martedì 1 novembre 2016

Immigrati, ecco quanto ci costa davvero accoglierli

repubblica.it
VLADIMIRO POLCHI

L’ultima stima complessiva è contenuta nella lettera indirizzata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ai commissari Ue: ben 3,3 miliardi di euro solo quest’anno. A pesare di più sono le lunghe permanenze nei centri e le strutture temporanee: alberghi, camping e ostelli, che oggi ospitano ben 133.727 migranti
Immigrati, ecco quanto ci costa davvero accoglierli

Quanto costa davvero l’accoglienza dei migranti? Da anni ballano vari numeri: 35 euro al giorno per un adulto, 45 euro per i minorenni. A pesare sono soprattutto i centri governativi e le strutture temporanee: alberghi, camping e ostelli, che oggi ospitano ben 133.727 migranti (918 milioni spesi nel 2015, il 60% in più quest’anno).

L’ultima stima complessiva è contenuta nella lettera indirizzata dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ai commissari Ue: ben 3,3 miliardi di euro solo quest’anno. Sul fiume di denaro che il nostro Paese spende per l’emergenza profughi si gioca infatti un bel pezzo della partita con Bruxelles sulla nuova legge di bilancio. Trasporti, operazione di soccorso, sanità, stipendi del personale, centri d’accoglienza del Viminale: tante voci che sommate assieme raggiungono quella somma di miliardi indicata da Padoan all’Europa per fronteggiare l’emergenza migranti.

I costi maggiori per i salvataggi in mare. Nella sua lettera, il ministro dell'Economia scrive che le spese per le operazioni di salvataggio dei migranti, prima assistenza e cure sanitarie, protezione ed educazione per oltre 20mila minori non accompagnati sono stimate in 3,3 miliardi di euro nel 2016 (al netto dei contributi Ue) e in 3,8 miliardi nel 2017 in uno scenario stabile. Ma se il flusso di arrivi dovesse crescere si potrebbe arrivare a 4,2 miliardi di euro. Come si arriva a questa cifra? Secondo il ministero dell’Economia, «la maggior parte dei costi sono collegati ai salvataggi in mare, all’identificazione, al ricovero, ai vestiti, al cibo, ai costi di personale, operativi e di ammortamento di navi e aerei». Non sono invece inclusi «i costi addizionali dell’integrazione sociale». Vediamo meglio nel dettaglio.

Il peso dei trasporti e delle lunghe permanenze. Ben 881 milioni nel 2016 se ne vanno in operazioni di soccorso e trasporto dei migranti, 250 milioni in spese sanitarie, 89 milioni in stipendi del personale, 66 milioni in contributi alla Turchia nella gestione dei profughi (che diventeranno 99 milioni nel 2017). Ma come scrive la Banca d’Italia nella sua ultima relazione annuale, le spese maggiori sono dovute ai «lunghi tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza per l’adempimento delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato».

La "macchina" del Viminale la più costosa. Gran parte dei fondi sono infatti assorbiti dalla macchina del Viminale. Stando al primo “Rapporto sull’accoglienza dei migranti” del ministero dell’Interno, «i costi della gestione ordinaria dell’accoglienza si attestano nel range di 30-35 euro per gli adulti e 45 euro per i minori accolti dai comuni». Ma attenzione: questi soldi non finiscono in tasca ai migranti, vengono invece dati agli enti gestori dei centri e servono a coprire le spese di gestione e a pagare lo stipendio degli operatori. Solo 2,5 euro, il cosiddetto “pocket money”, vengono dati ai rifugiati per le piccole spese giornaliere.

Oneri destinati ad aumentare. Come si legge nel Rapporto del Viminale, nel 2014 si sono spesi 139 milioni di euro per i centri governativi d’accoglienza, 277 milioni per le strutture temporanee, 197 milioni per i centri Sprar comunali. E ancora: per il 2015 il Viminale fissa «in 918,5 milioni le spese relative alle strutture governative e temporanee e in 242,5 milioni le spese relative ai centri Sprar, per un totale quindi di 1.162 milioni». Non solo. Visto l’aumento clamoroso dei migranti accolti (oggi ben 171mila rispetto ai 103mila del 2015), i costi sono destinati a lievitare ulteriormente. Dal ministero dell’Interno avvertono infatti che «quest’anno prevediamo un 60% in più di costi, anche perché il nostro, da Paese di transito si sta trasformando sempre più in un Paese di permanenza dei flussi migratori».

Accogliere i baby-profughi ci costa 500 milioni all'anno

Giuseppe Marino - Dom, 30/10/2016 - 08:57

Boom di arrivi ma pure di truffe. E le leggi impediscono di distinguere chi è davvero minore e chi invece finge



Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, ripete, l'uomo che cade nel vuoto.

È il mantra del governo, quando parla agli italiani del sistema di accoglienza dei migranti. Curiosamente, a Bruxelles lo stesso governo per batterecassa intona una canzone diversa, raccontando che «l'Italia non reggerebbe un altro anno di arrivi come il 2016», parole dello stesso Renzi. Poi emergono le rivolte stile Gorino, gli scandali alla Mafia capitale, le truffe dei finti minorenni migranti come quella svelata dalla Procura di Bologna e raccontata dal Giornale.

Il caso dei minori non accompagnati sta emergendo in tutta la sua gravità e si può riassumere in una cifra: più 55 per cento. È il dato sulle presenze nei centri di accoglienza italiani al 31 agosto 2016: 13.862 contro gli 8.943 del 31 agosto 2015 (dati del ministero del Lavoro). Un crescendo imponente, che preoccupa operatori sociali ed enti locali, cui spetta farsi carico degli under 18 stranieri senza genitori. La maggior parte finisce in comunità le cui rette vanno da 80 a 120 euro al giorno (contro i circa 30 degli adulti).

Lo Stato centrale contribuisce solo per 45 euro. Questa suddivisione impedisce di avere un quadro finanziario chiaro, ma calcolando una media di 100 euro al giorno e basandosi sul numero di ospiti attuali, si arriva a un costo di oltre 500 milioni l'anno per le casse pubbliche. Che sono talmente sotto pressione da essere finite in tribunale. Un gruppo di cooperative per l'accoglienza di minori che non riceveva i soldi da mesi ha denunciato tre ministri. Il tribunale li ha prosciolti ammettendo che i pagamenti latitavano, ma stabilendo che non pagare non è reato.

Quello dei minori è un dramma vero. E in prospettiva, se il sistema funzionasse, i migranti più giovani sarebbero quelli con maggiori possibilità di integrarsi. Ma, al di là del fatto che il nostro sistema si basa sull'assistenzialismo più che su una vera integrazione, l'inchiesta dell'antimafia di Bologna e le tante denunce parallele che stanno arrivando da mezza d'Italia, fanno capire che dietro al boom degli «Msna», i minori stranieri non accompagnati, c'è un altro business, in mano a trafficanti internazionali che approfittano del sistema dell'accoglienza italiano, incapace di distinguere tra veri e finti minori.

Un'inchiesta a Forlì ha svelato che tante famiglie albanesi portano i figli a studiare in Italia fingendo di abbandonarli. E quella di Bologna dipinge uno scenario ancora più ampio: le norme (comprensibilmente) prevedono che un minore abbandonato non possa essere espulso. L'unica risorsa per veriicare se minore lo è davvero è la radiografia del polso che rivela se la crescita ossea è completa, il che accade intorno ai 19 anni. Ma nei tribunali l'esame viene considerato affidabile con una approssimazione di due anni. Basta un ricorso al Tar e si diventa minorenni d'ufficio.

