerebbe quasi impossibile acquistare un appartamento che risulta occupato da un gruppo di immigrati e che pertanto dovrebbe essere sgomberato.

Il fratello ha la varicella, asilo nido in allarme per bambina: "Tenetela a casa". Caso nel Chianti

repubblica.it
MICHELE BOCCI

Succede in provincia di Firenze. La sorellina non è vaccinata: la scuola chiede alla famiglia di non esporre gli altri piccoli non ancora immunizzati

Il fratello ha la varicella, asilo nido in allarme per bambina: "Tenetela a casa". Caso nel Chianti

UNA piccola comunità, un bambino non vaccinato che prende la varicella e tante famiglie che si preoccupano per i loro figli e chiedono che la sorellina del malato non vada all'asilo nido. In uno dei comuni del Chianti il sindaco, l'ufficio di igiene e i pediatri stanno avendo diversi grattacapi per risolvere un caso nato dalla sempre più diffusa diffidenza verso lo strumento di prevenzione sanitaria.

A prendere la varicella è stato un bambino che frequenta la scuola materna. I suoi genitori non gli hanno fatto il vaccino quadrivalente (che si chiama Mprv perché copre da morbillo, parotite, rosolia e varicella), la cui prima dose si inietta intorno ai 14-15 mesi di età e per il quale viene fatto il richiamo a 5-6 anni. Il motivo di questa scelta sarebbe legato a reazioni verso il vaccino esavalente, che invece si fa nei primi mesi dopo la nascita, che quel bambino avrebbe avuto da piccolo. I suoi compagni di classe hanno tutti l'età per essere vaccinati (ma non è escluso che qualcun altro non sia coperto per scelta dei genitori) e quindi lì nessuno ha fatto questioni. Il problema è sorto nell'asilo nido dove va la sua sorellina.

Qui infatti ci sono alcuni alunni che la vaccinazione non l'hanno fatta perché sono ancora troppo piccoli. I genitori si sono preoccupati, temono che la malattia venga trasmessa ai propri figli. In certi casi, inoltre, qualcuno di questi bimbi più piccoli avrebbe anche dei fratelli o delle sorelle di pochi mesi, ai quali la malattia potrebbe passare in seconda battuta. Insomma, dalla scuola sono stati avvertiti il sindaco e i pediatri della zona, che a loro volta hanno interpellato l'ufficio di igiene dell'azienda sanitaria della Toscana centrale. La varicella, come tutte le malattie esantematiche, in certi casi, anche se rari, può portare a complicanze. Tra l'altro può essere pericolsa per le donne incinte, in particolare all'inizio e alla fine della gravidanza, ovviamente se non hanno avuto già la malattia, cosa che copre da successivi contagi.

Autorità sanitarie e Comune hanno pensato a cosa fare per convincere la famiglia a non mandare al nido la sorellina del malato nel periodo dell'incubazione della malattia, cioè un paio di settimane, così da escludere la possibilità di un contagio, sempre che anche lei sia stata colpita. Addirittura si è valutata l'ipotesi di fare un'ordinanza specifica (cosa resa possibile anche perché non si sta parlando di scuola dell'obbligo), poi si è optato per una linea morbida. Cioè si è pensato di parlare con la famiglia, spiegare la situazione e chiedere di evitare rischi di contagi tra i più piccoli.

Non è ancora chiaro cosa abbia deciso di fare la coppia. Nel frattempo altri genitori hanno contattato i loro pediatri. Qualcuno già ieri si è presentato in ambulatorio per anticipare la vaccinazione mprv dei figli. La prima ma in certi casi anche quella di richiamo. Del resto lo stesso ufficio di igiene avrebbe sollecitato, per i bambini vicini nell'età giusta, di anticipare di un po' il richiamo.

Proprio nel Chianti, a San Casciano, una bambina immunodepressa e quindi impossibilitata per un certo periodo a vaccinarsi, nei mesi scorsi era stata costretta a lasciare la scuola perché i genitori di alcuni dei suoi compagni avevano deciso di non fare i vaccini, cosa che l'avrebbe esposta a malattie che nel suo caso sarebbero state ancora più violente.

Caso Orlandi, attentatore del Papa: "Emanuela è in mano al Vaticano"

Marta Proietti - Mer, 26/10/2016 - 09:52

"io, Ali Agca, sarei stato scambiato con Emanuela Orlandi. Ma il piano non andò come previsto"



In un'intervista rilasciata al telefono da Instanbul al settimanale Oggi, l'attentatore di Papa Wojtyla Alì Agca parla della scomparsa di Emanuela Orlandi.

"È stata rapita soltanto per ottenere la mia liberazione. Parlare di Banda della Magliana o di festini sessuali in Vaticano è una menzogna assoluta". E aggiunge: "Sta bene e non ha mai subito alcun tipo di violenza e se non è morta per cause naturali è ancora in un convento di clausura, comunque in mano al Vaticano".

Nel numero in edicola domani, Alì Agca racconta la sua versione dei fatti su quanto avvenne alla 15enne scomparsa in territorio vaticano il 22 giugno 1983. A distanza di oltre trent'anni, nonostante le numerose teorie e versioni, ancora non si è scomperto cosa sia successo a Emanuela Orlandi.

"Paolo Farsetti e Gabriella Trevisin furono mandati in Bulgaria per essere arrestati come spie e poi scambiati con Sergei Antonov. Mentre io, Ali Agca, sarei stato scambiato con Emanuela Orlandi. Ma il piano non andò come previsto".

Sergei Antonov è il bulgaro, capo scalo della linea Balkan Air in Italia, arrestato e poi scagionato come complice nell'attentato al Papa. Farsetti e Trevisin sono i due italiani arrestati dalle autorità bulgare nel 1982 con l’accusa di aver fotografato obiettivi militari. Secondo Agca 2facevano parte di un accordo segreto tra Italia e Bulgaria per liberare Antonov. Per questo furono scarcerati e rimandati in Italia".

