sabato 5 novembre 2016

Milano, denuncia degli antifascisti: "La corona del Comune per i caduti di Salò. Sconcertati

repubblica.it

Vi sono tumulate alcune delle figure che hanno fatto la storia del ventennio fascista e della Rsi. "Siamo in attesa di una spiegazione"

Milano, denuncia degli antifascisti: "La corona del Comune per i caduti di Salò. Sconcertati"
La foto diffusa dal Comitato antifascista

Milano, denuncia degli antifascisti: "La corona del Comune per i caduti di Salò. Sconcertati"
Il dettaglio della corona di fiori

Tra loro anche tre militi della Legione Muti (Renato Griffanti, Lamberto Dalla Valle e Santo Ragno, tutti e tre con il grado di sergente) che parteciparono (come da atti e sentenze della Corte d'Assise Speciale di Milano), all'alba del 10 agosto del 1944, alla fucilazione in piazzale Loreto dei quindici patrioti antifascisti oggi ricordati con un monumento". E' quanto si legge in una nota del Comitato Lombardo antifascista.

"Al Campo 10 - si prosegue - sono state anche tumulate alcune delle figure che hanno fatto la storia del ventennio fascista e della Rsi: Alessandro Pavolini l'ultimo segretario nazionale del Partito fascista repubblicano, oltre che comandante generale delle Brigate Nere, i gerarchi Francesco Maria Barracu e Carlo Borsani, Francesco Colombo il capo della Ettore Muti, che operò come 'polizia fascista' nella caserma di via Rovello (poi sede del Piccolo Teatro), dove furono allestite camere di tortura e una "cella della morte".

IL PRECEDENTE NEL 2015
Oltre a loro, Armando Tela uno dei luogotenenti della "banda Koch", partecipe diretto di torture e sevizie nella sede di "Villa Triste" di via Paolo Uccello (Villa Fossati), dove si fece uso di corde per appendere i prigionieri, di tenaglie per strappare unghie, daghe di ferro da arroventare e mettere sotto i piedi dei partigiani. Rimane lo sconcerto per questo atto dell'Amministrazione comunale e la richiesta di una spiegazione. Si spera da parte di qualche consigliere comunale".

'Falce e Carrello', Coop tende la mano a Esselunga: "Caprotti non c'è più, basta processi"

repubblica.it

La Suprema Corte ha riaperto il processo per diffamazione sul libro scritto dal patron appena scomparso. Il concorrente: "D'accordo con chi sostiene che non vada processato un defunto"

'Falce e Carrello', Coop tende la mano a Esselunga: "Caprotti non c'è più, basta processi"

Coop Alleanza 3.0 esprime soddisfazione per la sentenza della Cassazione sul libro 'Falce e carrello' di Bernardo Caprotti, stigmatizza l'interpretazione fornita da Esselunga secondo la quale la pronuncia dà ragione a Bernardo Caprotti, e propone al gruppo dell'imprenditore di recente scomparso di mettere fine ai contenziosi. Secondo la Cooperativa la sentenza ristabilisce la verità dei fatti, rimandando quindi alla Corte d'Appello di Milano per il giudizio finale: ovvero che il libro Falce e Carrello, in quanto opera "non letteraria", fosse sottoposto all'obbligo di raccontare cose vere e a una verifica puntuale dei fatti esposti.

La Corte di Cassazione - sottolinea la Coop -  ha affermato inoltre che Falce e carrello può, a pieno titolo, essere inquadrato nella fattispecie della concorrenza sleale. "Spiace, ovviamente, che questa sentenza arrivi dopo la scomparsa di Bernardo Caprotti", si legge in una nota di Coop Alleanza 3.0 che si dice d'accordo con chi sostiene che 'non vada processato un defunto'.

Per questo "Coop Alleanza 3.0 è disponibile - dopo l'importante e per noi sufficiente pronuncia della Cassazione - a riflettere sull'opportunità che i rapporti tra le due aziende riprendano una competizione che abbia come luogo di confronto il mercato, secondo le sue regole, e non le sedi giudiziarie, facendo un passo indietro dai contenziosi". "Spiace, infine, proprio per il rispetto dovuto alla verità e ai defunti, che Esselunga, traendo in inganno anche alcuni media, si sia affrettata a dichiarare che 'la sentenza dà ragione a Caprotti', conclude la Coop.

C’è una falla di sicurezza in Windows 10, ecco cosa fare

La Stampa
lorenzo longhitano

La denuncia parte da Google, ma gli sviluppatori Microsoft dovrebbero risolvere il problema entro l’8 novembre. Nel frattempo le precauzioni sono semplici da prendere



Potenziali problemi di sicurezza in vista per gli utenti Windows 10. Secondo quanto dichiarato da Google, il popolare sistema operativo è afflitto da una particolare vulnerabilità che, se sfruttata correttamente, può permettere a persone estranee di guadagnare l’accesso a PC non protetti. Da tempo ormai la casa di Mountain View impiega uno speciale gruppo al suo interno dedicato esclusivamente a scovare e denunciare potenziali minacce di questo tipo. Quando il team viene a capo di qualcosa di nuovo avvisa gli sviluppatori del software difettoso con una settimana di anticipo prima di diffondere l’informazione pubblicamente come è appena avvenuto.

Microsoft è stata avvisata il 21 ottobre, ma in un lasso di tempo così breve non ha fatto in tempo a porre rimedio al danno, i cui dettagli sono diventati di pubblico dominio. La reazione della casa di Redmond a caldo in effetti non è stata conciliante: «Quando si tratta di diffondere informazioni di questo tipo crediamo in un approccio coordinato; l’atto di Google mette i nostri clienti a rischio», ha dichiarato un portavoce a VentureBeat. La reazione degli ingegneri però non ha tardato ad arrivare e, secondo quando riportato dal responsabile della divisione Windows della multinazionale, martedì 8 novembre dovrebbe rendersi disponibile un aggiornamento che argina definitivamente il problema.

