mercoledì 28 dicembre 2016

Hoaxy, il motore di ricerca per le bufale online

La Stampa
enrico forzinetti

L’Università dell’Indiana ha creato un servizio che permette di monitorare le condivisioni su Twitter delle fake news pubblicate da siti americani



Nell’anno della post-verità le fake news la stanno facendo da padrona. Facebook è stato addirittura accusato di aver favorito la vittoria di Donald Trump, permettendo la diffusione di bufale. Mark Zuckerberg si è prima difeso da questi attacchi, promettendo poi una stretta contro le notizie false . E di recente ha inserito sul social network la possibilità per gli utenti di segnalare articoli sospetti a un team che si occuperà di verificarli .

Ma l’azienda di Menlo Park non è sola in questa battaglia. Insieme a Twitter partecipa al progetto First Draft di Google , un’alleanza con alcune delle testate e agenzie giornalistiche più importanti al mondo per contrastare la diffusione senza fine di bufale sul web. Una lotta a cui oggi si aggiunge uno strumento di analisi in più.

HOAXY, IL BROWSER PER LE BUFALE
Messo a punto dall’Università dell’Indiana, Hoaxy è un motore di ricerca che traccia la diffusione delle fake news. Il responsabile del progetto, il professor Filippo Menczer ha però sottolineato che l’obiettivo del browser non è stabilire se una notizia sia vera o falsa, ma analizzarne il comportamento sui social network. Per iniziare basta inserire una parola chiave e si otterranno gli articoli sul tema pubblicati da oltre 130 siti di bufale americani, riconosciuti come tali da alcuni siti di debunking.

Ma oltre a collezionare le bufale Hoaxy offre anche grafici che ne descrivono l’andamento online. Da una parte viene indicata la popolarità su Twitter nel tempo, dall’altra viene realizzato un grafo i cui nodi sono costituiti dagli account Twitter delle persone che hanno condiviso la fake news. Diventa così immediato individuare gli utenti che più hanno contribuito alla sua diffusione, osservando anche i loro retweet o le citazioni.

UN ESEMPIO RECENTE: IL PIZZAGATE
Utilizzando ad esempio la parola chiave “Pizzagate” si troveranno una serie di articoli legati a una recente bufala su un giro di pedofilia e prostituzione minorile orchestrato da Hillary Clinton . Selezionando il pezzo “#Pizzagate was merely code for child sex trafficking” pubblicato dal sito Dcclothesline.com e con quasi 700 condivisioni su Twitter e oltre 2200 su Facebook, si può scoprire che gli account che hanno fatto da hub, cioè da elementi centrali, sono @StopStopHillary e @Joe_America1776.



Ma su Hoaxy non c’è solo spazio per le notizie non verificate o false. Vengono anche tracciati gli articoli di fact-checking di siti che tentano di smontare punto per punto le bufale virali. In maniera interessante si può anche mettere sullo stesso grafico una fake news e un pezzo di debunking per confrontare popolarità sui social e grafi di diffusione tra gli account Twitter.

FAKE NEWS, PROBLEMA ANCHE ITALIANO
Hoaxy monitora ciò che accade sui siti di bufale americani, ma il problema delle fake news non lascia indifferente neanche l’Italia. L’ultimo caso ha riguardato una dichiarazione sulla necessità di nuovi sacrifici da parte degli italiani attribuita al neo-premier Paolo Gentiloni, ma in realtà mai pronunciata. Una bufala che porterebbe a una catena di siti specializzati in fake news con base in Bulgaria .

In Italia ci si divide ancora. Qualcuno pensa che smascherare le bufale online sia una perdita di tempo : le convinzioni di alcune persone sono così forti che nessuna smentita potrà far cambiar loro idea. D’altra parte c’è chi crede ancora nel debunking come mezzo per contrastare una disinformazione dilagante. E intanto compaiono le prime piattaforme come Polygree per verificare le notizie che circolano online . La battaglia contro le fake news è appena cominciata.

"Fabrizia morta perché emigrata". Vescovo non nomina mai l'islam

Claudio Cartaldo - Mar, 27/12/2016 - 10:44

Monsignor Angelo Spina, vescovo di Sulmona, dà colpa alla disocuppazione per la morte di Fabrizia Di Lorenzo. Non ai jihadisti



Nessuno ha osato citare l'islam. Mai. Nemmeno quando si riferiscono a Anis Amri vicino alla parola "terrorista" osano apporre il giusto aggettivo "islamico". Non lo hanno fatto il Vescovo di Sulmona, il sindaco né il presidente Pd della Regione Abruzzo durante i funerali di Fabrizia Di Lorenzo, l'unica italiana rimasta uccisa dalla furia islamica a Berlino.

