venerdì 18 novembre 2016

Soprattutto

La Stampa
jena

Renzi all’Europa: “Sono necessarie più risorse per migranti, disoccupati e soprattutto elettori del Sì”.

Rom arrestato dopo la sparatoria: Kyenge lo salvò dall'espulsione

Sergio Rame - Mer, 16/11/2016 - 09:37

Nekl 2012 la Kyenge evitò l'espulsione a un giostraio rom. Ieri è stato arrestato in autostrada dopo una sparatoria coi carabinieri



Quella di Senad Seferovic, oggi 26enne, è una stroria di criminalità ordinaria.

Tra furti e sparatorie il giostraio rom entra ed esce dal carcere. L'ultima volta è successo ieri, quando è stato arrestato in A4, l'autostrada che collega Milano a Venezia, dopo un inseguimento con tanto di sparatoria. È l'ennesimo fallimento dell'ex ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge che nel 2014 si era battuta per tirarlo fuori dal Cie. Il giudice di pace di Modena le aveva dato ragione avvalendosi del fatto che, non essendo mai stato naturalizzato in Bosnia Erzegovina, non aveva alcun documento.

Peccato che le pendenze giudiziarie avessero spinto la Questura a chiederne l'espulsione dall’Italia.
Oggi Senad è di nuovo in carcere. Ieri, come racconta la Gazzetta di Modena, si trovava a bordo di un'auto che, all'alt intimato dai carabinieri a Peschiera del Garda, aveva dato vita a una corsa infernale. E dopo otto chilometri percorsi contromano in autostrada, un'auto dei militari speronata e una violenta sparatoria, hanno bucato una gomma e sono stati raggiunti dai carabinieri. Ne è scaturita una rissa, con tanto di calci e pugni.

Solo Senad è stato acciuffato, mentre i tre complici hanno fatto perdere le proprie tracce. E così, a distanza di un solo anno dall'ultimo fatto di cronaca, eccolo tornare in carcere. Nel 2015 i carabinieri di Anzola, cittadina in provincia di Bologna, lo avevano arrestato insieme a un'altra banda di cinque nomadi che erano stati beccati a Fiorano mentre trasportavano un carico di rame appena rubato. Un bottino da circa 40mila euro.

Quando Carlo Giovanardi si era opposto all Kyenge, che voleva la libertà di Senad dal Cie, era stato coperto di insulti da un comitato. Eppure la Questura aveva pubblicamente confermato che il rom aveva un'impressionante sfilza di denunce. "Bisognava espellerli - tuona ora Giovanardi - invece un giudice di pace di Modena ha preferito non applicare la legge e appellarsi alla sua coscienza". Ma è mai possibile che, mentre polizia e magistrati mettono un malvivente in carcere, un giudice di pace possa prendere una simile decisione?

La stessa Kyenge era a conoscenza dei rischi dell'operazione: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti e non li abbiamo mai nascosti. Ci siamo battuti per i suoi diritti legati alla mancata cittadinanza. Se era delinquente doveva stare in galera e se lo è oggi ci starà oggi. Ma non doveva stare al Cie. Il carcere non è il Cie". Nella sparatoria di ieri, però, avrebbe anche potuto lasciarci le penne qualcuno.

In carcere per furto il rom liberato dal Cie per merito della Kyenge

Sergio Rame - Lun, 31/08/2015 - 09:53

L'ex ministro si difende: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti ma mi sono battuta per i suoi diritti"



Un anno fa Cecile Kyenge si batteva per Senad Seferovic, oggi 25enne, e il fratello Andrea per tirarlo fuori dal Cie.

Il giudice di pace di Modena le aveva dato ragione avvalendosi del fatto che, non essendo mai stati naturalizzati in Bosnia Erzegovina, i due non avevano alcun documento. Nessuno aveva, però, fatto i conti (o, se li avevano fatti, avevano fatto finta di nulla) con le pendenze giudiziarie dei due fratelli che avevano spinto la Questura a chiederne l'espulsione dall’Italia. Oggi Senad Seferovic è di nuovo in carcere perché, come racconta la Gazzetta di Modena, faceva parte di una banda di ladri di rame.



Mercoledì scorso i carabinieri di Anzola, cittadina in provincia di Bologna hanno arrestato una banda di cinque nomadi che erano stati beccati a Fiorano mentre trasportava un carico di rame appena rubato. Un bottina da circa 40mila euro. Nel gruppo c’era anche Senad. Per tutti il giudice ha convalidato l’arresto con custodia cautelare in carcere. Ora il nomade "liberato" dalla Kyenge si trova al Sant’Anna con l'accusa di furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. "Sono stato coperto di insulti da un comitato che si era mobilitato per due 'innocenti' che stavano al Cie chissà perché - tuona Carlo Giovanardi - la Questura mi aveva confermato che avevano una sfilza impressionante di denunce. 

Quanto alla vicenda burocratica, se volevano potevano diventare italiani e invece hanno preferito restare apolidi. È chiaro che loro erano al Cie in attesa di espulsione". La difesa diceva che i Seferovic non avevano patria. Ma Giovanardi non è affatto d'accordo: "Ricordo solo che il Cie si chiama Centro di identificazione perché lì devono essere identificati, non fuori. Bisognava espellerli; invece un giudice di pace di Modena ha preferito non applicare la legge e appellarsi alla sua coscienza".

E conclude: "A Modena la gente è preoccupata per i reati predatori. Se polizia e magistrati mettono in carcere o al Cie, un giudice di pace può prendere simili decisioni? Se fossero stati innocenti o vittime di un errore sarei stato il primo a chiedere la loro liberazione. Sono per l’integrazione tra modenesi e immigrati onesti ma non quando c’è di mezzo il crimine".

La Kyenge passa subito al contrattacco: "Giovanardi è un senatore e dovrebbe aiutare la popolazione a capire fino in fondo la differenza tra clandestino e delinquente. Invece confonde apposta le cose, intorbida le acque e lo fa lasciando intendere che il Cie è un luogo per immigrati e delinquenti. Sbaglia e lo sa. Gli chiedo di fare un passo indietro e di considerare quanto è pericoloso questo discorso". Poi, però, ammette: "Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti e non li abbiamo mai nascosti. 

