martedì 20 dicembre 2016

Dopo i social la Turchia blocca Tor, la rete anonima

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

La denuncia dell'osservatorio Turkey Blocks: il sistema di navigazione "a cipolla", utile a proteggere la privacy degli utenti, quasi interamente fuori uso. Dopo i blocchi temporanei dei social network è il momento del modello cinese

Dopo i social la Turchia blocca Tor, la rete anonima
(@TurkeyBlocks)

IL CAPPIO si fa sempre più stretto. Quasi senza uscita. Silenziare il dissenso online è un chiaro obiettivo strutturale del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Lo era prima del fumoso golpe di metà luglio, lo è ancora di più dopo quelle giornate di epurazioni di massa. In queste ore, però, in Turchia si sta assistendo a un salto di qualità. Non solo social network, ripetutamente sottoposti a blocco, come agli inizi di novembre in occasione dell'arresto di una dozzina di dirigenti e parlamentari dell'Hdp, il filocurdo Partito per il popolo democratico, fra cui il leader e parlamentari Selahattin Demirtas e la sua vice Figen Yuksekdag. Anche il deep web, o meglio il principale strumento per accedervi - il sistema di comunicazione anonima Tor - è finito nel mirino dei controllori di Stato.

L'osservatorio sulla censura nel Paese, Turkey Blocks, ha infatti confermato l'accesso diretto a quella porzione di rete priva di siti indicizzati dai motori di ricerca tramite il browser Tor è bloccato. L'unico modo di continuare a entrare in internet in anonimato - e scambiare così materiali, confrontarsi, inoltrare denunce, trovare notizie - è utilizzare The Onion Router in modalità 'bridgè o attraverso i cosiddetti 'pluggable transport'.

Sono vie di fuga sviluppate dalla stessa comunità e partono dal presupposto che spesso le autorità bloccano l'uso di Tor in due modi: inibendo la connessione agli indirizzi IP dei nodi Tor che conoscono o analizzando il traffico sulla rete nazionale per identificare l'uso dello specifico protocollo. I due sistemi consentono di schivare questo muro attraverso dei relay segreti (bridge) o camuffando il traffico generato attraverso Tor, rendendolo cioè simile a classiche connessioni HyperText Protocol.

Questioni tecniche a parte, pare che potranno tuttavia esserci problemi anche per questi sistemi alternativi. Sono restrizioni che arrivano dopo che, il mese scorso, Ankara ha posto sotto la lente le cosiddette Vpn (virtual private network), reti private virtuali in grado di mettere in piedi connessioni cifrate e sicure, spesso utilizzate in ambito aziendale ma anche da chi voglia nascondere il proprio indirizzo IP appoggiandosi a server allocati altrove e dunque bypassando i blocchi locali. E le possibili conseguenze.

Qualche settimana fa l'Autorità turca delle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni, la famigerata Btk, ha ordinato agli internet provider come TTnet e Turkcell di bloccare una serie di siti che forniscono questi servizi, da Express Vpn a VyprVpn passando per Zero Vpn. In un primo momento sembrava temporaneamente. Ma le conseguenze delle ultime ore, confermate ieri da Turkey Blocks in un post sul blog ufficiale, sembrano appunto il secondo, oscuro tempo delle iniziative di qualche settimana fa.

''Tor è un sistema libero e gratuito progettato per consentire ad attivisti, giornalisti e utenti qualsiasi di evitare la censura di governo sulle comunicazioni digitali - si legge nel post - come ultima linea di difesa contro i più schiaccianti regimi del mondo, Tor ha visto crescere la sua popolarità in Turchia insieme ai servizi commerciali di reti private virtuali grazie alla sua disponibilità e resilienza". Una resilienza che evidentemente Erdogan vuole mettere in discussione, avvicinandosi al modello cinese: ''Il blocco parziale o totale delle Vpn, di Tor e di servizi simili farà scivolare internet in Turchia verso il modello del giardino murato, come quello imposto dal Great Firewall di Pechino'' spiegano dall'organizzazione.

