sabato 26 novembre 2016

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La Stampa
jena@lastampa.it

Oggi non riesco scrivere liberamente, come se avessi addosso tutto il peso del presidente del consiglio.

Risultati

La Stampa

Se vince il Si, vince Renzi.
Se vince il No, non ci basta lo spazio.

Il solitario di Windows arriva su Android e iOS

La Stampa
andrea nepori

La storico gioco con le carte, disponibile per più di 25 anni solo su Microsoft, ora è disponibile anche sui sistemi operativi concorrenti



Nell’estate del 1988, uno sconosciuto stagista Microsoft di nome Wes Cherry sviluppò un gioco di carte per Windows 2.1 ispirato a Klondike, il solitario disponibile su Mac. Un manager interno al team del sistema operativo lo notò e fu deciso di includerlo nella versione pubblica di Windows 3.0. Lo scopo era quello di aiutare gli utenti a familiarizzare con la nuova interfaccia grafica, che all’epoca rischiava ancora di intimidire i meno esperti. Nacque così il Solitario di Windows, uno dei videogiochi di maggior successo e più giocati nella storia dell’informatica.

In un quarto di secolo Solitario non è mai uscito dai confini del sistema operativo Microsoft. A riconferma della rotta segnata dalla gestione di Satya Nadella verso una maggiore apertura della piattaforma Windows, ora anche il famoso gioco arriva su iOS e Android . L’applicazione, che si può scaricare gratuitamente, include cinque giochi diversi: insieme a Klondike, il solitario originale e più famoso di tutti, ci sono anche Spider, FreeCell, Tripeaks e Pyramid. 

Microsoft ha integrato Xbox Live nel gioco, in modo che si possano sfidare gli amici e raccogliere vari obiettivi. Fino alla fine dell’anno tutti gli utenti avranno automaticamente accesso alla versione premium dell’app, che elimina le pubblicità e raddoppia i punti raccolti nelle sfide giornaliere proposte dal gioco. Dal primo gennaio 2017 il software rimarrà gratuito mentre la versione premium si dovrà acquistare in-app per 1,99€. 

Microsoft Solitaire Collection (questo il nome ufficiale dell’app) non è certo la prima raccolta di solitari di carte per Android e iOS. Le due piattaforme vantano numerosi contendenti nella categoria, ma l’app di Microsoft ha dalla sua il fattore nostalgia. Un elemento che in questo periodo le grandi compagnie stanno riscoprendo con successo, come dimostrato di recente dalla mini console di Nintendo ispirata allo storico NES .

Su iPhone è già disponibile da un po’ di tempo anche iKlondike, adattamento del gioco originale che debuttò su Macintosh nel 1984 e da cui Wes Cherry prese ispirazione per il suo Windows Solitaire. L’applicazione è sviluppata da più di 30 anni dalla stessa persona, Michael Casteel, che l’ha sempre aggiornata per tenerla al passo con ogni nuovo sistema operativo rilasciato da Apple.

Palombella rozza

La Stampa
massimo gramellini

Per assistere alla versione restaurata di «Palombella Rossa», ma soprattutto per incontrare il loro idolo Nanni Moretti, centinaia di spettatori del Torino Film Festival hanno comprato un biglietto e fatto la coda sotto la pioggia battente. Moretti si è presentato in sala, dicono che abbia masticato svogliatamente quattro frasi di rito, e si è seduto in prima fila, dando appuntamento al termine della proiezione. Dopo pochi minuti ha lasciato il cinema di soppiatto e, quando si sono riaccese le luci, i fan hanno trovato la sedia vuota, rimanendoci male. «Il dibattito no» è una sua battuta. «Il rispetto del pubblico sì» fatica a diventare una sua pratica. 

Ne abbiamo le palombelle piene di certi geni fin troppo compresi che non amano mescolarsi con le persone a cui devono fama e benessere. Ho visto star internazionali come Mika firmare autografi sotto il temporale per non scontentare un ragazzino venuto da lontano. L’artista può decidere di vivere asserragliato in una torre eburnea e di non avere rapporti con i fruitori del suo talento. Però nel momento in cui scende dalla torre non può sottrarsi al loro abbraccio. Moretti è libero di detestare i giornalisti, ma non sa cosa si perde a ignorare gli ammiratori. Se comunque non li riteneva degni della sua attenzione, poteva risparmiarsi il viaggio, evitando di illuderli. Mi si nota di più se vengo o se non vengo? Finalmente abbiamo la risposta: ti si ama di più se la prossima volta te ne rimani a casa. 

