sabato 24 dicembre 2016

“Gli hacker dei Democratici Usa hanno anche colpito l’artiglieria ucraina”. Con una app Android

La Stampa
carola frediani

Lo stesso gruppo dietro la violazione del Comitato nazionale democratico avrebbe condotto operazioni di cyberguerriglia in Ucraina. Lo sostiene la società che indaga sull’attacco ai Democratici



Ci sarebbe un collegamento tra l’attacco informatico al Partito democratico americano della scorsa estate e una specifica app Android hackerata e usata per spiare l’artiglieria ucraina. Il bizzarro accostamento è stato tracciato da un rapporto della società di cybersicurezza americana Crowdstrike. Si tratta della stessa azienda - guidata dall’americano-russo Dmitri Alperovitch, lunga esperienza nelle indagini su cyberspionaggio, dai tempi degli attacchi cinesi a Google nel 2010 - chiamata a investigare le tracce lasciate dagli hacker che hanno violato i server del Comitato nazionale democratico, l’organo di governo del partito di Hillary Clinton, oltre che il Comitato per la campagna elettorale al Congresso dello stesso partito (DCCC), e le mail di vari suoi esponenti.

IL COLLEGAMENTO COL CONFLITTO IN UCRAINA
Come abbiamo scritto in passato, da quella violazione sono scaturite una serie di accuse sempre più ufficiali da parte americana nei confronti della Russia, sospettata di essere il mandante dell’operazione. Tanto che recentemente perfino la Cia - e, dopo una prima esitazione, anche l’Fbi - sono arrivate al punto di sostenere non solo che la mano sia russa, ma che l’obiettivo fosse proprio di favorire il candidato Trump. Tesi veementemente respinta sia dal presidente eletto che da Putin.

Sta di fatto che collegare l’attacco al Comitato nazionale democratico a un’operazione di cyberguerriglia sul campo contro l’artiglieria ucraina, quindi a un’operazione di probabile origine militare russa, significa avallare ancora di più la tesi che dietro le disavventure digitali dei Democratici ci sia il Cremlino. E questo è proprio l’intento del rapporto pubblicato da Crowdstrike. Anche se c’è chi lo critica, questo rapporto, ritenendole debole. A partire da quei militari ucraini che hanno realizzato l’app Android originaria e che La Stampa ha raggiunto. Ma andiamo con ordine.

L’APP DEI MILITARI UCRAINI
Nel 2013 Yaroslav Sherstuk, un militare della 55esima brigata di artiglieria ucraina, sviluppa a titolo personale una app per Android, Попр-Д30.apk, la cui funzione è di velocizzare le operazioni di puntamento degli obici D-30 usati dall’esercito ucraino contro i separatisti filorussi nell’est del Paese. La diffonde informalmente a partire da alcune pagine sui social media, anche se come vedremo la distribuzione è apparentemente molto controllata. Secondo una intervista rilasciata all’epoca dallo stesso Sherstuk, oltre 9mila militari avrebbero usato l’app.



LA VERSIONE MALEVOLA DELL’APP
Ora, il report pubblicato nei giorni scorsi da Crowdstrike sostiene che fra il 2014 e il 2016 un gruppo di hacker russi, noti come Fancy Bear (altri li chiamano APT28, ne abbiamo scritto qua), abbia distribuito attraverso dei forum militari ucraini quella stessa app, ma modificata in modo da infettare i dispositivi su cui si trovava, spiarne le comunicazioni ed eventualmente geolocalizzarli. Il che, arriva a ipotizzare il report, potrebbe aver contribuito a spazzare via quel tipo di obici da parte dei filorussi, dal momento che, secondo alcuni studi, in due anni di conflitto l’artiglieria ucraina avrebbe perso più dell’80 per cento degli obici D-30 contro il 50 per cento del resto dell’artiglieria.

Crowdstrike dice anche che il malware usato nella app sarebbe una versione modificata per il mobile (e la prima rinvenuta per Android) di una famiglia di sofware malevoli usati da uno specifico gruppo di hacker russi, APT28 o Fancy Bear. Gli stessi individuati da Crowdstrike nell’attacco al Comitato nazionale democratico. Allora la società di cybersicurezza californiana aveva attribuito l’incursione nei computer democratici a due gruppi specifici di hacker russi: Cozy Bear (o APT29) e Fancy Bear (APT28). Ma si era spinta anche più in là, affermando che Cozy Bear era legato all’Fsb (i servizi segreti interni russi, eredi del Kgb), e Fancy Bear al Gru, i servizi segreti militari. E che proprio Fancy Bear avrebbe sottratto e diffuso le email e i documenti dei democratici. Ora collegare Fancy Bear a un’operazione di cyberspionaggio contro i militari ucraini rafforzerebbe l’ipotesi che dietro al gruppo ci sia il governo russo.

I DUBBI
Tuttavia il creatore originario della app, Yaroslav Sherstuk, non sembra affatto convinto del report di Crowdstrike, tanto da pubblicare un post su Facebook in cui lo definisce delirante. Sherstuk sostiene infatti che la distribuzione della app sarebbe stata controllata da lui stesso. E in effetti in un vecchio suo post su una delle pagine della app specificava, a chi gli chiedeva come scaricarla, di scrivergli in privato. Sherstuk non ha rilasciato dichiarazioni a La Stampa, ma abbiamo raggiunto Sergey Ivanonv, un altro militare ucraino, che ha lavorato con lui a uno dei passati aggiornamenti della app (come si vede anche da qua).

“Non c’è nessuna prova che l’app sia stata hackerata o che la versione hackerata sia stata usata dai militari ucraini”, commenta Ivanov a La Stampa. “L’applicazione è distribuita solo all’interno delle forze ucraine”, ha aggiunto, senza però spiegarci in dettaglio come effettivamente veniva diffusa.
Anche Jeffrey Carr, esperto internazionale di cyberguerriglia, organizzatore della conferenza Spooks and Suits, interpellato da La Stampa, appare perplesso. “L’obiezione dello sviluppatore in effetti mostra un problema con l’attribuzione dell’operazione a Gru, perché dei militari russi avrebbero saputo che la distribuzione di una app malevola indirizzata all’esercito ucraino attraverso una pagina social non poteva funzionare”.

Stefano Maccaglia, consulente dell’azienda di cybersicurezza Rsa ed esperto di APT28, ritiene invece che la distribuzione possa essere avvenuta in modi più creativi. “Se gli attaccanti russi controllavano una rete locale, ad esempio una rete wireless, potevano essere in grado di deviare gli utenti su un sito diverso (all’apparenza come l’originale) contenente la versione malevola della app e forzare un aggiornamento (anche avvisando la vittima di aggiornare) dell’applicazione”, commenta a La Stampa. Abbiamo contattato Crowstrike per chiarimenti su questo e altri aspetti ma non abbiamo ricevuto risposta.

UCRAINA CAMPO DI CYBER-CONFLITTI
Di sicuro, c’è che l’Ucraina negli ultimi anni è stato un campo di battaglia anche digitale. Avevamo raccontato qua del cyberattacco che il 23 dicembre 2015 aveva tolto la corrente per alcune ore a oltre 200mila residenti in una regione del Paese. Ora le autorità starebbero investigando un altro blackout, avvenuto pochi giorni fa a Kiev: il sospetto è che possa essere stata di nuovo una incursione informatica. “Con una guerra in corso, c’è e ci sarà molto hacking in parallelo”; commenta a La Stampa Kenneth Geers, del Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence della Nato. “E quello più avanzato copre tutti i settori della sicurezza nazionale: operazioni politiche, di spionaggio e militari”.

Perché in Italia non ci sono stati attentati?

Corriere della sera

di Guido Olimpio, infografiche di Valerio Berra

Come i terroristi sfruttano la penisola e perché finora hanno deciso di non colpirla



WASHINGTON — L’Italia, come la Grecia, è l’inizio del sentiero. Da qui passano e vanno verso Nord, la Francia, la Germania e il Belgio. E lungo la medesima rotta tornano indietro. Questo può spiegare, solo in parte, perché non abbiamo subito grossi attentati. Senza però abbassare la guardia, perché i colpi potrebbero arrivare. A corredo dell’articolo alcune tabelle sul fenomeno realizzate con i dati del Global Terrorism Database dell’Università del Maryland, che tracciano gli attentati di ogni matrice con almeno una vittima compiuti in Europa (e, isolati, nei principali Paesi europei) fra il 1970 e il 2015: l’Italia è l’unica che non subisce attacchi da oltre dieci anni.

1) Il passato. Negli anni 70-80 la penisola è stata snodo eversivo, ma anche campo di battaglia tra servizi e estremisti mediorientali. È sufficiente ricordare i due attacchi all’aeroporto di Fiumicino. Siamo stati vittime di stragi e punto di passaggio. Una storia segnata da agguati, bombe, target killing. Con l’arrivo del qaedismo è prevalso il secondo aspetto, quello del «transito» e del reclutamento.

