domenica 25 dicembre 2016

Rejecelle, il vicolo più stretto d’Italia

La Stampa
livia fabietti (nexta)

È larga 41 centimetri e lunga appena 7,88 metri la caratteristica viuccia sita nel cuore di Termoli che tanto affascina i turisti



Rejecelle, un nome una curiosità. Siamo in Molise e qui si trova uno dei luoghi più singolari e caratteristici d’Italia. Nel cuore del borgo antico di Termoli infatti, centimetro alla mano, è possibile fare una piacevole scoperta. Ebbene sì perché quella in questione non è una qualsiasi via ma, a quanto pare, il vicolo più stretto d’Italia.

La bellezza molisana, stando a quanto si legge nel libro di curiosità “Forse non tutti sanno che in Italia…” appena pubblicato da Isa Grassano (Newton Compton), ha strappato il primato alla marchigiana Ripatransone, sita in provincia di Ascoli Piceno, per una questione di centimetri, due per l’esattezza. Proprio così perché la sua larghezza, nel punto più stretto, è di soli 34 centimetri!

Rejecelle, 34 cm di magia I suoi numeri sono davvero interessanti. La stradina, lunga appena 7,88 metri, nel corso dei secoli ha subito varie trasformazioni ma nulla ha mai alterato la sua unicità. Che dire del suo nome? Le origini sono da rintracciare nel 1799. Il termine “rue”, che in francese significa “strada”, venne trasformato dai termolesi in un maccheronico francesismo “Rejecelle” ed è proprio con questa denominazione che oggi tutti la conoscono.

Non è da sottovalutare questo spaccato cittadino che rappresenta, a tutti gli effetti, un pregio artistico-culturale di grande valore storico-architettonico tanto che, ogni anno, richiama l’attenzione di innumerevoli turisti. Il vicolo, ricavato tra i fabbricati, risale al primo agglomerato urbano del borgo e venne costruito per andare incontro alle esigenze degli abitanti agevolando i loro spostamenti soprattutto in situazioni di emergenza come guerre, invasioni e carestie.

Come attraversare il vicolo? Parola al galateo Come si può facilmente immaginare, date le sue esigue dimensioni, attraversare questo vicolo non è proprio cosa agevole e può capitare dunque che diventi necessario aspettare il proprio turno. Curioso sapere che, anticamente, quando due gentiluomini si trovavano a misurarsi con questa viuzza, dovendo stabilire di chi fosse la precedenza, ricorrevano niente meno che al galateo.

Il meno nobile, infatti, lasciava il passo a quello più altolocato. Se i personaggi in questione erano invece di pari lignaggio, si poteva addirittura arrivare al duello al fine di stabilire chi dei due avesse diritto a passare per primo.

Una bestia in meno grazie alla polizia

Alessandro Sallusti - Sab, 24/12/2016 - 15:58

Amri morto in una sparatoria. Resi noti i nomi degli agenti: è polemica



Quando un pesce finisce nella rete non c'è nulla di casuale, c'è merito in chi ha affrontato il mare, scelto luoghi tempi e metodi.

Se ha coraggio, bravura e pazienza il pesce finirà in trappola. E così è successo l'altra notte a Sesto San Giovanni, quando una pattuglia di poliziotti ha fermato per controlli ordinari un giovane che è poi risultato essere Anis Amri, ricercato numero uno d'Europa, fresco autore della strage di Berlino. Era armato e ha sparato, ferendo un agente. L'altro, giovane recluta di polizia, ha risposto al fuoco e lo ha ucciso. È andata così, e la cosa ci rassicura più che se il vigliacco fosse caduto in un blitz delle teste di cuoio o per una soffiata dei servizi segreti. Vuole dire che funziona la base dell'apparato di sicurezza, quello che deve proteggerci nella quotidianità e non solo nella straordinarietà.

E probabilmente è finita non a caso in Italia, alle porte di Milano, la fuga di un terrorista del quale non piangiamo la morte. Se la bestia Amri, dopo avere ucciso innocenti in nome di Allah, ha attraversato clandestino l'Europa per arrivare fino a qui, un motivo ci sarà. Che il tir sequestrato usato per la strage fosse partito per Berlino a un chilometro dal luogo della sparatoria forse è più di una coincidenza. Che aiuti e protezioni aveva o pensava di trovare Amri in casa nostra, più precisamente in una delle periferie a maggiore concentrazione di immigrati islamici?

