mercoledì 7 dicembre 2016

I cacciatori degli aerei caduti nella Seconda Guerra Mondiale

La Stampa
simona marchetti

Gli Air Crash Po Airfinders, gruppo di appassionati fra Cremona e Novara


Storia Usano i metal detector, le mappe e le vanghe: sono gli Air Crash Po Airfinders, un gruppo di ppassionati che dedica il proprio tempo libero a ricercare i resti (a sinistra una pistola e un orologio) degli aerei abbattuti nella Seconda guerra mondiale nella Pianura Padana

Vanno a caccia, ma non con i fucili. Usano i metaldetector, le mappe e le vanghe: sono gli Air Crash Po Airfinders, un gruppo di appassionati che dedica il proprio tempo libero a ricercare i resti degli aerei abbattuti durante la II guerra mondiale nella Pianura Padana. L’ultima ricerca, e conseguente ritrovamento, è di pochi giorni fa, nella zona di Brione-Villa Carcina, al confine tra Lombardia e Trentino. Sono stati rinvenuti i resti di un B-17, aereo americano meglio noto come «Fortezza volante», abbattuto il 10 novembre 1943 dalla contraerea tedesca. Il bombardiere cadde dividendosi in più tronconi e con un motore in fiamme:

«Si comincia a fare chiarezza e recuperare i reperti», spiega Luca Gabriele Merli, uno dei protagonisti del gruppo di ricerca, composto inizialmente da cinque amici del cremonese, e che si è poi a poco a poco allargato fino a coinvolgere anche alcuni soci piemontesi, della provincia di Novara. In Italia sono presenti diverse formazioni unite dalla stessa passione: questa, l’unica associata al British Aviation Archeologist Council, opera nella val Padana e punta a ritrovare ciò che rimane dei tanti mezzi caduti in questa vasta zona, al centro di un furioso scontro tra alleati e tedeschi nel periodo successivo all’Armistizio.

«Gli aerei – continua Merli- sono quelli precipitati lungo il corso del Po nella II Guerra Mondiale, soprattutto in quel 1944 in cui l’aviazione alleata bombardava le posizioni difese strenuamente dai tedeschi. L’area tra Emilia e Veneto è la più ricca di reperti, in quanto è lì che si è registrato la maggiore concentrazione di missioni». Su quei resti, frammenti metallici, targhette personali, brandelli di carrozzeria, si è posata la coltre dell’oblio. Dopo la fine delle ostilità era necessario tornare alla normalità e poi riprendere a coltivare i terreni.

La memoria storica
Il gruppo, nato nel 2007, si mette in moto: armati di detector e vanga, a volte anche qualche colpo di ruspa, indagano, cercano, disseppelliscono. A fare da consulenti gli anziani che ricordano l’esatta posizione del relitto. Nonostante siano passati settant’anni, tanti non hanno mai dimenticato quei giorni. Il team si definisce «sempre in prima linea per onorare i caduti di qualsiasi nazionalità essi siano, ricostruire la storia e in alcuni casi riportare a casa e dare degna sepoltura a i militari dati per dispersi».

Nel 2014 hanno individuato sedici aerei: in collaborazione con il Romagna Air Finders nell’ottobre di due anni fa sono riusciti a recuperare il velivolo e le spoglie del tenente Guerrino Bortolani, morto a 27 anni nella zona di Padova e rimasto insepolto. E l’anno scorso hanno scovato i resti di un aereo Messerschmitt Me Bf 109 G-6 vicino a Desenzano del Garda. Oggi ancora vicino a Mantova, a Mariana Mantovana, stanno chiedendo notizie di un altro velivolo tedesco, un Messerschintt 410 precipitato il 10 dicembre del 1944. Il sottosuolo è tutto da scavare.

Canguropoli

La Stampa
massimo gramellini



Ci sono momenti in cui il politicamente e l’animalisticamente corretto si fondono in una superiore armonia, raggiungendo vette di stupidità umanamente perfetta. Ieri in Australia si è consumato uno di quei momenti, quando in tanti hanno chiesto il licenziamento del guardiano di un parco, reo di avere sferrato un cazzotto al canguro che aveva aggredito il suo cane. 

Nel video si vede il cane bloccato dal canguro per la gola, il guardiano che accorre in sua difesa e il marsupiale un po’ bullo che lo sfida a singolar tenzone, ergendosi in posa da boxeur. L’umano gli allunga un destro di alleggerimento sul muso e il canguro lo ricambia con uno sguardo esterrefatto, lo stesso di Renzi davanti agli exit poll, prima di allontanarsi alla chetichella saltellando da par suo.
Non è mai bello veder picchiare qualcuno, sia pure a titolo dimostrativo.

Ma se il guardiano avesse colpito un uomo per difendere un altro uomo, fioccherebbero gli applausi. Se lo avesse fatto per difendere un animale, sarebbe candidato al Nobel per la pace. Avendo colpito un animale per difenderne un altro, i fanatici hanno preteso la sua testa. Per fortuna i dirigenti del parco non hanno perso la loro e hanno lasciato il guardiano al suo posto, con piena soddisfazione del cane e probabilmente del canguro.

La bufala delle matite copiative per truccare il referendum: ecco come funzionano

La Stampa
francesco zaffarano



La polemica del giorno ha un nome e un cognome: matita copiativa. Il cantante Piero Pelù, che ha fatto campagna per il No al referendum costituzionale, ha pubblicato su Facebook un post per denunciare il fatto che la matita con cui ha votato al suo seggio non era indelebile. Come fa a saperlo? Semplice: prima di votare, il cantante ha tracciato un segno su un foglietto e ha provato a cancellarlo con una normale gomma, scoprendo che la croce spariva. Ne nasce l’allarme rimbalzato sui social: le matite non sono indelebili. Peccato che Piero Pelù non sappia come funziona una matita copiativa.

La matita copiativa è utilizzata per legge in tutte le elezioni che si svolgono in Italia (articolo 16 della legge 6 febbraio 1948, n.29). Le matite copiative non sono indelebili nel senso che intendiamo comunemente: il tratto può essere rimosso da un foglio ma solo per abrasione, data la composizione della matita (un impasto di coloranti sintetici basici con talco, gomma adragante e aggiunta di stereati e oleati). La gomma, quindi, è normale che funzioni e funzionerebbe anche cancellando il tratto sulla scheda elettorale. La matita copiativa, però, è fatta per far sì che il segno, anche se parzialmente rimosso, rimanga visibile comunque a occhio nudo (e la cosa divertente è che si può vedere anche nella foto diffusa da Piero Pelù ). Cancellando il segno con una gomma, però, la carta della scheda elettorale si rovina, rendendo nullo il voto. 

