giovedì 24 novembre 2016

Presto potremo ricaricare il nostro smartphone in pochi secondi

repubblica.it

Con super condensatori di batteria più efficienti e resistenti. E questo grazie all'impiego di nuovi materiali bidimensionali con lo spessore di un solo atomo

Presto potremo ricaricare il nostro smartphone in pochi secondi

Ricaricare lo smartphone impiegando soltanto pochi secondi: il sogno potrebbe diventare realtà grazie ai nuovi super condensatori flessibili sviluppati dagli esperti di nanotecnologie dell'Università della Florida Centrale. Questi dispositivi sono capaci di immagazzinare rapidamente più energia rispetto alle tradizionali batterie al litio, mantenendo la propria stabilità per oltre 30.000 cicli di ricarica: descritti sulla rivista ACS Nano, potrebbero rivoluzionare anche il settore delle tecnologie indossabili e delle auto elettriche.

Il segreto di questi super condensatori sta nell'impiego di nuovi materiali bidimensionali con lo spessore di un solo atomo. Molti gruppi di ricerca avevano già provato ad utilizzarli in passato, impiegando ad esempio il grafene, ma nessuno era riuscito a sfruttare il loro incredibile potenziale incorporandoli nei sistemi esistenti fatti con materiali tradizionali.

Il gruppo statunitense guidato da Yeonwoong 'Eric' Jung ha vinto questa sfida tecnologica sfruttando un nuovo approccio di sintesi chimica, che ha consentito di realizzare super condensatori composti da milioni di microscopici fili (con un diametro dell'ordine dei milionesimi di millimetro) rivestiti da materiali bidimensionali: in questo modo, il 'cuore' ad alta conduttività facilita il trasferimento degli elettroni per velocizzare la carica, mentre il rivestimento con i nuovi nanomateriali consente di avere maggiore densità di energia e di potenza.

E i vantaggi non finiscono qui: se le batterie al litio di un comune smartphone iniziano a 'perdere i colpi' dopo circa 1.500 cicli di ricarica, i nuovi super conduttori mantengono la loro stabilità per oltre 30.000 cicli. Il processo produttivo di questi dispositivi, che sarà presto brevettato, "non è ancora pronto per la commercializzazione - ammette Jung - ma rappresenta un'importante prova di principio: il nostro studio dimostra il forte impatto che potrà avere su molte tecnologie".

Facebook si piega alla censura della Cina: per lo sbarco accetta il controllo sui post

repubblica.it
ANGELO AQUARO

Per entrare nell'immenso mercato di Pechino gli ingegneri del social network avrebbero messo a punto un tool, uno strumento che permetterebbe di accomodare le richieste dei superfiltri governativi. Sono anni che Mark Zuckerberg insegue il gran salto, ha preso anche lezioni di mandarino. Ma gli attivisti in rete lo criticano

PECHINO – Facebook si piega alla Cina. Se 1 miliardo e 800 milioni di iscritti vi sembran pochi, il social network più grande del mondo adesso punta anche al miliardo e 400 milioni di cinesi che ancora non possono dire “mi piace” perché a non piacere al governo di Pechino è la politica fin qui seguita dal colosso: quella della libertà.

Invece adesso gli ingegneri di Mark Zuckerberg avrebbero messo a punto un tool, uno strumento che permetterebbe di accomodare le richieste dei censori cinesi. Ogni post verrebbe così setacciato alla ricerca di parole chiave scomode, per evitare insomma che dalla rete faccia capolino qualcosa di sgradito. Per la cronaca, sui siti cinesi nessuna ricerca vi porterebbe mai a trovare alcun riferimento, mettiamo, al massacro di Tiananmen. Potenza dei superfiltri governativi, che negli anni anni isolato l’intera Cina dietro a una Grande Muraglia Web.

L’annuncio di Facebook che abbassa la testa è stato subito salutato con sarcasmo dagli attivisti della rete. L’Electronic Frontier Foundation dice alla Bbc che il “piano è particolarmente inquietante” e ringrazia, attraverso la sua portavoce Eva Galperin “i dipendenti che sono riusciti a rendere nota la notizia”: almeno questa, insomma, filtrata per il bene della rete. Nessuna conferma ovviamente dalla Silicon Valley. Ma la tecnologia approntata per accomodare le richieste del censore è stata svelata dal New York Times: che riporta, tra l’altro, un meeting di Zuckerberg con i suoi, in cui il fondatore avrebbe confermato l’intenzione di avviare il discorso con i cinesi.

Pechino è del resto la meta mica tanto nascosta di Mark. Sono anni che il giovane businessman si prepara al gran salto, ha preso anche lezioni di mandarino i e i cinesi li ha corteggiati fino a sposarne una. La sua voglia di Cina ha già in passato attirato le critiche della rete: come quando, per esempio, durante una visita ha postato una sua foto mentre faceva jogging a piazza Tiananmen, coperta dallo smog, pur di ingraziarsi i potenti. Lui stesso ha incontrato Xi Jinping, il presidente e il segretario del partito: per parlare anche dello sbarco imminente?

La batteria dello smartphone dura poco? Forse è colpa di Facebook

La Stampa
dario marchetti

Alcuni test condotti su dispositivi Android hanno rivelato che senza l’app di Zuckerberg installata l’autonomia dei telefoni è aumentata del 20%



Problemi di batteria su smartphone Android? La colpa potrebbe essere dell’app di Facebook, giudicata troppo pesante e in grado di prosciugare la batteria anche a telefono bloccato. Almeno secondo i test indipendenti condotti dal sito Tech World Zone, che ha utilizzato un Nexus 6P, prodotto in collaborazione tra Google e Huawei. Lo staff si è reso conto che accedendo a Facebook non più attraverso l’app ufficiale, ma utilizzando un’applicazione di terze parti oppure attraverso un browser, la vita della batteria è migliorata del 20% sia su base quotidiana che settimanale.

