giovedì 10 novembre 2016

Conad, ritira dal mercato il gorgonzola: "È presente un batterio pericoloso"

Anna Rossi - Gio, 10/11/2016 - 11:35

La Conad, con una nota ufficiale sul suo sito, ha comunicato a tutti i suoi clienti il ritiro immediato del gorgonzola Dop della linea Sapori & Dintorni. Nel prodotto è presente la Listeria monocytogenes, un batterio che causa infezioni intestinali



Continuano le allerte alimentari, dopo il prosciutto cotto, le vongole e la farina, la Conad ritira dal supermercato il gorgonzola della linea Sapori & Dintorni.

Con una nota sul sito sito, la Conad ha comunicato ai suoi clienti che ritira, in via precauzionale, il formaggio Gorgonzola dolce DOP della linea Sapori & Dintorni che si trova nella confezione da 200 grammi. L'azienda spiega che nel prodotto potrebbe esserci la Listeria monocytogenes, un batterio molto resistente in grado di provocare infezioni intestinali anche gravi.

Il ritiro immediato riguarda i punti vendita di tutta Italia e si riferisce al prodotto con scadenza il 19/11/2016 e con numero di lotto 16279048. L'azienda, che neanche 10 giorni fa aveva ritirato un altro prodotto (le Vongole veraci di Goro ndr) per la presenza di un altro batterio l’Escherichia coli, si scusa e assicura il rimborso o il cambio del prodotto.

Ecco tutte le province interessate al richiamo dell'azienda: Ancona, Arezzo, Avellino, Belluno, Benevento, Bergamo, Brescia, Caserta, Catanzaro, Como, Cosenza, Cremona, Crotone, Ferrara, Forlì-Cesena, Frosinone, Gorizia, Latina, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e Brianza, Napoli, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Pesaro e Urbino, Piacenza, Pordenone, Potenza, Ravenna, Reggio Calabria, Reggio Emilia, Repubblica San Marino, Rieti, Rimini, Rovigo, Salerno, Sondrio, Terni, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Vibo Valentia, Viterbo.

Il signor Finocchio può cambiare cognome, via libera del prefetto di Bari: "E' ingiurioso"

repubblica.it
di FRANCESCA RUSSI

L'istanza presentata a giugno da un cittadino che ha dimostrato di essere preso di mira: il cognome sarà trasformato in Fino. Il consigliere comunale Pasquale Finocchio: "Io ne sono orgoglioso"

Il signor Finocchio può cambiare cognome, via libera del prefetto di Bari: "E' ingiurioso"

Mai sottovalutare l'importanza di chiamarsi con il nome giusto. Sicuramente non lo ha fatto il signor Finocchio. Il cittadino, residente nel barese, ha preso carta e penna e ha scritto alla prefettura di Bari. Un'istanza presentata a giugno per chiedere di cambiare il suo cognome oggetto probabilmente di ironie e sfottò. Nel giro di pochi mesi è arrivata la risposta ufficiale della Prefettura di Bari: ok alla modifica del cognome. Da Finocchio a Fino.

Il documento dell'Area II - Stato civile del palazzo di governo non lascia spazio a dubbi. "Il prefetto della Provincia di Bari, vista l'istanza con la quale il signor Finocchio ha chiesto il cambio del proprio cognome da Finocchio a Fino perché considerato ridicolo e vergognoso e ritenuta l'istanza meritevole di considerazione in quanto le motivazioni addotte sono significative e la documentazione risulta adeguata, decreta l'autorizzazione a pubblicare l'avviso". Il cittadino che cambia cognome, infatti, è tenuto a far pubblicare dall'Anagrafe del proprio Comune di nascita e di residenza l'avviso per un periodo di tempo di trenta giorni. Una procedura, simile a quella adottata per i matrimoni, necessaria a eventuali opposizioni alla domanda.

Ebbene, salvo impedimenti, il signor Finocchio diventerà il signor Fino. Lasciandosi alle spalle quel cognome "pesante" al centro di insulti e battute. Del resto la legge consente a qualunque cittadino, dietro presentazione di regolare domanda alla Prefettura, di cambiare il cognome proprio perché ridicolo o vergognoso. Spesso in Prefettura a Bari arrivano richieste per la modifica di una o più lettere del cognome dovute a errori di trascrizione, ma qualche volta ci sono i casi di nomi o cognomi di cui ci si vergogna e che vengono accolti.