Dopo le richieste di novembre, il governo era tornato a premere sui fornitori di connettività lo scorso 5 dicembre. Lo scopo delle richieste, che prevedevano anche la consegna di rapporti settimanali sui progressi delle procedure tecniche messe in campo, era proprio condurre alla situazione attuale: completare il lavoro non solo sulle Vpn ma anche su Tor. Non è un caso che i primi problemi siano iniziati proprio in quei giorni e ora il quadro sembra decisamente compromesso.

''La Turchia di solito blocca l'accesso a specifici siti attraverso ordinanze delle corti o misure amministrative per restringere permanentemente l'accesso ai servizi - raccontano da Turkey Blocks - per questo gli utenti turchi hanno iniziato a utilizzare con frequenza le Vpn e Tor. Ad esempio per accedere a fonti indipendenti d'informazione e cercare aiuto nelle immediatezze degli attentati terroristici''. Ora anche quelle strade si fanno sempre più strette.

Gli ultimi momenti di Saddam

Matteo Carnieletto

REUTERS PICTURES OF THE DECADE. 
Iraq's former president Saddam Hussein is filmed after his capture in this footage released December 14, 2003. U.S. troops captured Saddam Hussein near his hometown of Tikrit, announced U.S. administrator in Iraq Paul Bremer on Sunday, in a major coup for Washington's beleaguered occupation force in Iraq.  REUTERS/Handout (IRAQ)

Aver fatto la guerra all’Iraq e aver ucciso Saddam Hussein fu un errore. E dei peggiori. Sono queste le conclusioni che trae John Nixon, l’agente della Cia che interrogò il Raìs. Nel suo libro di memorie intitolato Debriefing The President: The Interrogation Of Saddam Hussein, Nixon racconta della cattura di Saddam:  “Stavo in piedi da 27 ore ed ero esausto, ma la notizia mi diede un’ adrenalina mai provata prima. La Squadra delle Forze Speciali aveva individuato un uomo che corrispondeva alla descrizione di quello che chiamavamo ‘High Value Target No 1’, il nostro bersaglio numero uno.

I miei capi alla Cia misero sotto torchio me, l’esperto: quel tizio sciatto e robusto poteva essere Saddam Hussein?”. Era lui. Nixon lo riconosce da “una cicatrice da proiettile nella gamba sinistra”.
Inizia il primo interrogatorio.  “‘Mi capisci?’. Saddam fece cenno di sì con il capo. ‘Quand’è l’ultima volta che hai visto i tuoi figli vivi?’. Mi aspettavo fosse sprezzante ma mi spiazzò la sua aggressività: ‘Chi siete? Intelligence militare? Mukhabarat? Rispondete. Identificatevi'” Sono i servizi segreti americani. Nixon comincia a metterlo sotto torchio, ma il Raìs risponde solo ad alcune domande, quelle che reputa più interessanti. Chiede sprezzante: “Perché non mi domandi della politica? Potresti imparare molto da me”. È glaciale, l’ormai ex leader iracheno: “Avete trovato un traditore che vi ha dato Saddam Hussein.

Non ne trovate uno che vi dica dove stanno le armi di distruzione di massa”. Già, le armi di distruzione di massa. Avrebbero dovuto giustificare la guerra in Iraq, ma nessuno le trovò mai, come racconta Nixon: “Nel 2007 mi dovetti presentare nello studio ovale da George W. Bush. Mi chiese che tipo d’uomo fosse Saddam. Gli spiegai che all’inizio fu disarmante e autolesionista, e il presidente non gradì. Aggiunsi che il vero Saddam era sarcastico, arrogante, sadico, e questo sembrò calmare Bush. Guardò Dick Cheney e scherzò: ‘Sicuro che Saddam non ti ha detto dove ha messo quelle fiale di antrace?’.