Dove nasce, quindi, il problema? Dal fatto che comunemente la matita copiativa viene anche detta indelebile. Questo perché, sempre a causa della sua composizione, è fatta per resistere ai solventi che, invece, riescono a rimuovere l’inchiostro. È il motivo per cui, in passato, si usavano le matite copiative per firmare i documenti ufficiali. Qualcuno potrebbe chiedersi, però, perché non si vota con una penna.

Oltre a poter essere cancellato (come appena spiegato, l’inchiostro può essere rimosso con un solvente), il tratto di una penna non può essere apposto sulle schede elettorali perché visibile sul retro di queste. Il segno tracciato con una matita copiativa, invece, non si trasferisce sul retro del foglio su cui scriviamo. Per saperne di più su come funzionano le matite copiative, sulla loro storia e perché si chiamano così, c’è un interessante articolo del The American Institute for Conservation.

La domanda vera, posto che la storia della matita copiativa che si cancella è una bufala (e non c’entra con la segnalazioni di matite non copiative distribuite nella Sezione 17 di Isernia per cui è intervenuta la Digos), è perché Piero Pelù abbia preso una cantonata così grossa. A questo proposito dà da pensare il fatto che il cantante abbia inserito nel post gli hashtag #Eutòpia, con cui promuove il suo omonimo disco sui social, e #DavideConGolia, parole che ricorrono nel testo della sua canzone L’impossibile. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende, dice il detto, e si potrebbe pensare che Pelù abbia voluto approfittare della sua denuncia bislacca per farsi un po’ di pubblicità.

Miracoli

La Stampa

jena@lastampa.it
Prima di Renzi nessuno era riuscito a far vincere D’Alema.

Maxi operazione di polizia contro le truffe online

La Stampa
andrea signorelli

Smantellata la rete Avalanche: 5 persone arrestate e 800mila domini sequestrati dopo un’indagine durata quattro anni



Se vi è mai capitato di ricevere una mail che sembrava provenire dalla vostra banca e in cui però vi veniva richiesto di fornire i dati della carta di credito, è molto probabile che vi siate trovati di fronte a un tentativo di “phishing ” compiuto dal gruppo cyber-criminale noto come Avalanche, attivo fin dal 2009 e che, secondo un report dell’Anti-Phishing Group , era responsabile di due terzi delle truffe informatiche di questo tipo.

Grazie a un’operazione iniziata quattro anni fa dalla polizia tedesca e a cui hanno partecipato FBI, Europol e altre agenzie di tutto il mondo, la rete di botnet (network di computer infettati da virus per sottrarre dati sensibili o sfruttarli per spamming e attacchi hacker) utilizzata da Avalanche è stata smantellata. Per capire la portata dell’operazione, che si è conclusa il primo di dicembre, basta sapere che questo gruppo era responsabile dell’invio di un milione di e-mail infette ogni settimana.

La rete Avalanche, secondo quanto riportato dall’agenzia governativa statunitense per i crimini informatici, poteva venire affittata a pagamento da chiunque fosse intenzionato a diffondere mail spam e distribuire malware o ransomware (il virus che impedisce di accedere ai file sul proprio computer finché non si paga un riscatto). Avalanche, inoltre, era anche attiva nel riciclaggio informatico di denaro.

Il gruppo è riuscito a eludere per lungo tempo la caccia delle forze dell’ordine grazie a una tecnica nota come Double Fast Flux , che permette ai computer utilizzati dalla botnet di cambiare in continuazione indirizzo IP e di nascondere il proprio paese di provenienza, eludendo così i controlli. L’operazione di polizia, secondo un comunicato Europol , ha portato all’arresto di cinque persone, al sequestro di 39 server e di 800mila domini sparsi in 30 paesi.

“Esportava un sistema di monitoraggio internet ai servizi siriani”: come è nata l’ipotesi di reato che ha travolto Area

La Stampa
carola frediani

Un’indagine, col sequestro di quasi 8 milioni di euro, rilancia il tema della vendita di tecnologie di sorveglianza



Negli ultimi giorni una delle più note aziende italiane tra quelle che forniscono sistemi di monitoraggio e sorveglianza elettronica per le procure nazionali e per governi stranieri è finita sotto i riflettori in seguito a due filoni di indagine che la riguardano. Si tratta di Area Spa, società di Vizzola Ticino (Varese), che da anni fornisce servizi di intercettazione a molte procure italiane, oltre che centrali di cattura e analisi del traffico internet e telefonico a vari Stati.

Il filone di indagine più eclatante, e che risalirebbe a episodi di vari anni fa, fra 2010 e 2011, riguarda la presunta violazione delle leggi sulle esportazioni per le tecnologie di uso duale o duplice, quelle tecnologie cioè che possono essere usate sia in ambito civile che militare. E che per questo sono soggette da tempo a un maggiore controllo da parte degli Stati, intensificatosi quasi anno dopo anno a livello europeo. Un’indagine che è improvvisamente sfociata nei giorni scorsi in una perquisizione e in un provvedimento di sequestro preventivo del valore di 7,7 milioni di euro sui conti e beni dell’azienda varesotta su disposizione della procura di Milano.

L’indagine sulle esportazioni è particolarmente delicata anche perché riguarda la Siria e vede come indagati l’ad e socio unico di Area, Andrea Formenti, e un project manager, A. M. All’origine c’è un contratto vinto da Area, del valore di 13 milioni di euro, per la fornitura di prodotti informatici alla Syrian Telecommunication Establishment (nota anche come Syrian Telecom o STE), il principale operatore telefonico del Paese. Di questa commessa si era parlato sui media già nel novembre 2011, quando un’inchiesta della testata Bloomberg aveva riferito per prima di un contratto tra l’azienda italiana e la telco siriana per fornire un sistema di monitoraggio del traffico internet.

Il suo obiettivo, sosteneva l’articolo di Bloomberg, sarebbe stato di intercettare, filtrare e analizzare e-mail e comunicazioni in tutto il Paese per conto dei servizi siriani e del presidente Bashar al-Assad, che proprio nel 2011 aveva intensificato la repressione sui civili. All’epoca la stessa Area aveva replicato sui media dicendo che il loro interlocutore era il gestore telefonico locale, che il contratto prevedeva un sistema di intercettazione legale e che comunque avrebbero abbandonato la commessa, ottenuta vincendo una gara internazionale nel 2008, vista la mutata situazione politica.