Non la pensa così, però, l'omonimo vicepresidente del consiglio comunale di Bari Pasquale Finocchio che di quel cognome ha fatto la sua forza ribaltandone l'ironia e cancellando ogni ombra omofoba dalla parola "finocchio". I suoi manifesti elettorali, infatti, divenuti un cult da anni, lo hanno premiato: il suo faccione in primo piano con lo slogan "Finocchio, vota uno come te" lo hanno portato ancora una volta nel 2014 tra gli scranni di Palazzo di Città con il centrodestra. "Non ho mai avuto problemi con il mio cognome - racconta il consigliere comunale - anzi, la prendo a ridere, sono nato così e così morirò, ne sono orgoglioso e non a caso ho sfruttato lo slogan ironico per la campagna elettorale: il manifesto è lo stesso da 25 anni. Nella vita bisogna ridere".

E a proposito di "Finocchio"
le cronache calcistiche raccontano di un episodio, avvenuto nel 2011, in un campionato primavera dell'Emilia Romagna dove un allenatore fu espulso per aver gridato ripetutamente a un giocatore "Finocchio, mettila fuori", invitandolo a mettere in fallo laterale il pallone per permettere i soccorsi a un altro calciatore: l'arbitro lo aveva considerato un insulto ma non aveva fatto caso al cognome del giocatore che si chiamava proprio Finocchio.

Per la libertà di cognome per i figli

La Stampa
linda laura sabbadini



Lo sapete come si fa nel nostro Paese a dare il nome della madre o di tutti e due i coniugi ai propri figli?
È complicato.

Quello del padre va in automatico, per obbligo, bisogna prima accettarlo, poi iniziare una lunga trafila burocratica: richiesta al prefetto, argomentazione dettagliata del perché lo si vuole cambiare, il prefetto valuta se la richiesta è meritevole di essere presa in considerazione e emette il decreto dopo una serie numerosa di incombenze burocratiche. E’ il prefetto ad avere l’ultima parola. E questo che vuol dire? Che non è un diritto scegliere il doppio cognome o quello di uno dei due coniugi, ma una concessione. Possibile che in un Paese democratico come il nostro permanga ancora l’obbligo del cognome paterno per i figli e le figlie?

Possibile che sono passati 30 anni e il Parlamento non è riuscito a garantire un criterio semplice di uguaglianza tra i coniugi? Così come è stata fissata la comunione dei beni automaticamente, salvo altra decisione dei coniugi, nel lontano 1975, perché non è stato fatto lo stesso con il doppio cognome automatico, salvo altra decisione dei coniugi? E’ a dir poco scandalosa questa situazione, sembrerebbe una barzelletta, visto che siamo gli unici in Europa in cui emerge la supremazia maschile nella trasmissione del cognome ai propri figli. Eppure da Strasburgo avevano parlato chiaro. Dovevamo adeguare il nostro ordinamento alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio del 2014.

La Corte aveva richiamato l’art. 14 e l’art. 8 della Convenzione Europea sui diritti dell’uomo. Aveva sottolineato che l’attribuzione automatica del cognome del padre rappresentava una chiara discriminazione basata sul sesso. Ciò era avvenuto in seguito ad una richiesta di due coniugi di Milano, che nel 2006 avevano denunciato le leggi italiane, perché rendevano pressoché impossibile scegliere il cognome dei figli. Ma questa posizione della Corte di Strasburgo era stata l’ultima di una serie di raccomandazioni rimaste inascoltate dal nostro Paese.

Il Consiglio d’Europa si era già espresso chiaramente, sia nel 1995 che nel 1998 in relazione alla piena realizzazione dell’«uguaglianza tra madre e padre nell’attribuzione del cognome dei figli». E poi era arrivata anche la posizione della Corte di Cassazione nel 2004 e della Corte Costituzionale nel 2006 che aveva dichiarato, nella sentenza n. 61, che il sistema dell’attribuzione del cognome paterno in Italia era un «retaggio di una concezione patriarcale della famiglia la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna». Una presa di posizione molto netta con cui sono molto d’accordo.

Per questo spero, come sperano tante donne di questo Paese, nel verdetto della Corte Costituzionale dell’8 novembre. Il Parlamento non è riuscito in 30 anni a legiferare su questo. Bene, anzi male, intervenga la Corte Costituzionale. Le donne sono in attesa da anni. E’ una questione di diritti. Le donne, soprattutto, sperano che il verdetto non rinvii di nuovo ad un Parlamento, che non è riuscito per decenni a risolvere il problema. Siamo stanche dei rinvii. A mali estremi, estremi rimedi. Chiudiamo un capitolo di inciviltà, ultimi in Europa. Speriamo nella Corte Costituzionale, vista la posizione precedentemente presa. Attendiamo con fiducia l’8 novembre, ci aspettiamo che sia ristabilita l’uguaglianza tra madre e padre in automatico. 