Tutti risero ma io lo ritenni inappropriato. L’America aveva perso oltre 4000 soldati sul campo”. Ed è a questo punto che Nixon lascia un’amara riflessione: “Mesi dopo, fui di nuovo convocato alla Casa Bianca. Bush appariva distratto e infastidito, mi chiese Muqtada al-Sadr, leader Mahdi milizia da lui fondata per combattere le forze di occupazione in Iraq. Non era in agenda, così risposi: ‘È una domanda da 64.000 dollari!’. Bush ripose che ero un testa di cazzo, ma nel suo memoir scrisse che non aveva mai messo in discussione i patrioti della Cia che avevano lavorato duramente in Iraq. Diede colpa alla Cia per ogni errore commesso invece il problema è che sentì solo quello che voleva sentire.

Non voglio dire che Saddam fosse innocente, era un dittatore sanguinario, ma col senno di poi, avere un Saddam invecchiato e senza potere mi sembra migliore che perdere vite dei nostri uomini e donne in divisa, che assistere alla nascita dello Stato islamico e aver sperperato tre triliardi per costruire il nuovo Iraq”.

Disegni inediti di Van Gogh, la casa editrice: "Chiederemo i danni al museo di Amsterdam"

repubblica.it
di AGNESE ANANASSO

Disegni inediti di Van Gogh, la casa editrice: "Chiederemo i danni al museo di Amsterdam"
Il libro "Vincent Van Gogh, le brouillard d'Arles, carnet retrouvé", i cui disegni sono stati giudicati falsi dal Museo Van Gogh di Amsterdam

VERI o falsi? Tornano alla ribalta i 65 disegni inediti di Van Gogh, pubblicati in novembre dalla casa editrice francese Le Seuil nel libro "Vincent Van Gogh, le brouillard d'Arles, carnet retrouvé", di cui il Van Gogh Museum di Amsterdam ha contestato l'originalità. Ora la casa editrice ha fatto sapere che richiederà la "riparazione del danno subito da una campagna insidiosa e infondata", non specificando bene attraverso quali mezzi, se con una causa o per altre strade.

Intenzioni bellicose anche da parte del proprietario dei bozzetti. "Il proprietario si riserva di avviare tutte le iniziative possibili per ottenere la riparazione del danno provocato dalle affermazioni di possibile falsità dell'opera", ha fatto sapere l'esperto di arte Franck Baille, che ha fatto la scoperta.
Una guerra, quella tra la casa editrice e il museo olandese che va avanti dal 15 novembre, giorno della pubblicazione del volume, a suon di comunicati e dichiarazioni, volti a screditare le affermazioni ora dell'uno ora dell'altro. In particolare l'esperta canadese Bogomila Welsh-Ovcharov, che ha pubblicato ben 19 pagine volte a smontare punto per punto la tesi di falsità, ricorda come lo stesso museo negò l'autenticità del dipinto dell'artista "Coucher de soleil à Montmajour", salvo poi riconoscerla 22 anni dopo.

Il libro per ora non pare aver sofferto particolarmente della diatriba: è infatti stato pubblicato in 70mila copie, di cui 25mila in Francia, dove fino all'inizio di dicembre ne risultano acquistate 2.600. Ma in Olanda e nelle Fiandre, le vendite sono quasi pari a zero.

Museo Egizio, una gaffe faraonica: entra gratis chi parla la lingua araba

Nadia Muratore - Mar, 20/12/2016 - 09:02

Paghi uno ma entrano in due. A patto però che tu non sia italiano

 




Torino - «È il momento di scoprire le meraviglie del museo Egizio: da oggi entri in due con un solo biglietto a tariffa intera». Così recita la nuova campagna di promozione del museo Egizio di Torino, che però ha in sé un distinguo non da poco: ne potranno usufruire solo i visitatori che parlano arabo. Tant'è che lo slogan pubblicitario dice: «Fortunato chi parla arabo». Sfortunato, invece, chi parla italiano, perché per lui la promozione non è valida. I due ingressi al prezzo di uno, si ottengono solo a una condizione: essere «nuovi torinesi» che utilizzano la lingua del Corano.