Analizzando i dati diagnostici di Android, il sito TWZ si è reso conto che Facebook non incide tanto in maniera diretta sulla batteria, quanto attraverso una serie di processi interni del sistema operativo, tenuti in vita per sfruttare le diverse funzioni del social anche a telefono bloccato. Interrogati dallo staff, i tecnici di Facebook hanno parlato di problemi di velocità legati all’app, senza però fare riferimenti alla “longevità” del telefono. In ogni caso i test sono stati condotti su un singolo modello di smartphone Android: il modo migliore per avere conferma dei risultati rimane quello di disinstallare l’app per almeno una settimana e prendere nota di eventuali miglioramenti in termini di batteria.

Orologiaio, mestiere d’arte

La Stampa

Ogni strumento del tempo nasce grazie a innumerevoli competenze, oggi il meglio dell’industria di settore è erede dello storico “savoir-faire” di antiche generazioni di fabbri, meccanici, studiosi e artigiani



Quel rinascimento dell’orologeria di qualità, quindi rigorosamente meccanica e con alti contenuti estetici, datato anni ’80 e di cui ancora oggi appassionati, collezionisti, addetti ai lavori e semplici cultori degli oggetti “belli e ben fatti” ne godono i frutti, è raccontata per sommi capi nelle prime pagine che seguono. A chi ha interesse per gli strumenti del tempo, non sfugge la complessità che sta dietro alla costruzione di un orologio e il fatto che chi opera

in questo settore, si applica ad un’attività che è sicuramente al vertice dei così detti “mestieri d’arte”. Certo, esiste anche la produzione industriale, che peraltro rappresenta dalla seconda metà dell’800 un passaggio fondamentale per l’intera storia della misurazione del tempo, ma accanto a questa persiste un modo di pensare e realizzare gli orologi che è praticamente identico a quello dei secoli passati. 

Quel rinascimento cui si accennava arrivò come reazione all’avvento dell’elettronica degli anni ’70, che se da un lato aveva prodotto lancette a buon mercato e di strabiliante precisione, dall’altro aveva svuotato l’oggetto-orologio di quell’emozionalità che lo aveva accompagnato per secoli, basando molto del suo fascino proprio sui progetti meccanici ed estetici – imprescindibili uno dall’altro - e sull’abilità di chi li concepisce ed esegue.

Lavorare su congegni e stile, perché un orologio è essenzialmente oggetto funzionante ed espressione del gusto, rientra nella categoria – e ai massimi livelli – dei mestieri d’arte (ottima la documentazione sul tema scritta da Dominique Fléchon per conto della Fondazione Cologni delle Arti e dei Mestieri). E’ la storia stessa a dimostrarlo, raccontando che nel corso dei secoli l’orologiaio da indistinto fabbro-ferraio capace di forgiare qualsivoglia oggetto in metallo, dai rotismi grandi e piccoli delle macchine del tempo ai congegni di armi e serrature,

diventa meccanico e poi artigiano, riunendo su di sé o nel proprio laboratorio decine di altri mestieri che riguardavano la lavorazione delle casse, la decorazione, l’oreficeria e non ultimi, gli studi di matematica e astronomia necessari per la rappresentazione e la visualizzazione dello scorrere del tempo. Ed è bello scoprire che anche oggi, sia pur nell’utilizzo di materiali sempre più innovativi, di computer e di macchinari a controllo numerico, l’orologeria ben fatta e di qualità è un continuo ritorno alle origini. 

Come spendere online i 500 euro del Bonus cultura

La Stampa
simone vazzana

Con il tesoretto offerto dal Ministero ai 18enni italiani è possibile anche fare acquisti in rete, dai biglietti dei concerti agli eBook



Dal 3 novembre quasi 600 mila neo maggiorenni possono beneficiare del bonus cultura concesso dal governo: 500 euro da spendere in un anno tra libri, musei, concerti e spettacoli teatrali. 

REGISTRAZIONE: COME OTTENERE LO SPID E USUFRUIRE DEL BONUS
Il bonus cultura è stato pensato per i 574.953 ragazzi nati nel 1998 e residenti in Italia. Il primo passaggio per poter spendere i 500 euro è quello di ottenere lo Spid, Sistema pubblico di identità digitale, ossia le credenziali con cui accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione (è una sorta di test: dal 2017 sarà obbligatorio per tutti i cittadini). C’è tempo fino al 31 gennaio 2017 per registrarsi su www.18app.it e richiedere lo Spid, rivolgendosi a uno dei quattro Identity Provider abilitati (InfoCert, Poste Italiane, Sielte e Tim), indicando indirizzo email, numero di cellulare, documento di identità valido e codice fiscale. I 18enni possono comunque completare l’identificazione anche di persona, negli uffici del provider scelto. 
Con lo Spid si può accedere a 18app.it per ottenere i buoni: l’iscrizione al sito serve per tracciare il percorso dei 500 euro. C’è tempo fino al 31 dicembre 2017 per spendere il bonus. 



CONSIGLI PER GLI ACQUISTI
Una volta entrati nella piattaforma si accede alla lista degli esercenti distribuiti su tutto il territorio nazionale. Dai cinema ai teatri, passando per le librerie (grazie all’impegno dell’Associazione librai italiani): tutti luoghi fisici. Oltre a questo è possibile scegliere di acquistare prodotti online (come per esempio i libri, gli eBook o i concerti): anche i negozi in rete hanno dunque capito le potenzialità, a livello di ricavi, del bonus messo a disposizione dal Ministero.

COME ACQUISTARE PRODOTTI ONLINE
Per quel che riguarda i libri, si può fare affidamento su Amazon, Feltrinelli, Mondadori, Ibs, Libraccio, Alpha Test e Mare di Carta. Prendendo il caso di Amazon, per acquistare un libro online è necessario creare prima dei buoni del valore di 5, 10, 25 o 50 euro sul sito 18app.it e poi convertirli in codici del medesimo valore. Al momento della conversione, l’intero importo del buono è scalato dal saldo 18app. Per quanto riguarda Amazon, i codici possono essere quindi utilizzati per pagare i prodotti selezionati in un’unica soluzione o in più volte, fino al 31 dicembre 2017.

