mercoledì 14 dicembre 2016

Nokia torna in campo, ma il primo cellulare è "vecchio stile"

Lucio Di Marzo - Mer, 14/12/2016 - 12:52

Niente fronzoli, niente internet e batteria a lunga durata: un ritorno al passato



Arriveranno anche gli smartphone, perché nell'era della connessione sempre e a tutti costi non è pensabile essere competitivi sul mercato con dei telefoni non all'altezza, ma intanto Nokia si riaffaccia nel settore del mobile e lo fa con un prodotto vecchio stile.

Il nuovo "150" farà tornare in mente ai più i fasti del brand svedese. Batteria dalla durata lunghissima, niente internet, niente fronzoli e un tastierino fisico, il modello in arrivo nel 2017 è frutto dell'accordo decennale con HMD Global e della produzione da parte della Foxconn.
Disponibile anche con una doppia Sim, avrà anche un grande classico pre-installato: il gioco Snake, tra i primi a comparire sui cellulari. Negli Stati Uniti il prezzo del telefonino sarà irrisorio: 26 dollari, tasse escluse. Ma Nokia prepara anche la sua produzione di fascia alta.

Dal prossimo anno Nokia tornerà a competere anche nel campo degli smartphone, ma per capire con quali modelli e con che potenzialità, toccherà aspettare ancora qualche mese.

Walt Disney, 50 anni dopo la morte ecco i mille volti del mago delle illusioni

La Stampa
guido tiberga

Geniale, cinico, grande innovatore. Il creativo che cercava amava gli effetti speciali quasi profetizzasse il 3D


Walt Disney (qui sullo sfondo dei suoi personaggi più celebri) era nato a Chicago il 5 dicembre 1901. Morì a Burbank il 15 dicembre 1966

Morti reali e apparenti, trasformazioni mostruose e tentati omicidi. Una protagonista che irrompe nella dura vita quotidiana di un gruppo di diversamente abili, usa le loro cose, stravolge le loro abitudini, ne fa innamorare senza speranza almeno un paio. Un assassino che tenta di ammazzare una ragazzina, un veleno nascosto nel più innocuo dei cibi, persino un bambino muto e un po’ tonto costretto a lavorare in miniera. 

Sembra la trama di un b-movie per adulti dai risvolti horror, una provocazione al buon senso, un insulto al politicamente corretto. Invece è soltanto Biancaneve e i sette nani, il film che molti ricordano come il simbolo della dolcezza di un tempo che non esiste più, l’opera sulla quale Walter Elias Disney, di cui ricorre domani il cinquantenario della morte, mise in gioco tutto se stesso: dalla faccia al portafogli, dalla reputazione alla fiducia degli artisti che lo avevano aiutato a costruire il sogno che avrebbe cambiato per sempre il mondo dell’intrattenimento.

È difficile collegare l’immagine che è rimasta di Disney con la sua biografia. Walt, d’altra parte, è stato tante cose insieme: il creativo ispirato capace di inventarsi personaggi memorabili. Il fanatico fascistoide che faceva la spia per gli uomini di McCarthy nella caccia ai «rossi» di Hollywood. L’approfittatore cinico che condannò alla damnatio memoriae il suo amico Ub Iwerks, il vero creatore di Mickey Mouse. Il «padrone» pronto a cacciar via sui due piedi chiunque non accettasse un lavoro fatto di straordinari non retribuiti.

Non solo zucchero
Il 5 dicembre del ’36 - ma questo aneddoto non compare in nessuna delle biografie ufficiali - Walt ordinò ai suoi disegnatori di organizzargli una festa di compleanno nel teatro di posa aziendale. Due di loro, più irriverenti degli altri, buttarono giù uno schizzo animato in cui Topolino consumava «contro natura» il suo amore con Minni: una goliardata pesante, ma anche una metafora di come i dipendenti dello studio concepivano il loro rapporto con il capo. Le risate furono travolgenti, e pure Disney sembrava divertito, tanto da alzarsi ad applaudire. «Chi sono gli autori?», chiese con un sorriso incoraggiante. I due sventurati risposero, senza scorgere la trappola: un attimo dopo erano senza lavoro, travolti dalle urla del capo.

Mezzo secolo dopo la morte, di quell’uomo geniale e forse cattivo è rimasto poco. Oggi «Disney» non è più soltanto un cognome: è diventato il termine simbolo di un mondo zuccheroso e infantile, di un divertimento sano e lontano dalla violenza, di un buonismo stucchevole ed esasperato. Walt, probabilmente, non ne sarebbe contento. Lui, i bambini, li amava poco: quando Via col vento superò Biancaneve nella classifica del box office, commentò il sorpasso dicendo che la cosa non sarebbe mai successa se così tanti ragazzini non avessero visto il suo film pagando soltanto dieci centesimi di biglietto ridotto. 

Disney lavorava per gli adulti. Ai disegnatori di Biancaneve che gli proponevano una regina rotonda e cicciona in pieno stile cartoon, rispose che voleva «una via di mezzo tra Lady Macbeth e il Lupo cattivo». Tornato da un viaggio in Europa, impose le illustrazioni di Doré per l’Inferno dantesco come modello per la fuga della ragazza nella foresta, con gli alberi che si trasformano in mostri dai lunghi artigli e i tronchi che diventano coccodrilli. I film degli anni Trenta su Dracula e Nosferatu furono proiettati negli Studios come ispirazione per il castello della regina, la cui trasfigurazione in strega cattiva fu «ordinata» da Disney con queste precise parole: «Si devono vedere molte ombre, e lei deve venir fuori dalle ombre come mister Hyde dal dottor Jekyll».

