venerdì 25 novembre 2016

10 indizi per capire se un hacker ha violato il vostro smartphone (o tablet)

La Stampa
andrea signorelli

Dalla classica lentezza del dispositivo all’eccessivo consumo di dati, ecco i segnali per capire se siete stati colpiti



Per lungo tempo, si è pensato che i dispositivi mobili fossero al riparo dai rischi legati alla sicurezza online. La loro enorme diffusione ha però richiamato l’attenzione dei cybercriminali sugli oltre tre miliardi tra smartphone e tablet presenti nel mondo. I dati riportati dal Nokia Threat Intelligence Report parlano chiaro: il numero di dispositivi mobili colpiti da malware è raddoppiato nei primi sei mesi del 2016 (rispetto all’ultimo semestre del 2015); oggi, lo 0,49% di smartphone e tablet è infetto. Ma come si fa a scoprire per tempo se il nostro smartphone o tablet è stato compromesso?

Ecco i segnali più comuni.
 
1. Lo smartphone è più lento del solito. È il segnale più classico: i malware impegnano una percentuale considerevole delle prestazioni dello smartphone, causando il rallentamento. Attenzione, però, perché il rallentamento potrebbe anche essere causato dalla memoria eccessivamente piena o dall’utilizzo di applicazioni particolarmente pesanti.

2. La batteria si scarica rapidamente. Le stesse ragioni che causano la lentezza del vostro smartphone, comportano anche un maggior consumo di batteria: i malware infatti possono funzionare senza interruzioni, per monitorare l’attività degli utenti e inviare informazioni a terze parti.

3. Nuove applicazioni compaiono all’improvviso. Se trovate app sul display che non avete scaricato, controllate di che applicazioni si tratti facendo una ricerca su Google e sui siti specializzati. È anche attraverso applicazioni “insolite” che può avvenire la sottrazione di dati personali.

4. Reindirizzamento. Se provate ad accedere a un sito, ma invece finite su uno che non c’entra nulla, molto probabilmente siete stati infettati. Lo stesso, ovviamente, vale anche per i computer.

5. Le app smettono di funzionare. Se alcune applicazioni, che non vi hanno mai dato problemi, all’improvviso hanno difficoltà a funzionare (o smettono di funzionare del tutto), potrebbe essere un segnale che qualche malware sta interferendo.

6. Pop-up compaiono dal nulla. Proprio come sui normali computer, se dei pop-up pubblicitari iniziano ad apparire sul vostro smartphone, magari chiedendovi di scaricare qualcosa o di compiere qualche azione, potrebbe essere un chiaro segnale di infezione.

7. Il traffico dati aumenta all’improvviso. I malware possono comunicare via internet con terze parti, causando un improvviso aumento del vostro traffico dati. 

8. Ricevete strani sms. Se avete ricevuto uno strano sms, anche da un vostro contatto, e avete cliccato il link in esso contenuto, potreste essere stati infettati. Molti sms, inviati automaticamente alla stregua di e-mail spam, contengono dei link “trappola”.

9. La bolletta aumenta. Potrebbe essere un malware che usa parecchio traffico dati, o anche un virus che invia sms ad appositi numeri “premium”; in ogni caso, controllate se la vostra bolletta è regolare e, in caso contrario, che cosa abbia causato il costo insolito.

10. Problemi con le telefonate. Se vi capite spesso che le telefonate si interrompono o se sentite strani rumori durante una conversazione, potrebbe essere un segnale che qualcosa non va. Chiamate il vostro operatore per sapere se stanno registrando disfunzioni di qualche tipo; in caso contrario, potrebbe essere un segnale di infezione.

Se siete sicuri di essere stati colpiti, scaricate un anti-malware per smartphone (dagli store ufficiali) per rilevare il colpevole e cancellate ogni applicazione che non riconoscete. Se possibile, resettate il dispositivo riportandolo alle condizioni di fabbrica. In caso di dubbi, rivolgetevi all’assistenza clienti.

Il malware che ti spia attraverso le cuffie

La Stampa
andrea signorelli

Creato a livello sperimentale da ricercatori universitari, funziona trasformando altoparlanti e auricolari in microfoni: è l’ultima di una lunga serie di minacce alla privacy



Se pensavate che bastasse mettere dello scotch sulla webcam per essere al sicuro dalle spie, come fa Mark Zuckerberg, vi sbagliavate: anche un semplice paio di cuffie può essere trasformato in un dispositivo-spia. Due ricercatori della Ben Gurion University hanno presentato uno studio, pubblicato su ArXiv e ripreso per primo da Wired, in cui mostrano come sia possibile trasformare le cuffie normalmente utilizzate per ascoltare la musica in microfoni capaci di intercettare qualunque voce, anche a 6 metri di distanza.

Il malware utilizzato a questo scopo, soprannominato Speake(a)r, sfrutta una caratteristica del codec del chip audio RealTek per convertire il canale di uscita dei suoni in un canale di entrata, consentendo così di registrare tutto quello che viene detto nei dintorni del computer a cui sono collegate le cuffie (o anche delle casse). I chip RealTek, peraltro, sono così comuni che questo attacco è in grado di funzionare praticamente su ogni computer fisso, sia Mac che Windows, e anche sulla maggior parte dei portatili. L’audio registrato viene poi spedito via internet. 

Non è un caso, come viene sottolineato nello studio, che negli ambienti ad alta sicurezza l’utilizzo di cuffie e casse del computer sia esplicitamente vietato. Come ci si difende allora? Il metodo più semplice è quello di disabilitare l’hardware audio direttamente dalle impostazioni BIOS, in modo da impedire al malware di accedere al chip (ovviamente, così, non si potrà usare l’audio del tutto).
Speake(a)r, comunque, è solo l’ultima di una lunghissima serie di minacce alla nostra privacy, che riguardano qualunque dispositivo connesso nella Internet of Things (dalle smart-tv alle telecamere). Senza dimenticare, ovviamente, in quanti modi possiamo essere spiati attraverso il più comune di questi oggetti: i nostri smartphone.

