giovedì 3 novembre 2016

Samsung e Note 7: «In Italia ritirati 2000 pezzi, in 100 lo vogliono tenere»

Corriere della sera
di PAOLO OTTOLIN

Carlo Barlocco, presidente di Samsung Electronics Italia: «Giuste le misure di sicurezza ma trovo esagerati i messaggi sugli aerei che assimilano il telefono ad armi o esplosivi»

 



Il caso dei Galaxy Note 7 resta una ferita aperta per Samsung. Lo smartphone è stato ritirato una prima volta e poi tolto definitivamente dal mercato dopo che alcuni esemplari (35 in tutto finora) hanno preso fuoco o sono esplosi. L’indagine resta in corso. Per chiarire lo stato delle cose abbiamo intervistato Carlo Barlocco, 45 anni, presidente di Samsung Electronics Italia: «Stiamo investigando, ai più alti livelli aziendali e ad ampio raggio, su tutta la catena dei fornitori esterni ma anche su quelli interni al gruppo. Elemento coinvolto sicuramente, come noto, è la batteria, che crea la combustione del litio a contatto con l’aria. Resta da capire con certezza che cosa causasse il surriscaldamento”.

Carlo Barlocco, 45 anni, presidente di Samsung Electronics Italia
Carlo Barlocco, 45 anni, presidente di Samsung Electronics Italia

Potrebbe volerci anche molto tempo?

Il numero di incidenti non è così epidemico da rendere le cause facilmente intuibile. Sulla seconda ondata di Note 7, quelli già rimpiazzati, poi i casi sono pochissimi. Ma da anni diciamo con orgoglio di avere un reparto di ricerca e sviluppo tra i migliori al mondo, se non il migliore: penso che in questo caso ci aiuterà a scoprire che cosa non andava.

Qual è la situazione dei Note 7 in Italia?
Sono stati distribuiti 1950 dispositivi. I clienti sono stati tutti contattati perché non erano aperti gli ordini, erano pre-ordini e occorreva registrarsi per questo prodotto. Circa 130 pezzi mancano al rientro. Di questi circa 100 non vogliono restituire il telefono.

Per quali ragioni?
Lo possono fare legittimamente perché non c’è un provvedimento dell’autorità. Qualcuno spera di rivenderlo guadagnandoci, come un francobollo raro. Altri per collezionismo. La maggior parte, e siamo felici di questo, ci hanno detto di avere in mano il miglior telefono di sempre. Comunque a tutti abbiamo inviato un aggiornamento software, che comunque va installato volontariamente, che limita la batteria al 60% di carica e quindi previene qualunque problema da surriscaldamento.

Polvere di stelle (e strisce)

La Stampa
massimo gramellini

Tra una settimana a quest’ora conosceremo il nome del nuovo presidente degli Stati Uniti. Ma già adesso sappiamo che qualunque altro candidato repubblicano al posto di Trump avrebbe battuto la Clinton a mani basse, così come qualunque altro candidato democratico al posto di Hillary avrebbe stracciato l’uomo la cui capigliatura riesce a infrangere la legge di gravità. Mai nella storia la più importante passerella planetaria della democrazia aveva visto sfilare due modelli così deboli. Invisi a una parte dei loro stessi elettori, che li voteranno solo per non fare prevalere l’avversario. E oberati da una folla di scheletri nell’armadio che inseguiranno il vincitore per l’intera durata del suo mandato, presumibilmente unico, obbligandolo a passare una buona parte del suo tempo a difendersi dai pasticci compiuti prima di entrare in carica, come se non bastassero quelli che potrebbe combinare dopo, specie il dilettante allo sbaraglio Trump.

Come abbia fatto la democrazia americana a incartarsi fino al punto di selezionare due campioni del genere è questione che lascio volentieri agli esperti di cose americane. Dal mio strapuntino di osservazione mi limito a constatare senza orgoglio alcuno che, dopo essere stati noi a copiarli in tutto - dai jeans al lavoro precario -, per la prima volta sono loro a copiare noi, mettendosi in Casa (Bianca) un capo dell’esecutivo ricattabile dagli scandali del proprio passato, quale per vent’anni è stato Berlusconi.

Se il Papa annunciasse che Dio non è mai esistito

La Stampa
maurizio assalto

Un racconto-divertissement di Marc Augé immagina l’impossibile: e tra i fedeli di tutte le religioni in pochi giorni scoppia la pace



E se un giorno il Papa, proprio lui, proclamasse urbi et orbi che Dio non esiste? Una cosa assurda, fuori del mondo. Non però fuori del tempo. È accaduto, accade, nel futuro ucronico dipinto da Marc Augé in un divertissement narrativo ora tradotto per Cortina, un po’ gioco farsesco un po’ pamphlet corrosivo. «Dio non esiste» sono infatti Le tre parole che cambiarono il mondo, come è intitolato il libro in italiano (pp. 94, € 8). 

Tutto comincia il giorno di Pasqua del 2018, che guarda caso cadrà il 1° aprile. Francesco si affaccia al balcone, in piazza San Pietro, la folla ondeggia, la figurina lassù di bianco vestita si schiarisce la gola, afferra il microfono, scandisce: «Dio non è morto!». I fedeli esultano, il Papa prosegue: «No, non è morto, perché non è mai esistito». 

Seduto davanti al televisore di casa sua, a Parigi, il grande antropologo, che è anche la voce narrante, si sorprende nel constatare di trovarsi per la prima volta d’accordo col Pontefice. Marc Augé - il teorico dei «non luoghi», che evidentemente ha nel suo destino un legame speciale con il «non» - è infatti un non credente, ateo convinto e militante: anche se l’espressione non gli piace, perché perpetua la «aggressione linguistica nei confronti di chi viene dichiarato “non credente” o “ateo”, utilizzando sottilmente la “a” privativa o l’avverbio di negazione “non” per convincere chi non la pensa allo stesso modo del fatto che qualcosa di fondamentale gli fa difetto».

La narrazione prosegue sul registro del paradosso (ma non troppo). In pochi istanti la notizia del Papa fa il giro del mondo, i media e i social la rilanciano, sul Vaticano calano reporter a caccia di interviste, sulle televisioni calano sociologi e storici delle religioni a strologare su quel che sta succedendo. «E Dio? Non esiste!» è la nuova irriverente forma di saluto, articolata in domanda e risposta, che dal web alle strade diventa virale.

Intanto Francesco viene ricoverato in clinica «per un periodo di riposo», e il giorno dopo giunge l’annuncio delle sue dimissioni. Ma questo non basta a placare il fermento che agita i fedeli di tutte le religioni. I cristiani evangelici se la prendono con i cattolici, i cattolici tradizionalisti con i gesuiti e la sinistra cristiana, una cerimonia ecumenica in Vaticano si trasforma in un incontro di pugilato, gli islamici esultano, gli islamisti chiamano alla guerra santa, il mondo è scosso da una nuova serie di attentati prontamente rivendicati dall’Isis. Perfino la Cina, dopo secoli in cui si è vista invadere dai missionari, accarezza l’idea di poter ripagare l’Occidente con la stessa moneta, offrendogli il baluardo del proprio pensiero filosofico confuciano contro lo scetticismo e la disperazione.