Alcuni cinema italiani (prevalentemente in Lombardia, con qualche eccezione in Piemonte, Lazio, Emilia Romagna e Sicilia) permettono l’acquisto di biglietti online. Per i concerti e gli eventi culturali, invece, ci si può rivolgere solamente a TicketOne. Anche in questo caso, i soldi vengono scalati direttamente dal saldo 18app.

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La Stampa
jena@lastampa.it

Dio vota Sì.

Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei

repubblica.it
di GIANLUCA DI FEO

La corsa agli armamenti è aumentata negli ultimi anni. Stimati in più di 23 miliardi gli investimenti per il 2017. Il record di Bersani: dal 1993 è  il ministro che ha destinato più risorse

Spese militari: quei 64 milioni al giorno per caccia, missili e portaerei

SULLA CARTA nascono come navi a doppio uso, un ibrido destinato un po' ad aiutare la Protezione civile in caso di calamità e un po' a combattere. E così vengono presentate al Parlamento. Ma poco alla volta il progetto prende la forma di una nuova portaerei e i pattugliatori si trasformano in agguerrite fregate. Oppure sono prototipi di aereo ideati dalle aziende come iniziativa privata, senza che l'Aeronautica ne abbia manifestato l'esigenza; poi dopo qualche anno di tira e molla vengono acquistati a decine dallo Stato. Il tutto sotto gli occhi di senatori e deputati, molte volte distratti ma in alcuni casi fin troppo interessati.

Tanto alla fine il conto tocca ai contribuenti. Già ma quanto paghiamo per le spese militari? La risposta non è semplice. Perché nei bilanci della Difesa ci sono anche i finanziamenti per i carabinieri e per altre attività che vanno dalla manutenzione dei fari al rifornimento idrico delle isole. Mentre gli armamenti si comprano grazie a consistenti elargizioni di altri ministeri e ci sono gli stanziamenti extra per le missioni all'estero. Un labirinto dove ora l'Osservatorio sulle spese militari italiane Mil€x (www.milex.org) cerca di trovare un filo grazie a un dossier elaborato da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca. Con conclusioni sorprendenti.

Boom mimetizzato. Per il prossimo anno l'esborso complessivo viene stimato in 23 miliardi e 400 milioni, ossia 64 milioni di euro al giorno: un aumento dello 0,7 per cento rispetto alla dotazione del 2016 e di quasi il 2,3 per cento in più rispetto alle previsioni. Il criterio di calcolo elaborato dall'Osservatorio Mil€x - lo stesso che viene usato dagli organismi internazionali più accreditati - ribalta i luoghi comuni sui tagli alla Difesa: i fondi reali invece sarebbero aumentati del 21 per cento nell'ultimo decennio. Così nel 2017 solo per l'acquisto di strumenti per le forze di cielo, di terra e di mare si impiegheranno 5,6 miliardi di euro, ossia 15 milioni al giorno.

Il primato. Questa corsa agli armamenti viene alimentata soprattutto dal ministero dello Sviluppo Economico, il gran benefattore delle aziende belliche nostrane foraggiate negli anni della Seconda Repubblica con contratti per quasi 50 miliardi di euro. A sorpresa, nella classifica dei ministri più attivi in questo shopping dal 1993 a oggi, al primo posto spicca Pier Luigi Bersani che ha firmato finanziamenti per oltre 27 miliardi, seguito da Federica Guidi con 8 miliardi, Claudio Scajola con 6,5 miliardi ed Enrico Letta con quasi 4. Nonostante sia rimasta al potere per meno anni, la sinistra sembra avere largheggiato in questo canale di sovvenzione dell'industria militare. Che, nell'ordine, si indirizza principalmente verso Leonardo, ossia l'ex Finmeccanica, Fincantieri e Iveco.

L'epopea degli F-35. Certo, questi investimenti si traducono in 50 mila posti di lavoro e tanta ricerca tecnologica, con prodotti che in alcuni casi hanno ottenuto successi di export notevoli. Ma non sempre ai cittadini viene spiegato con chiarezza cosa compriamo e a che prezzo. Bisogna riconoscere che dall'arrivo di Roberta Pinotti al ministero i bilanci sono più trasparenti, resta però il problema dei contratti diluiti per decenni. Come l'epopea degli F-35: alla fine l'impegno a dimezzare la spesa votato dalle Camere sarà rispettato? L'Osservatorio ritiene di no e segnala come siano stati firmati ordini per otto supercaccia e versati acconti per altri sette, con una previsione complessiva di budget salita a 13,5 miliardi. Una parte degli F-35 - secondo il Rapporto - prima o poi salterà a bordo della Trieste, la nuova supernave da 1.100 milioni della Marina che si ritiene destinata a un futuro di portaerei, anche se ufficialmente è stata impostata come unità di sostegno agli sbarchi con una vocazione per i soccorsi umanitari.

Più graduati che truppa. Nonostante le cifre stratosferiche, i comandanti si lamentano di non avere soldi per la manutenzione e di faticare a garantire l'addestramento dei reparti. E non mentono. Nel 2017 oltre il 41 per cento delle risorse globali servirà per gli stipendi di un'armata che non si riesce a snellire: ci sono troppi graduati e poca truppa. Oggi si contano 90 mila comandanti contro 81 mila comandati; nel 2024 le proporzioni dovrebbero cambiare radicalmente, ammesso che si trovi un modo per ridurre 32 mila marescialli e 4500 ufficiali in otto anni. Finora le grandi manovre per destinare i marescialli ad altre amministrazioni - come i palazzi di giustizia o i musei - sono state una disfatta. Ministro e Stato Maggiore stanno

tagliando molti comandi e di conseguenza il numero di poltrone per generali e ammiragli: la riduzione di un terzo pare però ancora fuori bersaglio. Infine c'è una voce nel bilancio 2017 che letteralmente decolla: quella dei voli di Stato, con un 50 per cento in più. Serviranno infatti ben 23 milioni e mezzo per il noleggio del nuovo Airbus presidenziale voluto da Matteo Renzi. "Non è il mio aereo", ha detto pochi giorni fa il premier: "È un jet in leasing, usato, che serve a portare gli imprenditori a fare missioni all'estero". Finora se ne ricorda una sola, forse la più costosa trasvolata della storia italiana.

