sabato 10 dicembre 2016

Re

La Stampa
jena@lastampa.it

Mattarella vorrebbe dare un re-incarico a Renzi? E poi che facciamo, un re-referendum? 

Dopo la grande fuga, Varosha è una città fantasma dove tutto è rimasto cristallizzato alle vacanze del 1974

La Stampa
noemi penna



A Varosha, sull'isola di Cipro, il tempo si è fermato. Allo scoppiare del conflitto etnico, con l'invasione turca del 1974, gli abitanti della città di Famagosta abbandonarono il villaggio, progettando di ritornare una volta che la situazione si fosse calmata. Ma il colpo di Stato e il successivo affidamento dell'area alle forze Onu impedirono di fatto il reinsediamento nel quartiere turco-cipriota. E oggi, ad oltre quarant'anni dalla grande fuga, quel posto turistico è ancora una città fantasma con al centro resort a cinque stelle e attrazioni turistiche rimaste come cristallizzate.



Le immagini mostrano ancora oggi una Varosha degli Anni 70. La città è rimasta in totale abbandono, lasciata proprio così come si trovava. Nessun trasloco è stato fatto: i turisti hanno fatto le valigie e sono ripartiti. I residenti hanno preso tutto quello che potevano e sono scappati. Il resto è rimasto lì, sotto la polvere e la salsedine, all'interno di quei recinti che ancora oggi delimitano i confini della zona turco-cipriota, dove un tempo prendevano il sole Liz Taylor, Richard Burton, Raquel Welch e Brigitte Bardot.



Ma nonostante i danni dei bombardamenti e degli agenti atmosferici, non è morta la speranza di recuperare quell’angolo di Famagosta tanto amato dal turismo. In molti hanno lanciato appelli alla Turchia, con il desiderio di riportare Varosha allo splendore di un tempo. E fra loro c'è il cipriota Vasia Markides: oggi vive a New York ma ha presentato un progetto per trasformare il villaggio turistico in una eco-città, modello per la sostenibilità e la coesistenza pacifica.




Però, per il momento gli unici abitanti di questo villaggio spettrale sono le tartarughe marine, tornate a nidificare sulla spiagge deserte. E tutta l'area è ancora off limits: Varosha resta attualmente circondata da filo spinato e militari in pattuglia. E i colloqui di pace sono in attesa di riprendere da marzo del 2012.

A Cremona parroco rinuncia al presepe: “Rispetto verso le altre religioni”

La Stampa
lorenzo gottardo

Però una soluzione si è trovata e sarà allestito



Rinunciare al presepe natalizio come segno di rispetto nei confronti di chi professa un’altra religione: un gesto di profonda sensibilità, ma per alcuni anche molto discutibile. È quanto accaduto oggi a Cremona dove il cappellano del cimitero cittadino, don Sante Braggié, si è rifiutato di allestire la Natività all’ingresso del camposanto interrompendo così una tradizione che era stato proprio il suo predecessore, don Oreste Mori, ad inaugurare nel 2010. Don Sante Braggié ha motivato la decisione con «il rispetto verso le altre religioni e con la volontà di non farsi trascinare in mezzo alle dinamiche della politica».

E se nel primo caso il parroco è riuscito nel suo intento evitando di offendere i fedeli islamici e induisti che rappresentano le due comunità religiose (ad eccezione di quella cattolica) più cospicue della provincia, non si può dire lo stesso per il suo proposito di rimaner fuori dalla querelle politica che il suo gesto avrebbe inevitabilmente provocato. La presa di posizione di don Braggié ha infatti scatenato una disputa molto sentita all’interno della comunità cremonese e non solo.

Primo ad esprimersi sulla vicenda è stato il segretario cittadino della Lega Nord, Pietro Burgazzi: «Spero che la scelta di non fare il presepe al cimitero non sia ideologica, ma sentendo le critiche sembra proprio di sì. Vorrei che l’amministrazione si pronunciasse fornendo spiegazioni plausibili». Seguito da Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda e deputato della Lega Nord:

«Inconcepibile che sia proprio un sacerdote a vietare l’allestimento del presepe per non urtare la sensibilità degli immigrati di altre fedi. Il presepe fa parte della nostra tradizione storica e culturale».
Ma alla fine, nonostante le polemiche, una soluzione per il presepe di Cremona si è trovata: ad allestirlo non sarà don Sante Braggié, che ha commentato definendo il tutto «una bufala ottenuta strumentalizzando le sue parole», ma alcuni volontari che hanno risposto all’invito dell’ex assessore ai servizi cimiteriali, il leghista Claudio Demicheli. D’accordo con l’assessore in carica, Rosita Viola di Sel, il presepe verrà realizzato senza oneri aggiuntivi per il Comune.