Ci siamo battuti per i suoi diritti legati alla mancata cittadinanza. Se era delinquente doveva stare in galera e se lo è oggi ci starà oggi. Ma non doveva stare al Cie. Il carcere non è il Cie. Giovanardi lo sa. Cambi strada e insegni che esiste una possibilità di una nuova convivenza, anche col rigore della legge".

"Usano la mia malattia contro il fumo". Ma le sigarette non c'entrano e lui fa causa

Sergio Rame - Mer, 16/11/2016 - 10:42

Su tutti i pacchetti c'è la sua fotografia mentre è intubato su un letto d'ospedale. Ma è stata rubata dopo un'operazione alla schiena. "Le sigarette non c'entrano nulla"



"Fumar provoca embloias e invalidez". Sfondo nero e lettere (cubitali) bianche.

Poi, sopra, la fotografia horror con un malato steso in un letto d'ospedale. È intubato e tutto lascia intendere che sia moribondo, con un piede nella fossa, per colpa delle sigarette. Peccato che con i malanni di F. J. T. A. (queste le iniziali indicate dai giornali spagnoli) il fumo non c'entri nulla. La fotografia è stata rubata tre anni fa dopo un'operazione alla schiena.

Oggi il signore della foto, che campeggia sui pacchetti di tutto il mondo, è pienamente in vita. Non rischia alcuna dipartita. E, soprattutto, non è mai finito in ospedale per questioni legate al fumo. Un'operazione l'ha sì subita, tre anni fa, durante la Settimana Santa. L'intervento era servito a mettergli alcune protesi di titanio alla schiena. E, mentre si trovava sotto anestesia, gli è stata scattata una fotografia che oggi è finita sui pacchetti di sigarette per spiegare che "il fumo causa ictus e disabilità". Da Boiro, paese della Galizia dove vive il 54enne, è così partita una denuncia alla Guardia Civil per "utilizzo dell'immagine senza permesso".

La causa di F. J. T. A. è indirizzata proprio all'Unione europea. E non è l'unica. Come spiega Libero, infatti, i famigliari di un'altra persona che appare sui pacchetti di sigarette voluti da Bruxelles si sono infuriati perché la foto del parente morto di cancro è stata usata senza alcuna autorizzazione.

I disegni di Van Gogh, rissa Parigi-Amsterdam

La Stampa
leonardo martinelli

Una celebre studiosa certifica la scoperta di 65 tavole. Il museo olandese: sono false


Il disegno intitolato «Vista dopo Montmajour in direzione di La Crau». Luglio 1888 Arles

Era il 20 maggio 1890, al Café de la Gare di Arles, un bar-ristorante umile e popolare, con qualche stanza sopra, «dove si può anche dormire, se proprio non hai soldi per pagarti un albergo normale, o se, alla fine della serata, sei troppo ubriaco per raggiungerne uno», scrisse in una delle sue lettere Vincent Van Gogh.

Ecco, quella mattina al Café si presentò Félix Rey, il dottore di Arles, che a più riprese aveva curato il pittore dopo le sue crisi epilettiche e i suoi tracolli esistenziali: anche quel giorno maledetto, quando si mutilò di un orecchio, litigando con Gauguin. Il dottore e i coniugi Ginoux, proprietari del Café de la Gare, costituivano il cerchio di persone che ad Arles si erano affezionate subito a quell’olandese strambo, sbarcato all’improvviso in città nel 1888, a 37 anni e già tante ansie nel bagaglio.

Marie Ginoux, in particolare, Vincent lo capiva, perché anche lei, senza tante implicazioni intellettuali, ma d’istinto, viveva il suo stesso «mal di vivere». Marie non c’era quella mattina al suo Café. Neanche Joseph, il marito. Il dottor Rey lasciò al cameriere un po’ di cose: le aveva inviate a loro Van Gogh, che da quattro giorni aveva lasciato il manicomio a Saint-Rémy, per rientrare a Parigi. Scatole vuote, dove Marie aveva messo delle olive, inviate all’amico malato.

E soprattutto un grosso quaderno, un libro dei conti. «La signora Ginoux lo aveva regalato a Vincent, poco dopo il suo arrivo ad Arles – ricorda Bogomilia Welsh-Ovcharov, storica dell’arte e una delle maggior esperte di Van Gogh a livello mondiale -. Era stato usato in parte, ma c’erano ancora tanti fogli liberi, dove Vincent poteva disegnare». Non è chiaro perché lui si incaponì di volerglielo restituire («probabilmente perché le voleva bene»). Sta di fatto che solo ora quel quaderno è riemerso dall’oblio, con 65 disegni del pittore.

Questa, almeno, è la convinzione della storica dell’arte. Fu lei, fra le altre cose, la curatrice della mitica mostra «Van Gogh a Parigi», che inaugurò il museo Orsay nel 1988. La Welsh-Ovcharov ha autentificato (e pure rifiutato, come falsi) diversi dipinti di Van Gogh. Le riproduzioni dei disegni appena scoperti sono contenuti in un bel testo, pubblicato in Francia da Seuil (Vincent Van Gogh: le brouillard d’Arles, carnet retrouvé) e da altre case editrici in giro per il mondo, disponibile da domani. Diciamolo subito: sulla sala belle époque di place des Vosges, ieri a Parigi, dove la Welsh-Ovcharov presentava i disegni del «suo» Vincent, dal Museo Van Gogh di Amsterdam, un’autorità nella materia, piombava un comunicato per indicare che «quei disegni inediti sono delle imitazioni».

Gli esperti olandesi puntano il dito sul tipo di inchiostro utilizzato, diverso da quello di opere simili del pittore nello stesso periodo. E poi non sono firmati, «ma se fosse solo questo - ha risposto subito la storica dell’arte – allora la metà di quanto esposto al museo di Amsterdam sarebbe falso». Si è aperta una querelle (e durerà ancora a lungo) su questi disegni, che sono di vario tipo: autoritratti, ma soprattutto scene bucoliche, con pini vibranti, ameni cipressi, olivi contorti, i soliti girasoli, cieli allucinati. Senza contare gli schizzi preparatori di dipinti famosi, come il Ramo di mandorlo in fiore. In alcuni casi, invece, sembrano elementi di pitture già eseguite, da mandare al fratello Theo, a Parigi, nella speranza di vendere quei dipinti (vana, visto l’insuccesso di Vincent). 