Il prefetto di Grosseto annulla il bando di gara per l'arrivo dei profughi a Capalbio

repubblica.it

La scorsa estate le proteste di abitanti e vacanzieri, poi il ricorso al Tar e ora l'annullamento

Il prefetto di Grosseto annulla il bando di gara per l'arrivo dei profughi a Capalbio
Le villette di Capalbio

L'estate scorsa la rivolta degli abitanti e dei vacanzieri per l'arrivo dei profughi a Capalbio nelle villette del borgo diventò un caso nazionale. Ora il nuovo prefetto di Grosseto ha annullato il bando di accoglienza per i richiedenti asilo che sarebbero dovuti arrivare nella città turistica toscana e in altre località sparse per la provincia. I cinquanta ragazzi che avrebbero dovuto soggiornare nel condominio de "Il Leccio" verranno sistemati altrove e presto sarà avviata una nuova procedura selettiva.

Il nuovo prefetto, Cinzia Teresa Torraco, si è avvalsa della facoltà di non procedere all'affidamento del servizio come previsto nelle disposizioni finali del bando. La gara, che aveva assegnato a Capalbio nello scorso luglio provocò la rivolta di vacanzieri illustri e non:  iniziarono una serie di proteste, atti formali, ordinanze, pronunce del Tar e pareri anche dell'Avvocatura dello Stato, fino al definitivo annullamento della gara.

"Se la prefettura ha annullato il bando avrà avuto le sue comprovate e  valide motivazioni - spiega il sindaco Pd di Capalbio Luigi Bellumori -  noi come amministrazione comunale intanto stiamo lavorando per trovare i posti accoglienza fissati dalle nuove disposizioni ministeriali e condivise dall'Anci nazionale".

Vaticano, le 15 guardie svizzere che si allenano a morire per Papa Francesco

Libero
 di Cristiana Lodi

Vaticano, le 15 guardie svizzere che si allenano a morire per Papa Francesco

Tirano con la pistola, s’allenano all’uso della difesa con le mani e con lo spray. Ore e giorni ad attraversare boschi e a raggiungere tappe pedibus calcantibus. Ma le Gwardiknechte, le guardie svizzere che andranno a comporre l’esercito più antico e più piccolo del mondo, imparano anche a infilare le manette e a parlare l’italiano. Lingua obbligata per un soldato papalino.

Sono quindici reclute e per la prima volta dopo 500 anni, da quando Papa Giulio II della Rovere fece entrare le prime guardie svizzere dalla Porta del Popolo in Vaticano, si addestrano in Canton Ticino. Anzi, nel cuore del Cantone: in piazza d’Armi di Isone dove c’è il Centro di formazione della polizia elvetica. Le matricole (rigorosamente maschi, svizzeri per cittadinanza, mai sotto i 174 centimetri d’altezza) sono alla quarta settimana del corso che consentirà loro di entrare a fare parte della Guardia Svizzera Pontificia. Per secoli questi soldati fuori dal comune si sono inginocchiati davanti ai papi, ne hanno difeso i palazzi e anche immolato la vita in 147 durante il sacco di Roma (6 maggio 1527) pur di salvare Clemente VII dalla furia dei lanzichenecchi.

GIURANO IL 6 MAGGIO
E proprio il 6 maggio prossimo, in occasione di questa ricorrenza, i nuovi arruolati irromperanno nel cortile di San Damaso nelle loro divise sgargianti e alla presenza delle massime personalità politiche e religiose del Vaticano, giureranno fedeltà. Dichiarandosi pronti a morire per il Papa. Un contratto destinato a durare nei secoli.

Tutti, dal comandante (oberst) all’ultimo alabardiere (hellebardier), vestiranno l’uniforme ufficiale: quella rinascimentale di feltro giallo, rosso e blu, che una leggenda attribuisce erroneamente a un Michelangelo improvvisatosi stilista e fotografate dai turisti di tutto il mondo. In realtà questa divisa è stata concepita dal comandante Jules Repond agli inizi del XX secolo.
Saranno tutti in fila, i soldati papalini, al comando del colonnello (nominato da Francesco) Christoph Graf, con lo stemma di Giulio II sopra l’elmo e il pennacchio bianco che sembra uscire da un dipinto di Raffaello.

UN TICINESE SOLTANTO
Sarà cerimonia in grande sfarzo, quanto duro è l’addestramento le nuove sentinelle del Papa. Come impone il ferreo regolamento per l’accesso al Corpo, le reclute hanno dai 20 ai 28 anni e arrivano dalla Svizzera interna, tedesca e francese. Un solo ticinese (in questa tornata) fa eccezione: si chiama Dario Fornasari, 21 anni, oltre al francese parla italiano con naturale accento comasco. Il percorso formativo di tutti è cominciato in Vaticano. Ma dal 31 ottobre, le nuove matricole, si sono spostate in Ticino dove rimarranno fino al 27 novembre, per un totale di 176 ore di addestramento rivoluzionario.

«La collaborazione con la polizia cantonale siglata per la prima volta lo scorso 26 settembre a Roma è una novità molto importante per il Corpo», dichiara il comandante Graf «perché in Canton Ticino viene data alle nostre reclute una formazione di base molto elevata». Un progetto pilota, destinato ad avere successo e che raccoglie anche nuovi iscritti: due formazioni già pianificate per il 2017. Una a febbraio con altre 15 reclute e un’altra fra ottobre e novembre, sempre del prossimo anno, con una ventina di partecipanti. Non male se si pensa che la media degli arruolati era in forte calo: da 30 si era passati a 23 e poi a 15.