Un'iniziativa singolare, che al momento non ha esempi analoghi in Europa. Sbaglia chi pensa che questa sia una promozione di tipo commerciale, perché come ha spiegato il direttore Christian Greco: «Il progetto ha una valenza culturale, ossia quella di una nuova forma di inclusione sociale, in una città che ha la fortuna di custodire una collezione importantissima e non può dimenticare il Paese da cui proviene». L'obiettivo è quello di raggiungere le oltre 33mila persone di lingua araba residenti nella provincia di Torino, delle quali più di 24mila, solo nella città capoluogo.

Dati inferiori, ma sempre importanti, sono quelli relativi alla presenza di egiziani nel Torinese, che dovrebbero essere all'incirca 4mila e 700. Molti di loro - almeno questo è il pensiero dei promotori dell'iniziativa - non hanno mai visitato il museo. E ciò, nonostante sia un luogo dove viene spiegata e mostrata la loro storia e anche una parte importante della loro tradizione culturale. Scoprirla in tutta la sua grandezza non è solo un'acquisizione di conoscenza, ma - sempre secondo i promotori torinese - una possibilità in più di dialogo, conoscenza e confronto. «Nessuna di queste istituzioni esiste per diritto divino - ha voluto precisare il direttore Greco - ma è interconnessa col territorio.

Il museo deve guardare a tutti». Considerando che l'antica civiltà del Nilo ha avuto scambi e influenze con il Nord Africa e in generale con quello che è diventato poi il mondo arabo, scoprire l'Egizio è l'occasione per capire meglio, da parte delle varie comunità presenti sul territorio, la propria storia pre-islamica. Il paghi uno e prendi due del museo, dovrebbe avere come obiettivo, quello di essere un antidoto alle possibili tentazioni fondamentaliste, ma soprattutto è la possibilità di sperimentare, come spiega sempre il direttore Greco: «Nella loro lingua, che l'Egizio è anche casa loro».

Oltre a manifesti e comunicazione web, ci sarà un lavoro diretto sul territorio da parte di «comunicatori», formati dal museo, in grado di spiegare ai connazionali l'iniziativa nei quartieri di residenza, moschee, mercati rionali, negozi e ristoranti. Una fortuna, quella di parlare arabo, che durerà fino al 31 marzo.

A Goro cacciarono gli immigrati. Ora ospitano famiglia italiana

Rachele Nenzi - Lun, 19/12/2016 - 13:37

A Goro due cooperative di pescatori hanno dato un buono spesa e una casa ad una famiglia (italiana) sfollata: "Benvenuti nella repubblica di Goro"

Goro e Gorino respinsero i migranti. Una quindicina di ragazze sbarcate in Italia e redistribuite nei due piccoli comuni nel ferrarere senza "l'autorizzazione" dei cittadini. E soprattutto requisendo l'unico hotel della zona, togliendolo ai turisti e regalandolo ai migranti.

Oggi i cittadini, quasi tutti pescatori di volgole, parlano della "repubblica di Goro". E in effetti sono gli unici in Italia ad essere riusciti a costringere il prefetto a rivedere le proprie decisioni e a spostare altrove i profughi. E in questa "repubblica" a parte, ieri i responsabili di due cooperative di pescatori hanno deciso di dimostrare che quello di Goro è un popolo ospitale. Ma con chi vogliono loro. Ovvero una famiglia sfrattata di Cavarzere, padre, madre e quattro figli, che nel loro paese non avevano trovato una sistemazione.

"A Cavarzere, il nostro Comune in provincia di Venezia, nessuno ci ha aiutato anzi ci hanno presi in giro", così ha detto Gianluca Maniero prendendo le chiavi di quella che sarà la loro casa. A Goro Fausto Gianella e Mauro Finotello, rappresentanti delle cooperative di pescatori, sono riusciti a raccogliere i soldi per un buono spesa da 800 euro e ad assegnare a questa famiglia un appartamento. "Si tratta di un gesto di solidarietà - ha spiegato a La Nuova Ferrara il capo della cooperativa La Vela - un incentivo per ripartire. E la casa dove andranno ad abitare, anche se si trova a Mesola, è di proprietà di una gorese che ha voluto mettere a disposizione a titolo gratuito la propria abitazione per aiutare questa famiglia".