Augé si diverte e gioca con le parole: l’ex Papa e i suoi ex fedeli, l’altro ex Papa (Benedetto XVI) che prega per il suo ex successore. Irresistibile l’intervento di un nunzio apostolico su France 2: Francesco, sostiene arrampicandosi sugli specchi, intendeva dire che Dio non è mai esistito nel senso in cui l’esistenza si può predicare degli uomini, perché al contrario di questi «è al di là della nascita e della morte». Peccato che lo stesso Francesco, lasciando la clinica in abiti borghesi, indirizzi un breve messaggio agli ex fedeli: «Vi prego di non credere a ciò che gli uni e gli altri tenteranno di farmi dire».

Ma che cosa è successo davvero a Jorge Mario Bergoglio (come ora torna a firmarsi)? La spiegazione è centellinata a piccole dosi da un personaggio che fa visita di tanto in tanto a Augé, un certo Théo, uno scienziato puro e duro, biologo genetista, che solo alla fine apprenderemo essere il figlio dell’autore. All’origine di tutto è un complotto mondiale messo a punto dopo l’11 settembre 2001 da un «movimento per la libertà e la resistenza mentali» denominato «Librement»: appoggiandosi alle ricerche dei migliori neuroscienziati, questi «Partigiani dello humour libero» hanno isolato le basi neuronali dell’oscurantismo, una sindrome degenerativa come il morbo di Alzheimer, e reso disponibile un farmaco che elimina istantaneamente e per sempre «le sensazioni di confusione mentale che sono all’origine di qualunque esperienza cosiddetta religiosa».

Con i toni della farsa improbabile, Augé sferra il suo affondo razionalista. In lungo e in largo il mondo è dilaniato da conflitti alimentati dalle fedi concorrenti, eppure a ogni nuova esplosione di violenza omicida si sente ripetere il mantra che la religione non c’entra. Ebbene, proviamo a togliere la religione, tutte le religioni, e vedremo. Nel racconto i risultati si vedono subito. Basta ingerire una dose infinitesima del rimedio miracoloso, basta anche solo venirne a contatto. Il Papa è stato immunizzato così, da un «partigiano» ricevuto in udienza privata. E così i principali leader mondiali che, una volta convertiti alla vera «buona novella», nel corso della folle settimana seguita alla Pasqua provvedono a immettere il contravveleno negli acquedotti, a far irrorare i passanti, a bombardare dall’alto, a inoculare le nuvole per ottenere piogge risanatrici.

Da un giorno all’altro, tutto cambia. Chiese, moschee e sinagoghe restano deserte, i regimi teocratici cadono uno dopo l’altro, e con la fine delle dittature e delle guerre di religione cessano anche i flussi migratori verso l’Europa. Problemi che fino a ieri sembravano irrisolvibili si sciolgono come neve al sole, l’interrogativo sulla compatibilità tra islam e democrazia non ha più ragione di porsi, da Kabul a Riad a Teheran le donne circolano a capo scoperto, perfino il Dalai Lama rinuncia a reincarnarsi. E per le strade di Parigi la gente è più gentile, cordiale, addirittura torna a fischiettare. 

Così la fantasticheria ucronica sfocia infine nella più schietta utopia. Un po’ semplicistico, forse. Perché le fedi religiose, oltre a seminare tensioni, sappiamo che rispondono anche a esigenze profonde dell’animo umano. Augé ne sarà di certo consapevole, ma non bisogna dimenticare che la sua è soprattutto una provocazione. E parafrasando una vecchia canzone, potrebbe ribattere: «Proviamo anche senza Dio, non si sa mai…».

Gioielli per la guerra santa, concubine e no alla tv satellitare: le regole dell'Isis a Mosul

repubblica.it

Documenti della Reuters rivelano com'era la vita nelle zone liberate dallo Stato Islamico. Le pene per chi infrangeva le regole: dalle frustate alla decapitazione

Gioielli per la guerra santa, concubine e no alla tv satellitare: le regole dell'Isis a Mosul

Dalla lunghezza delle barbe alle condizioni in cui tenere e "utilizzare" le concubine. Da come lavarsi prima delle preghiere rituali ai gioielli da donare (obbligatoriamente) per sostenere la causa. Le regole a cui attenersi per vivere sotto lo Stato islamico emergono da una serie di libretti, poster e volantini ritrovati nei giorni scorsi nei villaggi e nelle zone intorno a Mosul riprese dall'esercito iracheno nel corso dell'offensiva per strappare la città agli estremisti e pubblicati dall'agenzia Reuters.

Benché parte del loro contenuto fosse già nota - sulla condotta da tenere nei confronti delle concubine gli uomini dell'Isis hanno parlato diffusamente nelle loro riviste e nei loro social media - i documenti sono unici nel loro genere: come nessuna organizzazione terroristica prima di esso, l'Isis ha cercato infatti di costruire uno vero e proprio stato nei territori sotto il suo controllo, stabilendo leggi, dettando regole di comportamento politico e sociale, imponendo tasse e tributi. Le pene previste per chi non rispettava le regole andavano dalle frustate al carcere fino alla decapitazione. Questi documenti mostrano alcune delle modalità di costruzione del progetto-Stato dell'Isis.

Le tasse. Un libretto di cinque pagine illustrato con foto di bracciali, anelli e gioielli vari spiega come sia obbligatorio secondo le regole dell'Islam donare i proprio beni per favorire la vittoria finale sui miscredenti. Nel villaggio di Al Shura oltre a questo materiale è stata rivenuta una lista con i nomi di chi aveva effettuato la donazione e cosa aveva dato.

Le donne. Secondo il racconto della Reuters è una pubblicazione di 32 pagine su sfondo rosso e rosa ad analizzare il trattamento che deve essere riservato alle donne. "Le donne non musulmane possono essere prese come concubine". O "le ragazze in età pre-adolescenziale possono essere prese come concubine: non si possono penetrare ma ci si può comunque divertire con loro". E ancora: "Non è possibile che più combattenti si dividano una concubina: ogni concubina può avere un singolo proprietario". Parole che ricalcano in pieno i racconti dell'orrore fatti dalle centinaia di donne yazide che sono riuscite a fuggire dopo essere state ridotte allo stato di schiave sessuali dagli uomini dell'Isis.

Le comunicazioni. Vietati i cellulari, internet ed ogni forma di comunicazione con il mondo esterno, nel mirino degli uomini dell'Isis ci sono anche le antenne satellitari. "Perché distruggere la mia antenna" è un elenco costruito sul modello della domanda e risposta. Fra i punti sottolineati dalla Reuters il numero 8 che recita: "Perché i canali satellitari mostrano storie d'amore, donne nude e usano linguaggi non appropriati". E il numero 9: "Perché fanno apparire normali gli uomini effemminati".

Profezie

La Stampa
jena@lastampa.it

Quando Tina Anselmi disse che nessuna vittoria è irreversibile pensava a Renzi.