«Per il Canton Ticino è un’opportunità storica» commenta Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale che siglato l’accordo a settembre scorso «la collaborazione tra i Corpi è un risultato che porteremo avanti». L’appuntato Federica Rossini insegna a tirare con la pistola, il collega Corrado Giovinazzo la sicurezza personale, comprese le tecniche di perquisizione e l’azione di difesa sempre proporzionata alla minaccia. Le guardie che proteggono il Papa e la residenza pontificia devono conoscere l’italiano e «la formazione prevede anche questo insegnamento» aggiunge il comandante capo. Questo speciale esercito armato vigilerà Francesco (e i suoi successori) dentro e fuori il Palazzo Apostolico, durante i suoi viaggi, le udienze e i servizi d’onore. Sempre.

Mercenari? Guardie del corpo embeded come si usa dire oggi? Christooh Graf, 54 anni, sposato, due figli, ex dipendente di un ufficio postale in Svizzera e di fede cattolica come esige il protocollo, parla chiaro: «Il Papa è il Vicario di Cristo e nel difenderlo, noi che facciamo parte del suo esercito, vediamo in questo un progetto di Dio. È il valore spirituale della missione esercitata dalla Guardia Svizzera Pontificia».

ARMI E SPIRITUALITÀ
In un Corpo nato per difendere il pontefice non può mancare il cappellano. «Inevitabile che le guardie si addestrino a impugnare le armi, anche se l’obiettivo è difendere e non uccidere» anticipa don Thomas Widmer «la formazione è anche spirituale, parliamo di giovani uomini che giureranno di essere pronti a dare la vita per il Papa». Già dal Cinquecento il valore non soltanto spirituale dei soldati del pontefice era proverbiale: terribili negli attacchi, montanari robusti e di carattere duro erano anche noti per la loro affidabilità. Il mestiere delle armi a differenza delle milizie di cui scrive Machiavelli lo esercitavano con un grande senso del dovere, come recita il loro eterno motto: «Con coraggio e fedeltà».


Così Harvard gioca con i proverbi dialettali italiani

La Stampa
iuri moscardi

Traduzione, contaminazione e gioco: il “can de do paroni” diventa un cantuccino tra due pandori



Moglie e buoi dei paesi tuoi, si dice. Eppure, un progetto di social reading organizzato dagli studenti di Harvard University sembra provare il contrario: con #Proverbi (dall’11 al 13 novembre sulla piattaforma online Betwyll), gli studenti americani della professoressa Elvira Di Fabio hanno commentato alcuni proverbi dialettali italiani per studiare la nostra lingua. Con loro TwLetteratura, start-up con cui collaboro, attiva dal 2012 con progetti didattici e culturali basati sul social reading. Seguendo un calendario e un hashtag condivisi, chiunque può commentare libri e contenuti culturali (di Pavese e Manzoni tra gli altri): una metodologia che la start-up ha portato avanti su Twitter e che ora, dopo l’incubazione del Progetto Innovazione Culturale di Fondazione Cariplo, sta sviluppando su Betwyll. 

Qui si è svolto #Proverbi, che ha visto la partecipazione di 47 utenti, autori di un centinaio di twyll (messaggi di 140 caratteri) scritti per commentare sei proverbi, due al giorno, seguendo le regole dell’OuLiPo. Gli studenti hanno scelto varianti diverse, dal friulano all’emiliano, dal molisano al biellese; e gli esiti sono stati scoppiettanti come reazioni chimiche tra materiali diversi.
La sfida del primo giorno, per esempio, era di commentare i proverbi in termini gastronomici. Il bisiac monfalconese di «Al can de dó paróni al resta senza magnár» (Il cane di due padroni resta senza mangiare) è diventato «Il cantuccino in mezzo a due pandori resta senza malaga», mentre l’emiliano «I parint iè cumè e pes, dop tre dé i poza» (I parenti sono come i pesci, dopo tre giorni puzzano) è stato riscritto «Parenti serpenti che con un pizzico di pepe non li senti».

Per la seconda giornata la guida da seguire era il sogno. Il friulano «Il clip di mai al svee il caj» («Il tiepido di maggio sveglia la lumaca») ha ispirato paragoni con l’attualità («E non solo le lumache ma anche quelli che hanno votato Trump… vedremo. #primi100giorni»), mentre il molisano «I tor ric’ curnut agl asn» (Il toro dice cornuto all’asino) è stato riscritto come una favola («Solo nei sogni, in effetti, i tori parlano. E per di più rivolgendosi ai muli, notoriamente sordi a ogni critica»), ma anche analizzato («La caverna di Platone: ci crogioliamo nelle tenebre sprezzando la luce. La verità è una chimera che non possiamo permetterci»).

Infine, l’ultima sfida chiedeva di utilizzare la retorica delle lettere ufficiali. Il bisiac monfalconese «I uséi se li ciapa co i xe ’ncóra ta la cóa» (Gli uccelli si prendono quando sono ancora nel nido) ha suscitato rifacimenti opposti («Sono da considerarsi lecitamente prendibili tutti i volatili giacenti nel nido»; «You are only allowed to take birds that are in the public domain. Please accept our cookies policy before entering the nest») e il biellese «Se i’voeli gni gni se i voeli gni gni gni gni ni di da gni poeu gni gni» (Se volete venire venite, se non volete venire non venite, non dire di venire e poi non venire) paragoni con Nanni Moretti («Ma secondo te, mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo? #MicheleApicella») e il mondo dei social («Accettiamo solo visite virtuali»).

Sono stati tre giorni di sperimentazione, caratterizzati dall’apertura intesa come voglia di sperimentare senza rinchiudersi in confini usuali – come quello, solo a prima vista localistico, del dialetto. Betwyll, basata sulle funzionalità di Twitter, ha inoltre permesso di superare confini fisici come la distanza geografica. Soddisfatta TwLetteratura, che ha sperimentato il proprio metodo in un contesto internazionale di primo piano. E molto soddisfatti gli studenti di Harvard, che hanno scelto varietà linguistiche poco note proponendo un progetto coraggioso, un gioco solo apparentemente superficiale ma in verità stimolante proprio per il suo carattere insolito. 

Dilemmi

La Stampa
jena@lastampa.it

La scelta politica è sempre più ardua: votare per la scrofa ferita o per il gorilla furioso?