L’hi tech inchioda l’infedele ma non vale in tribunale

La Stampa
federico genta

Si possono installare “spie” sul cellulare del coniuge ma violare della privacy comporta denuncia penale



Quanto è difficile tradire ai tempi degli smartphone. Basta un’app per conoscere in tempo reale spostamenti, conversazioni, mail e messaggi di coniugi e fidanzati. Ma attenzione, se pensate di poter mettere tutto questo materiale tra le mani di un avvocato, vi sbagliate di grosso. Anzi, rischiate una denuncia. È quello che è successo a una moglie torinese, in causa di separazione con il marito. Lei voleva dimostrare al giudice le marachelle del marito. Invece si è ritrovata in un mare di guai. Tanto che il detective improvvisato che si è prestato ad aiutarla, naturalmente dietro compenso, è stato addirittura arrestato.

Tutta colpa delle «spy app». Del tutto simili ad un sistema d’allarme gps, una volta installate su un cellulare trasferiscono tutte le informazioni raccolte verso un altro numero di telefono. Le più semplici sono gratuite, quelle più complete possono arrivare ad avere un costo mensile di oltre cento euro. Manco a dirlo, come tutte le cose che riguardano i cellulari, sono programmate per un uso fai da te. Ma se proprio non si ha dimestichezza con le recenti tecnologie, ci si può sempre rivolgere ad altri. Ecco come è andata a Torino.

La signora sospetta che il marito non gliela conti giusta. Consigliata - decisamente male - da alcuni conoscenti, decide di rivolgersi a quello che credeva essere uno specialista. E il sedicente detective le spiega come fare. C’è soltanto un problema: mettere le mani sul telefonino del presunto traditore. Inghippo superato usando come ponte quello della figlia. Così, scoperta l’attività di spionaggio via smartphone, l’uomo si rivolge agli agenti della polizia postale e ha denunciato la moglie. E loro, concluse le indagini, hanno pure arrestato il professionista. Che in realtà, più che un hacker, era un truffatore specializzato in raggiri e nell’utilizzare carte di credito clonate. 

Secondo i dati raccolti dall’Associazione avvocati matrimonialisti italiani, i messaggini di WhatsApp compaiono ormai in quasi la metà delle cause di separazione e divorzio. Le «spy app», invece, sembrano un fenomeno decisamente più recente. Nessun caso finito sul tavolo degli agenti di Roma e appena tre denunce, tutte inerenti a questioni familiari, a Torino. Denunce, certo, perché un conto è cercare con ogni stratagemma possibile le prove di un tradimento. Un conto è trasformare lo stesso mezzo utilizzato per scoprirlo in una prova da portare in tribunale. Le regole sono le stesse che valgono per le riprese audio-video: i protagonisti di registrazioni e immagini devono sapere della presenza delle telecamere.

Insomma, per dirlo con le parole di Annamaria Bernardini De Pace, la più famosa matrimonialista d’Italia, la violazione della privacy resta la prima e più grave violazione dei diritti coniugali. Anche in questi casi, però, sembrano esserci i trucchi. «Ormai messaggi, chat e screenshot di conversazioni sono accettati come prove in quasi tutte le cause di separazione - conferma Bernardini.

Il rischio è di ricevere una denuncia penale in separata sede, ma per evitarla basta, in presenza di sospetti o di messaggi accertati, richiedere al gestore telefonico, tramite il tribunale, il traffico telefonico del cellulare incriminato. E il gioco è fatto». Le signore, in questo senso, si sono già dimostrate le più furbe. Quantomeno poco inclini a falsi passi tecnologici. «Tra i casi che mi sono capitati, ricordo quello di una donna che, dopo aver regalato l’iPhone al marito, vi ha installato un’app per rintracciarlo in caso di furto: grazie al gps lo ha scoperto e immortalato con l’ amante mentre usciva da un motel».


“Quanto mi manchi”. Il fidanzato esiste solo sullo smartphone
La Stampa
diletta parlangeli

Milioni di ragazze preferiscono storie virtuali



«Le ragazze vogliono sentirsi dire ti amo», dice Ayumi Saito, che a 22 anni ha rotto con il fidanzato e se n’è trovato un altro, via app. Ma non incontrando una persona reale su Tinder, o sulla schiera di suoi concorrenti. Ne ha scelto uno virtuale, su misura, con le «romance app»: sono videogiochi, ma soprattutto storie d’amore. L’inizio del racconto offre il contesto, la parte di gioco fa il resto, insieme alla fantasia. Lei si è immaginata di essere una detective timida, ma tosta, e di incontrare un lui alto e alla moda. «Le sue parole dolci alla sera mi facevano sentire meno sola».

Sono milioni le ragazze giapponesi che al posto dell’intimità della vita reale scelgono la fantasia. Il circuito dei videogiochi romantici valeva 130 milioni di dollari nel 2014, solo in Giappone. I modelli di business sono principalmente due, entrambi freemium (scaricare l’app è gratuito, ma i contenuti extra si comprano). Il genere «romanzo» consente di avere il prologo gratuitamente, e aggiunge capitoli a pagamento. Spesso, con la fine del romanzo, arrivano le scene di sesso. E il lieto fine che, evidentemente, costa anche se virtuale. Stesso meccanismo per il genere «party»: la cornice della storia è gratuita, ma l’utente paga per mettere a punto il suo personaggio e renderlo più attraente.