Sì, perché è di questo che si parla. Di islam. Non di altro. Secondo il Vescovo Angelo Spina, invece, ad uccidere Fabrizia sarebbe stata la disoccupazione, o meglio il dover avuto "lasciare questa terra che non riesce a dare speranza a questi giovani per il lavoro". L'emigrazione, capito? Mica l'islam e i jihadisti. A proposito, piccola parentesi: com'è che per i nostri giovani sarebbe giusto permettergli di trovare un'occupazione nel loro Paese, mentre per i migranti che vengono dall'Africa bisogna accoglierli e non "aiutarli a casa loro"?

Chiusa parentesi. Il 19 dicembre ad ammazzare Fabrizia non è stato un tir impazzito, una fatalità, un incidente stradale. Ma un soldato di Allah. Mettiamocelo in testa. Sergio Mattarella ha parlato di "una nostra giovane connazionale rimane, all’estero, vittima della insensata ed esecrabile violenza del terrorismo", senza mai però specificare che oggi l'unico terrorismo internazionale ad ucciere è quello islamico. Il presidente della Regione Abruzzio, Luciano D'Alfonso, di "una terribile e insopportabile vicenda di sangue", come se fosse capitato quasi a caso. Per errore o casualità.

Annullata la messa per il boss, il sindaco: “Il parroco è incompatibile con il paese”

La Stampa

Il prete si barrica in casa: «Scriverò ai fedeli»



Il sindaco contro il parroco e non solo per la messa in memoria del boss. «E’ arrivato il momento che il vescovo prenda provvedimenti. Credo che su don Michele Delle Foglie ci sia un profilo di incompatibilità col territorio per via dell’attività imprenditoriale della famiglia che sta tentando di aprire da anni il più grande impianto di compostaggio della regione in contrasto con il volere dell’Amministrazione comunale». Così il sindaco di Grumo, Michele D’Atri ha commentato le polemiche sulla messa (annullata) in suffragio del boss Rocco Sollecito.

Il sindaco sottolinea che già nei giorni scorsi, dopo l’affissione del manifesto con cui il parroco invitava per oggi pomeriggio i fedeli a partecipare alla celebrazione religiosa, aveva informato dell’accaduto le forze dell’ordine e la curia. Ricorda anche di aver più volte segnalato al vescovo di Bari, Francesco Cacucci, comportamenti «non condivisibili tenuti dal parroco - dice - che hanno letteralmente spaccato in due la comunità civile e religiosa di Grumo, arrivando a chiudere le porte della chiesa persino ad una statua della Madonna in processione».

«Lui usa il pulpito - continua il sindaco - per sbraitare con chi si mette contro le sue posizioni». Il primo cittadino insiste anche sulla necessità che «vescovo e autorità preposte intervengano con provvedimenti esemplari peraltro più volte richiesti ad esclusivo interesse della comunità religiosa già abbastanza privata è danneggiata». Commentando le parole dette ieri da don Michele alla stampa, il sindaco difende i suoi cittadini, definiti dal parroco «popolo di ignoranti», dicendo che «piuttosto è gente per bene che preferisce restare in silenzio di fronte a tanta arroganza».

Tramite un suo collaboratore, il parroco ha fatto sapere che nelle prossime ore renderà nota la sua posizione sulla vicenda. «Un comunicato ai fedeli della parrocchia - spiega il sacerdote - e non alla cittadinanza, cui non era rivolto neppure l’invito alla preghiera» in suffragio di Sollecito. «Si è parlato di messa in onore del boss e di funerale - continua il parroco in un messaggio di precisazione - ciò è assurdo! Quel poverino (Rocco Sollecito, ndr) fin da fine maggio giace morto e sepolto in Canada».