Il caso dell’istituto di studi africani Buchi nei conti, tesori negli scatoloni

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

L’IsIAO aveva su un patrimonio inestimabile: una raccolta artistica e archeologica proveniente soprattutto dalle esplorazioni di Tucci in Tibet tra gli anni 20 e 50

Scatoloni abbandonati all’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente

«Assolutamente scandaloso». L’ambasciatore Antonio Armellini non è certo diplomatico nella lettera con cui si dimette da commissario liquidatore dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente. Era un tempo tra i nostri enti culturali più antichi e autorevoli: l’han ridotto a un indebitatissimo carrozzone. E reso quasi impossibile la sua salvezza strozzando ogni sforzo di rilancio in un cappio burocratico, appunto, «scandaloso».
La storia
Nato nel 1995 dalla fusione dell’Istituto Italo-Africano del 1906 e dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente fondato nel ‘33 dal filosofo Giovanni Gentile e dall’orientalista Giuseppe Tucci, l’IsIAO poteva contare su un patrimonio enorme: una raccolta artistica e archeologica inestimabile proveniente soprattutto dalle esplorazioni di Tucci in Tibet tra gli anni Venti e i Cinquanta, una biblioteca piena zeppa di libri e documenti sui decenni di presenza italiana in Africa, un museo che traboccava di pezzi di grande valore a testimonianza del nostro passato.
La biblioteca è chiusa dal 2011
La collezione, passata al Polo Museale del Lazio, è oggi a palazzo Brancaccio: salva, fortunatamente. Il museo africano è chiuso dagli anni Settanta coi pezzi sparsi in cinque (cinque!) sedi diverse. La biblioteca, a dispetto delle invocazioni degli studiosi, è chiusa dal 2011. Tutta colpa dei tagli ai bilanci ma anche, stando alla verifica ispettiva del ministero dell’Economia che denunciò nel 2010 «ben 27 rilievi contabili di cui 14 segnalati alla Procura regionale» di una gestione sventurata e personalistica sfociata in un buco spropositato nei conti. Al punto che Unicredit, un giorno, decise la chiusura unilaterale della fideiussione bancaria.
Uno spreco
Uno spreco, scrisse Sergio Romano quando scoppiò il bubbone: «Mentre nelle relazioni politiche vi è quasi sempre un vinto e un vincitore, nelle buone relazioni culturali vi sono sempre due vincitori. Creando rapporti di amicizia e collaborazione in tutti i Paesi in cui ha operato, l’Isiao ha avuto una straordinaria influenza sull’immagine culturale dell’Italia». Andava dunque salvato perché liquidandolo «non faremmo un risparmio. Butteremmo via un investimento».
Liquidazione
E proprio da quell’idea, dice una relazione del 2012, era partito Antonio Armellini, scelto come commissario liquidatore dopo essere stato collaboratore agli Esteri e a Palazzo Chigi di Aldo Moro, portavoce a Bruxelles di Altiero Spinelli, ambasciatore in Algeria, in India, all’Ocse: «Patrimonio culturale, attività, contatti ecc. di questo Istituto rappresentano una ricchezza che sarebbe stolto disperdere». La Liquidazione coatta amministrativa, decisa a fine 2011, era un passaggio obbligato.