«Questi disegni – sottolinea la Welsh-Ovcharov – indicano bene la sua visione trascendentale della natura». Ritorniamo a quel 20 maggio 1890. Il cameriere raccolse tutto, anche quel grosso quaderno, e lo mise da parte. Finì con altri libri dei conti, dimenticato: Marie probabilmente manco lo vide. Lei morì nel 1902, il marito qualche anno dopo. Non avevano figli. Era loro proprietà anche la famosa «casa gialla», ritratta da Vincent e dove soggiornò. Il librone scomparve tra altre cianfrusaglie, spostate fra case diverse, «tutto nel raggio di una settantina di metri», secondo la Welsh-Ovcharov. 

È la discendente dei nuovi proprietari della «casa gialla», già a partire dagli anni Venti, ad averlo ritrovato. E ad aversi fatto qualche domanda. Soprattutto dopo che, di recente, in un vecchio baule, ha ripescato una sorta di diario del Café de la Gare, dove, il 20 maggio 1890, il cameriere scrisse che «il dottor Rey ha portato un libro dei conti, inviato da Vincent Van Gogh». Vero o falso?

Smurati vivi

La Stampa
massimo gramellini

«La finanza ordina, la politica esegue e la cultura nobilita» scrive un lettore genovese, tracciando una sintesi mirabile degli ultimi vent’anni di storia occidentale. Nel cataclisma in corso suona surreale che il dibattito italiano giri intorno a temi importanti, ma oggi marginali come l’abolizione del Cnel o la riduzione del numero dei senatori. Mentre l’unico argomento che dovrebbe occupare ossessivamente la mente dei politici è il lavoro. Gli elettori infuriati di Trump possono avere sbagliato le risposte, ma le loro domande erano giuste. E integrabili da noi europei.

Rivogliamo una società dove il reddito sia redistribuito e il salario minimo garantito. Dove le aziende ad alta tecnologia paghino le tasse e i loro profitti, anziché arricchire una minoranza ogni anno più sparuta, vengano reinvestiti in posti di lavoro. Dove Welfare non sia considerata una parolaccia, ma la più straordinaria invenzione dell’uomo dopo la ruota. Dove le banche ricomincino a custodire e prestare soldi, invece di giocare in Borsa. Una società con meno regole, ma stringenti e rispettate da tutti. Perché - come avrebbe sentenziato con soddisfazione Gordon Gekko e come ricorda con mestizia Zygmunt Bauman - un mondo senza regole avvantaggia due soli gruppi: la criminalità organizzata e la finanza. 

Però una società così non la si ricostruisce chiudendosi a riccio nei propri confini. Problemi e avversari globali possono essere combattuti soltanto da una politica altrettanto aperta e globale. I muri non servono a niente. Il povero troverà sempre il modo di scavalcarli e il ricco di azionare una catapulta.

Una supercar da 210mila euro: Maurizio Crozza come Balotelli

Franco Grilli - Mar, 15/11/2016 - 15:00

In esclusiva su Chi le immagini di Crozza con la moglie a bordo di una supercar da 320 km all'ora



Il settimanale Chi ha pubblicato in esclusiva le immagini di Maurizio Crozza con la moglie Carla Signoris fotografati nel centro di Milano a bordo di una potentissima supercar. Si tratta di un’Audi R8 V10 coupé, un "mostro", costruito in collaborazione con la Lamborghini che tocca i 320 all'ora e che costa oltre 210 mila euro. È una delle macchine preferite dalle stelle dello spettacolo e dello sport come Mario Balotelli che ne possiede una nero opaco.


Mina e Celentano accusati di plagio per la copertina di “Le Migliori”

La Stanpa
SARA IACOMUSSI



«Di solito uso questa piattaforma per condividere ispirazioni, ma questa volta invece devo condividere qualcosa che trovo davvero scoraggiante»: a scrivere è il fotografo Ari Seth Cohen, che attraverso il proprio profilo di Instagram ha denunciato un «plagio». L’artista aveva ricevuto una proposta da parte di Mina e Celentano, recentemente tornati artisticamente insieme con l’album Le Migliori, per realizzare il servizio fotografico da utilizzare per la copertina del disco.

L’accordo non è poi stato raggiunto e il fotografo, mesi dopo, ha scoperto una riproduzione di un suo vecchio scatto. Identici gli stili e i colori, con una differenza: le «modelle» sono gli stessi Mina e Adriano Celentano, che prestano il proprio volto sulla copertina. «La casa discografica ha ricreato la mia immagine originale utilizzando un proprio fotografo - spiega Cohen - Vedo spesso vari marchi e campagne pubblicitarie prendere spunto dal mio progetto Advanced style, ma io non sono mai stato così palesemente plagiato. Ho scelto di portare questo problema alla luce perché credo sia importante far rispettare il lavoro e le idee originali di freelance, artisti indipendenti, designer e fotografi.

E così frustrante quando vedo o sento di proprietà intellettuali ‘strappate’ via da aziende grandi e potenti. La mia speranza è di poter aprire una discussione su più larga scala, e focalizzare l’attenzione sui diritti degli artisti».

Solo l’apertura della Cattedrale costa al giorno 11 mila euro

Corriere della sera

di Giampiero Rossi

Dal 2010 interventi per 162 milioni: una media di trenta milioni ogni anno. Niente soldi dalla chiesa: solo sponsor, biglietti di ingresso e gestione immobiliare



Come tutti gli anni, anche in questo 2016 se ne andranno almeno quattro milioni. Euro più euro meno, è questo l’ammontare delle spese vive per la semplice apertura delle porte del Duomo per 365 giorni. Più o meno undicimila euro al giorno. E meno male che non c’è il riscaldamento. Insomma, la cattedrale costa, perché oltre alle spese ordinarie c’è anche la manutenzione, straordinaria per complessità e delicatezza, ma a sua volta ordinaria perché non arriva ogni tanto, ma prosegue continuamente. Mica per niente Fabbrica del Duomo è diventato un modo per definire qualcosa che non finisce e non si ferma mai. Proprio in questo momento, per esempio, all’interno e all’esterno del complesso del Duomo sono aperti 22 cantieri.