Tra i banchi di scuola, in guerra con i samurai: la trama è una questione di gusti. Ciò che conta è giocare un ruolo che va oltre l’immedesimazione. «Queste app sono un modo per tecnologizzare due tendenze classiche nella produzione di contenuti. Da un lato la letteratura rosa - Liala, Harmony - e dall’altro i libri game, in cui il lettore orienta l’andamento della storia attraverso una serie di scelte nel percorso di lettura» spiega Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania.

Il parallelo con la passione per il sistema operativo narrato in Her, il film di Spike Jonze (2013), è fin troppo diretto, ma le radici dei videogiochi romantici sono lontane. Le applicazioni che simulavano incontri sono nate negli Anni 80. Appartenevano al genere «bishoujo», parola già cara ai manga e che significa «bella ragazza». I protagonisti però, erano gli uomini.

Nel 1994 un gruppo di programmatrici giapponesi dell’azienda Kokei lancia «Angelique», un gioco di questo genere, ma dedicato alle donne. Ha successo. L’imprenditrice Nanako Higashi e suo marito, Yuzi Tsutani lanciano, a metà degli Anni Duemila, l’azienda Voltage, che conta ora 88 titoli romantici e dice che i suoi prodotti sono stati giocati da 50 milioni di utenti (in maggioranza donne) in tutto il mondo per un guadagno sull’anno (fino a giugno) di 102 milioni di dollari.

«Non importa che genere di uomo piaccia, in questi videogiochi si troverà quello adatto», spiega una docente dell’Università Sophia di Tokyo alla Cnn. Sono studiati apposta per coinvolgere chi li usa con l’invio di mail personalizzate, fanno in modo che chi gioca «arrossisca dei suoi rapimenti», per parafrasare Foscolo. Non riguarda solo l’Oriente: in America c’è «Invisible Boyfriend», un tipo di fidanzato bot, creato su misura.

Il Giappone detiene il 20,6% del mercato dei videogiochi riservato ai dispositivi mobili. Niente prova che le frequentatrici delle romance app siano le stesse che vogliono restare single (in Giappone, il 44,2% della popolazione femminile tra i 18 e i 34 anni si è dichiarata vergine), ma cosa cerchino è chiaro: «Gli uomini giapponesi non sono molto bravi a parlare di sentimenti - dice Ayumi - io mi sentivo sola». «Queste app come l’attualizzazione della voglia di immergersi in una storia d’amore - chiosa Bennato - usando le opportunità interattive per una generazione di ragazze abituata all’importanza delle scelte nelle vicende di cuore come la protagonista di Sliding doors» .

Non me lo dire

La Stampa
massimo gramellini

I giornali sono pieni di faccette e faccioni di vip che muoiono dalla voglia di rivelarci cosa voteranno al referendum: sì, no, boh. Cantautori sinistri, ali destre, soubrette maldestre e chi più ne ha più ne ometta. Ad animare queste prese di posizione fondamentali per il destino della patria non è il senso civico, ma l’ego arroventato. Dimmi per chi voti e ti dirò chi sei: uno che fa parte del giro giusto, influenza le masse, sposta gli indecisi… Ma quando mai? La lezione americana è già stata dimenticata. Lì, se si esclude il pistolero silenzioso Clint Eastwood, l’intera fabbrica dei sogni aveva gorgheggiato il suo amore per Hillary. La popstar in disarmo Madonna si era spinta a promettere una ricompensa speciale agli elettori maschi che avessero sterzato verso la Clinton. Non è servito. Anzi, qualcuno ha votato Trump con più gusto ancora. 

Tranne sparute eccezioni (in Italia: Alex Zanardi, forse Fiorello e Vasco Rossi) ai volti noti dello sport e dello spettacolo non si riconosce più titolo alcuno per rappresentare qualcosa oltre se stessi. Il disgusto per l’élite si è esteso anche a loro, percepiti come parte di quel mondo di privilegiati che la rabbia degli esclusi vorrebbe abbattere. Ai politici serve un aggiornamento dei testimonial. «Per un vero cambio di stagione, il contadino Bepi vota Sì». «Dopo averne ricevuti tanti in faccia, la disoccupata Marta urla il suo No». Tra tutti quelli interpellati, l’unico vip da cui mi sono sentito rappresentato è il portierone mondiale Dino Zoff: «Non vi dirò per chi voto». Posso votare per lui? 

Facebook lancia la mappa mondiale dei Wi-Fi gratuiti

La Stampa
lorenzo longhitano

Negli Stati Uniti la nuova funzionalità mostra già i punti di accesso nelle vicinanze e gli esercizi commerciali che li ospitano

Un atlante mondiale dei punti di accesso Wi-Fi gratuiti: può essere considerata in questo modo l’ultima funzionalità introdotta da Facebook all’interno della sua app per smartphone. Per il momento disponibile solo nella versione per iOS e solamente negli Stati Uniti, la modalità Trova Wi-Fi è apparsa in queste ore all’interno dell’applicazione ufficiale del social network e può visualizzare gli hotspot wireless nelle vicinanze su una mappa oppure una lista dei luoghi e degli esercizi commerciali dove questi ultimi sono localizzati, con tanto di distanza stimata da percorrere a piedi per raggiungerli e nome della rete alla quale collegarsi (per non incappare in reti fasulle).