Non so se Amri fosse un cane sciolto - come si dice in gergo anche per tranquillizzare l'opinione pubblica - ma evidentemente ci sono canili pronti ad aprire la porta, anche nel cuore nella notte, al fratello che bussa. Quella periferia milanese dove il terrorista pensava di trovare aiuto è raggiungibile dal centro percorrendo la famigerata via Padova, quartiere che sciagurate politiche di accoglienza sostenute da politici, amministratori e intellettuali di sinistra hanno sottratto al controllo dello Stato. La chiamano «integrazione», ma è una bomba che ci siamo messi in casa, un incubatore subdolo di odio e violenza, come è successo a Molenbeek, il popoloso quartiere islamico di Bruxelles che ha generato, accolto e nascosto i terroristi delle stragi in Francia e nella stessa capitale belga.

Adesso anche Grillo invoca la chiusura delle frontiere e operazioni di pulizia, oltre che di polizia. Benvenuto. La differenza è che lui cerca i voti persi con gli scandali romani, noi sosteniamo da sempre, e in quasi solitudine, la necessità di difendere ciò che siamo e che vorremo essere. E non solo con la polizia, ma con la cultura occidentale, la politica, il buon senso. Per esempio augurando non per convenzione ma con convinzione e orgoglio della nostra sana diversità buon Natale a tutti voi.

Mappa del Natale negato

Alberto Bellotto

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Ci sono Paesi in cui il Natale può trasformarsi in un’occasione di paura. Ci sono Paesi in cui i cristiani non possono manifestare liberamente la loro fede, pena la persecuzione o l’arresto. Nel mondo ci sono almeno tre nazioni che hanno posto il veto alla più sacra festività cattolica. Ma ce ne sono molte altre che non l’hanno fatto apertamente scegliendo altre forme di dissuasione, come la limitazione delle libertà civili e politiche o di proselitismo.

I primi veri “nemici” del Natale sono Somalia, Tagikistan e Brunei. Lo Stato del Corno d’Africa, dilaniato da una decennale guerra intestina e falcidiato dagli attentati degli islamisti di al-Shabaab, ha emesso dei provvedimenti pacifici contro le celebrazioni natalizie. Per Sheikh Mohamed Kheyrow ministro della Religione ha spiegato che il Natale è una celebrazione “che non ha nulla a che fare con l’Islam» e per questo viene osteggiata dalle autorità, dimenticando forse che anche nel Corano viene ricordata la nascita di Cristo celebrandolo come profeta. Il portavoce del sindaco di Mogadiscio ha affermato in più di un’occasione che «Tutti i somali sono musulmani e che non ci sono comunità cristiane in Somalia”.

Il ricco sultanato del Brunei ha introdotto norme sempre più stingenti contro il Natale, in particolare i residenti del regno rischiano fino a 5 anni di carcere se colti nell’atto di celebrare la festività cristiana. Criticato dalla comunità internazionale le autorità hanno spiegato che il divieto non si applica ai cristiani, che possono celebrarlo esclusivamente nelle proprie case, ma solo ai musulmani. “Queste misure rinforzate – spiega il ministero per gli Affari religiosi – sono state introdotte per controllare eccessivi festeggiamenti che potrebbero danneggiare la fede della comunità musulmane”.

Il provvedimento però ha tutta l’aria di volersela prendere con quei cittadini convertiti al cristianesimo. Misure ‘anti-Natale’ anche nell’ex repubblica sovietica del Tagikistan che ha scelto di bandire gli alberi di Natale e biglietti di auguri da scuole e università. Il provvedimento non ha tanto uno scopo di tipo religioso quanto una reticenza di stampo sovietico in un Paese diviso fra atei e comunità ortodossa.

Vietare il proselitismo e perseguitare i cristiani

Esistono poi tutta una serie di Paesi che non condannano apertamente il Natale ma hanno introdotto negli anni una serie di misure che di fatto vanno a colpire la vita religiosa delle comunità cristiane. Ne è un esempio l’Arabia Saudita. In tutto il Paese è vietato il culto pubblico di altre religioni. Il milione e mezzo di fedeli cristiani nella terra dei Saud può professare la propria fede solo nel chiuso delle pareti domestiche evitando di manifestarla in pubblico.

