lunedì 14 novembre 2016

Apple mette in vendita gli iPhone ricondizionati

La Stampa
dario marchetti

Usati ma pari al nuovo, con scocca, vetro e batteria sostituiti dai tecnici di Cupertino: un acquisto intelligente che fa risparmiare fino a 110 dollari sul prezzo ufficiale. Ma per ora solo in Usa


Sono smartphone usati, ma "restaurati" così bene da essere quasi identici a quelli nuovi: parliamo degli iPhone ricondizionati che Apple, a dieci anni dall'ultima volta, ha finalmente messo in vendita sul proprio store online, anche se solo negli Stati Uniti.

Acquistando un iPhone ricondizionato si possono risparmiare fino a circa 110 dollari sul prezzo di quello nuovo, ma senza avvertire differenze in termini di qualità: tutta la scocca in metallo e la parte in vetro vengono sostituiti dai tecnici di Apple, così come la batteria. E insieme al prodotto è incluso un'intero anno di garanzia.

Gli smartphone in questione, come gli altri prodotti ricondizionati che Apple vende anche in Italia, sono semplicemente telefoni usati, restituiti dagli utenti o utilizzati come esposizione. Il ritorno degli iPhone ricondizionati è probabilmente dovuto al programma di permuta inaugurato da Apple circa un anno fa, che consentiva ai clienti di disfarsi del vecchio melafonino per ottenere uno sconto sull'acquisto del nuovo modello.

La liberalizzazione del cubo di Rubik, il rompicapo non è più coperto da brevetto

La Stampa
emanuele bonini

Tutti potranno riprodurlo, purché con altro nome e funzioni simili.



I britannici perdono il cubo di Rubik. Quando una lettera fa la differenza e una sentenza riscrive la storia giuridica e commerciale di un prodotto di successo. Secondo la Corte di giustizia europea il famoso puzzle tridimensionale multicolore non può avere il marchio comunitario. Questo vuol dire che non sarà più protetto dalle imitazioni e tutti potranno riprodurlo, purché con altro nome e funzioni simili.

La storia
La Seven Towns, società britannica che gestisce i diritti di proprietà intellettuale relativi al «cubo di Rubik», ha chiesto e ottenuto nel 1999 che l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) registrasse quale marchio comunitario tridimensionale, la forma del suo giocattolo rompicapo. Nel 2006, la Simba Toys, produttore tedesco di giocattoli, ha chiesto che fosse dichiarata la nullità del marchio tridimensionale. Affermava che esso comportava una soluzione tecnica consistente nella sua capacità di rotazione, soluzione che poteva essere tutelata solo a titolo di brevetto e non in quanto marchio. Ottenuta una risposta negativa, la Simba s’è rivolta al Tribunale presentando un ricorso per l’annullamento della decisione dell’Euipo. Anche il Tribunale ha detto «no».

Il colpo di scena (annunciato)
Già a maggio scorso l’avvocato generale Maciej Szpunar aveva ritenuto che fosse il caso di cambiare orientamento. Si consideravano le decisioni adottate fino a quel momento viziate da errori di valutazioni. Un giudizio non vincolanti, come sempre. Fa fede la sentenza della Corte riunita, non il parere dell’avvocato generale come singolo. Però nella maggior parte dei casi però la Corte tende a confermarlo, e così è stato. Contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, la Corte constata che, il Tribunale avrebbe dovuto prendere in considerazione anche elementi non visibili nella rappresentazione grafica di tale forma, quali la capacità di

rotazione degli elementi individuali di un puzzle tridimensionale del tipo «cubo di Rubik». In tale contesto, il Tribunale avrebbe dovuto definire la funzione tecnica del prodotto interessato e tenerne conto nel suo esame. Risultato: la Corte annulla la sentenza del Tribunale e la decisione dell’Euipo che confermano la registrazione della forma controversa come marchio dell’Unione. Di conseguenza l’Euipo dovrà adottare una nuova decisione tenendo conto di quanto dichiarato dalla Corte nella sentenza emessa oggi.

Liberalizzazione del cubo
La sentenza di oggi vuol dire via libera alla produzione dei puzzle tridimensionale. Il marchio Ue protegge il prodotto, soprattutto dalle imitazioni. E quindi dalla concorrenza. Con la decisione di oggi chiunque può costruire e commercializzare il Cubo di Rubik, purché gli attribuisca un altro nome e funzioni simili.

Tom Hanks: "Perché Trump negli Usa? E allora perché Berlusconi"

Sergio Rame - Gio, 10/11/2016 - 16:52

Al Festival del Cinema di Roma Tom Hanks aveva attaccato Trump: "È pieno di idee assurde". E aveva insultato milioni di italiani che votano Berlusconi



Madonna, Lady Gaga, Beyonce e Katy Perry. Tutte a piangere la sconfitta di Hillary Clinton.
Le star di Hollywood le hanno provate tutte per frenare la corsa di Donald Trump, anche di offrire sesso orale in cambio di un voto alla candidata democratica. Non ce l'hanno fatta. E adesso non resta loro che disperarsi. Tra questi c'è anche Tom Hanks che alla Festa del Cinema di Roma aveva dimostrato tutto il proprio sdegno per il tycoon (guarda il video). E non aveva perso l'occasione per insultare l'Italia: "Perché Trump? E allora perché Berlusconi?".