La storia della famiglia Maniero è in realtà abbastanza controversa. Nei giorni scorsi Le Iene hanno mandato in onda un servizio in cui il loro ex padrone di casa sostiene che la famiglia Maniero avrebbe smesso di pagare senza motivazioni, visto che nello stesso periodo avrebbero comprato una macchina. E che il Comune di Cavarzere avrebbe loro offerto una soluzione dignitosa, però rifiutata.

"Hanno raccontato quello che volevano raccontare - si difende però Maniero - La casa vuota mostrata nel servizio non è quella che ci aveva proposto il Comune. 

Noi abbiamo rifiutato la loro soluzione perché di fatto non era una soluzione, era un’abitazione fatiscente, un “loculo” dove non si possono crescere bambini". "Goro ci sta tirando fuori da una situazione che era diventata insostenibile, resa ancora peggiore dagli amministratori cavarzerani che hanno solo infangato la nostra famiglia attraverso televisioni e giornali - conclude Maniero a estense.com - Nulla hanno fatto per salvaguardarci, con 240 case libere – sostiene il capofamiglia – molte delle quali destinate all’accoglienza migranti. Per loro c’è sempre posto".

Se ai migranti ci pensa lo Stato, agli italiani ci pensano gli stessi italiani. ci hanno pensato i cittadini di Goro, cui "non interessa" quello che dice la tv. Per loro è importante aiutare un italiano e dare un messaggio. Le cooperative di pescatori sono pronte anche a trovare un lavoro a Maniero, quello che gli manca da un anno e mezzo.

Le mille identità della nebbia di Milano

repubblica.it

di MARCO BELPOLITI - foto di FOTOGRAMMA / DUILIO PIAGGES

Circonda i canali lungo i Navigli, si stende per tutta la città La sua natura è evanescente e ricca di significati simbolici: offuscamento, confusione. Ma anche protezione.

A Milano la nebbia è tornata. Circonda i canali lungo i Navigli, appare alle porte della città, si stende verso il Parco Nord e nei campi della zona sud. S’addensa nelle prime ore del giorno sotto forma di foschia, e a volte scompare. La bruma non è altro che un fenomeno naturale: vapore acqueo che si condensa sul terreno e sulle acque delimitando la trasparenza dell’aria e la visibilità.

La Pianura padana e Milano sono sempre stati una fabbrica della nebbia. Nei tempi passati ce n’era tantissima: produzione industriale. Gran parte dell’inverno si viveva immersi nel nebbione, senza possibilità di uscirci. Pasolini nel 1959 aveva scritto una sceneggiatura dal titolo: La nebbiosa. Ma già Manzoni faceva avanzare Renzo nel lazzaretto dentro una densa foschia in cerca di Lucia prima dello scioglimento finale.

Così se la figurano anche Totò e Peppino prima di salire al Nord alla ricerca della “malafemmina”. Seduti al tavolo vengono introdotti ai misteri di Milano, dove c’è freddo, brutto tempo e soprattutto la nebbia. Totò chiede: «E chi la vede?». «Cosa?», replica il loro “istruttore”. «Questa nebbia».

Risposta: «Nessuno». Al che Totò conclude: «E a Milano quando c’è la nebbia non vedono, come si fa a vedere la nebbia?». Domanda paradossale e insieme metafisica. Se la nebbia non fa vedere, allora come possiamo distinguerla? La nebbia non si tocca, concludono i due comici.

La sua natura è evanescente, come l’aria, come il fumo, come tutto ciò che c’è, eppure sfugge. In un bel libro antologico dedicato a questo fenomeno atmosferico, Nebbia (Einaudi), due saggisti e scrittori scomparsi da poco, Remo Ceserani e Umberto Eco, hanno mostrato l’identità multiforme del vapore acqueo, che sorge dai prati irrigui come dalle strade della periferia o del centro, così misterioso che tende a caricarsi d’innumerevoli significati simbolici, a partire da quello dell’offuscamento e confusione nei rapporti umani, e più in generale nella vita individuale e sociale.