Destino analogo in Afghanistan dove il cristianesimo non è riconosciuto come religione non è consentito convertirsi, pena la morte. Le leggi vietano anche tutte le forme di proselitismo nel Paese. Proibiti anche tutti gli oggetti come crocifissi, statue e sculture. L’unica chiesa di tutta la nazione si trova nel quartiere diplomatico ma non è accessibile dalla popolazione.

Destino simile anche in Algeria, nonostante due basiliche, un’arcidiocesi e tre diocesi. Il Natale non è riconosciuto come festività e dal 2006 la situazione si è fatta sempre più difficile. Algeri ha infatti introdotto una serie di restrizioni nei confronti delle minoranze. In particolare con il divieto di fare proselitismo. In più i cristiani possono professare la loro fede solo nei luoghi autorizzati dalle forze dell’ordine. Vietata anche la diffusione della Bibbia e dei “documenti che possano confondere un musulmano”.

Destini simili invece per Yemen e Libia. Le guerre civili scoppiate dopo il 2011 hanno avuto pesantissime ricadute sulle minoranze cristiane. In Yemen negli ultimi anni gli attacchi alle piccole comunità cristiane sono aumentati, soprattutto da parte di organizzazioni vicine allo Stato islamico. In Libia dopo la caduta di Gheddafi gran parte della comunità è stata costretta alla fuga per le continue minacce ricevute dai gruppi islamisti. Stesso scenario anche nella Siria martoriata dalla guerra. Paese dalle profonde radici cristiane la Siria è diventata una grande tomba a cielo aperto per i milioni di fedeli sottoposti agli attacchi dei fondamentalisti dell’Isis, al Nusra e altre formazioni presenti nel Nord del Paese.

La speranza ferita dell’Europa

All’interno dei Paesi europei il Natale non è mai stato in pericolo ma in questi anni prevale un sentimento di disincanto e cinismo, piegato sia alla paura che a logiche commerciali, che mette in pericolo il Natale nella sua essenza. Ne sono convinti gli spagnoli ad esempio. L’81% di loro, si scopre in una rilevazione dell’istituto britannico Youdem, è convinto che la festività sia ormai una ricorrenza solo consumistica.

Dello stesso parere il il 77% dei britannici e il 73% dei tedeschi.Ma gli eventi dell’ultimo anno, e delle ultime settimane, mettono in luce anche che l’Europa ha sempre più paura, anche in occasione del Na tale. Ne sono convinti i francesi ad esempio, il 34% di loro vivrà le prossime ricorrenze con ansia e preoccupazione. La Francia negli ultimi due anni è stata l’obiettivo di diversi attentati, il più sanguinoso a Nizza, il più doloroso e simbolico a Saint Etienne du Rouvray dove un parroco è stato sgozzato da due estremisti islamici.

Il sondaggio assume toni quasi beffardi se letti con gli occhi degli ultimi giorni. Il 68% dei tedeschi aveva dichiarato di avere aspettative positive in vista delle festività, nonostante la lunga scia di attacchi realizzati dai lupi solitari nel corso del 2016. Percentuale che dopo la strage di Berlino appare quanto mai un mero calcolo statistico. Perché se il Natale in Europa non è vietato come in altri Paesi del mondo non è vietato, sicuramente è sotto attacco da parte di chi vorrebbe vietarlo.

L'iPhone di Trump da 150mila dollari e altri smartphone da lusso sfrenato

Corriere della sera

di Alessio Lana
Non c'è limite allo sfarzo (e al pacchiano) tra telefoni con scocca in marmo, quelli dedicati
a Putin, quelli ornati d’oro e diamanti e follie che volano oltre il milione di euro

Il «Trump» iPhone

Chi pensa che oggi gli smartphone costino una fortuna deve ricredersi: non che non sia vero, i portabandiera delle case più blasonate volano spesso oltre i mille euro, ma sul mercato ci sono dispositivi dai prezzi così pieni di zeri da far apparire i nostri gioiellini come dei giocattoli. L'ultimo in ordine di apparizione lo vediamo qui sotto: è in tutto e per tutto un iPhone, solo che costa 151mila dollari.



Realizzato dal negozio degli Emirati Arabi «Goldgenie», è tutto in oro, ha 450 diamanti di purezza VS1 che tempestano il logo della Apple e tutto il bordo. In più, ha un'incisione esclusiva che rappresenta Donald Trump. A quanto rivelato dal negozio di Sharjah, una città vicino Dubai, il disegno è stato richiesto da una cliente cinese e, dopo averlo realizzato, hanno pensato di metterlo in vendita a tutti.

