martedì 22 novembre 2016

Al di là del muro

La Stampa
massimo gramellini

Una sera di settembre l’architetto Umberto Liberti è rincasato con la madre ottantaquattrenne e ha trovato un’ala del suo appartamento occupata dal vicino di pianerottolo, che durante il giorno aveva abbattuto un tramezzo a picconate e si era installato in soggiorno, annettendosi - già che c’era - pure il terrazzino. L’architetto Liberti è uomo di pace, rispettoso della legge, e ha sporto regolare denuncia al commissariato di competenza, che per competenza ha girato la pratica a un altro commissariato, che dopo averla esaminata con competenza ha ritenuto di non avere la competenza necessaria e l’ha inviata in Procura, dove ora riposa nelle mani del giudice competente.

Il quale ha chiesto che venga subito effettuata un’integrazione di denuncia. Tra un’integrazione e l’altra, il povero architetto e sua madre sono stati ospitati da un vicino (non lo stesso, ovviamente) e lì si trovano ancora oggi, a distanza di due mesi dall’invasione, in attesa di conoscere il loro destino. Tutto questo succede nel centro di Napoli, in Italia, nell’anno di grazia 2016.

Non sono un fanatico dei muri, però in alcuni casi ne riconosco l’utilità. Nei Paesi civili, ma persino in quelli parzialmente incivili, se uno entra in casa sua e scopre che il vicino se l’è annessa come Hitler la Polonia, chiama la polizia e fa arrestare l’intruso, ristabilendo l’ordine naturale delle cose. Il fatto che qui non si possa fare, o che comunque non succeda senza le conoscenze giuste, è la prova che nella patria del diritto non conta avere ragione, ma che chi ha ragione conti qualcosa.

Guai

La Stampa
jena@lastampa.it

Se Renzi perdesse il referendum e lasciasse la politica sarebbero guai, soprattutto per questa rubrica.

Cambiamento

La Stampa
jena@lastampa.it

È vero, come dice Renzi, che gli italiani voteranno per il cambiamento. Resta da capire se vogliono cambiare la Costituzione o il premier. 

“Su me e Yoko solo m***a”: la lettera inedita da Lennon a McCartney vale 30 mila dollari

La Stampa

La missiva è stata battuta all’asta e acquistata da un collezionista texano. Risale al 1971, quando i Beatles si erano già sciolti



Può una lettera valere 30 mila dollari? Se si tratta di quella tra John Lennon e i coniugi Paul e Linda McCartney, sì. Quel pezzo di carta è stato venduto all’asta per una cifra da capogiro a un collezionista texano anonimo. A renderlo così prezioso è sicuramente la storia celata dietro le parole di tensione, quella della rottura dei The Beatles e del litigio, passato agli annali della musica, tra i due ex componenti della band, nonchè ex amici.

La lettera, secondo gli esperti, risale al 1971. I Beatles si erano già sciolti e le divergenze tra Lennon e McCartney non erano semplicemente artistiche, ma anche personali. In una dichiarazione pubblica, Paul aveva affermato che a dividerli erano stati «business things», cose d’affari. Ma un ruolo chiave nella vicenda è stato sicuramente interpretato dalle donne, Y oko Ono e Linda Eastman, la signora McCartney a cui, tra l’altro, è indirizzata la missiva, una replica sulla sua decisione di non annunciare pubblicamente l’addio al gruppo.

«Stavo leggendo la tua lettera - si legge nella risposta, scritta a macchina e con annotazioni a mano - e immaginando quale irritabile fan di mezza età l’avesse scritta». E ancora: «Spero che tu possa capire quanta merda tu e il resto dei miei ’gentili e altruisti amici’ avete riversato su Yoko e me». Dopo una serie di insulti, velati e non, la lettera si conclude con un cordiale «Love you both», tipico congedo affettuoso all’inglese, che, però, dopo le righe precedenti per nulla amichevoli, suona leggermente falso.


Referendum, ecco l’opuscolo di Renzi con i numeri del Sì e i volti del No

La Stampa

«Sì cambia». È la scritta che, nei colori bianco rosso e verde, compare sulla prima pagina dell’opuscolo che Renzi invierà a tutti gli italiani. L’immagine di copertina è un bimbo che spinge un adulto su una macchinina di legno. Tutti e due indossano caschi e sorridono. Sotto, la scritta: «Domenica 4 dicembre votiamo informati».

ANSA

Il «depliant» è di otto pagine. Nella seconda pagina viene spiegato su cosa si vota e come si vota, con in bella mostra il quesito e in basso numero verde e contatti internet del comitato Basta un sì. La pagina 3 è occupata da un messaggio del comitato agli italiani dal titolo: «L’Italia non può più stare ferma»: «Ora tocca ai cittadini. Se vince il Sì, si cambia. Se vince il No, tutto resta com’è. E continueremo ad avere il Parlamento più costoso del mondo», si legge tra l’altro. «Molti cercano di cambiare l’argomento di questa consultazione. Dicono che si tratta di un referendum sul governo o sulla legge elettorale. Non è così».