"Non posso prendere a pugni Trump". Ora che il tycoon è diventato presidente degli Stati Uniti, Robert De Niro non fa più il gradasso. Ma non perde l'occasione di denigrare il voto degli americani. "Forse - dice - emigro in Italia". Hollywood è davvero piena di stelle progressiste che adesso si lacerano per la vittoria di Trump. In questi mesi si sono spese per la Clinton e adesso si ritrovano un presidente che non volevano. C'è chi come Madonna che ha promesso di "fare un pompino" a chiunque desse il proprio voto a Hillary. È rimasta a bocca asciutta. Tom Hanks, invece, si è presentato al Festival del Cinema di Roma e ha sparato a zero sia sull'America sia sull'Italia.
Dopo aver parlato della sua carriera, che annovera due Oscar per Philadelphia e Forrest Gump, dei suoi nipoti e dei colleghi attori italiani, confessando una passione per Benigni, Hanks - da democratico convinto - ha fatto un mega spot per la Clinton in vista delle elezioni americane (guarda il video).

Allora non poteva immaginarsi la cocente sconfitta dell'ex segretario di Stato. "Ogni quattro anni arriva questo circo per decidere il presidente - aveva detto la star di Hollywood - a volte il Paese sembra davanti a un bivio, c'è ansia, il mondo ora attraversa una fase con un futuro incerto, ma quando l'America ha affrontato situazioni simili non ha mai cercato un candidato così autoreferenziale - aveva detto riferendosi a Donald Trump, - pieno di idee assurde; ci sono sempre stati dei candidati che potevano ricordare quello attuale, ma non abbiamo mai investito su di loro per il futuro, e non lo faremo neanche adesso"

Poi, durante l'incontro con la stampa, non aveva mancato di insultare i milioni di elettori italiani che votano Silvio Berlusconi: "I giornalisti italiani mi chiedono: 'perché in Usa c'è Trump?'. E io rispondo: 'lo stesso motivo di Berlusconi. Perché?'". Ora che Trump è alla Casa Bianca, gli passerà di fare il di più.

Centinaia di app fasulle rimosse dall'App Store

repubblica.it
di CLAUDIO CUCCIATTI

Simili agli originali e ingannevoli, la maggior parte delle applicazioni che replicano nomi e loghi di grandi marchi sviluppate in Cina. A rischio gli utenti iPhone, per pagamenti e furto di dati personali

Centinaia di app fasulle rimosse dall'App Store

PER I REGALI di Natale fate attenzione alle truffe. Non soltanto in negozio. Nelle ultime settimane nell'App Store sono spuntate centinaia di app di vendita al dettaglio di prodotti contraffatti. Dalle catene Dollar Tree e Foot Locker fino alle firme Dior e Ferragamo: sono molte le applicazioni che, con nomi molto simili agli originali e con loghi ingannevoli, cercano di spacciarsi come rivenditori ufficiali. Secondo gli esperti di sicurezza informatica la maggior parte dei pericoli per i possessori di un iPhone arrivano dagli sviluppatori cinesi.
 
Nello scorso del fine settimana Apple ne ha rimosse diverse dallo Store, dopo l’inchiesta del New York Times e le tante segnalazioni del New York Post. ''Il numero di false app create in questo periodo – ha spiegato al Nyt Chris Mason, chief executive di Branding Brand, compagnia che assiste le grandi griffe nel commercio online – è cresciuto come mai si era visto prima''.

I rischi. ''Abbiamo eliminato le app incriminate e ci sforziamo di tutelare la sicurezza dei nostri clienti'', ha spiegato al Nyt Tom Neumayr di Apple. Il pericolo maggiore per i compratori riguarda il pagamento. Alcune di queste app contengono malware in grado di rubare i dati delle carte di credito e di bloccare lo smartphone fino a quando non viene pagato un 'riscatto'. Altre invitano ad accedere al software tramite il profilo Facebook, estraendo i dati personali dell'utente.

Alcune precauzioni. Anche se l'azienda di Cupertino ha dichiarato di star revisionando gli oltre due milioni di app presenti nello Store, eliminando quelle che ''non funzionano come previsto'', qualcuna riesce a sfuggire al controllo. E' meglio diffidare di app che presentano un menu poco logico, frasi scritte in un inglese maccheronico, senza alcuna recensione e che non presentano la storia delle versioni precedenti a quella installata.

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Lady Gaga, se questa è una popstar

repubblica.it
di GIANNI SANTORO

Lady Gaga, se questa è una popstar

Dopo i duetti con Tony Bennett, nel quarto album l'artista statunitense abbandona le provocazioni e la dance per abbracciare l'immaginario americanissimo di whisky e cowboy

Pop. Popolare. Per tanta gente. Ci sono almeno due modi per essere pop. Uno è essere pop nel modo in cui si è pop nella contemporaneità. Un altro è carpire i segreti del pop nella storia. Ovvero: il primo è interpretare lo zeitgeist, lo spirito del tempo, l’altro è evitare le incombenze dell’attualità per abbracciare un’idea di pop il più possibile larga ed eterna. La caparbietà di Lady Gaga, determinata a entrare ed uscire dai due modi, sta diventando la sua cifra. Lady Gaga è quella dei duetti con Tony Bennett quanto quella con gli occhiali di sigarette che evade di prigione con Beyoncé in Telephone.