Oro e diamanti

La stessa azienda del «Trump phone», Goldgenie ha questo iPhone 7 placcato oro a 24 carati con 800 diamanti a ben 15mila euro.


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Ancora The Donald

Gli appassionati di Trump potranno anche acquistare l'iPhone dell'azienda russo-italiana Caviar dedicato al neo presidente. Il prezzo è di tremila euro.


C'è anche Putin

Per duecento euro in più rispetto al Trump iPhone, la Caviar offre la versione sempre in oro con l'effigie di Putin.


Qui si vola oltre il milione

Il telefono più esagerato sulla piazza però è il Brikk Bespoke Collection, un iPhone 7 che, a seconda della configurazione, può essere tempestato di così tanti diamanti da raggiungere il prezzo di 1,3 milioni di euro. Una cifra colossale per un dispositivo che, dopo un anno, sarà comunque vecchio.

Inciso nel marmo

Non ha certo bisogno di cover questo Mobiado Grand Touch EM Marble. Smartphone Android con display Super Amoled da 4,65 pollici (720p) dal processore non dichiarato si distingue dalla massa perché viene assemblato a mano all'interno di una custodia in marmo che lo rende unico come il prezzo. Il cartellino infatti segna 3.100 euro.


Meglio il blu

La follia alla Trump non è certo l'unica che troviamo sul mercato. Fin dai primi cellulari tante aziende hanno creato telefoni esclusivi che unissero alta tecnologia e lusso sfrenato. Una delle più note è Vertu che realizza smartphone Android che svettano oltre i diecimila euro, come questo Sky Blue. Realizzato in pelle di vitello trapuntata e titanio spazzolato, ha dettagli in oro rosso e auricolari in ceramica nera e un prezzo da capogiro: 18.500 euro. Non male per un dispositivo che, a livello hardware non è poi così eccezionale. È dotato infatti di processore Snapdragon 810 octa-core, 4GB di Ram, display 1080p da 5,2 pollici (428ppi), fotocamere da 21 e 2,1 MegaPixel e 64 GB di memoria interna.


A prova di bomba

Pensato per la sicurezza assoluta, il Sirin Solarin Crystal White Carbon Dlc è dotato di sistemi crittografici di livello militare che proteggono tutte le nostre comunicazioni ma anche di una preziosa scocca che ne porta il prezzo a 15mila euro. A dirla tutta è il più avanzato degli smartphone di lusso: il guscio in carbonio simil diamante infatti racchiude un display da 5,5 pollici 2K, processore Snapdragon 810 Octa-core, 4 GB di Ram e 128 GB di memoria interna.


Quasi 100mila euro

Ed ecco il Goldvish Eclipse, che nella versione Desiring Arcadia - Onyx Alligator vola a ben 92.900 euro. Tasse escluse. Merito certamente dei 320 diamanti taglio brillante e della pelle di coccodrillo visto che, a livello hardware, è solo un Android da 5,5 pollici con processore Snapdragon Quadcore e 64GB di memoria interna.

Le quattordici domande agli ex signori del Monte

Nicola Porro - Sab, 24/12/2016 - 15:53

Ci permettiamo di fare un po' di domande. E, visto che verranno impegnati soldi pubblici, ci piacerebbe avere una risposta



Sulla questione del Monte dei Paschi di Siena tutti i commentatori hanno una soluzione e una critica. Noi compresi. Oggi ci permettiamo però di fare un po' di domande e ci piacerebbe assai, visto che verranno impegnati soldi pubblici, che qualcuno, dal ministero dell'Economia e delle Finanze, ci potesse dare una risposta.

Cerchiamo di farla semplice.

1. Perché improvvisamente sono stati trovati 20 miliardi di euro per salvare le banche. Insomma perché oggi è possibile fare qualcosa che fino a ieri era considerato impossibile. Cosa è cambiato?

2. Cosa hanno di diverso i 40mila piccoli risparmiatori che hanno investito in obbligazioni subordinate Mps dai 10.500 delle quattro banche saltate l'anno scorso e che, sembra, perderanno ben di più del proprio investimento?

3. Perché questi quattrini transitano direttamente dal debito pubblico e non passano per il deficit? Scusate l'ignoranza contabile, ma in questo modo si può fare tutto: aumentiamo il debito, senza aumentare il deficit al quale ogni anno ci impicchiamo con manovre miliardarie. Se questi 20 miliardi fossero contati in deficit, si sfonderebbe la porta del 4 per cento.