ANSA

Seguono due pagine di grafici per descrivere la riforma in numeri: dall’approvazione delle leggi, a numero e compenso dei senatori, dai referendum alle immunità, dagli stipendi dei consiglieri regionali all’abolizione delle province e al Cnel.


ANSA

Poi un’intera pagina con “testimonial” del Sì: uno studente, un imprenditore, una studentessa, la presidente di Coldiretti giovani, un medico e un operaio. E affianco la foto, che ha fatto molto discutere, di quella che Renzi ha definito «l’accozzaglia del No». Uniti in un fotomontaggio sette dei più noti esponenti del fronte contrario alla riforma: Mario Monti, Gustavo Zagrebelsky, Renato Brunetta, Massimo D’Alema, Ciriaco De Mita, Beppe Grillo e Lamberto Dini. Infine, nell’ultima pagina, due colonne illustrano cosa succede se vince il No («Non cambia nulla») e se vince il Sì («L’Italia cambia»). 

Isis: i cani dell’islam

Nino Spirlì



No, non l’Occidente prono a piedi di potentati mafiomassopolitici senza fede né morale; non lamerica, bugiarda e senza palle, dell’uscente (grazie, America) obama e della schiaffeggiata illari, madre di tutti i mali (grazie, America); neanche la codarda europa dell’ingorda culona mangiacrauti d’oltremuro e del ridicolo francesino che le fa da maggiordomo; figuriamoci l’italietta da farsa, governata da una manciata di bamboccioni sciocchi come il pane che mangiano. I curdi! Quei coraggiosissimi  combattenti, femmine e maschi, con degli attributi che gli pesano tonnellate!

Sono stati loro a LIBERARE Hamam Al-Alil, l’ex roccaforte di quei porci del cosiddetto stato islamico. Li hanno cacciati via. Forse, e magari, giustiziati (Dio li giudichi! Per me, marciscano nella merda del peggiore inferno). Comunque, sconfitti. E quello che hanno trovato, questi Eroi liberatori, – e che andrà moltiplicato per tutti i luoghi già liberati (per il momento, settantadue fosse comuni fra Siria e Iraq) e/o che saranno liberati - è l’Olocausto 2.0!

La Shoah del Terzo Millennio, PERMESSA, ANZI INCORAGGIATA, DALLA MALEDETTA STUPIDITA’ (O SPIETATEZZA?) DEI NOSTRI CATTOCOMUNISTI, DEI NOSTRI FINTI BUONI, DEI NOSTRI MASSONI, MAFIOSONI, MAGNONI  E DEI LORO FORAGGIATORI!!!

Decine, probabilmente, centinaia di migliaia di CRISTIANI e non, torturati, seviziati, martirizzati,  ammazzati da quei cani col corano in mano. Uccisi in nome di un dio, allà, e del suo televenditore, tale maometto, che chiedono sangue come fosse acqua nel deserto. Oggi, peraltro, giustificati, anzi accolti, entrambi, da chi, nell’Occidente culla di Atene e Cristo, pur di servire i pochi loschi potenti misteriosi che credono di essere i padroni delle nostre esistenze, ci vendono al bazar della finta accoglienza e fratellanza. (#FRATELLOACCHI’?)

Ma, piaccia o no, a vincere su queste tenebre dell’Umanità, é sempre Cristo! Nella Sua essenza umana e divina. Per chi crede in Lui come Dio, Padre Figlio e Spirito, Gesù Cristo vince sul male con la Potenza del Suo Braccio. Per chi lo conosce “solo” come “saggio, filosofo, libero pensatore, eccetera”, il Nazareno vince  ad ogni ritorno della pace, della libertà, dell’ordine, della democrazia.
In quelle terre, dove oggi il sangue si mescola ai granelli di sabbia, tornerà definitivamente la pace. Ne sono sicuro.

Oggi più che mai. E tornerà grazie a due “Soldati” che il Cielo ha voluto a capo di due nazioni un tempo nemiche e, ora più che mai, vicine: Putin e Trump sapranno, con forza e determinazione, aiutare i popoli del Medioriente, oppressi dalla menzogna islamica, a spezzare le catene che da oltre un millennio li offendono e li isolano. Quelle genti conosceranno la Verità. Che è una. E nacque a Betlemme.

#frameeme

Se la scuola cancella la scrittura in corsivo (e anche la personalità)

Daniele Abbiati - Dom, 20/11/2016 - 09:38

Agli alunni finlandesi insegneranno a esprimersi solo in stampatello. Ecco perché è una follia



Scommetto che non avete mai scritto nulla, neppure un pro-memoria tipo «domani revisione auto» oppure «comperare carta igienica», in corsivo e in finlandese. Bene, ora che ho vinto la scommessa, ragioniamo un momento su una notizia. Questa: ai bambini finlandesi della scuola primaria non sarà più obbligatorio insegnare a scrivere in corsivo, ma soltanto in stampatello.