Voglia di privacy: i modi migliori per nascondersi quando si naviga online

Corriere della sera

di Michela Rovelli
Trump (forse) ne vuole di meno, gli americani di più: record di download per tutti i metodi capaci di criptare i nostri dati. Dai browser alle mail criptate, ecco come difendere i nostri dati sul web

Ansia da privacy negli Usa di Trump

Oltre alle preoccupazioni sulla gestione dell’immigrazione e per i futuri rapporti internazionali, l’elezione di Donald Trump ha destato anche un’altra angoscia tra i cittadini americani: le conseguenze sulla propria privacy. Quale fosse il suo pensiero, il neoeletto presidente l’aveva già fatto capire a febbraio, quando inneggiava al boicottaggio dei prodotti Apple. La colpa della società di Cupertino? Si era rifiutata di aiutare l’Fbi nel recupero dei contenuti criptati sull’iPhone di uno dei terroristi degli attentati di San Bernardino del 2 dicembre 2015.

E anche la Silicon Valley aveva manifestato la propria preoccupazione: a giugno una lettera firmata da più di cento leader tech aveva definito Trump «un disastro per l’innovazione». E molti di loro, tra cui Facebook, Google e Twitter, hanno scritto al nuovo inquilino della Casa bianca per chiedergli, tra le altre cose, di provare a difendere la crittografia. Ma la sua linea sembra esattamente quella opposta: la privacy dei cittadini soccombe davanti alla sicurezza nazionale. Questo potrebbe significare in futuro più sorveglianza e lotta ai sistemi criptati nel Paese a stelle e strisce. Con la National Security Agency ancora più libera di raccogliere dati su chiunque per qualunque motivo.


Signal, mail criptate e Vpn

Ma non a tutti piace essere spiati. E se lo Stato non assicura protezione, gli utenti si preparano a difendersi da soli. Negli Stati Uniti hanno già iniziato ad affilare le lame. Lo confermano i dati raccolti da App Annie su Signal, la piattaforma di messaggistica criptata preferita da Edward Snowden. In 24 ore, dall’8 novembre — giorno delle elezioni — al 9, si sono impennati i numeri di download, facendogli scalare le classifiche di Apple Store e Google Play.

Gli utenti hanno pensato a difendere da occhi indiscreti tutti i sistemi di comunicazione: ProtonMail, che fornisce un servizio di posta elettronica criptata, ha fatto sapere di aver raddoppiato le iscrizioni dopo il voto americano. Non solo: gli statunitensi vogliono anche esplorare il web liberamente. Per questo sempre più persone decidono di fare richiesta per una Vpn, le reti private di navigazione anonima. Da TunnelBear a HotSpot Schield, creata da AnchorFree, fino a Vpn Unlimited di KeepSolid, tutti hanno segnalato una crescita attorno al 30 per cento delle iscrizioni nei giorni successivi alle elezioni.


Il sistema operativo anonimo

Alcuni consigli sono di facile applicazione: il blocco dei coockies, l’attenzione, la cura nell’utilizzo della localizzazione e l’applicazione della navigazione in incognito. In assenza di strumenti legali, però, associazioni, società e privati si sono dati da fare per arginare il problema in modo più efficace dal basso. La Internet Defense League, che dal 2012 si propone di difendere la libertà sul web, ha creato un intero sistema operativo a prova di intrusioni. Si chiama Tails ed è «live», ovvero si può avviare con un dvd o una chiavetta Usb. Come riporta la descrizione del software, Tails «aiuta ad utilizzare Internet in modo anonimo ed evita le censure quasi dappertutto e su qualunque computer, non lascia nessuna traccia a meno che non lo si richieda».


Browser e motori di ricerca sicuri

Per chi vuole continuare ad utilizzare il proprio sistema operativo, ma in sicurezza, può limitarsi a scaricare il Tor browser — parola d’ordine del progetto «Sorveglianza = oppressione» — che assicura l’anonimato e blocca la raccolta dati. Se si possiede un dispositivo Apple, da provare l’appena lanciata nuova versione di Mozilla Firefox: Focus. Pensata per il mobile, evita la registrazione di qualsiasi dato e allo stesso tempo blocca i banner pubblicitari. Una terza possibilità è il motore di ricerca DuckDuckGo, creato nel 2008 per evitare che gli utenti vengano tracciati mentre navigano sul web.