Il Vaticano: le ceneri dei defunti non possono diventare gioielli

La Stampa
iacopo scaramuzzi

La Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce che la cremazione non è vietata, ma i resti non vanno dispersi né conservati in ricordi commemorativi o altri oggetti


Vaticano: non è permessa la dispersione delle ceneri dei defunti

Il Vaticano chiarisce che non è permessa la dispersione delle ceneri dei defunti «nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo» né la loro conversione «in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti», in un documento con il quale la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce «le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi» ma ricorda, come la Chiesa cattolica sostiene già dagli anni Sessanta, che la cremazione del cadavere «non è vietata» poiché «non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo».

L’istruzione «Ad resurgendum cum Cristo», per risuscitare con Cristo, pubblicata oggi, è stata firmato lo scorso 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Madonna in Cielo, dal cardinale prefetto dell’ex Santo Uffizio, il tedesco Gerhard Ludwig Mueller, e dal segretario, il gesuita spagnolo Luis Ladaria, ed è stata approvata dal Papa il 18 marzo scorso. È la prima istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco.

Il documento ricorda che sin dal 1963, con l’istruzione «Piam et constantem», l’allora Santo Uffizio stabilì che la cremazione non è «di per sé contraria alla religione cristiana», indicazione poi ripresa nel 1983 tanto dal Codice di Diritto canonico che dal Catechismo della Chiesa cattolica (la cremazione dei corpi è permessa «se attuata senza mettere in questione la fede nella risurrezione dei corpi»).

La Chiesa: “Sì  alla cremazione, ma no alla dispersione delle ceneri dei defunti”

«Nel frattempo la prassi della cremazione si è notevolmente diffusa in non poche Nazioni, ma nel contempo si sono diffuse anche nuove idee in contrasto con la fede della Chiesa», spiega la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha pertanto «ritenuto opportuno la pubblicazione di una nuova Istruzione, allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi e di emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione».

Seguendo «l’antichissima tradizione cristiana», l’istruzione «raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro. Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte, l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale».

Tuttavia, «laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o – sottolinea l’Istruzione vaticana – ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi. La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia – prosegue il provvedimento dottrinale – la cremazione non è vietata, “a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana”».

In tal caso, «le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica» e, solo «in caso di circostanze gravi ed eccezionali, dipendenti da condizioni culturali di carattere locale, l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica».

Ma «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana – conclude l’Istruzione – si devono negare le esequie, a norma del diritto». Sulla conservazione, o dispersione, delle ceneri dei defunti, i differenti episcopati nazionali hanno preso, nel corso del tempo, posizioni diverse.

Nel novembre 2009, per esempio, l’assemblea della Cei, dopo un vivace dibattito, aprì alla possibilità di spargere le ceneri, sebbene con una circonlocuzione, stabilendo, in una prima bozza del rito delle esequie, che «la memoria dei defunti attraverso la preghiera liturgica e personale e la familiarità con il camposanto costituiranno la strada per contrastare, con un’appropriata catechesi, la prassi di disperdere le ceneri o di conservarle al di fuori del cimitero o di un luogo sacro» e sottolineando che «ciò che sta a cuore ai vescovi è che non si attenui nei fedeli l’attesa della risurrezione dei corpi, temendo invece che la dispersione delle ceneri affievolisca la memoria dei defunti».

Successivamente, però, la stessa Cei precisò, già nel 2012, che le ceneri non possono essere sparse né conservate in luogo diverso dal cimitero. Papa Francesco celebrerà Messa per i defunti, il 2 novembre, al cimitero di Prima Porta, quest’anno, anziché al cimitero centrale del Verano. Lo ha reso noto il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke. Due giorni dopo, il 4 novembre, Francesco presiederà la Celebrazione per i cardinali defunti a San Pietro.

Il futuro passa dal riciclo dei rifiuti tecnologici

La Stampa

Il Consorzio Remedia comprende 400 aziende: 56 mila tonnellate raccolte nel 2016



Anche il futuro della tecnologia passa dal riciclo. La previsione del Consorzio Remedia, relativa alla raccolta e al riutilizzo dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), indica un obiettivo di 56 mila tonnellate per quanto riguarda il 2016. Una crescita del 70% rispetto al 2015.

Questo aumento è dovuto non solo all’aumento delle quantità di RAEE conferiti dai cittadini alle isole ecologiche o ai negozi della distribuzione, ma anche al ruolo che Remedia sta acquisendo nella comunità dei produttori: nei primi sei mesi del 2016, infatti, hanno aderito al consorzio più di 400 aziende, aumentando ulteriormente le quote di responsabilità a livello nazionale e portando il numero totale di produttori aderenti al consorzio a oltre 1500. Per la fine del 2016 il consorzio prevede di gestire circa 42 mila tonnellate di RAEE pericolosi, rappresentando così in assoluto il primo sistema collettivo nazionale per quantità gestite appartenenti a tale tipologia.

Alla base di questi numeri c’è anche Remedia TSR, società impegnata nello sviluppo di servizi per la valorizzazione dei rifiuti in un contesto sempre più orientato all’economia circolare. Rappresenta il braccio del consorzio per la fornitura dei servizi di logistica e trattamento dei RAEE e delle pile e accumulatori, ma sta ampliando in modo costante la propria presenza sul mercato, offrendo alle aziende servizi di gestione integrata dei rifiuti.

Roma, l’ultima riunione nella sezione rossa: “Che dolore lo sfratto, finita la nostra storia”

repubblica.it
di CONCETTO VECCHIO

Aperta dal Pci nel 1946 in via dei Giubbonari, ora chiude per debiti Sconforto tra gli iscritti: "Colpe di tutti". "Vedrai, ci apriranno una jeanseria". "Ma no, ora partecipiamo al bando e torniamo noi". Dibattito sulla targa dedicata al partigiano Rattoppatore: "Almeno questa portiamola via"

Roma, l’ultima riunione nella sezione rossa: “Che dolore lo sfratto, finita la nostra storia”

«E ora di questa targa che ne sarà?» domanda un vecchio militante con gli occhi lucidi. “Pci sezione Regola Campitelli Guido Rattoppatore” c’è scritto sul muro della sede Pd di via dei Giubbonari. «Deve restare qui, è un reperto archeologico di un popolo che non esiste più», sentenzia Angel Marasca, «compagno del No». «Come non esiste più? Noi siamo i loro eredi», lo rintuzza Giulia Urso, la segretaria del circolo. Brusio in sala. «Io sarei per portarla con noi invece». Dolore e rimpianti, amarcord e rancori affiorano nell’ultima assemblea nel luogo simbolo della sinistra romana e italiana, che chiude i battenti dopo 70 anni.