Quella ieratica della serata degli Oscar e quella trasgressiva di American Horror Story. Dopo la Gaga che a fatica cercava di sublimare il pop dello zeitgeist nell’album ambizioso Artpop del 2013 (passato agli annali come un flop nonostante le buone vendite) ora tocca alla Gaga della tradizione pop. La Gaga che - orrore, qui finisce la lotta generazionale - può piacere anche ai genitori e persino ai nonni dei "little monsters", la ciurma dei fedeli di Miss Germanotta.

Western girl. E quindi con una nutrita schiera di collaboratori - da Mark Ronson a Josh Homme fino a Parker dei Tame Impala e Father John Misty - ha confezionato questo Joanne, dove i sintetizzatori e la dance lasciano il posto alle chitarre e al pianoforte. Perché pop vuol dire Ace of base - evocati un po’ per caso in Dancin' in circles - ma anche Liza Minnelli, quella clonata nel pastiche cabaret di Another day. O Elton John: non sfigurerebbe nel suo repertorio minore Come to mama. Ben fatta, funziona. Ma di Elton John già ne avevamo un sacco, oltre all’originale. Lady Gaga non vuole essere unica? Almeno adesso che ha provato a tutti di essere in grado di fare anche questo, si liberasse finalmente e definitivamente di complessi, di paragoni, di tentazioni, di freni.

Lady Gaga, se questa  è una popstar

Per vedere cosa rimane. I paragoni… Con Madonna ormai Lady Gaga ha creato un rapporto modello specchio di Dorian Gray. E dove a Madonna molti chiedono maggiore sobrietà artistica (l'età non c'entra molto: quando Cher faceva la finta ragazzina con un disco hit improbabile come Believe comunque era divertente. È questione di autoironia) da Lady Gaga vorremmo più fantasia e trasgressione. Sicuramente più di quella presente nei testi di Joanne. In Diamond heart canta “giovane, selvaggio, americano, la testa piena di Jameson”. In A-Yo fior di metafore: “Non vedo l’ora di fumarmele tutte, un pacchetto come Marlboro”. In John Wayne immagina direttamente di sfrecciare su un cavallo.

Chitarra da saloon anche in Sinner’s prayer. Sigarette, whisky e cowboy per la validazione presso il pubblico americanissimo, addirittura quello dell’immaginario western, di Springsteen e di cultura roots, dei duetti con Bon Jovi per sostenere Hillary Clinton. Quando come in A-Yo e John Wayne la musica sostiene il resto non ci sono problemi. Tre minuti, fresche, immediate: non si rischia più. Bene le ballate, dove sfodera il bel vocione: in Joanne ricorda la zia morta giovane e Million reasons vince con la doppietta semplice e definitiva ("I've got a hundred million reasons to walk away but baby, I just need one good one to stay": "ho cento milioni di ragioni per andarmene ma mi serve solo una buona ragione per restare"). Le cose si fanno più indeterminate nella seconda metà dell’album, tra l’occasione mancata del duetto con Florence Welch Hey girl e la dozzinale ode al girl power di Grigio girls. Dove grigio sta per Pinot Grigio.

Alla lunga. Joanne non è un brutto album. Non è un bell’album. È un album come ne pubblicano ogni tanto famosi e meno famosi. E se a firmarlo non fosse la Lady Gaga dei vestiti di carne e di Bad romance non farebbe molto rumore. Gaga ha superato da tempo il momento in cui il personaggio diventa più grande della sua musica.

Alla lunga queste scelte potrebbero premiare. E se anche non fosse questo, Lady Gaga potrebbe indovinare l’album che mette d’accordo grandi fasce di pubblico pagante, per lo più maturo, e sbancare sul serio. Ma davvero l’ambizione della signorina Germanotta era quella di diventare una Shania Twain qualunque? Ci sbagliavamo quando pensavamo che osando e sbagliando e smaniando e urlando e spingendo l’acceleratore volesse lasciare un segno nella cultura popolare del nuovo millennio?

Lo strano caso delle "auto verdi" dei Carabinieri: svelato il mistero

Il Messaggero



Auto di un bel verde con la scritta bianca 'Carabinieri'. Sarebbero questi i colori del prototipo di automobile, a disposizione dal primo gennaio del 2017, del 'Comando Tutela ambientale, agroalimentare e forestale'. «Non avendo soldi da spendere per ridipingere le auto, le si lascia così come sono con la livrea verde, togliendo semplicemente la scritta 'Forestale' e si mette quella 'Carabinieri'» dice all'Adnkronos Marco Moroni, segretario del Sapaf, sindacato autonomo dei Forestali.

«In pratica queste auto verdi sarebbero i nostri mezzi 'rivisitati', dopo l'accorpamento tra il Corpo Forestale e l'Arma a seguito del decreto legislativo di riorganizzazione delle forze di polizia». «Un accorpamento che noi critichiamo, da una parte perché siamo contro la militarizzazione, dall'altra perché crediamo che la riorganizzazione non sia una soluzione ai problemi di Spending Review» aggiunge Moroni.