Marcato dalla scoperta di un «forte degrado amministrativo e funzionale», dalla scomparsa in quelle settimane del presidente-padrone Gherardo Gnoli e del suo braccio destro Umberto Sinatti, dal fatto che «nessuno fra i restanti 18 dipendenti» (che non prendevano stipendi da un anno e sarebbero finiti a carico della Farnesina) era in grado di aiutare «lo scrivente di fare luce sulla situazione amministrativa». Non bastasse, si trattava della «prima liquidazione coatta di un Ente pubblico non economico» quindi tutti «si muovevano sulle uova in una terra incognita».
«Buco» di oltre 5 milioni
«Scavando fra montagne di carte in disordine», scrive Armellini nella lettera in cui sbatte la porta, venne fuori di tutto. Che «molta della documentazione necessaria» per capire i bilanci reali «era o introvabile o distrutta». Che il buco dell’istituto era «pari a euro 5.217.909». Che c’erano circa trecento creditori. Che esistevano «sedi periferiche» di improbabile utilità a Milano e Ravenna (ora chiuse) e addirittura una «fantasma» a Fano senza «avere svolto attività». Che moltissimo materiale dell’archivio era «abbandonato da decenni in scatoloni senza identificazione certa». Che il recupero dei crediti, già arduo, era «reso molto più gravoso dalle gravi insufficienze della documentazione che si è riusciti a reperire agli atti».
Un disastro
A farla corta: un disastro. Eppure, insiste la relazione, «il patrimonio costituito dai beni indisponibili dell’IsIAO rappresenta una risorsa importante per il Paese: una delle biblioteche specialistiche più importanti d’Europa, collezioni museali di valore assoluto, un Museo abbandonato da decenni che potrebbe diventare uno straordinario Quai Branly italiano». Nella scia, per capirci, dell’affascinante «museo delle arti primitive o delle arti e civilizzazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe» che sorge a Parigi. Un’opportunità non solo culturale ma che potrebbe «costituire uno strumento di soft policy di grande efficacia per un Paese che attribuisca valore strategico allo sviluppo delle relazioni con due Continenti — l’Africa e l’Asia — sempre più al centro degli equilibri mondiali». Proprio come ha sempre ritenuto Giorgio Napolitano, il primo dei «tifosi» del progetto quando era al Quirinale.
Resistenze, ottusità e pigrizie
Bisognerebbe crederci, però. Ed è lì invece, a leggere la relazione, che le cose si sono impantanate. A parole, per carità, tutti d’accordo. Compresi sindaci su sponde diverse come Gianni Alemanno e Ignazio Marino, pronti a «partecipare ad una operazione di rilancio paritetica, rinunciando al consistente credito che il Comune stesso vantava nei confronti dell’IsIAO per canoni di locazione». L’idea d’una «cessione a titolo oneroso della concessione dei beni indisponibili», primo «esempio concreto di gestione pubblico-privata di un bene culturale» ci mise quasi quattro anni, però, a essere approvata. Dopo di che sono venute a galla le resistenze, le ottusità, le pigrizie di una burocrazia che «tira a campa’». Per non dire della «svista» di lasciar decadere per qualche mese il commissario... Che fretta c’era mai?
Un calvario
Un calvario. Il 7 gennaio scorso, finalmente, ecco la fase operativa: da allora, però, «la Liquidazione Coatta Amministrativa è in attesa che un esperto, nominato su designazione dell’organo di controllo, consegni una perizia relativa alla determinazione del canone concessorio dei beni in questione, indispensabile per l’espletamento della gara/lettera d’invito». Una semplice perizia sul canone. Sì, ciao. E qui la denuncia del commissario diventa durissima: «Non credo valga la pena ripercorrere qui l’iter delle numerose richieste, solleciti, assicurazioni fatte e ricevute negli ultimi mesi, sempre senza alcun esito concreto. Mi limito a dire che ritengo assolutamente scandaloso che una procedura ad evidenza pubblica

attentamente vagliata, ed autorizzata da tutte le parti istituzionali coinvolte, sia stata nei fatti paralizzata dall’impossibilità di ottenere dall’esperto all’uopo designato una perizia essenziale per il suo svolgimento. Trovo altresì incredibile, per usare un understatement, come una Amministrazione che non si stanca di indicare quella pubblico-privata come la via maestra per la tutela dei beni culturali del Paese, nei fatti ne renda in questo caso impossibile l’attuazione». Basta, inutile andare avanti: «Ecco perché ritengo dovute le mie irrevocabili dimissioni». Sono passati, da quando è stata spedita la lettera, vari giorni. Silenzio. E il museo e la biblioteca? Boh...

Christine, la soldatessa che si rifiutò di abbandonare il gattino in Afghanistan

La Stampa
fulvio cerutti



In battaglia o in zone di guerra non si abbandona mai il compagno in difficoltà. Così ha fatto Christine Bouldin che si è rifiutata di abbandonare al suo destino un gattino trovato randagio in Afghanistan.

Lei e Felix, questo il nome del peloso, si sono incontrati nel 2008. La soldatessa aveva visto una gatta e il suo micetto aggirarsi intorno alla loro base militare. Incuriosita dalla coppia, la donna ha scoperto che il più piccolo dei due aveva delle orecchie sproporzionate per il suo corpo, così grandi da farlo sbandare quando camminava. 

«Non avevo mai visto un gatto del genere - racconta ai media statunitensi la militare -. Mi dispiaceva vederlo in quelle condizioni: non riusciva a stare in piedi, ogni passo rischiava di capovolgersi». Quel gattino, che lei poi ha chiamato Felix, in realtà soffriva di ipoplasia cerebellare, una condizione neurologica caratterizzata dallo sviluppo ridotto del cervelletto che impatta sulle capacità motorie.



In un primo momento il micetto aveva paura di Christine e si allontanava quando cercava di avvicinarlo. Poi, con il tempo, vedendo sua madre strusciarsi sulle gambe della soldatessa, anche lui ha iniziato ad avere più fiducia. È nato così un rapporto quotidiano: portava loro cibo e acqua, anche più volte al giorno, e Felix si faceva prendere anche in braccio.

Un’amicizia così forte che Christine ha deciso di informarsi su come portarsi entrambi a casa una volta terminato il suo servizio in Afghanistan. Ma un giorno Felix si è presentato da solo. Della madre non c’erano più tracce. Era scomparsa. La soldatessa ha subito capito che avrebbe dovuto fare qualcosa, anche in fretta, perché Felix non finisse per fare una brutta fine. 