Nel frattempo le precauzioni da prendere sono semplici ma urgenti perché, a quanto risulta anche a Microsoft, il bug è già stato utilizzato per compiere attacchi mirati da almeno un gruppo di hacker: i russi di Fancy Bear. Per gli utenti Windows già dotati dell’aggiornamento dell’anniversario basta limitarsi all’uso dei browser Edge o Chrome almeno fino a martedì prossimo; coloro invece che non hanno effettuato o non hanno potuto effettuare l’update possono aggiornare Adobe Flash: la vulnerabilità di Windows infatti può essere sfruttata soltanto congiuntamente a questo software, che però gli sviluppatori Adobe hanno già avuto modo di riparare.

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La Stampa
jena@lastampa.it

Se voti No non cambia niente, se voti Sì aboliamo i terremoti.

Il Papa, Lutero e la nostra fede

La Stampa
gianni mereghetti   04/11/2016

“Come posso avere un Dio misericordioso?”. Francesco parte da questa domanda e invita a guardare in modo diverso l’esperienza spirituale del monaco tedesco

ho letto l’intervento di Papa Francesco a Lund durante il momento di preghiera nella cattedrale luterana e mi ha colpito la valorizzazione che il Papa ha fatto dell’esperienza spirituale di Lutero, segno che la domanda religiosa del riformatore protestante è più forte e più importante della lacerazione che si è creata dentro la storia e che è ancora una ferita aperta. 

Il Papa a Lund tra l’altro ha detto: «L’esperienza spirituale di Martin Lutero ci interpella e ci ricorda che non possiamo fare nulla senza Dio». «Come posso avere un Dio misericordioso?»: questa è la domanda che costantemente tormentava Lutero. In effetti, la questione del giusto rapporto con Dio è la questione decisiva della vita. Come è noto, Lutero ha scoperto questo Dio misericordioso nella Buona Novella di Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Con il concetto di «solo per grazia divina», ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che

precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio. Con questo Papa Francesco ci invita a guardare in modo diverso a Lutero e al movimento riformatore, non come nemici della fede, ma come fratelli che ci sfidano a riscoprire che l’iniziativa è sempre di Dio, è lui che ci precede sempre come spesso Papa Bergoglio ci ricorda. 

Questo sguardo di Papa Francesco a Lutero mi ha fatto riandare a don Luigi Giussani: sui banchi dell’Università Cattolica alla fine degli Anni 60 lui ci ha insegnato a cogliere la dimensione religiosa del protestantesimo, la grande spiritualità che viene da quel mondo e da cui abbiamo tanto da imparare. È una domanda che si è riaperta oggi grazie a Papa Francesco e che val la pena affrontare fino in fondo per rendere più viva la nostra fede. 

Cina, 996 il numero che uccide sul lavoro

repubblica.it
dal nostro corrispondente ANGELO AQUARO

Esplode il fenomeno 996: i super-manager sono in servizio dalle 9 del mattino alle 9 di sera, 6 giorni su 7. Tanto da consumarsi a 44 anni, come accaduto al fondatore di Doctor Chunyu, Zhang Rui. Così il colosso asiatico distorce l'attitudine imprenditoriale che ha fatto la fortuna della Silicon Valley

Cina, 996 il numero che uccide sul lavoro

PECHINO - La solitudine dei numeri primi conosce in Cina l'ultima formula che sintetizza lo stress assassino provato dai supermanager. Segnatevi questa cifra: 996. Nello slang della seconda potenza economica del mondo, 996 vuol dire appunto lavorare dalle 9 del mattino fino alle 9 di sera, 6 giorni su 7. È una "schedule", un'agenda di lavoro, che secondo i suoi propugnatori farebbe praticamente raddoppiare i risultati. Peccato che raddoppiando anche gli sforzi qualcuno cominci a rimanerci secco.

L'ultimo caso ha fatto scattare l'allarme in un paese come questo dove sul lavoro non si risparmia per la verità proprio nessun, dall'adrenalico amministratore delegato dell'ennesima scommessa web di Shenzen fino all'ultimo facchino di quell'esercito di "bangbang" che sono i nerboruti portatori a braccio che ancora oggi sciamano per le futuristiche vie da metropoils di Chongqing. La morte a 44 anni di Zhang Rui è stato più che uno shock per tutta la comunità degli imprenditori di qui: amplificato dal fatto che la company del povero Rui era specializzata nella produzione di app dedicate alla tecnologia medica.

La fotografia del fondatore presa dal pamphlet aziendale sembra un tragico memento: Rui, sorridente in giacca e serenamente scravattato, mostra un telefonino da cui spunta uno stetoscopio. Questo ex giornalista web reinventatosi imprenditore aveva tutte le ragioni per spalancare il suo sorriso: la sua Doctor Chunyu aveva appena raccolto un miliardo di dollari di fondi raggiungendo quota un miliardo di capitalizzazione. I dipendenti erano tutti eccitati per l'imminente debutto in Borsa: hanno invece dovuto accompagnare l'amministratore al funerale.

Morire di lavoro non è purtroppo una novità né tantomeno una caratteristica di quaggiù. È vero: il caso di mister Zhang e di almeno altri due supermanager stroncati dal superlavoro nel giro di poche settimane in Cina ricorda molto quel fenomeno già tristemente noto in Giappone come karoshi. Il governo di Tokyo proprio poche settimane ha finalmente aperto il primo libro bianco su questa vergogna taciuta per troppo tempo ma da almeno quant'anni conosciuta dagli esperti di sociologia del lavoro. E anche lì: tanto stress da affaticamento, malanni vari, perfino suicidi, i dipendenti di almeno un'azienda su quattro che lavorano 80 ore in più del dvuto al mese.

