venerdì 16 dicembre 2016

Bufale web, i debunker svelano chi c'è dietro Libero Giornale

repubblica.it
di GAIA SCORZA BARCELLONA

Il caso Gentiloni e altre notizie false tra le più lette degli ultimi mesi in Italia. A svelare chi diffonde e investe nel ''cinico business delle bufale web'' sono due noti esperti di debunking, Attivissimo e Puente


Bufale web, i debunker svelano chi c'è dietro Libero Giornale
I siti collegati alla società bulgara Edinet (credits: davidpuente.it)

IL CASO Gentiloni è solo la punta dell'iceberg, perché molte delle notizie false circolate in Rete negli ultimi mesi vengono dalla stessa galassia di siti, che approfittano dei social network per acchiappare clic. E' il ''cinico business delle bufale web'' che due noti debunker, Paolo Attivissimo (alias @disinformatico) e David Puente (davidpuente.it) stanno pian piano smascherando, a cominciare da Libero Giornale. Il sito altro non è che uno dei ''siti bufalari che spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate giornalistiche molto note, come Ilfattoquotidaino.com (non è un refuso: è proprio quotidaino), News24tg.com o Gazzettadellasera.com'', spiega l'autore di attivissimo.blogspot.it.

Le ultime fake news, tra cui le frasi ''choc'' attribuite al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni appena insediato, sono le tracce che portano appunto a una galassia di testate ''fake'' che puntano a confondere il lettore con il pretesto della satira, a cominciare dalla testata che rifà il verso ai più noti siti di informazione italiani. Attivissimo traccia quindi una mappa di queste fonti. ''Esaminando attentamente il codice pubblico delle loro pagine, come ha fatto David Puente nell'ambito di un'indagine ben più ampia, - si legge nel blog - emerge infatti che questi siti usano una stessa fonte, e addirittura condividono lo stesso account da publisher, per i propri banner pubblicitari''.

Risalendo la china si arriva a una società con sede a Sofia, in Bulgaria: la Edinet. E' qui che il ''Gruppo editoriale'' ha sede legale, ma con diramazioni in tutta Europa: vanta infatti uffici ''in Francia, Germania, Slovenia e soprattutto Italia''. Dal ''Chi siamo'' della Edinet.bg emergono altri dettagli sulle attività delle testate: ''I componenti e collaboratori di Edinet sono al 90% Italiani ed è proprio in Italia che sono puntate tutte le nostre risorse''. Mentre nel registro del ministero bulgaro il titolare risulta essere Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani. E' lui a capo del Gruppo che ha rilevato il gruppo KontroKultura, come annunciato da comunicato stampa, finendo per gestire oltre 30 testate online. Tutte orientate allo stesso business, appunto: quello delle bufale.

Sono questi i risultati di un lavoro certosino di debunking che gli esperti informatici hanno portato avanti per mesi e che, spiegano, aiuteranno a capire meglio qual è il meccanismo che vede nei social network il trampolino perfetto per la dinsinformazione. Un flusso di fake news che Facebook tenterà di frenare grazie alla funzione appena inaugurata, almeno negli Usa: il pulsante anti bufale. Ma la storia non finisce qui. Nelle prossime ''puntate'' annunciate i due debunker spiegheranno infatti passo passo come funziona il florido mercato dei ''pompatori'' di queste false notizie: ''complici consapevoli e inconsapevoli''. Pagine e gruppi di fan club politici che creano ad arte ed alimentano finte polemiche per guadagnarci.

Alcuni router Netgear sono vulnerabili agli attacchi hacker

La Stampa
andrea signorelli

Un bug presente in numerosi modelli rischia di comprometterne la sicurezza



Numerosi router Netgear sono vulnerabili ad attacchi che consentono a terze parti di ottenere privilegi root di accesso e permettono, di conseguenza, a qualunque hacker di avere completo controllo sul dispositivo. L’allarme è stato pubblicato dal CERT (Computer Emergency Response Team) dell’Università Carnegie Mellon di Pittsburgh.