2) La logistica. In Italia si arriva facilmente e non solo sui barconi. Il link con la Grecia è un elemento importante vista la vicinanza con la Turchia e da qui la Siria. Al tempo stesso è facile procurarsi documenti falsi o puliti. Le «stamperie» illegali gestite da stranieri o italiani forniscono qualsiasi tipo di carta per un clandestino. Inoltre, la presenza di una criminalità nord africana diventa una sponda chiave per un fuggitivo. Non sarebbe una sorpresa se Anis Amri stesse cercando vecchi compagni di cella. Delinquenti comuni e non affiliati alla guerra santa. O magari amici che indossano entrambi i cappelli.

3) La priorità. Seguendo il punto 2 è evidente che i movimenti estremisti potrebbero proteggere la retrovia logistica, anche se sanno bene che le nostre forze dell’ordine hanno una grande esperienza nel contrasto del terrore. Il controllo del territorio con un lavoro oscuro porta dei frutti: Amri è sfuggito a tedeschi e francesi, è caduto a Sesto San Giovanni.

4) Il qaedismo. Le indagini di questi ultimi due anni confermano la funzione dell’Italia come piattaforma «politica», funzione già emersa in modo evidente dalla metà degli anni ‘90 in poi. Centri islamici, alcune moschee, rappresentanti di al Qaeda — come Es Sayed o il nucleo tunisino — hanno creato basi importanti evitando di danneggiare una realtà di proselitismo e finanziamento significativa con ramificazioni globale. Un paio di episodi per stare nel concreto: uno dei protagonisti del massacro di Madrid aveva trovato ospitalità a Milano; Osman Hussein, uno dei terroristi coinvolti nelle bombe di Londra (21 luglio 2005) si è nascosto — invano — a Roma, dove è stato catturato.

5) L’Isis. La città di Bari, fin dal 2009, è stata una sorta di avamposto per i volontari europei che si dirigevano prima in Iraq, poi in Siria. Molti dalle file di al Qaeda sono confluiti nello Stato Islamico. Nel gennaio 2015, due membri del commando di Verviers (Belgio) scappano in direzione della Francia e con l’intenzione di entrare in Italia. Li bloccano al confine. Salah Abdeslam, figura importante degli attacchi in Francia-Belgio, in arrivo dalla Grecia risale la penisola nell’agosto 2015. Khalid El Bakraoui, uno dei kamikaze di Bruxelles, si muove su Treviso-Venezia-Atene. È sempre la pipeline italiana a garantire una parte del flusso in alternativa a quella balcanica. Rachid Kassim, ritenuto il «mentore» di numerosi attentatori in Francia si è trasferito in Siria noleggiando una vettura con la quale ha viaggiato per tutta l’Italia per poi passare in Grecia-Turchia. Eventuali attentati possono compromettere l’asse.

6) I numeri. Rispetto ad altri paesi europei dall’Italia è partita una componente ridotta di militanti, tra gli 80 e i 100, ben poco rispetto agli 800 tedeschi. Situazione figlia anche di una realtà sociale meno complessa di quella in Nord Europa. Fino ad oggi non sono emersi luogotenenti «italiani» nella struttura operativa dell’Isis (o perlomeno non sono noti) mentre belgi, francesi, tedeschi li hanno. Referenti molto attivi sul web, persone in grado di ispirare e guidare, in modo remoto, gli affiliati. Ci sono però indicazioni che qualcuno sta crescendo, così come è in aumento il materiale di propaganda in italiano. Sarà magari solo una sortita ad effetto ma la prima rivista dello Stato Islamico, Dabiq, ha dedicato una copertina che mostra la basilica di San Pietro con la bandiera nera e il nuovo magazine è dedicato a Rumiya, ossia Roma. Piccoli segnali da tener conto, potrebbero seguire i fatti.

7) Le opportunità. Il terrorismo è anche opportunità, un varco che si apre, una situazione che permette a qualcuno di passare all’azione. L’Isis non è una macchina perfetta, a volte procede per tentativi. Oppure prima di lanciare il grande assalto organizza azioni minori: ciò è evidente da quanto è avvenuto in Belgio e Francia. Troppo spesso si dimentica un episodio, quello di Mohamed Game. Cittadino italiano d’origine libica, auto-radicalizzato ha fatto esplodere un ordigno fatto in casa davanti ad una caserma di Milano. Era il 12 ottobre 2009. Caso evidente di lupo solitario che ha preceduto quanto visto nel resto d’Europa, stesso tipo di miscela esplosiva diventata quasi una firma. Non era associato ad una fazione.

8) I tunisini. La Tunisia ha «prodotto» quasi 6 mila combattenti per la Jihad, un’eredità del qaedismo e dei guai cronici del paese. Non pochi hanno agito anche in Italia e per questo sono finiti in prigione. Diversi, a fine pena, sono tornati nel loro paese animando Ansar al Sharia — della quale lo stesso Amri era simpatizzante — e gruppi poi confluiti nell’Isis libico. Hanno un conto aperto con noi, un paio hanno promesso vendetta. Poi le circostante li hanno costretti a deviare su altri quadranti, il che non esclude che la sfida sia solo rimandata.

Perché tanti capolavori italiani si trovano all’estero? Lo avete chiesto a Google, vi rispondiamo noi

Corriere della sera

di Roberta Scorranese - rscorranese@corriere.it
La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra
La Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, oggi alla National Gallery di Londra

Lo sapete dove devono andare oggi i ricercatori per studiare alcuni aspetti peculiari della pittura del Trecento e del Quattrocento italiano? A Siena? A Firenze? No. Bisogna andare al museo Petit Palais di Avignone, perché delle opere più importanti di quel periodo stanno lì. Da una Madonna con Bambino di Botticelli al Polittico del Duomo di Camerino di Carlo Crivelli. Ma non ce li ha portati Napoleone. Così come non è colpa dell’«Empereur» se la Gioconda si trova al Louvre, nonostante molti ne siano convinti ancora oggi.

No: anche se l’esercito napoleonico ha depredato l’Italia di innumerevoli opere d’arte (come documenta la mostra appena aperta alle Scuderie Papali del Quirinale, «Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova»), nei musei e nelle collezioni private di tutto il mondo si trovano decine di migliaia di quadri, sculture e arazzi di casa nostra, arrivati in modo più o meno legale. Perché? Lo avete chiesto a Google, qui proviamo a rispondere in modo semplice ma documentato. E partiamo dal nostro Petit Palais nella città dei Papi.
La dispersione delle grandi collezioni
Madonna con Bambino di Sandro Botticelli
Madonna con Bambino di Sandro Botticelli

Perché è dotato di una così alta e preziosa concentrazione di opere italiane, con oltre trecento dipinti dei cosiddetti Primitivi, cioé di quegli artisti che precedettero la piena fioritura del Rinascimento? Perché sono parte di una famosa e straordinaria collezione privata, quella di Giovanni Pietro Campana (nella foto, una Madonna con Bambino di Sandro Botticelli), un aristocratico che aveva raccolto una quantità enorme di pitture, sculture e oggetti preziosi italiani ma il suo «tesoretto» venne sequestrato nel 1857 dallo Stato Pontificio, in seguito a un crac del proprietario.

Parte delle opere finirono allo Zar di Russia (che ebbe il privilegio di scegliersi alcuni pezzi prima dell’asta: all’epoca la «realpolitik» aveva la precedenza) e una parte finì dispersa qua e là, anche se lo stato francese, quarant’anni fa, decise di ritirare tutti i Primitivi e di dar loro una sede adeguata, valorizzandoli nel Petit Palais (leggi: lungimiranza). Ma il nostro Paese, ripetutamente nel corso dei secoli, è stato privato, spogliato, di innumerevoli quantità di opere inestimabili.
La «complicità» dei mercanti italiani
La Madonna «Solly»
La Madonna «Solly»

Sapete da dove provengono quasi tutte le pale d’altare che impreziosiscono i musei di Berlino? Provengono dalla collezione Solly, composta, come ricordava Federico Zeri «esclusivamente con cose sottratte a chiese e conventi dell’Italia centrale e settentrionale tra il 1797 e il 1805». Edward Solly, inglese, commerciante di legname vissuto a Berlino durante le campagne napoleoniche, un po’ per passione, un po’ per avidità mista a furbizia imprenditoriale, riuscì a mettere insieme una collezione unica, che poi ha fatto fruttare vendendo i pezzi con oculatezza.

E, peraltro, senza mai mettere piede in Italia: fece tutto con la complicità dei mercanti nostrani. Ma come è stato possibile che il nostro Paese si sia lasciato portare via un dipinto come la cosiddetta Madonna Solly (appunto!) di Raffaello, oggi conservato nella Gemäldegalerie di Berlino? La risposta fa male. È stato possibile a causa dell’ignoranza, del pressappochismo, della fragilità culturale di un Paese che, come rifletteva Guttuso negli anni Sessanta sul «Corriere», non è mai stato realmente consapevole del proprio patrimonio. Chiese di campagna, ricchissime di dipinti di provincia (e proprio per questo preziosi) non hanno esitato a disfarsi di pale, quadri, oggetti. Per paura — perché i curati venivano minacciati —o per superficialità.