Le prime foto, circolate sui social, hanno scatenato l'ironia della rete. C'è chi twitta che somigliano a «quelle della Lega Nord», mentre per altri sono «simili a quelle della polizia cilena». «Il Carroccio? Non c'entra niente» scherza Moroni, rispondendo ai 'cinguettiì sul colore delle nuove possibili auto. A quanto riferiscono all'Adnkronos, le 'auto verdi' in realtà sarebbero «prove tecniche di trasformazione» delle vecchie vetture della Forestale. Il loro riutilizzo è dettato da esigenze di contenimento dei costi e dell'ottimizzazione dell'attuale parco macchine in dotazione alla Forestale. Non è escluso, quindi, che le stesse auto «vengano ridipinte con i colori classici dell'Arma dei carabinieri». 

Omicidio Calvi, archiviata l'inchiesta bis della procura di Roma

Il Messaggero



L'inchiesta bis della procura di Roma sull'omicidio di Roberto Calvi, l'ex presidente del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982, è stata archiviata. A sollecitare l'atto, disposto dal gip Simonetta D'Alessandro, era stato il pm Luca Tescaroli. Il gip, in sostanza, ha preso atto che, malgrado tutte le risultanze portassero a configurare l'omicidio del banchiere, sotto forma di suicidio simulato, non è stato possibile dare il valore di prova agli elementi raccolti.

Alla persona offesa, Carlo Calvi, figlio di Roberto, «lo sforzo della pubblica accusa - scrive il gip D'Alessandro nel decreto di archiviazione - consegna comunque un'ipotesi storica dell'assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Di più non è stato possibile fare».

Il gip riconosce al pm Tescaroli «di aver compiuto uno sforzo indiscutibile». In particolare «ha parlato credibilmente - si legge nel decreto - di un sistema economico integrato, ha proiettato sullo scenario del delitto presenze simbolo: Calò che è Cosa Nostra, da Bontate a Riina; Diotallevi e Casillo, che sono la Banda della Magliana e la Nuova Camorra Organizzata, sodalizi entrambi al servizio della mafia corleonese, Pazienza e Mazzotta, che sono il Sismi; Gelli, Carboni e Kunz che sono la P2, Marcinkus che è lo Ior, che è Sindona, che è Calvi». E a proposito del ruolo di Marcinkus e dei legami tra Banco Ambrosiano e Ior, il gip precisa come «le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili».

“Nostro padre, il carabiniere del Giorno della civetta”

La Stampa
bruno quaranta

Le figlie raccontano l’amicizia tra l’ufficiale Candida e Sciascia


Le dediche di Sciascia a Renato Candida custoditi dalle figlie Maria Luisa (sotto bambina) e Giuliana

«Carissimo Nanà, ieri ho ricevuto il tuo Giorno della civetta e ne ho già letto una buona parte e in fretta, ché il racconto - questo bellissimo giallo vero - mi ha preso alla gola, come si dice». È il 6 maggio 1961, il mittente è Renato Candida, il destinatario l’«Illustre Signore Professore Leonardo Sciascia». Riecco il carabiniere di Sciascia, i suoi ricordi custoditi dalle tre figlie, Maria Luisa, Giuliana, Francesca e dalla moglie Fiorenza. «Peccato non avere più le lettere dello scrittore - lamentano -. Abbiamo subito tempo fa un furto, chissà dove sono finite». Chissà quale «storia semplice» potrebbero suggerire.

Renato Candida, l’ufficiale che ispirò il capitano Bellodi di Il giorno della civetta, una rarità nell’Italia, nella Sicilia Anni 50. Perché non negava l’esistenza di Cosa Nostra, perché la combatteva, con l’uniforme e con la penna. Il bisturi in forma di libro con cui scalfì l’omertà su Questa mafia, apparso nel 1956, ritorna per i tipi di Salvatore Sciascia, l’editore originario (presentazione il 18 novembre al Polo del ’900 di Torino, Museo della Resistenza). Torino non a caso. Da qui, il maggiore Candida, nel 1955, fu inviato a Agrigento, dove comanderà il Gruppo provinciale dei Carabinieri. Due anni e riapproderà sotto la Mole. Una sorta di «promoveatur ut amoveatur»? Secondo Sciascia, sì: «...il fatto è che appunto quel libro, che doveva apparire come una ragione per tenerlo ad Agrigento, sarà diventato ragione per allontanarvelo».

«Di sicuro - svela la figlia Giuliana - mio padre patì una profonda ferita. Nel 1964 fu messo a disposizione, praticamente condannato all’inattività. Non solo: lo si invitò, per conservare la pistola d’ordinanza, a prendere il porto d’armi e a pagare la relativa tassa. Lo Stato, di fatto, lo sfiduciava. Preferì smontare l’arma».

«Un uomo simpatico, aperto, spiritoso»: così Sciascia ricordava Candida, conosciuto nel ’56. Il maggiore (che scomparirà nel 1988, con il grado di generale) aveva bussato alla sua porta con il manoscritto di Questa mafia. Grazie al maestro di Racalmuto sarà pubblicato di lì a poco. Era nata un’amicizia che si sarebbe rinnovata nelle stagioni. Giuliana non era ancora nata quando Candida andò in Sicilia. È Maria Luisa a ricordare quel tempo: «La domenica si andava a Noce, in casa Sciascia. Le famiglie vi trascorrevano il pomeriggio. L’erba era gialla. Io mi aggrappavo alle gambe di mio padre». Forse lo scrittore pensava a Candida quando evocava Contrada Noce: «...amici non siciliani, che a volte capitano a farmi visita, dicono bellissimo il luogo...».