Allo scoccare dei 18 anni, veri o presunti, si ottiene facilmente, grazie ai buchi della normativa e nonostante una circolare contraria del Viminale, un permesso di soggiorno, molto più facilmente di quanto accade a un maggiorenne con regolare lavoro in Italia. E le mafie dei trafficanti lo sanno bene. «La frequenza degli arrivi e la conoscenza di quello che spetta ai minori -ha detto al Tirreno Sandra Capuzzi, presidente della Sds, l'ente pubblico che eroga l'assistenza a Pisa- ci fa pensare che magari queste famiglie sono state istruite a comportarsi in quel modo. Poi, il più delle volte, compiono diciotto anni e spariscono».

Tom Tom Vio, il navigatore per chi vive sullo scooter

La Stampa
dario marchetti

Il colosso olandese reinventa il suo prodotto di punta per adattarlo agli appassionati delle due ruote, sia in città che fuori. Ecco come funziona



Da quando gli smartphone e Google Maps sono entrati nella nostra quotidianità, i navigatori satellitari per auto hanno perso un bel po’ di terreno. Ma se all’interno dell’auto il telefono diventa un’ottima alternativa, la stessa cosa non succede in moto o in scooter, dove le condizioni del meteo spesso scoraggiano l’uso di qualsiasi tipo di gadget. Per questo Tom Tom, che proprio sui dispositivi di guida ha costruito la propria fortuna, si è inventata Vio, un navigatore pensato appositamente per chi vive la città a bordo di uno scooter.

DESIGN
Simile a un disco da hockey, il Vio può essere montato o sul braccetto dello specchietto retrovisore oppure su una delle due manopole dello sterzo, grazie a un secondo supporto incluso. Il montaggio è immediato, anche se richiede una chiave a brugola, non inclusa nella confezione. Il navigatore può poi essere agganciato e sganciato in meno di un secondo con una semplice rotazione di 90 gradi, e riposto in borsa per evitare furti o danni. Il Vio può anche essere personalizzato con una serie di cover colorate in silicone, magari da abbinare al colore dello scooter, ed è in grado di resistere a pioggia, neve e grandine. E il touchscreen funziona anche coi guanti, così da non costringere gli utenti a manovre complicate durante la guida.

FUNZIONI
Di base, il Vio funziona come ci si aspetta da un qualsiasi navigatore: l’interfaccia chiara e minimale indica, incrocio dopo incrocio, la strada da seguire per arrivare a destinazione. Ma il vero cervello di questo prodotto risiede nello smartphone, sia Android che iPhone, sul quale scaricare l’apposita app Tom Tom Vio. Il gadget da il meglio di sé con i caschi dotati di sistema bluetooth: collegando sia il navigatore che il casco allo smartphone, sarà possibile visualizzare sullo schermo del Vio la notifica di una chiamata e rispondere senza tirare il telefono fuori dalla tasca. Il navigatore prevede anche la possibilità di escludere le strade più grosse e trafficate, così da evitare gli ingorghi e magari godersi le strade più caratteristiche.

PREZZO
Tom Tom Vio viene venduto ufficialmente a 169 euro, un prezzo che lo rende un prodotto per chi proprio vive gran parte della giornata su scooter e moto. Volendo, il Vio può anche essere utilizzato in bicicletta, anche se i supporti di fissaggio inclusi nella confezione non si adattano a tutti i modelli e le misure in circolazione. Nel prezzo sono comunque inclusi gli aggiornamenti a vita su traffico, autovelox, sistemi tutor e mappe Tom Tom.

Perché i nuovi computer di Apple e Microsoft non usano chip di ultima generazione

La Stampa

Gli ultimi MacBook Pro e Surface sono dotati di processori e schede grafiche non in linea con gli standard più recenti. Questione di tempistiche nel design, ma anche di sicurezza


I nuovi MacBook Pro di Apple

Dopo 527 giorni dall’ultimo lifting, Apple ha finalmente dato una rinfrescata alla sua linea MacBook Pro: tra l’innovativa Touch Bar e i display ancora più luminosi e fedeli ai colori reali, oltre a un prezzo nettamente più alto rispetto alle generazioni precedenti, i nuovi portatili di Cupertino hanno regalato molte sorprese. Ma tra le tante specifiche hardware, ce n’è una che ha colpito esperti ed analisti e cioè il processore, giudicato antiquato rispetto agli standard attuali. I MacBook Pro utilizzano infatti componenti Intel della serie Skylake, sorpassata dalla nuova generazione, denominata Kaby Lake, svelata a settembre e in grado di offrire prestazioni migliori con un consumo di energia ridotto.

Ma perché un prodotto così innovativo non è dotato dei processori più recenti? La risposta, in realtà, è molto semplice: il design di un nuovo computer è un processo che comincia anni prima rispetto all’arrivo effettivo sul mercato, e se un componente più avanzato viene annunciato quando ormai la produzione è stata avviata, è praticamente impossibile modificare l’architettura del pc in corso d’opera. E non è un caso che anche Microsoft sia caduta nello stesso impasse: i nuovi Surface Studio e Surface Book i7 montano schede grafiche di tipo Nvidia 900, inferiori come prestazioni e consumi alla serie 1000, arrivata troppo tardi in relazione allo sviluppo del prodotto.

Tempistiche a parte, c’è anche un’altra ragione, altrettanto valida: sostituire un componente non significa solamente modificare il design del prodotto per accomodare i requisiti di un nuovo processore, ma anche ricominciare da capo il processo di test e collaudo necessario prima di poterlo commercializzare. Una lezione imparata, seppure a caro da prezzo, da Samsung

Nei caveau di Lugano, l'ultimo Fort Knox degli evasori italiani

repubblica.it
ETTORE LIVINI

Continua a crescere il numero delle cassette di sicurezza anonime per custodire il "nero"

Nei caveau di Lugano, l'ultimo Fort Knox degli evasori italiani

Ciao ciao Agenzia delle entrate. Cari saluti alla voluntary disclosure. Gli evasori tricolori hanno scoperto il nuovo Fort Knox: decine di migliaia di cassette di sicurezza anonime a prove d'erario spuntate dal nulla negli ultimi anni in caveau blindatissimi a Lugano e dintorni. Un Far West dove né forze dell'ordine né fisco possono mettere il naso e "di cui non abbiamo una mappa precisa" ammette Fabio Tasso, Commissario capo della polizia ticinese. E dove da qualche giorno, complice la caccia ai contanti minacciata dal governo, sono tornati a bussare i nostri concittadini in cerca di un tetto sicuro per il loro "nero". Come funziona l'ultima trincea dei furbetti delle tasse?

Repubblica, per capirlo, è andata in Svizzera e ha provato ad affittare una di queste cassette. Ecco come è andata.

"Pronto? Buongiorno. Sì, riceviamo solo su appuntamento... Domani alle 12.30? Ok".

Il Bengodi degli evasori tricolori è più accessibile di quanto si immagini. Dista una telefonata e 76 km da Milano. I nomi degli specialisti - legalissime società private con pochissimo capitale - sono un libro aperto (basta digitare su Google "cassette di sicurezza Lugano"). Noi abbiamo scelto la Helvetic Securgest che affitta 900 cassette in piena "affidabilità e riservatezza". Quello di cui abbiamo bisogno.