Disneyland sopra tutto
Oggi, forse, gli piacerebbe essere ricordato per quello che in fondo era veramente: un innovatore, un uomo che ha anticipato i tempi, un artista che ha preso la sua arte e ha saputo scaraventarla avanti di anni, un curioso affascinato dalla tecnica. In un mondo povero di effetti speciali, solo la tecnica poteva placare la sua grande ossessione: dare al pubblico «l’illusione della vita». Non a caso Diane Disney, nella sua biografia del padre uscita nel ‘58, scrisse che «l’unico vero obiettivo» di Walt era Disneyland. Perché solo a Disneyland «l’illusione della vita» è totale, assaporabile con tutti e cinque i sensi, ben oltre le tre dimensioni virtuali della computer animation: solo qui un adulto sano può chiedere l’autografo al pupazzo di Pippo senza sentirsi uno squilibrato, entrare nel castello della Bella Addormentata, salire trepidante sul sommergibile del capitano Nemo, volare contento sulla giostra dei Dumbo. 

Gli imagineers - i «fanta-ingegneri», come Disney chiamava i progettisti del parco - non avevano a disposizione le magie dell’elettronica per dare al pubblico l’impressione del 3D: ci riuscirono benissimo lavorando di leve e ingranaggi: Ub Iwerks - sempre lui - mise a punto un sistema che attivava i manichini all’arrivo di un segnale sonoro. Il realismo era (ed è ancora) perfetto: pirati caraibici, seguaci di Capitan Uncino, fantasmi che infestano vecchie magioni. La gente passa, sorride e non si stupisce. Perché il segreto di Disney, anche adesso che sono cinquant’anni che lui non c’è più, è proprio questo: aver reso vero e credibile un mondo allucinato fatto di topi, paperi e vecchie favole europee riscritte secondo il gusto americano. Con la tecnologia limitata del suo tempo, ma con la fantasia eterna dei geni.

Quasi mille dispositivi della Apple sono nel mirino degli investigatori italiani

repubblica.it
di ALDO FONTANAROSA

La società di Cupertino dà notizia delle richieste di accesso che - nei primi 6 mesi dell'anno - le nostre autorità le hanno indirizzato per iPhone e iPad. Domande anche per iCloud, dove ci sono tutti i dati sensibili delle persone, dalle mail ai documenti

Quasi mille dispositivi della Apple sono nel mirino degli investigatori italiani

Succede in tutto il mondo, capita anche in Italia. La Polizia, i Carabinieri, la Finanza investigano sulle persone e provano ad esaminare - a un certo punto - i loro dati più personali. La conferma arriva dal rapporto che la Apple pubblica ogni sei mesi, fin da gennaio 2013, per fare il punto sulle richieste che ha ricevuto dalle "government agencies", dalle agenzie governative, dagli inquirenti.

Richieste che prendono di mira dispositivi della Apple (soprattutto iPhone e iPad) e account della Apple (come iTunes e iCloud). Richieste che puntano a strappare - dalla privacy di persone sotto inchiesta - elementi utili alle indagini. Il punto del rapporto che più impressiona riguarda iTunes, dove noi compriamo canzoni, video o film; e soprattutto iCloud, dove è custodito e replicato l'insieme dei nostri dati. La Apple ne è consapevole. In questo spazio virtuale - scrive - ci sono le fotografie della persona, ci sono i suoi documenti, i siti preferiti, i contatti, le e-mail. Come dire tutto.

Tra gennaio e giugno del 2016 - periodo in esame nell'ultimo rapporto - Apple ha ricevuto 45 richieste di accesso dal nostro Paese, relative a 54 account personali. Ora la società statunitense chiarisce che concede dati su questi account solo nel caso gli investigatori abbiamo un mandato di perquisizione; soltanto quando la loro richiesta appare proporzionata e ragionevole; soltanto se la concessione dei dati non mette in pericolo la vita di una persona (supponiamo un dissidente politico) oppure di minori. Per questo, appena 17 account sono stati "aperti" alla curiosità dei nostri inquirenti.

Peraltro Apple "avverte la persona" bersaglio della richiesta, "a meno che le agenzie governative non ci abbiano vietato di farlo" perché decise a proteggere la segretezza delle indagini. E l'apertura in un account o di un dispositivo non è mai totale. Si cerca di trasferire agli investigatori "il minor numero di elementi possibile".

Una sola volta, Apple ha concesso una corsia preferenziale e permesso l'accesso immediato - ad un dispositivo, ad un account - pressata da una richiesta urgentissima delle autorità italiane. In questo modo, l'azienda ha cercato di aiutare una persona che si trovava "in pericolo di morte oppure in una condizione di grave pericolo". I casi di apertura-lampo sono limitati, se ne contano 171 nel mondo.

Su scala mondiale, ecco la classifica delle richieste per account personali: - Stati Uniti in testa, con 9090;
- Cina 1560;
- Regno Unito 310;
- Germania 244.

Quasi mille dispositivi della Apple sono nel mirino degli investigatori italiani
Il numero di richieste delle autorità italiane ad Apple

Molto alto è il numero di richieste che arrivano per i dispositivi fisici (come l'iPhone o l'iPad). L'Italia ha recapitato 946 domande (nei sei mesi del rapporto), domandando di entrare in 1615 apparecchi della Mela (una stessa persona può avere più macchine). Ma in questo caso la società statunitense sdrammatizza il fenomeno. Nella "maggioranza dei casi", utenti italiani hanno perso il loro apparecchio oppure ne hanno subìto il furto. Quindi hanno fatto denuncia alle autorità, che hanno chiesto ad Apple di rintracciare o bloccare i dispositivi.

In ogni caso, Apple ha fornito dati per 603 dispositivi italiani (nei sei mesi in esame).

Colleghi di Natale

La Stampa
massimo gramellini

Il bene non si commenta, si racconta. C’è questa giovane operaia di Marostica con una bimba di sei anni colpita da una malattia degenerativa. Per accudirla servono tanti soldi e tanto tempo. L’operaia esaurisce prima i soldi e poi il tempo: tutto il monte ferie accumulato. Ricorre al congedo previsto dalla legge 104, ma domani scadrebbe anche quello e non le resta che rinunciare allo stipendio, mettendosi in aspettativa. Si trascina dal capo del personale a comunicargli la sua scelta obbligata, ma si sente rispondere che può tornare tranquillamente al capezzale della figlia.