Ora, detto che gli under 10 finlandesi, come quelli di quasi tutto il resto del mondo, sono ormai abbondantemente «nativi digitali» e che imparano a cercare su Google ciò che loro serve (dov'è il negozio di giocattoli più vicino a casa o le date del prossimo turno della Veikkausliiga, la serie A di quelle parti, a esempio) prima che a scrivere, in corsivo e correttamente, «la mamma è bella», la domanda, retorica, è: non rischiamo, buttando via l'acqua sporca, di buttare via anche, per l'appunto, il bambino?

Cioè, cancellando con decreto ministeriale la manualità, l'artigianalità dello scrivere, che si forma attraverso ore e ore di esercizio con le testoline reclinate sul banco e condito da tanti mózzichi alla matita, non uniformiamo, non appiattiamo anche la personalità del bambino?

E la risposta, ovviamente, è «sì». Dovendo (volendo) scegliere tra il futuro da una parte e il passato e il presente dall'altra, l'Istituto nazionale per l'educazione di Helsinki ha optato per il futuro. D'accordo, il futuro è già qui, intrappolato nella Rete, e non può più scappare, l'abbiamo catturato come il pesciolino Nemo (che è orfano di madre, detto per inciso). D'accordo, stiamo parlando della Finlandia, Paese senza mammoni dove la vocazione all'indipendenza, all'emancipazione, all'autonomia dai legami famigliari in età quasi ancora tenera è consuetudine.

Ma il punto sta proprio qui. Se proprio lassù in Scandinavia, vicino all'ultima Thule boreale, dove il sole del progresso sociale e del welfare non tramonta mai, si annulla con un tratto di penna, marchiandola come errore, la formazione individuale fatta di «elle» svolazzanti e di «a» striminzite, allora la prima età che fa rima con creatività e libertà (pur rispettosa dei canoni codificati) viene soffocata in culla con il cuscino del conformismo, uniformando i caratteri della persona insieme a quelli del block capitals, dello stampatello che diventa sostrato della lingua, dittatoriale vincolo che esilia nella dimensione domestica la sintesi dell'appunto, dell'improvvisa magia che comunica.

«Vogliamo che i bambini imparino la scrittura liquida, cioè quella delle tastiere dei computer e dei touch screens», spiegò l'anno scorso Minna Harmanen, responsabile delle linee guida del ministero della Pubblica istruzione. Senza dubbio la impareranno, anzi, già la conoscono a menadito. Ma consentiteci di fare il tifo per i maestri che lassù (e nel resto del mondo) sceglieranno una pacata e pacifica forma di disobbedienza civile, accogliendo con sorrisi materni o paterni gli sgorbi dei loro piccoli allievi. Da sempre indispensabili per diventare grandi.

"La carbonara senza cipolla? È solo un pregiudizio"

repubblica.it

Ecco l’estratto di uno degli 87 saggi del libro di Laterza “Il pregiudizio universale”. Dove Montanari, docente di Storia e cultura dell'alimentazione, distrugge uno dei luoghi comuni più tenaci della cucina romana

 "La carbonara senza cipolla? È solo un pregiudizio"

Guanciale sì, pancetta no. Pecorino sì, parmigiano no. Olio sì, panna no. Il tuorlo sì, l’albume no. Poi, se consulti i libri di cucina, o scorri i siti web, o telefoni al vicino, ti accorgi che sono in tanti a mettere la pancetta o a mettere il parmigiano, o a mescolare pancetta e guanciale, parmigiano e pecorino. E un po’ di albume non si nega perché ammorbidisce...

E l’aglio? E la cipolla? Qualcuno li ha definiti «ingredienti della discordia», che possono rovinare un’amicizia. Ma se la possono rovinare, vuol dire che qualcuno ce li mette. Il problema è chi decide le regole. Se una ricetta è firmata, «d’autore», gli ingredienti e la preparazione sono stabilite daqualcuno con nome e cognome. Solo quella è «autentica». Ma se l’autore è collettivo – come è sempre il caso quando si trattadi ricette «tradizionali», o presunte tali – chi garantisce l’autenticità? Chi è il responsabile del procedimento?

Un po’ di regole devono esserci, per forza. Dietro ogni ricetta immaginiamo prove, esperimenti, elaborazioni; immaginiamo progetti e casualità. Alla fine, uno standard si sarà fissato, condiviso nei princìpi di base, nella procedura, negli ingredienti. Una ricetta ha sempre delle regole – una ricetta è una regola. Ma nessuna ricetta è immobile e immutabile, fino a che qualcuno non la codifica. Ma a quel punto avrà una firma, un autore che pretende di avere interpretato l’autentico dichiarando «falso» quanto non si adegua alle sue scelte.Operazione di dubbia legittimità. Perché in quel modo la ricetta si fossilizza, esce dalla storia per entrare nella teologia.