Credits: VentureBeat

Per attivare l’opzione, Facebook chiede all’utente il permesso di accedere alla posizione dello smartphone, una scelta che potrebbe avere un impatto sulla durata della batteria e che concede al social network il diritto di sbirciare tra gli spostamenti dei suoi iscritti. In cambio, la lista dei punti di accesso può veramente rivelarsi utile in alcune occasioni, come nei paesi in via di sviluppo — dove il costo delle connessioni cellulari non è sempre allineato a quanto può permettersi di spendere la maggioranza della popolazione — ma anche nel vecchio continente, dove chi viaggia all’estero è comunque sottoposto ai salassi del roaming.

La modalità è in fase di prova presso un numero limitato di dispositivi, e anche negli Stati Uniti sono molti gli utenti a non riuscire ancora a visualizzarla nel menu delle opzioni: per sapere se e quando arriverà su Android e negli altri paesi del mondo occorrerà attendere notizie ufficiali da Facebook, che per ora si è soltanto limitata a confermare l’esistenza del progetto.

Ma il vero Groviera i buchi non li ha

La Stampa
federico f. ferrero


Il vincitore di MasterChef 2014 Federico F. Ferrero

Questa è la storia di un topolino, di un paese con i tetti a punta e di un formaggio con i buchi, anzi no. Quando, durante i secoli medievali del Sacro Romano Impero Germanico, i pascoli del cantone di Friburgo non avevano una chiara soluzione di continuità con gli analoghi territori francesi dello Jura e del Beaufortin, il «savoir-faire» dei casari svizzeri si diffuse in tutta l’area transalpina. Ogni latticino a pasta pressata cotta venne denominato semplicisticamente «gruyère», dal toponimo del paese alpino che, per primo, vide riconosciuto il diritto a appore sulla crosta un marchio. 

All’epoca, qualche occhiatura, dovuta alle minuscole particelle di fieno che, cadute nell’impasto, fermentavano innocuamente, era forse presente in tutte queste forme, che i cuochi francesi portarono al loro seguito pure in Italia, dove il termine «groviera» divenne addirittura sinonimo di cacio. E ancora oggi, in Francia, si accomunano nella famiglia delle groviere i grandi formaggi a pasta compatta: Jura, Comté e Beaufort.

Un dì, complice Topo Gigio, al di qua di qua delle Alpi, iniziammo a confondere l’Emmental col Groviera. Ma il Gruyère, soprattutto se è svizzero, buchi non ne ha, mentre la sua pasta dal color nocciola e dall’aroma esclusivo dei pascoli in quota, è una delle migliori al mondo, come accade per altri formaggi, che sono oggi la vera eccellenza elvetica. Perché il primato del cioccolato oggi risiede probabilmente nella capitale sabauda.

federicofrancescoferrero.com

Vabbè

La Stampa
jena@lastampa.it

Lo sai che ogni anno in Europa quasi mezzo milione di persone muoiono per lo smog?
Vabbè, ma tu voti Sì o voti No?

Spacciatore di merende

La Stampa
massimo gramellini

Per capire l’aria di rivolta che si respira in giro, l’adolescente di Moncalieri punito dalla scuola perché vendeva merendine è già un eroe nazionale. Le notizie che lo riguardano sono tra le più condivise sul web e la sua storia di intraprendenza al di fuori delle regole, lungi dallo scandalizzare, affascina. Anche me. Di lui colpisce la capacità di mettersi nei panni degli altri per coglierne i bisogni e trasformarli in affari. Quanti manager strapagati la possiedono ancora? 

Ai vertici di troppe aziende pascolano individui che se ne infischiano dei clienti e pensano solo a fare carriera con le pubbliche relazioni. I veri affossatori del capitalismo sono loro. Il giovane Antonio osserva gli snack nelle macchinette della scuola e si accorge che costano il quintuplo rispetto al supermercato. Allora va a fare la spesa, riempie lo zaino di merendine e le rivende ai compagni a un prezzo lievemente superiore, ma pur sempre conveniente. L’abicì del commerciante di razza.

Di lui piace la diversità che lo rende inviso al sistema, messo in crisi dal suo spirito di iniziativa. E il sistema reagisce, normalizzando il diverso in nome delle regole. Quelle stesse regole che i conformisti possono invece violare ogni volta che vogliono. Antonio dice: puniscono me e non il pusher che nello stesso corridoio smercia la droga. Per fortuna nel sistema c’è una crepa: un preside intelligente. Ribalta la decisione dei sottoposti di sospendere lo spacciatore di merendine e propone di affidargli un progetto imprenditoriale. Applausi (e tasse, ma in modica quantità). 

Buste, copie e corrieri: quelle preferenze sempre sospette

La Stampa
francesco grignetti

A dieci anni dall’introduzione della circoscrizione estero le falle nella procedura non sono mai state affrontate


E così, al decimo anno si scopre che il voto degli italiani all’estero non è esattamente un modello di trasparenza. Era il 2006, infatti, quando per la prima volta votarono per il Parlamento anche i connazionali residenti fuori d’Italia sulla base della famosa legge Tremaglia che aveva concesso il voto anche a chi non risiede in patria, né vi paga le tasse, magari non ha mai messo piede nella terra degli avi, ma siccome è iscritto all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) partecipa alla formazione delle leggi. 

Da allora ci sono circa 4 milioni di italians che votano per posta sia alle Politiche, sia ai referendum, con qualche problema tecnico sempre in agguato. Le criticità sono note: le schede elettorali vengono fatte preparare da stamperie locali e capita (come è capitato a Buenos Aires nel 2008) che il tipografo possa stampare 120mila schede più del necessario. Che fine fanno le schede in eccesso? Boh. A recapitare le schede, poi, ci pensano i corrieri privati.

E una volta che si è votato nel segreto della cucina di casa (ma in tanti casi ci si arrangia al patronato) la scheda viene imbustata, imbucata, e tramite posta ordinaria spedita al consolato più vicino. Nel caso del prossimo referendum costituzionale, saranno considerate valide soltanto le buste arrivate agli uffici consolari entro le ore 16, ora locale, di giovedì 1° dicembre. Le buste che arriveranno fuori tempo massimo saranno bruciate. 