Ma tra i due fenomeni, entrambi tragici, c'è una differenza fondamentale. Il karoshi è figlio di quella cultura giapponese che miscela dovere e orgoglio personale, dedizione alla causa e paura anche solo di mostrare di non farcela: eserciti di impiegati si distruggono alle scrivanie per non vedersi sorpassare dal vicino di desk nel tempo speso lì dentro, schiere di colletti bianchi si consumano nei loro cubicoli per non finire sulla lista nera del capufficio. Il 996 cinese è altra cosa.

Oltre alla orientalissima dedizione alla causa, qui c'è molto dello spirito dei go-getters americani, della gente a cui piace darsi da fare. Trent'anni dopo il liberi tutti, o quasi, di Den Xiaoping, lo slogan con cui l'uomo che cancellò la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong spinse i cinesi ad arricchirsi, l'esplodere del fenomeno 996 sembra oggi il frutto bacato di un raccolto che era stato fin qui fortunato: il boom cioè di quell'attitudine imprenditoriale strutturata a immagine e somiglianza del successo di Silicon Valley.

Alla velocità di 1,2 aziende nascenti ogni giorno, è chiaro che la competizione è diventata più che esacerbata. Lo straordinario successo di Jack Ma, l'ex prof di inglese che dal nulla ha creato l'impero di Alibaba, 25 miliardi di capitalizzazione al debutto di Wall Street nel 2014, ha spinto migliaia e migliaia di smanettoni a crederci: grazie al web e alle app tutto è possibile. Certo, ricorda l'imprenditore e blogger Sean Konieczny su Technode, si narra che lo stesso Ma all'alba della sua avventura fece dotare i suoi manager addirittura di un busto per poter applicarsi alla scrivania senza spezzarsi la schiena. Anzi, c'è chi addita il gigante web proprio come l'iniziatore del modello di successo oggi finito sotto accusa.

È dunque 996 la misteriosa formula magica per volare sui tappeti come Alibaba? Dopo i primi caduti di superlavoro, perfino la laboriosissima Cina, adesso, comincia a non crederci più.

"Bomba di Hiroshima, abbiamo il dovere di scavare ancora"

repubblica.it
di Roberto Brunelli

"Bisogna avere prudenza, ma è vero che c'è un buco nella narrazione ufficiale. E solo altri studi potranno farci avere la certezza su quanto accaduto". Parla lo storico ed esperto di Terzo Reich Rainer Karlsch

Bomba di Hiroshima, abbiamo il dovere di scavare ancora

Ha indagato per anni i segreti nucleari del Terzo Reich ed ha studiato sin nei suoi più remoti dettagli la storia di Hans Kammler. «Bisogna continuare a scavare nelle gallerie di Gusen. Le risposte si potranno trovare lì»: così dice lo storico tedesco Rainer Karlsch, che al tema della "Bomba di Hitler" dedicò un libro che fece furore, nel 2005.

Lei come valuta le dichiarazioni di John Richardson, il figlio dell’agente segreto che avrebbe portato il generale in America?

Rainer Karlsch
Rainer Karlsch

«Naturalmente sulle affermazioni di Richardson è opportuno continuare a indagare. Quel che è però interessante è che i servizi segreti devono aver lavorato veramente bene visto che l’uomo è riuscito letteralmente a scomparire. I movimenti del generale sono documentati con certezza fino al 3 maggio, quando viene visto insieme a Wernher von Braun a Garmisch- Partenkirchen, e avrebbe già potuto consegnarsi agli americani come fece lo scienziato dei missili V2.

Invece Kammler va a Ebensee (un altro dei sottocampi di Mauthausen, insieme a quello di Gusen, anch’esso dotato di un sistema di gallerie, ndr). Perché? Ci deve esser stato qualcosa in quel luogo che per lui era di grandissima importanza. Poi ha cercato di scomparire. Se in seguito sia passato negli Stati Uniti non lo possiamo dimostrare finché non riusciamo ad arrivare ai documenti negli Usa. Ma è certamente molto appariscente il fatto che una delle più importanti personalità del Terzo Reich non compaia in nessuna forma ai processi di Norimberga».

E quei 70 chilogrammi di uranio che Kammler avrebbe consegnato agli Usa?
«Anche qui si impone la prudenza, ovvio. Quello che ancora non sappiamo è come questo uranio sarebbe stato prodotto. È noto che esistono vari procedimenti a cui i tedeschi stavano lavorando. Hanno fatto anche ricerche sulle centrifughe, ma non è chiaro a che punto siano arrivate le loro conoscenze in questo campo. Tuttavia c’è un buco in questa narrazione: io non posso escludere che i tedeschi stessero lavorando ad un procedimento chimico per l’arricchimento dell’uranio. Può anche essere che il materiale che Richardson ha portato negli Usa fosse arricchito in modo debole, ma che comunque avesse un valore per gli Usa. Ma è necessaria più di una dichiarazione: dobbiamo trovare la prova fisica. Bisognerebbe trovare un relitto di quel tempo. E per poterlo individuare bisogna scavare. Non solo a Gusen, anche in Boemia, in Polonia, in Turingia. Però ci sono anche altri elementi che fanno pensare».

Quali?
«Sappiamo con certezza che pochi giorni dopo il ritiro delle truppe sovietiche alcuni ingegneri austriaci presentarono un progetto molto specifico in cui era prevista la costruzione di reattori nucleari sotterranei proprio a Gusen. Ma com’è possibile che degli ingegneri austriaci pensino di realizzare proprio a Gusen un impianto nucleare a più piani? Volevano semplicemente utilizzare le gigantesche strutture già esistenti, oppure hanno fatto ricorso a conoscenze della seconda guerra mondiale?»