Allora non c’era uno specifico embargo europeo su questo genere di esportazioni in Siria (sarebbe arrivato di lì a poco, nel 2012). C’era però un embargo americano dal 2004 - che come vedremo ha una sua rilevanza perché Area, nell’ipotesi accusatoria, avrebbe riesportato anche tecnologie di aziende Usa. E c’era una legge che disciplinava il controllo delle esportazioni di prodotti e tecnologie a duplice uso, assoggettandole a specifiche autorizzazioni (Decreto legislativo n. 96 del 9/4/2003 che richiama la disciplina comunitaria, a partire dal Regolamento CE n 1334/2000 e integra i successivi Regolamenti come il n. 428 del 2009).

L’INDAGINE
Da qui prende probabilmente le mosse il procedimento italiano - aperto inizialmente al Tribunale di Busto Arsizio, poi passato per competenza funzionale alla procura di Milano - che arriva infine a formulare due ipotesi di reato: esportazione di materiale a duplice uso in Siria senza l’autorizzazione specifica individuale del ministero (dal marzo 2010 al febbraio 2011), nonché in maniera clandestina, col trasporto del materiale nel bagagliaio dei dipendenti che si recavano a Damasco e aggirando i controlli doganali; ed esportazione di materiale a duplice uso con l’autorizzazione ministeriale ottenuta però, per gli inquirenti, attraverso

dichiarazioni non veritiere (dal febbraio 2011 al novembre dello stesso anno, quando Area ottiene prima un’autorizzazione specifica individuale per l’esportazione dal ministero per lo sviluppo economico - che poi gli viene revocata proprio a novembre in concomitanza con l’attenzione mediatica sul contratto). Area, è l’ipotesi dei pm, non avrebbe indicato il reale utilizzatore finale della fornitura, che sarebbero stati i servizi segreti siriani e non STE. Quindi non un uso in ambito civile della tecnologia venduta in Siria, bensì militare.

LA CENTRALE DI MONITORAGGIO INTERNET
Ma cosa esportava Area nel caso in questione? Una centrale di monitoraggio per internet e la terza generazione di telefonia mobile, dislocata tra Damasco e Aleppo, che avrebbe dovuto essere usata, secondo gli inquirenti, per intercettare, acquisire, catalogare il traffico internet ed e-mail di pressoché tutta la Siria. Un sistema diviso in varie parti. C’erano una serie di sonde IP (internet protocol) collegate in vari punti della rete pubblica siriana che avevano il compito di leggere i dati in transito facendo un primo filtraggio sulla base di specifici parametri di ricerca (tipo: Assad, rivoluzione ecc). E c’erano dei collegamenti ad alta velocità che trasportavano i dati a un secondo blocco che si occupava di configurare le sonde e di passare le informazioni raccolte dalle stesse al centro di monitoraggio vero e proprio. Questo centro doveva quindi salvare i dati, decodificando e inviando quelli più urgenti agli operatori finali.

I SERVIZI SIRIANI
Nome in codice del progetto: Asfador, dal nome di uno degli interlocutori locali, il consulente della società siriana Kanan, che doveva fare da partner di Area. Sempre secondo gli inquirenti, la centrale di monitoraggio sarebbe stata collocata in un palazzo a cinque piani di Damasco, occupato in parte da STE e in parte dall’intelligence siriana. Figura centrale in questa ricostruzione sarebbe stato un ingegnere dei servizi siriani, noto solo come Firas (Feras Hasan, ipotizzano gli inquirenti) che avrebbe coordinato i lavori relativi al contratto di Area. E che alcuni dipendenti dell’azienda incontrano più volte. Firas avrebbe anche sollecitato la conclusione dei lavori dicendo che, visto quanto stava succedendo in Tunisia, Libia, Egitto, anche loro dovevano essere pronti a intercettare le comunicazioni del Paese.

Un ruolo chiave nell’indagine è rivestito infine da due ex-dipendenti dell’azienda e da un ingegnere e attivista siriano, ascoltati come persone informate sui fatti, secondo i quali era evidente che il destinatario finale fossero i servizi del Paese. Ma ci sono anche le tecnologie di altre aziende - come l’americana NetApp, la francese Qosmos o la tedesca Ultimaco - che passano attraverso la commessa di Area. Ancora nell’estate 2015 Qosmos - che produce le sonde di cattura del traffico internet - era indagata in Francia proprio per queste esportazioni in Siria. In quanto al sequestro preventivo, secondo gli inquirenti si tratterebbe della somma incamerata da Area per il progetto Asfador (poiché l’iniziale commessa pluriannuale da 13 milioni ottenuta dalla società italiana sarebbe stata interrotta a fine 2011). 

I PRODOTTI A DUPLICE USO
Area non è un’azienda qualsiasi in Italia. Lavora infatti da anni per numerose procure, fornendo tecnologie e assistenza per le intercettazioni e altri tipi di indagini online. È sempre presente alle fiere e ai convegni del settore, della Difesa e delle forze dell’ordine, italiane e internazionali. E ancora lo scorso giugno aveva ottenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) un’autorizzazione specifica per l’esportazione delle sue tecnologie di monitoraggio del traffico internet in Egitto, come avevamo riportato qui.

L’uso finale dichiarato era di agevolare l’attività di intercettazione di comunicazioni ai fini della sicurezza nazionale. E il cliente finale era il Technical Research Department (TRD), che però secondo la denuncia di vari ricercatori e attivisti sarebbe un’unità opaca, autonoma e priva di controlli democratici dell’intelligence e degli apparati egiziani, protagonista di una intensa attività di sorveglianza delle comunicazioni. Una notizia che non era passata inosservata anche in considerazione delle tensioni fra Italia e Egitto sul caso Regeni.

IL CASO PARALLELO DI HACKING TEAM
Interessante notare un dettaglio. La violazione della legge sulle esportazioni di prodotti di uso duplice, contestata all’ad e al project manager di Area, è la stessa alla base di un’altra inchiesta, condotta sempre dalla procura di Milano, nei confronti di una seconda azienda italiana che produce ed esporta tecnologie di sorveglianza, Hacking Team. L’ad dell’azienda milanese produttrice di spyware, che è stata vittima di un attacco informatico nel 2015 (per il quale è in corso un’indagine separata, sempre alla procura di Milano), è indagato con ipotesi di reato di violazione dell’art 16 del decreto legislativo 96/2003 (lo stesso che abbiamo visto sopra per Area), violazione che si configura nel caso in cui le esportazioni avvengano senza le dovute autorizzazioni oppure con autorizzazioni ottenute attraverso dichiarazioni o presupposti non veritieri.