Ma il regolamento dell’esercito non permetteva di tenere animali dentro le abitazioni dei militari, così, aiutata da un collega, Christine ha creato una casa di fortuna con sacchi di sabbia, in modo che il piccolo Felix, seppur traballante, potesse entrarci facilmente. «Era dolcissimo - racconta la soldatessa -. Certe volte mi ha fatto piangere perché mi guardava proprio come se fossi sua madre». Mossa da sentimenti sempre più forti Christine ha cominciato a informarsi su come portarselo negli Stati Uniti, ma le sue richieste sono state respinte.



Quando ormai era disperata, un veterinario del posto gli ha presentato un animalista di Kabul che ha accettato di portarselo con sé per poi aiutarla a mandarlo negli Stati Uniti.
Finalmente il sogno di Christine si è poi avverato e ora, a distanza di otto anni, Felix vive comodamente nella casa della soldatessa in compagnia di un altro peloso.



La presenza di Felix si è fatta sentire e ha dato alla donna un senso di casa che prima non provava, aiutandola a dimenticare le brutture della zone di guerra. Una serenità che l’ha portata anche a cambiare la sua vita diventando mamma. «Quando mi vede mi saluta muovendo la sua coda tanto è contenta - racconta - È un angelo inviatomi da Dio».

Lungo il Muro di Berlino guidando una Trabant

La Stampa
elena masuelli

Il 9 novembre 1989 cadeva quel simbolo che divideva in due la città tedesca e una colonna di auto dell’Est si mosse verso Ovest.


I tedeschi la chiamano confidenzialmente “Trabi”. È uno dei simboli della DDR e della Riunificazione: celebri le prime immagini dopo la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, con colonne di Trabant in movimento verso ovest. Del modello più diffuso, la “601”, motore a due tempi e carrozzeria in Duroplast (materiale plastico contenente legno o cotone e impregnato di resine) furono prodotti, fra il 1964 e il 1990, quasi tre milioni di esemplari: ci volevano almeno 10 anni di attesa per potere averne una.



9 novembre 1989, la caduta del Muro. Punto di confine sulla Bornholmer Straße. A bordo di una di quelle vecchie auto è possibile compiere un tour suggestivo per i luoghi simbolo della Guerra Fredda, ma anche alla scoperta dei luoghi pulsanti della Berlino di oggi. In piccoli gruppi, ognuno con la propria auto, perfettamente restaurate (qualcuna classica, qualcuna rivisitata) alle prese con ammortizzatori saltellanti e cambio a quattro marce. A condurre il viaggio una guida che via radio racconta le trasformazioni della città.



Tre gli itinerari proposti dalla Trabi Safari. «Wall Ride» è incentrato proprio sul Muro di Berlino, di cui si segue la linea attraversando i luoghi storici della Guerra Fredda. «Wild East» attraversa Berlino est da Potsdamer Platz. Passa dalla Porta di Brandeburgo, Reichstag, Gendarmenmarkt, Unter den Linden, Karl-Marx-Allee e per l’East Side Gallery, la porzione di muro di 1.3 km rimasta in Mühlenstrasse e diventata la più lunga galleria d’arte all’aperto al mondo, con oltre cento dipinti murali originali. «Classic West», passando da Potsdamer Platz, prosegue verso il centro ovest di Berlino, arrivando al viale Kurfüstendamm dove si trova il KaDeWe, lo Zoo di Berlino Ovest, la Colonna della Vittoria, Reichstag, Checkpoint Charlie. 

Adobe presenta Project VoCo, il Photoshop per la voce umana

La Stampa
lorenzo longhitano

Partendo da 20 minuti di parlato il programma ricrea la voce del soggetto originale e rende possibile modificarne i discorsi o aggiungerne parti inesistenti


(Foto: TechCrunch)

Pochi minuti di registrazione per ricreare al computer la voce di chiunque: è Project VoCo, l’ultima tecnologia software mostrata dal gigante dello sviluppo software Adobe durante la sua conferenza a San Diego. Adobe parla della sua ultima creazione come di un motore di conversione vocale, ma più prosaicamente possiamo definirlo un Photoshop dedicato al mondo audio: in modo simile al famoso programma di fotoritocco, Project VoCo rende infatti possibile modificare a piacimento elementi provenienti dalla realtà.

Per funzionare, Project VoCo ha bisogno che il soggetto da replicare registri circa 20 minuti complessivi di campioni audio. Gli algoritmi a questo punto possono analizzare il parlato e spezzettarne le parole in singoli fonemi. Una volta effettuata questa operazione, il modello vocale è pronto: l’applicazione acquisisce il timbro di voce del soggetto originale mentre il testo del discorso può essere modificato a piacimento come in un programma di videoscrittura.