Ai piedi del Mount Rushmore per capire la grandezza dell’America dei presidenti (del passato)

La Stampa
marco berchi



“La solita americanata”. “E vabbè, vediamo ‘ste faccione…”. Se si potesse leggere nel pensiero dei turisti europei (e specialmente italiani) che si dirigono verso il Mount Rushmore, i fumetti sarebbero di questo tenore. Una sorta di pedaggio da pagare nei tour che ti portano in South Dakota prima di vedere le cose davvero importanti: Badlands, Black Hills, indiani e bisonti. 



Poi si arriva lì e per quasi tutti o, perlomeno, per chi sa tenere gli occhi aperti, il fumetto-preconcetto evapora all’istante: perbacco, il Mount Rushmore National Park è un gran posto, sissignori, un posto da vedere per capire l’America.

Esagerazioni? Iperboli grosse come i faccioni alti 20 metri e scavati nella roccia tra il 1927 e il 1941? No. Se, come diceva Reagan, l’America è più un’idea che un posto, ci sono dei posti in cui quest’idea si declina con maggiore evidenza. Il Mount Rushmore non è certo il solo ma è senza dubbio uno di quelli. E il fatto che vi siano ritratti quattro grandi presidenti — a proposito, sono Washington, Jefferson, T. Roosevelt e Lincoln — pone l’accento su quella particolare declinazione dell’America che è l’assetto costituzionale, un parolone che qui ha però valenza popolare. 



I presidenti, dunque, così come la bandiera di fronte a casa — una delle cose che più colpiscono noi italiani —, l’Independence Day, e il “right or wrong, my country”. I presidenti, anche e soprattutto in queste settimane che per molti segnano la più brutta campagna elettorale presidenziale della storia.
Così la montagna scolpita con i faccioni è a pieno titolo un santuario della religione civile americana. Che può piacere o meno ma che certamente coinvolge il popolo. Che qui si presta ad essere osservato come in pochi altri posti.



Anzitutto il Mount Rushmore è sì un parco nazionale ma, a differenza di quasi tutti gli altri siti gestiti dal NPS, è a ingresso gratuito, si paga solo il parcheggio. Poi il layout dell’intero sito richiama con tutta evidenza quello di un santuario: scalinata di primo accesso, lungo colonnato prospettico con le bandiere dei 50 Stati, trionfale sbocco su una terrazza prospiciente la montagna, sottostante cavea per eventi all’aperto, solenne granito dovunque, pulizia accurata. Anche il gift shop — sempre presente in tutti i visitor center dei parchi — qui assomiglia ai mega negozi di ricordini che si trovano a Lourdes.



E poi, i faccioni sono davvero impressionanti. E vale la pena di fare il Presidential Trail, l’intero itinerario pedonale che porta sin sotto la montagna e poi nel museo-laboratorio in cui sono illustrate le tecniche usate dai cavatori-scultori. Non fatevi impressionare dalla classificazione “strenuous”: sta semplicemente a indicare che la passeggiata comporta un po’ di scalinate — ampie, comode e prevalentemente in discesa — proibitive solo per chi ha serie difficoltà di deambulazione. Anche costoro, comunque, possono comodamente arrivare sin sotto la montagna: la prima parte della passeggiata è senza barriere.



Rivolto a est, il versante scolpito del Mount Rushmore saluta il sorgere del sole e siccome il sito — come i veri santuari…. — è aperto tutto l’anno dalle 5 del mattino, è vivamente consigliato arrivarci prima dell’alba: lo troverete pressoché deserto e lo spettacolo dei colori al sorgere del sole è notevole.



Tra le curiosità, fanno bella mostra cartelloni che spiegano come e qualmente Thomas Jefferson sia stato nel 1780 l’autore della prima ricetta del gelato alla crema. Perplessi? Anche noi ma tant’è. Infine, sotto la terrazza panoramica c’è il visitor center; potete andarci all’inizio o al termine della vostra visita ma non perdetevi il video che viene proiettato ogni 20 minuti e che illustra molto bene storia e spirito di questo luogo. Ah, il titolo del video è “Mount Rushmore, The Shrine” e shrine significa… santuario.

La resurrezione del Santo Sepolcro

repubblica.it

di Kristin Romey - fotografie di Oded Balilty/AP


La resurrezione del Santo Sepolcro
L'"Edicola", il tempietto che custodisce il letto di roccia su cui, secondo la tradizione, fu adagiato il corpo di Gesù dopo la crocifissione, all'interno della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Per la prima volta da secoli, la superficie originale di quella che è tradizionalmente considerata la tomba di Gesù è stata riportata alla luce. Situata nella Basilica del Santo Sepolcro, nella Città Vecchia di Gerusalemme, la tomba era stata ricoperta con una lastra di marmo al più tardi nel 1555, ma probabilmente parecchi secoli prima.

"Una volta rimossa la lastra di marmo, siamo rimasti sorpresi trovando al di sotto una grande quantità di materiale di riempimento", racconta Fredrik Hiebert, archeologo residente della National Geographic Society, che partecipa al progetto di restauro del sepolcro. "Occorrerà del tempo per portare a termine tutte le analisi scientifiche, ma alla fine saremo in grado di vedere la superficie originale di roccia su cui, secondo la tradizione, fu deposto il corpo del Cristo morto".

Secondo i Vangeli e la tradizione, dopo essere stato crocifisso dai Romani (in una data compresa tra il 30 e il 33 d.C.) Gesù Cristo fu deposto su un banco di roccia calcarea all'interno di una grotta già scelta come tomba da un fedele, Giuseppe d'Arimatea. I cristiani credono che all'alba del terzo giorno Gesù sia risorto; le donne che andarono a visitare il Sepolcro trovarono la tomba vuota.

Il banco dove fu deposto il corpo è ora contenuto in una piccola struttura all'interno della basilica, detta l'Edicola (dal latino aedicula, "piccola casa"), che fu ricostruita per l'ultima volta nel 1808-10 dopo essere stata distrutta da un incendio. Oggi l'Edicola e la tomba sono oggetto di un restauro curato da un'équipe dell'Università Tecnica Nazionale di Atene, sotto la direzione di Antonia Moropoulou, principale supervisore scientifico.

