sabato 3 dicembre 2016

NO!

Nino Spirlì




NO al capo chino.
NO al quieto vivere.
NO al gregge.
NO all’irreggimentazione.
NO alla schiavitù.
NO al servilismo.
NO alla pacca sulla spalla.
NO alla compassione.
NO al pietismo.
NO al buonismo.
NO al garantismo.
NO ai padrini e ai padroni.
NO ai caporali.
NO ai clandestini.
NO agli immigrati.
NO all’islam.
NO al comunismo.
NO a Renzi e alla sua accozzaglia.
NO a Napolitano e al suo ricordo.
NO a Di Pietro e al suo finto manipulite.
NO all’unione europea.
NO a Merkel, Sarkozy, Hollande, Clinton, Obama, Juncker, al “kapò tedesco” di berlusconiana memoria.
NO ai dittatori.
NO a Mao, Stalin, Hitler, PolPot, Castro, Bokassa, Idi Amin Dada, Tito, Pinochet, Videla, Arafat e carne simile.
NO all’Arabia saudita.
NO all’Iran e alle sue minacce.
NO ai vegani e al loro integralismo.
NO alla cucina orientale: cani, ratti, vermi e porcherie varie.
NO alle mafie, alle massonerie, alla malapolitica.
NO ai “poteri occulti”, che sono merda.
NO alla Chiesa malata.
NO ai pedofili.
NO ai vescovi dell’inciucio.
NO alle battone per strada.
NO al maschilismo, al femminismo, al gaysmo.
NO al matrimonio omosessuale.
NO alle adozioni omosessuali.
NO all’utero in affitto.
NO a genitore1 e genitore2.
NO alla scuola codarda e pavida.
NO alle scuole, case di riposo, case di cura senza videocamere.
NO agli sconti di pena.
NO agli indulti per i crimini contro la persona.
NO alle case per immigrati.
NO all’accoglienza incondizionata.
NO alla contaminazione delle identità nazionali.
NO alla globalizzazione.
NO al mcDonald.
NO al kebab.
NO ai fruttivendoli pakistani.
NO all’olio del Marocco, Tunisia e zone circonvicine.
No al latte rumeno, alle uova e ai polli cinesi, ai limoni argentini, alle arance africane, agli agnelli neozelandesi, ai maiali dell’est europa.
NO ai venditori beduini e mediorientali sulle spiagge.
NO ai negozi cinesi.
NO a bergoglio e ai suoi errori.
NO alle aule, agli uffici, alle corsie senza Crocifisso.
NO alle moschee illegali sul suolo italiano.
NO ai venditori abusivi.
NO agli italiani asserviti.
NO alle cooperative malandrine.
NO alle calunnie, all’invidia, alle menzogne.
NO alla stampa serva, che non serve.
NO alla clonazione umana.
NO alla sperimentazione sugli animali.
NO al gaypride.
NO ai campi zingari.
NO alla televisione spazzatura.
NO ai giornali a pecorina.
NO alla malasanità.
NO ai medici disattenti, ignoranti, spietati, non aggiornati.
NO alla droga legalizzata.
NO ai sudati che puzzano.
NO ai rigattieri dell’est.

NO… NO… NO…

NO sulla scheda di domenica 4 dicembre.


04112008a Forum
scrive Spirlì

Quel lusso privato (e ben nascosto) del Compañero Fidel

Fausto Biloslavo - Ven, 02/12/2016 - 08:30

Austero rivoluzionario in pubblico, ma il líder máximo era un gaudente



Lusso, yacht, isola privata, milionario secondo Forbes, il compagno Fidel amava la bella vita, che il suo popolo non poteva permettersi, e le belle donne. In pubblico rivoluzionario duro e puro, in privato era un po' come Tito, il dittatore jugoslavo più monarca che proletario.

Il velo su questo aspetto poco conosciuto del lìder màximo è stato alzato dal tenente colonnello Juan Reinaldo Sanchez, uno dei suoi pretoriani, che gli ha coperto le spalle per 17 anni. «Lasciava intendere che la rivoluzione non gli dava tregua, nessun piacere, che ignorava e disprezzava il concetto borghese di vacanza. Ha mentito», si legge nel libro di Sanchez «Doppia vita di Fidel Castro». L'autore, rifugiato a Miami, è morto lo scorso anno, quando il libro era in stampa. Gli anticastristi sospettano che sia stato avvelenato dagli agenti di Cuba. Il regime aveva bollato le sue memorie come «propaganda della Cia».

Sanchez rivela di aver scortato più volte Fidel a Cayo Piedra, un isolotto a sud della Baia dei Porci trasformato in un «paradiso terrestre», ma off limits per i cubani. Una specie di isola di Brioni, che il maresciallo Tito aveva di fronte alla cosa istriana. Castro ospitava gli ospiti come Gabriel García Márquez e amava salpare per l'isola con lo yacht Aquarama II, in raro legno angolano, che gli era stato regalato dal boss comunista sovietico Leonid Breznev. Cayo Piedra, oltre ad un eliporto e residenze di lusso, ospita delfini e tartarughe per intrattenere gli ospiti come il fondatore delle Cnn, Ted Turner, e l'ultimo leader della Germania Est, Erich Honecker.