Project VoCo è ancora un software in fase di sviluppo, e in quanto tale non è ancora perfetto: ascoltando attentamente è possibile a volte individuare i punti dove la voce è stata modificata, il che vuol dire che usare gli algoritmi per fabbricare intere frasi da zero è ancora prematuro. Già allo stato attuale però il software costringe a riflettere: VoCo permette di modificare parti di un discorso o di aggiungerne di inesistenti, stravolgendolo; se operazioni del genere diventassero semplici come alterare uno scatto con Photoshop, dovremo iniziare a fare ancora più attenzione non solo a quel che vediamo, ma anche a quel che sentiamo.

Come scoprire login e password ascoltando il suono della tastiera

La Stampa
fabio di todaro

Uno studio scientifico rivela che ogni tasto produce un tono diverso, e che attraverso i software per le chiamate via internet come Skype, è possibile decodificarlo da remoto per accedere a dati sensibili



L’argomento interessa un’ampia platea di utenti: avvocati e giornalisti, consulenti finanziari e magistrati, dirigenti d’azienda e diplomatici. Professionisti che, messi assieme, ogni giorno passano più di tre miliardi di minuti in video o audioconferenza, usando contemporaneamente la tastiera del proprio pc. Normale routine, verrebbe da pensare ai diretti interessati. Ma la pratica non è esente da rischi. Come riportato in uno studio disponibile su arXiv , i suoni prodotti dalla digitazione sulle tastiere di computer fissi e portatili, se registrati durante una telefonata online, permettono di ricostruire il testo digitato da una vittima ignara. Potrebbe dunque essere a rischio la privacy di chi, nel corso di una chiamata via Skype, scrive email, invia messaggi tramite WhatsApp Web o utilizzando le chat di Facebook, Twitter e Instagram.

COSÌ SI OTTENGONO INFORMAZIONI RISERVATE
I risultati sono stati portati alla luce da un team di ricerca internazionale che ha visto coinvolte le Università di Padova, la Sapienza di Roma e l’Università Irvine della California. Tra gli esperti di sicurezza informatica era già noto che i diversi tasti delle tastiere emettessero suoni differenti, che permettono di capire quale pulsante sia stato premuto da un utente. Finora, però, era necessario conoscere bene lo stile di digitazione della vittima, e soprattutto posizionare un dispositivo di registrazione vicino alla tastiera della persona presa di mira.

Come spiega da Daniele Lain, co-autore dello studio, laureatosi in informatica all’Università di Padova, «il nostro lavoro mostra invece che tale registrazione è possibile anche da remoto, grazie ai software di telefonia attraverso il web che, non alterando il suono dei tasti, consentono di accedere a certe informazioni con successo». L’idea è nata durante una chiamata Skype di gruppo, tra l’Italia e gli Stati Uniti, durante la quale si sentivano dei rumori di fondo, provenienti dalle tastiere. I ricercatori si sono chiesti se fosse possibile capire dalla pressione sui tasti quello che alcuni di loro stavano scrivendo. Finché la discussione non s’è spostata sul piano scientifico.

UNO STESSO TASTO E PIÙ RUMORI
La ricerca ha svelato la possibilità di colpire persone per le quali non si disponeva di informazioni relative al loro stile di digitazione. Tramite il suono dei tasti, è stato possibile determinare quale modello di tastiera stesse utilizzando la vittima. Successivamente, utilizzando dati di addestramento presi da altre persone su tastiere della stessa marca, i ricercatori hanno ricostruito quanto la vittima avesse digitato durante la chiamata. «La T schiacciata su un MacBook emette un suono diverso rispetto alla stessa lettera digitata su un altro computer o alla R, che pure si trova accanto sulla tastiera», si legge nel lavoro. Le probabilità di individuare una password, un indirizzo email o un codice digitato al pc sono risultate variabili tra il 42 e il 92 per cento, a seconda di quanto si conosce lo stile del dattilografo e la tastiera utilizzata.

MEGLIO UTILIZZARE SMARTPHONE E TABLET
I software VoIP - ovvero di telefonia attraverso la rete Internet - sono tra i programmi di uso più frequente. Tra questi, Skype è il più popolare, con trecento milioni gli utenti attivi ogni mese. Seguono Google Hangouts, Viber, ooVoo, Evaphone, PoivY. La ricerca si è soffermata sui più diffusi: Skype e Google Hangouts. Ma visti i risultati, tutto lascia pensare che gli stessi rischi si corrano pure con gli altri.

«La capacità di attaccare vittime potenzialmente sconosciute invita a non digitare informazioni sensibili durante l’utilizzo di questi software - chiosa Mauro Conti, membro del gruppo di ricerca Spritz dell’Università di Padova, che lavora sulle tematiche riguardanti la sicurezza e la privacy delle nuove tecnologie -. Il nostro studio si è limitato a osservare cosa accade utilizzando le tastiere da pc, ma il consiglio di utilizzato tastiere olografiche o superfici touch-screen (come quelle di smartphone e tablet, ndr) è sicuramente valido, se l’obiettivo è quello di proteggere dati sensibili».