Per consentire agli hacker di conquistare accesso al router, è sufficiente che il proprietario clicchi su un determinato link malevolo che viene inviato via spam e che potrebbe sembrare, a prima vista, innocuo. Una volta che l’utente ha avuto accesso alla pagina web a cui rimanda il link, creata a questo preciso scopo, gli hacker ottengono il controllo del router Netgear attraverso una rete LAN.

Il ricercatore che ha scoperto la falla di sicurezza, che si fa chiamare Acew0rm, sostiene di aver avvisato Netgear dei problemi relativi ai suoi router già dal mese di agosto, senza però ricevere alcuna risposta. I modelli coinvolti sono sicuramente tre: R7000, R6400, R8000; ma una seconda analisi ha dimostrato che potrebbero coinvolti anche i seguenti modelli: R7000P, R7500, R7800, R8500 e R9000.

Netgear ha rilasciato una dichiarazione a proposito: “Netgear è consapevole della vulnerabilità di sicurezza #582384 che può colpire alcuni dei propri router. (...) Netgear sta lavorando al problema e ha rilasciato aggiornamenti firmware (beta version) per i primi tre modelli identificati come potenzialmente a rischio: R7000, R6400 e R8000”. La notizia suscita preoccupazione soprattutto se si considera il ruolo fondamentale che apparecchi connessi alla rete e controllati in remoto da hacker hanno negli attacchi DDoS che sempre più di frequente stanno colpendo la rete.

Biotechware, la startup che porta l’elettrocardiogramma nel cloud

La Stampa
federico guerrin

In Italia sono già stati effettuati già più di 10.000 esami con il dispositivo CardioPad Pro. E ora la giovane azienda torinese si prepara a sbarcare negli Usa



Biotechware è una startup di Torino che opera in un settore forse ancora acerbo ma destinato, data la necessità di snellire il sistema sanitario, ad avere un ruolo sempre più importante in futuro.

Ha sviluppato infatti un prodotto, CardioPad Pro, che consente di effettuare elettrocardiogrammi grazie a un dispositivo portatile, senza doversi prendere la briga di andare in ospedale, ma recandosi presso una semplice farmacia. Niente più code o ticket da pagare (si paga comunque il servizio di analisi). Funziona un po’ come un iPad, con un touch screen da dieci pollici, gli elettrodi e una connessione criptata tramite cui i risultati dell’esame vengono inviati al centro di refertazione, per essere interpretati.

Il tutto in maniera velocissima: la media è di soli 3 minuti per i teleconsulti e 6 minuti per le tele-refertazioni; i risultati sono immediatamente disponibili e consultabili online tramite un portale dedicato. «Al momento – spiega Alessandro Sappia, uno dei fondatori, a La Stampa – il nostro dispositivo è usato da 250 farmacie in tutta Italia e sono già state effettuati 10,000 esami col nostro sistema. Ora puntiamo a consolidare la nostra posizione in Italia e ad espanderci all’estero».

Biotechware nasce nel 2011. Come accade per molte startup, la genesi è legata alla storia personale dei fondatori. «Venivamo da un’esperienza pluriennale in un’azienda che forniva servizi di medicina e abbiamo deciso di creare un prodotto che contribuisse a migliorare il servizio – racconta Sappia – anzi, non un solo prodotto, ma un ecosistema di dispositivi che trasmettono automaticamente i dati sanitari che acquisiscono a delle piattaforme cloud».

Passano un paio di anni e la società, che fino a pochi mesi ha usufruito del programma di accelerazione di I3P, l’incubatore di startup del Politecnico di Torino, mette in commercio il primo prodotto, CardioPad Pro. Fondamentale la partnership con il centro specializzato Telemedico di Genova, dove un equipe di cardiologi analizza e effettua diagnosi sulla base dei dati trasmessi dal sistema. «Telemedico è il nostro principale partner, ma collaboriamo anche con altre realtà operanti sul territorio – spiega Sappia – ad esempio abbiamo fatto una sperimentazione qualche tempo fa con l’ospedale di Firenze».