Come non pensare alla nebbia in cui le due capitali d’Italia, quella cosiddetta morale e quella reale, i loro sindaci in particolare, sono immersi in questi giorni: condizione incerta e imprecisa. A Roma, la nebbia non c’è mai, o quasi mai, sebbene in anni non lontani la sua Procura sia stata definita: “il porto delle nebbie”. Fog è il titolo di un emblematico film di John Carpenter del 1980, dove viene narrato il ritorno del rimosso sotto forma di zombie in una cittadina californiana.

La bruma si presta perciò bene a rappresentare l’ignoto e il perturbante, a indicare l’imprevedibilità e l’impossibilità di distinguere il futuro. Del resto, l’opacità sembra la condizione permanente della nostra società, che invece sbandiera la “trasparenza” quale valore ideale. Nella moderna società liquida la nebbia appare perciò la perfetta metafora di ciò che accade.

Beppe Grillo, da un lato, e i 140 sindaci, dall’altro, per stare ancora alle cronache di questi giorni, cercano di fare chiarezza, di dissipare le brume intorno alle due capitali. Ma non c’è solo questo.
Nella prefazione di quel libro Eco ricordava un altro significato della nebbia: la protezione. La foschia biancastra realizzerebbe un sogno impossibile, quello della felicità amniotica.

Al Nord la nebbia non ha solo un valore negativo, ma anche uno positivo: fa svanire per un momento il mondo intorno, lo rende più straniero e nel contempo più vicino. Come nel ballo sul terrazzo del Grand Hotel, messo in scena da Fellini in Amarcord, i ragazzi immaginano di ballare con bellissime e inesistenti ragazze, e mormorano: «Dove sei amore mio?». Dentro nella nebbia si può anche fantasticare.

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Strage di Orlando, i familiari delle vittime fanno causa ai social: “Hanno aiutato i terroristi”

La Stampa

Citati a giudizio Twitter, Facebook e Google per aver fornito con le loro piattaforme «supporto materiale» alla propaganda Isis



Alcuni famigliari delle vittime dell’attentato al gay club di Orlando hanno citato in giudizio Twitter, Facebook e Google per aver fornito con le loro piattaforme «supporto materiale» alla propaganda Isis e contribuendo a radicalizzare l’autore della strage, Omar Mateen. Lo riporta Fox News. Le Corti finora sono state riluttanti a ritenere responsabili i giganti del web per i contenuti postati, ma se questa causa senza precedenti avesse successo, dicono gli esperti, potrebbe rivoluzionare il mondo dei social media. 

Nella causa civile presentata nel distretto orientale del Michigan, le famiglie di tre vittime sostengono che le tre piattaforme web «hanno fornito al gruppo terroristico dell’Isis account usati per diffondere la propaganda estremista, raccogliere fondi e attrarre nuove reclute». «Senza Twitter, Facebook e Google (YouTube), la crescita esplosiva dell’Isis degli ultimi anni nel gruppo terroristico più temuto al mondo non sarebbe stata possibile», si legge nella citazione. Al centro della denuncia l’interpretazione di quanto previsto dal Communications Decency Act (CDA) del 1996, che finora è servito a proteggere i social media da eventuali responsabilità legate ai contenuti postati sulle loro piattaforme.

Ma alcuni avvocati e accademici hanno cominciato a sostenere che siti come Facebook potrebbero violare la normativa con i loro algoritmi segreti, che consentono di piazzare pubblicità legate alle informazioni degli utenti, condividendo con l’Isis gli introiti pubblicitari e quindi finanziandone l’attività. Facebook, Twitter e Google non hanno risposto per ora alla richiesta di un commento da parte della Fox. 