Verso il risveglio il vulcano alle porte di Roma: "Ma ci vorranno mille anni"

repubblica.it
di MATTEO MARINI

Sotto i "Castelli" camere sotterranee che si stanno riempiendo di magma. Il terreno si solleva di 2-3 millimetri l'anno. Uno studio conferma la ripresa di attività sismica, però esclude rischi imminenti

Verso il risveglio il vulcano alle porte di Roma: "Ma ci vorranno mille anni"

Nelle ore in cui il sottosuolo di Roma ha tremato per il terremoto di Norcia, ci si chiede se anche la capitale rischi un "big one". La risposta dei geologi è no: l'unico pericolo per la Città eterna è rapprensentato da un vulcano che potrebbe risvegliarsi. E anche se geologicamente si tratta di un batter d'occhio, almeno per i tempi umani è un lento destarsi: la prossima eruzione, secondo i ricercatori, è attesa tra un migliaio di anni.

Le camere sotterranee, poste a diversi chilometri di profondità sotto i centri abitati di Ariccia, Castel Gandolfo, Albano e gli altri “Castelli romani”, si stanno di nuovo riempiendo di magma e il terreno si sta gonfiando. Nessuna preoccupazione a breve termine, dunque, ma gli effetti della sua riattivazione sono già visibili agli occhi dei satelliti e all'ago dei sismografi.

In uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters, un team internazionale di scienziati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, università La Sapienza, Cnr e Università di Madison, ha ricostruito la storia dell'area vulcanica dei colli albani degli ultimi 600mila anni:
“Si tratta di un distretto nel quale troviamo vulcani diversi – spiega Fabrizio Marra dell'Ingv, primo autore dello studio – scientificamente lo possiamo definire attivo ma quiescente, perché non c'è evidenza che sia estinto ma non ci sono nemmeno indizi di una prossima eruzione. I crateri sono i laghi di Albano e Nemi o quello prosciugato di Ariccia. Ad eccezione del cono stromboliano di Monte Due Torri, sono anelli di tufo non sviluppati verso l'alto. Non si trovano esempi analoghi attuali in Europa”.

Si risveglierà il vulcano vicino a Roma  "Ma ci vorranno mille anni" /   Foto

La telemetria satellitare ha osservato come il terreno si sia sollevato, negli ultimi 20 anni, di circa 2-3 millimetri all'anno. L'altro elemento emerso dallo studio riguarda la ciclicità. Le eruzioni in passato sono avvenute a intervalli piuttosto regolari, ogni 40mila anni, un tempo che si è andato però riducendosi verso i 30mila. La più recente ha interessato il cratere di Albano, iniziata 40mila e terminata attorno a 36mila anni fa. In realtà, due studiosi italiani, Dario Andretta e Mario Voltaggio, hanno raccolto in passato elementi che, confermando le parole di Tito Livio, testimonierebbero una attività vulcanica nei Colli Albani tra il V e il IV secolo avanti Cristo.

Andretta e Voltaggio avevano addirittura fotografato dei manufatti coperti da materiali vulcanici apparentemente depostisi sopra e non frutto di rimaneggiamento umano, ma la cosa è stata messa in dubbio da altri ricercatori. Siamo alle porte della capitale, a poco più di dieci chilometri dalla cintura del Grande raccordo anulare. Immaginare Roma come Pompei però è solo un gioco di fantasia. Non esiste alcun tipo di allarme. Le camere nelle quali si sta accumulando il magma sono situate tra i cinque e i dieci chilometri di profondità. Abbastanza da non destare preoccupazioni.Quello che semmai può preoccupare è proprio la conseguenza di questo sonno prolungato.

A differenza di altri distretti, le fratture e le faglie della zona sono ben sigillate. Con l'effetto di bloccare il magma che rimane in profondità fino a quando la pressione non è tale da farlo risalire. A quel punto inizia un nuovo ciclo eruttivo, preceduto da scosse sismiche già avvertite in passato: “La bocca non si apre a causa delle pressioni orizzontali che sigillano le fratture. Quando l'eruzione avviene ha un effetto esplosivo, come stappare una bottiglia di champagne dopo averla agitata – sottolinea Marra – questo processo ha causato per esempio lo sciame sismico nell'area all'inizio degli anni '90, con scosse minori e solo in pochi casi di magnitudo attorno al 4”.

Secondo Marra non esistono comunque rischi imminenti per gli abitanti di Ariccia, Albano, Marino o Castel Gandolfo: “In situazioni come quella del Vesuvio, dove le eruzioni sono molto più frequenti, l'ultima durante la Seconda guerra mondiale, ha senso un piano di intervento. Qui parliamo di qualcosa che si verificherà forse tra un migliaio di anni. Per quanto riguarda le scosse invece l'attenzione più che della scienza deve essere politica: conosciamo il tipo di sismicità, in un paese normale l'area dovrebbe già essere messa in sicurezza. Nei Castelli è opportuna, come in tutta Italia, la verifica di vulnerabilità di quello che è costruito. La buona notizia è che durante lo sciame sismico di 20 anni fa non è crollato nulla”.

La città di Roma ha 2769 anni, tra un migliaio i suoi abitanti potrebbero dunque essere testimoni di questo risveglio. “Con tutta probabilità si aprirà una nuova bocca eruttiva – spiega Marra – forse sovrapposta a una di quelle già presenti. Lo scenario sarebbe meno disastroso di un'eruzione come quella che ha distrutto Pompei, ma comunque sarebbe interessata un'area di 5-10 chilometri di diametro. I depositi che abbiamo analizzato delle precedenti eruzioni arrivano fino all'interno del Grande raccordo anulare. Su Roma pioverebbero lapilli, la nube oscurerebbe il cielo, forse più verso Latina”. Studi come questo saranno utili, si spera, per prevenire le conseguenze più drammatiche.

Venendo ai giorni nostri, le scosse che hanno devastato il centro Italia e stanno continuando a scuotere le aree appenniniche non dovrebbero influire sull'attività vulcanica dei Colli Albani: “È escluso che possa avere un effetto significativo – conclude il  Marra – almeno non ora, tra mille anni forse. È ormai assodato che un sisma possa innescare un'eruzione vulcanica, com'è accaduto per il St. Helen negli Stati Uniti. Ma può accadere solo per un vulcano in procinto di eruttare, a questi livelli non c'è nessun tipo di perturbazione sensibile che arrivi alle camere magmatiche”.

L’ultimo treno che corre tra cielo e mare

La Stampa
alessandro cassinis

Chiude il tratto Andora-Imperia. Addio a panorami mozzafiato



L’ultimo treno, l’Intercity 690 da Milano, arriverà a Imperia Porto Maurizio alle 23.30 di questa sera. Poi basta. Altri 20 chilometri di ferrovia costiera fra i più suggestivi del mondo si aggiungeranno alla lista delle linee abbandonate. È una rete ferroviaria fantasma di 8 mila chilometri, spezzettata fra tutte le regioni. Potrebbe essere una risorsa turistica importante, ma tranne poche eccezioni è il regno perduto dell’incuria e delle opportunità non raccolte.