La storia è il luogo della vita e del cambiamento. Ciò che non vive e non cambia non le appartiene. Per questo fatico a scandalizzarmi dello «scandalo francese» che ha fatto il giro del mondo sul web: una carbonara con pancetta e (horribile dictu) cipolla, con un tuorlo crudo aggiunto alla fine senza mantecare (gesto incriminato: ma ricordo che negli anni Settanta, in una trattoria di Bologna, lo servivano proprio così: vabbé era Bologna, mica Roma, però neppure Parigi). Allora che dovremmo dire delle carbonare «di mare», o di quelle vegane, che ormai si ammettono senza troppe discussioni?

Dice: fa’ quello che vuoi, ma non chiamarla carbonara. Risponde: ma se la mia ispirazione è stata quella perché dovrei cambiare il nome? Il mio vuol essere un omaggio alla tradizione, che se ci pensi è anche innovazione, perché «tradizione» non è che un’invenzione riuscita particolarmente bene, che molti hanno condiviso e perciò è diventata tradizione. Dice: ma la tua invenzione è una schifezza. Risponde: se la comunitàdecide che è una schifezza, resterà uno sfizio mio e morirà dove è nata; se comincerà a piacere, comincerà a circolare e una nuova tradizione si sarà creata.

Lo sentiamo dire di continuo: questo si fa così, questo si fa cosà. Il tortellino si riempie così. La tagliatella dev’essere larga tanto, alta tanto e spessa tanto. Perché si è sempre fatto così. E magari si va dal notaio e lo si registra. Un micidiale pregiudizio governa queste idee, queste azioni: che l’origine delle cose sia più importante, più «vera» del loro divenire; che la storia serva a ricercare le origini, per trovarvi il senso del presente e ripulirlo da ogni tradimento o depistaggio.

Ma il fatto è che le origini, allo storico, interessano poco; come amava ripetere Marc Bloch, ogni quercia nasce da una ghianda, ma il senso della quercia non sta nella ghianda, bensì nel modo in cui l’ambiente biente, il clima, il terreno le hanno consentito di crescere. È questa vicenda a interessare lo storico, non il punto da cui essa ha avuto inizio. La cucina è fatta di alcune regole e di molte libertà, quelle che, giorno dopo giorno, danno vita e corpo a un piatto, trasmettendolo dall’una all’altra generazione. Senza dogmi, senza rigidità.

La cucina è il luogo della variante e la ricetta è come uno spartito musicale, che si «realizza » solo quando viene interpretato, in modo ogni volta diverso. Se no tanto varrebbe ascoltare un disco – o mangiare cibi industriali, sempre uguali a sé stessi.

Al comizio di Alfano a loro insaputa: "Ci hanno preso dal centro anziani"

Claudio Cartaldo - Gio, 17/11/2016 - 09:23

All'incontro con Alfano organizzato dal Ncd per il Sì al referendum, molti anziani che dicono d votare No oppure portati lì a loro insaputa

Al comizio di Alfano senza saperlo. Quando due giorni fa, il 15 novembre, i vertici di Ncd si sono trovati al Teatro Marconi di Roma per parlare del Sì al referendum, tra il pubblico - non proprio folto - c'erano numerosi anziani che non avevano la minima idea di chi avrebbe parlato.

"Non sapevo ci fosse Alfano"

Come scrive ilfattoquotidiano.it, che ha intervistato alcuni degli ospiti, molti erano lì perché "ero stato invitato", altri se avessero saputo che c'era il ministro dell'Interno "non sarei venuto". Molti, peraltro, avevano già deciso di votare No. Qualcuno era indeciso perché "tanto non vota nulla". Una donna, infine, ha ammesso che "Io sono di sinistra, altro che alfaniana. Sono venuta perché faccio parte di un centro anziani, ci hanno portato con i bus".

Ad organizzare l'iniziativa era stata "Insieme Si Cambia", un comitato per il Sì al referendum che si richiama al partito di Alfano e ad Area Popolare. Non è un caso che in sala fossero presenti Maurizio Lupi, Capogruppo di Ap alla Camera, e Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità.

"Ecco come Hitler giustificò la guerra davanti alla Storia"

Luca Gallesi - Gio, 17/11/2016 - 08:10

Torna «Il mio testamento politico» del Führer, raccolta di conversazioni del 1945 sul conflitto e sulla sconfitta



Nonostante siano passati più di settant'anni dalla sua morte, o forse proprio per questo, vista l'estinzione dei diritti d'autore, le librerie traboccano di libri su/di Hitler che, anche dopo il successo imprevedibile del film e del romanzo Lui è tornato, in Italia edito da Bompiani, sembra essere tornato davvero.

Ultima tra le pubblicazioni del Führer ad approdare nel circuito librario italiano è la nuova edizione dei suoi ultimi pensieri, pubblicato da Rizzoli col titolo Il mio testamento politico (Bur Rizzoli, pagg. 162, euro 13), e arricchiti da una nuova prefazione del politologo Giorgio Galli, il maggior studioso italiano dei rapporti tra nazionalsocialismo e cultura esoterica.