I colleghi hanno raccolto 198 giorni di ferie e li hanno infiocchettati per lei. Sotto l’albero le faranno trovare quanto possiedono di più prezioso: il loro tempo. Quand’ero piccolo mia nonna diceva che gli unici regali che valgono sono quelli in cui il donatore rinuncia a qualcosa di suo. Mi sembrava una predica da vecchi. Ora non più, forse sto diventando vecchio anch’io.

Ciascuno ha contribuito alla colletta in base alle proprie possibilità: i neoassunti regalando qualche ora, i più anziani addirittura una settimana. L’aspetto più straordinario di una storia già così poco ordinaria di suo è che l’azienda in cui lavora quell’operaia è piuttosto grande e molti di coloro che hanno rinunciato alle ferie conoscevano la beneficiata soltanto di sfuggita. Alcuni non la conoscevano proprio. Perché lo hanno fatto, allora? Il bene non si commenta, si racconta. Almeno ogni tanto, per ricordarsi che c’è. 

Assad, repressione con hi tech italiano

repubblica.it
di STEFANIA MAURIZI

Ci sono anche due aziende del made in Italy nella lista delle imprese che hanno fornito al regime di Damasco gli strumenti per realizzare un capillare sistema di intercettazioni. Lo rivela un report della Ong Privacy International. Appalti partiti nel periodo 1999-2011, quando l'Occidente aveva ancora rapporti commerciali con la Siria. Ma che gettano un'ombra sul ruolo svolto dall'Europa nel sostenere uno dei più feroci dittatori del Medio Oriente

Assad, repressione con hi tech italiano

Un paese distrutto, 250mila morti e metà della popolazione - undici milioni di persone su un totale di ventidue – costretta a fuggire in cerca di salvezza. E' questa la tragedia della Siria, sprofondata da cinque anni e mezzo in una guerra civile senza uscita. Sulla feroce repressione da parte del padre padrone della Siria, Bashar al-Assad, delle proteste popolari scoppiate nel 2011, sull'onda della Primavera araba, si è scritto molto, ma poco si conosceva finora dell'apparato di sorveglianza messo in piedi dal regime nel decennio che ha preceduto il grande massacro.

Ora però un report, che Repubblica rivela in esclusiva per l'Italia, lo ricostruisce, con tanto di nomi delle aziende che hanno fornito al dittatore queste tecnologie famigerate, che possono essere usate per spiare attivisti, dissidenti, giornalisti e l'intera popolazione. E nella lista di aziende non potevano mancare le imprese italiane. Area Spa di Vizzola Ticino, in provincia di Varese, che proprio una settimana fa è finita nelle cronache perché al centro di un'inchiesta penale della procura di Milano che riguarda gli affari della società in Siria, ma anche RCS Spa di Milano, l'azienda di sorveglianza finita nello scandalo dell'intercettazione Piero Fassino-Giovanni Consorte "Ma allora, abbiamo una banca?".

Ad aver indagato sull'apparato della sorveglianza del regime di Assad è "Privacy International", Ong con sede a Londra considerata un'autorità nel settore della protezione dei diritti digitali e della privacy. E' importante capire che nel decennio che ha preceduto l'esplosione della guerra civile, il governo di Damasco era riconosciuto dai governi europei, anzi era considerato un alleato e quindi certe relazioni commerciali erano perfettamente lecite, anche perché non esistevano leggi che regolamentavano l'esportazione delle tecnologie per la sorveglianza, che solo nel 2014 sono state dichiarate dall'Unione Europea "beni dual use", ovvero per uso sia civile che militare, la cui vendita all'estero è soggetta ad autorizzazione.

E' solo dopo l'introduzione delle sanzioni al regime siriano per la feroce repressione dei moti di protesta del 2011 e dopo l'introduzione delle leggi europee di controllo delle esportazioni dei sistemi di sorveglianza che la vendita al regime siriano di questi apparati sono diventate un reato. Tutto ha inizio nel 1999, quando, secondo Privacy International, la Siria mette in piedi il suo primo sistema di controllo delle comunicazioni fisse, mobili e via internet. A commissionarlo è l'azienda di stato delle telecomunicazioni: "Syrian Telecommunications Establishment" (Ste). "Ste agiva come una copertura per le agenzie di intelligence, in particolare per la 'Branch 225', l'agenzia siriana di spionaggio elettronico", scrive Privacy nel suo report, citando ingegneri a conoscenza del fuznionamento del sistema di intercettazioni legali in Siria.

L'espressione cruciale in questa storia è proprio "intercettazioni legali": tutte le aziende che operano nel business della sorveglianza ci tengono a precisare di lavorare in un quadro legale e pienamente legittimo, dove l'individuo sorvegliato ha precise garanzie e a sorvegliare su di esse è l'autorità giudiziaria del paese che gestisce il sistema di intercettazioni creato e commercializzato dalle aziende del settore. La realtà, purtroppo, è diversa: la tecnologia non distingue tra buoni e cattivi e tra usi legittimi e illegittimi. Non è dunque un caso che le stesse identiche aziende che in Italia, come in tutto il resto del mondo, forniscono sistemi di intercettazioni alle procure per sorvegliare criminali, terroristi e mafiosi, riforniscano anche i dittatori di queste tecnologie della morte.

Almeno fino al 2004, il regime siriano si affida soprattutto ai tedeschi: Siemens e Utimaco sono le due aziende che introducono 'Lims', il sistema di gestione delle intercettazioni legali capace di operare su tutta una serie di reti delle comunicazioni, intercettando in tempo reale telefonate, sms, fax, email, chiamate Skype, chat. Con questa tecnologia tedesca, il governo siriano poteva controllare le comunicazioni che viaggiavano sulle reti costruite da Nokia Siemens e Huawei, mentre sulle reti costruite con tecnologia svedese Ericcson, venivano usati sistemi di fabbricazione svedese.