I bilanci della Veneranda Fabbrica raccontano di una spesa complessiva che negli ultimi sei anni, dal 2010 al 2015 compresi, è stata di circa 162 milioni di euro. Certo, in quella cifra c’è anche l’esborso per la riorganizzazione straordinaria di orari, accessi e servizi pensata per il semestre Expo. Ma a prescindere dalle occasioni speciali, il rendiconto finanziario che viene presentato ogni anno al prefetto si aggira comunque attorno ai 30 milioni. Perché da quando Gian Galeazzo Visconti l’ha istituita, nel 1387, la Veneranda Fabbrica del Duomo copre l’intera filiera del restauro:

dall’escavazione dei marmi nelle cave di Candoglia fino alle pennellate microchirurgiche su 3.400 statue, 55 grandi vetrate istoriate e 135 guglie. Senza sosta. Perché con i suoi 11.700 metri quadri di superficie interna, la cattedrale milanese rappresenta una sorta di città nella città. Così, almeno, la definiscono quelli che ci lavorano, considerando che il complesso monumentale del Duomo comprende la chiesa, le terrazze, il museo, l’area archeologica, la chiesa di San Gottardo in Corte e l’archivio-biblioteca.

Come si finanzia la manutenzione, il restauro e la gestione di tutto questo? Dagli uffici di via Cardinale Martini spiegano che «il contributo pubblico copre circa il 20 per cento del fabbisogno». Per esempio, per il periodo 2010-2015 dagli enti locali (Regione, Provincia e Comune) sono arrivati circa 8 milioni (5 per cento) e dallo Stato 23,7 milioni (il 14,5 per cento). Il grosso, cioè l’80 per cento delle risorse necessarie, arriva da un articolato sistema di autofinanziamento, perché la Veneranda Fabbrica non ha neanche accesso ai bacini del 5x1000 e dell’8x1000, né può contare su agevolazioni fiscali.

Le entrate, dunque, sono frutto della «valorizzazione del complesso monumentale» — cioè biglietti di ingresso al Duomo, alle terrazze, ai musei, visite guidate, mostre — per un 40 per cento circa. E il restante 60 per cento provengono da sponsorizzazioni, raccolte fondi (per esempio la campagna «Adotta una guglia» è arrivata a 6,5 milioni dal 2012 a oggi) e dalla gestione dell’intero patrimonio immobiliare. Si tratta di 171 unità, tra negozi e uffici e abitazioni, sui quali — tengono a sottolineare i contabili — la Fabbrica paga Imu, Tasi, Tari e tutte le imposte.

Insomma, tra le attività che non si fermano mai c’è anche quello di reperire fondi. Ecco perché desta allarme il rischio di perdere quei fondi statali. Anche perché la Veneranda Fabbrica non riceve alcun sostegno dal Vaticano né dall’arcidiocesi ambrosiana. Ma la storia racconta che il governo di turno ha sempre provveduto a stanziare finanziamenti per la cattedrale. Fin dai tempi di Maria Teresa d’Austria. All’epoca, probabilmente , non costava undicimila euro al giorno, ma sovrani e primi ministri non hanno mai voluto correre il rischio di vedere chiuse le porte del Duomo.

E i mafiosi di Corleone dissero: "Torniamo ai Beati Paoli, mettiamoci un cappuccio in testa"

repubblica.it
di SALVO PALAZZOLO

E i mafiosi di Corleone dissero: "Torniamo ai Beati Paoli, mettiamoci un cappuccio in testa"
Un disegno che rievoca la setta segreta siciliana del dodicesimo secolo

Un'intercettazione dei carabinieri svela le paure dei boss, ossessionati da microspie e denunce. Nei mesi scorsi hanno provato a creare un nuovo mandamento in provincia. E pensavano a un attentato: "Hai visto la Stidda, quando sminchiarono Livatino se ne sono saliti" Mafiosi sempre più sull’orlo di una crisi di nervi. Per gli arresti, i processi e i sequestri. “Dobbiamo trovare un metodo nuovo, un metodo giusto – dicevano gli ultimi mafiosi di Corleone intercettati dai carabinieri – se mi devono fottere, mi devono fottere in una certa maniera… così alla buona no”.

Orgoglio di boss, anche se depresso. Vincenzo Pellitteri suggeriva di “organizzare qualcosa per non farci riconoscere, come si può fare?”. E’ diventato il dilemma di ogni criminale, che cerca di scansare microspie e telecamere. "Andare dalle persone e non farti riconoscere". Il colpo di genio mafioso (così lo proponeva), lo tirò fuori Pietro Masaracchia, anche lui attivissimo nella zona di Corleone.
Suggeriva di ritornare ai Beati Paoli, la setta segreta che operò a Palermo nel dodicesimo secolo.

Insomma, mafiosi depressi e pure nostalgici, ma proprio tanto. “Tu ti metti un cappuccio in testa… se queste persone non ti vedono in faccia, sanno chi sei tu?”. Certo, un’idea singolare quella del cappuccio in testa per andare a chiedere il pizzo. Ma Pellitteri e Masaracchia pensavano ai Beati Paoli “2.0”. Per esempio: “Tu lasci un messaggio… se non arriva l’altra metà di questa cosa che incaglia non puoi fare niente”. Oppure: “Invece di lasciare una bottiglia gli lasci un segnale dove gli dici: questo corrisponderà con la persona che verrà, punto. Non hai neanche bisogno di dirglielo in faccia”.

Mafiosi depressi e nostalgici alla ricerca del “metodo nuovo: si danno arie di grandi filosofi del crimine, ma finiscono per essere i protagonisti di scenette da commedia. “Tu scrivi con la mano manca”, diceva uno dei mafiosi di Corleone. Ovvero, con la mano sinistra. Pellitteri insisteva pure: “Io vedi che mi sono allenato, e te lo volevo dire, mi sono allenato a scrivere con la mano manca… che io sono fituso vedi… con la mano manca è difficile identificarti”. Fituso nel senso di diabolico, rivendicava pure questo titolo Pellitteri. L’altro boss suggeriva invece il normografo per lasciare messaggi di minaccia. Ma quello insisteva con la mano manca: “Io mi sono allenato adagio adagio”.