Il clamoroso caso della Madonna di Sivignano
Madonna di Sivignano
Madonna di Sivignano

Clamoroso è il caso della Madonna di Sivignano, in provincia dell’Aquila. Esemplaredi pittura su legno del Duecento, si trovava nella chiesa di San Silvestro. Molto amata dagli abitanti del paese, prima della seconda guerra mondiale, questa Madonna era finita nelle mire del parroco, che aveva deciso di venderla e di sostituirla con un falso. Falso che venne realizzato, però poi lo scambio non fu possibile perché scoppiò il conflitto. Ma i sivignanesi, che si erano accorti dei «traffici» del prete, decisero di mettere in salvo il dipinto, cambiandogli nascondiglio ogni settimana nelle case private, come ha ricordato più volte lo stesso Zeri.

In questo caso l’opera d’arte si è salvata, sì, ma non per il suo valore culturale, bensì per la fede popolare di un pugno di persone perbene e oggi (dopo un restauro seguito al terremoto del 2009) si trova al Museo dell’Aquila. Diverso è stato il destino di dipinti, calici e arredi sacri nelle chiese a ridosso delle campagne napoleoniche. Pensate che la stessa Pinacoteca di Brera, a Milano, nacque per iniziativa del viceré Eugenio di Beauharnais: stanco di vedere l’arte «maltrattata», ceduta per pochi spiccioli e così sottovalutata, impose che le opere venissero convogliate in un museo organizzato.
Da dove vengono le cose più belle della National Gallery di Londra?
Il Discobolo Lancellotti
Il Discobolo Lancellotti

L’Italia aveva ereditato (frutto di una stratificazione secolare) le collezioni più ricche del mondo, come la Colonna, la Aldobrandini, la Chigi. Oggi disperse in giro per il pianeta. Anche qui, un ruolo centrale lo ha giocato la mancata comprensione del valore delle cose. Ma pure la fragilità politica: non è un caso che appena dopo l’Unità d’Italia, complice la confusione e la scomparsa del «mondo di ieri», per dirla con Stefan Zweig, si allentassero i vincoli che impedivano la dispersione e la vendita di opere preziose e che in quel periodo (o un po’ prima) l’Inghilterra riuscisse ad acquistare la collezione Lombardi-Baldi di Firenze. Che cosa c’era dentro? Be’, le cose più belle che oggi ammirate nella National Gallery di Londra, una su tutte l’Adorazione dei Magi di Botticelli. Il Risorgimento, poi, con l’indemaniamento degli edifici sacri e con le nuove leggi sui beni ecclesiastici, fu il colpo di grazia: mezza Europa si abbellì con le nostre opere.

Non meno pesante è stata la responsabilità del Fascismo. Grazie alla connivenza di quasi tutti i gerarchi, i tedeschi riuscirono a mettere le mani sulle opere italiane, aiutati anche da antiquari e mercanti senza scrupoli. E da Mussolini: esemplare è il caso del Discobolo Lancellotti (oggi a Palazzo Massimo, Roma): scoperta nel 1781 sull’Esquilino, la scultura (II sec d. C., copia romana della celebre statua greca di Mirone) venne consegnata a Hitler con i complimenti del Duce, nonostante le proteste di numerosi intellettuali. E non parliamo del saccheggio perpetrato da Hermann Goering: quando nel 1943 gli arrivarono le casse con le opere trafugate da Montecassino (dentro c’erano anche i tesori di Capodimonte) le spedì nella miniera di Altaussee, come se fossero sempre state sua proprietà. Molti storici dicono che la sua intenzione era di farne arma di ricatto a guerra conclusa.

Gli affari e la passione per l’arte
Ecco, l’Italia è stata piena di mercanti e antiquari che hanno «consigliato» ricchi investitori stranieri. Un caso a parte è quello di Stefano Bardini (1836-1922), il più autorevole antiquario italiano che, negli anni più fiorenti della sua carriera, tra il 1883 e il 1922, comprò e vendette qualcosa come trentamila opere di gran valore e duecentomila tra mobili e oggetti d’arredamento. Lo documenta un eccezionale lavoro fatto dalla Fondazione Alinari, con le foto che mostrano il preciso istante in cui un Donatello o un Botticelli vengono staccati da quella villa, da quel castello o da quella chiesa, imballati e venduti a musei come il Metropolitan di New York.

Bardini, dopo anni di intensa attività commerciale, decise di trasformare (parte della) propria collezione in museo e di donarla al Comune di Firenze. Sono storie di aristocratici in rovina che volentieri si sono disfatti delle opere di famiglia; storie di mercanti con un fiuto infallibile; storie di colti appassionati americani, inglesi e tedeschi che hanno approfittato di situazioni favorevoli; storie di un Paese — il nostro — che forse dovrebbe coltivare uno sguardo più lungo e smetterla di considerare il lavoro degli storici dell’arte, degli archeologi, degli esperti di epigrafia e dei restauratori come divertissement di intellettuali annoiati. Ecco perché i furti napoleonici li lasciamo alla fine.

È vero, l’«Empereur» ha moltissime colpe (per dire, approfittava dei trattati di pace per inserire delle clausole risarcitorie che comprendevano la cessione di opere inestimabili) ma di certo non quello di aver portato la Monna Lisa al Louvre (come ormai sanno tutti, a portarla in Francia fu lo stesso Leonardo da Vinci). E di certo non è soltanto colpa sua se oggi prendiamo un aereo e andiamo a Parigi, Londra o New York per vedere quel Botticelli o quel Raffaello. Perché, come abbiamo visto, la Francia le opere le sa valorizzare. Anche quelle italiane: i Primitivi non sono dispersi, ma raccolti nel museo di Avignone.

Il rancio del soldato al centro della Storia

La Stampa
andrea cionci

Vittorie e sconfitte, forme di propaganda e sviluppo tecnologico, persino gli ammutinamenti e le rappresaglie ruotarono spesso intorno al rapporto col cibo


Soldati americani distribuiscono scatolette ai civili. Seconda Guerra Mondiale

Il rapporto tra cibo e soldati è sempre stato, nella storia, di fondamentale importanza. Vittorie e sconfitte, forme di propaganda e sviluppo tecnologico, persino gli ammutinamenti e le rappresaglie ruotarono spesso intorno al “rancio” – parola che, nonostante la sgradevole assonanza con “rancido”, deriva dallo spagnolo “rancharse” – mettersi in fila, tra soldati.

In un recente convegno dedicato al tema, il Brigadier Generale Stefano Rega, fino a pochi giorni fa Direttore di Amministrazione dell’Esercito, ha spiegato: “Fin dalla preistoria l’alimentazione militare è stata fondamentale per il successo delle operazioni belliche. Il legame tra cibo e guerra è strettissimo dato che, probabilmente, fu proprio il controllo dei terreni di caccia la causa dei primi conflitti fra le tribù di primitivi. Ancora, le prime forme di gerarchia militare le dobbiamo proprio all’attività venatoria, per la quale è sempre necessario scegliere un capo-caccia”.

Dell’Impero romano si dice che fu creato “più con il farro che con il ferro”. In effetti questo cereale, oggi largamente riscoperto, fu il «carburante» energetico grazie al quale i Romani poterono conquistare il mondo. I legionari partivano per la guerra con un pugno di questo cereale nella bisaccia, masticandone i chicchi durante la marcia. Al momento di allestire la cena da campo, li macinavano grossolanamente per bollirli in acqua e latte. Il risultato era una polentina chiamata «puls». Non avevano una dieta molto variata; del resto, l’austerità era considerata parte integrante della vita del buon legionario, e tutta la storiografia latina non fa che ribadire questo concetto.


Lo zaino dei legionari romani col necessario per il rancio

Una tradizione italica che, a quanto pare, perdurò per secoli, fino all’Italia postunitaria, “La tradizione militare piemontese - conferma il colonnello Cristiano De Chigi, capo Ufficio storico dell’Esercito - propugnava un addestramento fondato sull’abitudine del soldato ad una vita estremamente scomoda. In questo caso, un’alimentazione abbondante era giudicata inadatta a formare il carattere del combattente. La principale linea di condotta era il risparmio: gli alimenti base rimanevano il pane, il riso, i legumi, una o due volte a settimana la carne. Solo in seguito si diffuse la pasta. Il Paese nasceva povero, indebitato e bisognava economizzare”.

Occorre ricordare che, tuttavia, l’alimentazione fornita dal Regio Esercito in quei primi anni di Regno, per quanto non abbondante, era quasi sempre migliore rispetto a quella del contadino italiano medio.

Sviluppo della logistica nella Grande Guerra
Pochi decenni dopo l’Unità d’Italia, la fame fu la vera protagonista della Grande Guerra.
Il militare italiano se la passava meno bene, dal punto di vista alimentare, rispetto a quello inglese o francese, ma sicuramente meglio rispetto a quello austro-tedesco. Le stime rivelano che oltre un milione di persone morirono in Germania a causa degli effetti del blocco navale britannico. Anche il blocco sottomarino tedesco alla Gran Bretagna era orientato ad ottenere risultati identici, ma la situazione fu salvata dall’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto.