Un esempio di comprensione e collaborazione sotto Natale, anche tra opposti schieramenti politici.

La gaffe di RaiNews: nella mappa due Molise e niente Marche

Luca Romano - Gio, 08/12/2016 - 17:35

Sulla pagina Facebook del sito di news della Rai appare una cartina del voto al referendum errata. E gli sfottò degli utenti



La concitazione del referendum fa brutti scherzi. Lo sanno bene a RaiNews.it sulla cui pagina Facebook la mattina di lunedì 5 dicembre è apparsa la mappa del voto. Peccato che tra le Regioni apparisse due volte il Molise, mentre non c'erano le Marche. Inoltre i dati della Toscana erano errati: l'infografica dava i No vincenti, mentre la Regione era colorata di verde come quelle in cui aveva trionfato il Sì.

In molti hanno fatto notare gli errori. Al punto che qualche ora dopo tra i commenti sono apparse le scuse e la cartina corretta: "Scusate per gli errori nella cartina! Purtroppo nella concitazione della notte elettorale qualche cosa ci è sfuggito...", hanno scritto i gestori della pagina, "Grazie alle vostre segnalazioni ora però la cartina è corretta. Buona giornata!"

Una coppia si rifiuta di lasciare un gatto paralizzato anche quando gli viene detto di farlo

La Stampa
cristina insalaco



Un gatto persiano, che vagava per le strade dell’Egitto trascinando le zampe posteriori senza una meta, è stato trovato da un volontario di un’associazione animalista locale. Il ragazzo ha immediatamente pubblicato la sua foto e scritto un post su Facebook, che è stato visto dalla persona giusta. «Il post mi ha colpita subito - dice Athina - E abbiamo deciso di portare il gatto negli Stati Uniti per curarlo urgentemente».



Qui due veterinari avevano optato per l’eutanasia, ma Athina non era d’accordo: «Nonostante non fosse in grado di camminare, il gattino era allegro e faceva le fusa - dice - non sapeva di essere diverso, e non potevo pensare che per lui non ci fossero più speranze». Quindi ha contattato un terzo veterinario dell’Oradell Animal Hospital, che ha deciso di operarlo: «Ha fatto un intervento per stabilizzare la spina dorsale», prosegue.



Durante la fisioterapia aveva ancora voglia di giocare, e dopo molti trattamenti e visite veterinarie in due mesi è completamente guarito. «Adesso è un gattino felice, e sto cercando per lui una sedia a rotelle». Nel frattempo è stato dato in adozione provvisoria, e ben presto potrà essere adottato in maniera definitiva. Aggiunge: «Il micio è arrivato negli Stati Uniti per essere operato e avere una vita migliore. Ha superato molti ostacoli, e se oggi sta bene è perché nessuno di noi si è mai arreso».

Un satellite per ripulire i rifiuti spaziali che orbitano attorno alla Terra

repubblica.it
EMILIO VITALIANO

Inseguirà i suoi simili in disuso e una volta individuato il target lo farà precipitare in maniera controllata, bruciando insieme nell’atmosfera terrestre. Il progetto dell’Agenzia Spaziale Europea per evitare in futuro un sovraffollamento ingestibile

SIAMO grandi produttori di spazzatura e non solo sul nostro pianeta. Ormai abbiamo riempito di rottami anche lo spazio intorno alla Terra ed è sempre più urgente una soluzione a questo annoso problema. A farsi carico di una questione ormai pressante è l’Agenzia Spaziale Europea (Esa), che sta portando avanti una pianificazione a lungo termine per alleviare il carico di oggetti inutilizzati sopra le nostre teste. Il progetto si chiama e.deorbit, dovrebbe vedere la luce nel 2023 e rispetterà un’idea di base improntata alla semplicità; infatti, è previsto l’utilizzo di un satellite che inseguirà dei suoi simili in disuso ed una volta individuato il target lo farà precipitare in maniera controllata, bruciando insieme nell’atmosfera terrestre.