Le estensioni per Browser

Se non si ha intenzione di cambiare abitudini internaute, per arginare i problemi di privacy sono state create delle estensioni. Software leggeri da installare sul proprio browser. La Electronic Frontier foundation, un’associazione che dal 1990 difende i diritti degli utenti nel mondo digitale, ne propone due: Https Everywhere e Privacy Badger. Il primo è compatibile con Firefox, Chrome e Opera e cripta le comunicazioni con i siti in cui accediamo. il secondo blocca gli ads e i sistemi di tracking e si può installare su Opera e Firefox. Ma lo strumento di difesa più importante è la consapevolezza di quello che esponiamo nella grande piazza del web. Soprattutto sulle piattaforme più vulnerabili e più frequentate: i social network. Perché la crittografia è inutile se poi non si fa attenzione alle disposizioni di privacy o ai contenuti che finiscono sui nostri profili.

“Ci chiamano scimmie, ci minacciano. Allah ci guiderà nella vendetta”

La Stampa
lodovico poletto

Viaggio nell’ex villaggio olimpico diventato una polveriera sociale


Una delle palazzine dell’ex villaggio olimpico inserita in mezzo ai palazzi di via Giordano Bruno. 1500 migranti Hanno occupato abusivamente da anni le palazzine colorate dell’ex villaggio olimpico abbandonate dopo le gare a 5 cerchi

«Ci insultavano: venite giù scimmie. Venite giù negri bastardi. E poi ci sono stati gli scoppi e noi abbiamo pensato che stavamo per morire tra le fiamme e le bombe. Ma qualcuno è sceso lo stesso. E quelli hanno continuato ad insultarci». 

Undici ore dopo l’aggressione al Moi, dopo le bombe lanciate contro l’ingresso delle palazzine colonizzate da quasi mille e 500 migranti, molti dei quali clandestini, in questo scampolo di città dove tutto è possibile, lecito e pure tollerato, la rabbia ha le parole di questo ragazzo del Camerun bagnato fradicio: «Siamo nulla per questa città. Siamo nel mirino di gente che non capisce che anche noi siamo ragazzi e vorremmo una vita decente». Lo dice gridando. E la rabbia s’allarga, contagia anche chi, fino ad ora, aveva solo ascoltato i racconti e le proteste. 

Su, al primo piano, invece, c’è ancora chi dorme. Hanno passato la notte in strada e adesso se ne stanno lì, sette, otto anche dieci per stanza, distesi su materassi recuperati chissà dove. Separé di compensato, coperte fin sotto gli occhi, puzza di scarpe, di bagnato, di chiuso. Ma almeno qui c’è la luce. «Sono del Ghana, io ieri sono sceso. Avevo paura, ma sono andato in strada» racconta. Hai il permesso di soggiorno? «Ho i documenti». In regola? «Sì, ma me li hanno presi». Un’altra stanza. C’è più luce e una tv accesa su un canale arabo. Un letto, un’infilata di pentole e due ragazzi che non parlano con nessuno.

Scale buie. Si sale ancora di un piano: scalini sporchi, incrostati da anni di pulizie mai fatte. Ragazzi che salgono e scendono. Quelli dell’immigrazione della Questura hanno parlato con molti di loro, per farsi un’idea di chi c’è lì dentro. Gli hanno raccomandato di non uscire: «Non accettate provocazioni». Ma vallo a spiegare a questi ragazzoni ventenni o poco più. E in questa mattina di pioggia e di sirene, di divise, di curiosi e di gente del quartiere infuriata, le palazzine arancione, rosa, blu, verde e grigia, sono in fermento. Non ha aperto nemmeno il chiosco dei panini - abusivo - che un profugo s’è inventato qualche settimana fa.

E non c’è neppure il banco di scarpe usate, che di solito è sul retro della palazzina arancione, nel cortile. Funzionano solo i negozi: sgabuzzini grossi un pugno, senza autorizzazioni partite Iva o contabilità registrata. Vendono bibite, patatine, saponi, shampoo, scatolette, dolci. «Mi dai del cioccolato per favore?» E la tavoletta di Lindt al latte passa di mano: «Un euro». Come fanno a guadagnare? Nessuno vuole o sa spiegartelo. Neanche il ragazzo che gestisce questo stranissimo spaccio al blocco blu. 