Cina, punizione esemplare per chi abusa delle luci di profondità: la Polizia lo “abbaglia” per un minuto

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

Una disposizione della Polizia di Shenzhen per “insegnare” agli automobilisti quanto può essere fastidioso l’uso errato degli abbaglianti



Punizioni esemplari, anzi, “abbaglianti”. Da pochi giorni a Shenzhen, provincia di Guangdong (nella Cina continentale meridionale), chiunque utilizzerà i fari di profondità in maniera impropria sarà punito con l’esposizione di fronte a un fascio di luce abbagliante. La pena da scontare seduta stante, sotto il controllo della Polizia che obbligherà il trasgressore a farsi abbagliare per 60 secondi, mentre siede su un’apposita sedia. La notizia è stata riportata da Xinhua, la principale agenzie di stampa ufficiale della Repubblica Popolare Cinese.



Non è tutto: gli agenti potrebbero chiedere al guidatore indisciplinato di recitare a voce alta le regole del codice stradale sull’uso degli abbaglianti, condannarlo a una multa di 300 yuan (circa 40 euro, il triplo della pena pecuniaria precedente) e decurtargli i punti dalla patente. Cittadini e stampa, riporta l’agenzia, hanno accolto positivamente questa nuova regolamentazione, anche con commenti entusiasti sul social network Weibo: sembra infatti che in Cina siano molte le vittime di incidenti stradali causati dell’uso errato dei fari.

Il mistero del palazzo restaurato in una notte

La Stampa
daniele mammoliti

Sorpresa in Val d’Aosta: totalmente rinnovato da ignoti



Lavori notturni in pieno centro, su un edificio comunale classificato «di pregio», eseguiti da non meglio specificati «volontari del paese» non autorizzati da nessuno e poi sanati a posteriori dallo stesso Comune. Succede a Saint-Vincent, dove i cittadini si sono svegliati una bella mattina e hanno ritrovato la facciata dell’ex Hotel Corona, da anni in stato di degrado, ritinteggiata di fresco. Da chi? Non si sa.

E la vicenda è ora in mano alla procura che ha ricevuto una segnalazione firmata dalla minoranza politica del paese. «Per quel che ne sappiamo - racconta Maurizio Castiglioni, consigliere di opposizione - i lavori all’ex Hotel Corona sono stati fatti a settembre, nell’arco di due notti». Imbianchini al buio? «Sì, e qualcuno in paese ha visto persone all’opera». Ma com’è possibile che nessuno si sia accorto degli operai e dei ponteggi? «Intanto non li definirei operai, penso si tratti di gente comune. E poi nessun ponteggio: sono state usate scale tipo quelle dei pompieri, sono stati sfruttati i balconi dell’edificio».

Un quadro surreale che però ha avuto il benestare - postumo - della giunta comunale che, dopo oltre un mese dalla fine dell’opera e giusto il giorno prima di andare a discutere della cosa in Consiglio, ha di fatto sanato la questione con un atto che «approva i lavori di tinteggiatura» spiegando che «alcuni volontari del paese hanno provveduto a tinteggiare la facciata dell’hotel Corona, di proprietà comunale, con l’intento di migliorare il decoro urbano». Il parere della giunta è supportato dalla sovrintendenza ai beni culturali che in un parere scrive:

«L’intervento migliora decisamente la percezione del bene tutelato e il suo inserimento nell’ambito di pertinenza». Interpellato, il sovrintendente Roberto Domaine commenta: «Per quel che sappiamo noi, è stato ripristinato un edificio fatiscente mantenendo i colori originari: il bianco e il grigio. Non tocca a noi entrare nel merito, la sovrintendenza dà solo un parere di compatibilità». Ma se domani qualcuno si mettesse a «ripristinare» le mura romane che circondano Aosta, il sovrintendente che farebbe? «Lo denuncio, ovvio. Ma le mura romane sono regionali. Il Corona no» risponde Domaine. 

A St-Vincent però il Comune non ha denunciato nessuno e, anzi, rischia di ritrovarsi sul banco degli accusati. Il sindaco Mario Borgio, però, tira dritto: «Da un certo punto di vista la vicenda è edificante. C’è un gruppo di volontari stanchi di vedere il degrado e si sono mossi». Ma il sindaco sa chi sono questi cittadini? «Non lo dico certo a lei». Dell’iniziativa però Borgio sapeva: «L’errore è stato iniziare i lavori prima che noi finissimo l’iter delle autorizzazioni». Perché tinteggiare di notte? «Si vede che è gente che di giorno lavora». E chi ha pagato tinta e pennelli? «Ho pagato io. Dall’inizio della legislatura io e i miei assessori mettiamo una cifra, di tasca nostra, in un fondo per iniziative di volontariato. Ci sembra un giusto modo per incoraggiare atteggiamenti positivi». 