I parallelismi fra le due aziende - che producono sistemi di sorveglianza complementari, tanto che, come scritto in passato, sono stati anche partner commerciali, con Area che comprava gli spyware di Hacking Team - non mancano. In generale, entrambe sono state investite dalle polemiche sulle esportazioni di prodotti di uso duale in Paesi dove venivano violati i diritti umani. Anche se la cornice legislativa su cosa si debba intendere per tecnologia a uso duale è stata per anni incerta e mutevole, e questo sembra aver complicato la valutazione di singole operazioni (vedi il caso Sudan-Hacking Team di cui avevamo scritto qui).

Un quadro legale complesso e farraginoso, ingarbugliato dalla presenza di intermediari locali nei vari Paesi, dall’individuazione dell’effettivo utilizzatore finale e dal proliferare di agenzie statali o parastatali interne interessate a questi strumenti. L’ultimo esempio in materia: pochi giorni fa è uscito un report di un’associazione messicana per i diritti digitali, R3d, sullo stato della sorveglianza (fuori controllo) in Messico.

E in un capitolo - dedicato agli spyware di Hacking Team, di cui il Messico era il maggior acquirente al mondo - si sostiene che «la grande maggioranza delle autorità (messicane, ndr) che hanno comprato il software di Hacking Team non possedevano la facoltà legale o costituzionale per intercettare comunicazioni private, per cui il loro acquisto così come il loro utilizzo era chiaramente illegale».

L’INCHIESTA SULLE INTERCETTAZIONI
In questo contesto già complesso, tornando ad Area, si è aggiunta nei giorni scorsi anche la notizia di un altro filone di indagine che riguarderebbe proprio le attività di supporto alle intercettazioni delle procure da parte della società del Varesotto. Indagine nata dal ritrovamento di intercettazioni disposte da varie procure italiane sul pc di una dipendente della società. Dati che avrebbero dovuto risiedere solo sui computer delle procure e non su quelli dell’azienda.

L’indagine era nata inizialmente nel 2015 dalla procura di Trieste, cliente dei servizi di Area, dopo che per un problema tecnico e una conseguente richiesta di assistenza da remoto alla stessa società, i pm avevano sospettato la presenza di alcuni materiali sulle intercettazioni anche sui server dell’azienda. Che si tratti di un disguido tecnico o meno, tutto ciò ha intanto portato a delle circolari del ministero della Giustizia che invitano le procure a rafforzare i controlli sulla sicurezza nella gestione delle intercettazioni e delle società esterne che forniscono servizi al riguardo.

La Stampa ha contattato Area per commenti e precisazioni, ma al momento della pubblicazione dell’articolo non ha ancora ricevuto risposte. L’articolo verrà aggiornato qualora arrivassero.

Ciao 2016

La Stampa
massimo gramellini



Ci sono saluti che sembrano il presagio di un addio. Lei lo aveva capito, ha congiunto le mani come una badessa ed è l’unica ancora in sella. I quattro maschi alfa sono stati o saranno rimpiazzati da qualcuno più a destra di loro, persino Cameron che è conservatore.

Gli altri tre sarebbero di sinistra e se hanno perso (nel caso di Obama, contribuito a far perdere) è perché la sinistra ha lasciato ai populisti il monopolio dei diritti sociali. Non di sole Costituzioni e unioni civili vive l’uomo, ma anche di posti di lavoro con paghe e pensioni dignitose.

Questi leader vestiti tutti uguali non sono riusciti a sottrarre il capitalismo al dominio omologante dei mercati finanziari e a difendere quel poco di Welfare che invece a casa Merkel funziona ancora. 
In fondo il più anarchico dei quattro, anche l’unico che saluta con la sinistra, è proprio Renzi. Venuto alla ribalta per cambiare verso a un sistema che sta precipitando l’Occidente nella povertà, ha finito per dare retta più ai banchieri che ai droghieri, risultando più antipatico agli elettori di Palermo che ai burocrati di Bruxelles.

Ma il ragazzo è sveglio e i rivali sono in disaccordo su tutto tranne che nell’odiarlo. Per questo il suo congedo assomiglia tanto a un arrivederci.

Bollettino Postale: la tradizione diventa digitale

ilgiornale.it

Non solo negli uffici postali ma anche in mobilità, direttamente da computer o da app: il bollettino postale si rinnova grazie alla nuove funzione di pagamento digitale

 



Tributi, saldo delle utenze, tasse, pagamento del bollo auto con solo 1 euro: sono solo alcune delle operazioni effettuate tramite bollettino postale, la soluzione di pagamento preferita dagli italiani grazie alla sicurezza e alla praticità di utilizzo immutate nel tempo. Senza dimenticare le caratteristiche che ne hanno fatto uno dei capisaldi delle metodologie di pagamento, il bollettino di Poste Italiane entra nell’era tecnologica mostrandosi in una nuova veste innovativa e al passo coi tempi.

Bollettino Postale: dalla tradizione all'innovazione

Come per molti prodotti di Banco Posta, anche il bollettino postale ha subito un processo di rinnovamento per soddisfare le esigenze quotidiane dei clienti di Poste Italiane. L’operazione può infatti essere eseguita non solo presso i circa 13 mila uffici postali sul territorio italiano ma anche in mobilità da computer o app effettuando una semplice registrazione al sito poste.it. Anche chi non è cliente BancoPosta può effettuare il pagamento connettendosi alla rete: accedendo al sito web di Poste Italiane tramite il proprio computer o utilizzando le app Ufficio Postale e BancoPosta per smartphone e tablet, basta effettuare il login con le proprie credenziali di accesso e inserire i dati riportati.

La svolta tecnologica del bollettino postale è anche nelle modalità di pagamento: oltre al versamento tradizionale in contanti allo sportello, la versione digitale dell'operazione permette l’addebito diretto sul proprio conto BancoPosta, sulle carte prepagate ricaricabili PostePay o sulle carte di credito dei circuiti Visa e Mastercard.



Non meno importante è poter eseguire il pagamento da casa propria direttamente al portalettere: questo servizio viene incontro alle necessità di chi non può muoversi dalla propria abitazione e non ha la dimestichezza con la versione digitale del bollettino. Ecco dunque che Poste Italiane mette a disposizione l'opportunità di richiedere la visita di un operatore postale dotato di strumentazione telematica direttamente a domicilio. Alla semplicità di utilizzo del servizio si aggiunge anche il fattore sicurezza: tra i vantaggi del bollettino postale vi è infatti anche quello di poter contare sulla ricevuta di pagamento che offre ai cittadini la garanzia dell’esito positivo con valore liberatorio a partire dalla data di esecuzione del versamento.

