giovedì 15 dicembre 2016

Amen

La Stampa
jena@lastampa.it

Paolo nostro che sei nei cieli
Venga il tuo regno
Dacci oggi il nostro pane quotidiano
E non ci indurre in elezione
Ma liberaci da Matteo

Da Bolzano alla Calabria, ecco la classifica dei redditi Regione per Regione

Il Messaggero

Dalla più ricca, la provincia autonoma di Bolzano, alla più povera, la Calabria, ecco la mappa dei redditi, dati dell'Istat alla mano. Nella tabella che segue per ogni area territoriale (regione e provincia autonomia) è riportato il reddito medio pro-capite in euro (valori aggiornati al 2015). Dalla prima in classifica all'ultima la differenza supera i 10mila euro.

La classifica del reddito medio pro-capite


Bolzano 23.658
Lombardia 21.634
Emilia Romagna 21.509
Liguria 20.810
Trento 20.767
Valle d'Aosta 20.049
Piemonte 19.925
Friuli Venezia Giulia 19.744
Toscana 19.393
Veneto 19.151
Lazio 18.477
Marche 18.046
Umbria 17.740
Abruzzo 15.908
Sardegna 14.800
Molise 14.133
Puglia 13.352
Basilicata 13.030
Sicilia 12.838
Campania 12.588
Calabria 12.237
---------------------
Nord 20.838
Centro 18.652
Mezzogiorno 13.188
---------------------------
Italia 17.826

Pene senza osso nell'uomo per l'avvento della monogamia, gli scimpanzé invece ce l'hanno ancora

Il Messaggero



Uno studio scientifico fa luce su un dettaglio intimo caratteristico dei maschi della specie umana rispetto anche ad altri primati: la mancanza dell'osso del pene. La ricerca, pubblicata su Proceedings of the Royal Society B da Matilda Brindle e Christopher Opie, dell'University College di Londra Anthropology, fa luce sulla funzione e l'evoluzione di questo osso, il baculum. Ebbene, il baculum - la cui lunghezza e forma può variare molto - si sarebbe evoluto nei mammiferi tra 145 e 95 milioni di anni fa. Stando allo studio, la sua presenza favoriva i maschi nella competizione per accaparrarsi le femmine. Ma questo accadeva nelle «specie in cui i maschi affrontano alti livelli di competizione sessuale post-copulatoria», spiega Brindle. Una situazione tipica dei sistemi poligamici, dicono i ricercatori.

E proprio la pratica della monogamia ne avrebbe reso inutilè la presenza nell'uomo. Scimpanze e bonobo ancora oggi, ricordano gli studiosi, hanno un baculum, pur se molto piccolo (6-8 mm), e rapporti di breve durata, ma il loro sistema è caratterizzato dalla poligamia, e la competizione fra i maschi è elevata. Ecco perché l'osso è rimasto in queste specie. Secondo Opie, «dopo che i progenitori degli esseri umani si sono allontanati dal lignaggio di scimpanzè e bonobo e il sistema di accoppiamento è andato verso la monogamia, la pressione evoluzionistica a conservare il baculum è scomparsa». E l'osso si è perso già nei progenitori dei moderni esseri umani.

Forcolandia

La Stampa
massimo gramellini

La situazione è grave ma non seria, disse una volta e per sempre Flaiano. Ieri un gruppo di figuri in precario equilibrio sulla grammatica - qualificatisi come emissari di quel movimento dei Forconi il cui capo girava in Jaguar - ha circondato l’ex deputato Osvaldo Napoli in uno dei vicoli che costeggiano il Parlamento per leggergli un mandato d’arresto infarcito di articoli del codice penale. Napoli è uomo mite e gentile. Poiché la zona adiacente alla Camera è da tempo un set a cielo aperto dove scorrazzano jene e gabibbi, ha stropicciato la faccia nel sorriso di chi sa di doversi sottoporre a una goliardata e non vuole passare per privo di spirito.

Ma all’improvviso la scena è cambiata. I figuri lo hanno afferrato per le braccia e il loro portavoce ha invocato l’intervento di una camionetta parcheggiata nei paraggi, strillando: «Maresciallo, lo arresti!». Che l’Italia sia l’unico luogo al mondo dove i sovversivi pretendono di fare la rivoluzione d’accordo con i carabinieri era già stata un’intuizione di Montanelli. Nel parapiglia, mentre si cercava di capire chi dovesse arrestare chi, Napoli è riuscito a svignarsela. 