Giovedì 20 ottobre, ore 12.30. Arriviamo puntuali all'appuntamento. La sede è in una palazzina con muri rinforzati. L'ingresso è blindato e un adesivo invita a disattivare il cellulare. "Benvenuto. Questa era un'agenzia di Corner Bank. La banca ha chiuso e ho rilevato i caveau. Venga che le mostro". La coreografia è all'altezza delle attese. Dietro un portone corazzato spesso 50 cm c'è una camera tappezzata da centinaia di cassette d'acciaio.

"Quelle piccole da 6 cm x 30 x 48 vanno bene per gioielli, soldi e orologi e costano 825 euro l'anno. Le grandi 2.750". Sicure? "Siamo in Ticino... - sorride paterno - Comunque c'è la sorveglianza 24 ore su 24". Dopo il tour nel caveau, ci accomodiamo in ufficio. "Dobbiamo sistemare un po' di soldi, senza pubblicità", spieghiamo. Messaggio ricevuto. "Questo è il posto giusto". Il motivo? "Io non sono una banca e non c'è bisogno di aprire un conto corrente".

C'è solo un contratto d'affitto, "come prendere un box dove parcheggiare i mobili". I soldi non sono mobili... "Ma che ne so io di cosa mette in cassetta? Lei entra quando vuole. Le consegno le chiavi in busta sigillata, si chiude in una stanza e fa quello che crede. Io non devo fare comunicazioni a nessuno". "Come le altre banche svizzere?". "Meglio. Loro sono vincolate agli accordi di scambio informazioni tra Roma e Berna. E sono soggette a un'autorità di vigilanza. Io no. Sono un onesto affitta-spazi. Niente polizia, niente magistrati, zero controlli ".

Ci ha convinto. Non ha chiesto i documenti. Anche il contratto finale è una formalità: due foglietti con dati anagrafici e un referente per aprire la cassetta in caso di decesso. Prima di firmare, meglio togliersi gli ultimi dubbi. "Nella cassetta posso depositare quello che voglio?". "Eh no! - è la risposta che rompe la magia -Vietato depositare cose illegali!". Lascia salire la tensione, poi ride. "E per illegale intendo droga, esplosivi e oggetti deperibili. Il resto tutto ok, anche una pistola". Pfiuuu... "I suoi soldi qui sono sicuri, altro che le cassette in Italia!". È l'ultima spallata alla concorrenza: "Ho un'amica che ne ha una a Milano. Nei giorni scorsi ha dovuto aprirla tre volte e sa cos'è successo? L'ha chiamata subito l'Agenzia delle entrate: "Ci hanno segnalato accessi anomali. Si metta a disposizione per aprirla assieme". Qui non succederà mai".


È il colpo di grazia. Siamo pronti a firmare in bianco. "Consulto casa e domani chiudiamo". Usciamo un po' increduli. Ma Paolo Bernasconi, avvocato ed ex-procuratore di Pizza Connection, ci assicura che non siamo su "Scherzi a parte". "È tutto vero: queste realtà non sono sottoposte ad alcuna vigilanza - spiega - Sono un approdo dove sono arrivati un sacco di soldi dall'Italia". La polizia cantonale ha segnalato il buco, ma per Berna non ci sono rischi di terrorismo e riciclaggio. Pochi mesi fa l'impiegato di una di queste cassettopoli ha svuotato un po' di depositi, convinto di farla franca. Il proprietario l'ha denunciato. Ma nessun cliente, guarda un po', ha avuto il coraggio di dire quanto gli è stato portato via.

"Il bottone per chiudere le porte in ascensore è finto. Ecco a cosa serve"

Anna Rossi - Sab, 29/10/2016 - 17:12

Uno studio pubblicato sul New York Times ha dimostrato che il pulsante per chiudere le porte dell'ascensore in realtà serve a calmare le persone



Almeno una volta nella vita è capitato a tutti di essere in ritardo, prendere l'ascensore e continuare a schiacciare il pulsante della chiusura porte nella speranza di velocizzare i tempi, ma sappiate che è tutto una convinzione: "Non esiste nessun bottone in grado di far chiudere le porte più velocemente".
Il New York Times ha pubblicato l'opinione di Karen Penafiel, l'executive director del National Elevator Industry Inc. Secondo l'esperta, quindi, "nessun ascensore pubblico ha porte in grado di chiudersi più velocemente".

Quando schiacciamo il pulsante per far chiudere le porte e ci sembra che funzioni, in realtà, è solo una convinzione psicologica. "Diamo per scontato che quel bottone funzioni perché sembra che sia così, ma la realtà è diversa. Non ci assicuriamo che le porte si chiudano più velocemente perché nella testa siamo convinti che funzioni davvero" - spiega Karen Penafiel. A conferma della sua tesi, poi, c'è anche una norma del 1990 che impone che tutte le porte degli acensori devono restare aperte il tempo necesario per consentire la salita di persone disabili.

Ma secondo l'esperta questo nostra convinzione psicologica non interessa solo il bottone dell'ascensore. "La nostra vita quotidiana - continua - è disseminata di pulsanti per lo più inutili, la cui funzione è semplicemente quella di calmarci e darci la possibilità di sfogarci. Vediamo un bottone, lo premiamo e ci aspettiamo che succeda qualcosa: nulla di più di un effetto placebo, che stimola in noi l'illusione di poter controllare una realtà che invece ci sfugge".

Anche John Kounios, professore di psicologia alla Drexel University di Filadelfia, ha detto la sua e spiega quella di premere il bottone è un'abitudine destinata a rimanere. "Se le porte non si chiudono, dovreste smettere di spingere - ha spiegato al New York Times -. Eppure quest'abitudine è destinata a non passare. Anche se ho dei dubbi sul pulsante che si trova sui semafori, lo spingo sempre. Dopotutto, non ho nulla da fare mentre aspetto. Quindi perché non spingerlo nella speranza che funzioni?".

Perciò smettiamola di schiacciare il pulsante dell'ascensore, tanto le porte non si chiudono prima. Ora, lo sappiamo.

Cavalli

La Stampa
jena

L’estenuante campagna sul referendum assomiglia al film Non si uccidono così anche i cavalli?. Peccato che i cavalli siano gli elettori. 

“Noi, terremotati di serie B. Lo Stato ci volta le spalle”

La Stampa
francesco grignetti

I comuni all’esterno del “cratere” non ricevono gli aiuti straordinari. Il sindaco di Muccia: “Tutto distrutto ma la Protezione civile non si è vista”


Il sisma ha sventrato numerosi palazzi nel centro di Visso

Guai a finire lontani dalle telecamere in caso di terremoto. Ben lo sanno i sindaci. «Nel 1997 - racconta il primo cittadino di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci - siccome l’attenzione dei media era tutta per Assisi e Foligno, città straordinarie per carità, ma nessuno si filava noi marchigiani, le risorse furono divise non equamente: il 65% andò a loro, il 35% a noi». 