La Andora-San Lorenzo al mare è il penultimo pezzo ancora a binario unico della ferrovia del Ponente ligure immaginata da Cavour nel 1857, appaltata nel 1860 e costruita in 12 anni, lo stesso tempo impiegato per raddoppiare solo questi 20 chilometri al costo di 582 milioni. La nuova linea, 19 chilometri, di cui 16 in galleria e tre stazioni, tutte più lontane dalla costa e dai centri, aprirà l’11 dicembre: si spera in un servizio più puntuale e frequente, ma addio panorama.

Il sito www.ferrovieabbandonate.it di Roberto Rovelli censisce gli 8 mila chilometri di linee non più utilizzate. Seicento chilometri sono ancora aperti ai treni turistici, ma senza un servizio regolare, 750 sono stati trasformati in passeggiate o piste ciclabili, 1300 sono diventati strade o sono scomparsi e la maggior parte, più di 5300, sono in abbandono.

Un sistema per fare soldi con i vecchi tracciati ferroviari - ricorda Rovelli - è quello francese: il vélorail o ferrociclo. È un carrello a pedali che viaggia sui binari e porta da due a cinque persone. L’Associazione Italiana Greenways ha appena pubblicato una monografia su questo divertente mezzo di trasporto e propone una prima linea nel basso Monferrato. Bisogna aspettare, però, un regolamento che dovrebbe arrivare nel 2017, mentre in Francia si può già pedalare su quasi 50 vecchie linee.

Gli inglesi le chiamano «heritage railways». Se in Italia le ferrovie turistiche sono solo sette, nel Regno Unito ci sono 173 linee su cui sferragliano 2 mila locomotive a vapore. Non sono giocattoli per bambinoni: nelle Midlands la Severn Valley Railways è diventata turistica nel 1970, subito dopo la chiusura della linea, e ora gestisce un servizio commerciale di successo su 26 chilometri. Nel Kent la Romney, Hythe & Dymchurch porta il pubblico nei suoi minuscoli vagoni fino alla spiaggia di Dungeness. Ha un orario preciso, eppure è gestita da un’associazione di volontari. Ed è questo che lascia l’amaro in bocca ai nostri appassionati: in Italia non si può. Una vecchia caffettiera che viaggia a 50 chilometri orari è soggetta allo stesso regolamento del Frecciarossa.

Silvio Cinquini è il presidente delle Ferrovie turistiche italiane, associazione volontaria che organizza treni storici e turistici in Val d’Orcia (Toscana), lungo il fiume Oglio e il lago d’Iseo (Lombardia). Ma lo fa sotto il controllo di Fondazione Fs, presieduta da Mauro Moretti, che gestisce anche la Ceva-Ormea e la Novara-Varallo, appena riaperte in Piemonte, la Sulmona-Carpinone fra Abruzzo e Molise e la Agrigento-Porto Empedocle in Sicilia. Solo il trenino verde della Sardegna è gestito in concessione dall’azienda Arst. «Eppure abbiamo costi più bassi perché lo facciamo per passione – si rammarica Cinquini -. Se ci affidassero la gestione, gli enti locali spenderebbero meno soldi in sussidi».

Il successo della Ceva-Ormea ha stupito tutti: «Mi sono battuto per salvare questa ferrovia di 35 chilometri costruita fra 1881 e 1893 – dice il sindaco di Ormea Giorgio Ferraris – e ora abbiamo prenotazioni per il doppio dei posti disponibili. Il paradosso è che, per consentire la manovra della locomotiva, Rfi ha dovuto aggiungere un binario: e pensare che volevano smantellare tutto».


In viaggio sull’antica littorina: “È la Ceva-Ormea turistica”
La Stampa   15/01/2016
muriel bria  

A febbraio sul treno ci saranno gli assessori regionali Balocco e Parigi


Il «carrello-trincia» per ripulire il tracciato. Sotto una foto storica di Romano Nicolino

A febbraio, forse già mercoledì 3, in val Tanaro tornerà a risuonare il fischio del treno. In questi giorni un «carrello-trincia» delle Ferrovie ripulisce i binari dai rovi, in vista del viaggio. In quell’occasione alcuni rappresentanti del Consiglio regionale, tra cui gli assessori al Turismo, Antonella Parigi, e ai Trasporti, Francesco Balocco (ma potrebbe esserci anche il governatore Chiamparino), viaggeranno sulla Ceva-Ormea a bordo di un’antica littorina.

Il treno partirà da Torino, farà tappa a Ceva e proseguirà verso il capolinea, ad Ormea. Amministratori locali e regionali si confronteranno sullo stato della linea e sullo studio di fattibilità del progetto che prevede la rinascita della Ceva-Ormea come ferrovia turistica. La corsa di «sbrivazzu» e «scuriazzu», come in valle era soprannominato il trenino, cominciata nel 1893, si è interrotta il 12 giugno 2012, quando il servizio fu formalmente sospeso.



Disegno di legge a Roma
Dice il sindaco di Ormea, Giorgio Ferraris: «Alla Camera c’è un disegno di legge che dovrebbe andare in aula a breve: prevede l’istituzione in Italia delle ferrovie turistiche. Ne include sei in tutto il Paese, tra cui la Ceva-Ormea».

Sismologi

La Stampa
jena@lastampa.it

Un lavoro socialmente inutile.

Saratoga ritira l'adesivo universale Neostick Top: sarebbe tossico

Il Messaggero
di Luisa Mosello

L'adesivo Neostick Top della Saratoga ritirato dal mercato

Un potere adesivo molto forte. Troppo. Tanto da provocare intossicazioni. Per questo l'adesivo liquido della Saratoga “Neostick Top” è stato ritirato dal mercato in tutt’Europa, Italia compresa, dopo esser stato segnalato nel Rapex, il sistema europea di allerta rapido dei prodotti difettosi. Fa parte della linea “Adesivi a contatto”  (EAN: 8005860571716; codice a barre: 8005860571716 – Categoria: prodotti chimici) e presenta una massiccia presenza di toluene (0,9% in peso), molto elevato rispetto alla soglia consentita.

Chi dovesse averlo in casa non deve usarlo perché potrebbe avere problemi seri di salute entrando in contatto con questa sostanza che è un idrocarburo aromatico, usato come solvente al posto dell’ancora più tossico benzene. Sprigiona vapori dannosi e lo fa attraverso la sua inalazione anche temporanea. Non solo dunque se si usa per ragioni professionali ma magari mentre si utilizza per qualche lavoretto in casa fai da te. 

La tossicità si può manifestare anche in maniera acuta con sintomi immediati come ebbrezza, vertigini e perdita momentanea di coscienza. Se si è esposti in modo continuativo al toluene si è soggetti a debolezza muscolare, disturbi gastrointestinali, acidosi renale e anche anomalie neuropsichiatriche. E’ stato anche associato un aumento di rischi di aborto spontaneo se si entra in contatto con questa sostanza in maniera ripetuta in casa o sul posto di lavoro durante i primi mesi di gravidanza. Oltre a ritardi di crescita e disfunzioni per i bambini nati da donne esposte al toluene prima del parto.