La situazione rimane poco seria, ma diventa sempre più grave. Con vena profetica, sul «Foglio» di due anni fa Mario Sechi preconizzava l’evento di ieri, analizzando le condizioni sociali ed economiche che, come negli Anni Venti del secolo scorso, stanno di nuovo trasformando l’Italia nella culla delle rivolte di un popolo cupamente arrabbiato e facilmente manipolabile dagli avventurieri bramosi di farsi regime. Forcolandia. La differenza rispetto al passato è che stavolta sappiamo. Perciò non avremo scuse. 

Yahoo, nuovo attacco hacker. “Oltre 1 miliardo di account violati”

La Stampa
bruno ruffilli

A settembre la società aveva denunciato un altro furto di dati a 500 milioni di utenti



«Nomi, indirizzi email, numeri di telefono, date di nascita, password criptate e in qualche caso anche domande di sicurezza cifrate o in chiaro, con le relative risposte». Questo hanno ottenuto gli hacker che hanno violato il sistema informatico di Yahoo, come comunica l’azienda stessa oggi in un post. Tra le informazioni trafugate non ci sarebbero «password in chiaro, dati di carte di pagamento o di conti bancari», che sarebbero conservate in un sistema diverso da quello che si ritiene sia stato oggetto dell’attacco. Che è non grande, non grandissimo, ma enorme, anzi il più importante della storia: oltre un miliardo di account infatti sarebbero stati violati. 

Il record precedente era di appena qualche mese fa, quando i dati di oltre 500 milioni di persone erano finiti nelle mani degli hacker. e anche allora erano iscritti a Yahoo!, un tempo pioniere del web, oggi rottame tecnologico da abbandonare al più presto. Questo è, per quanto è in grado di sapere l’azienda, un attacco distinto da quello svelato lo scorso settembre, dopo mesi di dinieghi e mezze verità (risaliva infatti al settembre 2014).

È anche e soprattutto un nuovo durissimo colpo di immagine che avrà certamente gravi ripercussioni sull’accordo con Verizon, il colosso Usa delle tlc che ha acquistato Yahoo! per circa 4,8 miliardi di dollari e che ora potrebbe voler ricontrattare l’intesa chiedendo un sostanzioso sconto. Si tratta inoltre dell’ennesima grana per Merissa Mayer, controversa numero uno di Yahoo che avrebbe dovuto rilanciare il gruppo e che invece sta gestendo la sua fine come finora lo abbiamo conosciuto. Anche il futuro della manager nell’ambito dell’accordo con Verizon è a questo punto più che mai incerto, e la sua conferma appare quanto meno problematica. Intanto, nelle contrattazioni after hours a Wall Street il titolo di Yahoo ha perso oltre il 2%

La società riferisce che finora, nonostante l’aiuto delle forze dell’ordine che hanno segnalato l’attacco, non è stata in grado di identificare il responsabile, ma solo di risalire al momento in cui è avvenuto: l’agosto del 2013. Stavolta, a differenza di quanto avvenne a settembre, Yahoo! non si fa nessuna ipotesi e non cita gruppi vicini a governi né organizzazioni cybercriminali. La precauzione da adottare al più presto, per chi avesse un account mail con Yahoo!, è di cambiare la password e non cliccare su link o scaricare allegati di mail sospette. L’azienda inoltre incoraggia gli utenti a verificare e segnalare se ci sono state attività inconsuete e a usare Yahoo! Account Key, uno strumento che elimina la necessità di usare una password. 

Ma è opportuno cambiarla anche se non avete più un account Yahoo e, come quasi tutti, usate la stessa password anche per altri servizi. 

Gli imitatori della Boschi: dimissionari soltanto a parole

Anna Maria Greco - Gio, 15/12/2016 - 08:37

Padoan, Franceschini, Carbone e Fedeli: hanno tutti promesso che sarebbero andati a casa. Sono ancora lì



Si fa presto a dire «me ne vado», ma alla fine nel vecchio governo in pochi hanno seguito l'esempio di Matteo Renzi. Eppure, si sprecavano prima del referendum le promesse di lasciare il governo, lasciare il parlamento, lasciare la politica finanche. Tornare a casa, fare un altro lavoro.