Tra doppioni e doni inutili o non graditi, su eBay sono già oltre 3 milioni i regali di Natale riciclati

La Stampa

Il riciclo conosce il picco di massima popolarità subito dopo le feste. Quest’anno è aumentato del 14 per cento rispetto al 2015e ha anche un nome ufficiale: regifting



Ora c’è anche una parola per dirlo, e come accade sempre più spesso è in inglese. “Regifting” è il riciclo dei regali inutili o non graditi, che conosce il picco di massima popolarità subito dopo Natale. Sono già tantissimi i regali sgraditi rimessi in vendita su eBay.it: non mancano i classici articoli di abbigliamento e accessori (come la borsa Marlboro Classic all’asta, sinceramente, causa “regalo sgradito di mio padre” o l’orologio Hoops rosso ricevuto due volte dalla proprietaria), i pezzi d’arredamento e di design, oggettistica per la casa e piccoli elettrodomestici (come le varie lampade di design “doppie” o il cofanetto blu-ray delle prime due stagioni del Trono di Spade rivendute a causa “errato regalo”) e i numerosi doni dal mondo tech (dalle fotocamere digitali agli smartphone) con la dicitura più ricorrente “vendo causa regalo doppio”.



Il fenomeno del regifting online, secondo una ricerca eBay commissionata a TNS, è cresciuto del 14% rispetto allo scorso anno, coinvolgendo oltre 3 milioni di persone, solo in Italia, che si sono dette pronte a rivendere online i doni non apprezzati. Tendenza in ascesa anche a fronte dell’esercito di delusi del Natale passato. Il 49% delle persone, infatti, nel 2015 ha ricevuto almeno un regalo indesiderato, per un totale di oltre 19 milioni di persone che auspicabilmente quest’anno avranno adottato contromisure efficaci.

Come verrà utilizzato il ricavato dalla vendita dei regali sgraditi? Il 54% dei potenziali rivenditori intervistati dichiara che metterà da parte i guadagni per risparmiare, mentre un regifter su tre li utilizzerà per comprare qualcosa di nuovo per sé. Tendenza questa più comune fra gli uomini, che dimostrano un sano egoismo nel 50% in più dei casi rispetto alla controparte femminile. Il gentil sesso infatti, si mostra più incline al risparmio in previsione di future ispirazioni o spese. Un altro dato curioso: il 16% dei rivenditori utilizzerà il denaro ricavato proprio per pagare le spese relative al Natale.

“Ecco i boia di Stalin che uccisero mio bisnonno”

La Stampa
anna zafesova

Con la sua ricerca Denis Karagodin riapre la ferita mai rimarginata delle stragi sovietiche


Stepan Ivanovich Karagodin con la moglie Anna e il figlio Lev, nonno di Denis, finito poi anche lui nel Gulag

Stepan Ivanovich Karagodin, 56 anni, contadino, è stato arrestato dall’Nkvd di Tomsk il 1° dicembre 1937. Il 21 gennaio 1938 è stato giustiziato come «agente dello spionaggio giapponese e organizzatore di un gruppo spionistico sovversivo». La famiglia non venne informata di nulla, e la moglie di Karagodin, Anna, continuò per anni a cercare il marito e il padre dei suoi nove figli. Alla fine degli Anni Cinquanta, dopo il XX congresso del Pcus, ricevette l’atto di riabilitazione di Stepan, per «assenza di reato», e il suo certificato di morte «durante la prigionia», con una data falsa.

“FUCILARE” 
Una storia identica ad altre migliaia di tragedie. Il nome di Stepan Karagodin entrerà però nei manuali di storia come quello della prima vittima del Grande terrore staliniano la cui morte è stata indagata fino in fondo, compresi i nomi dei suoi carnefici. Il pronipote del contadino siberiano, Denis Karagodin, ha iniziato nel 2012 la sua indagine personale. Non gli bastava la verità ufficiale, voleva nomi e cognomi, perché la banalità del male è anche un anonimato. Voleva sapere chi avesse ucciso - non usa intenzionalmente il termine «giustiziato» - il suo bisnonno.

Chi aveva denunciato, arrestato, torturato, condannato e fucilato, ma anche chi aveva guidato il camion con i detenuti e battuto a macchina la sentenza, ripetendo decine di volte in maiuscolo la parola «RASSTRELIAT», fucilare. Sul suo blog Karagodin ha pubblicato per anni i risultati del suo lavoro negli archivi, i meticolosi controlli incrociati dei vari documenti, le decine di interrogazioni, perizie grafologiche e testimonianze storiche. Si è sentito dire «niet» decine di volte, gli veniva risposto che i documenti che richiedeva non esistevano, distrutti o «in condizioni illeggibili».