Ex Casa del fascio concessa dal Comune ai comunisti, ora il Campidoglio grillino se la riprende. Gravata da un debito di 170 mila euro, alla fine muore per uno scherzo della burocrazia: il Consiglio di Stato ha imposto lo sfratto, dopo aver sancito che il titolo di locazione risultava scaduto dal 1947. L’anno scorso, dopo Affittopoli, il sindaco Marino aveva deciso di fare pulizia, assegnando un nuovo bando per i 260 circoli o associazioni culturali fuorilegge. «Gli ex dirigenti del partito che hanno provocato questo disastro dovranno pagare», punta il dito il presidente Matteo Orfini. «Né Marino, né Tronca, né la Raggi ci hanno mai voluto ricevere per affrontare la questione».

Cento persone sono stipate in questo piccolo tempio che fu di Pajetta ed è di Napolitano. Qui Occhetto prese la prima tessera Pds nel 1991. La fama del luogo è tale che un giorno volle passare persino Berlusconi. Gentiloni, Barca, Cirinnà sono tra i 430 iscritti, il 10 per cento della federazione romana (che ha due milioni di debiti). Alle pareti gigantografie di Moro e Berlinguer. A un certo punto la segretaria non trattiene le lacrime («ho fatto tutto il possibile, è un grande dolore»), ricordando anche la recente morte di Paola Martini, vicedirettrice di Rai Ragazzi, democratica, che qualche giorno prima le aveva scritto un messaggio d’incoraggiamento.

«Non vogliamo che qui si apra una jeanseria», dicono dalla sala. «Restiamo qua: disubbidiamo ». «Non si può, c’è lo sfratto esecutivo, siamo il partito della legalità», ammonisce Orfini. «È una legalità ottusa», ribatte la presidente del municipio, Sabrina Alfonsi. «Hanno sfrattato tutte le associazioni. Un impoverimento incalcolabile ». Luigi Zanda porta la notizia che al Senato è passata la legge che istituisce l’abitazione di Gramsci monumento nazionale. Applausi.

L’ultima riunione nella sezione rossa:  "Sfratto, che dolore. Finita nostra storia"

Percepisci nei volti che un mondo si congeda per sempre. Le sedi cementavano l’identità di una comunità politica, selezionavano, nel duro confronto quotidiano, la classe dirigente. «Un partito liquido, di solo Twitter e Facebook, è il sogno dei poteri forti. Si rischia una deriva fascista», dice l’avvocato Luca Giordano. «Come ti permetti?» gli urla un tizio dal fondo. Giordano: «Trovate giusto dare a Bersani del bevitore di birra?» Gli animi si accendono. Urso dice che ha trovato una nuova casa, non troppo lontano da qui, «un anno al massimo, poi rientreremo ». Gaspare Borsellino, che si è iscritto al partito a 80 anni, dice quello che pensano in tanti: «No, è un addio definitivo. La Raggi ci odia». «Muore un altro luogo di romanità» fa notare il responsabile dei giovani Giovanni Biagi.

«Compagni, non ho sentito nemmeno un filo di autocritica», è il rimprovero di Nicola Manni. «È colpa nostra se non abbiamo pagato il canone». Nel 1986 l’affitto della sede era di 240mila lire, poi la giunta del dc Signorello lo decuplicò. Il Pci non ottemperò mai, reputandolo uno sgarbo. Pds, Ds e Pd si sono accodati. A un certo punto c’era una montagna di debiti di 170mila euro, «ma da quando ci sono io abbiamo scalato 35 mila euro», precisa Orfini. Un militante legge una pasquinata, Veto Verdini: “ Cià li sordi per comprasse quasi nuovo l’arioprano eppoi gioca con le tasse... Accusì, me pare strano che sparisce, nun è bello, la sezzion falce- martello. Partito nazzione? No Grazie ». Ridono. Non Giulia Urso, che con più forza stringe nel pugno il suo fazzoletto bianco.

L’ultimo dei rabdomanti: “ Cerco l’acqua per amicizia”

La Stampa
elena romanato

Un pensionato savonese: è un dono difficile da gestire


Giovanni Tosello, 67 anni

Giovanni Tosello è uno dei pochi rabdomanti rimasti in Liguria. A Cadibona (Savona), dove vive, in pochi non si sono rivolti a lui per scavare un pozzo. Giovanni, 67 anni e pensionato, ricorda bene il giorno in cui si accorse di avere quella strana capacità, una dote naturale. «Mio papà aveva chiamato un rabdomante - spiega - per cercare l’acqua e scavare un pozzo. Ero curioso e l’ho osservato a lungo. Poi mi sono detto: ci provo anch’io. Ho scoperto di avere questo dono, ma mi ci è voluto tempo per capire come gestirlo».

Le prime volte non sono state facili. A partire dal ramo da usare come strumento per la ricerca dell’acqua. Deve essere di un legno flessibile, in genere di salice, in grado di muoversi in base alle vibrazioni che il rabdomante sente in presenza di acqua. «Provavo a chiedere ad altri rabdomanti - dice -, ma erano tutti gelosi della loro arte e mi dicevano poco o niente. Era difficile strappare qualche segreto. Sono andato a tentativi. Dopo prove su prove ho iniziato a capire come gestire il tutto.
In genere cerco un bastone in legno abbastanza flessibile.

Lo piego in due in mondo che prenda una forma a V e parto alla ricerca dell’acqua». Quando percepisce l’acqua, il bastone si gira con violenza, scatta verso l’alto e verso il rabdomante. «Le prime volte non ero in grado di gestire questa forza - prosegue Giovanni - sceglievo bastoni troppo lunghi e spesso, quando sentivo l’acqua e i bastoni si giravano verso l’alto, me li davo in faccia. La ricerca dell’acqua richiede molte energie; dicono che sia una questione di onde elettromagnetiche».

