mercoledì 16 agosto 2017

Spopola "Sarahah", l'app per inviare messaggi anonimi agli amici. Ma è già allarme cyberbullismo

ilmessaggero.it



Attraente quanto pericolosa: la app "Sarahah", che permette di mandare messaggi anonimi agli iscritti, è già un fenomeno. Ma di cosa si tratta? Chi l'ha creata e quali sono i suoi lati oscuri?

Negli ultimi giorni chiunque usi i social network non può non essere incappato nel logo di una busta bianca su fondo acqua marina. Il logo di Sarahah, appunto, che in arabo significa onestà. L'applicazione, creata dal 29enne saudita Zain al-Abidin Tawfiq, ha già fatto il record di download collezionando milioni di utenti (tra app e versione desktop sarebbero 20 milioni).

Nata per fornire uno strumento ai dipendenti che volessero esprimere giudizi onesti sui propri capi senza diritto di replica e senza la possibilità di essere rintracciati (almeno questo è l'intento dichiarato dal suo ideatore), si presta tuttavia a diventare lo sfogatoio dei bullismi da tastiera. Non è un'assoluta novità: Ask.fm, Yik Yak e Whisper sono strumenti simili che tuttavia fortunatamente non hanno mai davvero sfondato. Il boom di Sarahah sarebbe legato anche alla possibilità di inserire link nei post di Snapchat, popolarissima tra i giovanissimi.

Una volta scaricata l'app, si esegue una ricerca degli amici già iscritti e si procede a "recensirli" a piacimento e in forma del tutto anonima, neanche fossero dei ristoranti o degli ostelli. I rischi legati al cyberbullismo sono evidenti e il suo inventore ne è ben consapevole. Su PlayStore Sarahah viene definita un'applicazione utile alla «critica costruttiva» e se ne raccomanda l'uso sotto «la supervisione dei genitori».

Zain al-Abidin Tawfiq, parlando a Mashable, si è impegnato a fare di tutto per mantenere Sarahah "pulita". Qualche ostacolo ai bulli esiste già, come la possibilità di bloccare utenti ed attivare filtri per le parole offensive.

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a una gelateria di Napoli

repubblica.it

Carabinieri:  "Boom di sequestri da 1 e 2 euro. Basta una calamita per riconosce i falsi"

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a una gelateria di Napoli

Fra le cose da tenere a portata di mano quando si va in vacanza, oltre alla crema solare e a quella contro le zanzare, c'è anche una piccola calamita. Basta questo semplice oggetto, spiega il Comando Antifalsificazione Monetaria dei Carabinieri, per evitare di ricevere delle monete false, magari come resto di un gelato.

Peraltro il periodo estivo, sottolineano gli esperti dell'Arma, è quello 'preferito' dai falsari. Il Comando, nell'ambito dei servizi di controllo "Estate 2017", ha effettuato diverse azioni di contrasto al falso nummario, che hanno portato al rinvenimento e sequestro di monete da 2 euro e banconote false da 10, 20 e 50 euro.

"D'estate l'attività si intensifica soprattutto per la presenza di numerosi turisti stranieri, meno attenti a questo tipo di rischi - afferma il colonnello Florimondo Forleo -. La nuova frontiera per i falsari sono proprio le monete, che sono facili da commerciare e suscitano meno attenzione. Uno dei sequestri fatti in questi giorni riguarda ad esempio 900 monete destinate alla cassa di una gelateria di Napoli; si può immaginare quanto poco tempo un esercizio commerciale del genere impieghi per smerciarle sotto forma di resto".

In vacanza allarme due euro falsi: sequestrate 900 monete destinate a gelateria di Napoli

Per distinguere le monete false, spiega Forleo, è sufficiente una piccola calamita. "Basta vedere se sono attirate da una calamita: se si attaccano sono vere - sottolinea -. I falsari non riescono infatti a riprodurre il magnetismo, che la Zecca ottiene con un procedimento particolare e che serve a far riconoscere le monete dalle macchinette. In commercio ci sono dei piccoli bastoni con una calamita ad una estremità, li usiamo anche noi".