Oppure, suggeriva di ritagliare le lettere da un giornale. “Ma no, quello no, lasci le impronte”.
Alla fine, i due mafiosi convenivano che era sempre meglio “andare a nascondere la macchina per scrivere”. Mafiosi in crisi, ma comunque pericolosi. Meditavano di creare un nuovo mandamento super segreto, fra Palazzo Adriano, Chiusa Sclafani e Contessa Entellina. “L’epoca è brutta”, diceva Pellitteri. Masaracchia si lanciava in frasi da profeta del crimine:

“Nel raggio di qualche annetto devono succedere cose grosse… qualcuno deve cadere in qualche cantoniera" (finisce fuori strada – traducono i carabinieri della Compagnia di Corleone). Il passaggio che segue è inquietante. I mafiosi di Corleone citavano la “Stidda”, la fazione dei grandi nemici di Cosa nostra che ordinarono la morte del giudice Rosario Livatino, assassinato nel 1990: “Sminchiando a questo, non puoi sapere tu quanto cresci… tu non lo puoi immaginare… minchia se ne sono saliti”.

Questi sono i sogni di gloria dei mafiosi di Corleone, che aspettano come fosse un messia Giovanni Grizzaffi, il nipote di Salvatore Riina che sarà scarcerato fra qualche mese. In attesa, si davano grandi arie: “Minchia a Palermo tutti pentiti sono”. E non sospettavano di essere intercettati. Le indagini del Gruppo di Monreale, coordinate dal procuratore aggiunto Leo Agueci e dal sostituto Sergio Demontis, hanno portato tutti in carcere, entro fine anno arriverà la sentenza.

Soldi per i corsi pre-parto musicali riservati alle donne immigrate E niente per i disoccupati friulani

Emanuele Ricucci - Mar, 15/11/2016 - 08:21

La Regione Friuli finanzia i corsi musicali per le donne arrivate clandestinamente. Ma spariscono i fondi per gli italiani

Se l'integrazione diventa sostituzione. Il credo di Stato è l'accoglienza incondizionata, sempre più lontana da una sostenibile forma di solidarietà.

Nella regione guidata dalla dem Debora Serracchiani, il Friuli Venezia Giulia, si attivano i corsi preparto per le donne arrivate clandestinamente in Italia. La regione ha concesso all'Ambito socio-assistenziale di Tarcento (Udine) 51mila euro per un progetto culturale che rientra nel Programma immigrazione 2016. Progetto che mira all'integrazione degli immigrati con «attività informative e laboratoriali in cui la musica funge da elemento di condivisione».

Dell'intera cifra, 18.788 Euro sono stati impegnati dal Comune di Tarcento in favore dell'associazione La linea armonica per «attività laboratoriali musicali e servizi accessori per favorire l'integrazione sociale di minori e famiglie stranieri nei contesti di vita quotidiana». Tra le iniziative principali ecco spuntare i corsi preparto «Nascere cantando» che prevedono «interventi di sensibilizzazione sul significato della musica in gravidanza e sull'uso di suoni, conte e filastrocche nell'ambito della relazione mamma bambino», così come si legge nel provvedimento.

«È grazie ad alcune scelte amministrative precise e alla giunta del sindaco Steccati che l'Ambito socio sanitario ha avuto accesso al piano regionale immigrazione 2016. Nello stesso Ambito socio sanitario friulano, contestualmente, molti italiani che avevano fatto domanda per avere accesso ai contributi regionali per la grave indigenza in cui versavano, si sono visti togliere il contributo previsto da sotto gli occhi», dice Riccardo Prisciano, consigliere comunale di Tarcento in quota Fratelli d'Italia Alleanza nazionale.

Se da un lato, quindi, si trovano i fondi persino per i corsi preparto, dall'altro spariscono quelli destinati all'assistenza dei cittadini italiani. È la storia di M.P. un'italiana di 45 anni, residente nell'Ambito socio-assistenziale di Tarcento, invalida e disoccupata da 5 anni, sposata con G.P., italiano anch'egli invalido e disoccupato da 9 anni: «Non abbiamo lavoro e dobbiamo pagare 450 euro al mese di affitto, le bollette e trovare qualche soldo per mangiare. Io e mio marito ci siamo rivolti agli assistenti sociali in cerca di aiuto; mi hanno fatto partecipare a un bando regionale che prevedeva un contributo di 400 euro al mese, versati ogni 2 mesi, e

contestualmente l'inserimento in un progetto di avviamento al lavoro attraverso l'Ufficio di collocamento. Qualche giorno fa, gli assistenti sociali mi hanno notificato una lettera nella quale mi informavano che i contributi regionali erano stati tagliati oltre della metà. Ma a noi italiani chi ci pensa?». La domanda della signora M.P., si legge sulla lettera: «È stata accolta con riserva in quanto l'attuale indisponibilità dei fondi assegnati a questo Ente da parte della Regione non permette la concessione e la successiva liquidazione della misura».

«È inaccettabile questo modo di amministrare le risorse regionali: stiamo parlando di nostri connazionali invalidi, disoccupati - prosegue Prisciano - i pochi fondi arrivati dalla Regione sono stati destinati agli immigrati perché hanno più figli, a discapito dei connazionali». Agli italiani chi ci pensa?

Stranieri qui per le cure Ma il sistema è al collasso e pagano solo gli italiani

ilgiornale.it - Mar, 15/11/2016 - 08:26

Il racconto di un medico: sempre più spesso arrivano immigrati che provano a sfruttare le pieghe della legge

Milano ore 9,30 ambulatorio di cardiologia. Si presentano due giovani donne velate egiziane, di cui una in gravidanza, che si affacciano alla porta della stanza con un'impegnativa di visita cardiologica.
Entrano, non una parola di italiano, cerchi di farti capire. «Signora perché fa questa visita?». A gesti ti mostra il pancione e la tessera sanitaria, nonché un documento di identità con scritto: ricongiungimento familiare. Cerchi di chiedere: «Come sta? Da quanto tempo è qui? Prende delle medicine?». Nulla. Con il telefonino chiamano un uomo, a detta loro il marito che in un italiano stentato ti dice: «Mia moglie è qui per partorire». Lei conferma che a dieci giorni dal parto sono venute in Italia. E qualche mese prima un'altra visita. Avanti e indietro dall'Egitto.