Il sito blog.stepanivanovichkaragodin.org da diario è diventato un luogo di ricerca, dove altre persone condividevano i loro pezzi di verità terribili, come le testimonianze sulle gare a chi avrebbe ammazzato più detenuti, che per mancanza di pallottole venivano strangolati con corde insaponate e finiti a calci. Il 34enne di Tomsk ha identificato più di 20 responsabili e, il 12 novembre scorso ha ricevuto dall’Fsb (l’erede dell’Nkvd e del Kgb) un documento unico: l’atto di fucilazione, con i nomi degli esecutori: l’assistente del direttore del carcere Nikolay Zyrianov, il comandante del dipartimento dell’Nkvd Serghey Denisov e l’ispettore Ekaterina Noskova, che quel giorno uccisero altri 63 condannati, in una catena di montaggio che era il loro lavoro quotidiano. 

LE FAMIGLIE 
«Gli storici non riescono a crederci», ha raccontato Denis alla Komsomolskaya Pravda, «l’indagine è conclusa». Ma la storia era solo iniziata. Sul sito di Karagodin piovono «ogni 15 secondi» messaggi di chi gli chiede di trovare i nomi dei carnefici anche dei loro padri, nonni, bisnonni. E poi è arrivata la lettera di Yulia, nipote di uno dei boia, Zyrianov: «Non dormo da diverse notti. Sono totalmente dalla sua parte. Capisco di non avere colpe, ma non negherò la storia della mia famiglia». Denis le ha risposto commosso: «Mi è difficile, ma le tendo una mano di pace, per farla finita con l’interminabile bagno di sangue russo».

Non era mai successo che qualcuno chiedesse scusa per la carneficina staliniana. E una storia privata è diventata un dibattito nazionale. Il quotidiano liberale Vedomosti ha intitolato il suo editoriale su Denis Karagodin «L’eroe solitario», auspicando che la sua battaglia possa dare inizio a una conciliazione nazionale. L’opinionista d’opposizione Oleg Kashin spera che «un uomo solo venuto dalla Rete» possa diventare il leader di chi non accetta più le regole e i silenzi del sistema. Da più parti si sentono appelli a figli e nipoti dei responsabili delle purghe affinché facciano outing e si pentano. Il sito della Ong Memorial con la lista di 41 mila funzionari dell’Nkvd del periodo staliniano è andato in tilt, con milioni di persone che cercavano i nomi degli assassini dei loro parenti. Oppure volevano scoprire se i loro nonni erano dei boia. 

IL CREMLINO
Perfino il Cremlino ha commentato, con imbarazzo. «Un tema dolente per il nostro paese, con obiezioni argomentate da entrambe le parti», ha detto il portavoce del presidente Dmitry Peskov. Nei social Denis viene ricoperto di insulti e accuse - «bugiardo», «non tutti erano assassini», «fomenti la guerra civile» - ma anche applaudito: «Se fossimo tutti come lui la Russia sarebbe diversa». Il paese si è spaccato lungo la ferita dolorosa e mai cicatrizzata delle vittime e dei carnefici, spesso nelle stesse famiglie: Yulia, la nipote del boia, ha un bisnonno ucciso nelle purghe.

Il politologo conservatore Dmitry Olshansky propone di «dimenticare il male». Ma Anastasia Mironova obietta su Gazeta.ru che «il mito che siamo tutti colpevoli è nato nelle comode stanze dei carnefici e dei loro discendenti». E le storie familiari, taciute per decenni, rivelano una guerra civile mai finita. Stepan Karagodin era un contadino benestante, già mandato al confino perché si rifiutava di deportare i suoi vicini come kulaki, il pronipote è un’attivista dell’opposizione sceso in piazza contro Putin, uomo del Kgb che tra i suoi fedelissimi ha numerosi figli di militari, poliziotti e magistrati dell’epoca sovietica.

LE COLPE DEI PADRI
Era da molto tempo che in Russia non si parlava così tanto dei crimini dello stalinismo, dopo che negli ultimi anni il dittatore era riapparso in monumenti, fiction e manifesti, in un revisionismo strisciante che ha fatto moderare i toni anche ai manuali scolastici e portato Stalin in cima alla lista dei leader preferiti dai russi. Parte del consenso al governo affonda le radici nel mito del glorioso passato sovietico, che all’improvviso viene rimesso in discussione: un sondaggio tra i lettori della filogovernativa Komsomolskaya Pravda rivela che il 52,7% vuole l’apertura di tutti gli archivi (il 40% si oppone, temendo di far pagare ai figli le colpe dei padri). Perché, come scrive Yulia, «senza chiamare le cose e i fatti con i loro nomi non potremo mai cambiare nulla». Ma per ora è stata l’unica a chiedere perdono. 