Tutti pronti ad «assumersi la responsabilità» della probabile sconfitta, prima, tutti pronti a restare, magari promossi, dopo. Forse era una forma di minaccia, l'idea di prefigurare un cataclisma e spingere i cittadini in massa a confermare la riforma costituzionale. Non ha funzionato. Ma, salvo Renzi che proprio non poteva rimangiarsi la promessa, gli altri ora fanno finta di niente.

Maria Elena Boschi è quella che ha segnato la strada. Da ministra del governo Renzi e «madrina» proprio della riforma bocciata, aveva spiegato di giocarsi tutto sul Sì. Infatti, quando il No ha stravinto è entrata nel nuovo governo Gentiloni, nel ruolo chiave di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. «Anche io lascio se Renzi se ne va: ci assumiamo insieme la responsabilità. Abbiamo creduto e lavorato insieme ad uno stesso progetto politico», aveva detto su Rai3, a In mezz'ora di Lucia Annunziata. Ma era un'altra vita.

Una nuova ha iniziato Pier Carlo Padoan, rimanendo al timone del ministero dell'Economia nell'esecutivo appena varato. Dimenticando che, i primi di giugno, si era lasciato sfuggire a SkyTg24: «Osservo una cosa banale: se il presidente del Consiglio va a casa, tutto il governo va a casa». Da mesi si parlava di sue mire per una poltrona europea o para-europea, ma lui aveva precisato: «Il mio impegno futuro è tornare all'università».

Nell'ultimo week end di campagna elettorale, in un'intervista a L'Aria che tira, su La7, pure l'allora vicepresidente del Senato Valeria Fedeli aveva assicurato: «Io non sono attaccata alla poltrona». Dopo la nomina a ministro dell'Istruzione nel governo Gentiloni, il video è diventato virale in rete e i commenti sono più che salaci. D'altronde, la deputata Pd era stata chiara nel preannunciare il suo addio alla politica, in caso della vittoria del No, fustigando i cattivi costumi italiani: «Basta alibi, è giusto rimettere il mandato anche per i parlamentari. Quelli che pensano solo alla propria sedia non pensino di arrivare al 2018».

E poi c'è lui, il campione del «ciaone», il renziano che imperversa su Twitter, Ernesto Carbone. Alla domanda di Myrta Merlino a L'Aria che tira su La7, già a maggio aveva promesso: «Sì, lascio la politica. Non si tratta di personalizzare il referendum, si tratta di essere seri. Per vent'anni abbiamo sentito quelli che io avrei voluto..., e alla fine nessuno ha mai fatto nulla». Io non sono come gli altri, giurava Carbone, se non riesco a cambiare la Carta costituzionale, «è certo che vado a casa, perché vuol dire che ho fallito: grazie a Dio non campo di politica, nella vita ho un lavoro». Dieci giorni dopo l'esito del referendum, però, delle sue dimissioni da deputato non si parla affatto.

Perché avrebbe dovuto farlo, direte voi, visto che è in così buona compagnia? L'allora e oggi ministro ai Beni Culturali Dario Franceschini, a maggio in un'intervista a Repubblica, spiegò: «Non è una minaccia, non è una personalizzazione. A me sembra una con-sta-ta-zio-ne. Questo governo, ed è agli atti, nasce per fare le riforme. Se le riforme non si fanno chiude bottega il governo e chiude anche la legislatura, mi pare ovvio. Anche perché non stiamo scegliendo tra due riforme diverse, che è il tema più surreale usato da alcuni costituzionalisti. Stiamo scegliendo tra la riforma e niente». Per lui, quindi, la fine del governo Renzi doveva coincidere con la fine della legislatura. Invece, è rimasto esattamente al suo posto, ma con Paolo Gentiloni.

Polizia, Gabrielli annulla concorso per 559 agenti

Il Mattino

Annullate le prove scritte del concorso e avvicendamento del personale dell'ufficio concorsi. È quanto ha deciso il capo della Polizia Franco Gabrielli dopo l'apertura di un'inchiesta da parte della magistratura sul concorso per 559 allievi agenti della Polizia di Stato, le cui prove scritte si sono tenute dal 4 al 6 maggio scorsi. Il provvedimento è contenuto in una circolare a firma del capo della Segreteria del Dipartimento Enzo Calabria.