Ecco dunque perché si battono per avere un briciolo di attenzione. È la premessa per entrare nel cosiddetto «cratere», là dove poi arriveranno gli aiuti straordinari dello Stato. Per un territorio è questione di vita o di morte. Filippo Saltamartini, sindaco di Cingoli, nel maceratese, ha dovuto far evacuare l’ospedale e ora ha chiuso al traffico un imponente viadotto, già malandato, inoltre assiste una cinquantina di residenti che vivono fuori casa. Siccome Cingoli è fuori dal cratere, quel sindaco rischia di restare ingabbiato dal Patto di Stabilità, ossia senza i soldi dallo Stato e senza poter spendere nemmeno quelli del Comune. Dice: «Si dovrebbe guardare ai danni reali e permettere ai sindaci di intervenire, non questa pazzia del cratere sì o cratere no». 

La storia si ripete a Matelica. E a Tolentino, burocraticamente parlando, il terremoto non si sarebbe sentito: peccato che da ieri siano in 400 senza casa e aumenta, ora dopo ora, la lista degli edifici dichiarati inagibili. A San Severino Marche il 40% delle case è lesionata, ma non è prevista alcuna procedura straordinaria. Sarebbe fuori dal cratere pure Camerino, che lamenta tanti danni e soprattutto è spaventata dalla fuga degli studenti universitari, motore dell’economia locale. 

Già, l’economia. Don Vinicio Albanese, fondatore della comunità di Capodarco, che ben conosce queste zone, si è raccomandato: «La ricostruzione deve essere innanzitutto economica e sociale. Prima vengono le comunità, poi le case». È quello che paventano tanti sindaci. Dice Marco Rinaldi, da Ussita: «Se non aprono gli impianti da sci, cade il lavoro e muore il paese. Il rischio è la desertificazione». A Preci, Pietro Bellini sta cercando di frenare l’esodo dei suoi concittadini: «Se ne sono andati via in tanti ed è un dramma. I danni si riparano, le comunità non si ricreano». 

Il sisma ha colpito duro un pezzo di Marche e di Umbria che vive di piccola e media industria. La Varnelli, per dire, pregiata produttrice di anice, ha fatto sapere che riprenderà subito la produzione. Così tanti salumifici della zona. Gli amministratori locali, intanto, sono tra l’incudine e il martello. Da una parte c’è il freddo che incombe. Dall’altra, il pericolo di spopolare paesi che già si reggevano a malapena. E a mandare via la gente o a chiudere strade, come riparte la produzione? 

A Muccia, c’è un giovane vicesindaco, Samuele Cucculelli, che da giorni dorme in camper con moglie e due figli piccoli. «Più di tanto non possiamo reggere». Nel pomeriggio si festeggia con una merenda alla bell’e meglio il compleanno di Lorenzo, che compie 5 anni. E per fortuna oggi c’è il sole. «È vero, le persone non sono contente di andare via, ma con il gelo, come si fa...». 

Qui la Protezione civile di fatto non è mai arrivata. Dal 24 agosto non è venuto un solo tecnico da fuori. Erano sempre gli ultimi nella lista d’attesa. S’infervora il sindaco, Mario Baroni: «I sopralluoghi li ha fatti il nostro ufficio tecnico. Avevamo sistemato 70 persone. Ma ora è tutto inagibile e sono in 920 senza casa». Una disattenzione che continua. A Muccia molti continuano a dormire in macchina, altri in una tensostruttura o nei container appena liberati dagli operai che lavoravano alla superstrada. Ai fornelli il cuoco che era dell’agriturismo. 

E figurarsi che Muccia è considerata ufficialmente terremotata, ricompresa nella lista dei 64 Comuni del cratere. E chi è fuori? Zero assoluto. Dal piccolo Comune di Apiro, sempre nel maceratese, il sindaco Ubaldo Scuppa grida: «Ci hanno lasciati del tutto soli. Con le nostre forze abbiamo evacuato una settantina di persone. Ho 24 edifici pubblici inagibili e così tutte le chiese. Sono veramente amareggiato». 

La nuova sfida di Amazon: “Trasporti troppo lenti. Vi porteremo noi i regali”

La Stampa
beniamino pagliaro

A Seattle dentro il quartier generale del gigante di e-commerce. “Robot e nostri corrieri per consegnare i pacchi in un solo giorno”



Quest’anno Natale è di domenica. Compreremo regali fino a poche ore prima della vigilia e puntualmente ci aspetteremo di poterli consegnare, di persona o sotto l’albero, poco dopo aver fatto clic online. L’armoniosa operazione che si nasconde dietro a quel clic racconta bene la storia dell’evoluzione del più grande negozio online e dell’economia contemporanea. Nei primi mesi del 1995 Amazon era un magazzino in una zona industriale di Seattle e vendeva solo libri. Da allora è diventato la piattaforma globale per la vendita online. Oggi, miliardi di ordini dopo, è pronto a una nuova fase. Il secondo capitolo di Amazon si chiama trasporto.

L’autunno sulla costa pacifica, equidistante tra Europea e Asia, brulica di cantieri. Operai e gru lavorano anche di notte: stanno raddoppiando Seattle Downtown, che già ora è il quartier generale diffuso di Amazon. In città il gruppo ha quasi trentamila lavoratori: entro il 2020 saranno 55mila. “È tutto loro”, dice un autista di Uber, indeciso tra ammirazione, gratitudine e timore reverenziale. È tutto loro ma non si vede: non ci sono insegne gialle o logotipi a marchiare il territorio, per scelta del fondatore Jeff Bezos: con il gruppo crescerà la città. È una terra operosa, patria dell’aviazione moderna (Boeing), dei pc (Microsoft), dei caffè lunghi (Starbucks) e del grunge (Nirvana su tutti). Durante la settimana i locali si vuotano presto, c’è da lavorare o recuperare il jet lag.

I palazzi di Amazon portano il nome dei momenti simbolici dell’azienda. C’è Rufus, in omaggio al primo cane di Amazon, o Fiona, il nome interno del prototipo del Kindle. Il più importante è Day One, quello dove c’è anche l’ufficio di Bezos. In Amazon tutti devono ricordare che “è sempre il primo giorno”. Ogni gruppo ha una cultura e un mito da rinnovare: non puoi non conoscere il significato di FC (Fullfillment Center, i magazzini) o la scala di colori di badge assegnati in base all’anzianità in azienda. Sulla rete interna i dipendenti collezionano con orgoglio i premi e studiano l’organigramma, stimolo implicito a fare carriera in un gruppo che offre allo stesso tempo centinaia di lavori diversi, come i prodotti che ha sul mercato. C’è l’e-commerce ma anche la produzione di serie tv, il mondo Kindle e quello dello speaker intelligente Echo, le applicazioni cloud di Aws.

Dire che nel 2005 i ricavi di Amazon erano 8,4 miliardi di euro e nel 2015 sono diventati 107 miliardi fa impressione ma non rivela la rivoluzione in atto. C’è un ritmo da tenere. I manager si aggirano per i corridoi con proiezioni e calcoli. C’è un mondo antico dove la crescita non c’è ed è agognata, dibattiamo settimane attorno a decimali e virgole. Ce n’è un altro dove la crescita è una condanna. Luca Poggesi, 38 anni, è stato tra coloro che hanno aperto il primo centro italiano. Ora è Seattle e deve decidere, per esempio, quanti server comprare per il nuovo braccio sudcoreano di Amazon Web Services. Sbagliare passo può significare perdere un’opportunità o bruciare denaro.