Un’amicizia intensamente coltivata. Ecco i libri di Sciascia con dedica autografa: «Dal vecchio amico», «Con l’affetto di...», «Con la vecchia amicizia». Era la signora Giuliana ad accompagnare il padre da Platti, quando lo scrittore saliva a Torino: «Ma mi fermavo all’ingresso del Caffè, i loro vis-à-vis avvenivano all’insegna del massimo riserbo. Con Nanà mi intrattenni, ma a casa, durante una sua visita. Volevo laurearmi in Lettere su Leopardi, mi consigliò di leggere i moralisti francesi».

Torino, la città d’adozione di Renato Candida, nato a Lecce un secolo fa. Scomparso un anno prima di Sciascia. Forse - sospettano le figlie - da Sciascia accolto in Il cavaliere e la morte, con le sembianze del Vice, magrissimo, aggredito dal male. Chissà in quale Caffè il capitano Bellodi e il suo autore, due uomini, due eccezioni nel gran mare di mezz’uomini, ominicchi, quaquaraquà, testimoniano l’intuizione di Tomasi di Lampedusa: «La cortesia piemontese e quella siciliana, le due più puntigliose d’Italia». 

Google risponde all’Ue: «Android non distorce la concorrenza»

Corriere della sera

di Davide Casati

Mountain View: «Nessun produttore è obbligato a pre installare alcuna app di Google su un telefono con il nostro sistema operativo»



Google ha presentato oggi le sue risposte all’Unione europea sul caso Android, il sistema operativo open source che domina il mercato degli smartphone finito, il 15 aprile scorso, nel mirino della Commissione. Secondo Mountain View, contrariamente a quanto sostenuto dall’esecutivo europeo, Android «non ha danneggiato la concorrenza, al contrario l’ha accresciuta», e il motivo è semplice: «nessun produttore è obbligato a pre-installare alcuna app di Google su un telefono Android», che resta libero e gratuito.
L’accusa
Secondo la Commissione europea, Google «ha abusato della propria posizione dominante» — cioè la quota di mercato, immensa, di Android — imponendo restrizioni ai fabbricanti di dispositivi che usano questo sistema operativo e agli operatori di reti mobili». Tre i punti contestati, secondo quanto riportato dall’Economist alcuni mesi fa. È vero, scrive Bruxelles, che un produttore di cellulari può montare Android senza nemmeno una app di Google: ma per far sì che chiunque possa usare il cellulare appena comprato è utile e comodo che vi sia preinstallato, ad esempio, lo store di App di Google, Google Play.

Queste «aggiunte» ad Android portano con sé delle regole che, secondo la Commissione, configurano una posizione di abuso: «i produttori che vogliono preinstallare Google Play devono aggiungere per forza anche Google Search [...]; se vogliono prender parte nello schema di ricavi da pubblicità di Google devono preinstallare Google Search in modo esclusivo; se preinstallano le app di Google su uno solo de modelli, devono installare la versione standard di Android su tutti i loro modelli».

Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, l’Ue potrebbe «multare Google» per questo caso; la multa potrebbe teoricamente raggiungere la cifra stellare di 7,4 miliardi di dollari. Argomenti che Kent Walker, vicepresidente e consigliere generale di Google, commenta in un post. In primo luogo, spiega Google, è falso quello che la Commissione sostiene dicendo che Apple e Mountain View non sono in competizione tra loro: «l’89% di coloro che hanno risposto all’indagine di mercato avviata dalla Commissione ha confermato che le due società sono in competizione tra loro, e ignorare la concorrenza con Apple significa non cogliere la caratteristica distintiva dell’attuale scenario competitivo degli smartphone».
Il pericolo della frammentazione
Walker rigetta poi i paralleli con il caso-Microsoft (la mega multa da 2,2 miliardi di euro che la Commissione comminò nel 2000): ormai bastano pochi istanti per scaricare un motore di ricerca diverso da Google, e il fatto che le percentuali di utilizzo, tra chi ha telefonini con Android o con altri sistemi operativi, di Google Search siano paragonabili indica che la libertà di scelta non viene intaccata. Secondo Google, la Commissione sottostima «l’importanza degli sviluppatori e i pericoli della frammentazione in un ecosistema mobile». Per garantire che ci sia una versione comune e coerente del sistema operativo e quindi evitare agli sviluppatori il dispendio di tempo e risorse necessari per realizzare molteplici versioni delle loro app, «lavoriamo con i produttori di hardware per creare un livello minimo di compatibilità tra i dispositivi Android». Secondo Google, quegli accordi sono «volontari».
Utilizzabile fuori dalla scatola
Sempre secondo Google, la «suite» di app offerta (e non imposta) consente a chi compri un cellulare Android di usarlo appena dopo averlo scartato — proprio come avviene l’iPhone di Apple o il Windows Phone di Microsoft. Anzi, per Google in questi due casi la possibilità di scelta di app installabili è largamente inferiore: «Il consumatore può disabilitare ognuna delle nostre app in qualsiasi momento e, caratteristica unica, i produttori di hardware e i carrier possono preinstallare app concorrenti insieme alle nostre». Infine, Android non pone limiti al numero di app concorrenti che possono essere installate insieme a quelle create da Mountain View.