“La I Guerra Mondiale - sottolinea il Generale Rega - costituì per l’Esercito Italiano un ambizioso banco di prova che consentì di gettare le basi per una moderna logistica dei viveri. Importanti furono le innovazioni tecnologiche (come i primi forni rotabili) e si accentuò la mobilità delle cucine. Il consumo su larga scala della carne congelata impose la realizzazione di strutture logistiche (avveniristiche per l’epoca) per garantire la cosiddetta catena del freddo. Princìpi e tecnologie che, mutatis mutandis, mantengono ancora oggi una sostanziale validità”. 

Muli con casse di cottura per il rancio delle compagnie in linea. 1915-’18

Come riporta lo storico Angelo Nataloni, nel ’15-’18 il rancio era trasportato a dorso di mulo dalle retrovie fino alle trincee con le “casse di cottura” sorta di pentole a pressione ante litteram, che contenevano delle marmitte coibentate ognuna del peso di kg 55. Erano in grado di conservare il calore per un giorno intero e la cottura del cibo avveniva in gran parte durante il trasporto. Per quanto riguarda lo scatolame, furono distribuite al fronte circa 230 milioni di lattine.


Scatolette alimentari raccolte nei luoghi montani della Grande Guerra

Nelle zone montane di guerra si trovano ancor oggi scatolette di burro, tonno, alici, funghi, mortadella, che all’origine erano particolarmente belle e colorate tanto da essere contese, oggi, da collezionisti specializzati. La vernice spesso riportava immagini di eroi risorgimentali, di passate campagne belliche, oppure motti come “Avanti Savoia!” o altre incitazioni. Il cibo diventava così anche un mezzo per motivare e sostenere il morale dei soldati in modo capillare.

Il rancio e gli ammutinamenti nella storia
Il rapporto tra militari e cibo fu addirittura identificativo tra i Giannizzeri, il corpo militare d’elite dell’Impero Ottomano. Il pasto in comune era un vero e proprio rito quotidiano: i soldati portavano sul turbante un cucchiaio come distintivo, avevano come simbolo del loro reparto il pentolone in cui si cuoceva il rancio, e tutti i loro gradi erano ispirati alla gerarchia delle cucine. Se il calderone del rancio veniva rovesciato nella cucina questo era un inequivocabile segnale di ammutinamento.

Spesso, nella storia, le ribellioni militari ebbero forti legami con l’alimentazione, ciò non solo perché un cattivo rancio, comprensibilmente, irritava i soldati, ma anche perché nella refezione comunitaria si poteva parlare, esprimere lamentele e organizzarsi senza essere troppo sorvegliati. (Basti ricordare la congiura contro Hitler, del 2 luglio ’44, pianificata nelle mense ufficiali della Wehrmacht).

Napoleone temeva molto l’insoddisfazione alimentare dei propri uomini. Ripeteva spesso che “un esercito marcia sul proprio stomaco”, e si dedicò a migliorare il sistema degli approvvigionamenti. Sapeva che i soldati denutriti combattevano male e tendevano a derubare la popolazione civile che, molto spesso, si vendicava. In quei casi, l’esercito regolare doveva rispondere con pesanti rappresaglie, dando il via a una perniciosa spirale di violenza.



Un reenactor napoleonico consuma il rancio presso la rievocazione storica della Battaglia di Waterloo
Fu proprio intorno al cibo che si svolse la spietata punizione del Great Mutiny: nel 1857, le truppe coloniali indiane si ammutinarono contro il dominio inglese quando scoprirono che le cartucce dei loro fucili erano lubrificate con grasso di vacca - sacra agli indù - o di maiale, impuro per i musulmani. Una volta domata la rivolta, i britannici vollero riaffermare il loro potere costringendo i ribelli imprigionati a nutrirsi con carne bovina e suina prima di essere mandati alla forca, o legati alla canna del cannone.


Illustrazione che ricorda la repressione del Great Mutiny del 1957

Ancora, la costrizione a mangiare qualcosa di sgradito fu all’origine dell’ammutinamento della corazzata Potëmkin (1905) che mise a rischio la monarchia zarista dodici anni prima della Rivoluzione d’Ottobre. I marinai insorsero proprio in seguito al tentativo da parte del primo ufficiale Ippolit Giliarovskij di obbligare l’equipaggio a mangiare carne infestata dai vermi. 
L’esperienza americana e la Razione “K”

La logistica dei viveri decise in buona parte le sorti della guerra di Secessione, che insanguinò l’America dal 1861 al 1865. I generali nordisti Ulysses Grant e William Sherman affrontarono la questione dei rifornimenti con due approcci diversi, ma efficaci. Grant, convinto tecnocrate, organizzò un efficiente sistema di trasporto ferroviario per il nuovo cibo in scatola. Sherman scelse, invece, un vecchio espediente: il saccheggio sistematico del territorio conquistato, tanto che, ridotto alla fame e assediato, il Sud capitolò.


Il generale nordista Ulysses Grant

L’uso strategico del cibo da parte degli USA tornò prepotentemente alla ribalta durante il secondo conflitto mondiale tanto che l’abbondanza alimentare è rimasta fino ad oggi tratto caratteristico del loro stile militare. Fu il nutrizionista americano Ancel Keys a creare la famosa Razione K (dall’iniziale del suo cognome), composta di gallette, carne di maiale essiccata, cioccolata, frutta secca, limone liofilizzato e pillole per sterilizzare l’acqua. Là dove l’intendenza non poteva arrivare tempestivamente, il soldato americano ricorreva a questa versione moderna e migliorata delle vecchie “razioni a secco”. Ancor oggi nell’Esercito Usa è dedicata enorme cura all’alimentazione del soldato evitando che debba ricorrere alle risorse locali, tranne che in casi eccezionali.


Ancel Keys, creatore della Razione K

Le derrate alimentari furono utilizzate dagli statunitensi anche come efficace strumento di propaganda per accattivarsi le simpatie dei civili nei paesi conquistati: basti ricordare il pane bianco, il caffè e la cioccolata che i soldati americani distribuivano, dal ’43 in poi, alla popolazione italiana. La fame ha buona memoria, ecco perché, di quelle erogazioni di cibo, sono rimaste tracce, ancor oggi, nella memoria collettiva. 

Lotteria socialista

La Stampa
massimo gramellini

C’era una volta - in Spagna, sia chiaro - un partito di sinistra litigioso e scalcagnato che era riuscito a perdere due elezioni nell’arco di pochi mesi. Avvicinandosi la fine di un anno così disgraziato, i dipendenti della sede centrale si sentirono in debito con la sorte e decisero di cercare riscatto nel gioco. Raccolsero il denaro e mandarono uno di loro, il compagno Goyo Martinez, alla ricevitoria più vicina per comperare i biglietti della lotteria di Natale. Gliene diedero da acquistare talmente tanti che la ricevitoria, commossa, ne aggiunse uno supplementare in omaggio. In omaggio al partito, sembrava. Sennonché accadde che proprio quel tagliando, saldamente alloggiato nelle tasche del compagno Martinez, vincesse la lotteria. Due milioni di euro. 

Dapprima il compagno Martinez disse che il biglietto era andato perduto: un complotto delle destre e dei populisti, di sicuro. Poi misteriosamente lo ritrovò, ma preferì dividere la vincita solo con qualche collega di scrivania. Nella storia della sinistra europea, attraversata di continuo dal fremito delle scissioni, nasceva la corrente del Lotto. Contraddicendo la romantica denominazione di «Vino Obrero», Vino dell’Operaio, la bicchierata natalizia dei dipendenti del partito socialista spagnolo si trasformò in una rissa capitalistica tra chi pretendeva di distribuire i proventi della fortuna e chi preferiva di gran lunga accumularli. Morale della favola? Il cuore sta a sinistra, ma il portafoglio a destra. E non sempre è facile spostarlo, quando si riempie. Buon Natale.

La tribù svelata nel cuore dell’Amazzonia segreta

Corriere della sera

di Sara Gandolfi

Trecento indios vivono senza contatti con i «bianchi». Sorvolati per caso da un elicottero con il fotografo Ricardo Stuckert, si sono difesi: a colpi di frecce



Sono isolati, «incontattati», non stupidi: sanno che là fuori ci sono altre civiltà. Ma quando in cielo è apparso quell’enorme uccello meccanico hanno temuto il peggio e si sono difesi nell’unico modo che conoscono, lanciando frecce. Uno sciame di frecce, per sette lunghissimi minuti, contro l’elicottero che sorvolava il loro villaggio mentre il fotografo a bordo, Ricardo Stuckert, catturava queste incredibili immagini.