È questa inedita procedura a tappe che ha spesso dato adito a errori, sviste, fors’anche brogli. Si racconta che a un’elezione del 2008 arrivarono a Roma trentamila schede dalla Svizzera che erano di colore diverso da quello regolamentare, portavano tutte il voto per l’Udc e sembravano vergate dalla stessa mano. Furono annullate in blocco. 

Non meraviglia, dunque, che l’ambasciatrice Cristina Ravaglia, direttore generale per Italiani all’estero e Politiche migratorie - come da scoop del Fatto Quotidiano - nel 2013 abbia scritto al Quirinale e al governo, denunciando che il sistema è «totalmente inadeguato, se non contrario ai fondamentali principi costituzionali che sanciscono che il voto sia personale, segreto e libero». 

Appare abbastanza secondaria, insomma, la polemica su Matteo Renzi che ottiene gli indirizzari e fa recapitare una lettera personale ai 4 milioni di elettori residenti all’estero. Il Comitato per il No ne ha fatto una questione capitale, ma c’è da ricordare che nel 2008 fecero lo stesso sia Silvio Berlusconi, sia Walter Veltroni. L’uno invitava a votare contro la sinistra che «ha impoverito il Paese con una valanga di tasse»; l’altro chiedeva il suffragio «per una Italia nuova, più moderna, serena, veloce e giusta».

Nel 2013 fu Pier Luigi Bersani, candidato premier, a scrivere la sua lettera agli italiani all’estero. Tutti ci provano, insomma, a solleticare quegli elettori che la lontananza rende distaccati. All’ultimo referendum, per dire, quello sulle trivelle dell’aprile 2016, a fronte di una media di votanti del 31%, votò soltanto il 19,82% dei residenti all’estero. 

Il punto è che c’è un bacino di milioni di italians orgogliosi di questo nuovo diritto (erano 2 milioni 432 mila elettori nel 2006; 2 milioni 627mila nel 2008; 3 milioni 149mila nel 2013; 4 milioni 23 mila quest’anno), spesso ignorato, ma non quando c’è da votare. Rappresentano ormai l’8% del corpo elettorale, non bruscolini. Fa scuola il caso di Romano Prodi, che alle elezioni del 2006 - Berlusconi era il premier uscente - poté avere la maggioranza soltanto grazie a loro, i connazionali residenti fuori d’Italia. Alle 3 di notte, infatti, a schede nazionali scrutinate, si contrapponevano una maggioranza di centrosinistra alla Camera e una maggioranza di centrodestra al Senato, profilandosi l’ingovernabilità assoluta. 

In quel 2006, il colpo di scena venne dal girone dantesco di Castelnuovo di Porto, il megacentro della Protezione civile dove si accalcano circa diecimila scrutatori per esaminare le schede dell’estero (che quella volta furono un milione). Gli eletti all’estero erano quasi tutti di centrosinistra e la situazione del Senato si ribaltò. Berlusconi poi fece di tutto per agganciare, ammaliare, corrompere quei senatori eletti all’estero, ma questa è tutta un’altra storia.

L’uomo che trasformò i cioccolatini in un bacio

La Stampa

A Chiasso una mostra sul geniale creativo Federico Seneca Mezzo secolo di manifesti e slogan che cambiarono la pubblicità


Il manifesti pubblicitario dei “Baci Perugina” creato da Seneca nel 1922

Sul manifesto spicca una scimmietta con la tavoletta «Luisa» nella zampa. E lo slogan: «Darwin sostiene che l’uomo fin dalla sua origine preferiva la cioccolata Perugina». Era il 1919. Con questo capolavoro d’ironia comunicativa, un po’ evoluzionista e un po’ irriverente, debuttò Federico Seneca, uno dei più geniali creativi che l’Italia abbia avuto, dal fascismo futurista al boom economico.

Perché essendo nato nel 1891 e morto nel 1976 ha attraversato la gran parte del secolo breve, raccontando i consumi, le merci, i sogni collettivi di una Nazione. Ora il M.A.X. di Chiasso lo celebra con la mostra «Segno e forma nella pubblicità» (fino al 22 gennaio) curata da Marta Mazza e Nicoletta Ossanna Cavadini: 300 opere tra manifesti, schizzi, logotipi, scatole, e i preziosi «bozzetti» in gesso che costruiva per «visualizzare» in 3-D l’immagine e farla spiccare meglio nelle pubblicità che poi avrebbe disegnato. 

Artista, ma anche coraggioso, Seneca combattè nella Grande Guerra, prima come alpino, poi con audacia sugli aerei. Conobbe D’Annunzio, Baracca, e, in trincea, Buitoni, l’industriale perugino. Si fece le ossa con stupendi affiche liberty per il mare di Fano. Ma il gran salto professionale avvenne con la Perugina. Nel ’22 l’azienda decise di lanciare un nuovo prodotto che la moglie del proprietario, con raro intuito demenziale, avrebbe voluto chiamare «cazzotto».

Si scelse, per fortuna di tutti i golosi, «Bacio», nome più consono a un delizioso cioccolatino. Seneca inventò l’immagine dei due fidanzatini (ispirato ad Hayez) e i cartigli con le frasi romantiche famose. Ne coniò di spassose, come «Meglio un bacio oggi che una gallina domani» e «Se puoi baciar la padrona non baciare la serva», e le firmò col proprio cognome. Ma dato che i sapientini puntigliosi esistevano anche nel 1925, in epoca preweb, un prelato scrisse alla fabbrica piccato che la Perugina attribuisse a Seneca (filosofo romano) boiate del genere. 