Nonostante il concetto elementare che guida la realizzazione di questo strumento, concretizzarlo è tutt’altro che agevole. Si tratta di una vera e propria sfida tecnologica che l’Agenzia Spaziale Europea non ha mai affrontato finora e richiederà uno sforzo notevole. Saranno necessari sistemi di guida, di navigazione e di controllo estremamente avanzati, per svolgere tutte le operazioni, come riconoscere il target, catturarlo (forse tramite una rete, o un arpione, o una pinza robotica, o altro ancora) ed infine spingerlo verso il basso sempre in maniera controllata.

Sono previsti software di elaborazione delle immagini, che devono mettere in comunicazione i dati ottenuti da fotocamere con quelli laser per valutare la posizione ed il movimento dell’obiettivo. In ogni caso, il sistema nel complesso dovrebbe avere una grande capacità in termini di autonomia, poiché il controllo in tempo reale dalla Terra sarebbe troppo complicato, in particolar modo nel momento legato all’aggancio del satellite in disuso, la fase più critica.

Lo scopo è anche dimostrare le capacità tecniche dell’Esa e porla al vertice di un nuovo settore che ha potenzialità di sviluppo notevoli. Eliminare la spazzatura spaziale, infatti, è una sfida ambiziosa di cui si è già parlato spesso in passato, sia per dotare i satelliti di dispositivi che li facciano rientrare a Terra in caso di avaria o alla fine della loro vita operativa, sia relativamente al recupero di quelli vecchi e che ormai vagano da anni nello spazio. Per esempio, nel 2014, la Jaxa, l’Agenzia Spaziale Giapponese, aveva effettuato un test con una rete magnetica che, agganciata ad un detrito, aveva il compito di generare una corrente

elettrica indotta dal campo magnetico terrestre e trascinarlo verso orbite più basse per giungere all’incenerimento. Inoltre sono state portate avanti strategie (in questo caso a livello europeo) come lo Space Surveillance and Tracking (SST) per sorvegliare lo spazio, creare un database dei detriti in orbita e valutare i rischi d’impatti con tutte le conseguenze del caso. Lo scorso anno i vertici delle agenzie spaziali di Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna hanno anche costituito un consorzio per promuovere una strategia comune in merito.

Insomma, l’idea di monitorare e liberare il più possibile le orbite basse attorno alla Terra non è una novità e gli interessi in gioco appaiono di grande rilievo. Oltre alla necessità di effettuare una pulizia di quella che possiamo considerare una sorta di discarica abusiva, è fondamentale anche liberare degli slot per future missioni e ridurre i rischi di collisioni e di danni (come ricorda proprio l’Esa, l’impatto con un oggetto di un solo cm di diametro produce un effetto simile a quello di una bomba a mano). Non dimentichiamo che i satelliti sono ormai vitali in un mondo come il nostro: servono per i sistemi Gps, per le previsioni meteorologiche, per la telefonia e tanto altro ancora. E.deorbit sarebbe la prima missione al mondo capace di rimuovere dei grandi detriti che vagano nell’atmosfera terrestre.

Boom del vinile: in Gran Bretagna supera i download

repubblica.it
ANDREA SILENZI

Secondo i dati della Entertainment Retailers Association, per la prima volta il vecchio formato incassa più dei formati digitali: "E' un prodotto molto più attraente"

Boom del vinile: in Gran Bretagna supera i download

E se alla fine fosse proprio il vecchio vinile a salvare l'industria discografica? La questione è ovviamente molto più complessa, ma i dati di vendita del formato che sembrava rottamato alla fine degli anni Ottanta continuano a fornire indicazioni impensabili fino a qualche anno fa.

Secondo il report fornito dalla Entertainment Retailers Association, la scorsa settimana in Gran Bretagna le vendite del vinile hanno superato quelle dei download digitali: 2.4 milioni di sterline contro i 2.1 milioni del digitale. Nella stessa settimana del 2015, per il vinile vennero spesi 1.2 milioni di sterline contro i 4.4 milioni per il formato digitale. A parte la settimana del Record Store Day, lo scorso aprile, è la prima volta che il vinile vende più del digitale. Un risultato impensabile dieci anni fa, quando il vecchio disco sembrava spacciato.