Il trasformatore, questo sconosciuto (ma fondamentale strumento d’energia)

La Stampa
antonio lo campo


Trasformatore elettrico trifase del 1970 (immagine d’archivio)

Senza di loro non potremmo nemmeno accendere una lampadina o il televisore, fare il bucato con la lavatrice o passare l’aspirapolvere, ma nemmeno studiare le particelle elementari come il bosone di Higgs o l’antimateria. Sono i trasformatori elettrici, macchine semisconosciute ma senza le quali non potremmo sfruttare le grandi possibilità che ci fornisce l’energia elettrica, dalla produzione industriale alla nostra vita quotidiana. Arrivano a pesare fino a centinaia di tonnellate, e possono raggiungere, in alcuni casi, fino a 400 Megawatt di potenza. Garantiscono l’erogazione e la gestione dell’energia elettrica di interi paesi, l’alimentazione di grandi aree abitate e industriali. Sono apparati tecnologici che operano “nell’ombra” ma il loro lavoro è determinante. Succede di rado, ma quando si fermano, è il blackout.
 
L’eco design dei trasformatori
Lo “stato dell’arte” sui trasformatori in Italia (e in Europa), le loro capacità, e i miglioramenti da apportare per il futuro, sono stati al centro di un recente meeting di due giorni dal titolo “My Transfo”, giunto all’ottava edizione. Ospitato presso l’Environmental Park di Torino e organizzato da Sea Marconi (di Collegno, alle porte di Torino), gruppo italiano noto per i numerosi brevetti nella decontaminazione dei trasformatori, il meeting ha visto la partecipazione di circa 200 esperti provenienti un po’ da tutto il mondo, tra i quali 29 relatori, che sono convenuti a Torino per confrontarsi sulle tematiche ambientali, economiche e di sicurezza connesse alla trasformazione elettrica. “Da tempo si punta molto all’eco-design dei trasformatori” - spiega Vander Tumiatti, Presidente della SEA Marconi - “e a progettare macchine più sofisticate e sicure. I pericoli? In caso di incendi vi sarebbe l’alta tossicità degli olii minerali che li fanno funzionare.

E si tratta di tonnellate di olii. Ma guardando con occhio attento all’ambiente, stiamo assistendo alla diffusione di olii che non arrecano danni ambientali: si tratta degli esteri naturali, fluidi di derivazione vegetale e quindi ecocompatibili e più sicuri perché, grazie all’alto punto di fiamma, sono difficilmente infiammabili”. I trasformatori sono macchine diffuse in grande numero e distribuite tutt’intorno a noi:”Solo in Europa vi sono 4 milioni di trasformatori” - aggiunge Tumiatti - “e l’industria di queste macchina in Italia ha un valore di un miliardo e 100 milioni di euro. Il 50 per cento viene esportato in vari paesi europei ed extraeuropei. E’ un settore che guarda al futuro, è in espansione, e potrà avere ricadute importanti anche in termini di occupazione”. 

Quasi quattro milioni di tonnellate di CO2 in meno
Grazie a trasformatori più efficienti, in le centrali elettriche, fabbriche, luoghi pubblici e abitazioni private, sarà possibile, a partire dal 2020, risparmiare intorno ai 16.000 Gwh l’anno, corrispondenti a 3,7 milioni di tonnellate di CO2 in meno: “Per fare questo sono in atto studi per migliorare la struttura dei trasformatori” - aggiunge Francisco Blanquez, ricercatore del CERN di Gineva - “e tutto questo si svolge anche presso i nostri laboratori a Ginevra. Lavoriamo inoltre per migliorare il fattore della loro sicurezza e quello eco-ambientale. I trasformatori hanno una vita media tra i 30 e i 40 anni ed una potenza media di 80-100 Megawatt fino a raggiungere potenze di 300 o 400 MegaWatt.”. Al meeting, è anche emerso quanto il ruolo della produzione in qualità delle aziende italiane, sia importante nel mantenimento di elevati margini di competitività.

Il prossimo appuntamento è in programma per il 2018, anche per celebrare un anniversario: “SEA Marconi compirà cinquant’anni” - aggiunge Vander Tumiatti - “e il prossimo My Transfo sarà l’occasione per celebrare la nostra azienda dedicata a Guglielmo Marconi, che mi ha sempre affascinato per essere stato un eccellente scienziato, un imprenditore, un pioniere italiano fuori dai canoni accademici ed industriali classici ed uno sperimentatore capace di tradurre le sue brillanti idee in innovazioni universalmente impiegate. E non a caso la prima idea che diede luce alla Sea Marconi, prese vita parlando con un cliente di Collegno, che mi domandò chi poteva “trattare” in modo sicuro ed ecologico l’olio contenuto nei suoi trasformatori elettrici sovraccaricati”.

La lettera con cui il nonno di Trump fu espulso dalla Germania

La Stampa
alessandro alviani

Ritrovata nell’archivio della città di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce la cacciata di Friedrich Trump da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera



Se Donald Trump si appresta a diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America lo deve in parte anche a una lettera ingiallita dal tempo ritrovata nell’archivio della città tedesca di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce l’espulsione del nonno del President-elect, Friedrich Trump, da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera.

“Al cittadino americano e pensionato Friedrich Trump va comunicato che dovrà lasciare il territorio bavarese al più tardi entro il primo maggio di quest’anno, altrimenti dovrà aspettarsi la sua espulsione”, si legge nella missiva inviata dalle autorità del distretto di Dürkheim all’ufficio dell’allora sindaco di Kallstadt. La lettera, che è stata rinvenuta dallo storico Roland Paul e viene pubblicata oggi dalla Bild, metteva la parola fine a una vicenda alquanto complicata.

Friedrich Trump era emigrato nel 1885 negli Stati Uniti, dove iniziò a lavorare dapprima come barbiere a Manhattan e accumulò in seguito una fortuna gestendo alberghi per cercatori d’oro. Nel 1901, acquistata ormai la cittadinanza americana, decise di tornare a Kallstadt per cercar moglie e si innamorò di Elisabeth Christ, che sposò l’anno dopo. I due si trasferirono lo stesso anno a New York. Elisabeth non si sentiva però a suo agio, per cui nel 1904 i Trump attraversarono nuovamente l’Atlantico, stavolta in direzione opposta. 