A partire dal 2007, il regime di Damasco vuole aggiornare la sua rete di controllo e una delle aziende che sanno muoversi bene sul terreno siriano è Advanced German Technology (Agt), uno degli intermediari più attivi. Il business della sorveglianza è infatti terreno fertile per intermediari e rivenditori che offrono la flessibilità richiesta da questo tipo di affari, che prosperano in una giungla di aziendone e aziendine, società off-shore e paradisi fiscali, che fanno perdere le tracce di chi vende a chi e che cosa. E' grazie a questa giungla che molte delle società del settore riescono a piazzare la loro tecnologia aggirando ogni sorta di embargo e sanzioni.

Agt è un'azienda messa in piedi da due fratelli siriani che hanno ottenuto la cittadinanza tedesca: Anas e Aghiath Chbib. Secondo Privacy International, è attiva nella vendita di sistemi di sorveglianza al governo siriano fin dal 2002. Ma è nel 2007 che alla società si presenta l'occasione per mettere in piedi il 'Central Monitoring System', un sistema centralizzato che, recitano i documenti della gara di appalto ottenuti da Privacy International e allegati nel report, ha "la capacità di monitorare tutte le reti che usano i servizi di comunicazione dei dati all'interno del territorio siriano".

A partecipare al bando per la fornitura del sistema è l'italiana Rcs SpA, insieme ad Agt, ma alla fine, si legge ancora nel report, "la rivale di Rcs, l'azienda italiana della sorveglianza Area, avrebbe vinto la gara, secondo la corrispondenza visionata da Privacy International e secondo la testimonianza di persone vicine al progetto". Nel dossier di Privacy c'è una illuminante lettera in cui l'azienda Agt, partner dell'italiana Rcs, getta dubbi sull'offerta della concorrente Area: "AGT ha avuto il primo contratto per internet in Siria nel 2002 - scrive l'azienda nella missiva - e abbiamo lavorato per dieci anni nel settore del controllo della rete e delle chiamate con molte aziende europee che vendono tecnologie per le intercettazioni.

La decisione della Ste e dei suoi utenti finali [della tecnologia, ndr] di ricorrere a una gara di appalto per garantire trasparenza è eccellente, ma ha un punto debole, che è la legge stessa secondo cui l'assegnazione va all'offerta più conveniente: la maggior parte dei paesi non fa eccezioni sulla base della sicurezza nazionale, e questo permette ad alcune agenzie ostili di infiltrarsi nel paese attraverso la 'porta' dell'offerta più conveniente. Questa situazione si è verificata in Germania nel 2003, in India nel 2006 e a Malta nel 2007 e 2008: i contratti sono finiti ad aziende che offrivano l'offerta più vantaggiosa, che era appoggiata da Israele".

C'è ovviamente un motivo per cui l'azienda sconfitta cita Israele: è l'arcinemico della Siria, con cui il regime di Damasco non ha relazioni diplomatiche, e rappresenta una potenza immensa nel settore dello spionaggio elettronico. Nel suo report, Privacy International racconta come la Siria richieda ai fornitori di tecnologie della sorveglianza il prerequisito di non avere fatto affari con Israele in questo settore, un prerequisito su cui aziende come Rcs Spa sono pronte ad assicurare il regime siriano: "Siamo lieti di confermare ufficialmente - scrive la Rcs in una delle corrispondenze citate da Privacy - che la Rcs non ha venduto/comprato a/da Israele alcun sistema o parte di sistema rivelante per le intercettazioni legali".

Nonostante la lettera, Rcs e l'azienda Agt non vincono la gara, ma, secondo Privacy International, nel 2009 Rcs riesce comunque ad accaparrarsi la fornitura di un sistema di intercettazione delle comunicazioni internet via satellite: in molte aree rurali e remote della Siria, infatti, l'accesso alla rete passa attraverso provider che fanno ricorso a satelliti come Aramsat per garantire il collegamento.

Quanto ad Area, invece, avrebbe lavorato al sistema di controllo 'Central Monitoring System' con l'azienda francese 'Qosmos'. E poiché in Francia non si scherza, oggi tanto Qosmos quanto Amesys, l'azienda francese che ha fornito tecnologia per la sorveglianza al regime di Gheddafi, sono al centro di un'inchiesta penale per la loro presunta complicità rispettivamente nelle torture dei regimi siriano e libico.

In Italia, invece, mettere il dito nella piaga degli affari spregiudicati delle nostre aziende cyber non sembra una priorità. Così questi affari continuano a prosperare nell'ombra. E se anche qualche procuratore iniziasse a scavare e contabilizzare le gravissime violazioni dei diritti umani, rese possibili dai sistemi di intercettazione tricolore, qui da noi non esisterebbe neppure una legge per colpire la loro complicità nelle torture.

Ominidi, la famiglia al tempo di Lucy: le impronte svelano la poligamia Studiando i passi, un team gui

repubblica.it
di SILVIA BENCIVELLI

Studiando i passi, un team guidato da ricercatori italiani riscrive la storia dei nostri antenati

Ominidi, la famiglia al tempo di Lucy: le impronte svelano la poligamia

Sono nuovi passi nella comprensione della nostra storia: passi, o meglio impronte, impresse nel fango di 3,65 milioni di anni fa da un gruppo di nostri antenati in cammino all'ombra del vulcano Sadiman, nell'odierna riserva del Ngorongoro in Tanzania. La scoperta, presentata oggi in un articolo sulla rivista scientifica eLife , è avvenuta nel sito archeologico di Laetoli a opera di un gruppo di ricercatori dell'Università di Dar es Salaam, in Tanzania, in collaborazione con scienziati delle università di Perugia, Pisa, Firenze e Sapienza Università di Roma, riuniti in un progetto riconosciuto dal ministero degli Esteri. Ed è importante non solo perché fornisce altri dettagli sulla più antica passeggiata preistorica di cui si abbia traccia.