#essalutamassoreta

Nino Spirlì



L’Italia ha votato. L’Italia ha scelto. L’Italia ha deciso. Con grande umiltà, il Popolo Italiano ha ammesso di NON essere in grado di cancellare, cambiare, rinnovare la propria Costituzione. Con la stessa modestia, il Popolo Italiano ha affidato, ancora una volta, ai propri parlamentari il compito di farlo. Con maggiore calma e più attenzione di quelle da spendere in un’unica mezza giornata di una domenica prenatalizia. Senza arroganza, magari. Senza secondi fini.

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La Costituzione Italiana, pur nata in giorni viziati dal dolore, dalla rivalsa e dalla umana spietatezza, è una delle più ricche e nobili al mondo. Indossa i propri settant’anni con poderosa eleganza e si presenta ancora fresca e vigorosa. Qualche leggera ruga, nascosta qua e là, può essere spianata con attenti e rispettosi interventi, fatti da mani sapienti e con specifiche professionalità. Ma non io, né il mio simpatico salumiere; non la mia Mamma, né la sua fantasiosa parrucchiera; non il mio innamorato, né il suo autocarrozziere di fiducia, possiamo anche solo immaginare di essere dotati della virtù del Sapere necessario per “manomettere” una così perfetta opera d’arte giuridica.
Eppure, a quello eravamo stati chiamati, fraudolentemente, da una banda di furbe marionette, animate dalle ombre, ingrassate dai poteri occulti, desiderose di darsi una credibile umana personalità, pur conoscendo il vuoto interiore di cui son fatte.

Una “accozzaglia” di bamboccioni, choosy e arroganti, che ha creduto di potersi appropriare dell’Italia usandoci come piedi di porco per scardinare la porta del Sancta Sanctorum della nostra Patria. Se l’operazione fosse riuscita, saremmo stati i fabbricanti della corda con la quale ci avrebbero impiccato! I fabbri ferrai che avrebbero battuto, anello dopo anello, la catena della nostra futura schiavitù. Sì, avremmo intrecciato il nerbo col quale ci saremmo fatti frustare senza poter più fiatare, neanche per invocare la Pietà Celeste.

E loro, i ragazzacci del governo coi calzoni corti, avrebbero costruito il proprio futuro di dittatura politica, economica, finanziaria e sociale e ci avrebbero fatto ingoiare rospi velenosi, imponendoci pure la convinzione di averlo voluto fare spontaneamente e “democraticamente”. Una sorta di supposta di Stato. Avvelenata. Non ci siamo cascati. Grazie alla nostra Italianità. Grazie al nostro modo cazzaro di usare i social. Grazie all’ironia, all’autoironia, alla nostra innata predisposizione ad essere bastian contrario, anche nei momenti più drammatici. In quelli in cui è richiesta presenza di spirito, e coraggio.

Lo abbiamo guardato e riconosciuto per tempo, quel Re nudo, nella sua svelata stupidità; lo abbiamo smascherato (se mai ce ne fosse stato il bisogno) davanti alla folla dei Paesi del mondo; lo abbiamo rifiutato al cospetto della nostra Coscienza. Lo abbiamo rimandato ai “grembiulini” che ce lo volevano imporre, a comando, imburrato e pronto a scivolarci su per le budella e senza attrito. Quel sessanta per cento di un’altrettanto altissima percentuale di Votanti, invece, è pesato quanto uno schiaffo, così sonoro che ci impiegherà mesi a riprendersi l’innata cazzonaggine. Intanto, vaga per la Capitale, da Caifa a Pilato, per assicurare, per qualche giorno, una necessaria ordinaria amministrazione.

Poi, sarà valigia, spazzolino e biglietto ferroviario per Firenze. #essalutamassoreta

Scrive Spirlì

Salvini affonda il colpo: "La Boschi piange? Anche gli azionisti di Etruria"

Ivan Francese - Lun, 05/12/2016 - 11:42

Il leader del Carroccio esclude qualsiasi sostegno a un governo di scopo e affonda il colpo contro il governo Renzi: "Ha fallito, ora lasci. Voto con qualsiasi legge elettorale"

Matteo Salvini gongola. Di più, esulta. Questa mattina si presenta in conferenza stampa raggiante, deliziato dal compito che lo attende: commentare una vittoria che è effettivamente storica. Il segretario del Carroccio ha già svestito la felpa che ama indossare quando si aggira per i mercati e ha indossato una più istituzionale giacca blu e camicia bianca. I toni, però, sono già quelli da campagna elettorale.

"Grazie agli italiani per questa vittoria - gioisce - Ora però subito al voto, con qualsiasi legge elettorale. Rifiutiamo il sostegno a qualsiasi governo di scopo. Rifiutiamo altri sei mesi di dibattito sull'Italicum o sul Consultellum o su altro. Nel frattempo vigileremo contro eventuali capriole del premier: ha detto che si dimette e si deve dimettere." E ai cronisti che gli chiedono delle lacrime di Maria Elena Boschi, prima relatrice della riforma e grande sconfitta di questa consultazione elettorale, ricorda che hanno pianto anche i risparmiatori di Banca Etruria.

Quindi Salvini passa alla proposta: "Ci candidiamo a guidare il Paese, portiamo in dote il buongoverno del Veneto e della Lombardia, con pochi costi e servizi migliori. Torneremo ad essere padroni della moneta e dei confini. Il governo Renzi lascia un Paese disastrato, con l'economia in ginocchio e le banche al collasso." "Ci sconcerta il toto nomine - conclude - Quando il Presidente della Repubblica ci convocherà ribadiremo che chiediamo elezioni subito. Sicuramente ci saranno resistenze di parlamentari che vorranno tirare a campare, ma non c'è tempo da perdere".

Attenzione ai caricabatterie Apple contraffatti: sono pericolosi

La Stampa
andrea nepori

Molti alimentatori per iPhone e iPad venduti online come originali in realtà sono dei falsi. Test recenti ne hanno comprovato l’alto rischio di incendio o shock elettrico



A fine ottobre Apple ha denunciato il produttore di caricabatterie Mobile Star LLC, con l’accusa di vendere su Amazon alimentatori e cavi per iPhone non ufficiali spacciandoli per originali. Nel corso dei nove mesi precedenti alla denuncia, gli ingegneri di Apple hanno analizzato più di 100 alimentatori e connettori lightning comprati su Amazon e spediti direttamente dai magazzini dell’ecommerce: 9 accessori su dieci sono risultati contraffatti.