Il prodotto richiamato si presenta in un tubetto all’ìnterno di una scatolina di cartone su cui campeggia il nome, appunto Neostick Top, con la scritta “adesivo extra chiaro di uso universale” a cui seguono in basso le caratteristiche tanto pubblicizzate, ovvero “eccezionale forza di coesione”, “alta resa” e "alta qualità professionale".  E non va confuso con un altro famosissimo prodotto cioè la Colla Americana, fissante sigillante, in barattolo o in blister che non ha presentato problemi di tossicità perché senza toluene a a base d’acqua.

L’adesivo incriminato in Italia à stato ritirato dalla Saratoga Int. Sforza S.p.A che in una nota ha spiegato che l’azienda «Ha deciso, in attesa di maggiori e approfondite verifiche, di sospendere la commercializzazione del prodotto e di ritirarlo dal mercato». Nonostante, secondo l’impresa, non ci siano reali problemi: «Le immediate verifiche messe in atto nel nostro Paese dalla hanno escluso, grazie anche alla valutazione di uno studio indipendente di tossicologia clinica, che il prodotto presenti concentrazioni di toluolo significative».

Martedì 1 Novembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 19:33

2CV, le storie di un mito: quella volta che James Bond...

repubblica.it
VINCENZO BORGOMEO

Esce il 3 novembre, con la prefazione di Michele Serra, "101 storie sulla Citroën 2CV", il nuovo libro in cui Vincenzo Borgomeo, giornalista di Repubblica e responsabile del sito Motori, ripercorre l'epopea di un monumento a quattro ruote con aneddoti e racconti spesso sconosciuti. Ad esempio quello sulla vettura usata per girare "007 - Solo per i tuoi occhi"

2CV, le storie di un mito: quella volta che James Bond...

Nel 1981, nel film Solo per i tuoi occhi, James Bond si trova suo malgrado al volante di una 2CV sui tornanti di una strada spagnola. Ma l'apparenza, come spesso avviene nei film, inganna: la macchina è in realtà una ami Super, col motore di una GS di 1015cc. Insomma una specie di collage di Citroën realizzato per far sopportare a questa specie di 2CV colore "giallo mimosa" e immatricolata in Spagna con la targa M-1026-A, indicibili torture.

Salti, ribaltamenti, sbandate, tutto eseguito dal vivo dallo stuntman Rémy Julienne che riuscì a distruggere per l'occasione tre preziosissime 2CV truccate. Ma non è ancora tutto: la pressione del pubblico obbligò la Citroën a realizzare una piccola serie di 2CV identiche nell'aspetto a quelle del film. Finti buchi di pallottole (adesivi che venivano consegnati in una busta e che il proprietario attaccava dove voleva) sulla carrozzeria e scritta 007 sulle fiancate, ma soprattutto freni a tamburo: con un'astuzia degna del famoso agente segreto inglese, alla Citroën riuscirono a liberarsi di 500 vecchie scorte di magazzino prive dei moderni freni a disco... Bastò verniciarle giallo mimosa e attaccargli un po' di adesivi...

L'imbarazzo del razzista impunito

La Stampa

A Bruxelles, come a Berlino, un pesante silenzio sulle malefatte di Guether Ottinger, il commissario Ue che critica i cinesi perché si pettinano col lucido da scarpe polacco, le donne che non sanno far carriera e le nozze gay che vede diventare obbligatorie. Bisognerebbe dirgli qualcosa. A evitare l'autocritica si fa il gioco degli scettici



Anni fa un commissario Ue di nazionalità tedesca fu colto da un fotografo mentre passeggiava su una spiaggia baltica per nudisti con la sua capo di gabinetto. Lei era come mamma l’aveva fatta. Lui indossava solo un berretto da baseball e teneva la mano di quella che, secondo ogni informazione disponibile, non era sua moglie.

Il portavoce della Commissione non disse che si trattava di una questione privata sulla quale non era il caso di rilasciare commenti pubblici. Affermò con grande convinzione che era a ogni effetto «una missione di lavoro».  L’intera sala stampa di Bruxelles ritenne che una buona parte della credibilità dell’esecutivo si fosse sbriciolata in pochi attimi. Adesso c’è un altro commissario tedesco, Guenther Ottinger, finito appropriatamente nell’occhio del ciclone per i comportamenti poco ortodossi. Intervenendo a un convegno che si teneva ad Hannover, ha messo in fila una lunga serie di gaffe drammatiche, preoccupanti anche perché non sono le prime della sua carriera.

Ha detto che i cinesi hanno «gli occhi a mandorla», gente che "si pettina con il lucido da scarpe polacco", cosa che i diretti interessati non hanno gradito per nulla. Ha fatto intendere che le donne fanno i manager perché ci sono le quote rosa e non per merito. Ha ridicolizzato i matrimoni fra persone dello stesso sesso, affermando con sdegno che si finirà per renderli obbligatori. In sostanza ha messo in fila una serie di battutacce misogine, razziste e omofobe, sollevando una quantità di contestazioni piccate e particolarmente accese.

Anche stavolta la Commissione ha fatto finta di niente e non è una buona idea. L’Europa è sotto attacco e chi viola le regole dell’etica, del rispetto reciproco e dell’equidistanza dalle scelte altrui, purché esse siano nell’ambito della legge, contribuisce a fiaccare la capacità delle istituzioni di infondere fiducia nell’opinione pubblica. Non si può essere severi sull’adesione alle leggi che gli stati si sono date insieme, proclamare ogni giorno la volontà di assicurare i diritti umani uguali per tutti, e poi lasciar correre quando un politico supera di parecchio il muro dell’imbarazzante.

Chi vuole far rispettare le regole deve essere il primo ad applicarle. Vale per i conti pubblici, ma anche per i comportamenti e le scelte personali che l’Europa, da sempre, ha promesso di voler garantire e difendere per tutti. Così chi rompe la parete del rispetto personale non può cavarsela come se nulla fosse. Perché così non adempie al proprio mandato e si contribuisce a fiaccare l’immagine dell’Unione. Gli euroscettici non chiedono di meglio. 

Il bagaglio emotivo degli sfollati

La Stampa
massimo gramellini

Vista da lontano, la resistenza degli sfollati a un trasferimento in albergo che chiamano «deportazione» appare illogica. Quel poco che è rimasto in piedi potrebbe cadere loro in testa da un momento all’altro e le tende non proteggono i corpi dal freddo né i nervi dallo stillicidio delle scosse di assestamento. Ma forse bisognerebbe avere trascorso tutta la vita in un borgo per poterli comprendere. Il borgo è l’esatto contrario dei non-luoghi che sorgono da anni nella pancia anonima delle periferie urbane.

È un insieme di spazi unici e di gesti precisi, di ricordi e riferimenti che danno un senso all’esistenza. Sarebbe ingiusto ridurre il rifiuto di privarsene alla volontà di tenere sotto controllo «la roba». Per chi è cresciuto tra quelle pietre cariche di Storia e di storie, allontanarsi dalla propria terra significa tradire la propria identità. Anche dalle guerre, lo vediamo ogni giorno sui gommoni che sbarcano a Lampedusa, sono soprattutto i giovani a scappare: hanno più energie fisiche e un bagaglio emotivo più leggero.