Successi e sconfitte
Non sempre la ricerca ha successo e il rabdomante riesce a individuare una falda, ma il più delle volte funziona. Un buon cercatore d’acqua è anche in grado di dire a che profondità scavare per trovare la falda. «A volte si sbaglia - prosegue Giovanni - e non posso garantire il successo al 100%. Ma riesco ad essere abbastanza preciso sulla profondità della falda. C’è una tecnica precisa. Quando sento che la forza inizia ad agire sul bastone mi muovo in quella direzione contando i passi, fino a che il bastone si gira. A ogni passo corrisponde un metro; se i passi fatti sono dieci, per trovare l’acqua bisognerà scavare a dieci metri». Più difficile è riuscire ad indicare, la larghezza, portata della falda e la direzione in cui scorre l’acqua.

Giovanni Tosello è rimasto uno dei pochi. La voce della sua capacità si è diffusa e continua ad essere ricercato. «E’ un’attività faticosa - dichiara - che mi lascia spossato. Ma non lo faccio per lavoro, come alcuni altri, anche se oggi siamo rimasti davvero in pochi. Qui a Cadibona ci sono zone non servite dall’acquedotto e ho aiutato degli amici a trovare l’acqua per scavare il pozzo. Mi cercano spesso, anche dalla Val Bormida, ma vado solo per amicizia. Se si chiama una trivella per cercare l’acqua, si va incontro a spese importanti. Invece, con un’indicazione precisa non si deve scavare a vuoto e non si butta via denaro. Certo ci sono anche gli scettici, quelli che non ci credono. Anche perché in giro ci sono molti ciarlatani. Ognuno è libero di pensare come crede».

E' morto Luciano Rispoli, signore della televisione educata

repubblica.it
di SILVIA FUMAROLA

E' morto Luciano Rispoli, signore della televisione educata

E' morto Luciano Rispoli, volto storico della tv. Nato a Reggio Calabria nel 1932, giornalista, conduttore radiofonico e televisivo,  già direttore del Dipartimento Scuola Educazione della Rai dal 1977 al 1987. Rispoli si è spento a Roma. "Luciano Rispoli è mancato ieri sera tardi nella sua casa di Casalpalocco", specifica il giornalista e scrittore Mariano Sabatini, a lungo suo collaboratore. "Con grandissima costernazione, e in accordo i la moglie e i figli, devo dare la triste notizia della scomparsa del popolare giornalista, autore e conduttore di programmi celeberrimi: Parola mia e Tappeto volante su tutti.

Entrato in Rai, in seguito a un concorso per radiocronisti nel 1954 ricorda Sabatini- ha continuato a proporre la sua televisione civile e rispettosa anche dopo aver lasciato la tv pubblica, dal 1991, su Tmc e poi su altre emittenti, con un rientro in Rai nel 2002-2003".

"Rispoli è mancato dopo una lunga malattia a 84 anni, compiuti il 12 luglio scorso. Io posso solo dire, al di là del grande dolore che provo in questo momento, che è stato un grande privilegio collaborare quindici anni con un padre fondatore della tv come lui. Da Rispoli ho imparato tanto. Tutto. E mi dispiace" conclude Sabatini  "che purtroppo questa Rai a cui aveva dato tantissimo, negli ultimi anni lo aveva dimenticato, provocandogli grande rammarico.

L'amore con la Rai nasce dal 1954, ovvero l’anno dell’avvio ufficiale delle trasmissioni. Rispoli vi approda per concorso, attraverso le selezioni  per radiocronisti e dopo un  provino con Vittorio Veltroni. Per la radio partecipa alle Radiosquadre, conduce il Buttafuori e partecipa all'ideazione della trasmissione cult Bandiera gialla (di cui inventa il titolo), di Chiamate Roma 3131 e della famosa Corrida di Corrado. In qualità di responsabile del settore varietà fa esordire Maurizio Costanzo per i testi di Canzoni e nuvole di Nunzio Filogamo, Raffaella Carrà (Raffaella col microfono a tracolla), Paolo Villaggio, a cui affida il primo programma dal titolo Il sabato del Villaggio e Paolo Limiti.

Tra il 1977 e il 1987,  durante gli anni in cui ha diretto il Dipartimento Scuola Educazione (l’attuale Rai Educational), Rispoli ha proposto varie edizioni di Intervista con la scienza, protagonisti luminari della medicina e altre discipline, come l’astrofisica Margherita Hack. Per il grande pubblico era "zio Luciano", come lo chiamva la pianista Rita Forte. Innamorato del suo lavoro, perfezionista, voce un po' nasale che ha ispirato parodie irresistibili (tra gli imitatori più famosi di Rispoli ci sono Fabio Fazio, Neri Marcorè, Pierluigi Oddi, Mario Zamma e Max Tortora), modi d'altri tempi, a tratti cerimonioso, ospitava nel suo salotto attrici e scrittori "per il piacere di ascoltare".

Lo diceva lui stesso: "E' vero che a volte sono un po' cerimonioso. Ho fatto esercizi per parlare in modo più asciutto, meno iperbolico, ma non sono riuscito a cambiare una virgola, sono così. L'urlo, lo scandalo e la volgarità non hanno mai abitato nella mia televisione, per questione di rispetto". Il suo salotto televisivo era sempre affollato di ospiti; ha lanciato Melba Ruffo, Samantha De Grenet, Roberta Capua e Michela Rocco di Torrepadula.

Sposato con Teresa Betto, ha avuto tre figli. Le nozze furono celebrate da Padre Pio. " Il rito era fissato per le 4 del mattino" ha raccontato "Ci avvicinammo all'altare e dopo un po' arrivò. Era un uomo burbero, ai limiti della scortesia, frettoloso anche nella celebrazione del matrimonio. Dava la sensazione di adempiere con fatica e con fastidio agli obblighi enormi della sua vita di santo in terra".