Cervello in fuga

La Stampa
massimo gramellini

Il ministro del Lavoro con delega alle figuracce Giuliano Poletti ha deciso di sfatare a parole, e non solo con la sua presenza, l’affermazione retorica secondo cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno. Lo ha fatto con l’eleganza e il tatto che lo contraddistinguono fin da quando spernacchiava come scansafatiche i laureati ventottenni, per la gioia degli specializzandi ancora curvi sui libri a quell’età. Poletti ha cominciato col dire che «se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti sessanta milioni di pistola» e i maligni hanno subito pensato che la volesse mettere sul personale. Poi l’uomo delle coop rosse ha tirato l’affondo:

«È un bene che certa gente se ne sia andata, sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più tra i piedi». Un mio amico - il cui figlio laureato in Ingegneria col massimo dei voti ha appena accettato un posto a Londra forse perché suo padre non aveva da offrigliene uno nella Lega delle Cooperative - si è leggermente risentito. Temo non abbia colto la delusione nascosta tra le pieghe della raffinata ironia ministeriale. Poletti non si capacita di come possano esserci centomila giovani così ingrati e antipatriottici da accettare un lavoro regolarmente retribuito all’estero piuttosto che immergersi nell’esilarante girandola italica dei «voucher» da lui promossi .

Siamo in tanti a pensare che sia un bene che se ne siano andati. Un bene per loro. Mentre è un male che il ministro del Lavoro di un Paese con il record di disoccupati e precari rimanga ancora al suo posto a sparare pistolettate.

Attitudini

La Stampa
jena@lastampa.it

Se esistesse un test attitudinale per poter fare il ministro, Poletti non lo supererebbe.

Dov’è il bagno? Te lo dice Google Toilet locator

La Stampa
enrico forzinetti

È un servizio che permette di cercare sulle Maps il wc più vicino, e gli utenti possono lasciare un giudizio sulle condizioni igieniche. Per ora è attivo solo nell’area di Nuova Delhi, in India



Trovare una toilette pulita in una grande città è già un’impresa. Quando si parla di metropoli con milioni di abitanti si fa ancora più dura. Come riportato da International Business Time il ministro dello Sviluppo urbano indiano ha deciso di lanciare un servizio in grado di aiutare i cittadini a trovare un wc in buone condizioni.

Google Toilet Locator sarà disponibile su Google Map: invece della più tradizionale ricerca di ristoranti o negozi si potranno trovare informazioni sui bagni nei dintorni. Verranno indicati sia toilette presenti in centri commerciali, stazioni della metropolitana e benzinai che all’interno di ospedali. Il sistema si basa in maniera determinante sull’attività degli utenti. Saranno le valutazioni delle persone che hanno già sfruttato l’applicazione a descrivere le condizioni dei servizi igienici, dare un loro giudizio complessivo e segnalare quali sono chiusi o fuori uso.

Al momento Google Toilet Locator è stato lanciato come progetto pilota nell’area metropolitana di Nuova Delhi, capitale indiana con oltre 20 milioni di abitanti. Se funzionerà potrebbe in futuro essere allargato anche ad altre zone del paese, aiutando così i cittadini a trovare toilette con standard igienici più elevati.

Il male, il bene, la vita e la morte: le frasi più sottolineate del 2016 sui libri Amazon

La Stampa
diketta parlangeli

Se è vero che i lettori italiani vanno a caccia di massime, non sono rare le domande esistenzialiste che hanno salvato sfogliando i loro acquisti. Eccone alcune



Qualche risposta sulle cose che succedono quotidianamente: è quello che sembrano chiedere i lettori ai libri che sfogliano sul tablet in metro, a casa, seduti al bar, in fila per pagare l’F24. Tra le frasi più sottolineate degli e-book maggiormente venduti su Amazon, la ricorrenza di certe parole salta all’occhio: “vita”, innanzitutto (nove volte). La piattaforma ha stilato la classifica di fine anno dei testi più venduti, e per quelli in formato digitale ha anche compilato una griglia delle tre citazioni preferite dagli utenti per ogni titolo.

Scorrendole, sembra di consultare un archivio di aspiranti aforismi. Quasi un diario di introspezioni, eccezione fatta per il nono titolo in classifica, La dieta della longevità, di Valter Longo. In questo caso, la frase più volte sottolineata è stata: «Proteine poche, ma a sufficienza: consumate ogni giorno circa 0,7-0,8 grammi di proteine per peso corporeo». La terza citazione del libro tuttavia, a suo modo, può sembrare un motto da tenere a mente quasi quanto le famose tentazioni di Oscar Wilde: «Tenete sotto controllo il peso corporeo e la circonferenza addominale». Consiglio utile, specie in vista delle festività.