Ma anche perché misurando la dimensione di quelle orme permette di capire come fossero fatti fisicamente coloro che le hanno prodotte e suggerisce qualcosa di nuovo sulla loro organizzazione sociale. Le impronte appartengono infatti a individui della specie Australopithecus afarensis , la stessa della famosa Lucy: antenati dell'uomo in linea diretta, tra i 3 e i 4 milioni di anni fa percorrevano le pianure africane, camminando su due gambe più o meno come noi. Il primo indizio delle loro antiche passeggiate fu ritrovato negli anni Settanta dalla leggendaria antropologa inglese Mary Leakey sempre nel sito di Laetoli.

In quel caso si trattava di una fila di impronte appartenute a tre individui. Oggi sono state trovate le impronte di altri due individui, che nello stesso momento stavano andando nella stessa direzione e alla stessa velocità dei primi tre. Insomma: stavano andando insieme a loro, come una piccola comitiva, camminando sulla cenere ancora calda del vulcano e sotto la pioggia che avrebbe trasformato quella cenere in fango e poi in tufo, cristallizzando lì per milioni di anni l'impronta dei loro passi.

Ma su chi fossero i membri di quel gruppo c'è una sorpresa: misurando la dimensione delle impronte, gli scienziati hanno infatti scoperto che uno dei cinque aveva un gran piedone ed era quindi verosimilmente un maschio, il più grande della sua specie di cui fino a oggi si sia trovata testimonianza. Ne segue che probabilmente gli altri quattro, più piccoli di lui di almeno cinquanta centimetri, erano due femmine e due bambini oppure tre femmine e un bambino. E questa osservazione ha diverse conseguenze.

La prima è sul nostro immaginario: la "passeggiata di Leakey", infatti, è stata fino a oggi rappresentata su tutti i libri come una romantica camminata familiare, con due adulti di dimensioni simili, talvolta addirittura mano nella mano, e il loro figliolo a zompettargli intorno. Invece più verosimilmente i nostri antenati maschi e femmine erano di dimensioni molto diverse tra loro, un fenomeno che gli scienziati chiamano dimorfismo sessuale. Nel caso di Australopithecus afarensis il dimorfismo doveva essere molto marcato, come succede oggi per i gorilla e non invece in altre specie di primati, per esempio gli scimpanzé.

Il che potrebbe significare che anche la struttura sociale dei gruppi di australopitechi fosse più simile a quella dei primi che a quella degli secondi. "Cioè - spiega Giorgio Manzi, antropologo alla Sapienza Università di Roma - ci dice che gli australopitechi erano verosimilmente organizzati in gruppi con un maschio dominante e il suo harem di femmine. E non in gruppi promiscui con maschi e femmine più o meno di dimensioni simili e con un peso simile nella scelta del partner sessuale, come tra gli scimpanzé. E nemmeno in coppie, come tendiamo a fare noi umani".

Adesso c'è da dare un nome a lui, il capogruppo dal piede grande. Gli scienziati hanno già una proposta: "Chiamiamolo Chewie, come Chewbecca, il personaggio di Guerre stellari ", prosegue Manzi. "Anche lui è una scimmia bipede di grandi dimensioni che viene da un altro mondo e che, come Chewbecca, ci parla di sé ma non con la nostra lingua". Parlano per lui i suoi passi, che sono arrivati a noi a fianco di quelli di antenati di altri animali, mammiferi e uccelli, e persino delle gocce d'acqua piovana caduta quel giorno sulla cenere calda del Ngorongoro.

L'Onu cambia idea, Wonder Woman non sarà più ambasciatrice per la parità di genere

repubblica.it
di FRANCESCA DE BENEDETTI

Troppe le voci contrarie, sia dal Palazzo di Vetro che dalla società civile, con tanto di petizione da decine di migliaia di firme per chiederne le "dimissioni". Ma dal mondo dei fumetti qualcuno non si rassegna

L'Onu cambia idea, Wonder Woman non sarà più ambasciatrice per la parità di genere

Può correre a velocità supersonica, è la regina del corpo a corpo ed è (quasi) invincibile. In quarantacinquemila sono riusciti a metterla al tappeto: Wonder Woman non sarà più l'ambasciatrice onoraria delle Nazioni Unite per la parità di genere. Troppe le voci contrarie, sia dal Palazzo di Vetro che dalla società civile, con tanto di petizione da decine di migliaia di firme per chiederne le "dimissioni". Ma dal mondo dei fumetti qualcuno non si rassegna.

La "nomina" di Wonder Woman. La Super Donna, all'anagrafe Diana Prince, nasce 75 anni fa dalla penna di William Moulton Marston. L'obiettivo è quello di fare irruzione in un mondo dei fumetti dominato da supereroi maschi, come Batman o Superman. "Volevo dare a Diana tutta la forza dei suoi omologhi maschili, ma anche il fascino di una donna bella e brava. Intendevo darle la tenerezza e l'amorevolezza di tutte le brave donne", raccontò all'epoca Marston. A Diana diede anche un costume succinto, una bandiera americana, e poi la dotò di un lazo magico in grado di far dire la verità a chi ne viene avvinghiato.

Quella che per lui era all'epoca una conquista del femminismo, oggi diventa il bersaglio delle femministe stesse. Il 21 ottobre, 75 anni dopo il primo sbarco di Wonder Woman sulle pagine dei fumetti, le Nazioni Unite hanno reso ufficiale la nomina. "Con il supporto della Warner Bros e della DC Entertainment", ha fatto sapere il Palazzo di Vetro, "scegliamo la Super Donna perché ci aiuti nella nostra campagna per la parità di genere, perché lotti con noi contro le discriminazioni".
 