Quando ha compiuto 80 anni aveva confessato a Vanity Fair: "Mi avevano messo il pacemaker e non andava mai bene: a volte i battiti cardiaci erano troppi, a volte troppo pochi. C’era solo un momento in cui la frequenza era perfetta: quando il tecnico abbassava il braccio, la spia sulla telecamera si accendeva e io ero in onda". La televisione lo faceva stare bene.

Ferrovie locali, doppio macchinista per superare l'obbligo dei 50 km all'ora

repubblica.it
di GERARDO ADINOLFI

La proposta dell'impresa toscana Tft all'Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie dopo il limite imposto a fine settembre. Il direttore Ansf Gargiulo: "Le ex concesse devono fare un salto mentale e adeguarsi alla tecnologia"

Ferrovie locali, doppio macchinista per superare l'obbligo dei 50 km all'ora

Tempi di percorrenza più lunghi, orari da ristabilire e proteste dei viaggiatori. Il limite di velocità a 50 chilometri orari decisa dall'Agenzia per la sicurezza delle ferrovie nei confronti delle linee locali sta creando non pochi rompicapi alle aziende di trasporto private. Una misura disposta dall'Ansf per le ex concesse, passate a fine settembre sotto il suo controllo,  e che sarà valida fino a quando le ferrovie locali non si adegueranno agli standard tecnologici di sicurezza europei. Un percorso lungo, anche di anni, ma che a un mese dal decreto già sta muovendo i primi passi. "Siamo consapevoli dei disagi - spiega il direttore dell'Ansf Amedeo Gargiulo - ma la sicurezza umana è la cosa più importante".

E per superare il limite di 50 chilometri orari alcune aziende già hanno avanzato le loro proposte:  in Toscana la Tft che gestisce le linee da Arezzo a Stia e Sinalunga ha introdotto ad esempio un secondo macchinista: "Così possiamo andare a 70 chilometri orari - spiega il direttore di esercizio Mario Benelli - anche se il vero problema è l'obbligo di fermarsi con il treno ai passaggi a livello senza barriere. Noi ritardiamo e gli automobilisti hanno preso l'abitudine di passare, senza darci la precedenza. Può esserci un problema di sicurezza". Sull'ipotesi però Gargiulo avverte: "Si può usare, ma niente fughe in avanti. La velocità non dovrà superare i 70 chilometri orari".

La Tft, comunque, è l'azienda tra le più avanti nella lista delle ex concesse. La Regione Toscana infatti ha già finanziato con 20 milioni di euro il sistema di segnalamento Ermts (quello dell'alta velocità) e a breve saranno lanciati i bandi di gara.  "Ma alcune sono ancora immbili - chiosa il direttore Gargiulo- le ferrovie locali devono fare un salto mentale, aprirsi alla concorrenza e adeguarsi agli standard di sicurezza tecnologica". L'occasione per tirare le prime somme a un mese dal decreto è la presentazione, a Firenze, del rapporto annuale dell'Agenzia che mostra come, nel 2015, il numero degli incidenti ferroviari sia diminuito del 12% rispetto al 2014 con un'emergenza che però resta ancora alta: quella dei pedoni travolti dal treno mentre attraversano i binari.

Ferrovie locali, doppio macchinista per superare l'obbligo dei 50 km all'ora

Ma la sfida per il 2016 è proprio quella delle linee regionali interconnesse con la rete nazionale: circa 2 mila chilometri gestiti da 12 imprese da Nord a Sud d'Italia che a settembre sono passate dal controllo dell'organo ministeria Ustif all'Agenzia. Che ha però regole più stringenti. Le imprese ferroviarie (nella lista ci sono le Ferrovie Sud Est, Tper in Emilia, la Ferrotramviaria e l'Eav) dovranno così adeguarsi alla tecnologia europea e, nel frattempo, sottostare alle limitazioni imposte dall'Agenzia.

"Ci sono 3-4 aziende che sono avanti e in sei mesi riusciranno a mettersi in regola - ha detto infatti Gargiulo - mentre altre sono ancora molto indietro". Tra i poteri dell'Agenzia, dal prossimo gennaio, ci sarà anche quello di fare sanzioni da 5 mila a 20 mila euro contro le imprese che non rispetteranno le direttive. Tra i nodi da sciogliere alla svelta, per le locali, c'è l'adeguamento della struttura societaria. Le aziende, per garantire la concorrenza, dovranno separare il gestore dell'infrastruttura dall'impresa che fa circolare i treni. Così come succede, ora, con Rfi e Trenitalia.

Profughi, Novara dice no e il centro Cri di Settimo va in tilt

La Stampa
massimo numa

In queste ore, deve fare i conti con più di 700 arrivi



E così, alla fine, la tempesta perfetta è arrivata anche in Piemonte. Ogni giorno c’è una media di arrivi di 250 immigrati, e il centro Cri di Settimo, in queste ore, deve fare i conti con più di 700 arrivi. In teoria gli immigrati dovrebbero essere immediatamente trasferiti nelle strutture d’accoglienza delle 8 province. Invece la quota di Novara, circa 350 persone, è ferma da oltre 24 ore. La provincia al confine con Milano non sarebbe più in grado di accogliere altri profughi ma questo ha creato un punto di non ritorno per la macchina dei soccorsi umanitari. 

Colpa del sindaco leghista? Per ora è solo un’ipotesi che ci sia una volontà politica-amministrativa di volere intenzionalmente creare una situazione di caos. Se lo stop non si sbloccherà in tempi rapidissimi, il centro Cri di Settimo, l’unico hub del Piemonte, non sarà più in grado di svolgere la propria funzione, con un enorme disagi sia per i richiedenti asilo che per gli operatori, sotto pressione da giorni. Nessun commento dall’interno del centro, in un frenetico andirivieni di bus in partenza e in arrivo. 

È chiaro che i disagi e il livello di assistenza rischiano di abbassarsi in modo grave. Sino a poche ore va, con il sostanziale equilibrio di arrivi-partenze, il sistema aveva tenuto con una certa sicurezza. E’ bastato il caso Novara per mandare in tilt la macchina dell’accoglienza, complessa e incapace di sostenere altre ondate di arrivi. 