Un terremoto ti rivela cosa si muove nella testa degli uomini. Come reagiscono alla paura. Come imparano a conviverci. E come si comportano quando scoprono che, dopo una certa età, la paura più intensa di tutte diventa quella di cambiare. Gli sfollati di Norcia si sbagliano, ma hanno ragione. 

Papa Francesco in Svezia chiede perdono per la scomunica a Martin Lutero: «Abbiamo sbagliato»

Il Mattino
di Franca Giansoldati



Malmo “Sarà un viaggio molto importante per l'unità dei cristiani” ha detto il Papa in aereo, non appena partito per Lund, città chiave della realtà luterana, dove è andato per celebrare in modo congiunto i 500 anni dell'affissione sul duomo di Wittenberg delle 94 tesi di Martin Lutero. Una cerimonia commemorativa densa di elementi simbolici perché mai prima d'ora un pontefice aveva sdoganato la Riforma in modo tanto esplicito e intenso. “Lutero ha messo la Parola di Dio nelle mani del popolo”. Papa Bergoglio viene accolto dalla arcivescova che guida la Chiesa luterana, Antje Jackelen, sorridente, vestita di nero, con una gonna longuette e un bel crocifisso d'oro bene in vista sulla giacca. Davanti a lei e a tutti i vertici delle chiese protestanti Papa Francesco pronuncia parole importanti.

Un vero mea culpa. “Anche noi dobbiamo guardare con amore e onestà al nostro passato e riconoscere l'errore e chiedere perdono. Dio solo è giudice”. E ancora. “Si deve riconoscere con la stessa onestà che la nostra divisione si allontanava dalla intuizione originaria del popolo di Dio, che aspira naturalmente a rimanere unito, ed è stata storicamente perpetrata da uomini di potere di questo mondo più che per volontà del popolo fedele”. Come dire che aveva ragione Lutero e non Papa Leone X che poi lo ha scomunicato. Oggi, a distanza di 500 anni, le scomuniche non ci sono più, quelle sono morte con la scomparsa del riformatore tedesco anche se restano però tante incomprensioni e diffidenze da stemperare con una buona dose di pazienza.

Intanto Francesco e i luterani si incontrano sul terreno della concretezza, presentando una road map di obiettivi comuni che include la lotta contro la violenza, la sfida climatica, la povertà, la questione della pace, il tema del conflitto mediorientale. Una piattaforma impegnativa che il monaco agostiniano certamente avrebbe apprezzato.Papa Bergoglio arriva in sordina nel Paese europeo più scristianizzato di tutti, dove esistono persino i cimiteri per gli atei (privi di qualsiasi segno distintivo), dove Dio sopravvive a fatica tra i giovani e dove una chiesa ammette senza problemi vescovi dichiaratamente gay, vescove lesbiche, il matrimonio tra coppie omosessuali. L'evento ecumenico di Lund è a dir poco eccezionale se si guarda alla storia europea degli ultimi cinque secoli.

In particolare ai conflitti, ma anche ai tentativi di unità falliti nel corso della storia del cristianesimo europeo. Fino al Vaticano II la figura di Lutero era per i cattolici negativa (salvo rare eccezioni tra qualche teologo cattolico). Dopo il Concilio le cose sono lentamente cambiate. E il cammino ecumenico ha fatto grandi progressi. Lund può segnare davvero una svolta positiva per le Chiese cristiane. A elogiare il tentativo del monaco ribelle di riformare la Chiesa del suo tempo, era stato, una decina d'anni fa, Benedetto XVI il quale aveva promosso a Castel Gandolfo un summit a porte chiuse tra i suoi ex allievi teologi. “Tutta l'idea di Lutero era cristocentrica”.

Cosa che ha ripetuto anche durante un viaggio in Germania, a Erfurt, la cittadina in cui Luterò visse e studiò teologia. "Lutero non si dava pace sulla questione di Dio, che fu la passione profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. Come posso avere un Dio misericordioso?” Questa domanda, spiegò Ratzinger, penetrava nel cuore e stava dietro ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore.  Il viaggio di Francesco nelle terre del mondo luterano sembrano portare a compimento un lungo tragitto di ricerca comune. “Come cristiani saremo testimonianza credibile della misericordia, nella misura in cui il perdono, il rinnovamento e la riconciliazione saranno una esperienza quotidiana tra noi”.

Assenze, persa la battaglia ai falsi certificati medici

Il Mattino
di Francesco Pacifico



In America esiste una app - Bestfakedoctorsnotes.net - che per una trentina di dollari permette di sfornare direttamente dalla stampante di casa certificati medici come se piovesse. Non solo, promette anche un risarcimento di cento dollari, se qualcuno a lavoro scoprisse il falso. In Italia, probabilmente, un servizio simile non avrebbe successo: anche se la legge impone il contrario (visita in studio o a domicilio) basta telefonare al medico di famiglia, sciorinargli i sintomi e andare a ritirare il certificato di malattia. E poco importa che negli ultimi anni lo Stato abbia messo in campo la tecnologia per evitare abusi.

Fatto sta che dal ministero dell’Istruzione inseriscono, tra le cause del fallimento della Buona scuola, anche le migliaia di certificati inviati alle direzioni regionali da insegnanti che non volevano essere trasferiti lontano da casa. A Brescia è una star l’agente che a lavoro si dava malato per andare a suonare il piano. Per la cronaca, il tribunale l’ha appena scagionato perché, assente ingiustificato o meno, era davvero affetto dalla patologia denunciata nei certificati. E clemente è stata la magistratura con i 767 vigili urbani di Roma che la notte di Capodanno del 2015 marcarono visita e non si presentarono al lavoro, mandando nel caos il traffico della Capitale.

Il tribunale del Lavoro - anche se potrà sembrare paradossale - ha risparmiato loro e condannato l’Autorità per gli scioperi nei servizi pubblici a pagare le spese legali. L’organismo è reo di aver accusato i sindacati di aver organizzato uno sciopero bianco (l’obiettivo era Ignazio Marino e il suo tentativo di introdurre la rotazione obbligatoria dei “pizzardoni”) e di aver comminato multe per decine di migliaia di euro nei confronti di cinque sigle. Se questo è l’andazzo non deve sorprendere che, stando agli ultimi dati forniti dalla Funzione pubblica e risalenti al 2014, sono stati soltanto 84 i «licenziamenti derivanti da assenze ingiustificate dal servizio e non comunicate nei termini prescritti» e 284 le sospensioni.

Giuseppe Lavra, presidente dell’Ordine dei medici di Roma, non accetta processi. «Noi quest’attività», spiega, «non la vorremmo neanche fare. Da anni chiediamo che, per quanto riguarda la richiesta di pochi giorni, venga trasformata in un’autocertificazione. Perché questo è diventata: detto brutalmente, quando un paziente si presente da me e mi dice che ha mal di testa, mal di stomaco o tutte le patologie in cui la sintomatologia è avvertibile solo dal paziente stesso, io medico come faccio a dimostrare il contrario? E per la legge non posso neanche rifiutarmi a fare il certificato». Lavra è convinto della buona fede dei colleghi. «Quale medico, dopo tutto quello che ha speso per i suoi studi, mette a rischio la sua carriera per un certificato falso».