Il lìder màximo sorseggiava whisky Chivas regal invecchiato di 12 anni e amava il film Guerra e pace, ma in versione sovietica lunga e pesante. Sull'isola ribelle aveva a disposizione una ventina di case ed il suo pseudonimo guerrigliero era Alejandro, come Alessandro il Grande. «Era convinto che Cuba fosse di sua proprietà» ha scritto Sanchez, che è rimasto al suo fianco fino al 1994. La residenza più nota di Fidel era l'Unità 160 o Punto Cero, una specie di compound-fortezza. Nelle residenze all'Avana non si faceva mancare nulla, compresa una pista da bowling, un campo di pallacanestro, piscine, Jacuzzi, sauna e un piccolo ospedale personale. Sanchez rivela che per timore di venir assassinato dalla Cia girava sempre con un paio di donatori del suo sangue A negativo.

La rivista Forbes ha inserito Castro nella famosa lista mondiale dei milionari definendolo «uno dei più ricchi fra re, regine e dittatori». L'accostamento fece infuriare il lìder màximo. Fidel si scagliò per ore in tv contro queste rivelazioni sostenendo sempre che viveva con una manciata di pesos al mese come gran parte dei cubani. In realtà le stime della fortuna personale di Castro si aggirano attorno ai 900 milioni di dollari.

Osservatori occidentali sospettavano che controllasse non solo numerose imprese di Stato, ma anche una piccola miniera d'oro. Manuel de Beunza, che è fuggito dall'isola, ma aveva lavorato nel settore finanze del ministero dell'Interno, sostiene che le cifre di Forbes siano solo una parte del tesoro. Castro avrebbe controllato addirittura una banca in Inghilterra e fatto mettere in piedi 270 società in giro per il mondo.

Oltre agli agi della vita «capitalistica» Fidel amava le belle donne e ha avuto diverse mogli, amanti e almeno otto figli. Sanchez, l'ex guardia del corpo, sostiene che «mentre il suo popolo soffriva Fidel Castro ha vissuto in tutta comodità. E lo stesso valeva per i suoi otto figli, le molte amanti e le mogli. Il tutto avvolto dal segreto».
www.gliocchidellaguerra.it

Ritrovata in Norvegia la scritta “Arbeit macht frei” del cancello di Dachau

La Stampa



La polizia tedesca ha annunciato che «con molta probabilità» è stato ritrovato in Norvegia il cancello d’ingresso del campo di concentramento tedesco di Dachau, quello con la scritta «Arbeit macht frei» (Il lavoro rende liberi), rubato due anni fa. L’annuncio è stato fatto dalla Polizia dell’Alta Baviera nord con un comunicato. 

Il cancello di circa 100 chili era stato trafugato all’inizio di novembre del 2014 e ora, sulla base di «un’indicazione anonima», «la polizia di Bergen/Norvegia ha sequestrato un portale di ferro con la famosa scritta», si riferisce nella nota. «Sulla base di foto la polizia desume che, con molta probabilità, si potrebbe trattare del portale di ferro usato a Dachau», aggiunge il comunicato sottolineando che «la polizia esamina l’autenticità» del cancello. Pur di avere indicazioni erano stati promesse ricompense di 10 mila euro, ricorda la nota.

Nell’aprile dell’anno scorso una copia della porta era stata collocata al posto di quella rubata. L’intervento era stato fortemente voluto soprattutto dai sopravvissuti in vista delle celebrazioni per il 7o/o anniversario della liberazione del campo celebrato il mese dopo.

La libertà di stampa è nata in Svezia e oggi compie 250 anni

La Stampa
monica perosino

Oggi Stoccolma celebra la prima legge che la tutela. Venne adottata il 2 dicembre 1766


La prima legge sulla libertà di stampa promulgata dalla Svezia il 2 dicembre 1766

L’illuminista Anders Chydenius, parlamentare del governo svedese, lo diceva già 250 anni fa: «È di tutta evidenza che la libertà di stampa e di scrittura è uno dei baluardi più forti di una libera organizzazione dello Stato». Senza la libertà di stampa «l’educazione e la buona condotta sarebbero distrutte… nei pensieri, nei discorsi e nei comportamenti prevarrebbe la grossolanità e la penombra oscurerebbe l’intero cielo della nostra libertà in pochi anni». Il 2 dicembre 1766, il Parlamento svedese adottò la prima legge costituzionale al mondo sulla libertà di stampa. Lo stesso anno, in Italia, la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione inseriva il libro «Dei delitti e delle pene» dell’illuminista Cesare Beccaria nell’indice dei libri proibiti.