Ue, Google risponde alle accuse sulla piattaforma di Shopping: ‘Infondate’

Corriere della sera
di Michela Rovelli


Continua la battaglia tra la Commissione europea e Google. E questa volta l’affondo arriva da Mountain View. In un post sul blog ufficiale, Kent Walker, senior vice president and General Counsel della società risponde alle recenti accuse di abuso di potere mosse dall’Antitrust europeo, secondo cui il motore di ricerca sfrutterebbe la posizione dominante di cui gode per promuovere la sua piattaforma «Shopping». Alle spese dei concorrenti. Una seconda indagine è stata aperta sui servizi per la pubblicità online. «Riteniamo che le accuse siano sbagliate, dal punto di vista dei fatti, legale ed economico», dichiara Walker.
La risposta di Google
Secondo Mountain View la tesi di concorrenza sleale della Commissione Europea non è corretta né lo è la definizione fatta di «shopping online». Lo dimostra la stessa esistenza — e il successo — di siti come eBay e Amazon. E fornisce dei dati secondo cui il primo portale visitato per acquistare sul web sia il colosso guidato da Jeff Bezos. Ma per l’Ue i due non possono essere paragonati perché rispondono a esigenze diverse. Il primo, Google Shopping, compara prodotti e prezzi — in modo non trasparente secondo le accuse, con favoritismi - il secondo è negozio virtuale dove acquistare ciò che si cerca.

«Ha omesso — continua Walker — di prendere in considerazione il significato concorrenziale di aziende come Amazon e le dinamiche più ampie dello shopping online». Per quanto riguarda i servizi per l’advertising forniti da AdSense, Google sostiene di aver apportato modifiche agli annunci pubblicitari che «erano utili per gli utenti e per i rivenditori. Non siamo mai scesi a compromessi con la qualità o la rilevanza delle informazioni che abbiamo mostrato; al contrario, le abbiamo migliorate. Questo non significa “favorire” - significa ascoltare i nostri clienti».
La battaglia con l’Antitrust
Questa è la seconda dichiarazione ufficiale emessa da Mountain View nei confronti delle accuse dell’Antitrust europeo. La prima risale al 2015. Poi, quest’estate, nuovi elementi sono stati aggiunti all’indagine, tra cui la dichiarazione che un sito come Amazon non può essere considerato un competitor. Una teoria che «semplicemente non rispecchia la realtà», secondo Google. La battaglia tra il colosso americano e le istituzioni del vecchio continente dura ormai da sei anni. Il tema centrale è sempre lo stesso: una situazione di monopolio che porta ad abusi di potere. Marghrethe Vestager, commissaria per la Concorrenza, ha evidenziato diversi settori su cui indagare: lo shopping online, i servizi pubblicitari forniti da AdSense e il sistema operativo Android. Google è pronto a rispondere a breve anche per quest’ultima accusa. Se dovessero seguire decisioni ufficiali, per Mountain View significherebbero multe miliardarie.

Dopo l'infarto dorme in strada "Ma ai migranti danno l'hotel"

Claudio Cartaldo - Gio, 10/11/2016 - 10:55

A Sesto San Giovanni un 62enne che soffre di problemi al cuore ha perso il lavoro ed è costretto a dormire in strada: "Per i migranti ci sono alberghi e comunità"



Ha 62 anni e soffre di cuore. Ha avuto un infarto, è cardiopatico.

Non solo: è senza lavoro e senza casa. Ma il governo invece di aiutarlo pensa ai migranti che sbarcano in Italia. La storia di Gianfranco Tomé è di quelle che fa indignare. Dopo 39 anni di lavoro è stato licenziato. La crisi economica lo ha portato in strada. Nemmeno la malattia ha smosso le autorità a trovargli una sistemazione.

L'italiano povero contro i migranti

"Per i profughi ci sono alberghi e comunità. Per me, che ho 39 anni di onesto lavoro e una patologia cardiaca, c’è solo la strada", ha detto Gianfranco al Giorno. Gianfranco non ha più nulla. I Servizi sociali di Sesto cui ha chiesto una casa o un letto non gli sono stati di aiuto. Aveva una casa a Lainate, ma non poteva pagare nemmeno l'affitto. Così si è rivolto ad una famiglia di Sesto dove faceva le pulizie e loro gli assicuravano un pasto caldo e un tetto. Poi sono arrivate la panchina e l'infarto.

"Il mio cuore, già malato dopo che per 30 anni ho fatto la guardia giurata di notte, non ha retto alla vita di strada - racconta al Giorno -. Sono disperato, frustrato e stanco. Dopo 39 anni di lavoro e un’invalidità del 75 per cento non ho nemmeno diritto alla pensione. Ora mi dicono che devo aspettare i 67 anni. Intanto non ho nemmeno i soldi per mangiare!".

Se per gli immigrati si mobilita il mondo, per Gianfranco, italiano e povero, la burocrazia blocca gli aiuti. E così si è mosso il Gruppo accoglienza disabli di Cinisello: "Stiamo dialogando con tutte le istituzioni per cercare una soluzione - ha detto al Giorno Rachele Lo Muscio, del Gad di Cinisello -. Abbiamo richiesto l’aggravamento per il suo stato di salute e stiamo provando a presentare le pratiche per il prepensionamento, ma al momento ci è mancato qualsiasi tipo di assistenza. È assurdo che in una città come Sesto manchi un servizio di accoglienza per chi rimane solo ed ha problemi fisici conclamati".