Friedrich Trump tentò di riconquistare la cittadinanza tedesca, ma le autorità locali si opposero, in quanto sospettavano che fosse partito per gli Stati Uniti per sottrarsi al servizio militare. E così si arriva alla lettera del 27 febbraio 1905. Friedrich Trump provò a restare in tutti i modi a Kallstadt, scrivendo persino una lettera all’“amatissimo, nobile, saggio e giusto” principe reggente Luitpold, che rimase però inflessibile.

Il primo luglio 1905 i Trump lasciarono definitivamente la Germania a bordo della nave a vapore “Pennsylvania”. Tre mesi dopo Elisabeth partorì nel Queens Frederick Christ „Fred“ Trump Jr., il padre del prossimo presidente degli Stati Uniti.

Aprirsi al mondo? Ma chi è il mondo?

Corriere della sera

di Claudio Magris

Con la lettera del Pontefice sull’aborto, si è detto che la Chiesa apre o si apre al mondo. Ma cos’è questo Mondo il cui ingresso finalmente concesso sarebbe un grande passo in avanti?

C’è una frase stereotipa che molti hanno ripetuto banalmente, commentando la decisione del Papa di accomunare agli altri peccati gravi l’aborto, la cui assoluzione — previo ovviamente il reale pentimento e il proposito di non commetterlo ulteriormente — può ora venire impartita da qualsiasi sacerdote e non più, come in precedenza, solo dal vescovo. La soppressione di un individuo nelle primissime fasi della sua esistenza è e rimane una colpa grave, ma non è più colpita da scomunica, da cui peraltro non erano e non sono colpiti peccati anche più gravi.

La decisione del Pontefice è perfettamente in linea con la dottrina della Chiesa e con lo spirito del Cristianesimo, il quale, prima di essere una religione, è un cambiamento della vita, è la promessa e la possibilità di rinascita, di resurrezione non solo di Cristo ma — cosa non meno importante — dell’uomo, la sua capacità di « metanoia », ossia di ricreare la propria vita.

Fra l’altro, la tetra ritualità della scomunica e dell’assoluzione speciale solo da parte del vescovo poteva facilmente produrre un’atmosfera angosciosa, atta a provocare non la libertà della rinascita spirituale, quanto piuttosto oscuri e vaghi sensi di colpa, che la Chiesa saggiamente condanna perché li sa legati più a coatte tortuosità psicologiche che non a valori e a sentimenti morali. Chi insinua — per lodarlo o attaccarlo, in entrambi i casi ipocritamente — che il Papa abbia inteso minimizzare l’aborto mente, sapendo — o, peggio ancora, non sapendo — di mentire.

Si è detto, da molti, che con questa decisione la Chiesa «apre» o «si apre» al mondo. Anzitutto la frase non ha senso, perché tutti siamo nel mondo, il mondo siamo anche noi, Chiese comprese. Il mondo non è fuori e nemmeno noi — individui, Stati o istituzioni — ne siamo fuori ; il mondo è il nostro incontrarci, scontrarci, comprenderci, fraintenderci, amarci, odiarci, farci del bene o del male.

Il mondo siamo noi, è in noi, nelle nostre vene e nei nostri pensieri, e noi siamo nel mondo anche quando, secondo il monito di Cristo, non siamo «del» mondo. Ma la frase ripetuta come una pappagallesca giaculatoria sembra voler dire che il mondo, esterno alla Chiesa, è il bene, il giusto, il progresso e che finalmente la Chiesa — o anche altre istituzioni o individui — migliora, si eleva, si libera aprendogli le porte e facendolo entrare.

Ma cos’è questo mondo il cui ingresso finalmente concesso sarebbe un grande passo in avanti? Il mondo, con le sue parole d’ordine imperiosamente obbligatorie per ognuno, è tante cose diverse. Il mondo — il nostro mondo, il nostro Tempo — è progresso ma anche regressione; è la crescente liberazione di popoli e classi sociali ed è pure la crescente inumana schiavitù di altri popoli e di altre genti; è l’orrore della guerra che divampa ovunque e sempre più.

È la liberazione della donna ed è il diffuso femminicidio; è la nobiltà di tanti che si sacrificano per lenire sofferenze e feroci ingiustizie inflitte a milioni di dannati della terra ed è l’abiezione del mercato di organi che regola l’uccisione di bambini in nome del profitto procurato dalla vendita degli organi strappati ai loro cadaveri.

Le «pompe» del mondo cui si rinuncia nel battesimo sono anche le stragi, le bestiali condizioni di vita (o meglio non vita) imposte a milioni di persone per il pomposo benessere di pochi. Certo, il Cristianesimo offre pure agli assassini, ai serial killer, alla delinquenza organizzata che fa sparire i bambini nel calcestruzzo, la possibilità di pentirsi, di rinascere spiritualmente, di essere assolti — anche se spesso vorremmo, comprensibilmente, mettere loro una corda al collo.

Nemmeno le parole d’ordine correnti e dominanti sono sempre verità cui bisognerebbe adeguarsi, «aprirsi». Il mondo ovvero l’ideologia in quel momento sovrana può essere verità o menzogna generalizzata e sta ad ognuno, Papa o non Papa, valutare liberamente, e soprattutto con autonomia di giudizio e di pensiero, cosa accettare e cosa respingere, a che cosa «aprire» e a che cosa sbattere la porta in faccia. Il senso della vita, come dice il titolo di un libro di Camus, è quello di «resistere all’aria del tempo», agli idoli in quel momento regnanti.

Resistere senza pregiudizi e senza rifiuti aprioristici; resistere elasticamente, criticamente e autocriticamente, cercando di capire quando il mondo ci fa più liberi e intelligenti e quando ci fa più beoti e più schiavi. Molte opinioni, gusti, scelte e convenzioni oggi prevalenti sono inganni, a cominciare dallo stupido e tirannico pensiero unico il quale ribadisce che l’attuale ordine — o disordine — che regge il mondo sia l’unico sistema possibile, destinato a durare per sempre, e che le innominabili diseguaglianze tra gli uomini siano immutabili.