Il Neolitico non è scomparso dalla Terra, e non è detto che lo stile di vita di questa tribù, nelle profondità della giungla amazzonica, sia peggiore del nostro. «È stata un’emozione fortissima scoprire che nel XXI secolo ci sono ancora persone che vivono come i nostri antenati, 20.000 anni fa», ha detto Stuckert, che il 18 dicembre scorso si trovava casualmente in questa remota zona dello Stato brasiliano di Acre, al confine con il Perù. Con lui, sull’elicottero, c’era uno dei massimi esperti di tribù indigene, José Carlos Meirelles, che ha ammesso l’«aggressione»: «Abbiamo deciso di non volare più basso per non spaventarli troppo. D’altra parte, il mondo deve sapere che esistono e che bisogna proteggerli».

La tribù, identificata come «indigeni dell’alto Humaíta», dal nome del fiume che scorre vicino alle loro capanne, sarebbe composta da circa 300 persone. Ciascuna con uno «stile» ben preciso: non soltanto per i tatuaggi sul corpo ma anche per le gonne delle donne e il taglio di capelli degli uomini, «qualcuno ha un look davvero punk», ha osservato Meirelles. Sarebbe lo stesso gruppo che nel 2008, avvicinato dai funzionari della Fundação Nacional do Indio (Funai) in un’altra zona dell’Acre, accolse a colpi di frecce l’aereo che li sorvolava a bassa quota.

Stavolta l’incontro è stato davvero imprevisto. L’elicottero di Stuckert, che sta preparando un libro fotografico in uscita il prossimo aprile, Indios Brasileiros (Gli indios del Brasile), era diretto all’avamposto amazzonico di Jordao quando le piogge torrenziali l’hanno costretto a una deviazione. All’improvviso, tra il fogliame sono comparsi gli indigeni seminudi. «C’era una sorta di curiosità reciproca», ricorda il fotografo. E le frecce? «Sono un messaggio, molto chiaro: lasciateci in pace», traduce Meirelles.

Il villaggio si trova in una zona di difficile accesso anche per i taglialegna illegali, i minatori e i trafficanti di coca, il che in parte spiega come i suoi abitanti siano riusciti finora a sfuggire all’abbraccio mortale degli umani «civilizzati», mentre oltreconfine, in Perù, la sopravvivenza degli indigeni è ogni giorno minacciata dall’incontro con l’«uomo bianco». Dopo le stragi compiute in passato, il Brasile fin da metà anni Ottanta vieta il contatto con le tribù isolate che, prive di difese immunitarie verso malattie altrove comuni, sono vulnerabili anche ad un banale raffreddore.

Il Funai permette il contatto solo in caso di un grave pericolo per gli indigeni. In tutta l’Amazzonia brasiliana, i gruppi isolati sarebbero non più di un centinaio, metà dei quali al confine con il Perù.

Quelli che vivono nello Stato di Acre — circa 600 persone — sarebbero i sopravvissuti all’epoca del boom del caucciù, durante la quale molti indigeni furono ridotti in schiavitù. Oggi, spiegano i ricercatori di Survival International, «vivono in relativa tranquillità in territori demarcati, rimasti in gran parte intatti». In altre regioni del Paese la situazione è più dura: negli Stati di Rondônia, Mato Grosso e Maranhão alcuni gruppi «incontattati» sono quasi estinti. «E c’è chi dà loro ancora la caccia, deliberatamente».

Terrorista ucciso, è bufera sulla consigliera grillina: “Non c’è niente da gioire”. La Lega alla carica

La Stampa
giuseppe buffa


Antonella Buscaglia, consigliera del Movimento 5 Stelle

Non scrive molto su Facebook, e per una volta che l’ha fatto ha rischiato il linciaggio. Antonella Buscaglia, consigliera 5 Stelle e candidata sindaco a Biella nel 2014, ha commentato il caso del killer di Berlino morto in una sparatoria a Sesto San Giovanni, prendendosela con tutti quelli «felici che un uomo sia stato ammazzato»: «Leggo post di persone che esaltano i due poliziotti che hanno fatto soltanto il loro dovere (per quello sono lì, sottopagati, mica per multe e dirigere il traffico)». Apriti cielo. La Lega, col consigliere comunale biellese Giacomo Moscarola, le è saltata agli occhi, provocando più tardi anche un commento del gran capo Matteo Salvini.

Dicendosi «straincazzata», la Buscaglia chiudeva il post con un «vaffa», che Salvini le ha prontamente restituito. Moscarola, invece, commenta di aver capito che «per i grillini la vita di un terrorista è uguale a quella di un poliziotto: complimenti...». Il post di Antonella Buscaglia è sparito dalla circolazione in fretta, ma non abbastanza per non essere fotografato e rilanciato su bacheche e siti d’informazione. La consigliera 5 Stelle, qualche ora dopo, ha replicato con una mail, per chiarire meglio il suo pensiero: «La mia non è assolutamente una difesa del terrorista (ci mancherebbe...).
Ho la perfetta consapevolezza della drammaticità della vicenda e dello spirito di rabbia che ognuno di noi nutre dentro l’anima per i reiterati attentati. Massimo rispetto per le forze dell’ordine che rischiano ogni giorno la vita ma che certamente, loro per primi, non gioiscono per aver ucciso, nonostante tutto.

La mia è stata una critica a coloro che hanno espresso gioia e brindato per la morte di un uomo, anche se terrorista». Moscarola, sempre nella piazza digitale di Facebook, ha invece chiuso la questione così: «A tutti i buonisti del c... voglio dire che ho appena stappato una bottiglia per festeggiare l’uccisione di quel bastardo che ha ucciso 12 persone innocenti».

“Nessun risarcimento se l’attentato viene commesso con un camion”

La Stampa
alessandro alviani


Memoria. Le candele accese e alcuni giovani in raccoglimento in memoria delle vittime della strage di Berlino

Dopo la tragedia, la beffa, evitata solo all’ultimo. I sopravvissuti all’attentato di Berlino e le famiglie delle vittime non avrebbero diritto ai risarcimenti previsti da un’apposita norma tedesca, in quanto la strage è avvenuta con un tir. Il comma 11 del primo paragrafo della «Legge sui risarcimenti alle vittime di atti di violenza», in vigore dal 1976, parla chiaro: le disposizioni non si applicano ai danni provocati da un aggressore che abbia agito «usando un automezzo o un rimorchio».

«È inaudito», ci spiega Roland Weber, delegato di Berlino per la difesa degli interessi delle vittime di reati violenti.«Da anni dico che questa legge va riformata». Allo stato attuale solo la famiglia  dell’autista polacco, ucciso con un colpo di pistola, avrebbe accesso ai risarcimenti previsti dalla legge. Per gli altri ci sono due opzioni: da un lato le prestazioni dell’Ufficio federale della Giustizia per le vittime di attentati terroristici, dall’altro un fondo per le vittime di incidenti stradali. È per via dell’esistenza di quest’ultimo che il legislatore, non potendo immaginare futuri attentati con un tir, introdusse la clausola che esclude ora le vittime di Berlino.

Tale fondo prevede però una somma massima di 7,5 milioni di euro per tutte le vittime di un incidente, indipendentemente dal loro numero. Raggiunto quel limite, non si riceve più nulla. La legge del 1976, invece, garantisce un risarcimento non limitato nell’entità e nel tempo. Il ministero del Lavoro, responsabile in materia, è intervenuto, ha promesso risarcimenti a tutti e fatto capire di esser pronto a modificare la legge se necessario. Per noi, spiega una nota, «è importante che ora ognuno riceva l’aiuto di cui ha bisogno».

Le pensioni d’oro dei sindacalisti? C’è lo stop della Corte dei Conti

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Le «contribuzioni aggiuntive» fanno schizzare gli importi, che ora andranno ricalcolati



Sacri e inviolabili come il sito di Aisinaihpi per i Piedi Neri o il dente di Buddha a Maha Nuvara, i «diritti acquisiti» di una fetta di sindacalisti privilegiati sono stati infine toccati. Da una sentenza della Corte dei Conti. La quale ha stabilito che no, il meccanismo delle «contribuzioni aggiuntive», per anni all’origine di improvvise e a volte strabilianti impennate nelle pensioni di alcune categorie di rappresentanti sindacali, non va bene affatto. Anzi, deve esser tutto ricalcolato.

Per capirci: mai più casi clamorosi come quello di Raffaele Bonanni che, sommando i contributi originari del suo lavoro (aveva iniziato come manovale in un cantiere edile della Val di Sangro) con quelli di sindacalista a tempo pieno e per quasi un decennio segretario della Cisl, era schizzato negli ultimi anni da 75.223 a 336.260 euro l’anno di stipendio tirandosi poi dietro, grazie anche ai contributi aggiuntivi, una pensione netta di 5.391 euro mensili. Subito infilzata dalle rabbiose contestazioni di migliaia di lavoratori.