Altro caso: donna rumena anziana, la figlia da qualche anno vive a Milano. Scoprono alla mamma malattia di cuore in Romania e la portano in pronto soccorso da noi. Viene ricoverata con un successivo parere cardiochirurgico che conferma le indicazioni per un intervento. Spieghi ai parenti che la signora deve avere la tessera sanitaria obbligatoria, ma loro si rifiutano assolutamente di andare al consolato perché lì gli fanno perdere tempo e la pratica costa 40 euro. La paziente viene operata.

Sono tanti i casi che vediamo sempre più spesso nei nostri ospedali di persone che, in modo più o meno congruo o furbesco, sfruttano le cosiddette pieghe della legge: se sono qui non possiamo farci nulla, dobbiamo intervenire. E che dire dei sempre più spesso utilizzati codici Stp (Straniero temporaneamente presente, ovvero più semplicemente stranieri non in regola con il permesso di soggiorno) che tanti immigrati utilizzano per le prestazioni?

Premessa: come medico e cristiano sono per la solidarietà, ma non sono disposto a chiudere gli occhi di fronte ai giochi di furbizia che stanno ormai diventando una prassi. Perché bisogna rendersi conto che per il nostro sistema sanitario non è più possibile sostenere un carico di lavoro e di spesa che sempre più grava sulle casse del nostro servizio pubblico e quindi sulle nostre tasche di cittadini.
Urgono delle scelte per regolamentare e razionalizzare tutto questo, soprattutto nella nostra Regione perché la Lombardia è assai attrattiva per gli utenti, ma allo stesso tempo vede sempre di più allungarsi le liste di attesa per i nostri cittadini.

Gli operatori sanitari si prodigano, fanno molto spesso molto più di quanto sarebbe nel loro mansionario, ma le istituzioni non possono più rifiutarsi di mettere un freno a questo «turismo del parto» o al «turismo delle operazioni». A tutto c'è un limite.

*direttore del reparto di Cardiologia dell'Ospedale San Paolo di Milano

Inciti alla guerra santa? Per la Cassazione non è reato

Emanuela Carucci - Lun, 14/11/2016 - 20:33

Depositate le motivazioni della Suprema Corte che hanno portato all'assoluzione di quattro jihadisti appartenenti alla moschea di Andria in Puglia

Se inciti alla guerra santa in nome di Allah non commetti reato.

Questo ha stabilito la Corte di Cassazione nelle motivazioni depositate oggi a proposito della sentenza che lo scorso 14 luglio assolse quattro jihadisti della moschea di Andria (tre tunisini e uno di origini magrebine anche se nato a Castelvetrano in provincia di Trapani).

I quattro (originariamente erano cinque, ma uno di loro dopo la condanna non ha fatto ricorso) non sono processabili perché non costituivano una minaccia. Secondo la Suprema Corte il reato non può essere circoscritto alla semplice propaganda ai fini del martirio; devono esserci, allo stesso tempo, attività riconducibili all'addestramento di uomini pronti ad essere inviati nei luoghi in cui effettuare operazioni di combattimento.

La sentenza 48001 passa quindi alla storia del Paese. L'indottrinamento da solo non basta anche se, tiene a specificare la Cassazione, configura una premessa ideologica rilevante per la creazione di un gruppo che può compiere atti terroristici. Tuttavia, però, i giudici del Palazzaccio insistono col dire che il proselitismo da solo non basta e parlare di guerra santa non significa andare a combatterla e, di conseguenza, commettere un reato. I protagonisti della vicenda si sono visti annullare la condanna.

In primo grado, l'imam di Andria, al tunisino Hosni Hachemi Ben Hassen, erano stati comminati cinque anni e due mesi di reclusione (agli altri componenti del gruppo tre anni e quattro mesi. Solo per un imputato minore la Corte di Assise d'Appello di Bari ridusse nel 2015 a pena a due anni e otto mesi). Dopo l'assoluzione di luglio, l'imam è stato rimpatriato. Un altro imputato che inneggiò agli attentati compiuti in Francia da cellule jihadiste è stato espulso dal territorio nazionale.

Nelle attività di indottrinamento, la Cassazione ha fatto rientrare anche la visione di filmati cui facevano riferimento, nelle intercettazioni telefoniche, gli imputati. e, a proposito, i giudici hanno ritenuto che gli imputati non avessero nemmeno ben compreso il tenore cruento delle espressioni di un non meglio identificato Alì, pur essendo tutti d'accordo sull'esaltazione del martirio in combattimento.

A non costituire elemento di pericolosità, infine, per i giudici di terzo grado, il fatto che nessuno sia diventato un "foreign fighter" e abbia raggiunto le zone di guerra in Siria o in Iraq tra la fase delle intercettazioni (2009) e l'arresto (2013). Insomma il gruppo, per la Cassazione, non avrebbe mai fatto il salto di qualità diventato una vera e propria cellula pronta ad entrare in azione in nome di Allah.

E se Cecco Beppe avesse fatto gli Stati Uniti d'Europa?

Marino Freschi - Mar, 15/11/2016 - 08:06

Il suo regno segnò il tramonto di uno Stato transnazionale Allo stesso tempo troppo vecchio e troppo moderno per resistere



A Vienna già da mesi si susseguono mostre, convegni, pubblicazioni per celebrare l'anniversario della morte del grande Kaiser, di Franz Joseph I, di Francesco Giuseppe, ovvero Cecco Beppe, la bestia nera dell'irredentismo italiano.

