martedì 8 novembre 2016

Questo referendum non mi riguarda

espresso.repubblica.it

 Roberto Saviano

Roberto Saviano

Non ci saranno disastri, che vinca il sì o che vinca il no. Sarà una resa dei conti solo per chi  ha messo in gioco il proprio potere personale

Non mi avrete mai. Mi piace questo genere di frasi, frasi a effetto, che si ricordano e che in qualche modo mi espongono. Quando in “Gomorra” usai l’io so pasoliniano ci fu chi capì esattamente cosa volessi dire (la maggioranza dei lettori) e chi ancora oggi mi accusa di aver osato paragonarmi a Pasolini. Poco importa, ciò che mi interessava dieci anni fa e che ancora oggi considero importante, è dare un messaggio chiaro, inequivocabile, che si sia d’accordo con me o in disaccordo. E provare a non essere strumento nelle mani di chi ha fini personali da raggiungere, fini che spesso non sono evidenti e che traggono in inganno chi ascolta e si fida. Io racconto, e lo faccio dal mio punto di vista.

Io scrivo, e chi scrive non ha amici. Non deve averne prima, mentre sta cercando la forma da dare ai propri pensieri, e ne avrà sempre meno dopo aver reso pubbliche le proprie parole. Quando ho scritto “Gomorra” avevo 25 anni, la mia convinzione di allora - gli anni della faida di Secondigliano, un morto al giorno e non faccio distinzione tra colpevoli e innocenti - è la stessa di ora: le storie del Sud vanno raccontate e bisogna trovare il pulpito più alto e il megafono più potente perché un gran numero di persone possa ascoltarle.

Le storie che riguardano il Sud vanno raccontate, però, senza fare sconti a nessuno, senza pensare che ci siano amici: politici amici, giornalisti amici, direttori di giornali amici, magistrati amici, avvocati amici. Raccontarle pensando di perdere qualcosa, ogni volta. Un politico ti dirà che stai diffamando (la mia personalissima lista è lunga e va da Andreotti a Renzi passando per Berlusconi, De Magistris, De Luca, Gasparri per dire solo dei più assidui), un magistrato ti dirà che non hai capito niente, un giornalista ti dirà che hai preso i fatti dalle sue cronache che a loro volta erano prese da atti giudiziari, uno scrittore ti accuserà di aver scritto dopo di lui e di aver oscurato la luce che per una questione di precedenza o magari di anzianità sarebbe toccata a lui.

Scrivere storie di camorra non ti rende amico di nessuno. E per nessuno intendo proprio nessuno, anche e soprattutto quelle persone per bene che non ci stanno a vedere la propria terra raccontata come un inferno. E per nessuno intendo quegli amministratori pubblici, quei sindaci, ma anche quei presidenti di regione o primi ministri o senatori che sono abituati alle figure ambigue di intellettuali cortigiani. Di chi si sente ricattabile o ha paura di non avere spazi e per questo blandisce. Di chi pensa che scrivere libri o fare film equivalga a scrivere guide turistiche.

Io appartengo a un’altra scuola. Non sono di quelli che finché sono outsider si battono perché tutto cambi e poi se diventano insider l’Italia smette di essere crimine organizzato e crisi, e si rivela improvvisamente sole, turismo e arte. Io non sono di quelli che all’opposizione vogliono riformare il mondo e al potere (basta un ruolo istituzionale qualsiasi), diventano “yesman”. Io sono all’opposizione, sempre e all’opposizione di tutti. Non mi si deve voler bene e non mi interessa che mi si tema, mi piace pensare di ragionare, mi piace pensare che ci sia sempre una partita aperta.

E non accetto di alimentare questo eterno clima da campagna elettorale. Mi piace chi ammette, con consapevolezza e responsabilità, che qualunque sia l’esito del voto referendario per il nostro Paese cambierà poco o nulla. Mi piace tranquillizzare gli italiani su un punto: se vincesse il no l’Italia non sprofonderebbe nel baratro e una riforma costituzionale sarà sempre possibile in futuro, come in caso di vittoria del sì non ci sarà alcuna deriva autoritaria. Non ci saranno accelerazione, progresso risparmio in caso di vittoria del sì e non ci sarà lentezza e stallo in caso di vittoria del no. Questa riforma non è la resa dei conti, se non per chi ci ha messo la faccia, sbagliando, rendendo questo referendum uno spartiacque, ma non per il Paese, ma per se stesso.

Tutto il rumore che si sta facendo è un modo per occupare posizioni in quella che è una personalissima lotta per il raggiungimento di un personalissimo potere. Non mi saranno amici i signori del sì e non mi saranno amici i signori del no se dico che questo risiko per recuperare una percentuale minima di consenso è il peggior servizio che si sta facendo all’Italia. Un danno del quale non voglio essere complice. Non mi chiamate in sostegno, questo referendum è solo affar vostro, per questo referendum, io non ci sono.

La spilla che rende invisibili ai social network

La Stampa
carlo lavalle

L’idea di un’azienda olandese: un simbolo che viene riconosciuto dal software delle fotocamere e cancella il volto di chi lo indossa, in modo che non venga condiviso senza il suo assenso su Instagram, Facebook e altri servizi



Un sistema che oscura automaticamente il volto di una persona quando una sua foto viene pubblicata online senza il suo consenso. È l’ultima invenzione di AVG Innovation Labs per difendere la privacy degli utenti su Internet. Come funziona?

Basta indossare un adesivo, o una spilletta, con un logo originale e la scritta Do not snap (Niente scatti) che un software - il cui codice deve essere integrato nelle varie applicazioni - è in grado di riconoscere per cancellare il volto della persona se l’immagine venisse postata via web.

È un modo per cercare di mantenere il controllo del materiale fotografico che viene condiviso in grandi quantità su Snapchat, Instagram, Facebook e altri siti. Ogni giorno, infatti, oltre 1 miliardo e 800 milioni di foto, che riguardano aspetti diversi della vita di ognuno di noi, vengono inserite online. A rischiare maggiormente sono i più giovani che possono, loro malgrado, essere immortalati in situazioni imbarazzanti e spiacevoli, causando conseguenze imprevedibili.

La soluzione di AVG Innovation Labs, se implementata, potrebbe aiutare a evitare effetti indesiderati e a meglio rispettare la volontà delle persone proteggendo la loro privacy. Per incoraggiare la sua adozione, il software Do not snap è a disposizione per il download gratuito. Non c’è ancora, però, un piano per lo sviluppo commerciale del programma e, dunque, non bisogna aspettarsi che, a breve, possa venire integrato nelle app e nelle piattaforme social più usate dagli internauti.