Che cos'è il Testamento politico di Adolf Hitler, qual è il suo contenuto?
«Sono gli appunti affidati al suo segretario personale Martin Bormann nel Bunker della Cancelleria, mentre Berlino era assediata dai sovietici, dal febbraio 1945 alla fine. Sono stati giustamente definiti il suo testamento politico perché sono le ultime cose che ha voluto lasciar scritte. Hitler, qui, fa un bilancio della sua vita, e cerca soprattutto di giustificare perché ha fatto la guerra, di capire perché l'ha persa, argomento sul quale incentro il mio commento. Hitler sapeva benissimo che la Germania non avrebbe potuto sopportare una guerra di lunga durata.

La sua idea era di avere un rapporto di forze favorevole almeno fino al 1942, e di vincere con una serie di guerre lampo. All'inizio ci è riuscito, ma in Russia gli è andata male, e poi ha perso ogni possibilità di vittoria. Hitler sostiene che in realtà non voleva la guerra, che gli era stata imposta dagli altri. In realtà, la serie di rivendicazioni avanzate già dal 1937 indicavano un cammino chiaro di annessione dell'Austria e della Cecoslovacchia, dell'utilizzo della Polonia come base per invadere la Russia. Ciò non toglie che egli continuasse a paragonarsi a Napoleone, che, come lui, era stato costretto a fare la guerra anche se voleva la pace».

Ci sono dubbi sull'autenticità del documento, qualcuno ha mai messo in dubbio l'attendibilità di queste conversazioni, di cui il «testamento politico» rappresenta l'ultima parte?
«No, nessuno ha mai messo in dubbio l'autenticità di queste dichiarazioni, che erano - e sono - una delle fonti più solide e autorevoli del pensiero del Führer, affidato al fedele e fidato Martin Bormann».

I suoi studi vertono soprattutto sul frequente rapporto tra politica ed esoterismo, rapporto che è particolarmente evidente nel caso della Germania nazionalsocialista, vero?
«Certamente: come racconto anche qui, io credo nell'esistenza di un partito esoterico della pace, ovvero quella parte dei vertici nazionalsocialisti, ispirati da Jünger, il quale nazionalsocialista non era, che pensava che si corresse un rischio eccessivo con la guerra su due fronti. Il loro principale ispiratore era Karl Haushofer, secondo cui bisognava fare un patto permanente con la Russia. Quello che chiamo partito esoterico della pace ha cercato di evitare la guerra, e il libro di Jünger Sulle scogliere di marmo è una metafora di questo tentativo di evitare la guerra, come lo è la missione di Hess in Inghilterra.

Falliti questi tentativi, questo partito della pace sarà il protagonista dell'attentato del 20 luglio e della non riuscita Operazione Valchiria. Questo Testamento politico conferma quanto ci sia ancora da scavare per conoscere davvero le cause degli avvenimenti che sconvolsero il Ventesimo secolo e che, secondo me, hanno avuto dei protagonisti che non sempre si sono mostrati chiaramente. E mi riferisco, appunto, ai membri delle frange esoteriche nazionalsocialiste che avevano legami molto stretti con le élite di altri Paesi, soprattutto del Regno Unito».

Qual è la storia editoriale di questo libro, e perché ristamparlo proprio oggi?
«Il libro, come accennavo all'inizio, fa parte di quelle conversazioni a tavola con Bormann, che Hitler volle registrare accuratamente, perché rimanesse traccia ai posteri delle sue buone intenzioni. Sono le ultime cose che ha detto, e per quello che ha detto sulla guerra e sulle ragioni che l'hanno fatta scoppiare e sui motivi della sconfitta, possono essere considerate l'analisi, fatta da Hitler stesso, della sua avventura, alla fine della sua vita. Senza dubbio, quindi, si tratta di un documento storico di grande interesse e, dopo cinquant'anni dalla precedente edizione, è opportuno che venga nuovamente messo a disposizione dei lettori e degli studiosi».

Hitler sta forse, quindi, tornando al centro dell'interesse?
«Il grandissimo successo del romanzo Lui è tornato e del film che ne è stato tratto, conferma che l'argomento della Germania nazionalsocialista è di grande interesse, sia dal punto di vista storico che da quello commerciale. Forse possiamo cominciare a considerare anche Hitler come un personaggio storico. Nonostante le difficoltà adesso attraversate dalla democrazia, e l'affermazione di quello che viene generalmente chiamato populismo, è davvero molto improbabile che si possa immaginare un ritorno di un fenomeno come quello del nazionalsocialismo che ora, quindi, possiamo analizzare dal punto di vista storico.

Mettendo insieme le tre introduzioni che arricchiscono questo libro, quella di François Genoud, quella di Trevor Roper e la mia, che è quella più aggiornata e anche la più lontana da quei fatti, abbiamo una visione d'insieme relativamente nuova sulle origini della Seconda guerra mondiale e sugli errori veri che ha fatto Hitler, e che in questo Testamento lui attribuisce alla fretta con cui ha dovuto scegliere di entrare in guerra».