“Vita”, intesa stavolta come esistenza, compare per la prima volta nella seconda citazione del secondo libro più venduto in e-book, La ragazza del treno di Paula Hawkins, dal quale è stato tratto un film girato da Tate Taylor: «Non so. Non so dove sia finita la mia forza, non ricordo di averla persa. Forse è stata consumata dalla vita, un po’ alla volta, in un lento logorio». Sempre all’insegna del buonumore anche la prima frase più sottolineata del quarto libro digitale in classifica, Una famiglia quasi perfetta di Jane Shelmit, già tradotto in 14 lingue: «Nella vita reale solo l’inizio è felice e nulla finisce bene. D’altra parte, nulla finisce davvero».

Nella lista dei 10 titoli (Il profumo delle foglie di tè, La ragazza del treno, Una famiglia quasi perfetta, Io prima di te, Urla nel silenzio, 9 giorni, Spose di guerra, Le ragazze di Kabul, La dieta della longevità e Non proprio un appuntamento), la parola “male” ricorre più volte di “cuore”, ma quasi alla pari con “bene”: «Credo che per quanto soffrire sia ingiusto, siano proprio le sofferenze a insegnare agli uomini a trovare la forza di reagire. Nel bene e nel male il dolore ha un senso» è stata la frase più volte scelta dal libro firmato da Roberta Gately.

Se è vero che i lettori vanno a caccia di massime, non sono rare le domande esistenzialiste che hanno salvato sfogliando i loro acquisti: «Quanto ci vuole per dire a qualcuno che hai mentito? Minuti, mesi, anni?» (Una famiglia quasi perfetta); «Le nostre amicizie, le relazioni personali, sono davvero basate su fondamenta solide?» (9 giorni); «Come avrebbe potuto lamentarsi della sua vita dopo aver visto quelle immagini?» (Le ragazze di Kabul).

Se con gli e-book è divertente scoprire quante delle proprie frasi predilette abbiano riscontrato interesse tra gli altri lettori, con la classifica dei libri cartacei più acquistati, il gioco è contare quanti di essi si trovano sul proprio comodino. Al primo posto c’è Harry Potter e la maledizione dell’erede (Salani), basato su una storia originale di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne, il testo della prima storia ufficiale del mago rappresentata a teatro. J.K. Rowling si accaparra anche la tredicesima posizione con la quarta ristampa di Harry Potter e la pietra filosofale.

Al secondo posto del podio un grande classico, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, a proposito di libri ricchi di spunti per citazioni. La classifica delle vendite di cartacei è meno fedele alla narrativa rispetto alla precedente: si trovano diete (Longo, in quinta posizione, La dieta del dottor Mozzi, in terza e La dieta Smartfood, ventesima), scienza (Sette brevi lezioni di fisica, ottava posizione) e fumetti (Kobane Calling di Zerocalcare, in settima posizione). 

Visitò il carcere con due No Tav, chiesti 10 mesi per Vattimo

La Stampa

All’ingresso disse che erano due “consulenti per i movimenti sociali”



La condanna a dieci mesi di reclusione per un reato di falso è stata chiesta oggi a Torino per il filosofo Gianni Vattimo, processato in tribunale per una questione legata al movimento No Tav.
Nel 2013, quando era parlamentare europeo, Vattimo visitò il carcere delle Vallette facendosi accompagnare da due attivisti dalla Valle di Susa che intendevano incontrare dei loro compagni agli arresti: all’ingresso presentò entrambi come «consulenti per i movimenti sociali», cosa che secondo il pm Antonio Rinaudo non corrispondeva al vero.

Quanto agli altri due imputati, il magistrato ha proposto nove mesi per Nicoletta Dosio (che accompagnò Vattimo in due occasioni) e sette mesi per Luca Abbà