Ma ammette la difficoltà a sanzionare i comportamenti scorretti. «Possiamo farlo, soltanto quando la cosa è comprovata. Qualche anno fa una famosa azienda ci ha chiesto d’intervenire perché aveva riscontrato uno strano aumento di indisposizioni. Anche se la cosa non era dovuta, abbiamo convocato i medici che avevano firmato i certificati. I quali hanno ammesso che il surplus era collegato a un forte disagio aziendale all’interno dell’impresa, ma hanno sottolineato che, contemporaneamente, il regolamento interno prevedeva la piena forma fisica dei dipendenti per svolgere quella determinata attività».

L’esperienza italiana vuole che vengano presentati più certificati nel privato, ma che i periodi di malattia siano più lunghi (10,5 giorni) nel pubblico. Anche perché nella Pa vige la regola Brunetta che inizia a decurtare soldi già nei primi dieci giorni. Stando agli ultimi dati dell’Inps, quelli riferiti al 2014, ci sono ogni anno quasi 110 milioni di giornate perse (78 milioni nel privato e 31,5 milioni nella pubblica amministrazione).

Rispondendo alla geografia economica del Paese, la Lombardia strappa la palma dell’assenteismo per malattie nelle imprese (21%) e il Lazio negli uffici statali (14,4%). Più in generale, la Cgia di Mestre ha evidenziato che i lavoratori più cagionevoli vivono in Calabria (restano a casa mediamente 34,6 giorni), quelli più robusti in Trentino Alto Adige (15,3 giorni). Mentre Confindustria ha ipotizzato che con regole più stringenti nella Pa si potrebbero recuperare almeno 3,7 miliardi. Che il datore sia un’impresa o lo Stato, un terzo delle malattie si manifesta di lunedì.

Nel pubblico impiego il governo ha promesso il licenziamento in tronco con il prossimo testo unico della Pa. Ma le norme vigenti dopo la riforma Brunetta appaiono già molte severe almeno per evitare l’allungamento del weekend o l’assenteismo spot. Eccezion fatta per le terapie salvavita e gli infortuni sul lavoro, l’ex ministro berlusconiano ha previsto la decurtazione di ogni indennità e di ogni emolumento accessorio nei primi dieci giorni di malattia. Eppoi va avvertito il capoufficio entro le 8.30, mentre il certificato fatto dal medico di base viene inviato per via telematica all’Inps. Soltanto per patologie gravi e invalidanti sono garantiti 18 mesi di stipendio (9 dei quali con salario ridotto) prima della risoluzione del contratto.

Senza contare che una dichiarazione falsa comporta l’avvio del procedimento di licenziamento, dagli uno ai cinque anni di carcere e il risarcimento in solido del danno erariale. E non è che manchino i controlli. A settembre l’Atac, la municipalizzata romana dei trasporti, ha inviato altrettante visite fiscali ai 160 conducenti e meccanici che avevano denunciato problemi fisici tali da essere trasferiti dietro a una scrivania. Poi, come per miracolo, l’80% è ritornato al posto originario. A Genova sono finiti indagati sia un ventenne che - scoperto a orinare contro la facciata di una caserma dei carabinieri - per non pagare una multa ha presentato una certificazione che attestava la sua incontinenza sia il medico che l’ha redatta.

Qualche anno fa le procure di Reggio Calabria e Milano scoprirono una cricca di maestre calabresi pronte a tutto per essere riassegnate a casa: dalle Asl si facevano riscontrare scoliosi, ansia, depressione o diabete, diagnosi sufficienti per ottenere l’avvicinamento. Poi, tornate nelle terre natie, guarivano per miracolo. Ma questi, vista l’entità del fenomeno, sono casi sporadici. Racconta un medico che si è sempre occupato di medicina del lavoro e fiscale:

«La verità è che, con i mezzi a disposizione, è impossibile entrare nel merito di una diagnosi. L’Inps, al quale oggi sono delegate tutte le attività di controllo, ha personale sufficiente per fare appena il 30% delle visite fiscali. A maggior ragione dopo che la spending review ha imposto il taglio delle convenzioni con l’esterno. Questo a valle. Perché a monte, con il certificato digitale, allo stesso istituto viene comunicata in tempo reale la prognosi che giustifica i giorni di malattia. Ma credete che gli addetti abbiano il tempo di andare a studiarsi tutte queste carte?»

Interruzione arbitraria della linea fissa: giudice condanna il gestore telefonico

Il Mattino
di a.r.



Grazie all'Aidacon (www.aidacon.it) è stata ottenuta un'importante vittoria per i consumatori: un gestore telefonico (Wind Telecomunicazioni) è stato condannato a risarcire i danni, per aver interrotto arbitrariamente la linea di telefonia fissa di un proprio cliente.

Il fatto è accaduto a Casoria dove, a seguito di una interruzione della linea per circa un mese, un commerciante ha reclamato al proprio gestore, in quanto lo stesso aveva subito gravi danni all’attività commerciale, con conseguente gravissima perdita di chance lavorative, oltre al fatto di non poter ricevere pagamenti a mezzo pos e bancomat. Il gestore dapprima ha negato la propria responsabilità poi, a seguito di diffida inoltrata dai legali dell’Aidacon, ha offerto una esigua somma, a titolo di indennizzo, assolutamente inidonea a coprire i danni subiti dall’utente.

Il Giudice di Pace (Richiello, sentenza n. 1592/16) dopo aver dichiarato la propria competenza per territorio, ha accertato l’inadempimento contrattuale della Wind per l’interruzione della linea telefonica e dichiarato il diritto dell’istante all’indennizzo per ogni giorno di interruzione della linea stessa. Il gestore è stato inoltre condannato al risarcimento dei danni subiti, oltre spese legali, perchè “in ragione dell'uso commerciale è ragionevole e conforme alle regole che tale disservizio abbia comportato disagi a carico della ditta nei contatti con i fornitori e i clienti, e la necessità ad utilizzare dispositivi per il regolare svolgimento dell'attività”.

Socci, il sisma, il Papa e gli insulti: "Vi spiego perché Bergoglio ha sbagliato"

Libero

Socci, il sisma, il papa e gli insulti: "Vi spiego perché il Papa ha sbagliato"

È stato il terremoto più forte dal 1980, con epicentro a Norcia, la terra di san Benedetto. Sono stati colpiti in modo particolare i luoghi dell' anima, le chiese, e la basilica del santo Abate è stata distrutta. È rimasta in piedi solo la facciata, un' immagine che a molti è apparsa come un presagio di una chiesa che sta crollando lasciando in piedi, appunto, solo la facciata. Per alcuni - che considerano il cristianesimo una iattura - questo è addirittura un auspicio. Ma credo che resteranno delusi.

Poi c' è un' altra associazione di idee che ha accomunato addirittura Beppe Grillo e Matteo Renzi: il fatto che sia stata travolta la città e la basilica del Patrono d' Europa ha fatto scrivere a Grillo che «dall' Europa dobbiamo ricevere tutto il sostegno necessario: lo sforamento di decimali nel rapporto deficit Pil non può essere un argomento accettabile da parte di Bruxelles». Credo sia una considerazione che oggi può accomunare tutti gli italiani. E si presta anche a una riflessione più profonda: questa ferita nei luoghi del Patrono d' Europa ci fa pensare a questa Europa che ha perso la sua anima, un' Europa che è stata fatta dai santi ed oggi è in mano ad aridi tecnocrati.