Non serve masticare troppa matematica per avvicinarsi al concetto di crescita esponenziale: la curva che descrive la crescita di utenti e acquisti fa dei salti, è esponenziale. La capacità di trasportare i nostri desideri rinchiusi in pacchetti di cartone non riesce a reggere il passo: i corrieri espressi sono nati per un mondo diverso. Si possono adattare ma non è facile. È già successo nel Regno Unito, sta succedendo negli Stati Uniti e in Italia: dove i corrieri non arrivano, Amazon deve diventare anche un trasportatore. Non avere un piano per reagire significherebbe non poter garantire più il servizio al cliente. La risposta è in un piano globale e locale per la logistica, l’obiettivo finale è far diventare il trasporto un costo simile a ciò che la tecnologia è oggi: si deve avvicinare allo zero.

Un approccio misto è necessario quando i processi da disegnare riguardano il mondo: il lavoro cambia da Mumbai e Delhi, dove le consegne sono fatte spesso con le biciclette, a Londra, Milano o New York, dove Amazon consegna anche la spesa e garantisce i prodotti entro un’ora. L’unico denominatore comune è una fame bruciante di crescita. Stefano Perego, 44 anni, è stato il manager che ha aperto il primo magazzino di Amazon in Italia a Castel San Giovanni (Piacenza) nel 2011. Oggi è l’ombra di Dave Clark, il vicepresidente che ha la delega alle operazioni globali. Perego registra ogni giorno una realtà variegata e trova nella situazione italiana un paradigma. “In Italia l’e-commerce cresce ma è costretto, limitato dalle infrastrutture presenti. L’intero modo di interpretare il trasporto è vecchio. L’idea di non lavorare nel weekend è una follia e il blocco dei camion domenicale così è fatto male”.

Da un lato Amazon vuole lavorare con gli operatori della logistica e vuole comprare tutta la capacità che hanno a disposizione. Dall’altro inizia a trasportare direttamente. Vuole diventare un corriere? “Può essere, in futuro, per ora non siamo ancora lì - risponde Perego - ma dobbiamo poter capire come viene erogato il servizio, avere il controllo, fare sì che il cliente si possa davvero fidare”. Nell’attesa, il gruppo si è dotato di venti Boeing 767 per spostare velocemente la merce nel Nord America, migliaia di tir e una licenza per le spedizioni navali. La strada è segnata.

Là fuori, solo nel mercato americano, ci sono 65 milioni di membri del servizio Prime. Il 20% della popolazione nazionale paga 99 dollari all’anno e si aspetta la consegna in tempi brevi. Il gioco è rischioso perché oggi Amazon spende più di quanto incassa per il trasporto: 11,5 miliardi nel 2015. Ma Bezos gioca sul lungo periodo. Prima di mangiare la torta, la sta ampliando. C’è un mercato da conquistare, in primis quello della spesa.

L’efficienza arriva anche con l’automazione: dal 2014 alcuni magazzini di Amazon usano i robot per spostare la merce. I costi si riducono, per ora la forza lavoro non viene diminuita ma aumenta, e soprattutto il nostro pacco completa il ciclo dimezzando e più i tempi. Non è un caso che proprio nel 2014, aiutata anche dai propri servizi web, Amazon presenti per la prima volta nella storia un profitto.
Anche quest’anno arriverà la vigilia. È un sabato. I corrieri espressi saranno fermi, negli Stati Uniti come in Italia. Amazon consegna i pacchi, con tanti auguri.

beniamino.pagliaro@lastampa.it
twitter @bpagliaro

Francesco, Lutero e il valore condiviso della riforma

repubblica.it
EUGENIO SCALFARI

Per Bergoglio le religioni dovrebbero affratellarsi a partire da quelle monoteistiche

Francesco, Lutero e il valore condiviso della riforma
Papa Francesco con l'arcivescovo luterano Antje Jackelen (ansa)

IL 31 OTTOBRE del 1517 Martin Lutero affisse sulla porta della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi che inaugurarono ufficialmente la religione luterana, ma già l’anno prima il contenuto di quelle tesi era stato elaborato e reso pubblico nelle riunioni dei monaci agostiniani dei quali Lutero era stato nominato vicario generale.

Si dà il caso che in quella stessa data si compie domani mezzo millennio. Il nostro papa Francesco non poteva esimersi dal partecipare a questa ricorrenza che sarà celebrata a Lund in Svezia dai luterani guidati dal rappresentante mondiale di quella religione. La messa sarà naturalmente celebrata da loro. Papa Francesco vi parteciperà pregando e poi terrà un discorso sulla Riforma.

Ho avuto l’onore di ricevere tre giorni fa una telefonata da Lui che desiderava — così mi ha detto — parlare con me di quella Riforma che ebbe un’enorme importanza per tutta la Chiesa e mise in moto allora il luteranesimo ma, in seguito, l’intera galassia protestante che conta ormai nella sua interezza 800 milioni di fedeli. I luterani veri e propri sono una minoranza, 80 milioni in tutto, cioè un decimo del protestantesimo. I cattolici sono un miliardo e trecento milioni.

Se si aggiungono gli ortodossi, gli anglicani, i valdesi, i copti, si superano i 2 miliardi di anime fedeli. Papa Francesco sa che ho studiato abbastanza a fondo la vita di Lutero e la sua Riforma e mi sono chiesto quale sia il rapporto di Francesco con le altre Chiese cristiane al di là dei riti e delle credenze.

Francesco — è bene ricordarlo — crede nell’unicità di Dio. Questo significa che tutte le religioni, a cominciare da quelle monoteistiche ma anche le altre, credono in quel Dio al quale arrivano ciascuna attraverso le sue Scritture, la sua teologia, la sua dottrina e i suoi canoni. Tutte quindi dovrebbero affratellarsi e questo è il risultato che Francesco persegue pur essendo ben consapevole che ci vorranno molti e molti anni per ottenerlo.

Ma per quanto concerne le altre Chiese cristiane l’obiettivo non è soltanto l’affratel-lamento ma addirittura l’unificazione. Non sembri un’incongruenza se dico che l’unificazione delle Chiese cristiane è ancora più difficile dell’affratellamento con le altre religioni. La ragione di questa difficoltà è comprensibile: la loro unificazione mette in gioco anche le strutture liturgiche e canoniche e deve riguardare anche origini scissionistiche di cui quella luterana fu cronologicamente la prima. Forse la seconda se si considerano i catari il cui movimento religioso avvenne nel XIV secolo e provocò addirittura una Crociata contro di loro ed il loro annientamento anche fisico da parte di truppe mobilitate dai Signori della Provenza.

I soli religiosamente e fisicamente risparmiati furono i seguaci di Pietro Valdo. La Chiesa valdese è ancora presente in poche comunità in Piemonte ed anche a Roma, ma conserva un’autorevolezza amorevole. Papa Francesco ne incontrò l’anno scorso i dirigenti a Torino e chiese addirittura il perdono a nome della cattolicità per quella deplorevole Crociata che bagnò di sangue esseri umani, anch’essi avviati sulla strada del male per difendere la propria vita.