Ecco, questo è il Moi: una comunità dove entri solo se ci fai parte. Una comunità staccata dalla città. Abbandonata a se stessa ma anche impermeabile alle sollecitazioni di fuori. Chi arriva qui ci resta per anni. E forse uno degli esempi migliori è Abu, 32 anni, originario del Ghana. Una manciata di parole in Italiano e frasi che mescolano francese e inglese. Ma qui è una specie di guru e fa il barbiere.

Ripete: «In Africa avremmo avuto una possibilità di guadagnare qualcosa. Qui, invece, fuori dal Moi non c’è nulla per noi». E allora sta qui da tre anni. Taglia i capelli ai profughi per qualche euro. Non te lo aspetti, ma indossa la camicia bianca come i barbieri del centro, e sulla consolle ha lacche e shampoo e tutto quel che serve per un servizio da professionista. 

Chi non ha inventiva va giù nei magazzini a smontare elettrodomestici trovati per strada e poi va a rivendere il ferro il rame e l’alluminio in fonderia. Ma c’è anche chi va a spacciare, certo. E chi ha scelto di non fare nulla, 24 ore al giorno. Si lamenta e protesta, ma non va neanche alla scuola che quelli dell’associazione «PerMoi» - un gruppo di volenterosi ragazzi italiani - hanno aperto lì tra le palazzine. Sarà poco, qualche ora di lezione al giorno, ma sarebbe il modo per uscire da questo inferno. Invece no, stanno lì. In questa casa che è un tugurio rovinato da anni di incuria. Se resisti hai per premio luce e acqua gratis. Il gas non c’è, pazienza.

Per scaldare le minestre o per un piatto di pasta bastano le bombole come fanno i ragazzi della palazzina grigia, l’ultima, sul retro. Quella che guarda dritto negli occhi ciò che non ti aspetteresti in questa desolazione: la sede del Coni e un ostello. Che sono lì, a cinque metri, e dalle loro finestre vedi balconi con le parabole puntate verso l’Africa, i mobili accatastati sui balconi, le tapparelle storte perché rotte da tempo e mai riparate. Insomma, è l’altro Moi, quello che s’è salvato dalle occupazioni. E che sogna uno sgombero impossibile. O almeno improbabile, perché mille e 500 persone da sistemare non sono uno scherzo. 

A sera, quando finalmente riapre il paninaro clandestino la calma sembra essere tornata. «Ma voi italiani adesso dite ai vostri figli che non siamo cani. Teneteli tranquilli, perché la nostra pazienza prima o poi finirà. E allora anche noi andremo a prendere latte di benzina da lanciare contro le vetrine» pontifica un altro senza nome, originario del Camerun o chissà di dove. «Un morto nostro, un morto degli altri», teorizza in questa sorta di occhio per occhio che se partisse non finirebbe mai. E invoca Allah, parla del Bataclan che è stata la vendetta degli esclusi, di morti e di pace. Preoccupante? Forse. Ma ha anche il sapore del delirio di uno che si sente sotto attacco. 

Israele, una statua di 3.800 anni fa “anticipa” Rodin

La Stampa

Scoperta durante scavi archeologici, sembra l’antenata del “Pensatore”



Archeologi israeliani hanno rivelato di avere ritrovato una statuetta di circa 3800 anni fa che sembra l’antenata del “Pensatore”, opera che lo scultore Auguste Rodin realizzò nel 1902. 

Rinvenuta durante scavi effettuati a Yehud nel centro di Israele, la statuetta, risalente appunto alla parte centrale dell’Età del Bronzo, appare in perfetto stato di conservazione e sovrasta un vaso di ceramica. Secondo Gilad Itach, l’archeologo che ha diretto lo scavo, la fattura dell’opera ha visto prima la preparazione del vaso e «dopo l’apposizione della statuetta che non appare sia mai stata scoperta in precedenti ricerche. 