L’ultima tragedia degli alpini in Russia. “Ormai impossibile recuperare i resti”

La Stampa
paolo crecchi

Molti caduti liguri e piemontesi: appartenevano al battaglione “Pieve di Teco”. Ritrovata la piastrina di un caporal maggiore di Genova, ma la famiglia non si trova


Immagine-simbolo: la ritirata dell’Ottava Armata italiana sul fronte russo, tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943 70 mila Furono i soldati italiani presi prigionieri in Russia

La storia del caporal maggiore Gaudenzio Ghiglino è sospesa tra i corridoi di un archivio moscovita e i carrugi di Genova, dov’era cominciata. Data di nascita 26 giugno 1918, data di morte 8 marzo 1943: a Uciostoje, campo di prigionia numero 56. La piastrina del caporal maggiore è stata recuperata, con le cifre dell’Ottavo reggimento alpini: ma non si trova più la famiglia e neanche la sua memoria può tornare a casa.

Ghiglino. A Genova sono in 46 a chiamarsi così, sull’elenco telefonico, c’è pure una boutique che vende abiti inglesi dal 1893. L’Unirr, associazione nazionale che riunisce i reduci di Russia e i loro parenti, ha informato il sindaco, come è previsto in questi casi. La macchina comunale si è messa in moto. Nessuno sa niente del caporal maggiore.

Ghiglino, Ghiglino, Ghiglino, da un mese squillano i telefoni degli omonimi e resta bloccata la pratica sopra una scrivania dei Memoriali di Mosca, l’archivio della più grande tragedia militare italiana. Partirono in 230 mila, ne tornarono due terzi, 70 mila furono presi prigionieri e 60 mila morirono nei lager.

Chissà poi chi era Gaudenzio. Fu anche lui un incolpevole coscritto? Oppure uno dei misconosciuti volontari dei quali parla la storica Maria Teresa Giusti nel saggio edito dal Mulino, «La Campagna di Russia»? Pagina 91: «La grande maggioranza dei militari era costituita da elementi del ceto rurale educati al fascismo. Questi avevano un’idea negativa della realtà sovietica e delle società democratiche, la cui immagine deformata era filtrata dalla propaganda fascista; altri, più politicizzati, ad esempio gli studenti, vedevano nella guerra la possibilità di un cambiamento, l’avverarsi della giustizia sociale». 

Che inganno. Ma è per questo che il caporal maggiore deve tornare, per aiutare a capire attraverso i ricordi della sua famiglia chi e come eravamo. In troppi preferiscono dimenticare. Ed è passata sotto silenzio la notizia che probabilmente nessuna salma o piastrina sarà recuperata dalla fossa comune scoperta a Kirov: 70 anni sono troppi. A novembre, con il terreno già coperto da un metro e mezzo di neve, è stato effettuato in segreto il primo sopralluogo a Shikhovo, nella provincia di Slobodskoy.

Il colonnello Maurizio Masi, inviato dal Commissariato generale per le onoranze ai caduti, ha informato del pessimismo proprio e di quello dei russi l’addetto militare italiano a Mosca, il generale degli alpini Massimo Fogari. Comunicato conseguente: «Pur intendendo promuovere ogni tentativo per giungere al riconoscimento dei caduti italiani, il Commissariato ricorda che nel territorio dell’ex Urss sono presenti 34 cippi, collocati negli Anni 90, in corrispondenza di fosse comuni in cui non fu possibile procedere allo scavo». A Kirov potrebbero essere sepolti molti alpini del battaglione Pieve di Teco, anche se Maria Teresa Giusti ricorda come i soldati liguri fossero impegnati più a Sud, sul fronte del Don. 

Finirà con un cippo anche qui, dunque, e forse il recupero di qualche altra piastrina. Però rivela Italo Cati, generale vicepresidente dell’Unirr, che «sono migliaia le famiglie italiane che non si rassegnano a restare senza notizie dei congiunti scomparsi in Russia. E noi lavoreremo per loro». L’elenco dove compare il nome del soldato genovese è stato l’ultimo, in ordine di tempo, fornito dall’organizzazione dei reduci. Comprende 30 caduti, dei quali una decina delle province di Cuneo e Alessandria, alpini o artiglieri di montagna. I loro parenti sono stati contattati. Solo la storia di Gaudenzio Ghiglino resta sospesa, in attesa dell’ultimo saluto militare e del primo abbraccio alla memoria.