Riportando alla luce e studiando il letto di roccia, i ricercatori puntano a chiarire meglio la forma originaria del sepolcro, ma anche ad analizzare le vicissitudini storiche del sito, diventato oggetto di venerazione da parte dei fedeli da quando, nel 326 d.C. Elena, madre dell'imperatore romano Costantino, lo identificò come luogo di sepoltura di Cristo. "Siamo in un momento cruciale per il restauro dell'Edicola", dice Moropoulou said. "Le tecniche che stiamo usando per analizzare questo monumento unico al mondo permetteranno al mondo intero di seguire le nostre scoperte come se ciascuno di noi fosse lì, davanti alla tomba di Cristo".

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Una veduta della basilica. Fotografia di Tirtsa Liefting, National Geographic Your shot

Il momento della rivelazione
Le porte della chiesa erano state chiuse molto in anticipo rispetto all'orario normale, lasciando fuori masse deluse di pellegrini e turisti. All'interno, un'eterogenea folla di restauratori in casco giallo, francescani in saio marrone, sacerdoti ortodossi con i loro alti copricapi neri e copti con i cappucci ricamati circondava l'entrata dell'Edicola, cercando di sbirciare all'intero. Su tutti torreggiava la facciata della cappella, con le elaborate decorazioni oscurate da tubi di ferro e fettucce di sicurezza arancioni.

L'interno della tomba, che di solito è illuminato solo dalla fioca luce delle candele, stavolta risplendeva sotto potenti riflettori, che svelavano dettagli di solito trascurati. Sotto la copertura - una lastra di marmo che misura circa un metro per un metro e mezzo -  è comparsa una superficie di pietra di color grigio-beige. "Non sappiamo ancora cosa sia", ha detto una ricercatrice. "Dobbiamo cominciare a usare gli strumenti di monitoraggio scientifico".

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Gli operai al lavoro per rimuovere la lastra di marmo

La custodia della basilica del Santo Sepolcro (o della Resurrezione) è ripartita tra sei chiese cristiane: greco-ortodossa, cattolica romana, armena, copta, etiope, siriaca. Ciascuna di esse ha il controllo su una parte dell'edificio, e le modalità di accesso agli spazi e di celebrazione delle funzioni sono regolate da un meticoloso accordo - lo Statu Quo - redatto nel 1852, quando Gerusalemme era sotto la sovranità dell'Impero Ottomano. Qualsiasi modifica allo Statu Quo richiede il consenso di tutte le parti: è significativo notare che le chiavi della basilica, e quindi il compito di aprirla e chiuderla per sacerdoti e visitatori, sono invece affidate fin dal Medio Evo a due famiglie musulmane della città.

Fuori dall'edicola, Teofilo III, patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, assisteva ai lavori con un sorriso sereno. "Sono contento che ci sia un'atmosfera speciale, di gioia nascosta", ha detto. "Qui ci sono francescani, armeni, greci, guardie musulmane e poliziotti ebrei. Speriamo e preghiamo affinché questa scena mandi un messaggio al mondo: l'impossibile può diventare possibile. Abbiamo tutti bisogno di pace e rispetto reciproco.

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Una suora si inginocchia a pregare davanti al letto di roccia su cui fu deposto Gesù, all'interno dell'Edicola della basilica.

Un restauro atteso a lungo
La tenuta strutturale dell'Edicola è oggetto di preoccupazione da decenni: già nel 1927 un terremoto l'aveva danneggiata, e vent'anni dopo le autorità britanniche provvidero a puntellarla con antiestetiche travi esterne visibili ancor oggi. Le tensioni tra i rappresentanti delle comunità custodi e la mancanza di fondi avevano finora impedito la ristrutturazione.

Nel 2015 il Patriarcato greco-ortodosso di Atene, con l'accordo della comunità latina e di quella armena, ha affidato uno studio sull'Edicola all'Università Tecnica Nazionale,  già in passato responsabile dei restauri dell'Acropoli di Atene e della basilica di Santa Sofia a Istanbul.

A marzo di quest'anno le comunità si sono accordate per procedere con il restauro della struttura, che si prevede terminerà nella prossima primavera. Il costo complessivo, oltre quattro milioni di dollari, sarà finanziata grazie a una serie di donazioni, tra cui oltre un milione offerto dal re di Giordania Abdullah II e 1,3 milioni di dollari messi a disposizione da Mica Ertegun, arredatrice d'interni e vedova del magnate dell'industria musicale Ahmet. La National Geographic Society contribuisce al progetto in accordo con le comunità del Santo Sepolcro, e sta preparando un documentario che verrà trasmesso su National Geographic Channel.

La nuova cortina di ferro

repubblica.it

“Fra Mosca e Washington un compromesso è possibile.



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carta di Laura Canali

La guerra ibrida può raffreddarsi. Ma solo sulla base di una architettura di sicurezza e cooperazione paneuropea che coinvolga tutti: russi con i loro scarsi alleati, americani con quel che resta della nevrotica famiglia atlantica, ma anche paesi della «zona grigia» (Ucraina, Georgia e Moldova in testa), poste in gioco della competizione in corso.

Dopo un secolo di guerre calde, fredde e ibride, l’Europa può trarne la lezione: nessun conflitto cessa finché il vincitore non coinvolge lo sconfitto nella pace. Verità sperimentata già tre volte in un secolo. Eppure insistiamo a rimuoverla.

Dopo la prima guerra mondiale, a Versailles la Francia proscrissela Germania, virando la pace in tregua di vent’anni. Esaurita nel 1945 la guerra civile europea, Stati Uniti e Urss, memori di Versailles ma non sapendo che fare dei vinti, si spartirono il continente, divise su tutto ma affratellate dalla sfiducia nella Germania. Per sicurezza ne crearono due, di modo che ciascuno controllasse i «suoi» tedeschi.