Ai creatori di AVG Innovation Labs interessa principalmente sensibilizzare l’opinione pubblica e stimolare il dibattito sulla privacy online, dei cui problemi bisogna avere maggiore consapevolezza dato che la tecnologia digitale è sempre più parte integrante della nostra esistenza.

Il Pd boicotta il cane antidroga: "Non lo vogliamo: è fascista"

Claudio Cartaldo - Dom, 06/11/2016 - 14:05

Ad Albenga il sindaco e la maggioranza Pd rifiuta il cane antidroga perché addestrato in un centro che si chiama "X Mas", come la milizia della Rsi



"Quel cane è antifascista e noi non lo vogliamo". Suona così, più o meno, la presa di posizione piuttosto particolare del sindaco Pd di Albenga Giorgio Cangiano.Secondo quanto denunciato dai consiglieri comunali di Forza Italia, Eraldo Ciangherotti e Ginetta Perrone, e della Lega Nord, Rosy Guarnieri e Cristina Porro, la maggioranza abrebbe deciso di boicottare il cane perché lo considera "fascista".

No al cane fascista

E in effetti lo stesso sindaco ha confermato quanto dichiarato dai consiglieri di minoranza. "Ad Albenga, il Sindaco vuole solo cani del PD – hanno detto a Igv.itE, se possibile, favorevoli al sì al referendum. Nonostante la nostra Città sia più volte salita agli onori della cronaca per i supermarket della droga a cielo aperto, all’uscita delle scuole e alle fermate degli autobus, nonostante il livello di rapporto tra immigrazione e spaccio abbia segnato il forte aumento della criminalità locale, per il Sindaco Cangiano un cane antidroga non rappresenta una priorità, anche per le difficoltà economiche dell’ente dovute ai tagli".

Il fatto è che si era resa disponibile una soluzione alternativa: prendere a poco prezzo un cane già addestrato da una associazione di Ancona che si chiama "Decima Mas".

"Dal sindaco - dice ancora la minoranza - forse su suggerimento del cugino e socio onorevole del PD Franco Vazio, è immediatamente giunto l’ordine di ritirare la Delibera di giunta. Quindi niente più cane antidroga al Comando della polizia municipale e immediata difesa dei valori partigiani. Qualcuno spieghi al Sindaco e all’Amministrazione Comunale di non politicizzare ogni cosa. Tantomeno i cani e gli animali, innocenti, che nulla hanno a che vedere con le diatribe politiche: per una stupidaggine, hanno privato la nostra città di un servizio importante".

Il sindaco di fatto ha confermato quanto detto dai consiglieri dell'oppisizione, anche se dice che il motivo principale è di soldi e non ideologico. Principio che però rimane: il cane fascista non lo vogliono proprio.

"Il nome dell’allevamento da cui proverrebbe, ‘Decima Mas’ - ha detto il sindaco - ha un ruolo nella nostra scelta: è una questione di rispetto per la storia di Albenga. Se dovessimo prendere un cane antidroga, di certo lo faremmo da un altro allevamento e non da uno che porta il nome della milizia anti-partigiana della Repubblica Sociale Italiana"

La guerra alla pirateria musicale passa su Facebook

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

La piattaforma comincia a cancellare gruppi che scambiano brani senza pagare i diritti. All'orizzonte strumenti automatici di rimozione e nuove norme europee

La guerra alla pirateria musicale passa su Facebook

Facebook comincia a rimuovere la pirateria dalla propria piattaforma- dopo la vendita di droga e armi- e comincia da quella musicale. Ha eliminato nove gruppi dove gli utenti si scambiavano link a musica pirata (ospitata su “cyberlocker” come Dropbox o altri siti), ascoltando le richieste dell'associazione antipirateria olandese Brein (come riporta Torrentfreak). La stessa in precedenza aveva denunciato uno di questi gruppi e ottenuto dal responsabile 7 mila euro di indennizzo (come transazione stragiudiziale).

Non sarà certo un caso isolato, come dimostra l'attacco di Facebook ad altri fenomeni di illegalità che finora agivano indisturbati sulla piattaforma (e che avevano anzi avuto un boom dopo l'avvio degli strumenti di e-commerce). Facebook sta inaugurando insomma una fase di maggiore collaborazione con autorità e soggetti portatori di interesse, di conseguenza controllando in modo più stretto ciò che avviene sulla piattaforma. Ed è solo l'inizio, di una possibile escalation.

“Facebook sta cominciando ad ascoltare le richieste delle associazioni del copyright, dopo che ha passato anni a ignorarle, in particolare in Italia. E' un piccolo passo”, dice Enzo Mazza, storico presidente della Fimi (Federazione industria musicale italiana). “E anche Google dovrebbe fare di più per rimuovere i link pirata dal motore”, aggiunge. L'altro nuovo fronte di battaglia è il ripping da Youtube. “Degli 8,2 milioni di utenti che fanno pirateria musicale, 3,2 milioni lo fa con ripping dello streaming di Youtube”, spiega Mazza.

E' possibile tramite specifici servizi gratuiti online, dove basta incollare il link della canzone su Youtube per trasformarla in un file scaricato su hard disk o cellulare (“lo fanno soprattutto quelli che vogliono ascoltare la musica in mobilità senza consumare preziosi gigabyte”, spiega Mazza). E' un fenomeno che è difficilmente attaccabile dai detentori di copyright, dato che la musica è legalmente presente su Youtube, sono legali (al momento) anche i siti che permettono di fare ripping ed è illegale (ma difficilmente perseguibile) solo l'azione dell'utente. La licenza copyright per quella canzone copre infatti solo lo streaming, non il download.

Invece si accenderà certo la battaglia sui link: “L'obiettivo è fissare nelle norme una più chiara responsabilità delle piattaforme- dice Mazza- e per questo contiamo sulla prossima direttiva europea  copyright”. “In questo senso: se segnaliamo un link pirata su una piattaforma, questa poi deve preoccuparsi di rimuovere anche futuri link pirata riguardanti la stessa opera”, aggiunge. Adesso invece com'è noto le piattaforme sono obbligate dalle norme solo a rimuovere gli specifici link (da un motore di ricerca, ora anche da Facebook, per esempio).

Storicamente, è noto che internet si è retta sul concetto della non responsabilità delle piattaforme verso i propri contenuti. In questo modo i servizi hanno potuto svilupparsi, al riparo da azioni legali e senza l'obbligo di controllare- stile grande fratello- i propri contenuti. Le cose stanno cambiando, però. Si sta facendo strada l'idra che le piattaforme non sono più davvero neutre, per inseguire i propri obiettivi di business (si pensi tra l'altro ai continui casi di censura su Facebook. Così si spiegano tentativi di riportare le piattaforme su concetti di neutralità, a tutela degli utenti, con proposte di legge come quella di Stefano Quintarelli, ora alla Camera.