Cassazione: se disturbano i vicini, i cani possono essere sequestrati

La Stampa
giulia merlo



Cattivi odori e rumori molesti provocati dai cani? Il giudice può disporre il “sequestro preventivo”, perché gli animali sono considerati “cose pertinenti al reato” e potrebbero permettere alla loro proprietaria di continuare a commettere il reato di disturbo della quiete pubblica.

Il caso è avvenuto a Trieste, dove una donna è stata indagata, perché i suoi tre cani, tenuti in un cortile condominiale e in pessime condizioni igieniche, disturbavano la quiete dello stabile abbaiando e per di più i cattivi odori arrivavano alle finestre dei residenti. I condomini avevano quindi sporto denuncia e il tribunale si è pronunciato sulla vicenda, dopo che le autorità sanitarie hanno svolto le loro analisi e sono stati effettuati i rilievi fonometrici dell’Arpa.

Questo quanto deciso dal tribunale di Trieste e confermato dalla Cassazione, sollevando una questione tutt’altro che secondaria per chi possiede animali da compagnia: è possibile che i nostri compagni quadrupedi siano considerati delle “cose”, invece che degli esseri senzienti?
Secondo il giudice sì, tanto da poterne disporre il sequestro preventivo, in alcune fattispecie di reato. E a nulla è valsa l’opposizione della proprietaria dei cani, che ha sostenuto che l’allontanamento degli animali poteva provocare loro sofferenza da abbandono. Secondo il giudice, infatti, è stato prevalente l’interesse degli altri condomini alla quiete della loro casa.

Nessuna rilevanza, dunque, per la ipotetica sofferenza dei tre poveri cani sequestrati. Anzi, come hanno scritto i giudici della Cassazione: «la comunque non dimostrata e niente affatto pacifica e indiscutibile sofferenza dei cani derivante dall’allontanamento è priva di rilevanza rispetto alle esigenze umane, che sono tutelate dalle norme penali». 

Il sequestro, infatti, non provocherebbe alcuna sofferenza per i cani, «i quali non vengono nè uccisi, nè feriti nè maltrattati, ma soltanto trasferiti».

DVB T2: tutto quello che dovete sapere se state per comprare una nuova tv

La Stampa
luca scarcella

Nel 2020 si entra nella seconda era del digitale terrestre, ma già entro due anni dovrà essere definita la strategia del passaggio alle nuove frequenze televisive. Vi spieghiamo come scegliere un televisore a prova di futuro



Il DVB-T2 è un’estensione dello standard di trasmissione televisiva digitale DVB-T, quello che attualmente utilizziamo per ricevere il segnale dei programmi TV in chiaro. Il nuovo formato, secondo una direttiva della Commissione europea, dovrà essere accolto da tutti i Paesi dell’Unione entro il 2020, con una possibile proroga al 2022. 

Il motivo? Il passaggio allo standard DVB-T2 libera le frequenze cosiddette nobili, della «banda 700», ossia quelle comprese tra i 694 e i 790 MHz, assegnandole alle telecomunicazioni mobili 4G e 5G . Le frequenze sulla banda 700 penetrano all’interno degli immobili e superano gli ostacoli con molta più facilità di quelle con lunghezze d’onda più corte. Queste garantiscono una migliore navigazione Internet per i dispositivi mobili, che rappresentano un mercato in costante espansione .



IL PASSAGGIO AL DVB-T2
La Commissione europea chiede un piano strategico entro la metà del 2017, per liberare la banda 700 nel 2020, al fine di evitare problemi ai confini nazionali dove le frequenze si sovrappongono. 
Oltre a fare spazio alla navigazione per smartphone e tablet, la nuova versione del digitale terrestre DVB-T2 assicura un aumento della qualità visiva e sonora, e più contenuti ad alta definizione. In Italia, inoltre, il passaggio al nuovo standard avverrà congiuntamente all’adozione del codec HEVC (High Efficiency Video Coding), più efficiente dell’attuale MPEG2/MPEG4. Il codec è quel sistema che permette una compressione dei dati mantenendo inalterata la qualità: il HEVC supporta l’ultra definizione delle immagini (fino a 8192×4320 pixel).