Direttore dell’ufficio pubblicitario della Perugina per vari anni, fu l’artefice di una comunicazione aziendale intelligente a tutto campo, dal packaging alla sponsorizzazione di gare automobilistiche, con la sapienza di uno che vive all’interno dell’azienda (che eresia esternalizzare!) e conosce il prodotto nella sua genesi formativa, dalla testa del padrone alle mani dell’operaio. Con fantasia sfidava anche le consuetudini del pudore e della politica: nel ’23, in un’Europa razzista e coloniale, per il cioccolato al latte inventò un signore nero che balla con una bionda bianca e le palpa un seno ridendo. 

Ormai noto nel mondo, Seneca si trasferì a Milano. Nell’autarchia pubblicizzò i terribili tessuti in Rayon («trionfano perché sopportano ogni tipo di lavaggio senza perdere le loro infinite qualità» e, tanto per dire, ci si confezionava pure le camicie nere). E mentre le commedie dei «telefoni bianchi», icone ridenti del benessere fascista, imperavano al cinema, magnificò la compagnia telefonica Stipel, «Anche senza donna di servizio potrete, rimanendo in casa, fare la spesa giornaliera» (primavera di e-commerce) o «dare il buon giorno ai vostri cari in villeggiatura, approfittando della riduzione del 40%, dalle 1 alle 7». 

Nel ’36 lasciò la réclame per produrre materiali plastici. Ritornò all’antico mestiere negli Anni 50, vezzeggiando la nuova euforia dell’Italia del boom che sognava ricchezza, comodità, abbondanza. Pubblicizzò di tutto. Dentifrici, vermouth, fazzoletti, succhiotti per bambini, assicurazioni, matite colorate, panettoni, lavabiancheria Fiat, impermeabili, rullini fotografici, calze di nylon femminili. E poi, ovviamente, la benzina italiana distillata dal sottosuolo italiano (Cortemaggiore, provincia di Piacenza), simbolo di un Paese che correva verso la modernità e sfida lanciata da Mattei (amico ed estimatore di Seneca) alle sette sorelle petrolifere: nacquero il gatto selvatico «Agipgas» che sputa fuoco dalla coda e il serpente Energol per l’olio da motore.

Leo Longanesi aveva stroncato Seneca («sudicia i muri con i suoi orridi manifesti»). Ma l’antitaliano, stavolta, aveva preso una cantonata. Con i suoi innamorati che si tengono per mano reggendo una scatola di cioccolatini, i cuochi panciuti, i cigni che sbirciano nelle lavatrici, le sagome femminili quasi astratte, Federico Seneca, al contrario, aveva fatto di quei muri una colorata cappella sistina della migliore Italia. Quella che forgia idee, e le colora di gioia, cervello, intraprendenza. 

Attenti al video che blocca l’iPhone

La Stampa
andrea nepori

Un video che circola online in queste ore riesce a rallentare un iPhone fino a mandarlo in crash. Basta un riavvio forzato del dispositivo per risolvere il problema



Un video MP4 di 5 secondi è in grado di mandare in crash qualsiasi modello di iPhone, con qualsiasi versione di iOS. Il filmato, pubblicato in origine su Miaopai, un’app cinese simile a Vine, non ha alcuna caratteristica particolare, almeno all’apparenza. Una volta visualizzata la clip, però, il telefono inizierà a rallentare fino a bloccarsi del tutto nel giro di 30 secondi, lasciando all’utente solo l’opzione di un riavvio forzato. 

Non è ancora chiara la natura del bug che provoca il blocco, ma è molto probabile che si annidi nel codice per la gestione della riproduzione media su iOS. Il crash innescato dal video non comporta la perdita di dati né sembra avere alcun effetto a lungo termine sui dispositivi. Caratteristiche che hanno contribuito alla diffusione del link al filmato, che viene inviato per scherzo tramite messaggio o su Whatsapp. 

Nel caso vi capiti di visualizzare il famigerato video virale, procedete al riavvio forzato in questo modo: su iPhone 7 e iPhone 7 Plus tenete premuti contemporaneamente il tasto Sleep e il tasto per abbassare il volume; su tutti gli iPhone meno recenti premete invece il tasto Sleep e il tasto Home. Dopo qualche secondo comparirà a schermo il solo logo della Mela, a segnalare che il reboot è in corso. Una volta riacceso il telefono potrà essere subito utilizzato normalmente. 

Apple non ha ancora rilasciato alcun commento, ma è probabile che il bug, una volta individuato, venga già risolto nel prossimo aggiornamento di iOS. Improbabile invece che la soluzione possa essere estesa anche alle versioni più vecchie del sistema operativo, non più supportate.

Un bug simile che affliggeva Safari (bastava aprire un link ad hoc per far crashare il telefono) è stato risolto da Apple a marzo di quest’anno con la pubblicazione dell’aggiornamento 9.3.1 di iOS. Un problema analogo era già emerso nel maggio del 2015. In quel caso bastava un messaggio di testo codificato con caratteri senza senso per mandare in crisi il sistema operativo dell’iPhone, causando un reset improvviso del dispositivo. 

Apple, l’App Store e quel modello che penalizza gli sviluppatori (quelli bravi)

Corriere della sera
di Paolo Ottolina

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modello di business dell’App Store ha un baco. Non per Apple, ovviamente, ma per gli sviluppatori che lavorano duro e bene. E sperano di campare con le app che sanno inventare.