Avvicinandosi il 21 novembre, la data della sua morte, anche da noi si moltiplicano le iniziative per confrontarsi criticamente con questa immensa figura che per settant'anni ha retto le sorti dell'Impero austroungarico, contribuendo alla genesi del «mito asburgico», per rifarsi al celebre libro di Claudio Magris. A Roma, il 18 e 19 novembre, l'Università degli Studi Internazionali, in via C. Colombo 200, dedica un convegno interdisciplinare a Francesco Giuseppe e il suo tempo, riflettendo sulla complessità storica della Mitteleuropa nelle sue varie componenti, da quelle economiche a quelle artistiche, letterarie, politiche e sociali.

Ma perché è così viva la memoria per il vecchio Kaiser? Francesco Giuseppe, nato nel 1830, salì al trono a 18 anni durante la rivoluzione del 1848, e regnò fino al novembre 1916. Morì giusto in tempo per non assistere alla dissoluzione dell'Impero, che aveva pur prevista, dopo le guerre perse nel 1859 e nel 1866.

Queste disfatte costarono all'Impero prima l'abbandono della Lombardia e poi la cessione di Venezia e del Veneto, e inoltre la perdita del primato nella Confederazione Germanica a favore della Prussia, nuova superpotenza continentale. Più invecchiava più l'Imperatore non amava le guerre perché sapeva che si perdono. La figura del Kaiser, «l'Eterno Imperatore» come veniva chiamato, si consolida nell'immagine senile del grande vecchio saggio che tentò disperatamente di evitare la disintegrazione dello Stato, evitando, finché fu possibile, qualsiasi intervento, tutto teso ad arrestare o almeno a frenare l'irruente corso della storia perché sapeva che il tempo giocava contro l'impero, poiché la nuova età era quella dei nazionalismI.

La compagine statale austriaca (che dal 1867 si chiamò austroungarica) era ormai inattuale, era un'istituzione sovranazionale storicamente in ritardo oppure (come alcuni intellettuali illuminati presagirono) in anticipo, ché l'Impero sarebbe potuto diventare la cellula germinale di un'utopica istituzione: gli Stati Uniti d'Europa. Ma era troppo presto per questo sogno.

I polacchi, gli ucraini, i cechi, gli slovacchi, gli italiani i magiari, i romeni... Tutti volevano la loro piccola patria. Perfino tra gli austro-tedeschi erano in molti che non sopportavano il tollerante equilibrio francogiuseppino. Sia sufficiente ricordare l'avversione razzista e pangermanista di Adolf Hitler che, in odio alla Vienna asburgica, emigrò a Monaco e quando nel 1938 ebbe annesso al Terzo Reich l'Austria le cambiò nome: da Österreich - Impero Orientale - divenne Ostmark, Marca orientale.

La morte del Kaiser venne quasi a coincidere con la fine dell'Impero, la fine del «mondo di ieri» (come lo raccontò Stefan Zweig nelle sue stupende memorie). Fu proprio la letteratura a percepire questa svolta epocale e a fondare in opere letterarie, animate da una struggente nostalgia, il mito francogiuseppino. Nello Stendardo, il suo più bel romanzo, Alexander Lernet-Holenia annota la malinconica fine di un'epoca, apparentemente immutata, dove però era tutto finito: Il mondo aveva il solito aspetto; i campi, le case, il cielo, la luna erano quelli di prima, ma qualche cosa, dietro gli oggetti, era cambiato. Le cose visibili erano rimaste le stesse, l'invisibile era ormai diverso.

Dentro, negli uomini, era mutato il mondo che ora stava dissolvendosi e tramontando. Proprio gli intellettuali - non è un caso che la psicoanalisi nasce viennese - e gli scrittori intuirono che non era stata una disfatta militare, ma era - come scrisse Werfel - il Crepuscolo di un mondo, un autunno irreversibile, un tramonto inarrestabile, una decadenza che aveva intimamente corroso le certezze spirituali, le plurisecolari sicurezze politiche e culturali, ideali e sociali di quell'immenso aggregato statale che era la Monarchia Danubiana, la Mitteleuropa asburgica. Si restava disperatamente - e al tempo stesso con silente decoro - aggrappati alla tradizione, fedeli alle consuetudini, ai riti quotidiani, alle serate nei caffè o al teatro.

L'Impero svaniva ballando i valzer di Strauss. La figura emblematica era quella senile del funzionario, ligio, ordinato, rigoroso, pedante e il primo di questi burocrati era proprio Franz Joseph, che respingeva ogni spinta al cambiamento, attaccato al mondo di ieri, a quello sterminato Stato imperiale, sovranazionale, distrutto dai nazionalismi. Finché lui viveva, viveva l'Impero: L'Imperatore era vecchio. Era il più vecchio imperatore del mondo. Intorno a lui girava la morte, girava e mieteva, girava e mieteva, così lo rievocava Joseph Roth nel suo capolavoro, La Marcia di Radetzky, che, narrando la saga epica dell'Impero, erige un imperituro e umanissimo ritratto dell'Imperatore.

Con Roth, Werfel, Zweig, Hofmannsthal, con Italo Svevo, col polacco Kuniewiz, con il croato Krleza, con il serbo Ivo Andri, ma anche con gli ironici critici di quell'epoca, da Karl Kraus a Musil, il mito di Francesco Giuseppe, lungi dal morire, conosce una resurrezione letteraria che giunge fino ai nostri giorni, quale presenza anacronistica e insieme pungentemente attuale. Nulla ormai di più lontano da quel sovrano con i suoi lunghi scopettoni (allora imitati da tanti sudditi fedeli, funzionari e generali, ferrovieri e uscieri) eppure in quella tolleranza vi era una grande saggezza politica.

In quella nostalgia letteraria non vi era mai cieca sudditanza, ma solo la coscienza poetica e storica che quel mondo era pervaso da un'intensa umanità, dal senso dell'ordine, irrimediabilmente perduto: Il mondo è andato in malora, non c'è più un imperatore, afferma uno dei personaggi ebraici di Roth, che così ricordava quando da giovane soldato era schierato, quel 16 novembre 1916, a rendere gli onori al vecchio Signore: il sole freddo degli Asburgo si spegneva, ma era stato un sole.