Il fenomeno non è nuovo, sottolinea Forleo, e il record spetta ancora a un sequestro  4 tonnellate di monete da 1 e 2 euro di qualche anno fa. Capita sempre più spesso però di imbattersi in falsi 'metallici', anche se l'attenzione deve rimanere alta anche su quelli 'di carta'. "Abbiamo sequestrato da poco 4,5 milioni di euro di banconote pronte per essere introdotte sulla costa campana fino a Palinuro.

D'estate ci sono più possibilità per i falsari, oltre che per la presenza di stranieri, meno bravi degli italiani nel riconoscere i falsi, anche per il fatto che magari nella ressa chi sta alla cassa non usa i dispositivi che riconoscono le banconote contraffatte, se li ha". Ad essere 'immuni', conclude il colonnello, sono le casse automatiche. "Questi dispositivi vengono riempiti da soldi certificati - spiega - e anche per quelli 'in entrata' sono in grado di verificare al momento se la banconota introdotta è un falso"

Veterano Usa consegna la bandiera giapponese alla famiglia del soldato morto in guerra settant’anni fa

lastampa.it



Una bandiera firmata da 180 persone, tra parenti e amici, che gli auguravano fortuna e di ritornare dalla guerra. Parole che Sadao Yasue portò con sé al fronte, tenendole con sè finché poté, finché non morì, ucciso in battaglia. La sua famiglia non lo rivide più, né ricevette le sue spoglie, nulla, nemmeno quella bandiera che un soldato americano prese dal suo corpo senza vita e portò negli Usa.

Lì la conservò per 73 anni. Oggi quell’ex soldato, Marvin Strombo, in una cerimonia a Higashishirakawa, piccolo centro della prefettura di Gifu, in Giappone, ha riconsegnato la bandiera alla famiglia di Yasue. A riceverla, tra lacrime e commozione irrefrenabile, il fratello di Sadao, Tatsuya, e sua sorella, Sakoyo. Oggi erano entrambi ultranovantenni. I due uomini si sono abbracciati, la guerra è un lontano passato.

Il capo degli infermieri li paga di tasca sua

lastampa.it
alberto mattioli

“L’ospedale di Merate non voleva versare un’indennità e allora ho ricaricato i loro telefonini con i miei soldi”


I tagli alle risorse rendono sempre più precaria la situazione finanziaria delle strutture sanitarie

Nei corsi e ricorsi della sanità forse questo non si era ancora visto: un coordinatore infermieristico del Pronto soccorso di un ospedale pubblico che paga di tasca propria gli infermieri. Eppure è successo al San Lepoldo Mandic di Merate, provincia di Lecco. La storia, scovata dal «Giorno», la dice lunga sui grandi problemi e i piccoli eroismi della sanità italiana. Il protagonista si chiama Francesco Scorzelli, 59 anni, a capo dei venticinque infermieri e degli otto operatori socio-sanitari del Pronto soccorso, nonché votatissimo rapprsentante sindacale della categoria.

«È capitato a gennaio - racconta Scorzelli -, quando si è verificato il fatto, finora più unico che raro, di due gravidanze fra le colleghe. Ora, io sono un sindacalista e sui diritti dei lavoratori non transigo. Ma prima ancora vengono il servizio e le esigenze dei pazienti. Ho quindi chiesto ad alcuni colleghi, sette per la precisione, di rientrare dalle ferie o di rinunciare ai loro giorni di riposo per “coprire” dei turni che altrimenti sarebbero rimasti sguarniti.

Mi hanno detto tutti di sì. Avevo chiesto all’Asst, l’Azienda socio-sanitaria territoriale, la disponibilità a riconoscere loro l’indennità. Dalla dirigenza mi hanno detto che non c’erano problemi. Invece è finita che ai colleghi gli straordinari sono stati pagati regolarmente, ma questa somma aggiuntiva, nonostante i solleciti, no. Un cavillo burocratico. E non parliamo certo di cifre colossali: dai 50 ai 70 euro lordi».