Dal punto di vista finanziario, dopo il momento del lancio in cui sono stati i soci stessi a mettere mano alle proprie risorse per far decollare il progetto, è arrivato il sostegno di un business angel, David Trabaldo Togna e un investimento da parte del fondo di venture capital Fira. Con l’arrivo dei primi capitali cresce anche l’organico: oggi l’azienda impiega sette persone full time, oltre a una manciata di consulenti e agenti di vendita.

Il modello di business della startup si basa su due principali flussi di cassa: quelli derivanti dalla vendita degli apparecchi ai centri convenzionati, che possono a loro volta noleggiarli o darli in comodato alla farmacie e una commissione per la gestione del dato, applicata ad ogni transazione.
Fra gli obiettivi di crescita a breve e medio termine lo sbarco all’estero, sia in Europa che negli Stati Uniti. «Abbiamo dato lo strumento in prova ad alcune società in Gran Bretagna – spiega Sappia - e superata la fase di test speriamo di siglare contratti con loro. Guardiamo anche alla Francia e all’America. Negli Usa abbiamo fatto richiesta di certificazione e contiamo di avere risposta entro la fine dell’anno, per poi cominciare a vendere nel 2017».

L’obiettivo dietro l’angolo è quello di raggiungere i 500 dispositivi venduti annui e di ampliare al contempo la gamma di servizi offerti. Come primo passo, l’azienda di Torino ha avviato una collaborazione con l’associazione di categoria Farmauniti per offrire, oltre all’elettrocardiogramma anche il test «Holter pressorio», che consiste nella misurazione della pressione a vari intervalli nel corso di 24 ore. «Questo genere di esami da remoto diventerà sempre più comune e si apriranno nuove opportunità e altri mercati – gongola il fondatore».

A fare gola è soprattutto il business della diagnostica per immagini, potenzialmente assai redditizio.

Google Maps permetterà di condividere costantemente la posizione con gli amici

La Stampa
lorenzo longhitano

Una sezione dell’app servirà a decidere con chi condividere la propria ubicazione, che apparirà sulla mappa dei contatti selezionati



Dal trovare vie e locali al riportare la posizione quasi in tempo reale dei nostri contatti: è l’ultima funzione che gli ingegneri Google stanno per introdurre all’interno di Google Maps. Secondo quanto riferisce Ausdroid, nei laboratori di Mountain View è in fase di test una particolare versione dell’app che include una sezione apposita dedicata ad amici e conoscenti stretti: al suo interno gli utenti possono impostare una lista di contatti che avranno accesso costante alla loro posizione o revocare in ogni momento tutte le autorizzazioni precedentemente concesse.


(Foto: Google / Ausdroid)

Trovandosi a uno stadio di sviluppo preliminare non è ancora detto che l’opzione riesca a fare capolino nelle versioni dell’app dedicate al pubblico, ma se così fosse potrebbe funzionare in tandem con altri aspetti del sistema operativo Android: oltre a visualizzare sulla mappa le ubicazioni degli amici, la loro posizione si potrebbe ottenere a voce tramite una domanda all’assistente vocale; in alternativa si potrebbero impostare promemoria o avvisi su base geografica — come una notifica quando i figli stanno per arrivare a casa da scuola.

In realtà gli store digitali pullulano da tempo di app che svolgono funzioni simili e la stessa Google aveva già proposto senza successo un sistema del genere con l’app Latitude, abbandonata nel 2013. I tempi però sono cambiati: Google Maps non è più la semplice piattaforma di cartografia digitale di una volta, ma un tassello essenziale alle fondamenta dell’intero sistema Google, attivo anche quando l’app non è in primo piano sullo schermo del telefono. Una visita alla sezione cronologia di Google Maps mostra che la casa di Mountain View raccoglie già costantemente i dati sulla nostra posizione: farci scegliere di condividerli con altri contatti è solo questione di aggiungere poche righe di codice alla propria app.