Oggi mi accorgo che è uscito Infuse 5, la nuova versione del miglior player video in circolazione. Sono app come Infuse che scavano un solco, piccolo ma (per molti, come chi scrive) decisivo, tra l’ecosistema iOS e quello Android. Beninteso, si può vivere anche senza. C’è Vlc. Oppure Kodi. O tanti altri player multimediali. Tuttavia, quando inizi a usare app come Infuse capisci che ci sono quelle 3-4 cose che fanno la differenza tra un’esperienza piacevole e una frustrante. Pagherò con estremo piacere i 13 euro per la quinta versione di questa app, che ha diverse cose in più, un paio delle quali assai utili per me.

Apple però dovrebbe seriamente considerare qualche modifica nel modello di funzionamento dell’App Store.

Perché? Perché per ripagare il proprio lavoro, gli sviluppatori sono costretti a tirar fuori nuove versioni, a metterle sullo Store come app a sé stanti e a chiedere agli utenti di acquistarle. Cosa che scatena la rabbia di tanti, perché la nuova release va riacquistata integralmente. Anche se uno già possedeva quella precedente. E magari, per caso, l’aveva persino comprata pochi giorni prima.
Tutto ciò perché non è possibile far pagare gli upgrade. Non è possibile garantire neppure uno sconto ai vecchi e fedeli utenti. Se rilasci un’app, poi devi dare gratis tutti gli aggiornamenti.


A vita. Da utente all’inizio mi sembrava una cosa fantastica. Poi parlando con gli sviluppatori, soprattutto quelli bravi, soprattutto quelli che tirano fuori app fantastiche come Infuse, capisci che non possono campare facendo pagare 2,99 euro (o anche 12,99 euro, che è il costo richiesto per Infuse 5) e poi fornendo update gratis nei secoli dei secoli.

Possono inventarsi degli add-on. Quanti li acquistano però?
Oppure devono per forza aggrapparsi al trucchetto di lanciare una nuova versione, abbandonare gli aggiornamenti di quella vecchia (Infuse 4 va a fine vita, infatti) e chiedere di comprarla ancora. Cosa che genera una ricaduta dal pubblico piuttosto negativa (e sappiamo quanto avere quelle maledette 5 stelline nei voti sullo Store sia fondamentale per farsi trovare e scaricare…). In più frammenta una sola app in più release diverse, cosa che genera rumore e confusione nei già super-caotici Store. Sarebbe ora di cambiare le cose.

FIRECORE

Ovviamente a Cupertino conoscono molto bene la situazione. Per ovviare al  problema, Apple ha spinto il modello a sottoscrizione (qui il nostro approfondimento di alcuni mesi fa). Vuoi un’app oppure vuoi godere delle funzioni “Pro”? Paga un abbonamento, annuale o mensile. Infatti anche di Infuse 5 c’è una seconda versione a “subscription”. Benissimo. Ma è un sistema che, a naso, può funzionare bene quando parliamo di un servizio che per sua natura funziona in questo modo. Netflix, Spotify, un quotidiano. Oppure per un’applicazione professionale, dove il costo dell’abbonamento viene diluito nelle spese legate al proprio lavoro.

Quando arriva Evernote – tanto per citare un’altra ottima app con problemi di modello di business – a chiedermi 6,99 euro al mese per la versione Premium scatta un certo rifiuto. Mi tengo la mia app Note di Apple e si va avanti così. Per salvare la lista della spesa va bene lo stesso. Chi paga lo fa per senso di solidarietà e riconoscenza verso gli sviluppatori. Ma è evidente che, al di fuori di un ambito lavorativo, ben pochi possono o vogliono pagare 10 euro al mese per lo streaming video, 10 per la musica, 10 per Office, 10 per l’informazione, 7 per un’app di note, 3 per una di Calendario, 2 per un player video e così via.

Infuse 5 chiede 7,49 euro l’anno. Davvero pochi ma personalmente penso preferirò il modello “one shot”, finché esisterà. (qui gli sviluppatori di Firecore, quelli di Infuse, dopo le polemiche spiegano perché hanno dovuto mettere a pagamento Infuse 5 Pro e creare una seconda versione ad abbonamento) Queste stesse dinamiche hanno determinato il sostanzialmente fallimento del Mac App Store, da cui molti sviluppatori di app “ad alto spessore” hanno preferito tenersi alla larga. Perché non è sostenibile pensare di vendere un software professionale di fotoritocco o video editing, incassare una volta sola e poi non fatturare più nulla con quell’utente nei decenni seguenti.

L’effetto collaterale di questa situazione è che il modello di business degli Store online si sposta sempre più irrimediabilmente verso l’infernale modello “freemium“. Una pura logica da pusher di stupefacenti. Sopratutto nel casual gaming, ormai per gli sviluppatori è molto complicato vendere un gioco, per quanto bello e divertente. Molto più redditizio regalarlo, spingere a usarlo (come fa il pusher con le prime dosi gratis) e poi – quando ci si incaglia o si iniziano a prendere bastonate dagli altri player online – indurre ad acquistare potenziamenti, armi virtuali, scrigni d’oro, dobloni, talleri e sghei. In cambio di euro, ma quelli veri. Ragion per cui a miei figli ho sempre vietato non dico di usare, ma pure di installare, giochini freemium virali. Da Clash of Clans in giù.

I giovani più bravi a scovare le bufale online? Falso: ci cascano come gli altri

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Un’indagine dei Stanford nega che alla maggiore familiarità corrisponda una più elevata consapevolezza. I ragazzi ignorano il significato delle spunte blu su Facebook, non sanno cercare con accuratezza su Google e si fanno ingannare dai siti internet

I giovani più bravi a scovare le bufale online? Falso: ci cascano come gli altri

UN'IDEA, sul mondo della tecnologia, sembra dura a morire. Quella che i giovani, i Millennials o più in generale i nativi digitali, siano per semplice ragione anagrafica più rapidi e smaliziati quando si tratta di muoversi appunto fra piattaforme, ecosistemi, siti, applicazioni e novità hi-tech. Se questo è spesso vero nella pratica, spuntano talvolta delle indagini che smentiscono l'equazione competenza uguale cultura e consapevolezza. Anzi. Una di queste è stata appena pubblicata ed è firmata dalla Graduate School of Education dell'università di Stanford, in California.