L'idea dei detentori di copyright, in questo scenario, è costringere le piattaforme a usare meglio le tecnologie automatiche di identificazione dei contenuti pirata e rimozione. “Strumenti che ora funzionano male”, dice Mazza. “Le piattaforme non sarebbero costrette a fare i poliziotti, a cercare a priori i contenuti illegali. Dovrebbero invece usare gli strumenti automatici per continuare a perseguire i nuovi link di opere che abbiamo già segnalato”, aggiunge. Certo bisognerà trovare nuovi equilibri. E certo l'ecosistema dei contenuti presenti sulle piattaforme, e la loro eventuale neutralità, si prepara a prossime evoluzioni.

Minoranza Pd

La Stampa
jena@lastampa.it

E se prima eravamo in tre a fare mapim mapom, adesso siamo in due a fare... 

Estate 1909, il Duca degli Abruzzi alla conquista del Karakorum

La Stampa
enrico martinet

Aosta, in mostra “Cattedrali di ghiaccio”, le fotografie di Vittorio Sella sulla spedizione


Portatori Balti ai piedi del K2

Il ponte di liane dondola come fosse in tempesta e Luigi Amedeo di Savoia tenta invano di non offrire alla cinepresa di Vittorio Sella il suo incedere faticoso e incerto. Ha un cappellaccio chiaro a larghe tese, il ponte è in salita e oltre quel cordame nervoso s’intravede l’impeto d’un torrente fra le morene del Karakorum, Pakistan. E dopo «Sar», acronimo di Sua Altezza Reale, come i pannelli del film muto scrivono fra sequenze, ecco due portatori, «coolies», che seguono le liane con più agilità, nonostante abbiano sulle spalle avvolta in teli incrociati sul petto, una capra bianca.

Inedito
Spezzoni d’un film di mezz’ora, girato da Sella nell’estate 1909 durante la spedizione del Duca degli Abruzzi in Karakorum, con destinazione K2, la seconda montagna del pianeta, 8611 metri. Il film è un inedito per il pubblico e gira senza interruzione su uno schermo nel soppalco del Centro Saint-Bénin, chiesa sconsacrata di Aosta che ospita le fotografie che Vittorio Sella scattò in quel viaggio pionieristico. Cattedrali di ghiaccio, il titolo della mostra organizzata dalla Regione valdostana. Il Savoia esploratore e alpinista aveva come unico scopo la vetta del K2, impresa perfino difficile da pensare per l’epoca. Ma la spedizione ebbe anche importanti risultati scientifici. La montagna misurata, così come gli immensi ghiacciai del Baltoro con i suoi rami, una «Y» verso il confine cinese. E Sella, sapiente maestro di fotografia, attento esploratore della natura girò anche la manovella di una cinepresa.

I 350 portatori indiani e pachistani accompagnarono la spedizione con sulle spalle 23 chili ciascuno. I cavalli facevano il resto. È il film muto, accompagnato da pannelli didascalici, e custodito dopo il restauro del Museo del Cinema di Torino dalla Fondazione Sella di Biella, a raccontare la fatica del viaggio. Immagini coloniali, con i «coolies» e i Baltì a caricarsi sacchi e casse per poi passare di fronte agli uomini del Duca a ritirare la paga. Dall’India al Kashmir, poi i colli a 5000 metri e l’arrivo nella città di Skardu nella piana alluvionale del fiume Indo. Sella riprende una partita a polo su quelle sabbie battute. Poi i guadi con le zattere, e finalmente morene e ghiacciai. Le foto di Sella, che firmò con un autoscatto dalla posa eroica, rimandano gli «infiniti spazi» di cui lui stesso parla nei diari. Sono le fotografie stampate dallo stesso autore, in formato medio.

Mostrate al pubblico l’ultima volta nel 1987, in Pakistan, ad Islamabad. Prima del Duca degli Abruzzi aveva osato esplorare quei ghiacciai l’inglese Godwin Austen. E per l’alpinismo due singolari personaggi, un mago, Aleister Crowley, tacciato di satanismo e il suo amico piantato con i piedi per terra, l’ingegnere ferroviario Oscar Eckenstein, inventore dei ramponi. La loro via, la Nord-Est, fu ritenuta impraticabile dalle guide del Duca, entrambe di Courmayeur, Joseph Petigax e Alessio Brocherel. Le foto di Sella, che scrisse della vanità impossibile da soddisfare del Duca, mostrano il K2 da ogni lato e i fiumi di ghiaccio ai suoi piedi, sul versante Sud, il Godwin Austen, ramo sinistro del gigantesco Baltoro.

Sperone Abruzzi
Petigax e Brocherel individuarono la via possibile sulla spalla di Sud-Est del K2 e la tentarono ma senza successo. Da allora è ribattezzata Sperone Abruzzi ed è la via «normale», cioè la più logica per raggiungere la vetta. La spedizione del 1909 indicò alla scienza e all’alpinismo fenomeni e itinerari fino ad allora solo intuiti. Sella scrive nel suo diario a proposito nella cocciutaggine del Duca di voler salire il K2: «Quanta energia e tempo sprecati». E ipotizza un obiettivo possibile, il Bride Peak, più noto come Chogolisa, sul ramo destro del Baltoro. Una cattedrale di ghiaccio alta 7665 metri. Alla fine Sella convince il Duca a tentarla. Raggiunse con Petigax e Brocherel quota 7500, prima che una tempesta bloccasse il tentativo di vetta.

L’uomo non era mai arrivato così in alto e quel record durò fino al 1924. Sella dedica alcune suggestive foto al glaciale Chogolisa che ridiventerà monte famoso nel 1957, quando i suoi ghiacci abbracciarono per sempre uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi: Hermann Buhl. 

L’Italia che vuole sparare: “Ho la licenza di caccia ma per proteggere casa”

La Stampa
raphaël zanotti

Quasi trecentomila autorizzazioni in più in appena tre anni. “È difficile ottenere un fucile per difesa, fingo che sia per sport”



Questa inchiesta nasce da un’anomalia, uno di quegli scarti capaci di rompere la routine e che spesso sono il segnale di un cambiamento in atto. L’anomalia si chiama «licenza per armi». L’Italia non è l’America, dove chiunque può acquistare un fucile semiautomatico al supermercato sotto casa. L’uso delle armi è super controllato. Al di là di chi porta la divisa, sono pochissime le categorie che possono possedere, e ancora meno portarsi in giro, una pistola o un fucile. Eppure negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Il numero di licenze per armi è esploso. Nel 2015 ne sono state rilasciate 1.265.484. Un’enormità se si considera che solo tre anni prima erano poco più di un milione (1.094.487 per la precisione). Che cosa è successo?