La sentenza 491/2016 del 10 ottobre scorso, emessa dalla III Sezione giurisdizionale d’Appello, presidente Fausta Di Grazia, partiva dal ricorso di un maestro elementare, da anni sindacalista, che si lamentava di una «valorizzazione della contribuzione aggiuntiva» solamente «parziale» nel calcolo della pensione. Secondo lui, infatti, il decreto legislativo 564/1996 non prevedeva «alcuna limitazione in ordine al numero degli incarichi dirigenziali che possono formare oggetto di retribuzione aggiuntiva». Non solo: l’Inps non avrebbe, secondo lui, alcun «titolo per sindacare quanto deliberato, in merito ai relativi compensi, dagli organi statutari delle organizzazioni sindacali».
Che cosa sono
Ma cosa sono questi «contributi aggiuntivi»? Lasciamo rispondere allo sportello online dell’Inps: «La contribuzione aggiuntiva è una contribuzione di natura volontaria (...) destinata a integrare la contribuzione figurativa o effettiva versata a favore dei lavoratori dipendenti, che siano dirigenti sindacali». E aggiunge: «In particolare, il comma 5 prevede che dal 1° dicembre 1996, a favore dei lavoratori collocati in aspettativa, possa essere versata, facoltativamente, una contribuzione aggiuntiva sull’eventuale differenza tra le somme corrisposte per lo svolgimento dell’attività sindacale e la retribuzione di riferimento per il calcolo della contribuzione figurativa.

Come detto, la retribuzione figurativa corrisponde alla retribuzione commisurata a quella cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in base ai contratti collettivi di categoria» senza però «quegli emolumenti collegati all’effettiva prestazione lavorativa o condizionati da una determinata produttività, né incrementi retributivi o avanzamenti che non siano legati alla sola maturazione dell’anzianità di servizio».

Arabo o quasi, per chi non si raccapezza col burocratese e il sindacalese. Per capirci: i sindacati, per i loro rappresentanti in aspettativa o distacco sindacale dal posto di lavoro, possono versare contributi aggiuntivi sui compensi ricevuti per l’attività sindacale. Questi «aggiuntivi» non incidono sulla data di pensionamento ma hanno avuto negli anni, come spiega un traduttore dal linguaggio iniziatico, «un peso rilevante sull’importo delle pensioni dei dipendenti dell’amministrazione pubblica o appartenenti ad alcune categorie di lavoratori (autoferrotranvieri, elettrici, telefonici…) del settore privato che si trovavano nel regime misto o in regime retributivo, prima della riforma Fornero».

«Questa contribuzione aggiuntiva veniva inserita, fino a oggi, nella quota di pensione relativa alle anzianità maturate fino al ‘92 (la cosiddetta quota A che in teoria dovrebbe contenere solo voci della retribuzione “fisse e continuative” negli anni). La quota A di pensione è calcolata sulla base della retribuzione percepita l’ultimo mese di servizio ed è quindi soggetta a regole molto più generose rispetto a quelle applicate dal ‘92 in poi per il calcolo della quota B, che considera la media delle retribuzioni percepite in un periodo più lungo».

Il che permetteva a qualche furbetto ipotetico, almeno sulla carta, diciamo così, di farsi pagare dai sindacati negli anni finali della carriera contributi aggiuntivi sempre più alti che alla resa dei conti facevano schizzare all’insù le pensioni, calcolate sulle ultime buste paga, a livelli altrimenti inimmaginabili.
La decisione
Bene: la sentenza che dicevamo della Corte dei Conti nota appunto che «i compensi corrisposti per l’attività sindacale espletata» da quel maestro sindacalista «hanno subito un incremento invero assai cospicuo in un lasso di tempo piuttosto breve, passando nell’arco di quattordici mesi dall’iniziale compenso mensile di euro 2.000 (periodo settembre-dicembre 2009), ai 4.000 euro mensili corrisposti nel periodo gennaio-giugno 2010, agli 8.000 euro corrisposti nel periodo luglio-agosto 2010, a ridosso del collocamento in quiescenza, senza che in tale breve arco di tempo, risultino essersi verificate variazioni negli incarichi di dirigenza sindacale».

Come non immaginare che si trattasse di aumenti dovuti alla scelta di preparare all’interessato una pensione più alta a carico dell’Inps e cioè, essendo assai inferiori i contributi precedenti, a carico dei cittadini? A pensar male si fa peccato ma... Risultato: dopo questa storica sentenza, si dà per scontato che una nuova circolare dell’istituto presieduto da Tito Boeri possa aggiornare le modalità con le quali si determinano le quote di pensioni dei sindacalisti e ricalcolarle. Toccando per la prima volta «un privilegio acquisito non solo sulle pensioni future ancora da liquidare ma anche su alcune delle pensioni in essere».

Una trentina di casi, sembra, per ora, sul passato. Ma almeno milletrecento nel futuro più o meno prossimo. Scommettiamo? Barricate.

La televisione del futuro, tra digitale, satellitare e streaming

Corriere della sera

di Gianfranco Giardina
Dal primo gennaio cambiano le regole e alcuni modelli diventeranno obsoleti: ecco i trucchi
per scegliere un nuovo apparecchio che sia economico ma anche innovativo

Tv, un posto al sole in salotto

Nel 1999 un TV a tubo catodico top di gamma da 32” costava 5 milioni di lire. Con l’equivalente in euro (anche senza rivalutazioni) oggi si acquista un ottimo TV da 65”, 4 volte più grande, 30 volte meno profondo e mille volte più sofisticato. Non c’è bene durevole che si sia evoluto in maniera così rilevante negli ultimi 20 anni e parallelamente sia sceso così tanto di prezzo. Insomma, confrontare un TV di oggi con uno di qualche anno fa è come paragonare un’astronave con un triciclo.

E in effetti, scegliere un TV oggi può sembrare un compito da «astronauti»: gli standard e le sigle che differenziano i vari modelli, il più delle volte incomprensibili, sono capaci di mettere al tappeto anche i più preparati. Eppure l’acquisto di un televisore tocca tutti: se ne vendono in Italia circa 4 milioni e mezzo ogni anno, il triplo delle automobili e un numero nettamente superiore a qualsiasi altro elettrodomestico. Il TV continua a mantenere il ruolo di strumento più importante del tempo libero domestico, che neppure l’era dei device mobili ha intaccato: nella sua peculiarità di «grande schermo», il TV è imbattibile.


Conveniente e futuristico

Le statistiche parlano chiaro: la durata media di un TV prima della sostituzione è di circa 8 anni. Sembrano pochi, ma sono in realtà moltissimi se ci si confronta, per esempio, con gli smartphone che dopo un paio di stagioni sono messi fuori gioco dall’evoluzione tecnologica. Proprio per questo la scelta di un nuovo TV deve essere orientata non solo a spendere il meno possibile ma anche a mettersi al riparo dall’obsolescenza anticipata. La scelta migliore è puntare ad apparecchi che siano aperti agli sviluppi futuri di tutte e tre le modalità di ricezione: digitale terrestre, satellitare e streaming Internet.


Il digitale terrestre

Il digitale terrestre nei prossimi anni vedrà ridursi le frequenze a propria disposizione, tanto che sarà impossibile, a parità di altre condizioni, mantenere lo stesso numero di canali. Si parla per questo di un possibile nuovo switch-off (ma non prima del 2022) per passare a un sistema di trasmissione più efficiente (il DVB-T2) e a una codifica che risparmi dati a parità di qualità (HEVC): caratteristiche che diventeranno obbligatore per legge su ogni TV in vendita sin dal prossimo 1 gennaio, proprio per rendere meno dolorosa per i consumatori un’eventuale futura migrazione alle nuove modalità trasmissive.


La tv satellitare

I limiti del digitale terrestre, d’altro canto, potrebbero dare impulso alle trasmissioni satellitari: non solo Pay TV, ma anche quelle del bouquet gratuito tivùsat, che già ospita, tra gli altri, 8 canali RAI in alta definizione, che a gennaio diventeranno 13. Su satellite non ci sono grossi limiti di disponibilità di frequenze e l’offerta può crescere in numero di canali e qualità quanto si vuole, a patto ovviamente di avere un TV predisposto e certificato.


La tv in streaming

E poi c’è Internet e lo streaming, con il suo ruolo insostituibile nel video on demand e con i palinsesti «auto-gestiti» dagli spettatori: qui la marca del TV gioca un ruolo importante, dato che le piattaforme più diffuse hanno maggiore probabilità di avere app sempre aggiornate, proprio come avviene per gli smartphone.


Questione di risoluzione

La scelta di un televisore nuovo pone poi altre scelte, a partire dalla risoluzione: meglio Full HD o spendere qualcosa in più per aumentare la risoluzione di quattro volte con un 4K UltraHD? I contenuti 4K per ora sono pochi, ma sono destinati a crescere: una scelta verso l’ultra definizione è sicuramente consigliabile. Ma anche chi non fosse interessato all’incremento di risoluzione, deve guardare con interesse ai TV 4K perché offrono generalmente la compatibilità con i contenuti ad alta gamma dinamica (HDR), innovazione difficile da spiegare a parole ma facilissima da vedere, dato che avvicina drasticamente le immagini riprodotte alla realtà che vediamo ad occhio nudo. L’HDR (su Netflix sono disponibili i primi contenuti) è il fattore che nei prossimi anni avrà il maggiore impatto sulla qualità di immagine; ed è fruibile anche sui piccoli schermi.