Per concludere la prima parte di queste riflessioni aggiungo che Lutero toccò il culmine della sua vita di riformatore negli anni che vanno dal 1510, quando cominciò a condannare la simonia della Chiesa di Roma con la vendita delle cosiddette indulgenze e fu scomunicato dal papa mediceo Leone X, fino alle tesi di Wittenberg del 1517 e fino al 1520. Ma poi il suo pensiero cambiò e altrettanto i suoi atti. Volle essere il sovrano assoluto della sua Chiesa,

diventò conservatore, prepotente, si sposò, si mischiò con la politica e alla fine decise che i luterani dovevano far guerra non soltanto ai cattolici ma a tutte le Chiese protestanti, da quella di Calvino e agli Ugonotti francesi. Decise infine che i luterani dovevano essere soltanto l’unica religione della Germania. Papa Francesco infatti celebrerà a Lund soltanto il Lutero riformatore. La sua vita successiva non lo riguarda. Non so se lo dirà esplicitamente a Lund. A me l’ha detto e ritengo opportuno riferirlo.

Ma il tema sul quale mi ha più a lungo intrattenuto riguarda la Riforma della Chiesa. Della sua Chiesa: la Misericordia e quindi i poveri, la loro accoglienza se sono immigrati, quale che sia la loro religione o nessuna. È probabile che su questo tema Francesco parli anche a Lund e il giorno successivo a Malmö, dove incontrerà i cattolici di quella regione con l’occasione delle ricorrenze dei Santi e dei morti nel calendario ecclesiastico.

La Misericordia, alla quale è intitolato il Giubileo da Lui indetto e tuttora in corso fino alla fine di quest’anno, non è la stessa cosa del perdono. È un dono spirituale che il Signore fa a tutti noi per il solo fatto d’averci creato e che noi a nostra volta dobbiamo fare a tutti nei modi e nei bisogni che dimostrano e che ciascuno di noi deve fare al prossimo. Questa è la tesi di papa Francesco. Si dirà — ed è vero — che questa è anche la tesi della Chiesa, in teoria. Ma nella pratica sono molti i vescovi che la applicano in modo restrittivo. L’esempio più lampante riguarda le comunità e le famiglie. Molti vescovi e molti sacerdoti lesinano o addirittura negano il loro dono di misericordia a chi non è in linea con i canoni ecclesiastici.

Francesco non la pensa così e su questo adotta il punto centrale della Riforma luterana quando supera l’intermediazione dei sacerdoti tra i fedeli e Dio. Il rapporto è diretto: ogni singolo che cerca Dio può naturalmente valersi dell’incoraggiamento e perfino dell’intermediazione dei sacerdoti, ma può anche cercare e trovare quel rapporto con Dio direttamente: si tratta di una necessità che la sua anima sente ed è l’anima che cerca, trova e ne è illuminata.

Ricordate l’Innominato del Manzoni quando, dopo essere stato per molti anni il signore del male sente improvvisamente dentro di sé un immenso dolore e il bisogno d’esser misericordioso con le sue vittime e chiede di incontrarsi col cardinale Borromeo che lo esorta e gli spiega come dentro di lui è nata la misericordia e il desiderio di avere un rapporto con Dio. Questo ci dice con grande efficacia il Manzoni su come nasce nell’anima la misericordia e quale sia la funzione del clero.

Questa in realtà è la profonda ragione che ha spinto Francesco ad esser presente a Lund nel giorno di ricorrenza dei 500 anni della Riforma luterana. La Chiesa ha sempre accettato anzi incoraggiato il rapporto diretto delle anime con Dio ma al tempo stesso ha ribadito che quel rapporto diretto si compie attraverso il clero che amministra i sacramenti. Di fatto avviene così ed è sempre avvenuto ma in un tempo assai remoto erano i fedeli stessi ad amministrare i sacramenti e l’eucarestia in particolare, l’unico sacramento che Gesù creò, secondo tutti i Vangeli, durante l’ultima Cena trasformando il pane ed il vino nel suo corpo e nel suo sangue.

I cristiani dei primi secoli così facevano ed è questa — a guardar bene — l’intima essenza di quanto pensa l’attuale Pontefice non nella forma ma certamente nella sua sostanza.

La Misericordia di Francesco è la rivoluzione che sta compiendo e che non è affatto facile. Implica perfino aspetti evidenti di politica religiosa, quando vede in prospettiva una società spiritualmente globale, integrata dalle culture, dalla fratellanza e amicizia fraterna degli spiriti. Così si spiega anche il nome del Santo di Assisi che si affratellava con tutto ciò che vive, dal lupo al fiore, dai fratelli in Cristo fino ai musulmani. E perfino (è vero Francesco?) con sorella morte. Così abbiamo pensato e in parte abbiamo detto insieme, affratellando due persone di diverso sentire e di diverso modo di vivere. Tutti sono fratelli perché diversi ed è questa la bellezza della vita.

Viaggio nel cuore islamico di Roma. “Un affronto chiudere le moschee”

La Stampa
grazia longo

A Tor Pignattara tra i garage adattati a luoghi di culto . “Non si può togliere a un musulmano il diritto di pregare”


Musulmani in preghiera a Roma nel Quartiere Tor Pignattara

Il profumo di kurkuma, curry e coriandolo sovrasta quello della Margherita appena sfornata dalle piccole pizzerie al taglio. Donne con lo hijab e le buste della spesa camminano accanto a ragazze in jeans a vita bassa che svelano colorati tatuaggi. Uomini che abbassano la saracinesca di macellerie e frutterie, e poi si tolgono le scarpe prima di entrare a pregare in moschea. 

Camminando per le strade di Tor Pignattara, periferia est di Roma, è evidente che la definizione di «quartiere più multietnico della capitale» è riduttivo. Quella che un tempo era nota per essere «la borgata degli sfrattati» è oggi il cuore islamico della capitale, con il 40 per cento di immigrati. Su 15 mila residenti, 6 mila sono extracomunitari, originari prevalentemente del Bangladesh e del Pakistan. Seguono srilankesi e cinesi, ma la cifra di quest’angolo di Roma è decisamente musulmana.

Cinque le moschee ufficiali. Numero che, tuttavia, triplica se si considera la decina di garage adattati a luogo di culto. La maggior parte lavora nel quartiere e abita principalmente in via Marranella - un tempo tristemente famosa per le bande criminali alleate a quella della Magliana - via Casilina e via di Tor Pignattara. Sono arrivati qui grazie al passaparola tra parenti o amici stretti. E vivono compatti, vicini gli uni agli altri. 

«Ma non definitici ghetto o banlieu, siamo in tanti e abbiamo le nostre abitudini ma rispettiamo quelle degli italiani», sbotta Nure Allam Siddique, più conosciuto come Batchu, bengalese di Dakka, 52 anni, oltre la metà vissuti in Italia, presidente dell’associazione Dhuumcatu. Un centro che si occupa di tutto, dalle pratiche sindacali dei lavoratori alla ricerca di un posto in ospedale per chi ne ha bisogno. 

Ma la concezione di «rispetto» di Batchu è a dir poco singolare. A sentire lui infatti «la chiusura delle cinque moschee per ragioni igienico sanitarie o di abusivismo edilizio è stata una mossa esagerata da parte della polizia municipale. Per due ragioni. Primo, perché Roma è piena di case con abusi edilizi e nessuno le tocca, stanno ancora tutte in piedi. Secondo, perché non si può togliere il diritto a un musulmano di andare in moschea. Per questo io, venerdì scorso sono andato a pregare per protesta davanti al Colosseo».