LA REAZIONE DEL SINDACO DI NOVARA
«Non sono informato sull’ipotesi di questi 350 nuovi arrivi – spiega il sindaco Canelli -. Di sicuro però la città di Novara ha già fatto abbondantemente la sua parte. Ospitiamo più di 500 persone, in percentuale il doppio rispetto a Milano. Forse il Viminale e la prefettura stanno valutando di distribuirli in altri comuni della provincia».

Londra: addio cabina telefonica rossa, arrivano le colonnine Wi-fi

repubblica.it
ENRICO FRANCESCHIN

Il ''telephone box'' dell'era digitale darà accesso wireless alla Rete, chiamate free e ricarica per smartphone e computer. Oltre alle ormai classiche informazioni per turisti con mappe
Addio vecchia cabina telefonica rossa. Londra lancia il ''telephone box'' del 21esimo secolo: accesso wi-fi al web, chiamate gratuite, postazioni per ricaricare le batterie di telefonini o computer, possibilità di consultare mappe digitali della città e ricevere informazioni turistiche. ''L’evoluzione della specie'', così la presenta la British Telecom, la compagnia dei telefoni britannica: e la specie in questione è quella che una volta anche da noi si chiamava ''telefono a gettone''.

Denominata Link, la nuova ''cabina'' non è neanche una vera e propria cabina: innovativa anche nella forma, è un parallelepipede di colore grigio che ricorda vagamente il monolite ritrovato su un distante pianeta del film fantascientifico di Stanley Kubrick ''2001 Odissea nello spazio''.

Anche queste, in effetti, rappresentano un'odissea: il prolungamento del viaggio delle telecomunicazioni di strada. Nei prossimi mesi e anni ne verranno installate 750 nelle vie della capitale britannica, la prima in Europa a compiere questo passo avanti, seguendo di pochi mesi New York che lo ha già sperimentato con successo. Le Links saranno anche dotate di sensori per individuare il livello di inquinamento atmosferico e acustico, la temperatura esterna e le condizioni del traffico. E non costeranno niente al contribuente, perché sono finanziate dai proventi delle inserzioni pubblicitarie che copriranno parte delle rivoluzionarie ''cabine''.

''Londra è una delle metropoli più tecnologicamente avanzate del pianeta e questa iniziativa lo conferma'', commenta il vice sindaco della città Rajesh Agrawal. La BT si impegna a installare gradualmente le nuove postazioni anche nel resto della Gran Bretagna. Le iconiche cabine rosse del resto non servivano già da tempo più allo scopo per cui furono create: ogni abitante del regno ha un telefonino cellulare in tasca, e per quasi tutti si tratta di uno smartphone connesso, per cui chi ha più bisogno di fare una telefonata infilando spiccioli dentro la fessura di un telefono pubblico?

Le statistiche, per di più, indicano che i consumatori usano i telefonini sempre meno per telefonare, sempre di più per fare altro, inviare messaggi, chattare, navigare online, guardare o girare un video, ascoltare una canzone, scattare una foto. Era questo in fondo, ormai da anni, l'utilizzo della cabine rosse ancora rimaste in piedi: i visitatori di Londra ci si mettono in posa davanti per avere un'immagine da mandare agli amici – con lo smartphone ovviamente. Oltre a fare da bacheca illecita per i cartoncini con cui le escort reclamizzano il proprio mestiere.

Addio alla storica sezione Pci, Giubbonari chiude tra le faide

La Stampa
maria corbi

Orfini: vedo lacrime scendere da occhi che non dovrebbero...


L’ultima assemblea il presidente Pd Matteo Orfini spiega: Si riconsegnano i locali al comune «per mancanza di titolo, non per morosità»

Indietro popolo, niente riscossa: nella sede storica di via dei Giubbonari si chiude. Niente proroghe. Addio ai locali ma soprattutto a 70 anni di storia. Era il 1946 quando queste due stanze occupate dal partito del fascio vennero assegnate al Pci. Da allora sono cambiate le sigle, i leader, ma non questa sezione dove, assicurano gli iscritti, è conservato il sacro graal della sinistra. Dove gli iscritti si sono sempre rifiutati di togliere la targa di marmo con la falce e martello, «Pci sezione Regola Campitelli», con la dedica a Guido Rattoppatore, partigiano comunista fucilato al Forte Bravetta dai nazifascisti. 

Si riconsegnano i locali al comune «per mancanza di titolo», ossia di contratto, ci tiene a precisare Matteo Orfini, commissario del pd romano, «non per morosità». Anche se la realtà è che da quando Gianni Alemanno ha portato il canone a 1200 euro, sul bollettino pagato dalla sezione hanno continuato a scrivere 102 euro. E’ lui, ex giovane turco, il cerimoniere di questa cerimonia di addio:
«Non è una giornata felice in questa sezione, bello chiamarla così per quelli come me che sono vintage», dice con un po’ di nostalgia. E non manca la polemica: «Vedo lacrime scendere da occhi che invece dovrebbero voltarsi dall’altra parte».

Parole che rivelano il tormento della federazione romana, il dissesto economico, le lotte tra fazioni, la decisione di Renzi dopo mafia capitale di riprenderne il controllo. I militanti si abbracciano, facce meste, di circostanza, sospiri che sono come un linguaggio in codice tra vecchi compagni e compagne d’arme. Ad assistere, appese ai muri, le foto di Antonio Gramsci, di Enrico Berlinguer (quella con la cerata da velista e i capelli spettinati dal vento), e anche quella di Aldo Moro, aggiunta nei giorni della fusione tra Ds e Margherita, un omaggio al democristiano che cercò di aprire le porte del governo ai comunisti. 

Arrivano per il de profundis gli iscritti eccellenti, tra cui Luigi Zanda e Monica Cirinnà, ma i veri protagonisti di questa messa laica sono gli irriducibili, più di terza che di mezza età, che in questa chiusura non vedono solo la decisione della Corte dei Conti, ma un disegno in cui concorre anche un nemico «interno», chi vuole fare un partito «liquido», che non ha più «bisogno del territorio» come dice Luca Giordano, tesserato, sostenitore del comitato per il «No».