Arriva la paura
È interessante osservare l’andamento delle licenze. Se nel 2012 e 2013 c’era stato un aumento, seppur contenuto, è nel 2014 e nel 2015 che l’anomalia si manifesta in modo più evidente. In Italia un cittadino comune può ottenere una licenza per tre motivi: difesa personale, uso venatorio e uso sportivo. Ed è proprio in queste due categorie che si è avuto il picco. Le licenze per andare a caccia sono cresciute del 12,4%. Quelle per uso sportivo addirittura del 18,5%. Al contrario la difesa personale è in continuo calo da anni. Siamo diventati di colpo tutti amanti delle beccacce o emuli di Campriani? Ovviamente no.

Il timore è che dietro questo fenomeno si celi in realtà una trasformazione dell’Italia. Una trasformazione che il presidente dell’Unione nazionale del tiro a segno, Obrist Ernfried, sembra aver ben individuato: «Alcuni mutamenti nella società legati a un nuovo sentimento dei cittadini di dotarsi del porto delle armi hanno consentito un significativo aumento delle attività relative all’addestramento al maneggio delle armi», scriveva nella sua relazione dell’attività Uits del 2015. In soldoni: i cittadini si avvicinano alla disciplina del tiro perché saper maneggiare un’arma infonde sicurezza in un periodo in cui la percezione della propria insicurezza è alle stelle.

Le polemiche sorte a seguito dell’uccisione di ladri da parte di proprietari di case e il fioccare di iniziative legislative per allargare i confini della legittima difesa, parlano da sole. Ed è probabile che il presidente della Uits potrà dormire tra due guanciali, in futuro, dopo che l’anno scorso la sua federazione aveva avuto un aumento dei tesserati dell’11%. Stiamo diventando un Paese che si arma perché i cittadini non si sentono difesi dalle forze dell’ordine? Ma allora perché ad aumentare sono le licenze per uso sportivo e caccia e non quelle per difesa personale?

L’escamotage
«Perché l’uso per difesa personale non lo rilasciano mai», spiega a La Stampa un piccolo imprenditore vicentino che ha chiesto l’anonimato per spiegarci il meccanismo. «Per richiedere una licenza a uso venatorio o sportivo bastano pochi documenti facili da reperire, ma per richiedere una licenza per difesa personale è necessario un documento ulteriore: bisogna motivare la necessità. E finché sei qualcuno che gira con pietre preziose o fa lavori particolari che ti mettono in pericolo di vita, passa, ma quando sei un piccolo imprenditore come me, stringono la vite. E allora meglio avere un fucile in casa per uso venatorio.

Magari a caccia non ci vai mai, ma se qualcuno tenta di entrare con la forza e mette in pericolo i tuoi familiari almeno sei preparato». Il ragionamento dell’imprenditore vicentino devono averlo fatto in tanti, a giudicare dai dati. E forse non è un caso se Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna risultano le regioni con il maggior numero di tesserati per il tiro a segno. Si tratta delle zone che negli ultimi anni sono state martoriate dalle rapine in casa e su cui c’è stata una certa pressione mediatica.

La legge più restrittiva
Le questure, però, negano che sia per questo motivo che c’è stato l’aumento. A spiegare l’esplosione di tiratori e cacciatori sarebbe in realtà la normativa più stringente entrata in vigore nel 2013 e che ha costretto chiunque abbia un’arma in casa presentare un certificato medico che ne giustifichi il possesso. Una stretta dopo gli ultimi episodi di uso di un’arma da parte di persone che magari erano in cura per disturbi mentali. All’epoca si era alzato un polverone mediatico. Invece di presentare un semplice certificato, però, dicono dalle questure, molti ne avrebbero approfittato per richiedere oppure rinnovare la propria licenza di armi. È verosimile? Sì, ma non ci sono dati per poter confermare questa tendenza e non si capisce perché, invece di un banale certificato, qualcuno dovrebbe intraprendere una pratica burocratica più complessa e costosa.

Cacciatori e sportivi
Proviamo ad approfondire. Abbiamo faticosamente rintracciato il numero di tesserini venatori rilasciati in Italia negli ultimi anni (una legge impone all’Ispra di monitorare la presenza dei cacciatori nelle varie regioni, ma l’unica relazione finora prodotta è stata un insuccesso: solo 8 regioni avevano risposto alla richiesta di informazioni). La Stampa, dopo aver collezionato i dati da tutte le Regioni, è in grado di dare cifre più attendibili: i cacciatori nel 2015 erano 579.252. Negli ultimi otto anni (l’ultimo dato ufficiale era quello Istat del 2007) sono calati di quasi un quarto.

A fronte di questo tracollo, costante anno dopo anno, le licenze per uso caccia sono invece aumentate.
Stessa cosa si potrebbe dire per i tesserini sportivi. I tesserati Fitav (Federazione Tiro a volo) negli ultimi anni hanno avuto oscillazioni di 400 iscritti. Quelli Uits sono cresciuti (come abbiamo visto), ma alla fine di qualche migliaio. E sebbene non sia obbligatorio avere una tessera Fitav e il tesseramento sportivo sia valido per un anno mentre la licenza sei, bastano questi numeri per giustificare una crescita che in quattro anni è passata da 373mila a 470mila licenze? Quanto pesa la nuova legge?

Per dirimere la questione bisognerebbe essere in possesso di un altro dato: il numero di armi vendute in Italia. Si potrebbe così calcolare quanti nuovi possessori di armi ci sono nel Paese. Ma ancor più che per i cacciatori, rintracciare il numero di fucili e pistole venduti ogni anno agli italiani è impossibile. Lo sa bene Piergiulio Biatta, presidente dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere:

«In Italia si conosce tutto. Se voglio sapere quanti televisori sono stati venduti nell’ultimo mese, lo so. Se voglio capire quante lavatrici sono state rottamate, lo so. Ma se si vuole sapere quante armi sono state vendute, è impossibile saperlo - dice Biatta -. Ovviamente non è che non ci siano i modi e le tecnologie, ogni arma è immatricolata e tracciata: se è per volontà politica che non si vuole rendere pubblico il dato sarebbe gravissimo».