4. Come sono stati impiegati i dieci miliardi che il mercato ha dato negli ultimi anni al Monte, posto che in Borsa ora vale sì e no, 500 milioni? Sono stati bruciati dalle recenti gestioni e come? Scusate l'ignoranza se lo stock di prestiti farlocchi è diminuito di un miliardo circa, in cosa sono finiti i capitali recuperati negli ultimi cinque anni?

5. È vero che dalla crisi, cioè dal 2007, a oggi, le cosiddette investment bank, le banche d'affari, si sono «ciucciate» commissioni da quella che un tempo era la quarta banca italiana per 1,3 miliardi di euro? Qualcuno ha fatto un mucchio di affari sulla crisi di Siena.

6. Perché a inizio settembre il governo ha fatto fuori la passata gestione del Mps (Viola) e sostituito con Morelli? È perché più gradito a Jp Morgan, nuovo consulente finanziario della banca?

7. Perché il Tesoro ha accettato di cambiare advisor finanziari e ha permesso loro di studiare un piano di aumento di capitale, senza pretendere alcuna garanzia da parte loro?

8. È vero che uno dei fondi, quello qatarino, in trattativa per entrare nel monte, ha richiesto una sorta di salvacondotto fiscale, su un'altra partita in corso? E non l'ha ricevuto.

9. Le banche d'affari hanno comunque preso delle laute commissioni per avere studiato il piano, ma non le success fee, cioè le commissioni che si erogano quando il progetto va a buon fine. A quanto ammontano queste commissioni?

10. In circa un anno di tira e molla sono scappati dalla banca risparmiatori con depositi per venti miliardi, pensate che qualcuno di loro possa mai tornare a casa?

11. Il piano industriale approvato che prevede nel 2019, la bellezza di un miliardo circa di utili è carta straccia? Davvero qualcuno pensa che sia realizzabile? Lo è (realizzabile) come il successo dell'attuale aumento di capitale (fallito), o l'ingresso del fondo sovrano del Qatar (volatilizzato)?

12. Confermate la presenza dello Stato per massimo 18 mesi?

13. È del tutto evidente che in un anno e mezzo, il meglio che si potrà fare è cercare un acquirente per il Monte. Credete veramente con i depositanti che scappano, i manager migliori che hanno lasciato e molti dipendenti che verranno prepensionati, sia una banca che in così poco tempo si possa riprendere?

14. Una volta che lo Stato entrerà metterete un tetto a stipendi e liquidazioni del top management, come fecero gli americani all'epoca dei loro salvataggi bancari?

Non si tratta di domande complicate e neanche retoriche. Troppa opacità ha caratterizzato la gestione della banca fino a oggi. Da domani tutti gli italiani saranno azionisti, con le loro tasse, del Monte. Il governo avrà il dovere di non nascondere più niente. Altrimenti il suo comportamento sarà del tutto identico a quello tenuto dalla Fondazione e dai suoi vertici che hanno portato di fatto la banca alla sua morte.

Un'ultima avvertenza ai piccoli risparmiatori. Oggi con i nostri soldi vi abbiamo salvato. Sì, noi contribuenti ci siamo autotassati per non farvi perdere il gruzzoletto investito in strumenti (che vi hanno venduto per sicuri ma tali non erano) complicati. Ma ora basta. Chiunque da oggi in poi investa anche un euro in quella banca si assuma le sue responsabilità. Non facciamo del Monte una nuova Alitalia.

Addio a vagone del Duce. L'Atac vuole rottamarlo

Claudio Cartaldo - Sab, 24/12/2016 - 17:03

Mussolini festeggiò sul quel vagone la Marcia su Roma. Ma ora la carrozza del Duce verrà distrutta



Dovremo dire addio a un pezzo di storia. Quella del Ventennio. L'Atac infatti ha deciso di demolire la carrozza con cui il Duce festeggià nel 1932 la marcia su Roma.

La decisione è emersa dall'elenco del "materiale rotabile" che Atac si appresta a distruggere. Dopo così tanto tempo, ovviamente, la carrozza è ormai "fatiscente" e così per l'azienda municipalizzata romana è arrivato il momento di rottamarla. Nessuno, al momento, sembra essersi accorti che quella carrozza 59 ha un significato storico.