Il revival del vinile è un fenomeno mondiale, ma il dato britannico appare particolarmente significativo, vista l'importanza di quel mercato. Kim Bayley, direttrice generale della ERA, ha legato il boom di acquisti allo shopping natalizio, sottolineando però l'importanza che la veste grafica e la qualità suono rivestono per gli acquirenti degli album. " Il vinile è un prodotto molto più attraente dei download digitali", ha dichiarato Bayley, "ed è anche aiutato dai supermercati (in Gran Bretagna sono in vendita in grandi catene come Tesco e Sainsbury, ndr) che ormai hanno in stock il vinile. Questo non solo incrementa il mercato esistente, ma ne crea di nuovo”.

La stessa Bayley ha ricordato anche come le stesse case discografiche siano tornate sui loro passi: mentre fino a poco tempo fa venivano messi in commercio quasi esclusivamente dischi di catalogo, e in particolare quelli più celebri, adesso vengono pubblicati dischi di ogni genere, dal pop alle compilation fino alle colonne sonore. Non a caso, nella classifica di questa settimana compaiono dischi di Kate Bush, Amy Winehouse, Busted, la colonna sonora di Guardiani della Galassia e la compilation Now that's what I call Christmas.

Le vendite del vinile sono in crescita un po' in tutto il mondo: negli Stati Uniti si è passati dai 4 milioni di pezzi venduti nel 2011 ai13 milioni del 2014, mentre in Italia, nei primi sei mesi del 2016, si è registrato un +43% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il vecchio 33 giri oggi raccoglie quasi 3,5 milioni di euro contro i 2,4 della prima metà dello scorso anno, portando la quota di mercato dei “dischi” al 5% del totale.

Secondo la Bayley, oggi c'è una nuova generazione di acquirenti di vinile. Moltissimi teenagers e under 25 che vogliono ascoltare i loro artisti preferiti attraverso oggetti più seducenti e più collezionabili: "E' molto difficile dimostrare il proprio amore per un musicista senza avere qualcosa a cui aggrapparsi".

Il fenomeno rigarda anche i negozi: mentre quelli dedicati ai cd stanno ormai scomparendo, aumenta il numero di quelli dedicati unicamente ai 33 giri. Secondo i responsabili dello storico negozio Rough Trade di Londra,  molti turisti entrano anche solo per comprare una copia di London Calling dei Clash. "E la gente non smette di chiedere The dark side of the moon dei Pink Floyd in vinile. E lo farà anche tra cento anni, quando saremo tutti morti".

Tre milioni di domini, l'Italia al sesto posto in Europa

repubblica.it
di LAURA MONTANARI

L'annuncio di Registro.it l'anagrafe web gestita dal Cnr di Pisa. "Ogni giorno una media di duemila nuovi ingressi e circa 900 cancellazioni"

Tre milioni di domini, l'Italia al sesto posto in Europa

Noni nel mondo e sesti in Europa: i domini internet contrassegnati dal .it superano quota tre milioni.  L'Italia della rete internet continua a crescere. Ma nonostante questo risultato, il 33% delle micro aziende nazionali non ha ancora un dominio sul web. Lo scenario arriva a quasi trenta anni dalla nascita del Registro.it, l'anagrafe dei nomi con dominio nazionale '.it' che ha sede presso l'Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr). Palazzina dell'area della ricerca, zona Cisanello, lontano dal centro della città.

E' lì in quelle stanze, in cui lavorano una settantina di addetti, che si trova l'anagrafe dei domini italiani, cioè il primo passo per chi vuole aprire un sito internet. E' lì che - con l'inserimento in un database - si battezzano i nuovi ingressi, ma è anche lì che piovono le cancellazioni: "Ogni giorno - spiega Maurizio Martinelli del Registro.it - calcoliamo una media di duemila nuovi domini e circa 900 cancellazioni". Chi chiede di sparire lo fa per cambi societari o per cessazioni o per altri motivi. 
 
Il punto it. Il dominio Made in Italy che ha segnato la quota tre milioni è quello di una ditta di abbigliamento di Eboli in provincia di Salerno. "Questo record conferma che l'Area della ricerca di Pisa del Cnr è protagonista oggi come allora, della storia della Rete italiana visto che - sottolineano il Cnr - il primo nome 'cnuce.cnr.it' era stato registrato nel dicembre dell'87 dal Cnuce, un istituto del Cnr pisano". Nel 2005 l'approdo al milionesimo dominio registrato, fu "lucavullo.it", assegnato a un privato cittadino e studente del Dams di Bologna. Nel 2010, i domini sono raddoppiati: in cinque anni erano arrivati a due milioni. E il duemilionesimo fu 'light-stone.it', richiesto da una società di Acqualagna (Pesaro Urbino).