Produzione e vendita
L’unico dato ufficiale è quello della produzione di armi, fornito dal banco di prova di Brescia dove vengono immatricolate tutte le armi. Che fine faccia ogni singolo pezzo una volta ottenuta la matricola, però, è impossibile saperlo. «Il ministero dell’Interno non dichiara quante armi sono state vendute agli italiani e quello degli Esteri non dichiara quante ne vengono vendute ai Paesi stranieri», dice Biatta.

Questa opacità crea anche situazioni di imbarazzo internazionale. Per esempio nei depositi di Saddam Hussein, in Iraq, vennero ritrovate 30.000 pistole Beretta che erano state rifiutate dalla Guardia di Finanza italiana. La vicenda irachena era stata presto dimenticata grazie a una leggina retroattiva inserita nel mare magnum del decretone sulle Olimpiadi invernali di Torino 2006. Fino al 2012, d’altra parte, non esisteva neppure un obbligo di monitoraggio delle armi semiautomatiche esportate all’estero.

Anche la relazione sulla produzione di armi che ogni anno viene fatta dalla Presidenza del Consiglio lascia ampie zone grigie. Per esempio indica il valore delle armi per cui una singola ditta produttrice è autorizzata all’export, ma non quantifica le armi e non indica a quali Paesi vengono vendute. Eppure sapere che 9 milioni di pistole sono state vendute all’Egitto mentre era vigente la decisione dell’Ue che vietava l’esportazione di qualunque materiale che poteva essere usato per la soppressione dei movimenti sociali interni poteva interessare l’opinione pubblica. Perché se è vero che una decisione della Commissione non è legalmente vincolate, è pur vero che lo è politicamente.

Più morti in Europa
La trasformazione che potrebbe essere in atto in Italia da Paese che vedeva il monopolio della forza negli uomini in divisa a Paese in cui i cittadini si armano per la propria sicurezza personale è molto delicata e non va presa sotto gamba. I dati pubblicati dal Guardian che ha analizzato le statistiche delle morti dovute alle armi da fuoco sono sconfortanti. L’Italia è a metà classifica in Europa per quel che riguarda la media di armi per cento abitanti (11,9), ma siamo maglia nera per quel che riguarda gli assassinii compiuti con armi da fuoco: 0,71 ogni 100.000 abitanti. Il nostro dato è di sicuro drogato dalla presenza massiccia delle organizzazioni criminali che usano armi spesso detenute illegalmente. Ma proprio questa peculiarità non fa altro che sottolineare il problema: che impatto avrebbe una liberalizzazione delle armi in un Paese come il nostro?

Perfino

La Stampa
jena@lastampa.it

Il miracolo di Radio Maria, ha fatto incazzare perfino la Madonna.

“WhatsApp gratis a vita”: l’ultima truffa che corre via mail

La Stampa
simone vazzana

La Polizia di Stato ha segnalato il phishing via Facebook, ricordando come il servizio sia già gratuito: si rischia di esporre lo smartphone a potenziali attacchi



La Polizia di Stato ha segnalato sulla propria pagina Facebook un tentativo di truffa riguardante WhatsApp, l’applicazione di messaggistica che conta circa un miliardo di utenti attivi. Le forze dell’ordine hanno spiegato come, in questi giorni, molte persone abbiano segnalato di aver ricevuto una mail relativa a una fantomatica attivazione gratuita del servizio. In realtà, WhatsApp è completamente gratis dal gennaio 2016. A cosa si va incontro aprendo il link contenuto nella mail truffa? «Si espone il proprio dispositivo Android o iOS - spiega la polizia - a potenziali attacchi da parte di malintenzionati».

Le caselle di posta sono bersagliate giornalmente da messaggi di phishing, ossia da tentativi di truffa online. Molte email finiscono direttamente nella cartella spam, che raccoglie automaticamente i messaggi sospetti, ma anche di carattere commerciale/pubblicitario. Qualcuno, però, riesce ad aggirare questo filtro. I truffatori del web fanno affidamento proprio su questo e sugli utenti più distratti.

Le altre truffe su WhatsApp
Quando un servizio di messaggistica raggiunge il miliardo di utenti attivi è da mettere in conto il fatto che possa far gola a centinaia di truffatori. WhatsApp è stato preso di mira più volte. Qualcuno ricorderà, per esempio, i finti coupon della finta Zara: scopo del raggiro, raccogliere dati e collezionare iscrizioni a servizi a pagamento attraverso la promessa di un buono da 150 euro, consegnato in cambio della partecipazione a un sondaggio. Zara ha ovviamente preso le distanze da tutto questo.



Immancabile la catena di Sant’Antonio relativa a una finta scadenza del servizio di WhatsApp, accompagnata da un messaggio con un pallino blu. A chi interessa diffondere informazioni del genere? Qualcuno lo fa per scherzo, altri invece cercano di boicottare l’applicazione, con l’obiettivo di rallentare il servizio intasando i server.



La mail resta comunque uno dei mezzi di diffusione di malware preferiti. Noto il caso del messaggio che si riferisce a un inesistente “articolo 13.3” delle condizioni del servizio offerto da WhatsApp: il truffatore lo inoltra a diversi contatti e numeri di telefono nella speranza che qualcuno inserisca le sue credenziali di accesso, prendendo così in ostaggio l’account del malcapitato per usarlo a suo piacimento. 


Gli sms non li usa quasi più nessuno, eccezion fatta per chi prova a fare phishing. In passato, gli smartphone degli utenti sono stati raggiunti da richieste di rinnovo dell’abbonamento attraverso il pagamento di 89 centesimi. Prima del gennaio 2016, mese in cui il servizio è diventato ufficialmente gratuito, molte persone hanno abboccato. Cliccando su un link, infatti, gli utenti si sono ritrovati di fronte a una richiesta di inserimento dei dati della propria carta di credito. 



Esiste una sola applicazione ufficiale di WhatsApp. La parallela WhatsApp Gold, in realtà, non esiste. Spacciata come versione speciale del servizio, il suo fantomatico link di attivazione causa una seriale apertura di collegamenti che scaricano virus o software che rubano i dati agli utenti. 



Lo slogan di WhatsApp, l’applicazione ufficiale, è «Semplice. Sicura. Messaggistica affidabile». Il problema è tutto quello che le gravita attorno.