Racconta come gli studenti presi in esame non siano stati assolutamente in grado di distinguere il vero dal falso sui social network e in generale sul web. Come? Esatto: sono vittime, come i papà, gli zii e le mamme, del fenomeno delle fake news, a cui il Los Angeles Times ha appena dedicato un profondo sguardo dall'interno indagando il lavoro di un sito come LibertyWritersNews, uno dei tanti che pescano a piene mani sui social e guadagnano ospitando pubblicità sulle proprie pagine. Ma anche del mero "rumore" che intasa la rete.

"Molti pensano che solo per il fatto di essere giovani e bravi a usare i social network i ragazzi siano ugualmente abili a comprendere ciò che ci trovano sopra - ha spiegato Sam Wineburg, principale autore dello studio e fondatore dello Stanford History Education Group che ne ha curato la pubblicazione - il nostro lavoro che semmai è vero il contrario".

E cioè che le bufale che circolano sui social network - e per le quali lo stesso Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di provvedimenti, dal taglio della pubblicità a un'etichetta che potrebbe presto segnalare i post a rischio frottola - mietono vittime in egual misura fra nativi digitali e utenti meno giovani. Non solo quelle, ovviamente: i test effettuati hanno indagato diverse storture (artificiali o connaturate) degli ambienti digitali e perfino a quelli tradizionali, come distinguere fra un articolo canonico e uno di opinione.

L'indagine ha coinvolto 7.804 studenti di diverse fasce d'età, da quella delle middle school di 12 Stati (cioè le nostre scuole secondarie inferiori) al college, ed è stata condotta con l'obiettivo di individuare strategie pedagogiche in grado di aiutare i ragazzi a distinguere un'informazione autentica o comunque con un buon tasso di veridicità da una inventata di sana pianta o strumentalizzata a tal punto da essere precipitata nel terreno delle panzane assolute. Nel mirino dunque non solo Facebook e Twitter ma anche i post di blog, i forum, i risultati delle ricerche su Google, i semplici siti, la messaggistica e le piattaforme di condivisione fotografica.

Cioè tutto quel bagaglio che contribuisce a farci un'idea sui fatti della realtà veicolando i contenuti dei media tradizionali.Qualche esempio? Anzitutto la difficoltà nel distinguere contenuti comuni dalla pubblicità così come i problemi nel comprendere la fonte di un articolo. Un lavoro lungo, quello dei ricercatori californiani, iniziato nel gennaio del 2015 - dunque estraneo al fortissimo dibattito sul tema fiorito con la scatenata campagna elettorale statunitense e la vittoria di Donald Trump - e che mette al centro il cuore della democrazia: cioè la capacità di conoscere sensatamente per deliberare.

Individuare una fonte credibile o l'autore di una storia così come valutare l'attendibilità di una notizia o trovare la soluzione a un argomento controverso se non palesemente falso usando i motori di ricerca: i test sono stati distribuiti dividendo le scuole medie, le superiori e il college ciascuno in cinque fasce d'età e sottolineando diverse ferite. "In ogni caso e a ogni livello siamo rimasti basiti dalla carenza di preparazione dei ragazzi" hanno scritto gli autori. In un'occasione, per esempio, agli studenti è stato chiesto di spiegare perché non potessero fidarsi di un articolo a tema finanziario scritto da un manager di una banca e sponsorizzato dalla medesima.

In molti non hanno citato l'autore e questa partnership come elementi chiave per prendere quel contenuto con le molle. Male anche con i cosiddetti contenuti sponsorizzati, modello relativamente nuovo di pubblicità che dimostra tuttavia di confondere le acque: l'80% dei ragazzi più piccoli ha preso quel tipo di contenuti per vere storie giornalistiche. I fratelli più grandi, invece, non sanno nella stragrande maggioranza a cosa serva la spunta blu, quella che certifica un account verificato su Facebook o Twitter.

"Queste scoperte indicano che gli studenti dovrebbero concentrarsi di più sui contenuti dei post che circolano sui social network piuttosto che sulle fonti - hanno aggiunto gli autori - nonostante la loro familiarità con queste piattaforme, molti di loro non padroneggiano gli strumenti base per identificare le notizie verificate". Insomma, una grande intossicazione di massa che smentirebbe le tesi tecnoentusiaste secondo le quali il dibattito complessivo si arricchirebbe dal ricorso alla sola informazione digitale.

Ai giovani del college è stato infine chiesto di valutare le informazioni raccolte tramite delle ricerche su Google. La sfida era verificare se certi assunti relativi a certi personaggi fossero fondati o meno: "Dare senso ai risultati delle ricerche è perfino più complicato che sfrondare le proprie bacheche dai post politicizzati - hanno concluso i ricercatori - uno studente che abbia un'alfabetizzazione digitale ha la conoscenza e le qualità di muoversi fra contenuti di tipo diverso per individuare notizie accurate".

Ma nella maggioranza delle situazioni non è stato così. Neanche quando si è trattato di valutare l'affidabilità di un sito: sono bastati piccoli trucchetti, come curare con attenzione la pagine "Chi siamo" o rimandare a qualche sito affidabile, per disorientare i nativi digitali. Portando acqua al pascolo delle bufale digitali e della disinformazione.