«A seguito delle indagini da parte dell'autorità giudiziaria che evidenziano la concreta possibilità che la prova scritta del concorso in oggetto sia stata inficiata da circostanze tali da non garantire la regolarità degli esami - si legge nella circolare - il signor capo della Polizia, Direttore generale della pubblica sicurezza, al fine di salvaguardare gli interessi pubblici volti a garantire l'imparzialità delle operazioni di selezione, si è determinato a revocare il decreto di nomina della commissione esaminatrice del concorso e le operazioni della prova scritta e i relativi esiti».

Gabrielli firmerà inoltre un ulteriore provvedimento con il quale verrà nominata una nuova commissione esaminatrice che «curerà la ripetizione della prova scritta e gli altri successivi adempimenti per la conclusione del concorso». Alla nuova prova scritta, ricorda il capo della segreteria del Dipartimento, potranno partecipare «esclusivamente i candidati presenti alle prove effettuate nei giorni 4, 5 e 6 maggio 2016».

Ma non solo. «Con determinazioni in corso» da parte di Gabrielli, si legge ancora nella circolare, «si procederà ad un avvicendamento del personale dell'Ufficio attività concorsuali». Ed infine «saranno adottate stringenti misure di carattere organizzativo al fine di contrarre al massimo i tempi di svolgimento del concorso in argomento e dei concorsi successivi, per velocizzare l'immissione sul territorio di nuove risorse umane».


Polizia, concorso sospetto: troppi vincitori campani

Il Mattino



In rete già parlano di « concorso miracoloso». Ma c’è anche chi lo ha soprannominato « concorso truffa»: è quello per selezionare 559 allievi agenti della polizia di Stato. La prima prova si è tenuta il 13 maggio e ben 194 candidati non hanno sbagliato nemmeno una delle ottanta risposte, un record. 134 hanno commesso un solo errore e 93 ne hanno commessi 2. In totale 421 persone che si sono cimentate su un test a risposta chiusa di cui non era stata in precedenza pubblicata la banca dati risultando praticamente infallibili. Basta guardare il grafico dei risultati per notare un’impennata finale in corrispondenza proprio delle votazioni più alte, quelle superiori al 9.

Un risultato definito da molti sospetto e che ha fatto scattare una serie di segnalazioni all’Authority anticorruzione guidata da Raffaele Cantone che le sta verificando. Intanto il diario degli accertamenti dell’idoneità fisica, psichica ed attitudinale è stato rinviato e dovrebbe essere pubblicato il 17 giugno. Una brutta storia che si va ad aggiungere a quella del concorso per allievi agenti Polizia Penitenziaria: anche in quell’occasione i risultati avevano dato adito a dubbi tanto che il Dap ha momentaneamente sospeso il concorso. In quell’occasione, però, un centinaio di candidati furono espulsi perché sorpresi a consultare cellulari, tablet e bignamini.

Non solo: il Silp Cgil ha pubblicato sul suo sito l’elenco nominativo dei candidati ammessi alla prova fisica: «Una anomalia visto che i nomi degli idonei sono protetti dalla normativa sulla privacy e quindi ogni candidato ha accesso solo alla propria posizione», spiega l’avvocato Francesco Leone che sta preparando una raffica di ricorsi. Ma da questa prima enumerazione si evidenza anche un’altra anomalia: gli ammessi sono quasi tutti campani.

Il segretario campano dello stesso sindacato Silp, Tommaso delli Paoli «dopo una attenta e dinamica riflessione, denuncia lo stato di confusione in cui versa, ormai da anni, l’ufficio per le attività concorsuali, situazione questa diventata ormai insostenibile» e chiede quindi una «attività ispettiva del preposto ufficio». La protesta sale anche in rete: si sono formati anche dei gruppi su Facebook ed è partita una raccolta di firme per chiedere lo stop alle prove.