LCD o OLED?

L’altro grande dilemma riguarda il tipo di pannello: LCD e OLED? L’LCD, realizzato da tutti i produttori e promosso soprattutto da Samsung, è arrivato a dare il meglio di sé, dopo anni di sviluppi e messe a punto, ed è sicuramente una scelta solida. L’OLED, proposto principalmente da LG, è più nuovo e ha dalla sua parte una qualità di immagine senza precedenti, tanto da cogliere tra gli appassionati l’eredità dell’amatissimo (e ormai defunto) plasma; l’OLED però è disponibile solo nei tagli da 55” in su. I prezzi tra le due tecnologie oramai si sono livellati e la scelta dipende soprattutto dal gusto dell’utente e dalle impressioni provate in negozio nella visione a confronto.

L'attentato-suicidio dei Gap raccomandato da Togliatti

Luca Fazzo - Ven, 23/12/2016 - 09:19

Il Migliore impose di usare i giovanissimi nelle azioni contro i nemici. Come nel 1944 a Sesto San Giovanni...


Chissà se Giangiacomo Feltrinelli, editore rivoluzionario, e i suoi seguaci che negli anni Settanta si diedero alla lotta armata, avevano studiato fino in fondo la storia dei Gap.


La banda di Feltrinelli venne chiamata così, Gruppi di azione partigiana, in omaggio alla struttura clandestina, diretta emanazione del Partito comunista, che durante la guerra civile era stata la punta di diamante della Resistenza a Milano e nel suo hinterland. Era un mito, quello dei Gap, che aveva permeato profondamente il movimento del Sessantotto, e che fu importante nello spingere verso il terrorismo alcuni settori radicali dell'ultrasinistra: mito formato da ortodossia ideologica, e soprattutto da efficienza militare.

Ma il tempo passa, la storia di quegli anni viene riscritta senza furori di parte. E anche il mito dei Gap ne esce ridimensionato. Del cinismo di alcune scelte dei Gap, come dimostra l'attentato di via Rasella a Roma, si è ampiamente dibattuto. Ma ora un libro di Marco Manuele Paolini costringe a rimettere in discussione anche il lato del mito che sembrava meno scalfibile: la capacità operativa, la compartimentazione ferrea.

Al centro del libro di Paolini, Il ragazzo della Quinta (Mursia, pagg. 146, euro 14) ci sono un ragazzo e un attentato. Il ragazzo si chiamava Felice Lacerra, era nato nel 1927 a Sesto San Giovanni da una famiglia di immigrati, a quindici anni era già operaio alla Breda. L'attentato è quello che proprio a Sesto, la sera del 10 febbraio 1944, prende di mira la locale Casa del Fascio, dove è in corso la riunione per la nomina del fiduciario. L'azione in sé è maldestra, e provoca meno danni di quanto i gappisti si proponevano facendo irruzione con mitra e bombe a mano: due repubblichini uccisi, un altro paio feriti.

Ma ben più disarmante è il pressapochismo nella preparazione dell'attentato, che avrà conseguenze catastrofiche per gli organizzatori. I Gap sestesi verranno smantellati quasi per intero dalle indagini successive all'attacco. Era un lavoro crudo, quello dei Gap. Non si trattava di combattere a viso aperto, in montagna, affrontando i reparti ben più armati della Rsi e degli occupanti tedeschi, ma di uccidere a sangue freddo, alle spalle. Lavoro necessario, ma che selezionava inevitabilmente un certo tipo di militante, pronto alla freddezza e ai sacrifici della clandestinità.

«Raccomandiamo di non aver paura di mettere avanti i giovani, i quali hanno coraggio e audacia», scriveva Palmiro Togliatti. E in effetti i quadri dei Gap erano spesso sui vent'anni. Ma per l'attentato a Sesto si scelse di mettere in prima linea addirittura un sedicenne: Felice Lacerra. A lui venne affidato il ruolo più difficile: l'infiltrato. Si iscrisse al Pnf, iniziò a frequentare la Casa del fascio, si conquistò la fiducia dei camerati, gestendo un ruolo da agente doppio che avrebbe spezzato i nervi a gente ben più adulta di lui. Fu lui a segnalare ai Gap la data della riunione, e ad aprire dall'interno le porte al commando armato.

Se già questa scelta appare azzardata, ancora più incomprensibile appare quella di non allontanare Felice da Sesto subito dopo l'attacco. La mattina dopo, il ragazzo andò a lavorare in Breda come se niente fosse, ovviamente venne arrestato, e si può immaginare quale trattamento gli fu riservato. Fece il nome di un partecipante all'irruzione, Luigi Ceriani il quale, fermato a sua volta, cantò ben più di Felice, facendo arrestare l'intero distaccamento sestese dei Gap. In carcere alcuni resistettero, altri parlarono. I due capi, Egisto Rubini e Oreste Ghirotti, si uccisero in cella per non cedere alle torture.
In aprile viene arrestato Primo Grandelli, dei Gap di Milano che avevano collaborato all'azione con i sestesi. Incredibilmente, ha con sé un quaderno con i nomi di tutti i compagni che vengono arrestati in blocco.

I Gap a quel punto non esistono praticamente più, e si dovrà attendere l'arrivo in città di Giovanni Pesce perché la struttura armata del Pci venga ricostituita. «Fu tutto uno sbaglio, dall'inizio alla fine», dirà Carlo Camesasca, il gappista che pochi mesi prima aveva partecipato all'uccisione del federale di Milano, Aldo Resega. D'altronde sono gli stessi Gap che l'8 agosto dello stesso anno in viale Abruzzi metteranno una bomba su un camion della Wehrmacht che distribuiva aiuti alimentari: non morì neanche un tedesco, ma restarono uccisi sei milanesi in coda per il cibo. La rappresaglia nazista fu la strage di piazzale Loreto.

Insomma, altro che efficienza. Coraggio, indubbiamente, ma anche pressapochismo e decisioni sciagurate. E il giovane Felice Lacerra? Fu deportato a Fossoli, vicino Carpi, in un campo di concentramento dal volto umano. La mattina del 12 luglio, sessantasette prigionieri del campo vennero portati dalle Ss in un poligono, a Cibeno, e uccisi con un colpo alla nuca. Felice era uno di loro. Lo riconobbero i genitori quasi un anno dopo, esumato dalla fossa comune, dal libretto della mensa della Breda.

Comunisti sulla tomba di Togliatti

ilgiornale.it



In pellegrinaggio sulla tomba del «Migliore», per trovare, forse, l’ispirazione. Per rendere omaggio a Palmiro Togliatti (nella foto) e per ripartire dal passato, sperando di ricevere la grazia di un futuro migliore.

La sinistra dura e pura, frammentata e malconcia dopo i disastri elettorali, cerca di recuperare le proprie radici. Una delegazione del Pdci e di Rifondazione comunista questa mattina sarà sulla tomba di Togliatti al cimitero del Verano a Roma, in occasione dell’anniversario della morte dello storico segretario del Partito comunista, avvenuta a Jalta il 21 agosto del 1964. Togliatti ha guidato il Pci dal 1927 alla sua morte, è stato dirigente dell’Internazionale comunista e combattente in Spagna per la Repubblica. Coi leader di oggi, si capisce che i comunisti abbiano nostalgia.

“Poche nascite? Cambiamo gli orari scolastici”: le strane proposte di legge del popolo grillino

La Stampa
federico capurso

Dalla riduzione dell’orario lavorativo (senza decurtazione dello stipendio), all’abolizione dei carabinieri: ecco le fantasiose proposte presentate dai cittadini pentastellati



Democrazia diretta e fantasia, è la ricetta del Movimento 5 stelle per ridare voce ai suoi iscritti. La prossima settimana, annuncia il deputato Danilo Toninelli dal blog di Beppe Grillo, verranno messe al voto «le 105 nuove proposte di legge presentate direttamente dai cittadini». Il progetto di partecipazione dal basso si chiama Lex iscritti ed è partito lo scorso luglio. Anche questa volta, tra i molti suggerimenti interessanti, non mancano le richieste particolari o dai curiosi titoli di presentazione.

Trovano spazio le proposte di «ridurre la settimana media di lavoro a 30 ore settimanali, mantenendo lo stesso salario» e di «depenalizzare il reato di diffamazione e diffamazione a mezzo stampa», ricalcando antiche battaglie di Grillo. O quella di chi vorrebbe vedere la nascita di una «tessera sanitaria che includa il proprio micio o fido», come già proposto in passato da alcune associazioni animaliste.

Talvolta, invece, sono le semplici «passioni» a guidare l’ispirazione per stilare la proposta di una «regolamentazione della raccolta e della vendita di erbe, radici e frutti edibili», o per «differenziare i periodi di ferie e distribuirli su tutta la durata dell’anno solare», come chiede Francesca Benevento, che gestisce un’attività turistico-ricettiva in Calabria.