"Il dominio '.it' conosce una costante crescita che nel tempo lo ha fatto preferire ad altre estensioni. Ciò è dovuto alla consapevolezza della necessità di un marchio distintivo 'Made in Italy' anche per quel mercato globale ed altamente competitivo che è la Rete", spiega Domenico Laforenza, direttore del Registro .it e dello Iit-Cnr.  Il dato positivo, è che il dominio '.it' viene preferito dal 73% delle imprese campione rispetto ad altre estensioni come il '.com', '.net', '.eu' e '.org'.

La classifica. Nel mondo il paese in cima alla classifica dei domini Internet nazionali è la Cina con quasi 20 milioni (19.870.668), seguono la Germania (16.153.416) e il Regno Unito (10.628.761), mentre l'Italia è nona. Con i loro numeri, Germania e Regno Unito guidano la classifica dei paesi europei in cui il nostro paese è sesto sopra la Francia.

Quanto costa. Per registrare un dominio oggi in Italia bisogna rivolgersi a una delle 1.254 società che vanno da mediazione fra il Registro.it e i clienti. Di queste, 1.147 sono italiane, 107 invece straniere. "Per ogni nuovo dominio le società registrar che fanno da intermediarie - riprende Maurizio Martinelli - ci versano 4 euro e 3,30 all'anno per ogni rinnovo della registrazione. In genere al cliente finale la sola registraizone può costare intorno ai 7 euro, ma poi tutto dipende dai servizi offerti come la casella di posta elettronica, l'hosting e altri servizi per la creazione e il funzionamento del sito internet. In media si arriva a 30-40 euro o più".

Le "pagine gialle" dell'Agroalimentare. Fra le categorie censite del Registro.it una particolarmente importante è quella del settore Agroalimentare: "Abbiamo contato fino a 100mila aziende e siccome questo è un settore trainante per l'Italia a breve presenteremo un grande portare che le elenca tutte, una specie di pagine gialle del web per l'agroalimentare dove si possono trovare in ordine si settore o alfabetico aziende che producono vino, olio, allevamenti, ristorazione etc...".

Lo studio. Su mandato del Registro.It nel 2016, la società Pragma ha condotto l'indagine "digitale e web nelle micro imprese italiane". Il campione analizzato è di 1200 micro imprese che abbiano fino a nove addetti e rappresentative di tutti i settori del manifatturiero, del commercio, dell'edilizia e dei servizi. Ciò che è emerso è che il 67% delle imprese ha almeno un dominio, e il 5% ne ha più di uno. Il 65% delle micro imprese con un dominio, lo usa per leggere la posta e solo il 15% lo usa per fare comunicazione e marketing. Emerge altresì chiaramente che il 91% non fa alcuna attività di e-commerce. Il campione preso in analisi sottolinea un altro dato e cioè che facebook, nonostante i suoi 28 milioni di utenti, viene usato a fini imprenditoriali solo dal 27% degli intervistati mentre il 71% ammette di non avere nessuna pagina aziendale su nessun social network.

«Denuncia Lotti, La Stampa non ha segreti»

La Stampa
anna masera

Le risposte di Jacopo Iacoboni alle domande di Valigia Blu



«Caso Beatrice di Maio e cyber propaganda: alcune domande a La Stampa» ha scritto su Twitter lo scorso 30 novembre Andrea Zitelli, del blog collettivo Valigia Blu . Le domande si riferiscono a un articolo su La Stampa del 16 novembre scorso a firma di Jacopo Iacoboni che informa il pubblico sulla denuncia da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti contro l’account Twitter di Beatrice Di Maio, presunta star pro Movimento 5 Stelle sul social network, per diffamazione. In seguito la moglie di Renato Brunetta, deputato di Forza Italia, ha affermato di essere lei Beatrice Di Maio. L’articolo ha scatenato un acceso dibattito portando anche il Partito Democratico a presentare due interrogazioni parlamentari. Ho rivolto le domande al collega Iacoboni.

Ecco le sue risposte.