Atac ha ancora nei suoi magazzini e depositi decine di motrice, locomotive e vagoni d'antiquariato. La più antica risale al 1914, altre sono datate fino al 1930. Come spiega l'HuffingtonPost, "sono tutte ferme da tempo nelle stazioni di Viterbo – dove si trova il cimelio del Duce -, Soriano, Fabrica, Corchiano e Vitorchiano".

Né la Sovrintendenza né la Regione hanno opposto, a quanto pare, il veto alla demolizione. Perché? Come spiega l'HuffingtonPost, " I vagoni già modificati con sedili in plastica e materiali non originali, dopo essere stati abbandonati per circa un decennio all’aperto alla mercé di intemperie e vandali, sono ormai irrecuperabili e privi di valore". Quindi inutili pure in un museo.

I cittadini stanno chiedendo proprio questo: che l'Atac faccia un passo indietro, che qualcuno recuperi i reperti storici abbandonati e che venga creato un centro espositivo. Servirebbero le risorse economiche, e non è detto che ci siano. Un museo dell'Atac esiste già, a Piramide, ma a quanto pare la richiesta non è stata accolta. E così dopo inutili proteste e appelli, l'Atac ha deciso di disfarsi della carrozza di Mussolini. E pure della Storia.

La fine di Epaminonda, morto in solitudine nove mesi fa: negli anni Settanta fu re della mala a Milano

repubblica.it
di ORIANA LISO

Uscito dal carcere nel 2007, viveva da tempo in una località segreta. Aveva cambiato nome e gestiva un piccolo negozio

La fine di Epaminonda, morto in solitudine nove mesi fa: negli anni Settanta fu re della mala a Milano
Angelo Epaminonda detto 'Il tebano' in una foto del 1984 (Fotogramma)

Una morte in silenzio, senza pubblicità: il “Tebano” se n'è andato ad aprile, ma per mesi nessuno lo ha saputo. Il nome di Angelo Epaminonda ricorda la Milano degli anni Settanta, quella della mala vera, della mafia catanese, di Francis Turatello e di Renato Vallanzasca, dei morti ammazzati per strada, della droga, delle prostitute e del denaro facile.

A 71 anni, viveva ormai da tempo in una località segreta del centro Italia, dopo essere tornato in libertà nel 2007. Aveva cambiato nome, gestiva un piccolo negozio di alimentari, nessuno forse dei suoi clienti poteva mai immaginare che dietro il bancone ci fosse uno dei boss della criminalità vecchio stile, quella dei mitra e delle calibro 9 che a Milano, in quel decennio di sangue, lasciava sull'asfalto più di cento morti ogni anno.

Nulla si è saputo della sua morte fino a quando, pochi giorni fa, non sono stati depositati gli atti di indagine sul processo per l’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, avvenuto nel 1983: Angelo Epaminonda era uno dei testi convocati dal pm Marcello Tatangelo nel processo contro il presunto killer, Rocco Schiripa. A marzo era stato sentito una prima volta: soltanto un mese dopo la morte, per un tumore che lo aveva colpito da tempo.

Una convocazione che ha avuto, come risposta, la comunicazione del decesso del teste, con una nota del servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia del ministero dell'Interno. Perché Epaminonda, dopo l’arresto nel 1984, aveva deciso di collaborare con la giustizia: per questo, mentre scontava ai domiciliari  gran parte dei 29 anni di carcere che la Corte d’Appello di Milano gli aveva inflitto, aveva cambiato nome e città, per sfuggire alla vendetta dei suoi ex compagni di omicidi e rapine.

Una scia di sangue lunghissima, quella lasciata dal “Tebano” sulla sua strada: 17 gli omicidi di cui è stato mandante o complice, ma dopo l’arresto – per avere ucciso Turatello nella guerra per il controllo della piazza milanese – ha contribuito a ricostruirne 44. Nato nel 1945 a Catania, si era trasferito prestissimo con la famiglia in Brianza. Da lì il salto nella grande città, nell'ambiente della mala, della cocaina e delle bische, trampolino di lancio, per lui, verso il giro dei boss potenti e sanguinari.