Il livello di precisione e di attenzione al dettaglio nel creare questa scultura di circa 4000 anni fa è impressionante. Il collo della brocca è servito come base per formare la parte superiore della figura. Dopo questa sono stati aggiunti le braccia, le gambe e la faccia». Ma quello che colpisce, esaltato dal fatto che la faccia appoggia su una mano, è l’espressione riflessiva del viso.

Una gattina perde l’uso delle zampe posteriori ma non la voglia di lottare

La Stampa
cristina insalaco



Si chiama Monkey ed è una gattina che dalle sue sfortune e difficoltà ha trovato la forza per combattere. E’ stata trovata da una coppia che l’ha salvata da un brutto passato: «La piccola aveva gli arti posteriori paralizzati - dicono - era denutrita e affaticata, ma aveva uno sguardo che ci trasmetteva una forte voglia di vivere».



Aveva appena due settimane quando è stata salvata da Tegan e Kyleigh, che l’hanno immediatamente portata dal veterinario più vicino, che distava otto ore di auto dal luogo nel quale si trovavano loro: «Grazie alle cure, giorno dopo giorno la gatta ha iniziato a riprendere le forze - dice Kyleigh - Il primo giorno era così piccola da tenerla nel palmo di una mano, oggi sta prendendo peso e il suo umore è sempre migliore». Aggiungono: «Fin da subito ha iniziato a esplorare il territorio come fosse una scimmia». Per questo l’hanno chiamata così.



A sei settimane di vita è stata trasportata al centro Alice Springs. «Monkey qui ha conquistato tutti i volontari con il suo carattere adorabile, sorprendendo i veterinari per la sua grande voglia di vivere. Nonostante le sue zampe posteriori», raccontano. Ed è qui che ha incontrato la sua nuova proprietaria, Lyn, che appena l’ha vista non ha avuto nessun dubbio: «Voglio che faccia parte della mia vita», racconta. I veterinari dicono che si riprenderà presto, ricominciando a camminare come prima, dopo la riabilitazione. «La sua forza è meravigliosa: il suo atteggiamento è d’ispirazione per tutti noi».

Per i saggi del Cairo il velo non è islamico

La Stampa
karima moual



l velo, sempre più indossato dalle donne musulmane, anche in Occidente, non è prescritto da nessun obbligo coranico. Il velo non è islamico, si tratta di un costume culturale e sociale. A dirlo non è la solita femminista di origini musulmane, o uno scrittore progressista maghrebino che cerca, per l’ennesima volta, di riaprire la discussione su uno dei più controversi simboli delle società islamiche.
ma un dibattito animato da un precedente dell’Università Al Azhar, il più autorevole centro teologico sunnita, che riesplode sui media arabi, nei giorni in cui, nella tv canadese, ha fatto la sua comparsa la prima presentatrice velata.

La decostruzione dell’obbligatorietà del velo nell’islam è partita da uno Sheikh di Al Azhar - stranamente passata in sordina nel momento in cui fu annunciata - ed è tornata in questi giorni a scuotere l’opinione pubblica islamica proprio nel momento in cui più si assiste alla proliferazione dei veli. Proprio Al Azhar, la più prestigiosa istituzione islamica araba, aveva conferito con lode la tesi dello Sheikh Mustafa Mohammed Rashid sull’islamicità del velo o hijab, secondo la giurisprudenza.
La tesi dello Sheikh sottolinea che non è obbligatorio nell’Islam per una donna indossare il velo e ha dimostrato come l’interpretazione dei versi coranici distaccati dal contesto storico abbiano portato alla confusione e alla prevalenza di un equivoco sul velo. Quasi forzato, perché il Corano - ribadisce - non ha detto affatto che le donne debbano coprirsi il capo.

Certo, non tutte le donne musulmane portano il velo e non per questo si sentono meno musulmane, anche se devono combattere per questa loro scelta. Nella storia passata e recente, inoltre, lo Sheikh non è certo il pioniere di questi argomenti e non è il primo a scardinare alcune interpretazioni tutt’altro che sulla linea della parità di genere nell’Islam, ma c’è da dire che oggi l’esercito di teologi che iniziano a combattere una certa interpretazione letterale della teologia con la stessa arma della teologia, in chiave di Ijtihad (sforzo ndr), non sono più in ombra e le loro fatwa circolano velocemente nel web.