Un ulteriore studio commissionato dal Trading Standards , istituto inglese di vigilanza sui beni di consumo, delinea un quadro ancora più preoccupante. Dei 400 caricabatterie testati dai ricercatori dell’organismo inglese, solo 3 sono risultati sicuri contro lo shock elettrico grazie a un isolamento a norma. Gli alimentatori sono stati comprati online da 8 paesi differenti, compresi Stati Uniti, Cina e Australia.

“Gli originali possono costare qualche sterlina in più”, ha commentato Leon Livermore, Direttore Esecutivo del Chartered Trading Standars Institute, “ma i prodotti contraffatti o di seconda mano possono mettere a repentaglio la vostra casa, o addirittura la vostra vita o quella di un vostro caro”. Non è un’esagerazione. Un caricabatterie contraffatto e di bassa qualità che non rispetti le normative CE sull’isolamento elettrico può esplodere e provocare un incendio oppure mettere a repentaglio l’incolumità dell’utente con una scarica accidentale.

Una breve ricerca su Amazon.it con le parole chiave “caricatore Apple” mostra quanto sia facile, anche nel nostro Paese, incappare in un prodotto contraffatto. Il terzo risultato della nostra ricerca, ad esempio, dall’immagine in anteprima sembra un classico alimentatore per iPhone, con spina per la presa a muro e uscita USB. Costa 13,99€, però, contro i 25€ dell’originale disponibile su Apple.it. Per scoprire il motivo di un prezzo così basso basta aprire la pagina del prodotto e leggere le recensioni degli acquirenti: è chiaramente un prodotto contraffatto, nonostante nel titolo e la descrizione compaia l’esplicita dicitura “originale Apple”.

Amazon ha da poco avviato un’operazione volta alla rimozione dei prodotti contraffatti dal negozio online, minacciando cause legali contro chi vende prodotti non originali. In attesa che l’azienda di Jeff Bezos prenda provvedimenti anche nel settore degli accessori per smartphone, il consiglio è quello di acquistare solamente prodotti originali dal sito del rivenditore (in questo caso Apple). Per risparmiare qualche euro si può comunque optare per prodotti compatibili ma commercializzati da produttori di accessori riconosciuti e certificati. Su Amazon, ad esempio, sono disponibili caricabatterie universali USB a marchio AmazonBasics, insieme a decine di altri prodotti analoghi di marchi affidabili, dotati di tutte le certificazioni.

Piccola storia d’Italia con il gusto del panettone

La Stampa
barbara morra

Il cuneese Balocco si racconta in un libro



«Dentro le preoccupazioni, dentro l’impegno sempre vivo, a spronarti a continuare è la coscienza che altri, prima di te, hanno rischiato tutto. Hanno avuto il coraggio - un coraggio autentico, puro, sincero - di avere paura». Parole di Alberto Balocco, l’amministratore delegato della Balocco spa, che chiudono il libro Volevo fare il pasticcere, scritto con il giornalista Adriano Moraglio per Rizzoli e presentato ieri a Torino.

E’ la storia di un’impresa italiana attraverso le vicende famigliari, dalla seconda metà dell’800 ad oggi. Dal laboratorio di pasticceria in piazza del Castello all’industria dolciaria che esporta panettoni in una sessantina di Paesi al mondo, ha un fatturato che sfiora i 170 milioni di euro e dà lavoro a 500 persone. Tutto a Fossano, cittadina di 25 mila abitanti nella pianura della provincia di Cuneo. Si parte da Antonio «Toni Balocc», l’iniziatore, con la drogheria che produceva bon bon pieni di liquore. Il figlio, Francesco Antonio («quell’anarchico di un Tonio»), partì poco più che bambino alla volta delle migliori confetterie torinesi per imparare il mestiere e, tornato a casa, aprì prima una, poi una seconda pasticceria nel centro di Fossano.

Fu il figlio Aldo, subito dopo la guerra, a trasformare il laboratorio del padre in un’attività industriale, rendendola famosa per il panettone Mandorlato e i biscotti. Alberto, «Bebe», Balocco prese in mano l’azienda del papà nel 1989, neo laureato in Economia a soli 23 anni, insieme alla sorella Alessandra. Il libro è anche il racconto, umano, di una crescita interiore. Con la schiettezza e l’umanità che lo contraddistinguono, «Bebe» racconta il passaggio dal «ragazzotto» che, in pieno boom economico, «pure lavorando tanto, dormendo poco e avendo grane fin sopra i capelli…, va a mangiare con gli ex commilitoni nella caserma dei carabinieri di Fossano», all’imprenditore che, in viaggio in Usa con la famiglia, perde sonno e appetito per i problemi di avvio del nuovo, attuale, impianto di produzione in cui ha investito 10 milioni di euro.

In mezzo gli affetti. Per la mamma Anna Ferrero (morta lo scorso anno) che «ci ha insegnato umiltà e rispetto», la sorella e il cognato, Ruggero Costamagna («Io mi sento il visionario… Ruggero è l’operativo, quello che trasforma i sogni in realtà»). E la moglie Susy Pinto, origini napoletane, che con ostinazione ha lavorato alla nascita della Bottega Balocco Restaurant Cafè (inaugurata la settimana scorsa), all’angolo di piazza Castello a Fossano, dove nonno Antonio, nel 1927 aveva aperto la prima pasticceria. Infine, il papà Aldo, colui che fece il salto dall’artigianato all’industria, il «vero signor Balocco», Cavaliere al merito del lavoro. Il titolo? «A 23 anni - scrive Balocco - mi sono trovato a mandare avanti un’azienda che fa dolci, e a 50 non sono ancora capace a fare il pasticcere. È una cosa buffa. Eppure, il mestiere di pasticcere, anch’io come mio nonno, lo sognavo fin da piccolo».

Hai messo il telefono nel riso per farlo asciugare? Quei chicchi non sono più commestibili

La Stampa
angela nanni

Sms, chat, whatsApp, foto, video, musica. C’è un mondo intero dentro il nostro smartphone che racchiude uno spaccato significativo della vita di ognuno di noi. Un lavoro di ricerca americano recente ha sottolineato come studiare lo strato oleoso che si accumula sul display dopo l’uso quotidiano, consente di scoprire molto sulla vita del proprietario.  Ma allora basta immergere uno smartphone in acqua per cancellare ogni traccia di queste informazioni personali? O anche: se per sbaglio il nostro preziosissimo smartphone cade in acqua, oltre a cancellarsi tutti i nostri ricordi, si cancellano tutte le tracce biologiche?