L'alchimia dello Stradivari: rame, alluminio e altri minerali

repubblica.it
di ELENA DUSI

Negli ingredienti usati per proteggere il legno il mistero dei violini, "il segreto di un suono unico". "Ma quel composto ora rischia di distruggere il re degli strumenti"

L'alchimia dello Stradivari: rame, alluminio e altri minerali

Il segreto degli Stradivari potrebbe essere anche il loro punto debole. Da decenni la scienza cerca di capire perché questi strumenti siano così amati dai grandi violinisti. Uno studio su Pnas ha svelato che il legno veniva imbevuto in un bagno chimico di alluminio, calcio, rame, sodio, potassio e zinco. Lo scopo era tenere lontani funghi e tarli, ma le reazioni chimiche di questa soluzione con il legno di acero potrebbero essere da un lato all'origine di un suono così speciale, dall'altro potrebbero aver accelerato la decomposizione del legno. "Siamo preoccupati - scrive l'autore della ricerca Hwan-Ching Tai - che questo processo possa andare avanti col tempo e portare a un cedimento strutturale".

Quella pubblicata da Tai - un neuroscienziato dell'Università di Taiwan con la passione per la musica - è l'ennesima ricerca che tenta di scandagliare i segreti degli Stradivari (quattro gli strumenti studiati, oltre a un Guarneri). Fra le ipotesi avanzate in passato: una formula segreta per la vernice o la coincidenza di una piccola era glaciale che avrebbe reso più solida la struttura molecolare degli alberi.

Un trattamento chimico simile a quello descritto da Tai era già stato osservato nel 2007 da Joseph Nagyvary, un biochimico dell'università del Texas. L'idea può anche sposarsi con l'ipotesi che i tronchi di acero e abete tagliati sulle Alpi orientali venissero trasportati via fiume fino alla Laguna Veneta, impregnandosi lì di acqua salata. Sta di fatto che nessuna di queste pratiche oggi esiste più. E questo potrebbe spiegare la differenza fra violini antichi e moderni.

I preziosi strumenti sono stati sottoposti da Tai a complesse analisi (dalla luce di sincrotrone alla risonanza magnetica). Ed è possibile che il dato sulla decomposizione del legno (un terzo dell'emicellulosa, uno dei "mattoni" che compongono le fibre vegetali, è andata ormai distrutta) sia attribuibile proprio al trattamento chimico. Questa pratica, anche all'epoca, era assai poco diffusa nel mondo della liuteria e resta oscura nei dettagli.

Non è chiaro nemmeno se gli autori fossero gli artigiani dei violini o direttamente i taglialegna. Fra le ipotesi del gruppo di Taiwan c'è comunque quella che il bagno di sostanze chimiche abbia ridotto il contenuto di umidità nei violini e accelerato l'ossidazione di un altro composto chimico, la lignina. Se il primo fattore può aver contribuito a un suono migliore, il secondo rischia di accelerare la decomposizione degli strumenti.

"Il segreto di Stradivari probabilmente non è uno solo, ma è fatto di molti elementi" è la tesi di Paolo Bodini, presidente della fondazione Friends of Stradivari, direttore per la liuteria del Museo del Violino ed ex sindaco di Cremona. "Era proverbiale la sua capacità di scegliere il legno e di leggerlo, come dicono i liutai. Cioè di lavorarlo per far rendere al massimo le sue caratteristiche. Anche la vernice e la tecnica di asciugatura erano probabilmente molto curate. In una parola, Stradivari era un grande artigiano".

Sulla possibilità che sia la scienza a penetrare nei segreti degli Stradivari, Bodini è ottimista. "Tant'è - spiega - che al museo abbiamo due laboratori di ricerca, uno sullo studio dei materiali con l'università di Pavia e uno di fisica acustica con il Politecnico di Milano. Ma non si può nemmeno negare che ogni strumento nasca con una sua personalità. Né che gli artigiani di oggi si sforzino al massimo per eguagliare le buone pratiche seguite un tempo da Stradivari. Credo che con il tempo emergerà lo straordinario valore di alcuni liutai contemporanei".

Anche se suonare un violino antico è l'ambizione di ogni musicista, resta aperto uno spiraglio anche per l'ipotesi che il segreto degli Stradivari semplicemente non esista. Sempre Pnas , nel 2013, fece un test su 10 fra i migliori violinisti del mondo, chiedendo loro di suonare 12 strumenti: 6 moderni e 6 antichi (tra cui due Stradivari e un Guarneri) senza conoscerne l'identità. Chiamati a dare un giudizio alla qualità dei violini, sei su dieci avevano dato il voto migliore a uno strumento moderno. Su di uno, in particolare, si erano concentrati gli apprezzamenti dei virtuosi. Sarà il suo legno, chissà, a essere analizzato un giorno come lo Stradivari del futuro.