A questo punto Scorzelli ha fatto il bel gesto. «Ho deciso: se non ci pensa l’azienda, ci penso io. Perché ero stato io a chiedere ai miei infermieri la loro disponibilità ed è giusto che venisse ripagata, anche a costo di farlo a spese mie». Detto fatto: Scorzelli ha regalato ai magnifici sette delle ricariche telefoniche, «soldi contanti no, sarebbe stato illegale», accompagnandole con una lettera nella quale ringraziava e si scusava a nome dell’azienda.

Conto finale, sui 450 euro, prelevati dal premio di produzione di Scorzelli, «premio che peraltro prendiamo tutti. Com’è naturale: se raggiungiamo degli obiettivi è perché lavoriamo insieme con impegno per ottenerli». Per l’azienda, a parte quello d’immagine, il danno collaterale dal mancato pagamento è che adesso gli infermieri non vogliono più lasciarle i loro numeri di telefono: «O li chiamo io o niente».

Tuttavia Scorzelli non vuole passare da kamikaze che si immola sull’altare della burocrazia o da buon samaritano della sanità pubblica. «Lo ammetto, non ho problemi economici e, insomma, non vivo solo con i 1.500 euro al mese del mio stipendio. Il mio non è stato un grande sacrificio. Al premio di produzione, in realtà, rinuncio sempre. Due anni fa, per esempio, l’ho lasciato all’azienda per contribuire all’acquisto di un defibrillatore che al Pronto soccorso aspettavamo da anni».

E poi, par di capire parlando con il munifico caposala, l’episodio è stato l’occasione per denunciare gli effetti perversi della burocrazia e di un’organizzazione poco empatica verso chi ne fa parte: «Il sistema funziona se tratti bene il personale, altrimenti no. Sono molti anni che faccio questo mestiere, e il problema è sempre lo stesso: la selezione della dirigenza. Anzi, è peggiorato. Perché le cariche sono sempre state assegnate sulla base di appartenenze politiche, e sappiamo bene che la spartizione c’è sempre stata.

Ma almeno una volta arrivava della gente più preparata. Sembra incredibile, e lo dico da uomo di sinistra, ma negli ultimi tempi sto rimpiangendo la Democrazia cristiana. Non svelo nulla se le dico che trovo i dirigenti non all’altezza: lo dico loro, a ogni trattativa sindacale, e in faccia».

Malinconia

lastampa.it
jena@lastampa.it

Il Ferragosto provoca sempre un po’ di malinconia: uno pensa alla fine delle vacanze, alle giornate che si accorciano, ai politici che tornano.

I nuovi utenti di Internet, quel miliardo che preferisce immagini e voce alla scrittura

lastampa.it
lorenzo longhitano

Arrivano dai paesi emergenti, prediligono l’uso di assistenti vocali e fanno man bassa di app che non richiedono alfabetizzazione

L’industria tecnologica lo chiama collettivamente next billion: il prossimo blocco da un miliardo di persone che in questi anni sta avendo accesso a Internet per la prima volta e in grande maggioranza lo fa dallo smartphone. Questa macro categoria racchiude persone provenienti da paesi emergenti in Asia, Medio Oriente e Africa, con scarsa disponibilità economica e non necessariamente alfabetizzate; rappresenta una delle opportunità di crescita più significative per tutte le aziende hi tech (i cui prodotti nel mondo industrializzato ormai si piazzano a fatica) e potrebbe influenzare il modo in cui tutto il pianeta ha accesso a informazioni e servizi connessi e, come fa notare il Wall Street Journal, non solo.

Gli appartenenti a questo miliardo fanno infatti registrare comportamenti diversi da quella della schiacciante maggioranza di utenti visti finora. Prediligono app ricche di figure e dall’interfaccia intuitiva, che si possono utilizzare scorrendo il pollice e senza bisogno di digitare alcunché. Assistenti digitali e riconoscimento vocale sono apprezzatissimi, e rappresentano per molte di queste persone l’unico modo di interagire con i loro dispositivi. Le email non sanno cosa siano; a queste ultime preferiscono la messaggistica istantanea, ma non nel formato testuale: inviano anzi messaggi vocali anche quando si tratta di comunicazioni brevi. Nel loro mondo insomma sparisce la parola scritta in favore di immagini, icone e video.