Il sindacato autonomo AdP si è rivolto a Raffaele Cantone, ma anche al ministro Angelino Alfano, raccogliendo le proteste Movimento Militari in Congedo. «Il movimento in questione ha da subito rappresentato che detta graduatoria appare di per se anomala in quanto, nonostante non fosse stata resa pubblica la banca dati su cui allenarsi, ci si è trovati difronte ad un alto numero di ragazzi che hanno superato la medesima prova senza compiere nessun errore». Non solo: gli idonei proverrebbero in gran numero dalla Campania per un motivo preciso: «in questa regione - sostiene il sindacato - ha sede la ditta che prepara la banca dati che il Ministero dell’Interno utilizza per la somministrazione dei quiz».

Scontata la richiesta di fare chiarezza visto che «in analoghi concorsi sempre banditi dalla Polizia di Stato, dove non è stata resa pubblica la banca dati, non si sono mai raggiunti risultati così alti». In campo è subito sceso anche Gregorio Bonsignore responsabile campano della siglia Fiap che sostiene: «Siano sdegnati: è il colmo che ci siano tanti elementi sospetti in un concorso pubblico tanto atteso. Se ci sarà la prova che sono state fornite le risposte esatte in anticipo ad alcuni candidati chiederemo lo stop del concorso. Per ora aspettiamo i risultati degli accertamenti che sicuramente sono in corso».

Piano Condor, i nuovi documenti

Roberto Vivaldelli

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La Casa Bianca, attraverso il lavoro del National Security Archive – un istituto indipendente non governativo di ricerca con sede a Washington – ha reso pubblici i documenti declassificati dalla CIA inerenti le operazioni eseguite negli anni ’70 e ’80 dai governi dittatoriali dell’America Latina , mirate a reprimere ed eliminare i leader dell’opposizione.


Si tratta di nuove informazioni importanti riguardanti la nota Operazione Condor (o Plan Condor), il coordinamento segreto tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay che sulla carta ambiva a combattere il “terrorismo” ma nei fatti aveva l’obiettivo di reprimere, con ogni mezzo, le forze socialiste e rivoluzionarie in America Latina e all’estero. Non è un mistero che tale piano si avvalse talvolta della complicità o della connivenza della CIA e dell’FBI. La documentazione, citata dall’agenzia di stampa venezuelana Telesur, porta alla luce nuovi elementi legati all’accordo volto a facilitare la cooperazione e lo scambio di informazioni sui ” terroristi “, nome dato ai leader dell’opposizione dai governi coinvolti.

Nei nuovi documenti, resi pubblici nelle scorse ore dall’amministrazione Obama, si parla soprattutto della violenta repressione in Argentina tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 e dei crimini compiuti dal governo golpista di Jorge Rafael Videla, dove emerge, in particolare, un report della CIA del 1977: il governo argentino di allora si era infatti posto l’obiettivo di eliminare i leader dei movimenti ostili a Videla all’estero e in Europa, tra cui anche membri e attivisti legati ad Amnesty International.

Le operazioni in Europa

“La missione delle squadre dell’operazione Condor all’estero – si legge nel documento – era quella di liquidare i leader dei terroristi, a qualunque livello”. Nelle oltre 500 pagine declassificate si parla inoltre delle terribili torture che dovette subire il socialista Alfredo Bravo, già presidente dell’Assemblea permanente per i diritti umani in Argentina. Fu Robert Pastor, braccio destro di Zbigniew Brzezinski – consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981 – a raccogliere le informazioni e raccontare quello che dovette sopportare Bravo in quel periodo.

Pastor narra che i piedi di Bravo “venivano immersi in un secchio di acqua gelata, fino a quando non erano praticamente congelati, e poi messi nell’acqua bollente”: il leader socialista venne inoltre “sottoposto a potenti elettroshock e buttato in acqua legato, quasi fino all’annegamento”. In un altro documento, l’Agenzia d’intelligence del Dipartimento di Stato americano sottolinea come le “sei nazioni sudamericane che facevano parte della rete del Plan Condor” avevano concordato di “intraprendere omicidi di latinoamericani in Francia”.

In attesa di altri documenti inediti

La prima tornata di documenti declassificati è stato rilasciata nel mese di agosto. Secondo il National Security Archive, altri file verranno pubblicati prossimamente. Gran parte della documentazione da declassificare, secondo la Casa Bianca, si trova attualmente nelle biblioteche degli ex presidenti Jimmy Carter, Gerald Ford, Ronald Reagan e George Bush. Si tratta, secondo Washington, di “uno sforzo storico del governo degli Stati Uniti per cercare di identificare i documenti che portino alla luce i crimini contro i diritti umani compiuti in Argentina tra il 1974 e il 1984”.Carlos Osorio, responsabile del progetto relativo al Sud America presso il National Security Archive , spiega che “con la pubblicazione di questa documentazione, il presidente Obama ha contributo fattivamente alla causa per i diritti umani in Argentina”.