Twitter lascia l’Italia e nessuno può impedirglielo

repubblica.it
Giuliano Balestreri



Se Mediaset è solo l’ennesima preda che rischia di finire in mani straniere, Twitter è solo l’ultima di una lunga serie di aziende che ha deciso di lasciare la Penisola: poco redditizia, poco attraente dal punto di vista fiscale e infrastrutturale. L’eterno rincorrersi di governi non ha certo garantito la stabilità a un Paese che dimostra di non aver mai avuto una chiara politica industriale. Palazzo Chigi ha assistito silente all’uscita dai confini della Fiat e della holding della famiglia Agnelli, ha guardato impotente l’addio di Pirelli e la conquista di Telecom da parte dei francesi di Vivendi. E dopo aver perso decine di marchi iconici del made in Italy (da Bulgari alla pasta Garofalo, da Ducati a Loro Piana, solo per citarne alcuni) si interroga su come salvare l’azienda della famiglia Berlusconi.


Evan Williams, cofondatore di Twitter. David Paul Morris/Getty Images

Nel frattempo, però, non si accorge di aver completamente perso la presa sugli investitori internazionali che in Italia dovrebbero e potrebbero creare lavoro. Un paio di anni fa fu Rocket Internet, il più grande incubatore di start up al mondo, a lasciare l’Italia perché lo riteneva un mercato gestibile comunque da lontano, adesso tocca a Twitter la cui avventura milanese è durata meno di due anni mezzo: da giugno 2014 a oggi.

Il sito di microblog chiuderà i battenti all’inizio di gennaio, giusto il tempo di completare le ultime formalità procedurali. L’azienda aspetta solo di essere convocata dalla Regione Lombardia tra Natale e Capodanno: dopo l’incontro tecnico partiranno i licenziamenti collettivi che lasceranno a casa 18 persone. Nell’assordante silenzio delle istituzioni: “Siamo impotenti” ammette Valentina Aprea, assessore regionale al Lavoro.

Gli osservatori più cinici fanno notare che – fortunatamente – si tratta di pochi dipendenti per lo più altamente qualificati e per questo non dovrebbero faticare ad essere ricollocati. Il problema, tuttavia, è più profondo. Riguarda il futuro industriale di un Paese che da un lato abbandona il settore manifatturiero e dall’altro ancora non riesce ad attrarre il mercato dei servizi.

Certo, Twitter è una multinazionale in crisi. Talmente in difficoltà che nessuno ha intenzione di comprarla: uno dopo l’altro si sono sfilati tutti, da Microsoft a Google. E così per sopravvivere la società è alle prese con un’importante operazione di taglio dei costi, ma gli uffici italiani non rappresentavano un fardello insostenibile: basti pensare che il 2015 si è chiuso con un utile netto di quasi 180mila euro.

Preoccupa quindi che gli americani abbiano trovato più conveniente chiudere la filiale che tagliare il già esiguo numero di lavoratori. Preoccupa che i clienti – soprattutto investitori pubblicitari italiani di spessore – non siano ritenuti abbastanza importanti da essere seguiti da una sede italiana: per loro si spalancheranno le porte dell’ufficio di Dublino con i tutti i limiti che hanno le relazioni a distanza.

E così suona beffardo che sul profilo della società americana sia ancora scritto “situati vicino al Duomo, siamo un grande team di professionisti appassionati e impegnati a diffondere l’amore di Twitter in Italia. Nel nostro ufficio lavorerete con colleghi determinati, entusiasti e infinitamente ottimisti. Il nostro focus è su sport, tv, cibo e moda e adesso cerchiamo te per aiutarci a crescere in queste aree”.

Ovviamente di posizioni aperte non ce ne sono e dell’amore per l’Italia sono rimaste solo le parole e l’impegno dei dipendenti, mentre il portafoglio di Jack Dorsey – padre e padrone del gruppo – non vede l’ora di volare al di là delle Alpi.