«Sui telefoni, in realtà, si annidava davvero di tutto soprattutto quando avevano i tasti, adesso che hanno una superficie liscia o quasi, non sono dei veri e propri ricettacoli, tuttavia continuano a conservare significative quantità di materiale biologico e per questo andrebbero puliti con frequenza. Tutto quello che vi si accumula sopra non va lavato, ma più opportunamente rimosso usando un panno morbido in microfibra proprio come quello che si usa, di solito, per pulire gli occhiali.

L’immersione, anche accidentale in acqua, in ogni caso, non elimina le tracce biologiche per lo stesso motivo che se immergiamo le mani in acqua, senza strofinarle con il sapone, le mani non si puliscono! Ecco perché ci sono tutte le campagne di informazione su come lavare correttamente le mani per non diffondere le infezioni virali» spiega molto efficacemente il professor Gaudenzio Meneghesso ordinario di Microelettronica presso l’Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione.

ASCIUGARE LO SMARTPHONE: MITO O REALTA’?
Basta semplicemente fare un giro su internet per scoprire che in caso di un malaugurato tuffo del telefono in acqua, i più consiglino di provare immediatamente ad asciugarlo usando anche il riso o comunque con sostanze igroscopiche (che assorbono cioè acqua) in modo da rimuovere completamente l’acqua dai circuiti e poi, in un secondo momento, farlo ripartire con l’aiuto di un centro specializzato.

«Il possibile ripristino del corretto funzionamento dello smartphone dopo immersione in acqua mediante essiccazione dipende da una serie di fattori come per esempio, l’essere stato spento o acceso al momento del tuffo, ma anche dal livello di parziale impermeabilizzazione dell’apparecchio e altre condizioni che possono andare a influenzare la penetrazione dell’acqua all’interno del dispositivo – spiega il professor Maurizio Zamboni Professore ordinario presso il Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni e Presidente del corso di Studi in Ingegneria Elettronica del Politecnico di Torino - È bene rilevare, comunque – continua Zamboni - che se i costruttori di smartphone si affannano tanto per produrre e pubblicizzare telefoni impermeabili vuol dire che gli altri tanto bene non stanno se cadono nell’acqua».

A tale proposito gli fa eco il professor Meneghesso: «In genere i circuiti elettronici non alimentati da energia elettrica non soffrono particolarmente l’acqua, a meno che non li si immerga per ore o li si metta a fare un lavaggio completo in lavatrice. La mia personale esperienza, per esempio, mi ha insegnato che una chiavetta USB può resistere persino a un lavaggio in lavatrice, perché se non è collegata ad alcun dispositivo, non ha nessuna alimentazione elettrica, infatti le chiavette USB non dispongono di una alimentazione interna (batteria).

Ecco perché i danni maggiori lo smartphone li riporta se cade per errore in acqua mentre è acceso, perché può subire un vero e proprio shock elettrico (o cortocircuito che dir si voglia) che ne danneggia, con buona probabilità, i circuiti irreparabilmente. Ecco perché se un dispositivo elettronico cade in acqua, dopo averlo recuperato, è fondamentale spegnerlo immediatamente, togliere la batteria e poi asciugarlo al meglio, anche avvalendosi di sostanze igroscopiche come il riso».

IL RISO USATO PER ASCIUGARE IL TELEFONO NON È PIU’ COMMESTIBILE
Il riso eventualmente utilizzato come essiccante per lo smartphone (o altra sostanza igroscopica), si arricchisce o no delle nostre tracce biologiche, va buttato o è ancora commestibile? In merito il professor Zamboni commenta: «Se si riempie una scatola con il riso e si immerge al suo interno il telefono è da escludere che i chicchi entrino in diretto contatto con i circuiti e se lo smartphone non è stato immerso per settimane o mesi in acqua e dunque i suoi circuiti non hanno subito processi di ossidazione e trasformazione dei propri costituenti, direi che si può escludere un rilascio di materiali pericolosi per la salute».

A tal proposito, però, il professor Massimo Labra del dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano Bicocca puntualizza: « Il riso è certamente capace di assorbire molto bene l’umidità e non si può escludere che se sul nostro smartphone vi sono tracce di medicinali, di DNA o in generale di sostanze idrosolubili queste non finiscano nei chicchi di riso. Se ci si ferma a riflettere, in effetti, sarebbe come coltivare un campo di riso con acqua chimicamente contaminata e sperare che nessuno di questi entri nei semi e poi nella pianta di riso! Certamente dipende sempre dalla quantità e qualità dei contaminanti, ma in generale direi che non lo considererei igienicamente e chimicamente idoneo al consumo alimentare». 

“Prendo il cognome di mio padre Pitigrilli”

La Stampa
alberto sinigaglia

L’annuncio dello psichiatra torinese Pier Maria Furlan “Fu a lungo marchio d’infamia, ora lo voglio riabilitare”


Pier Maria Furlan Pitigrilli in una foto scattata a Parigi nel febbraio 1948

Pitigrilli fu a lungo un marchio d’infamia. L’accusa di aver denunciato Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Massimo Mila e Carlo Levi all’Ovra, la polizia segreta del duce, cancellò in Italia la sua gloria di scrittore. Ora Pier Maria Furlan, lunga carriera accademica e ospedaliera di psichiatra a Torino, conteso tra cariche e congressi internazionali, ha deciso di chiamarsi Furlan Pitigrilli. Al cognome della madre Lina Furlan, prima italiana di professione avvocato, ha ottenuto di aggiungere lo pseudonimo del padre, Dino Segre, saluzzese, per 20 anni romanziere di successo mondiale, nel dopoguerra esule volontario in Argentina e a Parigi, i suoi successivi 30 libri tradotti in 15 lingue, ma ignorati dai recensori italiani.

Di «Pitigrilli: l’uomo che fece arrossire la mamma» si occupò Umberto Eco ne «Il superuomo di massa», dedicando pagine importanti allo scrittore precocemente noto per il tempestoso amore con la poetessa Amalia Guglielminetti, musa di Guido Gozzano, e per l’erotismo, l’umorismo, l’ironia, il linguaggio spregiudicato fin dai titoli: «Mammiferi di lusso», «La cintura di castità», «Cocaina», «Oltraggio al pudore», «La vergine a 18 carati», «Dolicocefala bionda», «Le amanti» e tanti altri.