La prima domanda riguarda il metodo scientifico che sta alla base dell’analisi matematica che cita, fatta sui dati pubblici di Twitter. 
«Il metodo lo dirà chi ha fatto l’analisi matematica. È stata citata perché utile a fornire un quadro alla notizia di cui siamo venuti a conoscenza: la denuncia di Luca Lotti all’account Beatrice Di Maio per diffamazione. La Stampa ha riportato tale notizia, dandole un contesto e spiegandola».

La seconda domanda chiede perchè sia stato concesso l’anonimato se i dati sono pubblici. 
«I dati sono “pubblici” nel senso che riguardano le parti pubbliche dei social network, alle quali qualunque scienziato o semplice cittadino può avere accesso. Noi abbiamo fedelmente raccontato ciò di cui siamo venuti a conoscenza».

L’ultima domanda riguarda la data di inizio dell’analisi matematica:
«E’ luglio come sembra? Da quando il giornalista ne è a conoscenza?».
«La prima domanda andrà rivolta a chi ha svolto l’analisi. La Stampa ne ha solo avuto notizia, e l’ha pubblicata quando ha appreso della denuncia».

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Run Mario, run! L’idraulico più famoso del mondo approda su iPhone

La Stampa
alessandra contin

Lo storico personaggio di Nintendo protagonista di un gioco da scaricare su App Store. Disponibile dal 15 dicembre, replicherà il successo di Pokémon Go



La decisione di Nintendo di rendere disponibili alcune sue figure iconiche su dispositivi mobili, tablet e smartphone, era stata accolta con scetticismo dai fan, almeno fino al successo planetario avuto da Pokémon GO. Il ciclone Pokémon GO è stato il giro di volta che ha ridato linfa vitale ai Pocket Monsters, consacrando Sole e Luna, titoli recentemente usciti per sistemi Nintendo DS, come il miglior lancio mondiale Pokémon di sempre.

Nintendo non nasconde la soddisfazione e pensa che il lancio di Super Mario Run per dispositivi IOS possa seguire la scia dei Piccoli Monsters. Usare l’effetto nostalgia, raggiungendo il cuore di quei bambini ormai cresciuti, ma memori dei pomeriggi passati in compagnia dell’idraulico Mario e contemporaneamente avvicinare nuove leve di videogiocatori, abituate allo smartphone, all’universo fantastico e colorato di Nintendo, aumentando così il suo bacino d’utenza.



Super Mario Run, presentato lo scorso settembre all’evento Apple di San Francisco, è a tutti gli effetti un videogame di Mario completo. Il titolo si può giocare con una mano sola utilizzando unicamente il pollice e ha come nucleo centrale la modalità Mondi. Una volta scaricato - gratuitamente - si ha accesso ai primi 3 livelli del primo mondo, più 20 secondi del quarto livello. Pagando 9,99€ si accede ai restanti 5 mondi per un totale complessivo di 24 livelli, senza ulteriori micro transazioni.

Ogni livello di gioco ha una particolare serie di monete collezionabili di color rosa, viola e nere. Trovando tutte le monete rosa si potrà rigiocare la stessa sessione per dare la caccia a quelle di color viola e infine alle nere. Un sistema a difficoltà crescente che dona a questo divertente platform a scorrimento un’ottima longevità. Nella Modalità Sfide Toad sarà possibile gareggiare con amici o perfetti sconosciuti selezionati tra quelli con abilità e punteggi simili ai nostri. Questa modalità è asincrona, non si gioca in tempo reale, ma si cerca di battere un risultato già realizzato.



Come in ogni gioco di Mario che si rispetti anche Super Mario Run ha personaggi sbloccabili e tra questi gli immancabili Yoshi e il fratello Luigi.

Le modalità citate sono solo un assaggio di tutto quello che troverete in Super Mario Run, un gioco divertente e corposo, magistralmente realizzato come tutti i titoli che sino a oggi hanno visto come protagonista l’idraulico più famoso del mondo. Super Mario Run è compatibile con dispositivi iPhone, iPad e iPod touch che supportano iOS 8.0 o versioni successive. A partire dal 15 dicembre sarà lanciato, in download su App Store, in 151 paesi. Il gioco è localizzato in italiano. È previsto che arrivi anche per sistemi Android.