Com’è nato lo Sbagliato, il cocktail inventato da Mirko Stocchetto

Corriere della sera
di Marco Cremonesi

L’incidente

Dio non gioca a dadi, come è noto. Lo Sbagliato - tutti ormai lo chiamano così anche a Singapore, tagliando il Negroni - nacque appunto per errore. Nel 1972 Mirko Stocchetto, il patron del bar Basso di Milano appena scomparso a 86 anni, nella foga creativa di un Negroni sbagliò bottiglia. Anziché a quella del gin, mise a mano alla boccia dello spumante, che in quei giorni ancora non era prosecco.


Una combinazione?

Una combinazione? Difficile. Ill fatto che la bottiglia dello spumante fosse proprio lì non può essere casuale. Tanto per cominciare, Mirko era un veneto. Gente per cui il bianco è sempre stato un pezzetto d’anima. Inoltre, aveva iniziato la sua carriera all’Harry’s bar di Venezia con il leggendario Giuseppe Cipriani, l’uomo che tra l’altro inventò il Bellini. Sempre a base di spumante.


Il figlio di Mirko Stocchetto, Maurizio, mentre prepara uno Sbagliato

Forse no

Da cui Stocchetto trasse l’idea per un’altra sua creazione, il Rossini, a base di succo di fragola. E poi, c’è l’indizio della sostituzione, una bottiglia per un’altra. Che ci rimanda alla nascita del Negroni originario. Il conte Camillo Negroni da Firenze, nella sua movimentata esistenza risiedette a lungo negli Usa, dove si abituò al bere “americano”, ovverosia miscelato. E l’Americano era proprio il suo drink di elezione: Campari, vermouth rosso e uno spruzzo di seltz.


Come del resto la nascita del Negroni

Meno innocente di Mirko, Camillo chiese deliberatamente al suo barman, Fosco Scarselli, di sostituire all’acqua gasata qualcosa in grado di dare al palato un calcetto in più: il gin. Era nato, con uno scambio di bottiglie (ma non per sbaglio), un drink destinato alla leggenda. Che ancora oggi è il secondo cocktail più servito al mondo.


Fato o genio?

Infine, l’ultimo indizio. Mirko non amava i jigger. I misurini da bar gli davano sui nervi. Gli sembravano un po’ un mezzuccio, un trucchetto da dilettanti. L’approccio di chi sa che non tutto può essere controllato. O meglio: che non tutto si deve controllare. Insomma, la sovrana semplicità dello Sbagliato ha la grazia del genio, non è il capriccio del fato. La sostituzione del gin con il brut rende il drink più leggero dal punto di vista alcolico, ma lo trapunta di sapore e soprattutto consistenza.


La ricetta

La regola dice che le dosi tra Campari, vermouth e spumante pari sono. Anche se molti di spumante ne mettono un po’ di più. In ogni caso il vino aggiunge al drink tessitura, cremosità quasi. Un abbraccio confortante, un’accoglienza materna rispetto all’assertività del Negroni originario. Ne berremo uno stasera, in memoria di Mirko.

La Corte di Giustizia Ue: no a costi extra per i servizi post-vendita

La Stampa
sandra riccio

Le telefonate non possono essere più care di quelle normali



Le telefonate post-vendita? Non possono essere più care di quel che spendiamo per chiamare un numero fisso qualsiasi o un cellulare. Vuol dire che i tanti servizi che ogni giorno paghiamo a carissimo prezzo, per esempio quelli per contattare Trenitalia e cambiare la prenotazione del viaggio oppure per comunicare con Ryanair, dovranno avere tariffe standard e quindi basse e di pochi centesimi. 

E’ questo il parere dell’avvocato generale presso la Corte di Giustizia europea, Maciej Szpunar, che è intervenuto in un caso tedesco sollevato da un’associazione tedesca per lo sviluppo degli interessi commerciali di associazioni e imprese. Si tratta però di un parere alla Corte, non vincolante, e che quindi non viene applicato. La Corte dovrà decidere successivamente a questo parere. Quando la Corte deciderà la sua decisione avrà efficacia solo sullo specifico caso esaminato ma farà giurisprudenza in tutti i Paesi Ue e la sua interpretazione della legge europea sarà vincolante in tutta la Ue.

Il caso Szpunar apre tuttavia una nuova strada e accende un importante faro su una pratica poco corretta e molto salata. In più, in molti casi non c’è altro modo di comunicare con le società che vendono servizi, se non attraverso numeri a pagamento. Nel caso preso in esame dalla Corte Ue, una società tedesca, la comtech che opera nel commercio di apparecchi elettrici ed elettronici, faceva pagare a caro prezzo le telefonate post-vendita, per esempio per informazioni sulla data di consegna. Il giudice ha detto che questo servizio è già incluso nel prezzo iniziale.

Cambierà qualche cosa? «Non basta il parere dell’Avvocatura. Ci vorrà la sentenza della Corte – dice Pietro Moretti, dell’Aduc -. E’ però un buon segnale perché si tratta di un parere autorevolissimo, nella maggior parte dei casi i giudici ne tengono conto». I tempi? Ci potrebbero voler mesi per avere una risposta definitiva, le procedure sono lunghe ma l’iter intanto potrebbe essere stato avviato. 