Il progetto del Cremlino, fuori Microsoft dai computer russi

La Stampa
lorenzo longhitano

L’ipotesi è di un membro dell’intelligence statunitense, secondo il quale le motivazioni del governo di Putin sarebbero propagandistiche



La Russia vuole i prodotti Microsoft fuori dagli uffici del governo e delle aziende controllate dallo stato. È il piano che, secondo quanto dichiarato da un ufficiale dell’intelligence statunitense a NBC News, il governo del paese guidato da Vladimir Putin starebbe perseguendo da settimane e con insistenza crescente. A settembre l’amministrazione di Mosca aveva annunciato un programma di sostituzione del software della casa di Redmond presente su migliaia di PC governativi: le prime vittime saranno i server di posta Microsoft Exchange e i relativi client Outlook presenti su 6mila macchine, da rimpiazzare con alternative sviluppate da case di sviluppo locali. Secondo le rivelazioni recenti però l’ostilità mostrata nei confronti delle soluzioni software Microsoft sarebbe destinata ad acuirsi per almeno due ragioni.

La prima è strettamente legata al recente aumento della tensione diplomatica () tra Stati Uniti e Russia, fatto anche di attacchi informatici presunti () o minacciati da parte dei due governi. La casa di Redmond non è soltanto uno dei nomi più influenti nel panorama informatico globale, ma secondo la fonte di NBC News, anche un soggetto che “presso la popolazione e le aziende russe è percepito come disposto a collaborare con le agenzie di intelligence del suo paese d’origine”. Sfiduciare la corporation proprio in questi mesi equivarrebbe a alimentare questo genere di sentimento e avrebbe quindi prima di tutto un risvolto propagandistico.

Microsoft ha già precisato di non aver mai collaborato né di essere intenzionata a collaborare con alcun governo nel violare la sicurezza altrui: il proprio software — spiegano — può anzi essere setacciato da tutti i paesi preoccupati per la propria sicurezza, Russia inclusa.

Le parole a questo punto potrebbero però contare poco, perché procedere su questa strada aiuterebbe Putin e il suo governo a centrare un obiettivo inseguito da tempo: stimolare l’industria domestica a prodursi da sola le soluzioni hardware e software necessarie all’infrastruttura informatica e tecnologica del Paese. Tra le varie misure già adottate a questo scopo, il ministero delle comunicazioni ad esempio ha da poco stilato una lista di circa 2000 app e programmi made in Russia da sottoporre alle aziende controllate dallo stato, affinché queste ultime inizino ad abbandonare il software di importazione. Se Microsoft dovesse veramente rimanere a lungo protagonista involontaria di questa campagna, anche software onnipresenti come Office e Windows potrebbero presto sparire dai computer russi lasciando vuoti significativi da colmare.

Occasioni

La Stampa
jena@lastampa.it

A gennaio Trump si insedia alla Casa Bianca, per l’occasione rinominata Animal House.

Donna di picche

La Stampa
massimo gramellini

Chiunque pensi che sarà il femminile a salvare il mondo si augura che la sconfitta di Hillary spinga finalmente le donne a fare politica comportandosi da femmine e non più da donne travestite da uomini. Non è facile, lo sappiamo. Si chiami Merkel o Lagarde, ma anche Boschi o Raggi, per arrivare al potere una donna deve aderire a un modello maschile che la ingabbia. Deve apparire secchiona, quindi antipatica. Rassicurante e controllata, quindi prevedibile. Nel caso della Clinton, il quadro clinico era aggravato dalla sua appartenenza a una dinastia che l’americano bianco impoverito ha identificato, giustamente, con il frigido Establishment.

Ma mentre Trump sventolava il suo machismo da operetta come una bandiera, Hillary è sembrata vergognarsi del suo essere femmina. Optando per una sfida «uomo contro uomo», ha rivaleggiato in aggressività senza però poterlo fare in cialtronaggine, l’unico settore in cui noi maschi siamo obiettivamente più dotati. Quando si tratta di promettere a vanvera e di liquidare problemi complessi con risposte superficiali, noi riusciamo ad abbindolare tutti, comprese le donne, alle quali l’innato pragmatismo impedisce di spiccare il volo verso l’iperuranio dei fanfaroni, ma non di subirne il fascino.

Per infrangere il «soffitto di cristallo» della politica, le signore farebbero bene a estrarre da se stesse l’unica risorsa che le renderebbe davvero invincibili presso l’elettorato di entrambi i sessi: un approccio accogliente. Meno donne di picche e più di cuori.