Perché, professor Furlan, aggiungere al suo cognome Pitigrilli? E perché farlo ora?
«Non mi interessa fare notizia, ma tramandare il nome di un grande letterato, innovatore, umorista che durante il proibizionismo morale del fascismo denunciava le scomode verità borghesi, coperte dal Minculpop. Un intellettuale coltissimo che Eco definì molto attuale. Soprattutto mi interessa che i miei figli possano essere orgogliosi del nonno, che ha segnato non solo la letteratura italiana, ma anche quella occidentale. Una figura con la quale, oltre all’affetto filiale, c’era una grande amicizia».

Lina Furlan detta Liù, fu la prima donna italiana a esercitare la professione di avvocato penalista e protagonista del foro torinese. Ne ha portato il cognome con orgoglio fino a oggi. Non le sembra in questo modo di rifiutarla, almeno in parte?
«No, anzi. Mia madre era donna molto affascinante e colta. Nei quasi 35 anni del loro matrimonio i miei genitori hanno mantenuto un’unità affettiva e intellettuale esemplare. Ricongiungendo i loro nomi, mi sembra di testimoniare un’unione che, a dispetto della fama di mio padre, di brillante seduttore, si è dimostrata solida e indispensabile a superare le drammatiche vicende della nostra vita».

Perché non rivendicare il cognome di Dino Segre, anziché lo pseudonimo Pitigrilli?
«Mio padre scrisse il libro “Mosè e il Cavalier Levi” per dimostrare che, superata la memoria dei lager nazisti, l’antisemitismo sarebbe tornato. E più volte mi chiese di non assumere un cognome così tipicamente ebraico per coerenza, perché non avevo più la cultura e le tradizioni di questo grande popolo da poter tramandare. Inoltre pensava che i pogrom e i lager sarebbero prima o poi tornati. Forse per questo, sin dai suoi primi scritti, adoperò uno pseudonimo».

La scelta di quel nome significa anche volontà di riabilitarlo, di rendergli giustizia?
«Le colpe che gli sono state attribuite non sono mai state realmente provate. E mi permetto di ricordare la pubblica difesa di mio padre da parte di Indro Montanelli, così come la rassicurazione che mi diedero personalmente Giulio Andreotti e monsignor Montini. Natalia Ginzburg, che faceva leggere le sue prime novelle a Pitigrilli, in ”Lessico famigliare” ne parla bene, e con Rita Levi Montalcini – che lo cita affettuosamente nel suo libro - passammo una piacevole serata, smentendo quelle infamanti accuse. Un po’ più libero dagli impegni medici e universitari, avrò finalmente tempo di esaminare con calma le casse di documenti conservati da mia madre. Purtroppo quelli di mio padre vennero rasi al suolo dal bombardamento del 1943».

Ha già ho cominciato a esaminare quei documenti?
«Emergono fatti significativi. Togliatti non concesse mai l’appuntamento più volte richiesto da mio padre. Le dicerie che le vere spie fossero personaggi insospettabili sono ora per me stimolo a improvvisarmi storico, a confrontare le non poche contraddizioni tra gli accusatori nella convinzione che fosse diventato un comodo capro espiatorio. Sarà mia cura non trascurare nessuna notizia utile a scagionarlo».

Suo padre non si era forse difeso abbastanza?
«No, uno scettico conservatore come lui non sapeva difendersi. Le cito un suo aforisma: “Se ti accusano di aver rubato la Tour Eiffel, prima scappa”. Non credeva nella giustizia degli uomini, e anche per questo il suo ritorno alla Chiesa cattolica, pur non praticante, fu autentico. Pio XII lesse e apprezzò la “Piscina di Siloe”, il cardinal Montini ricevette più volte mia madre».

Ha timori, sospetti?
«Le “Grandi Firme” di Pitigrilli - che furono chiuse proprio da Mussolini! - inventarono un genere di rivista. E con il “Dramma” mio padre diffuse e promosse in Italia i nomi degli scrittori stranieri più importanti, allora sconosciuti da noi; i suoi aforismi circolano tuttora citati da nomi famosi che se ne appropriano. Non sarà che gli attacchi vengono proprio da quella categoria che mio padre disprezzava? Non sarà che Pitigrilli è un autore ancora scomodo alla mediocrità regnante?».

Immigrato senza biglietto: «Scendi». Ma a processo finisce il capotreno

Il Mattino



FELTRE - Capotreno chiede il biglietto a un passeggero nigeriano che però si rifiuta di esibirglielo. Segue uno scambio di battute e poi, col reiterarsi del rifiuto, il dipendente di Trenitalia - un 50enne trevigiano - lo fa scendere alla stazione successiva. Lo ha accompagnato ai binari dove gli ha appoggiato i bagagli. Proprio per questo oggi si trova lui ad essere a giudizio, in tribunale, per violenza privata.

I fatti risalgono a due anni fa. Dopo averlo fatto scendere il capotreno dopo aver allontanato l'uomo avrebbe anche spostato i suoi bagagli. Poi, successivamente sarebbe nato un diverbio tra due dopo che il passeggero nigeriano si era recato a obliterare il biglietto per poter risalire a bordo. Quindi l'arrivo dei Carabinieri e l'inevitabile ritardo del treno.

«Al capotreno che si trova alla sbarra per violenza privata solo per aver fatto il proprio lavoro va la mia solidarietà. Non voglio entrare nel merito della vicenda giudiziaria, ma sarà mio compito interpellare Trenitalia e i Ministeri competenti, Viminale e Trasporti in primis. Occorre fare chiarezza e non lasciare da soli dei lavoratori che spesso si trovano in situazioni pericolose».

A dirlo è il senatore Giovanni Piccoli a commento della notizia, riportata da «Il Gazzettino», del capotreno trevigiano accusato in Tribunale a Belluno di violenza privata per aver fatto scendere dal treno - nella tratta Feltre - Montebelluna - un uomo nigeriano che si era rifiutato di esibire il biglietto, poi risultato non obliterato.

«Fatti come questi creano sconcerto perché si dà l'impressione che chi fa il proprio dovere non venga tutelato. Penso, al di là del procedimento legale, che la stessa Trenitalia debba non lasciare solo il proprio dipendente e che, più in generale, si studino delle soluzioni per rendere più facile e sicura la vita di chi lavora nelle stazioni e nei treni, dove spesso si creano situazioni di disagio e pericolo». «Da parte mia, partendo da questo caso paradossale, chiederò chiarezza a Ministero e Trenitalia.
Casi come questi non devono passare inosservati», conclude Piccoli.