Il Processo in Italia

Nel febbraio del 2015 è iniziato, davanti ai giudici della terza Corte d’Assise di Roma, il primo grado del processo sul Plan Condor. Dopo dieci anni di indagini la lista degli imputati include 21 persone e comprende ex autorità militari e di governo delle sei nazioni coinvolte, accusati a vario titolo della scomparsa avvenuta, tra il 1973 e il 1978, di 23 italiani. L’ultima udienza del processo si è svolta, sempre a Roma, lo scorso 2 dicembre.

Attenzione a quei giocattoli smart, spiano i vostri bambini

repubblica.it
di ROSITA RIJTANO

Una coalizione composta da diverse associazioni internazionali di consumatori lancia l'allerta su due prodotti destinati ai bambini: My Friend Cayla e I-Que Intelligent Robot, della Genesis Toys. L'accusa: collezionano informazioni personali

Attenzione a quei giocattoli smart, spiano i vostri bambini

CI SI può giocare, conversare. Sanno leggere storie, rispondere alle domande, riconoscono le voci, sono interattivi, quasi intelligenti. I cosiddetti smart toy, evoluzione digitale delle vecchie pupe di pezza, sarebbero il regalo di Natale perfetto per i bimbi di oggi. Se non fosse per una peculiare caratteristica comune ad alcuni di loro: hanno le orecchie fin troppo grandi. Per ascoltarci meglio. In altri termini: utilizzano la tecnologia a disposizione per racimolare le informazioni personali dei più piccoli e delle relative famiglie.

Come delle spie camuffate, però, da innocue bambole o robot. Tanto che una coalizione composta da diverse associazioni internazionali ha deciso di fare muro: di denunciare il fatto alla Commissione federale per il commercio statunitense (Federal trade commission). Mentre l'Organizzazione dei consumatori europea ha presentato lettere sui tavoli della Commissione Ue, delle autorità per la protezione dei dati e dell'International Consumer Protection and Enforcement Network (ICPEN).

In particolare, sono due i giocattoli smart finiti questa volta sotto accusa: My Friend Cayla e I-Que Intelligent Robot, prodotti dalla Genesis Toys. Non si trovano ancora sul mercato italiano, ma - volendo - si possono acquistare online. Entrambi sono dotati di un microfono Bluetooth e di uno speaker; e vengono accompagnati da un'app per smartphone che, una volta installata, ha il permesso di accedere all'hardware, alla memoria, al microfono, al WiFi e alla connessione Bluetooth del telefonino. Mica poco. Nel caso dell'I-Que Intelligent Robot, all'elenco menzionato si aggiungerebbe persino la telecamera. Senza che - scrivono nel report - "tale accesso sia necessario al funzionamento del giocattolo; spiegato né giustificato".

"Intenzionalmente questi smart toy registrano e collezionano le conversazioni private dei bambini, senza alcuna limitazione", si legge nel reclamo Usa. Per di più lo fanno nell'ignavia dei genitori, dato che - accusano le organizzazioni - le condizioni sulla privacy del servizio sono poco chiare, nonché esplicitamente soggette a cambiamenti. Per cui si dovrebbe sempre tener d'occhio la pagina web della compagnia per rimanere aggiornati.

I dati così raccolti sono conservati sui server della Nuance Communications, una compagnia di riconoscimento vocale che fa affari anche con agenzie governative d'intelligence, e potenzialmente anche sui server di Google. Difficile non dubitare della loro effettiva sicurezza. Come se non bastasse il  Norwegian Consumer Council che ha condotto la revisione sul prodotto annota: "Con pochi semplici passi, chiunque può prendere il controllo del giocattolo, attraverso un mobile".