«Prima i partigiani mi rapirono poi uccisero mio padre Ugo»

Roberto Festorazzi - Gio, 08/12/2016 - 08:04

Un retroscena mai svelato che getta altre ombre sulla fine di un fascista perbene, morto all'inizio della guerra civile



La sera del 12 novembre 1943, verso le 18, il cassiere del Banco Ambrosiano di Erba, Ugo Pontiggia, uscì dall'ufficio accingendosi a percorrere i pochi metri che lo separavano dalla sua abitazione, in via Volta 2. Il bancario si trovava in un punto illuminato dalla luce fioca di una lampadina da 10 volt, in via privata Argimira, quando si sentì rivolgere un invito perentorio, con un'arma puntata alla schiena: «Avanti, cammina!».

Erano due giovani partigiani venuti a sequestrarlo. Poco distante vi era la macchina su cui avrebbero voluto caricarlo a forza. Pontiggia intravvide un suo conoscente, Angelo Pozzoli, che era titolare di una fabbrichetta di stufe. L'uomo stava dirigendosi a bere un calice di vino, al bar della «Lola», lì vicino. Pontiggia, che già stava opponendo resistenza ai suoi rapitori, i quali avevano cominciato a sospingerlo verso l'automobile, si aggrappò così all'unica possibilità di scampare, invocando aiuto: «Pozzoli! Pozzoli!

Vieni qui un momento!». Il piccolo imprenditore fece per avvicinarsi, e a quel punto i due partigiani spararono al povero Pontiggia, che crollò a terra. Quindi freddarono con due colpi Pozzoli. Se il fabbricante di stufe morì all'istante, il bancario rimase invece ferito gravemente: soccorso e trasportato all'ospedale Sant'Anna di Como, spirò dopo cinque giorni.

Questa è la storia dell'assassinio di due fascisti perbene, nella fase d'innesco della guerra civile che insanguinò l'Italia, durante la Repubblica di Salò. Ma, dietro il dramma dei familiari, i quali si videro strappare i loro cari, così, per strada, con una crudeltà inaudita, si cela una storia che non è mai stata interamente narrata: quella di due grandi talenti letterari i quali, dopo un lungo periodo di incubazione, nella sofferenza per la privazione della figura paterna, sono sbocciati, direi esplosi.

Ugo Pontiggia era infatti padre di un futuro scrittore e di un poeta. Giuseppe Pontiggia, scomparso nel 2003, è noto al grande pubblico, così come i lettori conoscono suo fratello maggiore, Giampietro, classe 1927, che ha scelto il nome artistico di Giampiero Neri. Peppo Pontiggia, nella sua produzione letteraria, ha dedicato soltanto poche righe al ricordo del genitore. Neri, invece, ha più lungamente rievocato la tragedia che spense per sempre la serenità e la pace di una famiglia: e il merito di aver sollevato per primo il velo su questo dramma intimo e rimosso spetta ad Alessandro Rivali, autore del libro-intervista Giampiero Neri, un maestro in ombra (Jaca Book, 2013).

A quel racconto si aggiunge ora un nuovo, significativo capitolo, grazie a quanto Neri svela per la prima volta, in una conversazione con il Giornale. Ne emergono i contorni di un caso che non è semplicemente umano: ma è un giallo, storico e politico, che non ha trovato finora né una spiegazione, né tanto meno una soluzione. Papà Pontiggia, nato nel dicembre 1900, era un uomo leale e buono, circondato dalla stima generale, e profondamente innamorato della sua famiglia, della moglie Angioletta Frigerio e dei figli, ma anche della cultura.

Racconta Giampiero Neri: «Credo che la sua vasta libreria fosse unica, nel suo genere, a Erba. Era un lettore paziente. Leggeva di tutto, specialmente testi di storia, ma era anche un cultore del Manzoni. Era un uomo molto sentimentale. Aveva un temperamento lirico, amava la musica, specie quella operistica, e i libri». Che fine ha fatto, la biblioteca? «Una gran parte l'abbiamo dovuta vendere quando, dopo la morte di mio padre, ci siano ritrovati poveri».

Giampiero Neri riconosce che in quella casa, dove si respirava cultura, la venerazione per i libri costituì un insegnamento per i figli: «Credo che mio padre ci abbia trasmesso, in un modo per noi inconscio, inconsapevole, molto del suo amore per il sapere. Ma anche da mia madre abbiamo appreso molto. Lei aveva più libertà di pensiero, era attrice di una filodrammatica di paese, ma poté esibirsi, sul palcoscenico del Teatro Sociale di Como, recitando in una rappresentazione de La nemica di Dario Niccodemi».