Oggi si celebra il 250° compleanno della legge svedese che diventò esempio in tutto il mondo. Ma la strada in molti Paesi è ancora lunga. Italia inclusa. Secondo l’ultimo rapporto annuale di Reporters Sans Frontieres il nostro Paese perde quattro posizioni, scendendo dal 73° posto del 2015 al 77° (su un totale di 180 Paesi) del 2016. L’Italia è il fanalino di coda dell’Ue (che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti), seguita soltanto da Cipro, Grecia e Bulgaria e preceduta da Tonga, Burkina Faso e Botswana. Come sempre le nazioni scandinave si trovano in cima alla graduatoria. Finlandia, Olanda e Norvegia conquistano il podio, la Svezia si piazza all’8° posto. I risultati dell’ultima edizione del rapporto mettono in evidenza una situazione globale in peggioramento con l’Europa e i Balcani in cima alla classifica di peggioramento.

L’edizione 2017 dirà se il Foia approvato lo scorso maggio dall’Italia, quel Freedom of information act che dà la possibilità a qualunque cittadino – giornalisti inclusi - di richiedere e ottenere dalla pubblica amministrazione dati, informazioni e documenti, risolleverà il Paese da un posto in classifica di cui Anders Chydenius non andrebbe fiero. 

La scelta di Lorenzon

La Stampa
massimo gramellini

Quando l’imputato di evasione fiscale Diego Lorenzon ha preso la parola per una dichiarazione spontanea, è apparso subito chiaro a tutti che in quell’aula di tribunale stava scorrendo la storia degli ultimi dieci anni di questo Paese. Lorenzon gestisce con i fratelli un’azienda metalmeccanica in provincia di Venezia. Con la crisi del 2008 gli affari hanno cominciato a barcollare, mettendo in scena un copione ben noto: i creditori che insistono, i debitori che latitano e lo Stato che con una mano non salda le commesse e con l’altra pretende le tasse, 263mila euro di Irpef per l’anno di scarsa grazia 2012.

Lorenzon aveva già impegnato tutto l’impegnabile, pur di non chiudere l’azienda e mettere per strada i cinquanta operai a cui continuava a versare regolarmente lo stipendio. Se avesse pagato le tasse, avrebbe dovuto licenziare. Non le ha pagate. E quattro anni dopo si è trovato in tribunale a raccontare una storia di riscossa e di dolore. Nel frattempo l’azienda ha ripreso a fare utili e a pagare le imposte, arretrati compresi. Ma lui ci ha rimesso la salute e, se ha chiesto di parlare adesso, è perché temeva di non poterci essere all’udienza fissata per gennaio. 

Quando l’imputato di evasione fiscale Diego Lorenzon ha finito di parlare, in aula avevano tutti gli occhi gonfi, non solo i suoi operai. Allora il giudice Piccin, in realtà un gigante, ha deciso di chiuderla lì e lo ha assolto tra gli applausi e con la benedizione del pubblico ministero, sancendo il principio rivoluzionario che tra persone perbene evadere le tasse per pagare gli stipendi non costituisce reato.

Tribunale del No

La Stampa
massimo gramellini

Mentre Romano Prodi diceva Sì al referendum, a pochi chilometri di distanza il presidente del Tribunale di Bologna esprimeva sulla sua pagina Facebook le ragioni del No con uno stile equilibrato che aveva nella sobrietà il suo punto di forza. Chi vota Sì, ha sentenziato il dottor Francesco Caruso, assomiglia ai repubblichini di Salò che scelsero male in buona fede. 

L’uomo di Legge argomenta che, a causa di «una mutazione antropologica che li fa ora altri da noi», questi elettori disgraziati e fascisti inconsapevoli reggono la coda al clientelismo scientifico, al voto di scambio, alla corruzione e al trasformismo: tutti peccatucci nazionali da cui lo schieramento del No sarebbe miracolosamente immune. 

E mica è finita. Secondo il giudice illuminato, che immaginiamo con il lutto al braccio per la morte del democratico Fidel, la vittoria del Sì costituzionalizza la mafia e introduce uno Stato di polizia in cui la maggioranza imporrà le leggi alla minoranza, schierando le forze dell’ordine nelle piazze. Fu così che il povero cristo che si stava ancora chiedendo se votare o meno per il bicameralismo imperfetto e la soppressione del Cnel si ritrova trasformato dalla prosa del primo magistrato di Bologna in un sostenitore di Mussolini, Erdogan e Totò Riina. 

Niente da dire. Se questa toga della Repubblica scrive le sentenze con la stessa logica ferrea e la stessa mancanza di pregiudizi con cui esprime il proprio pensiero politico, non resta che rivolgere i migliori auguri ai cittadini che avranno la ventura di capitare nelle sue grinfie in un’aula di tribunale.