Carisma ed eloquio accattivante non mancano di certo a Batchu che parla circondato da altri bengalesi incantati dalle sue affermazioni. E fanno cenni di assenso con il capo anche mentre lo sentono affermare che «il terrorismo islamico non esiste. I terroristi sono manovrati dall’occidente che ha interessi economici da difendere. Anche l’Isis è finanziata da ebrei e americani. L’Islam predica la pace, non la guerra». Poi mi stringe la mano e mi congeda.

Non mi sfiora neanche invece - «la mia religione mi consente di toccare la mano solo a mia moglie e a mia madre» - Sheikh Hossain, 40 anni, da 12 a Roma. Ma la sua posizione è chiaramente più moderata rispetto a quella di Batchu. «Per essere accettati nel vostro Paese dobbiamo accettare la vostra legge, e quindi se una moschea non è in regola è giusto che venga chiusa. Si può pregare anche in casa, anche se alla moschea è meglio.

A certe usanze della mia terra però non rinuncio. Come vede ho la barba lunga e non mi vesto all’occidentale. Per questo motivo sono stato licenziato da un ristorante vicino piazza Navona. Dicevano che spaventavo i clienti perché sembravo uno dell’Isis. Ma io sono molto onesto, la barba non me la sono tagliata e ora lavoro in un piccolo ristorante qui a Tor Pignattara».

Vive e veste all’occidentale, come i coetanei italiani, Miazi Shahadat, bengalese, 26 anni, da 12 nel nostro Paese, commesso in un negozio di telefonia. «Per un po’ sono stato a Bologna e ad Arezzo ma c’era poco lavoro e quindi mi sono trasferito a Roma dove stanno i miei parenti. Mi trovo bene, anche se penso che le cose potrebbero migliorare.

Le moschee ad esempio: è giusto chiuderle se non sono in regola, se no bisogna tenerle aperte perché per noi sono importanti. I terroristi islamici, invece, quelli vanno fermati e puniti come qualsiasi altro terrorista». Parla in modo pacato e gentile Miazi, e quando mi saluta si rimette le cuffiette per sentire una canzone dei Red Hot Chili Peppers. 

"Che fare?" si chiese Lenin. E fece una strage per costruire la dittatura

Francesco Perfetti - Sab, 29/10/2016 - 09:44

Nel testo-chiave c'erano già teorizzazione e premesse dei crimini del comunismo e delle sue "avanguardie"



Al centro della riflessione del "Che fare?" c'erano l'idea del primato della politica e quella del ruolo del partito come depositario della «coscienza rivoluzionaria» e come catalizzatore delle energie rivoluzionarie del proletariato.

Da sola, argomentava Lenin, la classe operaia non sarebbe stata in grado di raggiungere una vera «coscienza rivoluzionaria» e si sarebbe esaurita in tante, e inutili, manifestazioni di spontaneismo destinate, di fatto, a rafforzare il regime borghese: «lo sviluppo spontaneo di un movimento operaio finisce con il subordinarlo alla ideologia borghese. Il trade-unionism altro non è se non l'asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Il nostro compito, quello della socialdemocrazia, è di combattere lo spontaneismo. Non può esistere coscienza rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria».
Il partito, organizzato e gerarchizzato, articolato in una rete di comitati locali controllati dagli organi centrali ha le caratteristiche di un esercito permanente composto da professionisti della rivoluzione perché non è possibile fare il rivoluzionario a mezzo tempo.

Il partito è, quasi, un «corpo scelto», rigidamente selezionato e addestrato, distinto dal complesso dei lavoratori: costituisce, in certo senso, l'avanguardia del proletariato e, composto di individui devoti e pronti al sacrificio, è in grado di giudicare ciò che è utile o conveniente per il bene di tutti i lavoratori e ha il dovere, altresì, in questa ottica, di educarli e guidarli secondo i principi del marxismo. Osserva acutamente Adam B. Ulam nella ricordata biografia di Lenin che, in questa visione, era già prefigurato l'esito dittatoriale del comunismo: «il partito deve essere simile a un esercito, ma non c'è esercito senza generale. Chi dovrà decidere quali ingranaggi sono adatti alle diverse funzioni dell'intero congegno? Senza rendersene pienamente conto, Lenin ha elaborato il progetto di una dittatura».

E, si potrebbe aggiungere o precisare, di una dittatura totalitaria fondata sull'idea di una rivoluzione permanente che si sviluppa all'insegna di una epurazione continua in nome della purezza ideologica e che trova la propria sublimazione nel terrore istituzionalizzato e nella creazione dell'«universo concentrazionario», cioè dei gironi infernali del gulag, dove rinchiudere gli esseri contaminati dall'infezione borghese. Il progetto sarebbe stato precisato successivamente, secondo una linea di rigida continuità e coerenza, in altri saggi, a cominciare da Stato rivoluzione: la dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione (1917) scritto alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre nel quale Lenin sosteneva che la liberazione della «classe oppressa» sarebbe stata impossibile «senza una rivoluzione violenta» e «senza la distruzione dell'apparato di potere statale creato dalla classe dominante».

Il marxismo-leninismo, cioè a dire il marxismo nella versione di Lenin, è all'origine della Rivoluzione d'Ottobre e porta alla costruzione dello Stato comunista in Russia, ed anche altrove, accreditando l'utopia salvifica della liberazione dell'uomo dallo sfruttamento capitalistico e quella, altrettanto chimerica, della creazione di un «paradiso in terra» da costruirsi mettendo da parte le garanzie proprie dello Stato di diritto nel presupposto, come ha osservato François Furet nel suo libro Le due rivoluzioni.

Dalla Francia del 1789 alla Russia del 1917 (1999), che «l'emancipazione comporti di per se stessa l'esercizio finalmente sovrano dei diritti politici da parte dell'intermediario della dittatura del proletariato» secondo uno schema che riprendeva la tradizione politico-intellettuale del giacobinismo francese per la quale lo Stato rivoluzionario era «il garante dell'uguaglianza e dunque della libertà».

Le vicende storiche del comunismo, quale è andato sviluppandosi a partire dalla realizzazione delle idee di Lenin e dalla presa di potere dei bolscevichi in Russia, si risolvono nella storia di una utopia salvifica ispirata dall'«universale fascino di Ottobre», lastricata da milioni di cadaveri, punteggiata dalla costruzione di «universi concentrazionari» e costellata, nel suo realizzarsi, da azioni criminali. È una storia di illusioni e di sogni palingenetici infranti sull'altare di una impossibile discontinuità lo ha molto ben dimostrato François Furet in una delle più belle opere della storiografia contemporanea, Il passato di una illusione.

L'idea comunista nel XX secolo (1995) fra le posizioni teoriche e i comportamenti di Lenin, da una parte, e quelli dei suoi successori. In questa ottica, per esempio, appare evidente come i cosiddetti «crimini di Stalin» denunciati dal XX congresso del Pcus non siano stati affatto una degenerazione o deviazione dovuta a una mente tarata ma siano stati, al contrario, l'esito naturale dell'intransigentismo rivoluzionario di Lenin pronto a spazzare via, con ogni mezzo e senza pietà o rimorsi, tutti gli ostacoli che si frapponevano ai «passi cadenzati dei battaglioni ferrei del proletariato»: al Moloch della rivoluzione e al «verbo» incarnato dal partito venivano dedicate le vittime sacrificali di un culto barbarico e sanguinoso.