Turbamenti

La Stampa
jena@lastampa.it

Un dilemma amletico turba le notti dei romani: ma perché abbiamo eletto la Raggi?

Amicizie stellari

La Stampa
massimo gramellini

Uno vale uno, ma vale due se è amico di qualcuno. Come nella «Fattoria degli Animali» di Orwell, anche in quella di Grillo il mantra dell’eguaglianza è stato aggiornato dopo i primi strusci con il potere. L’ultima miracolata è la dottoressa Alessandra Manzin, assunta con stipendio più che onorevole dall’assessora alla «città in movimento», una dizione che riferita al traffico di Roma risulta particolarmente satirica. La delibera comunale giustifica il lieto evento con «doti e competenze specifiche nel campo del diritto amministrativo». Ma non deve avere troppo danneggiato la prescelta il particolare di essere collaboratrice di un parlamentare grillino e fidanzata con un pezzo grosso della Casaleggio Associati, assistente a sua volta di uno dei leader del movimento. 

Da qui alle prossime elezioni, che auspichiamo imminenti, Pd e Cinquestelle si sfideranno a chi combina più disastri tra il governo biscottato di Gentiloni e la giunta brancaleone della Raggi. Una battaglia dall’esito incerto nella quale sarebbe un delitto intromettersi. Però bisogna pur riconoscere che, se la Boschi pecca di incoerenza quando promette di lasciare la politica in caso di sconfitta e poi si incolla alla poltrona, non tanto più lineare è il comportamento di chi predica la meritocrazia anglosassone, ma applica il familismo italico, distribuendo gli incarichi pubblici, e le relative prebende, a una girandola di padri madri cugini amici cognati mogli e fidanzate da far venire il mal di testa. 

Il Kit Kat Nestlè rischia di perdere il “marchio comunitario”

La Stampa
emanuele bonini

Per la corte del Lussemburgo le barrette non sono “uniche” per tutta l’Unione



Kit Kat amaro per la Nestlè. Il celebre snack rischia di vedersi togliere il riconoscimento «marchio comunitario» per la sua particolare forma a quattro dita che contraddistingue il dolcetto. Il motivo? Non è percepito come caratteristica distintiva in tutti gli Stati membri, e per questo non può fregiarsi della speciale etichetta. Lo ha stabilito il Tribunale dell’Ue, nella sentenza emessa oggi. All’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale Euipo), viene quindi chiesto di riesaminare la decisione presa nel 2002. 

Il caso
Nel 2002 Nestlè aveva chiesto e ottenuto dall’Euipo il riconoscimento del marchio comunitario per la forma del suo prodotto dolciario. Nel 2007 Cadbury Schweppes (ora Mondelez) ha chiesto l’annullamento della registrazione, che contestava la natura caratteristica della forma delle barrette di cioccolato. Richiesta respinta dall’Euipo nel 2012 con la seguente spiegazione: il marchio della Nestlè ha acquisito un carattere distintivo. Cosa non vera secondo il Tribunale di Lussemburgo, che oggi ha disposto l’annullamento della decisione del 2002. 

Non tutti vedono la forma
Secondo l’organismo di giustizia di Lussemburgo, «nel caso di un marchio che, come il marchio della Nestlé, non ha carattere distintivo intrinseco nell’insieme dell’Unione, la prova del carattere distintivo acquisito tramite l’uso deve essere fornita in tutti gli Stati membri interessati». Sulla base di questa premessa occorre che tutti i Paesi in cui è venduto il prodotto, i consumatori lo vedano come «unico». Nel caso specifico è stato dimostrato che il marchio ha acquisito un carattere distintivo in 10 Paesi (Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna e Svezia), ma l’Euipo si è pronunciato senza verificare che altrettanto è avvenuto in Belgio, Irlanda, Grecia e Portogallo.

Tutto da rifare, quindi. Ora Nestlè può fare appello alla Corte di giustizia, oppure convincere i golosi di Belgio, Irlanda, Grecia e Portogallo che le barrette Kit Kat sono uniche. 