Un premier da "Scherzi a parte"

Alessandro Sallusti - Gio, 17/11/2016 - 15:30

Godiamoci questa commedia dove un tizio sostiene di essere il premier eletto dagli italiani e l'Europa finge di credergli

Renzi urla contro l'Europa, l'Europa urla contro Renzi, noi a scrivere che tutti urlano, voi a leggerlo.
E questi ultimi due fatti, noi che dobbiamo scrivere e voi che dovete leggere, sono l'unica vera conseguenze, per altro scocciante, di tanto urlare. Perché è chiaro che nulla di serio accadrà né in un senso né nell'altro, è evidente che siamo di fronte a un gioco delle parti orchestrato di comune accordo dagli strateghi dei due schieramenti. Renzi trucca i conti, promette soldi a chiunque, ieri è stato il turno di chi andrà a investire al Sud, domani chissà a chi toccherà ma spero ai lettori di quotidiani.

Se va avanti a questo ritmo fino al 4 dicembre sperando di comprare ogni giorno un po' di «sì» al referendum esaurirà le categorie e dovrà passare alle sottospecie. Spero, egoisticamente, che gli ultimi spiccioli siano per chi ha il cognome che inizia con la lettera S. Ovvio che su in Europa assistano allibiti alla distribuzione di tanta ricchezza che non c'è. All'inizio erano preoccupati, poi li hanno informati con discrezione che è tutto uno scherzo, che come già accadde in passato non se ne farà niente, che è solo campagna elettorale, che dopo il 4 se vincerà il «sì» ci si metterà in riga, insomma di avere un po' di pazienza che a Palazzo Chigi torneranno in bella vista anche le bandiere europee.

Che cosa doveva fare l'Europa? Sparare sulla Croce rossa? Così ha scelto di sparare, sì, ma a salve. Lettere di richiamo ambigue e senza scadenza, vaghe minacce senza alcun seguito. Così ufficialmente ognuno fa il suo e lo spettacolo può continuare: Renzi a dirci che lui all'Europa fa un mazzo così, quelli dell'Europa a fare vedere alla Merkel che loro stanno a schiena diritta di fronte all'imbroglione italiano.

Del resto, a ben pensarci, che alternativa c'è a tutto questo? Se l'Italia dovesse davvero stracciare i trattati, addio Europa. Se l'Europa dovesse commissariare l'Italia troverebbe la gente in piazza coi forconi a rispedirli oltralpe. E allora? E allora godiamoci questa commedia, consci però di essere su Scherzi a parte. Alla puntata dove un tizio sostiene di essere il premier eletto dagli italiani e l'Europa finge di credergli.

Targhe bulgare sui camion: così si aggira il codice stradale

La Stampa
marco menduni

Le norme favoriscono gli stranieri e consentono di evitare le sanzioni



È il 27 luglio e quella manovra folle non sfugge alle telecamere della stradale. Un Tir di 18 metri sbaglia direzione sull’autostrada della Cisa, a Pontremoli. Si infila in un bypass, inverte la marcia. Gli automobilisti mantengono il sangue freddo e il disastro è evitato. Una pattuglia raggiunge il Tir e lo blocca. Multa da ottomila euro (nessun’altra conseguenza dopo la depenalizzazione), sequestro del camion per 3 mesi, revoca della patente per l’autista, un trentenne romeno. La patente è già stata restituita al proprietario. Il prefetto ha applicato la legge.

L’articolo 135 del Codice della strada recita: «Qualora il titolare della patente ritirata dichiari di lasciare il territorio nazionale, può richiedere la restituzione della patente stessa al prefetto». Tradotto: l’autista è tornato a casa, potrà continuare a guidare sulle strade di tutto il mondo, ci sono molti dubbi che pagherà una sanzione così pesante. Unico vincolo: non tornare in Italia.

Solo entro i nostri confini sarà come se non abbia mai conseguito la patente. Reato, anche questo, depenalizzato, con una sanzione da 5 a 30 mila euro. La polemica la scatena Asaps, l’Associazione sostenitori e amici della polizia stradale: «Così la sicurezza sarà sempre perdente». C’è un baco nel sistema che, dice Asaps, produce anche un’incredibile disparità rispetto agli autotrasportatori italiani. Questi ultimi, in un caso analogo, non potrebbero più guidare in nessun luogo: la loro patente sarebbe revocata.

«Ci sono - spiega il presidente Giordano Biserni - tre grandi falle nella legislazione; siamo in attesa delle norme inserite nel “pacchetto stranieri” che giace da tempo in parlamento, la legge attuale ha troppi varchi per i furbi». Il “pacchetto stranieri” fa parte del nuovo codice della strada, che attende il varo da più di 2 anni. In 24 anni (dal 18 maggio 1992) il codice è stato ritoccato 85 volte, diventando un crogiuolo di norme contraddittorie.

Un nuovo testo è stato scritto nel 2014 ed era partito bene. Poi si è impantanato al Senato, con posizioni discordanti (sulle coperture finanziarie) e non si è più mosso. Il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini ha annunciato che l’iter sta per ripartire. Ha scandito i tempi: via libera delle Aule all’inizio del 2017, poi sette mesi per la scrittura e dodici per pubblicare i decreti. Se tutto andrà a tempo di record, bisognerà attendere il 2018.