«Un partito social che non consente più momenti di confronto come questo».E poi eccolo il nodo che rende gli umori più tesi: il referendum. «Ha spaccato il partito…». Ma c’è chi lo interrompe: «Siamo qui a parlare della sezione». Lui insiste: «E’ un brutto segno quando si inizia a offendere le persone che sono dentro al partito si apre a una cultura fascista…». E si rischia la rissa tra Bersaniani, dalemiani, renziani. Guido, si presenta: «Padre partigiano, mamma ebrea, sono reduce di Roma città aperta, avevo 7 anni, e le sopraffazioni non mi sono mai piaciute. Partito della Nazione? No grazie».

Le anime del partito che dicono addio a un luogo di condivisione e memoria, ma è come si preparassero ad altre separazioni. Sembra una riunione natalizia di una famiglia che si sforza di andare d’accorso il tempo di mangiare il panettone. Angelo, tesserato qui dal 2000 guarda la targa e dice: «E’ il ricordo di un popolo di sinistra che non esiste più. Adesso c’è Renzi». Altre proteste, altri mugugni. Renato Viganotti non ha un carattere facile e l’occasione non lo migliora: «Non voglio parlare». Fu lui nel 2008 a rifiutarsi di porgere la mano silvio Berlusconi che passeggiando per il centro fece capolino a via dei Giubbonari 38.

«Ma siete tutti così tristi voi comunisti?», domandò Berlusconi. Gli rispose Stelvio Garasi, segretario di un circolo Anpi, «fa così perché lui è juventino». Parla Luigi Zanda che dice che per la soluzione di questa vicenda «sperava in Marino non certo nella Raggi». Insomma non ci crede che con questa amministrazione si possa tornare in possesso della sezione dopo una regolare gara. Ma ribadisce anche lui che il «partito non può vivere senza una struttura di sezioni molto forte». E che presto arriverà una nuova sede. Gaspare Borsellino ha 80 anni, e prevede «macerie» dopo il 5 dicembre, «chiunque vinca». «Io la tessera del partito la ho presa solo un anno fa, per questo mi chiamano “l’ultimo giapponese”». 

Torino, compromesso storico nella città che non amava il Duce

La Stampa
alessandro barbero

Lo squadrismo non attecchì mai nel capoluogo operaio. Mussolini preferì puntare sulla Fiat e disconoscere i violenti


Mussolini visita gli stabilimenti Fiat nel 1932, alla sua sinistra il senatore Giovanni Agnelli

Come per tante battute fulminanti, non si sa chi sia l’inventore. Il primo, cioè, che in una piola di Borgo San Paolo o di Barriera di Milano, per alludere sottovoce al Duce disse, con una strizzata d’occhio: Monsù Cerutti. Pronunciato, s’intende, in piemontese, per poi spiegare, in rima: cul ch’a lu fica ’n cül a tüti. Quel che è certo è che il modo di dire fece presa, e continuò a essere usato dagli operai piemontesi, i più anziani dei quali si ricordavano benissimo di quando Mussolini era il più rivoluzionario dei socialisti, e pensavano giustamente di avere un conto aperto con lui.

In bocca ai vecchi della Fiat, la definizione era più che giustificata: ai sistemi di Monsù Cerutti la classe operaia piemontese aveva pagato il conto più alto. Subito dopo la fine della guerra squadracce di tutti i generi scioglievano a manganellate le manifestazioni operaie, col plauso degli industriali «che a colpi di biglietti da mille tentavano di barattare la loro difesa con il nostro intervento», come ricordò sarcastico Cesare Maria De Vecchi, presidente degli ex combattenti torinesi e quadrumviro della marcia su Roma.

Prima ancora che nascesse lo squadrismo fascista, gli arditi in camicia nera occupavano la Camera del Lavoro di corso Siccardi, guidati dal falso capitano e sedicente medaglia d’oro Gino Covre, personaggio emblematico di un certo sottobosco che si ritrova spesso mescolato con la storia dello squadrismo (in realtà era un ragioniere della Cassa di Risparmio di Torino licenziato per sottrazione di fondi).

Contro i sindacati 
Poi, appunto, arrivò lo squadrismo vero: nel settembre 1919 Piero Brandimarte, capitano, lui sì, dei bersaglieri, medaglia d’argento, e dopo la smobilitazione ridotto a lavorare come commesso di merceria, fonda la prima squadra d’azione piemontese, La Disperata. Il 25 aprile 1921 gli squadristi, reclutati soprattutto fra la piccola borghesia, gli impiegati e gli studenti, danno l’assalto per la seconda volta alla Camera del Lavoro, distruggendola definitivamente e dandola alle fiamme. Neppure la Marcia su Roma mette fine alle violenze: nemmeno due mesi dopo, fra il 18 e il 22 dicembre 1922, gli uomini di Brandimarte fanno il giro dei quartieri operai, portando via dalle loro case 24 comunisti e socialisti; si ritroverà solo una quindicina di cadaveri, degli altri non si saprà mai più nulla.

Ma queste erano cose che andavano bene all’inizio: poi bisognò tornare alla normalità, e Monsù Cerutti vigilava. Le squadre più violente vennero sciolte; qualche testa calda continuò a riunirsi attorno a un leader squadrista di nobili origini, il conte Gaschi di Bourget, e aggirò i decreti di scioglimento fondando beffardamente una «Mutua Squadristi», organizzazione che si permise di telegrafare anche al Duce, suscitandogli un comprensibile malumore. Alla fine, però, il conte Gaschi fu espulso dal partito e la sua organizzazione sciolta a forza.

Anche Brandimarte rischiò di finir male, quando la matura poetessa Amalia Guglielminetti, già amante di Guido Gozzano, orchestrò un intrigo contro un altro ex amante, lo scrittore Pitigrilli, denunciandolo falsamente per attività antifascista; Brandimarte, coinvolto, venne condannato a dieci mesi di prigione. La scampò allineandosi al regime e ripudiando i violenti di cui s’era circondato fino a quel momento; chi non ebbe la saggezza di seguirlo sperimentò fino in fondo cosa voleva dire mettersi contro Monsù Cerutti. Nel 1934 il federale di Torino, Gastaldi, dichiarava tranquillamente: «I vecchi squadristi sono tutti delinquenti».