Molti non sanno come e quanto il monachesimo abbia davvero «ricreato» l' Europa, devastata e regredita, dopo il crollo dell' impero romano. Paolo VI proclamando san Benedetto «Patrono d' Europa» spiegò che lui e i suoi monaci «portarono con la croce, con il libro e con l' aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall' Irlanda alle pianure della Polonia». Per questo diciamo che l' Europa nacque dall' opera dei monaci e degli evangelizzatori, che donarono, col Vangelo, anche la cultura, il progresso civile ed economico.

Chi realizzò l'unità - Giovanni Paolo II dichiarò: «La croce, il libro e l' aratro sono stati gli strumenti della sua opera di bonifica e di rinascita. La lode a Dio, nel Cristo e con la comunità, mediante la liturgia assidua, diligente ed elevante; il lavoro manuale, intellettuale ed artistico, fedelmente compiuto nel silenzio esteriore ed interiore; la carità vicendevole, e specialmente verso i sofferenti e i più poveri, nell' obbedienza e nell' umiltà: ecco in sintesi il messaggio e il programma di vita che san Benedetto ha inculcato ed ha praticato e per cui l' Europa si è potuta dire "cristiana"».

La lezione per l' Europa di oggi è questa: la prosperità economica viene anzitutto da una grande vitalità spirituale, dalla forza morale che sta nelle radici dell' Europa stessa. Radici rinnegate o non riconosciute oggi. C' è un libro illuminante di Thomas E. Woods, il cui titolo già dice tutto: «Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale» (Cantagalli). Ma altrettanto illuminante è lo studio del sociologo americano Rodney Stark, «La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza» (Lindau).

Dunque san Benedetto è stato il grande unificatore spirituale e culturale dell' Europa. All' opposto del santo di Norcia sta la figura di Martin Lutero su cui potremo avere mille pareri diversi, ma è incontestabile che sia stato - storicamente - il grande divisore dell' Europa e della cristianità. Lui stesso si definì «l' uomo della discordia».

E chi la spaccatura - Eppure è proprio lui e il suo scisma, iniziato 500 anni fa, che oggi papa Francesco va a celebrare in Svezia. Non sto a ricordare le terribili invettive di Lutero contro i cattolici, il papato, la messa, ma anche contro i contadini (lui stava con i potenti) e soprattutto le sue terribili parole contro gli ebrei (da cui le attuali comunità protestanti hanno assolutamente e meritoriamente preso le distanze). Lo stesso cardinal Kasper, grande fautore dell' abbraccio ecumenico, ha ricordato «la violenza di linguaggio che gli era propria» e poi «un nazionalismo che spesso prese colore confessionale e riservò all' Europa molte sventure».

Credo che quando Benedetto XVI ha affermato che per la Chiesa non c' è nulla da festeggiare nell' anniversario di domani (l' inizio della Riforma protestante), pensasse anche agli sviluppi storici di quella frattura della cristianità, alle divisioni fra gli stessi protestanti e poi alle guerre di religione (fra protestanti e cattolici) da cui l' Europa fu devastata. Per tutti questi motivi è incomprensibile a molti cattolici che papa Francesco abbia invece deciso di recarsi, oggi, in Svezia, a celebrare la riforma luterana. Papa Bergoglio ha fatto dell' unità e della pace le sue bandiere, quindi mi pare che celebrare Lutero e l' inizio del suo scisma sia del tutto incoerente con questo programma.

Tweet e insulti - È giustissimo e prezioso oggi dialogare con tutte le confessioni cristiane (conosco e stimo alcuni studiosi protestanti), ma non mi sembra che il dialogo possa avvenire sotto l' effigie di Lutero che ne fu la negazione. Per questo ieri, alla notizia del terremoto che ha avuto come epicentro proprio Norcia, ho scritto un tweet dove auspicavo che il Papa, invece di andare a omaggiare il riformatore tedesco, annunciasse - sotto il patrocinio di san Benedetto - una grande preghiera solenne per l' Italia che in questi mesi è così flagellata dal terremoto.

La preghiera per chi è nella prova (come affidamento o consacrazione) era già stata proposta giorni fa da qualche intellettuale cattolico ed è una tradizione della Chiesa che lo stesso Francesco, agli inizi del suo pontificato, ha praticato. Perciò non ho prospettato nulla di scioccante. Eppure - incredibilmente - sono stato assalito su Twitter da una folla di odiatori che mi hanno bombardato per ore con epiteti irriferibili.

Naturalmente il terremoto va affrontato anzitutto da parte dello Stato con soccorsi e con prevenzione. Io stesso in gioventù sono stato volontario per il soccorso alle popolazioni sia dopo il sisma del Friuli che dopo quello dell' Irpinia. Ma, essendo cattolico, aggiungo alla Protezione civile anche la richiesta di protezione celeste, rivolgendomi alla Chiesa. Non capisco perché la cosa abbia scatenato tanta virulenza verbale. C' è stato perfino chi ha chiesto le mie dimissioni e (qualcuno) il mio licenziamento dalla Rai (che ovviamente non c' entra nulla con un mio tweet personale).

"Inorriditi"- Mi chiedo se essere pubblicamente cattolici è diventato ormai un fatto così socialmente deprecabile. Un certo giornalista ha addirittura scritto in un tweet che «milioni di vecchi e giovani sono inorriditi» per aver letto il mio tweet. Gli ho chiesto che mi spiegasse, con parole sue, per cosa precisamente sono «inorriditi», ma non ho avuto spiegazioni. È orribile che un cattolico non simpatizzi per Lutero e dia importanza alla preghiera e creda nella forza protettiva e benedicente della Chiesa?

Nella mia vita conosco bene la sofferenza, ci sono immerso da anni, e posso testimoniare personalmente la grandezza e la forza della preghiera. Dovrei rinnegare queste mie convinzioni? Beh, noi cattolici siamo anche più «folli». Crediamo addirittura che un po' di pane e di vino, consacrati da un sacerdote, diventino realmente il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Siamo più di un miliardo a esserne certi. È orribile anche questo? Non sarà che una certa ostilità ideologica verso i cattolici sta andando sopra le righe?

Per carità, non drammatizzo. Abbiamo visto ben di peggio. Nei secoli passati, ma anche in alcuni regimi del Novecento, per la semplice fede cristiana si è finiti molto male. E così accade tuttora in tante parti del mondo. Quindi evito ogni vittimismo. Non è proprio il caso. In fin dei conti l' episodio di ieri, dopo avermi sorpreso, mi ha quasi divertito.

Sono lieto che il cattolicesimo torni a scandalizzare. Perché è meglio che sia considerato «follia» piuttosto che il brodino politically correct che vediamo oggi. Scriveva Georges Bernanos: «Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Il sale sulla pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce di marcire».

Antonio Socci
www.antoniosocci.com