Ma quali sono le altre distorsioni? La prima è la truffa delle “targhe bulgare”. Nel 2015 ben 21.994 verbali non pagati si riferivano a questi casi. Per 1.500 euro un’organizzazione esporta il camion il Bulgaria, lo reimmatricola, lo fa risultare di una società locale (intestata a un prestanome) e lo “riaffitta” al camionista italiano. A volte non c’è nemmeno il movimento del mezzo: le targhe arrivano a domicilio. Ogni tassa viene pagata in Bulgaria; anche l’assicurazione, che costa l’85 per cento in meno e dà molti dubbi sulla copertura. Conclusione: ogni multa finisce nel dimenticatoio e non costa nemmeno punti della patente.

Ultima distorsione? Spiega Biserni: «Perfino l’autista spagnolo che, addormentandosi al volante, ha causato la strage degli studenti a Tarragona (nel marzo scorso, 13 vittime tra cui 7 italiane), se fosse stato protagonista di un incidente uguale in Italia, se la caverebbe con poco». La nuova legge sull’omicidio stradale vale solo nel caso di manovre azzardate, alcol e droga, «ma non per il mancato rispetto dei riposi o l’alterazione del cronotachigrafo». Conclusione: una contestazione di omicidio colposo, la possibilità di tornare a casa. Con beffa finale: anche a lui la patente verrebbe restituita.

“Milly carissima”, lettere da un amore eterno

La Stampa
paola scola

Lui disperso sul fronte russo, lei lo aspetta tutta la vita. Ora i nipoti pubblicano la loro corrispondenza



«Aspetto, tornerà». Invece lui, Ennio, dal fronte russo a Ceva non ha più fatto ritorno. Camilla l’ha atteso tutta la vita, senza neppure chiudere a chiave la porta di casa. Per settant’anni: «Dovrà subito entrare», diceva. È stato così fino al marzo 2012 quando, a 93 anni e con la memoria lontana per l’età e la malattia, Milly Ubal Bezzone ha chiuso gli occhi per sempre. Il figlio Silvio (l’altro, Leo, era già morto) e i nipoti Ennio, Francesca e Federica hanno esaudito il suo desiderio: deporle fra le mani e accanto al viso i sette mazzi di lettere che il suo amato le inviava, quasi ogni giorno, dal Don. Un esile filo.

Lui iniziava e terminava sempre con «Milly mia carissima» e «Ennio tuo». Aveva pensieri per i piccoli, ecco il 19 agosto ’42: «Attendo con vera ansia foto vostre e in particolar modo quelle dei miei alpinotti ai quali non dementicherò mai di diverso, dovete ricordarmi molto spesso. Infine vi ripeterò sempre che non è per me che dovrete avere apprensioni e preoccupazioni (…). Io saprò ben aggiustarmi e con l’aiuto di un po’ di fortuna, della calma e del mio sangue freddo saprò ben riportare la pelle a casa, anche se abbronzata e bruciata dal sole o alla peggio magari bucata in qualche parte!». E la invitava a scrivere sovente: «Brava Milly, scrivimi immancabilmente tutti i giorni, è quello che io desidero più di ogni altra cosa».

Il nonno una sepoltura non l’aveva avuta se non, forse, sotto una coperta di neve a Nikolajewka. A Ceva i funerali sono stati celebrati dal nipote Ennio per tutti e due. Insieme. E in quel momento, per chi crede nell’Aldilà, l’alpino ha ritrovato la sua Milly.



Una storia d’amore eterno, a cui ora i due nipoti don Ennio (parroco di Pietra Ligure) e Francesca, storica e traduttrice, desiderano dare una voce. In un libro. In tempo per il 2018, quando nonna Camilla avrebbe compiuto cento anni e le sue nozze, mai vissute davvero, ottanta. «L’idea ci è venuta separatamente. A me dopo la morte di nonna - spiega don Ennio -. Tanto che io quelle lettere, che mia sorella ha fotocopiato, non le ho ancora lette. Poi ho capito che aveva ragione lei. Così vorremmo raccontare nonna e nonno attraverso gli occhi di lei, di come ha eroicamente coltivato un amore disperato per tutta la vita».

Camilla ed Ennio si sposano nel dicembre ’38. La foto del viaggio di nozze sul Lago di Garda ora è sulla loro lapide. Unica, con la scritta: «Così come in vita si amarono, anche ora nella morte non sono separati». Il 29 luglio ’42, solo 65 giorni dopo la nascita del secondogenito Silvio, Ennio viene inviato in Russia. È l’ultima volta in cui i due sposi si vedono. Ma si scrivono. Fino al 14 gennaio ’43, alla vigilia della tragedia di Nikolajewka e Nowo Postojalowka.