Twitter @Simone_Vazzana

Android guadagna quote di mercato, ma i profitti sono tutti di Apple

La Stampa
andrea nepori

Le vendite di iPhone scendono, l’azienda californiana riporta un consuntivo in calo per il 2016 e Android guadagna ancora terreno. Ma i profitti del settore smartphone sono ancora tutti di Cupertino



Con buona pace di chi lo aveva già dato per saturo, il mercato degli smartphone è cresciuto del 6% nel corso del terzo trimestre del 2016, grazie soprattutto all’apporto dei mercati emergenti. Un risultato che, secondo i numeri diffusi dall’agenzia Strategy Analytics, ha avvantaggiato soprattutto Android. Le quote di mercato del robottino verde sono cresciute, passando dall’84,1% all’87,5%. A farne le spese sono soprattutto le piattaforme minori come Windows e Tizen di Samsung, relegate a un irrilevante 0,3%. 

iOS in calo, cresce Android
Anche la quota di mercato di iOS (iPhone + iPad) si restringe e passa dal 13,6% del terzo trimestre 2015 al 12,1% dello stesso periodo nel 2016, assestandosi su un valore analogo a quello registrato nel 2014. La colpa è da attribuire principalmente al mercato cinese, dove la congiuntura economica sfavorevole e la crescita di nuovi contendenti locali, come Oppo, e globali, come Huawei, hanno complicato una strategia di espansione in cui Tim Cook ha investito molto nel corso degli ultimi anni.
«La dominazione di Android sul mercato globale appare impossibile da assaltare al momento», ha spiegato Woody Oh, Direttore alla Strategy Analytics. «I suoi servizi low-cost e la natura user-friendly del software continuano ad attrarre i produttori di hardware, gli operatori e i consumatori di tutto il mondo».

Android: i punti critici
Le caratteristiche che facilitano l’acquisizione di quote di mercato da parte di Android, sono anche la causa delle maggiori criticità della piattaforma, ovvero la frammentazione e la difficoltà nel generare profitti per i produttori partner. Impossibile ignorare, inoltre, il peso strategico dei nuovi smartphone della serie Pixel, con cui Google sta esplorando una nuova visione che unisca hardware e software, rischiando però di alienarsi quegli alleati - Samsung in testa - che hanno contribuito e continuano a contribuire alla popolarità di Android. 

Apple piglia tutto
L’aspetto dei profitti è importante, perché dipinge un quadro molto diverso da quello che si potrebbe ricavare dalla semplice analisi delle quote di mercato. Secondo i numeri dell’analista Tim Long, di BMO Capital Markets, Apple ha incassato il 103,6% dei profitti del mercato nel corso del terzo trimestre, nonostante il calo delle vendite di iPhone nel primo anno di decrescita dell’azienda dal 2001 ad oggi. Non è un errore: nel conteggio totale, infatti, vengono contabilizzate con percentuali negative anche le perdite della maggior parte dei concorrenti, contribuendo così allo sforamento del 100% da parte di Cupertino. 

A Samsung, in seconda posizione, va soltanto lo 0,9% dei profitti totali del settore. Sempre meglio dei risultati di LG e HTC, le cui divisioni smartphone hanno registrato nuove perdite nel corso del terzo trimestre. Long fa notare che lo scorso anno, nello stesso periodo, Apple aveva conquistato il 90% dei profitti (secondo altri analisti fino al 94%). Grazie ai risultati più deboli di Samsung Cupertino ha potuto superare per la prima volta la soglia del 100%, di fatto guadagnando da sola più di tutti i concorrenti messi assieme.

Gioco a tre
Le quote del mercato smartphone suddivise per produttore sono più facili da sposare con il dato sui profitti, difficile invece da coniugare con la posizione minoritaria della piattaforma iOS. Al primo posto, con una fetta del 21,7%, c’è ancora Samsung, che tuttavia ha ceduto quote a seguito della debacle del Galaxy Note 7. Seguono Apple con il 13,2% e Huawei, che grazie ad enormi investimenti e un ambizioso piano di espansione (che passa anche per l’Italia) ha conquistato il 9,7% del mercato globale.

"Basta con il cognome del padre". La Consulta decide sull’ultimo tabù Martedì l'udienza sul ricorso di una

repubblica.it
di MARIA NOVELLA DE LUCA

Martedì l'udienza sul ricorso di una coppia che voleva dare al figlio anche il nome della madre, scelta fino a oggi impossibile

"Basta con il cognome del padre". La Consulta decide sull’ultimo tabù

L'hanno chiamata la "battaglia del cognome materno", se ne discute da 40 anni, ma finora le donne hanno sempre perso. Quando nasce un bambino, in Italia, qualunque sia la volontà dei genitori, il suo cognome sarà sempre e soltanto quello del padre. Pater familias. Sangue e discendenza. Così, nei secoli. Come se il diritto al "nome della madre", nonostante migliaia di ricorsi, e una sentenza contro l'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, fosse qualcosa di superfluo, non fondamentale, insomma rinviabile. E la legge che finalmente sancisce la possibilità per i figli ad avere entrambi i cognomi, approvata alla Camera nel 2014, langue da due anni nei cassetti del Senato. (L'unico modo per ottenere il doppio cognome è quello di fare richiesta al Prefetto, come si fa, ad esempio, quando il proprio cognome è ridicolo o offensivo. Ma la concessione è, appunto, a discrezione del Prefetto).

Tra due giorni però la Consulta dovrà tornare ad esprimersi sulla "battaglia del nome materno", con una sentenza che potrebbe definire incostituzionale l'attuale "automatismo" della nostra legge, per cui ad ogni bambino viene imposto, di prassi e senza appello, il nome del padre. Un tema che tocca radici profonde, al di là dell'aspetto burocratico, il senso di identità e la parità, e forse per questo è oggetto di tanta resistenza. Eppure già in una sentenza della Corte Costituzionale del 2006, il sistema attuale veniva definito "retaggio di una concezione patriarcale della famiglia e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con il valore costituzionale dell'uguaglianza uomo donna". Anche se, in quel caso, la Consulta aveva poi concluso che toccava al Parlamento riscrivere la legge per superare quella discriminazione. Sono passati dieci anni e praticamente nulla è accaduto.

Il caso che potrebbe finalmente attuare la rivoluzione del cognome materno, nasce dal ricorso di una coppia italo-brasiliana residente a Genova, che aveva chiesto di poter registrare il proprio bambino con il doppio cognome. Sia in virtù di un concetto di parità, ma anche per armonizzare la condizione anagrafica del piccolo, che ha la doppia cittadinanza, tra il Brasile dove è identificato con il nome materno e paterno, e l'Italia dove ha soltanto il cognome del padre. Ma la richiesta della coppia, assistita dall'avvocata Susanna Schivo, era stata respinta, per quella "norma implicita" secondo la quale ai figli nati nel matrimonio va attribuito soltanto il cognome paterno. (Diverso il caso delle coppie di fatto, dove il bimbo se non viene subito riconosciuto dal genitore, ha automaticamente il nome della madre).