Neri descrive il padre come «fascista per convinzione, e non per convenienza: credo che fosse stato inizialmente repubblicano. Portava infatti la cravatta all'anarchica. La famiglia di mia madre era stata addirittura iniziatrice del movimento delle camicie nere, a Erba». Si giunge così a delineare il clima di torva sopraffazione, mascherata da nobili intendimenti politici, in cui venne a maturare, come un fiore del male, il duplice delitto del 12 novembre 1943.

L'assassinio di Pontiggia e Pozzoli nasconde infatti un antefatto svelatoci da Giampiero Neri: «Un giorno, prima della ripresa delle lezioni scolastiche, nell'ottobre del '43, io venni sequestrato, insieme ad altri miei amici, con i quali ero andato in montagna. Fu durante la nostra discesa, dalla Capanna Mara verso Erba. Ci hanno visto, ci hanno preso, puntandoci addosso le pistole: Mani in alto!. Erano in due: un vecchio e un giovane. Ci trattennero per alcuni giorni. Ci fecero degli interrogatori. Volevano sapere che cosa fossimo andati a fare in montagna, rispondemmo che eravamo andati a fare un'escursione».

Dunque, Giampietro Pontiggia, insieme ad altri tre compagni, venne tenuto sequestrato, per quattro giorni, da elementi sbandati, i quali dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 avevano cominciato a popolare le alture dell'Alpe del Vicerè. Si trattava più di renitenti, datisi alla macchia, che di veri e propri partigiani. Ecco il seguito del racconto: «Ci ammonirono di non riferire che eravamo stati fermati. Ma, purtroppo, una volta a casa, non resistetti all'interrogatorio di mia madre. Per giustificare quella prolungata assenza, avrei dovuto inventarmi una storia: che mi fossi slogato una gamba, per esempio. Mi trincerai invece dietro il silenzio e ciò incuriosì e insospettì maggiormente i miei genitori».

La narrazione del sedicenne Giampietro, suscitò allarme, tanto da innescare una segnalazione alle autorità fasciste, probabilmente da parte dello stesso Ugo Pontiggia. Neri non crede al nesso causale tra l'episodio del suo sequestro e il successivo tentato rapimento del padre, sfociato poi nel suo brutale assassinio, e mi confuta quando tento di condurlo su questa traccia: «Lei legge l'azione contro mio padre come una ritorsione, ma non vedo quale legame possa esistere tra i due episodi. Lui non accettò di seguire quei due giovani che non c'entravano nulla con quelli che mi avevano sequestrato. Uno dei due che spararono a mio padre era un certo Ferrari, che poi dovette scappare dall'Italia perché responsabile di altri fatti di sangue».

Aggiunge il poeta: «Sa, quelli erano momenti in cui la vita di un uomo valeva poco. Certo, per noi la morte di mio padre è stata una tragedia. Non c'è nessun motivo per diminuire la gravità di quello che è successo». Chi, in famiglia, ha sofferto di più per quanto accadde? «Certamente mia madre, e poi, devo dire, mia sorella Elena, sia pure in maniera criptica, perché nessuno di noi l'ha capita. Lei era la più piccola, la vezzeggiata da mio padre. Lui stesso, al ritorno dalla campagna di Grecia, ci raccontò che, quando fu colpito da una scheggia di mortaio, nel delirio provocato da quella ferita, gli era apparsa Elena».

L'ultimogenita aveva otto anni, quando il padre se ne andò da questo mondo. Ne restò segnata, tanto da togliersi la vita, neppure ventenne. Neri si commuove al ricordo dello strazio interiore della sorella: «La sua psiche rimase ferita, di questo sono assolutamente certo. Negli anni del dopoguerra in cui vivemmo a Varese, scriveva sui muri della città: Io sono Elena, figlia di Ugo, e sarò sempre fascista». Che cosa rimane, in Giampietro Pontiggia, della figura paterna? «Oggi sento su di me la sua presenza protettiva. Anche se, in verità, qualche volta, mi immedesimo io stesso nel ruolo del protettore: ho più del doppio degli anni che aveva mio padre, quando venne ucciso. Lui, allora, stava per compiere 43 anni, e io ne ho ormai 90. Quindi, sono io a proteggerlo. Sì: forse, sono diventato il suo custode».