«Nonna, fin da piccoli, ci ha sempre parlato del nonno e delle sue lettere, a cui era tanto legata - aggiunge Francesca -. Tornata dall’Irlanda ho iniziato a leggerne alcune, anche per capire come una donna possa rimanere così fedele settant’anni. Mi hanno travolto. La spinta per pensare alla pubblicazione, dal punto di vista storico, è stata data da Giorgio Ferraris, con la sua conoscenza della campagna di Russia». Ma conclude: «Le lettere dalla Russia le ho lette quasi tutte in una notte e, alla fine, ho pianto due ore. Si sono amati alla follia».

Las Vegas, la città del peccato ora è attrazione per famigliole

La Stampa
luca bergamin

I casinò diventano luoghi di intrattenimento, dai concerti allo yoga



Il Neon Museum è l’enciclopedia luccicante di Las Vegas. Bisogna andare qui, al 770 di Boulevard North, alla fine di un lungo viale dove vetuste insegne a forma di gigantesche scarpe da donna coi tacchi penzolano dai lampioni, per rivivere l’epopea di Sin City. In questo palcoscenico polveroso sono esposte le insegne luminose vintage che hanno fatto la storia della città, dei suoi casinò aperti dai gangster negli Anni 40 a cominciare dal Flamingo (esattamente 70 anni fa), delle cappelle per sposarsi e divorziare in un lampo. Alcune si accendono ancora oggi che il luogo del peccato e del vizio per antonomasia si è convertito in destinazione turistica e anche naturalistica.

Conversione
La riprova è il numero di famigliole che affollano il Container Park, un villaggio composto come un lego da contenitori di merci navali in cui sono stati aperti negozi, ristoranti, hairdresser, atelier di moda. La Downtown Vegas che sino a poco prima era terra bruciata dalla presenza degli spacciatori di crack e dei vagabondi in preda ai deliri dell’alcol e delle guerre spiritualmente perdute, adesso è stata riguadagnata grazie anche all’opera di maquillage iconografico compiuta dai più grandi street artist del mondo, Banksy compreso, chiamati a riempire di graffiti quelle facciate un tempo anonime e sbrecciate.

E poi ci sono il Mob Museum dedicato alla mafia cittadina rappresentata con un misto di orgoglio e ironia tipicamente yankee e la SlotZilla zipline, che ti permettere di attraversare a tutta velocità imbragato e appeso a un cavo il soffitto di Freemont Street guardando dall’alto slot machine e tavoli da gioco. Sembra esserci una gara, a Vegas, per inventare i divertimenti più bizzarri, da scavare coi bulldozer di Dig This proprio a fianco della freeway, col rischio, in caso di manovra azzardata di abbattere la recinzione e finire nel cortile del grattacielo di Donald Trump a pilotare una Corvette, una Ferrari o una Lamborghini al fianco dei driver professionisti dell’italiana Dream Racing sul circuito che solitamente ospita le gare del circuito Nascar e Indy.

La Strip
L’esperienza più divertente, però, insieme ai voli in elicottero che sfiorano radenti i grattacieli, resta sempre quella di camminare lungo la Strip, la strada dei casinò, e guardare le persone. Qui, infatti la notte va in scena uno spettacolo ininterrotto di varia umanità: super eroi, bellezze esotiche con le iniziali LV tatuate sulle natiche, sosia di John Wayne e Elvis Presley, maghi gemelli di Harry Potter e trasformisti tutti pitonati che farebbero un figurone anche se si esibissero insieme alle grandi star (Celine Dior, Britney Spears, Mariah Carey registrano un perenne sold out) o negli show (il Mj Live dedicato a Michael Jackson, e i vari spettacoli del Cirque du soleil sono i più amati) all’interno dei casinò.

Proprio questi ultimi, un tempo dediti solo alle roulette si sono tramutati in luoghi di intrattenimento, così sia che clonino Piazza San Marco o il Lago di Como sono sempre pieni di sorprese quali lo yoga guardando il risveglio dei delfini alle sei del mattino al The Spa del Mirage, l’acquario del Silverton Casinò, il giardino botanico del Bellagio, la piscina hot del Wynn Resort piena all’inverosimile di pin up un po’ Barbie e giovanotti tarchiati un po’ Big Jim, tutti dall’aria sempre felice.

Quando le luci, i suoni, i volti cominciano a dare un po’ alla testa, allora è tempo di salire su di un fuoristrada… rosa - tutto qui veste colori sgargianti - e compiere un Pink Jeeep Tour nel Red Rock Canyon, meraviglia naturalistica del deserto del Mojave, percorrendo la Scenic Drive. Le rocce che si ammirano e anche scalano lungo questo circuito ad anello lungo 21 chilometri sfoggiano striature rosse, bianche, gialle, aranciate, forme aguzze e bombate, celano fiori e piante dalle sorprendenti silhouette, e conservano testimonianze pittografiche lasciate dalle tribù indiane.

Nel Red Rock Canyon si può pedalare nella solitudine sconfinata incappando talvolta nelle tartarughe del Mojavecome una coppia che fa jogging, lui col costume da superman, lei con quello di wonder woman. Siamo pur sempre a Las Vegas dove stupire è il pane quotidiano da 70 anni a oggi e per sempre.