L'Onu cambia idea, Wonder Woman non sarà più ambasciatrice per la parità di genere
L'attrice Lynda Carter, che ha interpretato Wonder Woman, durante la cerimonia al Palazzo di Vetro

Scandalo e proteste. La Wonder Woman in carne e ossa di oggi, l'attrice Gal Gadot, assieme alla Super Donna dei primi tempi, Lynda Taylor, si sono accomodate sulle poltrone dell'organizzazione internazionale con il sorriso sulle labbra. Ma dietro l'angolo, nei corridoi del Palazzo di Vetro, è andata in scena la prima protesta silenziosa contro Wonder Woman. A sfilare fin dentro il luogo della cerimonia, in segno di dissenso, sono stati proprio i dipendenti dell'Onu.

"Il limite è stato superato", hanno fatto presente alcuni di loro. "Le Nazioni Unite avrebbero potuto scegliere come proprio segretario una donna, e questo sì che sarebbe stato un segnale di parità". Invece il successore di Ban Ki-moon è il portoghese Antonio Guterres, che ha da poco fatto giuramento per assumere l'incarico. "Real women deserve a real ambassador" è uno degli slogan scelti dallo staff dell'Onu, a cui poi si sono aggregati in migliaia, sottoscrivendo una petizione contro la Super Donna.

L'Onu cambia idea, Wonder Woman non sarà più ambasciatrice per la parità di genere
La protesta dello staff dell'Onu

"Basta con le pin up!". Sarà anche stata una precorritrice dell'emancipazione, ma lo è stata 75 anni fa, dicono i firmatari. Che puntano il dito contro "questa donna bianca, vestita in modo succinto, con un corpo che nella realtà non potrebbe mai avere simili proporzioni, pettoruta, avvolta nella bandiera degli Stati Uniti". "E' davvero questa l'immagine che serve all'Onu per realizzare obiettivi come la lotta allo sfruttamento sessuale?", si chiedono le decine di migliaia di sottoscrittori.

E di fronte all'incalzare dell'insofferenza, le Nazioni Unite cedono: dopo un paio di mesi, ecco che Wonder Woman viene "scaricata". Ufficialmente, nessuna ammissione sulle ragioni del passo indietro. La DC Entertainment, anzi, rilancia: "La nostra eroina è un simbolo di pace e di uguaglianza nel mondo". Sarà, ma intanto nel Palazzo di Vetro nove incarichi apicali su dieci vanno ai maschi. Ai dipendenti e ai firmatari non bastano più i fumetti: non può essere soltanto un'eroina di carta, a sfondare con i suoi super-pugni il soffitto di cristallo.

Parigi. Scoperto disegno di Leonardo. È uno dei San Sebastiano mancanti

repubblica.it
di ARTURO COCCHI

Scovato, quasi per caso, dal direttore della casa d'aste Tajan, che ha chiesto due pareri, l'ultimo alla massima esperta delle opere su carta del genio vinciano del Met di New York. Quasi certamente autentico: sarebbe una delle 8 riproduzioni del martire di Diocleziano citate nel Codex Atlanticus. Sarà venduto a 15 milioni

Parigi. Scoperto disegno di Leonardo. È uno dei San Sebastiano mancanti

Un disegno di 19x15 cm, che raffigura San Sebastiano, ed è quasi certamente uno degli otto disegni dedicati al santo che il suo autore ha catalogato nel Codex Atlanticus, oggi custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Un Leonardo da Vinci (quasi certamente) autentico, come non se ne rinvenivano da sedici anni, che il direttore di una casa d'aste parigina ha scoperto per caso, analizzando, per sua stessa ammissione con un misto di fretta, disattenzione e supponenza, tra un portfolio di disegni che un medico in pensione gli aveva chiesto di valutare.

Quello che potrebbe sembrare il sogno proibito di qualunque titolare di casa d'aste è accaduto a Thaddé Prate, direttore della sezione opere antiche della Tajan parigina, che oggi valuta l'opera, adeguatamente ricollocata in una cornice antica con adeguato cavalletto, una cifra pari a 15 milioni di euro.

Come racconta il NY Times, il "ritrovamento" risale a marzo scorso, quando appunto Prate ricevette la visita dell'ex medico (di cui, per suo stesso desiderio, si sa solo che risiede in un qualche luogo della Francia centrale). L'uomo aveva con sé 14 disegni senza cornice, una piccola collezione di opere che appartenevano a suo padre. A smantellare l'iniziale diffidenza, fu un possente studio penna-inchiostro che riproduceva il martire legato a un albero alla base di un monte. Prate vide "un interessante lavoro del Sedicesimo secolo, che richiedeva ulteriore approfondimento".

Il 55enne esperto d'arte chiese un secondo parere a Patrick de Bayser, un commerciante d'arte indipendente, specializzato in disegni di autori classici. Fu lui a osservare che l'autore era mancino, e ad accorgersi dei due piccoli disegni di natura scientifica, situati su retro del foglio: studi della luce della candela accompagnati da annotazioni scritte, in caratteri molto piccoli, da destra verso sinistra, nel tipico italiano rinascimentale. Prate racconta che i due si guardarono negli occhi.. "E se fosse un Leonardo?", i due si chiesero all'unisono in un misto di stupore e di incredulità...

A quel punto Prate cercò un terzo, possibilmente definitivo, parere e si rivolse a Carmen C. Bambach, massima esperta di disegni antichi italiani e spagnoli presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Al Met Bambach aveva curato, nel 2003, la "Leonardo Da Vinci, Master Draftsman", la prima mostra onnicomprensiva del lavoro su carta del maestro vinciano negli States. Quella mostra, tra l'altro, racchiudeva gli unici due San Sebastiano sino ad ora ritrovati, tra gli otto che Leonardo cita nel Codice Atlantico (custoditi nei musei di Amburgo e di Bayonne, Francia).