Che gli smart toy siano carenti per quel che concerne privacy e sicurezza non è una novità. Già Hello Barbie, versione contemporanea della femme fatale bionda targata Marvel, era stata accusata di essere diventata una spiona. Per non parlare del caso VTech, azienda produttrice di giocattoli che alla fine dello scorso anno ha ammesso di essere stata hackerata: 4.8 i milioni di dati sensibili rubati a bimbi e genitori.

"I rischi per la privacy sono importanti, considerato che oltre ad informazioni personali e fotografie, in alcuni casi è disponibile anche la geolocalizzazione del minore", commenta Andrea Zapparoli Manzoni, membro del Clusit, associazione italiana per la sicurezza informatica. "Inoltre i produttori, non essendo soggetti a normative specifiche, tendono a ottimizzare i costi a discapito della sicurezza".

Ma c'è pure un'ingenuità genitoriale da tenere in considerazione, conclude Manzoni: "Dovrebbero leggere le clausole della licenza software che implicitamente sottoscrivono acquistando il gioco". "Bisogna essere vigili nel garantire che la raccolta e la gestione dei dati personali sia fatta in modo da tutelare sicurezza e privacy: non esistono prodotti a prova di hacker, quindi - soprattutto per quanto concerne i giocattoli e i prodotti destinati all’infanzia - l’attenzione deve essere elevata", fanno sapere in una nota indirizzata a Repubblica da Altroconsumo, associazione italiana di consumatori. Anche se non demonizzano: "L’internet delle cose ha un grande potenziale", aggiungono.

Del resto, con o senza rischi, il mercato dei giocattoli intelligenti è destinato ad aumentare esponenzialmente nei prossimi anni. Secondo Juniper Research, compagnia d'analisi britannica,  le vendite sono destinate a passare dai 2,8 miliardi del 2015 agli 11,3 miliardi del 2020. Non resta che conviverci.

Foto rubate e telefoni spiati: in aula la guerra dei blogger

Cristina Bassi Luca Fazzo - Gio, 15/12/2016 - 08:51

Sospettati di aver hackerato i profili dei vip. Lucarelli, Soncini e Neri davanti al giudice si accusano a vicenda

Milano Addio buone maniere, solidarietà tra colleghi di gossip e di blog. Il primo processo italiano al mondo dorato del pettegolezzo on line si avvia, seppure lentamente, a conclusione.

Il rischio di una condanna si fa dannatamente concreto, i nervi fibrillano, tra gli imputati volano gli stracci. E che imputati: un terzetto che raccoglie il top degli specialisti della chiacchiera di costume e dell'osservazione critica del mondo dei vip. Due signore di bella penna, Selvaggia Lucarelli e Guia Soncini; e con loro Gianluca Neri ovvero «Macchianera», blogger e guru della rete. Quello, tanto per capire, che ogni anno elegge i migliori siti d'Italia.

Tutti insieme, sono accusati di avere spiato illegalmente decine e centinaia di siti di vip, per trarne notizie e visibilità. Il colpo più clamoroso, le foto del compleanno di Elisabetta Canalis nella inviolata villa di George Clooney a Laglio. Ma con le password fornite da Neri, la Lucarelli - firma di punta del Fatto quotidiano - e la Soncini - garbata rubrichista di Repubblica - sarebbero entrate in quantità enormi di altre mail private. Il mese prossimo il pm Grazia Colacicco farà la sua requisitoria.

E nell'ultima udienza a rompere il fronte è Guia Soncini, che in aula non si è ma fatta vedere: ora deposita una memoria in cui prende platealmente le distanze dai suoi coimputati. Dalla «signora Lucarelli», in modo sintetico e caustico: «Nessuno me l'ha mai presentata. L'ho vista da lontano due volte nel corso delle quali non ci siamo mai parlate. Di entrambe le volte ricordo che parlava a voce così alta che la si sentiva anche da parecchi metri. Della seconda volta ricordo che era in compagnia di Fabrizio Corona».

Scaricata così la collega, la Soncini passa al tasto più rischioso, ovvero i suoi rapporti con Neri. E qui va giù ancora più pesante: «Lui era molto servizievole e con una certa tendenza alla rielaborazione fantasiosa quando raccontava fatti e rapporti. Avevamo svariate conoscenze in comune che trovavano divertente la sua inattendibilità. L'impressione che ne ebbi fu quella di un innocuo fanfarone». Tanto innocuo, però, in seguito non si sarebbe rivelato: la Soncini racconta ai giudici che un giorno, un suo amante segreto aveva il cellulare scarico, Neri lo attaccò al proprio computer per ricaricarlo. Risultato: tutti gli sms finirono succhiati e archiviati sul pc del blogger.