Scaduta la guerra fredda, Washington allentò la presa sugli europei. Ma per scongiurare ulteriori sbarchi in Normandia volle che diventassero quasi tutti atlantici, adeguandosi senza negoziare alle regole del club: le sue.

La Russia fu pregata di accomodarsi all’angolo, dove avrebbe covato risentimento e volontà di rivincita. Frustrata dalla consapevolezza di non potersela permettere, se non a piccole dosi (Abkhazia, Ossezia del Sud, Crimea).

Cent’anni dopo, continuiamo ad aggirarci nei pressi della reggia del Re Sole.”

Giggino dà all'amico mille euro al giorno

Simone Di Meo - Gio, 03/11/2016 - 08:27

La strana consulenza del sindaco di Napoli De Magistris: 22mila euro per tre settimane



Partecipa alla cena elettorale del sindaco Luigi de Magistris e, nel giro di qualche mese, arrivano due incarichi al Comune di Napoli.

Uno dei quali è stato pagato 1.100 euro al giorno per tre settimane di lavoro.

Gianluca Battaglia è un rampante dottore commercialista della buona borghesia cittadina: 42 anni, laurea in Economia alla Federico II e una decina di pagine di curriculum vitae. Nel febbraio scorso, prende parte a un evento organizzato dall'associazione «DeMa» in vista delle amministrative di giugno insieme a un centinaio di simpatizzanti arancioni. Il «biglietto» per mangiare con Giggino e col fratello Claudio è di 100 euro. Una cosa all'americana per fare cassa e finanziare l'apertura del comitato di Via Santa Brigida.

A ridosso del ballottaggio, che vedrà l'ex pm di Catanzaro vincere sullo sfidante Gianni Lettieri, quindi poche settimane dopo l'happening nel ristorante di San Martino, Battaglia ottiene intuitu personae - leggesi: su scelta discrezionale l'incarico di liquidatore dei beni delle Terme di Agnano, società comunale che sta annegando ormai da anni in un mare di debiti. L'amministrazione, socio unico delle «Terme», gli affida il compito di vendere tutto quello che può avere ancora un valore prima che venga aggredito dai creditori: un distributore di benzina, un ristorante e poco altro. All'epoca, Battaglia è anche presidente del collegio dei revisori di un'altra società del Comune partenopeo: la «Napoli Servizi». In questa veste, percepisce 27mila euro all'anno.

Un mese più tardi, mentre ancora non si sono spenti gli echi delle polemiche post-elettorali e Giggino è alle prese con la riorganizzazione della squadra di governo locale, il settore delle Partecipate di Palazzo San Giacomo sente l'esigenza improcrastinabile di valutare in termini economici la propria partecipazione nella società «Gestione Servizi aeroporti campani spa». E chi vince la gara? Proprio Gianluca Battaglia. A lui vanno 22.204 euro per venti giorni di lavoro (la durata del rapporto è espressamente indicata nella determina dirigenziale) che, a occhio e croce, fanno più di 1.100 euro al giorno. Sabati e domeniche comprese.

La notizia della scoperta di questo nuovo incarico al professionista napoletano ha creato un po' di malumori ai piani alti dell'amministrazione comunale non perché sia stata violata qualche norma ovviamente (il dirigente di settore ha anche firmato l'attestato di insussistenza di eventuali potenziali conflitti d'interesse) ma perché - per dirla con un funzionario di lungo corso che preferisce restare anonimo «demolisce l'immagine costruita dal primo cittadino di un ente parsimonioso e in crisi finanziaria che non paga incarichi esterni».

Battaglia, peraltro, è stato componente dei revisori dei conti del Comune, oltre che nella prima sindacatura de Magistris, anche con Rosetta Iervolino. Allora, il presidente dell'organo di controllo contabile era Salvatore Palma, attualmente super-assessore al Bilancio proprio con Luigi de Magistris. Nel 2014, certifica il bilancio del Pd regionale come revisore dei conti ufficiale del partito.
Contattato da Il Giornale, Battaglia non intende rilasciare dichiarazioni. Si limita solo a precisare che ha dato mandato ai legali di tutelare la sua immagine e la sua reputazione perché «non ho mai partecipato a quella cena con de Magistris». Eppure, non ha mai smentito le cronache cittadine che ne riportarono il nome in quell'occasione conviviale. Ha deciso di farlo solo ora. Non era a cena, ma se n'è accorto adesso.

Migranti gettano cibo in strada: "Il riso non è della marca che vogliamo noi"

Claudio Cartaldo - Mer, 02/11/2016 - 13:02

Una coppia di migranti e una donna incinta gettano la busta della spesa portata loro dagli operatori dell'assistenza perché dentro non ci sono le bevande che vogliono loro e il riso non è quello desiderato



Spesa in strada perché vogliono altre bevande e quel riso non è nella confezione che desideravano. Una coppia di nigeriani e una donna incinta, tutti migranti richiedenti asilo, hanno inscenato una protesta che ha indignato i vicini di casa, pensionati che spesso devono tirare a campare con poche lire in tasca versate da una pensione da fame.

Lo sfregio dei migranti

Tre migranti ospitati a Feltre hanno gettato la spesa in strada perché nelle buste della spesa portate loro dalla cooperativa che ne gestisce l'accoglienza "non ci sono le bevande che vogliono loro o se il riso non è nella confezione che si aspettavano".