È difficile prevedere quale impatto avrà una rivoluzione del genere sul futuro delle comunicazioni globali in Rete. Di certo c’è che le aziende sono già pronte a fare di tutto per venire incontro a questo pubblico dalla crescita inarrestabile: secondo Google, il numero di utenti Android provenienti dall’India ha già superato il totale di quelli statunitensi, e il numero di app installate sui loro smartphone cresce del 150% ogni anno; la casa di Mountain View anche per questo motivo ha lanciato all’inizio del mese il programma Made for India, un’iniziativa mirata a incoraggiare lo sviluppo di app pensate appositamente per quel contesto.

Se a ciò aggiungiamo che anche nel mondo industrializzato il fascino degli assistenti vocali su smartphone si sta trasformando in una vera e propria tendenza trasversale, il declino della parola scritta nel mondo digitale potrebbe trovarsi nel perido di massima accelerazione mai conosciuta finora.

Il gioiello della Corona dell’Impero britannico

lastampa.it
francesco de leo



A Ferragosto di settant’anni fa l’India raggiungeva la sua indipendenza. Nel 1877, esattamente a capodanno di settant’anni prima, la Regina Vittoria d’Inghilterra era stata incoronata Imperatrice d’India. Era il culmine della potenza britannica che copriva circa il 25% della superfice mondiale. Quasi 444 milioni di persone vivevano in una forma o nell’altra sotto il dominio britannico. Lo storico Niall Ferguson ricorda che «la regina imperatrice dominava un continente, un centinaio di penisole, cinquecento promontori, un migliaio di laghi, duemila fiumi, diecimila isole. Non c’era da stupirsi troppo se gli inglesi cominciavano a credere di avere il diritto di governare il mondo». 
Prima della metà del XVIII secolo il subcontinente indiano era l’unica regione nota per la presenza di diamanti. L’India era considerata «il gioiello della Corona dell’Impero britannico» e il Koh-i-Noor, il più importante diamante indiano tra i gioielli della Corona.

«Vale metà di quanto speso ogni giorno nel mondo intero», descrisse la pietra il principe mogul Babur. Il guerriero iraniano Nadir Shah, che sottrasse il diamante al tesoro mogul nel saccheggio di Delhi, quando lo ebbe tra le mani, disse stupito: «Koh-i-Noor», «Montagna di luce», attribuendogli il nome con cui è ancora oggi conosciuto. Nadir Shah fu ucciso e questa pietra leggendaria, passando da un sovrano all’altro, giunse al maragià Duleep Singh, sovrano del Punjab. Quando la regione fu annessa alla Compagnia delle Indie Orientali, un trattato stabilì: «La gemma chiamata Koh-i-Noor sarà ceduta alla regina d’Inghilterra». «È un trofeo di cui andare orgogliosi», affermò la regina Vittoria.

Alla sua morte, il diamante entrò a far parte dei gioielli della Corona, e fu utilizzato l’ultima volta nella creazione della corona di Elisabetta nel 1937, la regina Madre. Cento anni prima, il 20 giugno 1837, due uomini anziani, vestiti di nero si erano inginocchiati dinanzi a una fanciulla di 18 anni coi piedi nudi calzati di pantofole, una mantellina sulle spalle e un berretto posato di traverso sulle trecce bionde. Erano l’arcivescovo di Canterbury, primate d’Inghilterra e il marchese di Conyngham, Lord Ciambellano. Comunicavano alla principessa Vittoria la sua ascesa al trono. Cominciava all’alba di quel giorno l’età vittoriana, l’epoca più importante che la storia britannica abbia conosciuto.

Un pericolo di nome Cindy

lastampa.it
mattia feltri

Non è vero che in Italia non si combatte con severità l’immigrazione. Sentite questa storia. Elisabetta vive a Roma e ha due figli, Tommaso di dodici anni e Irene di dieci. Irene ha un’età mentale di un anno e mezzo, gravissimi ritardi mentali è un’invalidità del 100 per cento. La mamma se n’è accorta perché la bimba cresceva ma non sorrideva, non sapeva stare seduta né muoversi. Oggi Irene è epilettica, porta il pannolino, si esprime con rari versi.