"È incredibile che l'Italia sia così indietro su questi diritti, l'inerzia delle istituzioni dimostra quanto il patriarcato sia ancora profondo nel nostro paese", spiega Antonella Anselmo, avvocata e componente della "Rete per la parità", associazione fondata da Rosa Oliva, prima donna prefetto in Italia. "La Consulta deve dichiarare incostituzionale la discriminazione della madre nell'attribuzione del cognome. È un fatto di enorme portata simbolica ed educativa. Come possiamo insegnare ai giovani la parità, il rispetto dei generi, se comunque lo Stato alla nascita li identifica soltanto con il nome del padre? E l'Italia è rimasta tra gli ultimi paesi in Europa a difendere questo baluardo di maschilismo...". Sappiano che la forma è sostanza. Ma le resistenze sono forti. Basta ripercorre l'incredibile storia parlamentare delle dieci proposte di legge mai approvate, e dei tanti interventi di deputati (maschi) che invocavano in aula il "diritto del sangue", o l'identificazione della famiglia con il padre.

In realtà, invece, le battaglie di tante coppie per il doppio cognome sono state spesso portate avanti in assoluta armonia tra entrambi i genitori. Come nel caso, famoso, di una coppia milanese, Luigi Fazzo e Alessandra Cusan, che alla nascita della loro prima figlia Maddalena, chiesero di poterla registrare con i nomi materno e paterno. "Naturalmente ci risposero di no", ricorda oggi Luigi Fazzo, avvocato, "ma dopo quel "no", noi abbiamo continuato a combattere in nome di un diritto civile, che ci ha portato fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo". Si deve infatti alla tenacia di Luigi Fazzo e Alessandra Cusan se nel 2014 Strasburgo ha condannato il nostro paese, accusato di "violare il divieto di discriminazione tra uomo e donna", con la normativa che impedisce la trasmissione del cognome materno e impone quello paterno. Una condanna così netta che il Parlamento ha finalmente votato nel 2014 una legge, oggi arenata al Senato.

"Quella battaglia noi l'abbiamo persa - dice Fazzo - e così abbiamo dato ai nostri tre figli il doppio cognome per via amministrativa. Ma è evidente che la legge deve cambiare, l'Italia su questo fronte è ormai fuori tempo massimo".

Muore un altro clochard a Milano, trovato in una tenda alle spalle del dormitorio pubblico

repubblica.it

Dopo l'uomo morto per malore a Bonola, ancora un caso in città. L'allarme dato dalla compagna: i due dormivano in una canadese nei giardinetti di viale Ortles

Muore un altro clochard a Milano, trovato in una tenda alle spalle del dormitorio pubblico
La tenda dove il senzatetto dormiva con la compagna (fotogramma)

Un senzatetto di 53 anni è morto la notte scorsa in parchetto alle spalle del dormitorio di viale Ortles, a Milano. Ed è il secondo caso in due giorni. Ad accorgersi del decesso è stata la compagna, un polacca di 48 anni, che ha dato l'allrme al 118. Erano le 2.30 di notte, ma all'arrivo dei soccorsi non c'era già più nulla da fare: la probabile causa della morte è un infarto e non il freddo, come era stato detto in un primo momento. Della vicenda sono stati interessati i carabinieri.

Il 53enne era di Vittoria, nel Ragusano, dormiva, insieme alla compagna, in una tenda canadese montata nei giardinetti di viale Ortles all'angolo con via Calabiana. Il Comune spiega che l'uomo aveva abbandonato il dormitorio di viale Ortles il 3 ottobre, dopo aver passato nel centro un anno. Ancora l'amministrazione spiega che gli assistenti sociali gli avevano proposto di rimanere nel dormitorio fino a novembre in attesa di trovargli una nuova sistemazione, ma lui aveva rifiutato. Non si conoscono le ragioni della scelta

Poche ore prima un altro senzatetto era stato trovato morto a Bonola. L'uomo era stato trovato alle 8.30 di sabato mattina in un giaciglio di cartoni nel vano scale all'esterno
di un centro commerciale. Secondo la prima ricostruzione fatta dalla polizia, anche in questo caso il decesso è da attribuirsi a un malore. "Era conosciuto dalle unità mobili notturne di Croce Rossa, City Angels e Milano in azione che, coordinate dal centro aiuto stazione Centrale, monitorano quella parte della città", avevano fatto sapere i Servizi sociali del Comune nell'esprimere profonda tristezza e cordoglio per la morte dell'uomo

Dalla Bianchina all’Aston Martin Lagonda Ecco le dieci auto più brutte mai costruite

Corriere della sera

di Giosué Boetto Cohen
Perché sono state prodotte? E soprattutto: perché qualcuno ha avuto il «coraggio» di comprarle?

Bianchina berlina quattro posti

A distanza di anni è facile domandarsi come certe automobili possano essere entrate in produzione. Aver destato interesse sui tavoli da disegno, superato le riunioni del «centro stile» e quelle con l’amministratore delegato. Peggio ancora, per quale ragione la gente le abbia acquistate. Talvolta con entusiasmo. Ma nel tempo in cui queste decisioni venivano prese, molti fattori influenzavano il lavoro dei progettisti, da quelli di ordine tecnico (l’evoluzione delle macchine utensili, per esempio) a quelli di natura commerciale, o giuridica (per esempio le nuove norme in materia di sicurezza). Cerchiamo quindi di essere magnanimi nello stilare questa improbabile classifica, che saltando arbitrariamente tra le epoche e le marche, contiene alcune verità, ma è probabilmente viziata dal gusto personale. Differentemente non potrebbe essere: l’automobile – anche nel 2016 - resta una delle emanazioni più dirette del nostro «io».



Non si può che partire dalla tremenda Bianchina di fantozziana memoria. Fu costruita dall’Autobianchi tra il 1957 e il 1969 in complessivi 320.000 esemplari. Non bella era soprattutto la versione berlina. Perché? Aveva una forma poco definita, con quel padiglione sproporzionato per fare entrare i quattro passeggeri. E una serie di leziosità un po’ ridicole (a cominciare dalle codine) . Mezzo secolo dopo, la spartana Cinquecento è un’icona, la Bianchina al massimo ci fa sorridere.