Con le foto della festa a casa Clooney, offerte in esclusiva a Chi per 170mila euro, un testimone ha accusato la Lucarelli di aver cercato il colpo economico. Di obbiettivi così venali la Soncini non è accusata, e nella sua memoria comunque precisa «non partecipai ad alcuna trattativa per la vendita delle foto del compleanno della Canalis». Ma secondo l'accusa, anche lei accede in modo compulsivo alla casella dove Neri metteva a disposizione il frutto degli hackeraggi. E qui, per trarsi d'impiccio, finisce con il parlare male anche di se stessa: «Nessuno dei giornali per cui lavoro mi chiederebbe mai di procurare una notizia di alcun genere, non essendo io portata a scovarle e a riconoscerle».

Di una rivista femminile per cui scrive afferma: «Trattava i temi del mondo dello spettacolo solo se essi erano molto lontani nel tempo e preferibilmente riguardanti personaggi defunti».

"C'è un errore nel Nobel della fisica del 2015"

repubblica.it
di ELENA DUSI

Lo scienziato russo Alexei Smirnov contesta il Comitato di Stoccolma che assegna i premi: "Nella motivazione hanno usato un linguaggio sbagliato"

"C'è un errore nel Nobel della fisica del 2015"

Il Nobel della fisica del 2015 è sbagliato, sostiene uno scienziato russo. Alexei Smirnov, che per anni ha lavorato al Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam di Trieste e oggi si è trasferito all’Istituto Max Planck in Germania, fa le pulci al Comitato di Stoccolma che assegna i prestigiosi premi.

Il Nobel dell’anno scorso è andato a Takaaki Kajita dell’università di Tokio e al canadese Arthur McDonald della Queen’s University di Kingston, esperti di neutrini. Quel che contesta Smirnov non è la scelta dei loro nomi, bensì la motivazione che gli esperti di Stoccolma hanno dato nel comunicato ufficiale. Smirnov critica quel testo in un articolo apparso su ArXiv, un sito storico in cui la comunità dei fisici pubblica ricerche e idee prima che siano vagliate da riviste ufficiali. La polemica di Smirnov viene definita “insolita” anche dalla rivista Science che ha deciso di raccontare il caso.

"C'è un errore nel Nobel della fisica del 2015"
McDonald e la moglie alla cerimonia di premiazione

La questione riguarda il fenomeno dell’oscillazione dei neutrini, teorizzato da Bruno Pontecorvo alla fine degli anni ’50. Secondo questa idea (dimostrata dagli esperimenti premiati con il Nobel), i neutrini si dividono in tre famiglie e nel loro lungo viaggio attraverso l’universo, pressoché indisturbati dalle barriere della materia, possono saltare da una famiglia all’altra. Il Comitato dei Nobel ha premiato i due scienziati proprio “per la scoperta dell’oscillazione dei neutrini”.

Su questo punto Smirnov ha trovato da obiettare. Mentre l’équipe giapponese guidata da Kajita ha effettivamente osservato l’oscillazione dei neutrini, gli scienziati canadesi si sono concentrati su un aspetto leggermente diverso, studiando solo un tipo di neutrini a bassa energia emessi dal sole e dimostrando che queste particelle possono saltare da una famiglia all’altra attraverso un meccanismo alternativo all’oscillazione.

La scure dello scienziato russo ha colpito anche la seconda parte della motivazione del Nobel (ripresa anche nella spiegazione tecnica, più approfondita), quella secondo cui gli scopritori delle oscillazioni hanno dimostrato anche che “i neutrini hanno massa”. Non avendo osservato nessuna oscillazione, insiste Smirnov, gli scienziati canadesi non rientrerebbero nemmeno nella seconda parte della motivazione. Ai colleghi di Smirnov le osservazioni sono sembrate corrette, in punto di diritto, ma francamente esagerate. “Dal punto di vista della fisica ha ragione” commenta su Science Kate Scholberg della Duke University. “Ma non trovo niente di scorretto nella motivazione dei Nobel, che usa un linguaggio ormai diventato comune”.