Tra i deportati in Messico: “Il muro? Lo scavalcheremo”

La Stampa
paolo mastrolilli

Martin: mia moglie e mio figlio vivono negli Usa, prima o poi tornerò


La Tijuana legale vive del turismo a stelle e strisce. Quella illegale del traffico di droga con gli Stati Uniti

«Facevo stupidaggini» confessa Martin Pina, «perciò mi hanno beccato e deportato, quattro giorni fa». Quali stupidaggini? «Vendevo erba. Ho già fatto nove anni di prigione in California, poi altri otto, e se mi beccano la terza volta mi danno l’ergastolo. Però mia moglie e mio figlio, che ha 22 anni ed è nato negli Stati Uniti, sono dall’altra parte del confine, e quindi prima o poi dovrò cercare di tornare».

Incontro Martin nel cortile della Casa del Migrante, un centro di assistenza fondato 29 anni fa dai padri scalabriniani a Tijuana. Sul braccio destro ha un tatuaggio enorme della cantante messicana Selena, e su quello sinistro di sua madre Belinda. Lui è l’esempio dei 3 milioni di criminali che Donald Trump vuole cacciare subito dagli Stati Uniti, ma anche della guerra che lo aspetta: «Penso che il nuovo presidente - dice Martin - farà quello che ha promesso.

Se potesse, la gente come me la impiccherebbe». Neanche questo, però, basterebbe a risolvere il problema: «Io sono un pesce piccolo, e non conosco i capi del cartello di Sinaloa che controllano questa regione. L’unica maniera che ho per vivere, però, è questa. Cosa devo fare? Se costruirà il muro, continueremo a saltarlo, oppure a scavargli sotto i tunnel. Se ci deporterà, continueremo a tornare».

Questo viaggio al termine dell’emergenza più intricata degli Stati Uniti comincia alla «Door of Hope», la porta lungo la recinzione al confine col Messico, che gli agenti dello Us Border Patrol aprono ogni sabato e domenica per consentire alle famiglie di riunirsi. Sta in fondo al Border Field State Park di San Diego, ed è la sintesi del dramma. Appena mi avvicino, un agente mi viene incontro sul fuoristrada che pattuglia la frontiera. Si chiama Arriaga e chiede: «Cosa ci fa qui?». Un articolo. «E’ zona vietata, se ne deve andare». Ma questo non è il luogo simbolo della riconciliazione?

«Sì, ma lei se ne deve andare lo stesso». Arriaga non ha il permesso di commentare le nuove politiche proposte dal presidente eletto Trump, ma per lui ha già parlato il capo del sindacato dei 16.500 doganieri, Brandon Judd, che durante la campagna elettorale aveva appoggiato il candidato repubblicano: «Il capo è cambiato, e il clima pure. Ci saranno agenti che smetteranno di applicare le direttive di Obama, e arresteranno più illegali. Per due motivi: accontentare il nuovo Presidente, e fermare l’assalto al confine dei migranti, che vogliono approfittare degli ultimi due mesi rimasti prima della nuova amministrazione per riuscire ad entrare».

I doganieri stanno con Trump, era chiaro anche prima del voto. Almeno in California, però si prepara uno scontro con le autorità locali e la società civile. Il governatore e i sindaci sono tutti democratici, e anche se l’immigrazione è un tema federale, ostacoleranno i piani del nuovo Presidente. Ad esempio non fornendo le liste dei presunti illegali, e continuando l’assistenza ai nuovi arrivi. Anche la società civile e la Chiesa sono schierate così. Negli Stati Uniti vivono circa 750.000 ragazzi che hanno approfittato del Daca, il provvedimento di Obama che protegge dalle espulsioni i giovani illegali portati nel paese dai genitori quando erano bambini.

Oltre 200.000 abitano nella sola contea di Los Angeles, dove l’arcivescovo ha già detto che non collaborerà con le espulsioni. Lui è un conservatore, viene dall’Opus Dei, è stato nominato da Benedetto XVI, e la maggior parte dei cattolici ha votato Trump. Però si chiama Gomez, è nato in Messico, e su questo punto crede che la gloria conti più del potere. «Noi - mi spiega la portavoce della diocesi di San Diego, Aida Bustos - pensiamo che dobbiamo costruire ponti, non muri. Infatti il 10 dicembre il nostro vescovo, Robert McElroy, terrà in una posada al confine col Messico, una cerimonia natalizia in cui i fedeli di entrambi i Paesi pregheranno insieme, attraverso la recinzione metallica».

Aida dubita che le politiche di Trump saranno efficaci, per ragioni pratiche: «Noi gli immigrati non li chiamiamo neppure illegali, perché sono fratelli che fanno parte della nostra famiglia cattolica. A parte le questioni di fede, però, sono davvero tutti una famiglia. Conosco centinaia di fedeli che hanno parenti da una parte e dall’altra del confine, alcuni di loro legali, e altri illegali: come faranno a separarli?».

Un esempio è Antonio Marquez, un ragazzo del Daca, che studia giornalismo al San Diego City College nelle classi tenute da Aida: «Io non ho violato la legge o sfruttato il sistema. Ho lavorato sodo tutta la vita, per accedere all’università e costruirmi un futuro. Ora però vivo nel terrore, perché i miei genitori mi hanno portato in America da bambino, e quindi mi aspetto che da un momento all’altro la polizia venga a bussare alla mia porta».

Gli arresti e le espulsioni sono già ai massimi di sempre, 46.197 solo nel mese scorso di ottobre. «La Casa del Migrante - spiega padre Murphy - era nata per aiutare quelli che andavano dal Sud al Nord, ma ormai il flusso si è invertito. In media riceviamo ogni giorno 30 deportati. Prima venivano dal Messico, ora soprattutto da Salvador, Honduras e Guatemala, e poi c’è l’esplosione degli haitiani.

Se non si affrontano le cause di questo fenomeno epocale, cioè le condizioni di vita nei Paesi d’origine, non è curando i sintomi che guariremo. Anche arrestando i criminali, che sono la minoranza». Martin annuisce dalla cucina della Casa, dove sta tagliando le patate per il pranzo: «Quanto pensate che resterò qui? Tra qualche giorno torno a Matamoros, la città sul Rio Grande dove sono nato, e appena avrò un po’ di soldi attraverserò ancora il fiume. Però non ditelo a Trump, ché sennò mi impicca».