"I miei occhi sono usciti dalle orbite - ha raccontato al New York Times Bambach, descrivendo il momento in cui de Baysier gli ha mostrato il disegno - E' perfettamente complementare rispetto al disegno di Amburgo", riferendosi a come lo studio del santo legato all'albero racchiuda studi ottici del punto di vista opposto dell'inquadratura (il San Sebastiano di fresca scoperta è raffigurato di fronte, inquadrato leggermente da sinistra, quello custodito nella città anseatica mostra il profilo sinistro, preso da destra), e come le notazioni dell'una e dell'altra opera siano coerenti tra loro. "L'attribuzione è sostanzialmente inconfutabile - garantisce Bambach, nonostante la totale assenza di storia, di cambi di proprietà, per il

disegno scoperto in Francia, che sembra come apparire sulla scena all'improvviso, nel ventesimo secolo. La studiosa aggiunge che l'opera coincide con la più accreditata tra le teorie che hanno ipotizzato come potrebbero o sarebbero potuti essere i "San Sebastiano" che mancano all'appello. Sorta di step successivo rispetto al disegno di Amburgo, è disegnato con due tonalità di inchiostro contro una, offre diverse modifiche nella posa della figura umana e aggiunge un paesaggio montano di sfondo. "Ci sono così tante idee che cambiano, così tanta energia nel modo in cui esplora la figura... Il mio cuore pulsa sempre forte quando penso a quel disegno", assicura l'esperta.

Secondo la dottoressa Bambach, il disegno data intorno agli anni 1482-1485, agli inizi del periodo milanese del genio da Vinci. Sarebbe quindi coevo della prima versione della Vergine delle Rocce, custodita al Louvre. La studiosa auspica che l'opera, che verrà venduta nei prossimi mesi, sia acquistata da un museo francese. Se la scoperta non verrà confutata, sarà il primo Leonardo ad essere scoperto, dal 2000. Allora fu Sotheby a offrire un foglio, di dimensioni minori, che conteneva studi su Ercole e Cariddi. Identificata proprio da Bambach, fu venduta al prezzo relativamente modico di 550mila sterline del tempo. Oggi è di comune proprietà del collezionista Leon Black e del Metropolitan di New York, che a quanto pare non è intenzionato ad acquistare l'ultimo San Sebastiano

Dichiarato morto, pensione bloccata. Dimostra di essere vivo, non basta

Claudio Cartaldo - Mar, 13/12/2016 - 09:45

La banca ha bloccato l'accredito ad un pensionato perché dichiarato morto dal Comune. Lui dimostra di essere vivo, ma dovrà attendere il 2017 per riavere i soldi

Era vivo e vegeto, ma il Comune lo aveva inseriro chissà per quale motivo nella lista dei defunti. E così gli hanno bloccato la pensione. Lui ha dimostrato di godere di ottima salute, ma questo non basta per riottenere immediatamente i soldi: dovrà aspettare il 2017.

L'assurda vicenda burocratica, come scrive il Gazzettino, arriva da Mestre (Venezia), dove un pensionato è stato dichiarato morto dal suo Comune e così la banca gli ha bloccato l'accredito automatico della pensione sul conto corrente. L'uomo se n'è accorto quando la filiale ha disposto pure il "risarcimento" all'Inps dell'importo delle pensioni dei mesi di ottobre e novembre, visto che il pensionato è stato dichiarato morto a settembre.

Peccato però il cimitero il pensionato l'ha visto solo da lontano. E probabilmente spera di non vederlo a lungo. Magari godendo della sua pensione. E così è andato immediatamente allo sportello della banca per dimostrare di essere vivo e riottenere quando gli spetta di diritto. La banca capisce, concede un fido, eppure per riavere la pensione non basta: l'uomo "defunto" dovrà aspettare il 2017 per rivedere l'accredito dall'Inps. Per fortuna si dice che in questi casi la vita venga allungata di almeno 10 anni.

L'accusa ad Amazon: "Dormiamo in tenda per non perdere il posto"

Luca Romano - Lun, 12/12/2016 - 10:48



Una tenda da campeggio, piazzata nei boschi vicino allo stabilimento Amazon di Dunfermline, nel Regno Unito. Una situazione estrema, a cui alcuni dipendenti del colosso online sostengono di essere stati costretti per evitare un licenziamento che, in caso di ritardo, è praticamente assicurato, in una compagnia più volte accusata di imporre ritmi massacranti ai suoi lavoratori.

È il tabloid Metro a raccontare i fatti, spiegando che per alcuni dei lavoratori dormire all'addiaccio è sembrata l'unica soluzione possibile. Il clima è intimidatorio, sostengono, a causa di un dirigente dello stabilimento locale, che è stato molto chiaro sulla facilità con cui i suoi dipendenti possono perdere il lavoro.

La testimonianza anonima raccolta dalla pubblicazione spiega che i dipendenti non potevano permettersi un appartamento nei pareggi e che per questo hanno optato per una soluzione estrema. Ma la società non ci sta.

"La sicurezza e il benessere dei lavoratori sono la nostra priorità, paghiamo stipendi competitivi retribuendo i nostri lavoratori con 7,50 sterline l’ora per chi inizia fino ad arrivare a 11 sterline l’ora per chi lavora con noi da più tempo".

Studenti del Pininfarina contro la borsa di studio al compagno venditore abusivo di merendine

La Stampa
giuseppe legato

Protesta davanti alla scuola: «Ingiusto premiare l’illegalità e non i meriti scolastici». Lui li sfotte in chat: «Siete degli handicappati». Anche Libera e Acmos contro il riconoscimento



Cinquecento studenti del Pininfarina hanno manifestato contro l’assegnazione di una borsa di studio al compagno di scuola che vendeva abusivamente panini e merendine all’interno dell’istituto tecnico di via Ponchielli. «Non ci pare giusto che venga premiata un’attività illegale e non invece il merito di chi studia tutto l’anno duramente». Gli studenti non sono entrati a scuola e hanno esposto striscioni che criticano la Fondazione Einaudi che oggi consegnerà allo studente imprenditore una borsa di studio per premiare «il suo spirito di iniziativa». 



Il giovane, intanto, ha irriso su una chat i compagni che hanno esibito i messaggi di scherno: «Domani andrò in tv probabilmente e anche quelli del Pininfarina la fuori a protestare come c....i con il freddo e tutto. Tanto la borsa di studio la prendo comunque. Sono solo degli handicappati».