Come scrive il Corriere delle Alpi, i vicini di casa dei richiedenti asilo si sono trovati di fronte ad una scena assurda. E si sono indignati. Non ce l'hanno fatta a vedere buttato così il cibo che gli operatori avevano portato ai migranti secondo le indicazioni della dietista. Quando gli abitanti del quartiere hanno chiamato i responsabili dell'accoglienza, questi hanno spiegato che non è la prima volta che i migranti si comportano in questo modo. Anzi. Hanno aggiunto che gli immigrati non sono soliti nemmeno dedicarsi ai lavori più semplici, come tagliare l'erba, e sono refrattari pure a stendere i panni sullo stendino invece che sulla ringhiera dell'appartamento. Con il cibo fanno lo stesso.

Come scrive il Corriere delle Alpi "se si intestardiscono di volere l'aranciata o la coca cola al posto dell'acqua minerale o se non vogliono il riso normale perché si impuntano su un'altra qualità, inscenano delle eclatanti azioni di protesta, come quella di gettare gli alimenti sulla strada".

Venezia paralizzata dai turisti: “Mai più, ora numero chiuso”

La Stampa
lorenzo padovan

Calli invase per Ognissanti. Il Comune: accesso con gli smartphone


La ressa Il ponte di Ognissanti ha portato migliaia di turisti «mordi e fuggi» a Venezia

La città più romantica in assoluto lo è sempre stata. Ora è anche la quarta più economica al mondo, almeno secondo la classifica Best Travel 2017 di Lonely Planet, che pone Venezia tra le principali mete low cost dietro solo a Nepal, Namibia e Porto.

Ecco spiegato l’assalto alla diligenza di questi giorni: complici anche il ponte di Ognissanti, e le tragedie del terremoto, che hanno costretto tanti visitatori a tenersi alla larga dalle città d’arte del Centro Italia, in Laguna si sono vissute le giornate più nere della storia recente, con chilometri di code di auto su un ponte della Libertà letteralmente al collasso e treni trasformati in pollai. Un afflusso degno del peggior Carnevale, con l’aggravante che nessuno se l’aspettava, completamente fuori dall’alta stagione classica e senza convogli straordinari per evacuare decine di migliaia di turisti «mordi e fuggi». 

LE PRENOTAZIONI ONLINE
Superata l’ennesima emergenza, adesso il ritornello che circola in città è «Mai più». Unica opzione, adottare un sistema di prenotazioni online che contingenti i flussi e permetta di godere appieno degli splendori di Venezia, ciò che ora spesso non accade per troppa calca. Un numero chiuso «salva-Laguna». Il Comune conta di adottare la strategia elimina-code e annulla-disagi già per la prossima estate.

«Stiamo cercando la migliore soluzione possibile – fa sapere l’assessore al Turismo Paola Mar -, siamo alla vigilia di una rivoluzione e quindi la partecipazione di tutti è fondamentale. Una commissione sta analizzando ogni dettaglio dei progetti che ognuno può presentare. Poi decideremo. E sarà una scelta che dovrà migliorare la qualità della vita di tutti, residenti e turisti».

Le idee sono svariate, ma i tornelli a piazzale Roma e alla stazione ferroviaria di Santa Lucia sembrano utopia. Più agevole sfruttare la tecnologia: pannelli di controllo a parete e applicazione sullo smartphone per accedere a calli e canali. Unico dubbio: cosa ne sarà dei trasgressori? Un punto ancora oscuro, da analizzare assieme alla possibilità di introdurre un ticket che accenda il semaforo verde per la visita della città, accanto alla tassa di soggiorno introdotta da anni, ma che riguarda solo chi si ferma a dormire, cioè 4,5 milioni di persone nel 2015 (per un totale di 10,125 milioni di pernottamenti), a fronte di circa 25 milioni di turisti stimati complessivi.

«Ogni discorso specifico è prematuro – conclude l’assessore -, ma l’impegno è di bruciare le tappe. Vogliamo arrivare ad una sintesi delle proposte entro la fine dell’anno, per poi passare alla fase operativa. Siamo persuasi che un sistema di prenotazioni sarà apprezzato da tutti, perché a nessuno piace essere trascinato dalla folla invece di godersi con tranquillità i nostri splendidi scorci. E lo si dovrà fare prescindendo dalla stagionalità: Venezia è incantevole sempre, di più quando nelle foto compaiono anche i monumenti e non solo volti di sconosciuti».

Migrante minaccia e si sente intoccabile ​"Polizia? Non mi frega nulla"

Giuseppe De Lorenzo - Mer, 02/11/2016 - 16:43

Un immigrato ha insultato e minacciato un soccorritore stradale che era andato a recuperare la sua auto: "Chiami la polizia? Cosa me ne frega?"



"Se vuoi ti spacco anche la faccia. Cazzo me ne frega a me?". Così un marocchino si è rivolto al soccorritore autostradale che con il camion era andato a recuperare la sua auto in panne.
"Chiama pure i carabinieri, la polizia. Fai come vuoi: non me ne frega nulla".

Siamo a Biella, per la precisione in un Comune limitrofo. A denunciare l'aggressione verbale nei suoi cronfronti è un addetto al soccorso stradale che chiede l'anonimato per ovvi motivi. "La notte di Halloween sono stato chiamato dall'agenzia per andare a recuperare questo cittadino marocchino che era rimasto fermo in mezzo alla strada". Quando è arrivato sul posto, però, non è andato tutto come da copione. Il marocchino, forse alterato dal tanto alcol bevuto, s'è arrabbiato con l'operatore sebbene questi si fosse anche offerto di prestargli il telefono per fare una chiamata.

Le minacce dell'immigrato

Il motivo di tanta ira nel fatto che non avrebbe rivisto la macchina prima di due giorni. "L'indomani mattina era festa - racconta l'uomo a ilGiornale.it - Quindi gli ho spiegato che gli avrei portato l'auto dove voleva lui mercoledì mattina. A quel punto è andato in escandescenza. Si è messo in mezzo alla strada. Era buio e c'era una nebbia fittissima, ho avuto paura che lo investissero". A quel punto, spaventato, ha preso il telefono per chiamare i carabinieri. Il marocchino ha aperto la porta del camion e gli ha strappato il cellulare dalle mani, rompendolo: "Si è preso anche le chiavi del mezzo. Mi ha insultato in tutti i modi. Così ho acceso il registratore del telefono per documentare le minacce".