In Francia, ad esempio, si è deciso di liberare la banda 700 mantenendo il DVB-T, ma passando dal codec MPEG2 al MPEG4, che assicura un risparmio di banda del 40%. La Germania, invece, si muoverà come l’Italia, ma completerà il passaggio al DVB-T2 con codec HEVC entro il 2019. Secondo le emittenti, è proprio l’adozione del codec HEVC a dare senso al passaggio al DVB-T2. Grazie al HEVC, infatti, i broadcaster risparmieranno sulla trasmissione dati, senza perdere qualità audio e video. Il risparmio sulla trasmissione significa possibilità di aumentare il numero di canali, e di offrire al pubblico contenuti a elevatissima risoluzione. 

Dunque, nel 2020 (o al più tardi nel 2022) avverrà il cosiddetto switch-off , ossia le trasmissioni in DVB-T verranno interrotte in favore di quelle DVB-T2. È possibile che alcuni broadcaster, da qui al 2020, comincino a spostare alcuni canali sul DVB-T2: Rai e Mediaset, però, hanno confermato che non effettueranno il passaggio dei loro canali principali fino al giorno che verrà deciso in Camera e Senato per lo switch-off definitivo.



COME SCEGLIERE LA TV A PROVA DI FUTURO
Quando il DVB-T2 sarà realtà, se non avrete ancora cambiato TV, basterà acquistare un decoder, un po’ come avvenne per il passaggio da analogico a digitale qualche anno fa. Ma con il Natale alle porte, è probabile che molti decidano di farsi un regalo e cambiare televisore. Con un acquisto sbadato, si rischia di portare a casa una TV che tra qualche settimana sarà già obsoleta. Non guardiamo soltanto il prezzo e l’offerta vantaggiosa: rischieremmo di spendere il doppio dopo poco tempo. Se acquistiamo una TV sul finire di questo 2016, accertiamoci che supporti già lo standard DVB-T2, e il più recente codec H265/HEVC (facilmente verificabile da una targhetta posta sui televisori nei negozi).

Se poi si vuole investire in un televisore che sia davvero a prova di futuro, allora è bene, ad esempio, che la TV sia in 4K, con il supporto delle codifiche HDR, sia HDR10 sia Dolby Vision. Importante che l’apparecchio sia in grado di decodificare i flussi a 50 fotogrammi progressivi al secondo: molti televisori a norma di legge dal 1° gennaio 2017, ad esempio, non vanno oltre i 30 fotogrammi. Porre attenzione a questi dettagli, permetterà di avere una TV decisamente performante sia con i canali in chiaro, sia con quelli satellitari e via internet, per molti anni a venire. 

@LuS_inc

“Allarmismo esagerato, eliminare l’olio di palma non è la soluzione”

La Stampa
lidia catalano

L’Efsa: la tossicità? Tutto dipende dalla lavorazione industriale


I principali paesi produttori di olio di palma sono l’Indonesia e la Malesia

Il problema non è l’olio di palma in sé, ma l’olio di palma in noi. Ovvero quello che finisce nella nostra dieta quotidiana, dopo un processo di raffinazione industriale che sprigiona sostanze tossiche per l’organismo. L’Efsa (L’agenzia europea per la sicurezza alimentare) interviene nello scontro da curva Sud tra sostenitori e detrattori per riportare il dibattito intorno all’alimento più controverso sui binari della scienza. «È importante che il consumatore faccia le proprie scelte in modo consapevole e non sulla base dell’onda emotiva», sottolinea Marco Binaglia, esperto scientifico dell’Efsa che ha partecipato alla stesura del dossier pubblicato a maggio sui rischi per la salute delle sostanze tossiche presenti negli oli vegetali.

Dal documento commissionato all’Efsa dalla Commissione Ue emerge che la situazione più critica riguarda proprio l’olio di palma. Perché?
«Lo studio ha evidenziato la presenza di alcuni contaminanti negli alimenti e in particolare negli oli vegetali che vengono sottoposti a processi di raffinazione. Le concentrazioni medie di queste sostanze (2-MCPD, 3-MCPD e glicidil esteri) che si formano quando il glicerolo, naturalmente presente negli oli vegetali, viene lavorato ad alte temperature, sono risultate da 6 a 10 volte superiori nell’olio di palma rispetto ad altri oli alimentari».

Che cosa significa in termini di rischi per la salute?
«Un’esposizione prolungata ad alte concentrazioni del contaminante 3-MCPD può provocare problemi renali e avere effetti sul sistema riproduttivo maschile. Sui 2-MCPD non è stato possibile trarre conclusioni per via della scarsa disponibilità di dati tossicologici mentre la categoria per cui abbiamo espresso maggiore preoccupazione sono i glicidil esteri (GE): sostanze potenzialmente in grado di danneggiare il genoma umano e di aumentare l’incidenza di tumori».