Anche Libera Piemonte e l’associazione Acmos sostengono la manifestazione degli studenti dell’Istituto Pininfarina di Moncalieri contro la decisione di premiare il «venditore abusivo di merendine» in quanto esempio di imprenditorialità: «Riteniamo che la scuola e le organizzazioni che ne sostengono l’operato debbano contrastare, e non sostenere, la cultura dell’illegalità e della furberia, brutto male del nostro Paese, punto di partenza di fenomeni più grandi che invadono il mondo della politica e dell’imprenditoria, e che stanno ostacolando il futuro di tanti giovani».

Libera e Acmos preferiscono «premiare la scelta etica dei tanti studenti che si sono ribellati e hanno deciso di non normalizzare questo fatto e bloccare il normale svolgimento delle lezioni».

Soldi in nero e casa a Montecarlo: indagati cognato e suocero di Fini

Luca Romano - Mar, 13/12/2016 - 15:32

Inchiesta della Gdf sul riciclaggio internazionale e le slot machine. In manette l'ex parlamentare Pdl Amedeo Laboccetta e l'imprenditore Francesco Corallo, mentre sono indagati Sergio e Giancarlo Tulliani, suocero e cognato di Gianfranco Fini



Un blitz della Guardia di finanza ha portato all'arresto di alcune persone, tra cui anche l’ex parlamentare Amedeo Labocetta e l’imprenditore Francesco Corallo, nell’ambito di un'inchiesta che riguarda una presunta associazione a delinquere impegnata nel riciclaggio del denaro proveniente del mancato pagamento delle imposte sul gioco on-line e sulle video-lottery. A quanto si apprende risultano indagate dodici persone, tra cui anche Sergio e Giancarlo Tulliani, rispettivamente suocero e cognato dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini.

L'indagine ha fatto luce su un giro d'affari stimato in circa 300 milioni di euro. Le fiamme gialle hanno eseguito perquisizioni e sequestri di numerosi beni e conti correnti, in contemporanea in diversi Stati (Antille Olandesi, Regno Unito, Canada, Francia). Il denaro, passato dalle società del gioco gestite da Corallo, sarebbe finito all'estero evitando il Fisco.

Secondo gli inquirenti il cognato di Fini avrebbe ricevuto denaro da Rudolf Baetsen, braccio destro del cosiddetto "re delle slot" Corallo. Facendo transitare i soldi su due società offshore, Baetsen secondo gli inquirenti avrebbe finanziato l'acquisto della casa di Montecarlo effettuato da Tulliani nel 2010. L'appartamento, in boulevard Princesse Charlotte 14, già di proprietà di Alleanza Nazionale, fu al centro dell'inchiesta giudiziaria de il Giornale che coinvolse anche l'ex presidente della Camera.

L'indagine, coordinata dal procuratore Giuseppe Pignatone, nasce da una costola di quella sulla Bpm di Massimo Ponzellini, anche lui in affari con Corallo. Con il quale, secondo l'accusa, avrebbe messo in piedi un sistema per la sistematica corruzione di quanti potessero influire sugli affari legati al gioco d'azzardo.

Il governo Gentiloni nasce morto

Alessandro Sallusti - Mar, 13/12/2016 - 14:59



Povero Gentiloni, capo dell'unico governo nato morto nella recente storia della Repubblica.

Mentre lui saliva al Colle per giurare, Matteo Renzi assicurava, smentendo Mattarella, che quello nascente sarà un esecutivo che durerà poco, molto poco. E avendo in mano lui, come segretario del Pd, la chiavetta dell'interruttore c'è da credergli.Oddio, credere agli impegni di Renzi è un po' come credere all'esistenza di Babbo Natale, ma le cose stanno al momento così.

Per il resto ieri è stata una di quelle giornate in cui i partiti dell'anti-casta hanno guadagnato diversi punti nei sondaggi. Perché lo spettacolo offerto dalla politica è stato tra il comico e il tragico. L'assalto alle poltrone è stato feroce, Verdini è arrivato a ricattare pubblicamente Mattarella e Gentiloni, riuniti al Quirinale per definire la lista: o mi date un ministro o non voto la fiducia. Voleva un posto per Marcello Pera, ed è stata cosa utile almeno per apprendere che l'anziano filosofo ex presidente del Senato, scomparso dalla scena dieci anni fa, è ancora vivo e gode di buona salute. Ha perso, il che vuol dire che al Senato il governo non avrà vita facile, perché il partito di Verdini non ha i voti degli elettori, ma ha tanti senatori.

Il passaggio di Verdini da traditore a tradito non è stato male. Ma per ore si è anche parlato con una certa apprensione di un altro tema fondamentale: il destino di Angelino Alfano, leader di un partitino del due per cento, sospeso tra la conferma dell'incarico a ministro degli Interni e quello degli Esteri, dove alla fine è approdato per avere una maggiore visibilità nella prossima campagna elettorale. Sentirlo parlare in inglese sarà una delle cose più stimolanti del nuovo governo.

E veniamo alle brutte notizie. Il nuovo governo certifica che Maria Elena Boschi non è in grado di trovare un altro lavoro e quindi continueremo a mantenerla, non più come ministra ma come sottosegretaria (a palazzo Chigi, nel ruolo di agente segreto di Renzi), nonostante sia la responsabile del fallimento della riforma renziana e avesse giurato (non avevamo capito che era sull'onore di Banca Etruria) di ritirarsi a vita privata in caso di sconfitta.

I capricci privilegio riservato alle belle donne - pagano, soprattutto se insistenti e minacciosi. Se ti tieni la Boschi vuoi cacciare la Madia? Non sia mai, dentro anche lei che c'è posto per tutte, meno che per la Giannini, l'unica non Renzi girl. Insomma, quello di Gentiloni è un Renzi bis (ha trovato un ridicolo posto, allo Sport, anche per il fido Lotti). Povero Gentiloni, povero (e ammirevole) Mattarella, ma, soprattutto, poveri noi.