La bestia nera 
Riportare la pace nelle strade di Torino era indispensabile per guadagnare il consenso dell’unico cittadino a cui il Duce non riuscì mai ad applicare la cura Cerutti: il senatore Agnelli, fondatore e proprietario della Fiat. Agnelli era la bestia nera dei sindacati fascisti e dell’ala più rivoluzionaria del partito, che credeva davvero alla retorica antiborghese: Farinacci pensava a lui quando esortò Mussolini a farla finita con «le note carogne industriali». Ma Il Duce sapeva quando era il caso di fermarsi. Certo, Agnelli faceva perdere la pazienza a chiunque: era capace di opporsi allo scioglimento dei sindacati di sinistra perché preferiva negoziare con Bruno Buozzi piuttosto che con i sindacati fascisti, e di licenziare migliaia di operai per ricattare il governo, quando la politica economica del regime andava contro ai suoi interessi.

Mussolini quella volta la pazienza la perse e scrisse al prefetto di Torino rilevando «il grave ed assurdo pericolo che la Fiat finisca per considerarsi un’istituzione intangibile e sacra dello Stato». Alla fine, però, la pace conveniva a tutti e fu fatta, in nome dei colossali investimenti che il regime decretò a Torino e in Piemonte per combattere la crisi del ’29: i profitti vennero equamente spartiti tra la Fiat e il quadrumviro De Vecchi con la sua famelica famiglia (il podestà Sartirana aveva sposato una nipote). «Il Conte De Vecchi è in questo momento, lo dice lui stesso, il padrone di Torino, ed è in stretto connubio con il Senatore Agnelli», rilevava nel 1934 un’informativa di polizia. 

Alla fine, gli operai avevano ragione, chi era rimasto a bagno erano soltanto loro; ma in una città operaia la loro opinione finiva per influenzare il clima generale. «Udendo discorsi che qui si fanno ovunque, si ha la sensazione di trovarsi in una città che non è fascista», segnalava un altro informatore nel gennaio 1940: mancavano cinque mesi allo scoppio della guerra che avrebbe travolto il regime.

Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"

repubblica.it
ENRICO FRANCESCHINI

La commissione per gli Affari costituzionali a Bruxelles: "Ogni Paese ha un idioma ufficiale, l'Irlanda il gaelico"

Brexit, un taglio alla lingua: "Con il Regno Unito fuori, l’Unione europea non parlerà più inglese"
La prima ministra britannica Theresa May. La Ue non userà più la lingua anglosassone nei documenti ufficiali

È la lingua franca dell'Europa, oltre che del mondo intero. Ma quando la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea, l'inglese potrebbe scomparire come lingua della Ue. L'avvertimento non è uno scherzo: viene da Danuta Hubner, presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, di cui è deputata in rappresentanza della Polonia. È vero che i popoli dell'Unione, nei corridoi di Bruxelles e di Strasburgo così come in qualunque altro luogo si incontrino, per comprendersi continueranno probabilmente a comunicare nel linguaggio di

Shakespeare - o per meglio dire in "broken English", l'inglese sgrammaticato di chi lo mastica come seconda lingua, come ironizzò una volta il principe Carlo d'Inghilterra: l'idioma globale, dal web alla scienza, dalla finanza al turismo, è quello. Ma l'Unione Europea ha attualmente 24 lingue, afferma la presidente Hubner, tra cui l'inglese perché la Gran Bretagna lo identifica come propria lingua ufficiale: per cui, nel momento in cui la Gran Bretagna esce dalla Ue, è inevitabile che esca almeno ufficialmente anche l'inglese.

Qualche avvisaglia che corresse rischi simili era trapelata nei giorni scorsi, quando è girata voce che il capo negoziatore prescelto da Bruxelles per la trattativa con il Regno Unito su Brexit, l'ex ministro degli Esteri francese Michel Barnier, preferirebbe utilizzare la propria lingua madre nelle discussioni e nei documenti ufficiali, sebbene parli perfettamente l'inglese. Theresa May ha reagito con sdegno, non prendendo nemmeno in considerazione l'ipotesi. Invece adesso ritorna fuori. Magari non si parlerà francese nel negoziato su Brexit. Ma si potrebbe non parlare più inglese nella Ue, perlomeno a livello ufficiale.

"Abbiamo una norma in base alla quale ogni Paese membro della Ue ha diritto di scegliere una lingua ufficiale", ha detto la presidente degli Affari costituzionali dell'Unione. "Gli irlandesi hanno scelto il gaelico. Malta il maltese. Soltanto la Gran Bretagna ha scelto l'inglese. Perciò, se nella Ue non ci sarà più la Gran Bretagna, non ci sarà più neanche l'inglese". Elementare, Watson, potrebbe commentare qualcuno, in qualunque lingua. Forse nel commento della deputata polacca c'è un pizzico di animosità: l'eccesso di immigrati dalla Ue, in particolare polacchi, è in testa alle ragioni che hanno spinto gli inglesi a votare per Brexit. Ma in teoria il ragionamento tiene.

Hubner riconosce che l'inglese è "la lingua dominante" fra i funzionari dell'Unione, aggiungendo tuttavia che per cambiare la regola "una lingua a Paese" serve un voto unanime di tutti i Paesi membri. Anche questa, come molte norme Ue, è interpretabile: Irlanda e Malta scelsero gaelico e maltese perché l'inglese, quando entrarono nella Ue, era già una sua lingua ufficiale, per la Gran Bretagna. In futuro, non è escluso che si opti per permettere più di una lingua a Paese, e allora l'inglese, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra. Ma la Commissione europea ha già cominciato a usare di più francese e tedesco nelle sue comunicazioni con l'esterno, riporta il Wall Street Journal.

Non per questo l'inglese subirà un declino analogo a quello della sterlina, ma non c'è dubbio che sia un altro effetto di Brexit.