La Colombia contro Madrid: “Ritirate il manifesto di Pablo Escobar”

La Stampa
Francesco Olivo



Una pubblicità scatena la protesta della Colombia. Il governo di Bogotà ha protestato contro il comune di Madrid per il mega cartellone pubblicitario affisso alla Porta del Sol, della serie tv Narcos, prodotto da Netflix, dove compare il volto di Pablo Escobar (o meglio dell’attore Wagner Moura che interpreta nella serie il boss del narcotraffico) con la frase “Bianco Natale”, riferimento non tanto mascherato alla cocaina, il prodotto principe dei commerci di Escobar.

Il governo colombiano ha protestato ufficialmente con il comune di Madrid chiedendo la rimozione del manifesto.

Napolitano: "Abominevole parola sindaca o ministra"

Franco Grilli - Gio, 15/12/2016 - 20:12

Giorgio Napolitano inconrtra la Boldrini e la Fedeli e bacchetta la presidente della Camera per i suoi diktat sulla lingua italiana

"Permettetemi di reagire alla trasformazione della lingua italiana con l'orribile appellativo di ministra o l'abominevole appellativa di sindaca.

La chiamerò signora presidente come chiamavo Nilde Iotti. Penso che alla mia età qualche licenza mi sia concessa". Così Giorgio Napolitano rivolto alla presidente della Camera Laura Boldrini e a Valeria Fedeli, titolare dell'istruzione, alla consegna del Premio De Sanctis per la saggistica ricevuto da Napolitano per il suo 'Europa politica e passione', alla cerimonia di consegna alla casina del Bel Respiro di Villa Pamphili a Roma. "Questo è un tradimento", ha replicato sorridendo Boldrini.

Poi ha commentato a margine della cerimonia: "Il presidente Napolitano ha le sue idee che rispetto ma la società cambia e deve cambiare anche il linguaggio. Nessuno mette in dubbio che si possa dire contadina, allora non vedo perché non si debba anche usare lo stesso metro quando si sale la scala sociale".

Il tribunale Ue dà l’ok per la soia geneticamente modificata

La Stampa
emanuele bonini

Respinto il ricorso della Commissione europea: “infondato”



La soia geneticamente modificata “MON 87701 × MON 89788” della Monsanto si può mettere in commercio, e bene ha fatto la Commissione ad autorizzarne la messa in commercio. La decisione dell’esecutivo comunitario è stata presa dopo verifiche e analisi «adeguate», e il prodotto in questione non comporta rischi per la salute. In altre parole, il ricorso contro la Commissione europea è «infondato». Sugli Ogm il Tribunale dell’Ue dà ragione al collegio dei commissari, e respinge invece le obiezioni delle associazioni ambientaliste. 

Prove insufficienti, ha ragione la Commissione
La precedente Commissione europea, guidata da Josè Manuel Barroso, l’8 gennaio 2013 ha autorizzato la messa in commercio della soia transgenica, sulla base del parere positivo espresso dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) del 28 giugno 2012. TestBioTech, European Network of Scientists for Social and Environmental Responsibility e Sambucus, associazioni tedesche di tutela ambientale, ne hanno chiesto l’annullamento al Tribunale dell’Ue. La richiesta di riesame dell’autorizzazione è per «infondata» per il Tribunale, in quanto le tre associazioni «non sono riuscite a suscitare dubbi» sulla validità delle conclusioni della Commissione Ue.

In particolare non si è riuscito a dimostrare che la composizione della soia geneticamente modificata e quella della soia convenzionale presentano alcuna differenza significativa, né dal punto di vista sia statistico sia biologico. Inoltre la valutazione della potenziale tossicità della soia geneticamente modificata «è stata adeguata» e le associazioni non hanno saputo dimostrare il contrario. Infine per il Tribunale il rischio allergenico relativo alla soia geneticamente modificata «è stato adeguatamente valutato», e anche in questo caso non è stato dimostrato il contrario.