Non è detto che sia sempre bene — né sempre male — aprirsi, inchinarsi al mondo. Se proprio si è costretti, si può farlo come Bertoldo dinanzi alla Regina; Bertoldo obbligato ad avvicinarsi al suo trono passando sotto un basso arco e dunque inchinato fin quasi a terra, ma che lo fa entrando a ritroso e mostrando quindi, inchinato, alla Regina il sedere. In una storiella ebraica un pio sarto ebreo, accurato ma lento nel lavoro, a chi gli rimprovera di metterci più tempo per fare un paio di pantaloni di quanto ne abbia messo Dio per creare il mondo, risponde: «Sì, ma guardate com’è fatto il mondo e come invece, modestamente, sono fatti i miei pantaloni».

Voli, quelle 115 pagine di «contratto» con le compagnie che nessuno legge

Corriere della sera

di Leonard Berberi - lberberi@corriere.it

Ogni volta che compriamo un biglietto accettiamo le regole del vettore. Dalle definizioni fino alle penalità, viaggio tra le «condizioni di trasporto» lunghe quanto un libro

La «tariffa speciale»? È una «tariffa diversa dal normale». La «Scandinavia»? «È l’area che comprende Danimarca, Norvegia, Svezia». Per non parlare della «sub-area Giappone-Corea» che è, si badi bene, la «zona composta da Giappone e Corea». E che dire della «destinazione»? «Si tratta dell’ultima fermata del viaggio di un passeggero». E, mi raccomando, con «passeggero» s’intende «qualsiasi persona, ad eccezione dell’equipaggio, trasportata o da imbarcare in un aereo con il consenso della compagnia».
Il contratto da Guinness
Per carità, di questi tempi meglio esser precisi. Quindi ben vengano le voci delle «condizioni di trasporto» dei vettori, il contratto che sottoscriviamo quando acquistiamo un biglietto aereo. Peccato che ci vorrebbero diverse ore e in alcuni casi pure un paio di giorni per leggerseli questi veri e propri libri. Per scoprire, spesso, che molte delle sigle incomprensibili eppure importanti stampate sul ticket sono spiegate — bene — in mezzo a decine di caratteri e a precisazioni che sembrano ovvie ma che in realtà non lo sono ai fini legali. Prendiamo il documento di viaggio di American Airlines: 115 pagine, 43.256 parole, 228.885 caratteri — spazi esclusi — dove ci sono tutte le informazioni che servono per il volo: le tipologie di ticket, le tasse, le prenotazioni, il check-in e l’imbarco, i tempi necessari, il bagaglio, gli orari, il comportamento a bordo, il risarcimento danni e molto altro ancora. Comprese, appunto, le «definizioni».
Le sigle incomprensibili
E tra queste ci sono pure quelle che spiegano cosa vuol dire, per esempio, quel «NONREF/0VALUAFTDPT/CHGFEE», sigla nota alle agenzie di viaggio, non ai passeggeri tradizionali. Ecco, quella sequenza significa che il biglietto non è rimborsabile («NONREF», «non refundable»), che non ha alcun valore se non viene cancellato prima della partenza («0VALUAFTDPT», «zero value after departure») e che la modifica della prenotazione comporta una spesa ulteriore («CHGFEE», «change fee»).

Non è una cosa da poco. Soltanto nel 2015 — calcola il Dipartimento dei Trasporti — negli Stati Uniti i passeggeri hanno dovuto pagare 3,8 miliardi di dollari in spese extra per imbarcare i bagagli, più altri tre miliardi per la cancellazione o la modifica delle loro prenotazioni. Poi ci sarebbero pure i disagi come la perdita della coincidenza o il non presentarsi all’imbarco. Il «no-show» — come ben precisano i contratti di viaggio, ma non i biglietti emessi — ha un suo costo ulteriore che può arrivare anche a 1.600 euro. Per tratta. E a persona.
I documenti delle compagnie
Ma American Airlines non è l’unica ad avere condizioni di trasporto monstre. Il Corriere della Sera è andato a spulciarsi i siti di diverse compagnie. United ha stilato un altro documento da record: 51 pagine, 37.326 parole. Per stampare le regole di Air Canada servirebbero novantuno pagine. Che diventano «soltanto» 69 per quelle di Delta Air Lines e 52 di jetBlue. Qatar Airways è un po’ più leggera (42 cartelle), Emirates sta un gradino sotto (36 pagine). Wizz Air, una delle principali low cost europee, varia la lunghezza a seconda della «filiale»: chi vola con quella ungherese deve leggersi 31 fogli, chi compra un biglietto con quella ucraina deve digerirne 51. Più snelle Vueling (29), easyJet (23) e Ryanair (22). Alitalia non supera le 26 pagine, una in meno di Air France e British Airways, una in più di Air China. «Però le informazioni più importanti sono sintetizzate anche al momento dell’acquisto del ticket», precisa più di una società. Vero, ma in parte.
Le norme salva-vita
La questione, al di là dell’aspetto economico, non è di poco conto. Leggersi questi documenti serve pure a evitare problemi alla salute o lunghe trafile giudiziarie destinate a finire male in tribunale. Un esempio? Più di una compagnia chiarisce che non è in grado di garantire a bordo «un ambiente privo di allergeni». Non solo perché «il nostro menu include alimenti che contengono frutta secca, noccioline americane e altri ingredienti potenzialmente allergenici», ma anche perché «non è possibile controllare che gli alimenti o altri prodotti e ingredienti portati a bordo da altri passeggeri non inducano reazioni allergiche». Quindi «è indispensabile che gli allergici portino con sé un’iniezione di epinefrina» «e che al momento dell’imbarco avvisino l’equipaggio a bordo della propria allergia». La compagnia «declina qualsiasi responsabilità nei confronti di chi è sprovvisto di iniezione». Passeggero avvisato, mezzo salvato. Ma solo dopo aver letto oltre quarantamila parole.