Austin 1800

Anche i geni possono sbagliare. E’ quanto è capitato ad Alec Issigonis, il papà della Mini Minor, nel 1964, con la Austin 1800. Il successo della Mini e della A40 era stato tale che il board della BMC seguì ciecamente il suo progettista anche nel segmento superiore. Ma soluzioni d’avanguardia e interni spaziosi non bastano per fare una bella berlina. Che infatti fu un fiasco. Tre anni più tardi Pininfarina propose uno studio aerodinamico sulla stessa meccanica, una forma dieci anni in anticipo sui tempi. L’ingegner Issigonis ne fu entusiasta, non così il management della BMC. Il disegno rivoluzionario nato a Torino sarebbe risuscitato solo nel 1974, nelle forme della Citroen CX.



Renault 12

E’ stata un successo, si potrebbe dire, da world-car. Ma oggi è ancora più inguardabile che nel 1969, quando uscì dalle linee di montaggio in Francia. E poi da quelle in Spagna, Portogallo, Irlanda, Romania, Messico, Sud America, perfino l’Australia, per oltre quattro milioni di esemplari. Qualcuno ebbe il fegato di comprarla in Canada e Stati Uniti. Cosa piaceva di questa tre volumi dal sedere spigoloso e cascante? L’essere proprio una tre volumi, con un grande bagagliaio, tanto spazio dentro, una meccanica robustissima. Scusate se è poco, verrebbe da dire. In fondo anche la nostra Fiat 128 (diretta concorrente) sembrava un cappello con le ruote.



Simca 1000

Continuiamo a infierire sull’industria d’oltralpe. La Simca 1000 è un altro esempio di design funzionalista che, a prima vista, concede poco all’occhio. Nonostante porti la firma di due illustri stilisti: Mario Revelli di Beaumont e Mario Boano. Prodotta dal 1961 per ben diciassette anni, ebbe successo anche in Italia e vendette quasi due milioni di esemplari. Un risultato notevole per l’epoca. Nata da un progetto congiunto Fiat-Simca, riprendeva lo schema semplice ed economico delle «tutto dietro» , inaugurato dal Maggiolino, seguito da molte Renault e dalle piccole Fiat di Giacosa.



Alfa Romeo 155

E’ nell’opinione comune (ma anche di qualche top manager) una di quelle auto che non avrebbe dovuto nascere. Soprattutto col marchio Alfa. Costruita dal 1992 al 1998 in pieno periodo Fiat, fu la vettura che diede il colpo di grazia allo stabilimento di Arese. Peraltro di Alfa aveva davvero poco. Pianale della «Tipo» rinforzato, un disegno dei più anonimi, meccanica tutta torinese che abbandonava la trazione posteriore, compresi il celebre ponte De Dion con blocco cambio-differenziale. I clienti Alfa si sentirono un po’ a disagio, e non solo per la plastica e i vellutini «cheap»degli interni. Ma era già successo a quelli della Lancia (che sarebbero finiti peggio). Il marchio del Biscione, con la 155, uscì di fatto dal mercato internazionale delle berline sportive.



Aston Martin lagonda

Si può essere brutte anche costando una montagna di denaro. E’ il caso della Aston Martin Lagonda, limousine di piccola serie costruita in 645 esemplari tra il 1976 e l’89. Se qualcuno ha dei dubbi può confrontarla con quello che la Casa era stata in grado di fornire a James Bond negli anni ’60 (grazie anche alla collaborazione con il carrozziere milanese Touring). La linea schiacciata della Lagonda , che qualcuno soprannominò la sogliola d’Oltremanica, non ebbe successo in Occidente. Gli interni erano supertecnologici, ma funzionavano male (come moti gadget dell’epoca). Le prenotazioni vennero soprattutto dagli sceicchi arabi.



Lancia Delta seconda serie

Vero è che migliorare un capolavoro è un’impresa impossibile. E tale era la Delta di Giorgetto Giugiaro. Un’auto che se ci fosse oggi, appena appena ritoccata, faremmo la fila per comprarla. Ma la Delta serie 2 del 1993-1999 - più che un’auto brutta, è una gigantesca occasione mancata. Tanto il patrimonio di modernità, di stile, di successo sportivo della prima serie era stato dilagante, tanto la vettura che seguì pareva ordinaria e priva di appeal. Chiusa anche lei in logiche industriali improntate al massimo risparmio (era strettamente imparentata con la Tipo e la lancia Dedra), ha contribuito in modo determinante ad affossare lo storico marchio.



Nsu Prinz

Dopo alcune brutture recenti, una pagina storica. Ma con beneficio di inventario, perché in realtà la NSU Prinz, utilitaria tedesca prodotta tra il 1957 al ’73, doveva la sua linea ad una lontana cugina d’America, la Chevrolet Corvair. Pantografata al minimo, ovvio. Come alcuni ricorderanno, il disegno a doppio guscio della Corvair fu ripreso anche dalla Fiat per le sue berline 1300-1500. E da una parte e dall’altra dell’Atlantico questa linea curiosa a sandwich, con il tetto a pagoda, ottenne consensi. Non è ben chiaro cosa fruttò, alla piccola Prinz, la sua nomea negativa. Forse il fatto che fosse – un po’ come la Bianchina – leziosa. Un “voglio, ma non posso” che, se di colore verde, si diceva addirittura che menasse gramo.



Alfa Romeo Arna

Dicono che persino i Vigli Urbani di Milano si vergognassero. Perché guardare la Arna e pensare al blasonato scudo del Biscione (anche senza più la scritta Milano) faceva male al cuore. Sono nella memoria di tanti le vicende dell’accordo Alfa-Nissan, una alleanza planetaria di cui si senti parlare a lungo, tra entusiasmi e timori, alla fine degli anni ’70. Il parto della montagna avvenne nel 1983 con la Arna, una due volumi con la carrozzeria della “Cherry” nipponica e la meccanica Alfasud. L’auto era nata vecchia e non rifletteva l’immagine di marca. Per fortuna, dopo solo tre anni, l’incubo era finito e le Arna sparirono velocemente dal mercato. Tranne quelle nel piazzale dei Vigili Urbani.



Fiat Duna

Chiudiamo con un luogo comune. Per molti italiani è la pietra di paragone, l’auto più brutta di sempre. La Fiat Duna, tre volumi compatta del 1987, sembra una “Uno” con la coda, ma è più legata alla 127 brasiliana in quanto a pianale e meccanica. E’ stata infatti concepita per il mercato sudamericano e solo successivamente proposta in Europa. In questa chiave si può spiegare – forse – la sua oggettiva bruttezza. La sindrome del bagagliaio nelle berline piccole e povere sembra incurabile: dalla Duna alla Brava, dalla Renault Classic alla Dacia Logan. Quel metro cubo di spazio chiuso, così gradito nei mercati emergenti, così discreto perché nessuno veda cosa c’è dentro, è una maledizione alla quale, da noi, è impossibile sfuggire.