Tuttavia che il messaggio arrivi da Al Azhar ha un suo valore, e lo acquisisce ancor di più nella misura in cui viene letteralmente risuscitato fino a rimbombare nel web e nella stampa araba, in contemporanea allo sdoganamento dei veli nella moda, dove giovani musulmane, più modelle che modeste, truccate, si presentano con labbra gonfiate e occhi ammiccanti verso l’obiettivo ( la copertina di playboy con una modella velata è l’inizio), alla faccia del pudore, quello sì, consigliato a uomini e donne dal Corano.

La schizofrenia dei veli che stiamo vivendo oggi con il loro moltiplicarsi e perdersi, sia di modestia sia d’identità, nei Paesi musulmani o in Occidente, in realtà è il sintomo del suicidio stesso del velo. Inteso come un lontano simbolo, genuinamente portato con fede - intesa come fiducia - sul capo, nel significato più profondo di modestia e pudore da quelle antenate che si affidavano all’interpretazione maschile del verbo di Dio.

Il velo di oggi si perde tra la moda, l’identità e la politica, ma soprattutto perde la sua aspirazione, la sua genuinità, quella delle madri e delle nonne, cercando un compromesso con la modernità difficile da trovare. Oggi nel nostro Paese il capo coperto lo portano in tante ed è in aumento tra le seconde generazioni che in questi anni hanno ascoltato, nelle moschee o tra le mura di casa, la sola versione «dell’obbligo religioso» che ha indotto chi non lo porta a sentirsi in difetto.

Si moltiplicano le storie di giovani musulmane nel nostro Paese che scelgono il capo coperto senza una piena e plurale consapevolezza del suo significato, ma ciò che più colpisce è che il deficit di consapevolezza investa anche le opinioni pubbliche. Non è accettabile continuare a pensare alla donna musulmana solo come una donna velata e dedicare i riflettori solo a essa. Non è accettabile raccontare i musulmani solo dietro il velo e l’Islam.

La battaglia sui diritti umani nelle società musulmane deve partire anche dal racconto della sua pluralità e dalla lotta per la loro emancipazione.

Stati Uniti, l’Nhtsa chiede un “driver mode” che limiti le funzioni dello smartphone mentre si guida

La Stampa
omar abu eideh (nexta)

L’Nhtsa, ente federale per la sicurezza stradale, propone ai costruttori di telefoni di ideare una sorta di “modo aeroplano” per chi è al volante



L’uso scorretto dello smartphone mentre si è alla guida rimane uno dei principali motivi di distrazione: la stessa che ogni anno causa almeno il 10% degli incidenti stradali negli Stati Uniti. Per questo la National Highway Traffic Safety Administration (Nhtsa), l’ente americano per la sicurezza stradale, ha chiesto agli sviluppatori di app e sistemi operativi di introdurre volontariamente una modalità d’uso “driver mode” che limiti le funzioni dei dispositivi (e la disattenzione derivante) mentre si è al volante. Qualcosa di simile alla “modalità uso aereo”, che disabilita le connessioni e va selezionato quando si vola.

Di base, l’Nhtsa punta a promuovere dispositivi infotelematici per auto in grado di collegarsi con lo smartphone: grazie al “mirroring” (Apple CarPlay, nella foto in alto, e Android Auto), già da qualche anno molte funzioni del telefono si controllano direttamente dal sistema di bordo della vettura. Già questo contribuisce a limitare le distrazioni, consentendo quasi sempre al guidatore di mantenere le mani sul volante e lo sguardo sulla strada. Tuttavia, grazie all’auspicata “modalità guida”, l’ente americano vorrebbe pure che le funzioni relative all’ intrattenimento (video, foto), ai social network e all’uso di internet fossero disabilitate per tutto il tempo che l’automobilista trascorre in marcia. 

Va comunque sottolineato che oggi non esiste un modo per determinare quando il telefono sia usato dal guidatore e non, per esempio, da un passeggero. Quindi, al pari di quella “aereo”, la modalità di utilizzo “driver mode” andrebbe impostata dal guidatore: starebbe alla sua sensibilità farlo, esattamente come oggi sta a lui non consultare i social network mentre guida. Forse è anche per queste che la Nhtsa invita, ma non obbliga, gli sviluppatori a rispettare le linee guida. Sta di fatto che i numeri delle “vittime da distrazione” sono impressionanti: nel 2015 sono state poco meno di 3.500 negli Usa, in crescita del 9% rispetto al 2014.