Chi sono i soggetti più esposti?
«I rischi riguardano in modo particolare le fasce più giovani della popolazione, sia perché i bambini consumano una quantità maggiore di cibo in rapporto al peso corporeo, sia perché generalmente prediligono alimenti a elevata concentrazione di olio di palma, come biscotti e varie tipologie di prodotti da forno. L’Efsa ha espresso particolare apprensione per i neonati nutriti esclusivamente con latte artificiale, perché la concentrazione di GE è fino a dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica».

Esistono dosi al di sotto delle quali ci si può ritenere al sicuro?
«Siamo stati in grado di fare una valutazione di questo tipo solo per i contaminanti 3-MCPD: l’Efsa ha fissato una dose giornaliera tollerabile di 0,8 microgrammi per chilo di peso corporeo. Va però detto che il nostro approccio è decisamente più restrittivo rispetto a quello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che ha indicato il limite di sicurezza in 4 microgrammi».

A quanto corrisponde 0,8 microgrammi? Basta una merendina per sforare?
«È difficile dirlo perché il contatto con questi contaminanti è legato a una serie di alimenti e non a uno solo. Inoltre la percentuale di olio di palma può variare molto tra un prodotto e l’altro. Si può comunque stimare che per un bambino il consumo di una merendina contenente il 20 o 30% di olio di palma potrebbe portare a dosi giornaliere vicine a 0,8 microgrammi. Se a questa si associa ad esempio un pacchetto di cracker si rischia di sforare il “tetto di sicurezza” stabilito dai nostri parametri».

Se i rischi per la salute sono legati ai processi di raffinazione industriale, non si può intervenire per renderli più sicuri?
«È una responsabilità che spetta ai produttori, ma sappiamo che in questi anni non sono rimasti a guardare. Lo studio ha messo in luce che i livelli di GE negli oli e grassi di palma si sono dimezzati tra il 2010 e il 2015: questo lascia dedurre che l’industria stia lavorando per incrementare la qualità e la sicurezza degli alimenti che finiscono sulle nostre tavole».

A seguito della pubblicazione del vostro parere scientifico molti produttori, come la Coop, hanno deciso di eliminare l’olio di palma. Vi aspettavate una reazione di questo tipo?
«Assolutamente no e non era neanche il nostro auspicio. Naturalmente ogni azienda decide per sé, ma è chiaro che eliminando l’olio di palma non si risolve il problema. Come abbiamo già detto questi contaminanti, seppure in percentuali minori, sono presenti in tutti gli oli vegetali».

Altre aziende invece, come Ferrero, hanno rivendicato la qualità dell’ingrediente. Esiste un olio di palma buono?
«È una domanda che andrebbe fatta alla Ferrero. Probabilmente per “buono” l’azienda intende un prodotto altamente selezionato all’origine e sottoposto ad attento monitoraggio durante il processo di raffinazione».

Qual è il ruolo di Efsa?
«L’agenzia ha il compito di fornire pareri scientifici in materia di sicurezza alimentare su richiesta della Commissione Europea, dei Paesi membri o dell’Europarlamento. Le nostre consulenze sono gli strumenti attraverso cui le istituzioni si orientano per legiferare».

Dobbiamo aspettarci il bando dell’olio di palma in Europa?
«Escluderei una soluzione così drastica. È più probabile che il legislatore intervenga imponendo agli Stati membri dei limiti alla concentrazione di questi contaminanti negli alimenti, come ha già fatto in passato per altre sostanze potenzialmente tossiche».

Come si spiega il grande clamore su questo alimento? Si può informare sui potenziali rischi per la salute scongiurando isterie collettive?
«L’acceso dibattito sull’olio di palma si inserisce in un contesto generale di crescente attenzione verso un’alimentazione corretta ed equilibrata, uno stile di vita sano e una spiccata sensibilità verso le tematiche ambientali. Anche grazie all’etichettatura obbligatoria sui prodotti, oggi il cittadino ha a disposizione importanti strumenti di vigilanza sui produttori, chiamati a un impegno costante per onorare il patto di fiducia con i consumatori. Questo processo virtuoso non deve però degenerare in ondate di emotività o facili allarmismi, anche perché bisogna tenere presente che il sistema di sicurezza alimentare in Europa - grazie alla legislazione e ai rigidi controlli sugli alimenti - è tra i più sicuri, se non il più sicuro al mondo».