A incidere sulla sensibilità dei cittadini e sulle loro conseguenti proposte sono però anche le recenti notizie di cronaca. In seguito alla tragedia ferroviaria in Puglia, ad esempio, sono arrivate le richieste di «regolare la distanza di sicurezza tra treni» e di prendere in considerazione «modalità di prevenzione dei disastri ferroviari».

Non possono sfuggire all’attenzione degli attivisti le difficoltà incontrate nell’amministrazione di Roma. Per dare una mano alla sindaca pentastellata Virginia Raggi, infatti, Salvatore Adorisio chiede di «suddividere gli uffici amministrativi della Capitale in più città del centro Italia e non solo», con l’obiettivo di «diminuire la pressione della popolazione, e quindi urbanistica, sulla città di Roma, migliorandone significativamente la vivibilità».

Sarà felice il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin, protagonista della campagna per il Fertility day, della proposta di Massimo Costantino dal titolo: «Poche nascite??? Riprogrammiamo gli orari della scuola…». Nel dettaglio, spiega Costantino, «la giornata della scuola sarà organizzata in una mini città in cui anche le signore che lavorano nel commercio possano usufruire della scuola come luogo sicuro per lasciare i propri figli e magari farne altri senza dover lavorare».

La scuola, sempre da un punto di vista strettamente medico, è al centro della richiesta fatta da Francesco Carubia per chiedere agli istituti di «gestire le lezioni in modo da non obbligare gli alunni ed i loro genitori a trasportare quotidianamente i libri di testo nel percorso casa-scuola e viceversa». In questo modo, spiega Carubia, si può «trovare un rimedio al diffuso rischio salute dei minori».
Catturano l’attenzione poi alcuni titoli dati dagli iscritti alle proprie proposte di legge.

Si va dai «Comuni stellari e obiettivi trasparent i», per aumentare la digitalizzazione nella pubblica amministrazione, alla «abolizione dell’Arma dei Carabinieri». E può capitare che, per soddisfare necessità reali, si condisca la propria richiesta con un pizzico di narcisismo, come nel caso di Sergio Lupo, che vorrebbe assistere alla nascita del «Bonus Lupo» per premiare i lavoratori dipendenti che si comportano bene. 

Le proposte suggerite fino ad oggi, in realtà, sono state più di tremila e solo «sei di queste sono arrivate in Parlamento dove i nostri portavoce hanno provveduto o stanno provvedendo a scriverne il testo di legge», scrive Toninelli. Meno dello 0,2%, dunque, ma pur sempre un esempio di quella democrazia partecipata che, nelle intenzioni, è sempre stata considerata una colonna portante del Movimento.

Benzina di nuovo più cara, ecco come farsi lo sconto sul pieno

La Stampa
sandra riccio



Ritorna la corsa della benzina. I consumatori, ormai abituati a mesi di stallo sui listini dei carburanti, dovranno di nuovo mettersi a fare i conti con gli aumenti. La risalita colpisce prima delle partenze per le vacanze natalizie. Significa una stangata da complessivi 130 milioni di euro che sta per abbattersi sulle famiglie italiane. Lo denuncia il Codacons, che chiede l’intervento del Governo per salvare le tasche degli automobilisti.

Il rialzo dei prezzi è stato innescato dall’accordo tra Paesi Opec e Paesi non Opec su un taglio delle produzioni. Le quotazioni del barile, da tempo ferme tra i 40 e i 50 dollari, sono di nuovo in movimento. Il Brent, la qualità di greggio di riferimento per l’Europa, è risalito ai massimi da giugno 2015, sopra i 55 dollari per tornare poi in area 55 dollari (il Wti quota a 52). Da gennaio di quest’anno il valore del Brent è più che raddoppiato con un +110%. Ora gli esperti calcolano ulteriori rialzi anche oltre i 70 dollari in poco tempo. 

I PREZZI
Qualche strada per difendersi dai rincari non manca. L’Unione nazionale dei consumatori suggerisce di non fermarsi al primo distributore ma di cercare tra le tante tariffe. La differenza tra il distributore più caro e quello più economica, dice l’associazione, arriva anche a 21 centesimi al litro. Significa un risparmio potenziale teorico, per ogni pieno da 50 litri, di 10 euro e 50 centesimi, 252 euro all’anno.

COME DIFENDERSI
Non tutti sanno che c’è uno strumento molto utile per gli automobilisti: sul portale del Mise, carburanti.mise.gov.it/OssPrezziSearch, si possono monitorare tutti i prezzi alla pompa, città per città e strada per strada. A disposizione degli utenti c’è anche l’app dedicata. I prezzi sono aggiornati quotidianamente dai gestori delle stazioni di servizio. Per chi non si attiene a questo obbligo sono previste sanzioni. Il servizio OsservaPrezzi, presente anche in altri Paesi europei e finalmente operativo anche da noi, è nato per dare ai consumatori la possibilità di rintracciare i distributori più convenienti su tutto il territorio e quindi risparmiare qualcosa sul pieno. Sul portale sono presenti 20mila distributori, oltre il 90% del totale in Italia. Ci sono anche pompe bianche e quelle della grande distribuzione.

Un contributo arriva anche dalla app «PrezziBenzina» (c’è anche il sito). Su questo portale, i però vengono inseriti in parte dagli automobilisti su base volontaria, in parte dagli stessi gestori delle pompe di carburante. Non sempre sono aggiornatissimi. In compenso su PrezziBenzina ci sono anche segnalazioni relative ai distributori al di là del confine italiano.

Figli

La Stampa
jena@lastampa.it

Tutta la nostra solidarietà al figlio di Poletti, non per le minacce ma per il cognome.

Gli Stati Uniti iniziano a chiedere gli account social ai visitatori

La Stampa
lorenzo longhitano

Da martedì chiunque voglia entrare nel Paese attraverso il Programma di esenzione di visto d’ingresso potrebbe ricevere la richiesta di inserire i dati dei propri social in un modulo aggiuntivo



Da oggi il governo degli Stati Uniti può chiedere ai suoi visitatori gli account di Facebook e di altri social network. Alla macchina governativa statunitense sono bastati pochi mesi per trasformare in realtà la proposta, svelata a giugno, partita dal dipartimento della sicurezza interna USA e pensata per tenere sotto controllo potenziali minacce monitorando i profili social dei soggetti ritenuti a rischio.

A partire da questo martedì, a turisti e viaggiatori stranieri in arrivo presso gli Stati Uniti tramite il Programma di esenzione di visto d’ingresso potrebbe essere richiesto di compilare uno speciale modulo relativo alla propria presenza online e sui social network. La lista prevede di fornire i nomi utente dei propri account su Facebook, Twitter, Google+, Instagram, LinkedIn e Youtube e ha già provocato le reazioni allarmate delle associazioni per i diritti umani e per la tutela della privacy, che si sono dette comunque sconcertate dalla messa in atto della proposta.

Come proposto inizialmente, riempire il modulo è facoltativo, ma secondo le accuse dell’Unione Americana per le Libertà Civili il processo di richiesta è confusionario, e pur di non rischiare problemi all’ingresso nel Paese molti richiedenti riempiranno comunque tutti i campi richiesti anche se non obbligati. Inoltre, continua l’Unione, i metodi di raccolta, manutenzione e condivisione delle informazioni tra le agenzie governative sono mal disciplinati e privi di linee guida per la tutela della privacy dei soggetti che forniscono i propri dati. Infine, non appena l’opinione pubblica si abituerà all’idea che un Paese possa richiedere questo tipo di informazioni ai cittadini stranieri in visita, c’è il rischio che altri governi — democratici e non — seguano le orme degli Stati Uniti.

Uccisero cane a bastonate: padre e figlio assolti a Brescia. La Lav: “La Procura ricorra”

La Stampa



Il Tribunale di Brescia ha assolto padre e figlio, Giacomo e Domenico Romelli, i due pastori di Breno, in Vallecamonica, che erano accusati di aver ucciso un cane a bastonate. I fatti risalgono al 18 luglio 2014 quando la terribile scena venne fotografata da un passante e gli scatti vennero pubblicati da Brescia Oggi. L’accusa aveva chiesto la condanna per entrambi a un anno e undici mesi. Il giudice li ha assolti « perché il fatto non sussiste».

La Lav: «La Procura ricorra»
«Una sentenza che ci lascia sgomenti. La crudeltà inaudita e documentata dalle fotografie pubblicate su Brescia Oggi, non trova, a nostro avviso, spiegazione nella tesi della legittima difesa». Così la Lav (Lega Antivivisezione), attraverso Ilaria Innocenti, commenta l’assoluzione dei due pastori -. La Lav, in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, chiede da subito al Pm di ricorrere in Appello affinché una simile violenza non rimanga impunita e invita il testimone oculare della macabra esecuzione, che scattò le immagini pubblicate sul quotidiano bresciano, affinché esca dall’anonimato e racconti esattamente come si sono svolti i fatti». 

FOTO: LE IMMAGINI DELLA TERRIBILE SCENA (clicca qui)