L'audio è molto chiaro (guarda il video) e si sentono gli insulti dell'immigrato. "Puoi chiudere la porta? Puoi scendere dal camion?", chiede gentilmente l'operatore del soccorso stradale cercando di mantenere la calma. Il marocchino si rifiuta: "No! Chiama i carabinieri, chiama la polizia...cazzo me ne frega a me. Cazzo me ne frega". Dagli insulti passa rapidamente alle minacce: "Capito? Ti spacco anche la faccia se vuoi".

Solo l'arrivo di un connazionale ha sedato gli animi. I carabinieri intervenuti sul posto, invece, non hanno potuto che constatare quanto successo e lasciare libero il marocchino. Che se l'è cavata con poco. Troppo poco. Nonostante fosse evidentemente ubriaco, non gli è nemmeno stato fatto l'etilometro. "I militari - spiega il soccorritore - mi hanno detto che se anche gli avessero tolto la patente un giudice avrebbe annullato la sanzione perché, essendo arrivati quando la macchina era ferma, il marocchino in teoria potrebbe essersi ubriacato nel tempo intercorso tra la chiamata all'assistenza stradale e l'arrivo della gazzella".

Peccato che poco dopo, arrivata la moglie a recuperarlo, il marocchino si sia messo nuovamente alla giuda dell'auto. "Questo - conclude sconsolato l'operatore - è un Paese veramente stupido".

#ILPEGGIORPAPA

Nino Spirlì



benedetto-xvi-natale-stanco

(Il Santo Padre Benedetto XVI e il Santo Vangelo)

E così, mentre, a Norcia, il cuore del Cattolicesimo si sbriciola e sprofonda nella più nera ed infernale delle disperazioni; mentre a testimoniare la nostra Fede incrollabile in Gesù Cristo restano, in ginocchio su una piazza annientata dal terremoto, cinque coraggiosissime monache ed un santo frate; mentre le più alte testimonianze della bimillenaria arte cristiana giacciono ferite a morte sotto cumuli di macerie di tutto il Centro Italia, Francesco non Francesco, il più controverso dei papi degli ultimi cento anni, rende omaggio al peggiore dei traditori della Fede. Quel Lutero, che beffeggiò Chiesa e popolo di Dio per espandere il proprio ego smisurato anche fra le sacre Pagine di Vangelo.

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Francesco non Francesco. Scelto dai cardinali nel silenzio dello Spirito Santo. Papa luterano. Papa maomettano. Papa lontano anni luce dal mistico Predecessore, quel Benedetto XVI che, lui sì, rispettoso e devoto a San Benedetto, Patrono d’Europa, Gli dedicò il proprio pontificato.

Francesco non Francesco. Papa gigione, disagevolmente in tonaca bianca, che mina, e chissà perché, due millenni di Cristianesimo e altrettanti di Cattolicesimo, giocando a sparigliare le certezze e, soprattutto, a ridicolizzare i dogmi.

Francesco non Francesco. Papa globe-trotter, dalla facile sparata microfonata, fra le poltroncine del comodo aereo papale. Prima sui gay e i divorziati (che pensavano, stupidamente, di essere stati finalmente accolti dalla sua Chiesa reinterpretata); poi sui clandestini – delinquenti e non – e i maomettani (che, invece SONO accolti, eccome, anche se dietro lauto compenso); oggi, sui protestanti, che risulterebbero essere nel giusto, considerato il panegirico su Lutero pronunciato dal papampero durante un’omelia in Svezia. Domani, chissà, magari sul maligno. Tanto, fra ciò che dice lui quando svirgola e ciò che il suo plotoncino di cardinali gli consente di attuare nel concreto, c’è il triangolo delle Bermude.

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Francesco non Francesco. Che si presenta al mondo come il papa della porta accanto, ma, in realtà, la sua porta criselefantina resta la più chiusa della Terra. E del Santo di Assisi non ha – sembra superfluo dirlo – alcuna virtù!

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Un bluff? Chissà!
Un dubbio mi resta: è più papa lui – un po’ gaucho, un po’ don Camillo, – o Papa Ratzinger, oggi più che mai simbolo di un’Europa che ha necessità di risorgere e recuperare quella centralità nella pratica della Fede Cristiana? Io, per non sbagliare, scelgo il Papa Benedetto. Amen.

Indovina chi viene a Cene

La Stampa
massimo gramellini



Una brutta mattina il signor Guido Valoti sindaco di Cene, un paese della Bergamasca, si è svegliato e ha fatto l’atroce scoperta: il Prefetto aveva infiltrato cinquantanove migranti nella casa-vacanze di proprietà della Curia. Il secondo pensiero del sindaco è stato di scrivere che in quella casa vanno ospitati i terremotati italiani e non dei bighelloni stranieri. Pensiero nobilissimo, per la parte che riguarda i terremotati, che sarebbe risultato ancora più nobile se fosse scaturito dal suo cuoricino prima e non dopo la scoperta che la villa vescovile era andata ad altri tribolati. Ma è stato il suo primo pensiero a meritargli gli onori delle cronache.

Per comunicare alla cittadinanza la propria estraneità all’arrivo degli ospiti indesiderati ha utilizzato i tabelloni luminosi che servono a fornire indicazioni sulla viabilità. Sembra una quisquilia formale, eppure non lo è. Un sindaco che brandisce cartelli di pubblica utilità per denunciare che la scelta di accogliere i migranti è stata presa dallo Stato a sua insaputa potrà anche avere ragione nel merito, ma sta istigando la popolazione all’odio contro i migranti e alla ribellione contro lo Stato. Il guaio è che forse non se ne accorge nemmeno.