Napoli, campi rom: stanziati sedici milioni di euro

Il Mattino



Il via libera a fondi per 16 milioni, grazie all'approvazione di uno specifico emendamento in Parlamento, consente di affrontare in maniera concreta l'emergenza dei campi rom presenti in Campania. Con decreto del Ministero dell'Interno e di concerto con il Mise, vengono riassegnate alla Prefettura le risorse per il completamento degli interventi programmati.

«Esprimo soddisfazione per lo sblocco dei fondi - ha dichiarato il presidente della Regione Vincenzo De Luca - e ringrazio quanti hanno sostenuto in sede parlamentare l'iniziativa che avevamo lanciato nello scorso mese di settembre in Prefettura a Napoli, quando abbiamo affrontato l'emergenza roghi nella Terra dei Fuochi. Sull'emergenza rom abbiamo più volte ribadito la nostra linea, che è chiara e netta: favorire l'accoglienza e la piena integrazione per chi accetta di rispettare le regole, sgombero dei campi rom in caso contrario».

Gardaland, la realtà virtuale sale sulle montagne russe

Il Messaggero



Realtà virtuale applicata alle montagne russe. E' la novità 2017 per il celebre parco divertimenti a Castelnuovo del Garda (Verona), l’innovativo progetto che rivoluzionerà completamente l’esperienza sulla più mitica e leggendaria montagna russa di Gardaland, apprezzata per il doppio giro della morte, il doppio avvitamento e la velocissima elica finale.

Il viaggio mozzafiato ad alta velocità, le vertiginose discese, gli avvitamenti laterali e il suo doppio loop non saranno mai più gli stessi. Grazie agli appositi visori, la realtà virtuale immergerà il temerario passeggero in una realtà parallela: un mondo avventuroso e inatteso dove sarà possibile vivere, in prima persona, un’esperienza unica e memorabile, raggiungendo livelli adrenalinici - garantiscono dal parco - mai provati prima.

La realtà virtuale rappresenta uno dei principali trend emergenti nel mondo dell’entertainment a livello mondiale e trova svariate applicazioni che vanno dai videogames al cinema. La nuova esperienza - Realtà Virtuale sulla Montagna Russa - potrà essere vissuta sin dall’apertura della stagione 2017.




Monaco, il muro anti-immigrati più alto di quello di Berlino

Giuseppe De Lorenzo - Gio, 10/11/2016 - 09:01

Un muro alto 4 metri, più di quello di Berlino. Nella Germania di Angela Merkel i tedeschi tornano a costruire barriere. Questa volta per proteggersi dagli immigrati



Ben 27 anni dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania torna a costruire barriere
Questa volta contro gli immigrati. E se non bastavano i 3 metri di altezza della fortificazione fatta costruire dalla Germania dell'Est per bloccare le fughe ad Ovest, oggi - al tempo di Angela Merkel - verrà costruito un muro più alto di quello che rinchiuse Berlino Ovest per oltre 20 anni (Guarda il video).

Il muro di Monaco anti-immigrati

A Monaco di Baviera, nel municipio di Neuperlach Sud, 55mila anime, l'amministrazione ha autorizzato la costruzione di una barriera anti-immigrati per separare un centro di accoglienza dalle abitazioni dei residenti: 40 metri di sassi per 4 metri di altezza. La decisione risale allo scorso giugno, quando i residenti hanno lamentato il rischio che il centro profughi con 160 minori non accompagnati potesse disturbare la quiete e abbattere il valore della case che distano solo 25 metri dalle casette dei migranti.

Messo a confronto con quello di Berlino, il muro di Monaco misura 40 centimetri in più: 3,6 quello caduto nel 1989 e 4 metri quello odierno. I migranti non potranno usarlo né per giocare a calcio, né arrampicarcisi. L'obiettivo è quello di contenerne il rumore ed evitare che la presenza di ragazzi stranieri turbi la vita di tutti i giorni dei cittadini tedeschi. Il presidente dell'assemblea di circoscrizione locale, infatti parla di una "misura per l'isolamento acustico: non è un muro contro gli immigrati".

Le proteste della politica

Eppure, come denunciato anche dal politico locale Guido Bucholtz, socialdemocratico, la barriera ha comunque due valori simbolici. Anche se i migranti a Neuperlach potranno uscire liberamente e il muro non circonda completamente il campo (ma solo da un lato), molti lamentano che assomigli troppo da vicino ad un ghetto nello stile di quelli ebraici. E fa una certa impressione pensare che il lagher di Dachau disti appena 30 chilomentri.

Il fallimento di Angela Merkel

Ma soprattutto, il muro simboleggia la sconfitta della politica dell'accoglienza di Angela Merkel. In Baviera infatti 4 cittadini su 5 non vorrebbero i musulmani e il 73% ha atteggiamenti ostili verso i migranti. Tanto che la Cancelliera a settembre ha dovuto fare uin passo indietro sulla sua politica delle porte aperte. "Se potessi - ha ammesso - tornerei indietro per prepararmi meglio" all'emergenza profughi del 2015. Quel muro è lì a dimostrare che di certo qualcosa è andato storto.