La conquista del potere in Russia da parte del marxismo in versione leninisista ha dato origine a una «religione secolare», per usare la pregnante espressione del sociologo francese Jules Monnerot contenuta nella Sociologie du communisme (1963), che ha finito per influenzare e, in gran parte, condizionare la storia mondiale.

Dal 1917 la storia è, infatti, diventata così l'ha definita il maggiore filosofo cattolico del Novecento, Augusto Del Noce, in tanti suoi lavori tra i quali L'epoca della secolarizzazione (1970) una «storia filosofica» nel senso che da quel momento in poi tutti gli attori politici internazionali hanno dovuto confrontarsi, per accettarla o respingerla, con una filosofia della prassi, il marxismo-leninismo appunto, che si era «inverata» o incarnata in istituzioni politiche. Con quel che ne è conseguito soprattutto in termini di «ideologizzazione» della storia.

I nuovi MacBook Pro svelati da macOS Sierra

La Stanpa
andrea nepori

Un paio di immagini nascoste nell’ultimo aggiornamento del sistema operativo Apple hanno svelato i nuovi laptop che l’azienda presenterà il 27 ottobre. Confermati sia la barra OLED sia la presenza del Touch ID



I nuovi MacBook Pro, che Apple presenterà a Cupertino fra poco più di 24 ore, saranno proprio come ce li aspettavamo. Includeranno una barra OLED sopra la tastiera, programmabile a seconda del software in uso, e integreranno il Touch ID. A svelarlo non sono le ennesime indiscrezioni di un analista finanziario ben informato o di qualche oscuro blog cinese, bensì un paio di immagini scovate da MacRumors nell’aggiornamento 10.12.1 di macOS Sierra, che Apple ha pubblicato ieri.

Una mostra l’angolo in alto a destra della tastiera, con lo schermo OLED spento, ma ben visibile. L’altra è un’immagine più ampia, che illustra l’uso del Touch ID per i pagamenti con Apple Pay. Sulla barra OLED (che potrebbe chiamarsi “Magic Toolbar”) in questo caso è presente un bottone per l’annullamento dell’operazione di pagamento, a sinistra, e una scritta in rosso, sulla destra, con l’importo da pagare e una freccia che indica il punto in cui appoggiare il dito per attivare il sensore di impronte.



Dalle immagini, che sembrano mostrare un modello di MacBook Pro da 13”, si rilevano anche altri dettagli. La tastiera appare simile a quella del MacBook di ultima generazione, con tasti sottili che rimangono a filo della scocca metallica. Gli altoparlanti trovano spazio ai lati della tastiera stessa, come nel caso degli attuali modelli da 15”. Le inquadrature frontali non lasciano intuire molto sul design complessivo dei laptop, ma le cerniere dello schermo sono chiaramente diverse da quelle dei MacBook Pro attualmente in commercio, a suggerire un redesign e probabilmente un assottigliamento della scocca.

Per raggiungere nuovi record nella riduzione dello spessore dei suoi laptop Apple potrebbe rimuovere porte superflue e lasciare solamente 4 uscite USB-C, due per lato. Le immagini, data l’inquadratura frontale, non confermano né smentiscono questo dettaglio. Per scoprire la sorte del MagSafe, del lettore di schede SD e delle porte Thunderbolt, però, non ci sarà da aspettare molto: il lancio dei nuovi MacBook Pro è previsto per giovedì 27 ottobre alle 10.00 PDT, ovvero alle 19.00 ora italiana.

Abitudini di viaggio: lasciare la mancia sì o no?

La Stampa
flaminia giurato (nexta)

Il concetto di mancia nei vari paesi del mondo: dove è un obbligo e dove un'offesa



Un viaggio, un mondo nuovo da scoprire, tante abitudini diverse dalle nostre con cui entrare in contatto. Come le mance. Già, perché se in alcuni paesi è già calcolata nel conto finale, in altri può diventare addirittura un’offesa. Ecco, dunque, che prima di raggiungere una meta è bene sapere come si deve comportare al ristorante o in taxi o in albergo per lasciare o meno la mancia. Quella della mancia al ristorante, per esempio, non è un’usanza solo italiana: tra l’altro affonda le radici in epoca antica. Alcuni studiosi sostengono che sia una consuetudine risalente all’epoca romana, altri la collocano più in epoca medievale altri ancora nell’Inghilterra del Cinquecento.

QUANTO LASCIARE DI MANCIA
Secondo delle ricerche la Germania e la Svezia sono le nazioni europee meno regolarizzate a tal proposito, mentre la Francia ha addirittura un importo preciso compreso tra i 15 centesimo e i 2,30 euro. La Spagna prende l’esempio degli Stati Uniti, e cioè fa comparire la percentuale sul conto finale, che di solito si attesta intorno al 15%. In Inghilterra non è ben marcato il confine tra mancia e costo del servizio e spesso si confondono. Se in Polonia è una gran maleducazione non lasciare la mancia, in Giappone è esattamente l’opposto e viene considerata addirittura un’offesa. Infatti offrire un buon servizio al cliente è considerato dai camerieri un dovere ed è per questo che non si aspettano di ricevere riconoscimenti economici aggiuntivi.

Neanche i camerieri australiani si aspettano alcuna mancia, ma arrotondare la cifra del conto per eccesso è una buona abitudine comunque, cosi come nei ristoranti scandinavi. Chi si reca in Thailandia potrebbe affrontare una situazione discriminante: infatti la consuetudine vuole che siano solo gli stranieri a dover lasciare la mancia, che si aggira anche ad un solo dollaro a persona. Anche se in Cina la mancia non esiste come concetto, volendo essere generosi con qualche yuan in più rende ovviamente felice qualsiasi cameriere o facchino. In India non è obbligatoria ma consigliata: si può lasciare una cifra che copra il 10% del conto dei ristoranti.  In Messico ci si aspetta dal 10 al 15% di mancia: considerando che il costo della vita è decisamente più basso rispetto a molti altri paesi occidentali, non è certo un grande sforzo. Ai Caraibi la tassa di servizio è inclusa ovunque ed è equivalente al 15% del totale: se non dovesse risultare compresa, è bene lasciare una mancia che si aggiri tra il 15 e il 20%.

Putin presenta Satan 2, il missile nucleare che può incenerire il Texas (o la Francia)

La Stampa



Le autorità russe hanno pubblicato un’immagine del nuovo missile balistico intercontinentale armabile con testate nucleari che sarà presto a disposizione delle forze armate di Mosca: si tratta dell’Rs28 Sarmat, noto anche come Satan-2 secondo la nomenclatura della Nato. I primi test sono in agenda nel 2018. Il missile dovrebbe avere una gittata di 10-11mila chilometri e - secondo la testata filo-Cremlino Sputnik - può essere armato con dieci testate nucleari «pesanti» o 16 «leggere». 

La tv “Zvezda”, che appartiene al ministero della Difesa russo, sostiene che se il predecessore di questo missile, l’R36M, è «capace di distruggere un’area vasta come il Texas», l’Rs28 si concentrerà soprattutto sulla velocità: potrà viaggiare a 10.000 chilometri all’ora, e sarà quindi «capace di superare qualunque difesa antiaereo». Anche se ci sono ancora poche informazioni sulle caratteristiche tecniche del nuovo missile, alcune fonti sostengono che si tratti di un’arma a due fasi con una massa di almeno 100 tonnellate e una dozzina di testate, ognuna delle quali manovrabile individualmente.