Per stare con i figli, Elisabetta s’è licenziata da una multinazionale e ha preso una baby sitter. Negli anni ne ha cambiate sette o otto. Alcune se ne sono andate perché non ce la facevano più, altre erano inadeguate: Irene ha bisogno di dedizione totale e amore incondizionato. Poi è arrivata Cindy. È indiana. Ha studiato a Pisa, ha fatto per vent’anni la suora in Italia. E infine ha deciso di lasciare l’ordine monastico, ma l’anima è rimasta la stessa.

Elisabetta dice che fra Irene e Cindy s’è instaurato un rapporto speciale. Irene sorride un po’ di più, padroneggia un po’ meglio il corpo, e casa è percorsa da un venticello di serenità. Finché Cindy non è andata in Questura per cambiare il permesso di soggiorno: scaduto quello per motivi religiosi, ne chiedeva uno per motivi di lavoro (è assunta, paga i contributi, ha residenza). E invece no: non si può. Le hanno detto che c’è poco da fare, è la legge. Riceverà il decreto d’espulsione, senza dubbio. E ci saremo liberati di questa pericolosa clandestina. (Il suo nome è di fantasia ma la storia è vera, dovesse interessare a qualche ministro). 

Toh, la burocrazia ci costa più dell'evasione

ilgiornale.it
Gian Maria De Francesco - Mar, 15/08/2017 - 08:22

Gli sprechi della Pa valgono quasi 150 miliardi contro i 110 sottratti alle imposte

Roma. Gli sprechi e le inefficienze della pubblica amministrazione costano ai cittadini quasi 150 miliardi di euro all'anno, ben più dei 110 miliardi a cui, secondo le stime, ammonterebbe l'evasione fiscale. È quanto sostiene l'Ufficio studi della Cgia di Mestre che ha cercato di aggregare tutti i dati relativi al malfunzionamento della macchina burocratica valutandone l'impatto negativo sull'economia del nostro Paese.

L'analisi si basa sugli effetti prodotti da talune criticità sul sistema-Italia. In primo luogo, il deficit logistico-infrastrutturale incide per un importo di 42 miliardi di euro l'anno. È la stima contenuta in uno studio Confcommercio-Isfort del 2015 sul maggiore valore aggiunto che genererebbe l'Italia se vantasse lo stesso indice di performance della Germania. I debiti della pa nei confronti dei fornitori, desumibili dalle ultima relazione annuale di Bankitalia, ammontano a 64 miliardi di euro dei quali 34 miliardi ascrivibili ai ritardi nei pagamenti.

Il peso della burocrazia grava sulle pmi per un importo di oltre 30 miliardi di euro l'anno, cifra certificata sia da una relazione del 2013 del dipartimento Funzione pubblica che da un più recente studio del Cer del 2015. Sprechi e corruzione nella sanità pesano per 23,6 miliardi l'anno (secondo le stime dell'Ispe del 2014), mentre tanto Bankitalia quanto altre basi di dati imputano nelle lentezze della giustizia tanto penale quanto civile quanto amministrative un effetto negativo pari a circa un punto di Pil (16-17 miliardi).

Sommando questi valori relativi a diversi sottoinsiemi (che in alcuni casi potrebbero intersecarsi tra loro) si ottiene un valore lordo di circa 146,6 miliardi. Eventuali elisioni interne, però, dovrebbero comunque restituire una cifra superiore al mancato gettito determinato dall'evasione fiscale e contributiva, stimato appunto in 110 miliardi dalla Commissione per la redazione della Relazione annuale sull'economia non osservata, presieduta dall'ex ministro Enrico Giovannini.

Questa «cattiva coscienza» dello Stato nei confronti della pubblica amministrazione è testimoniata anche dai dati di bilancio. Il segretario della Cgia, Renato Mason, ha ricordato che «al netto degli interessi sul debito, nel 2017 la spesa pubblica dovrebbe attestarsi sui 773 miliardi di euro» e che «i risultati della spending review, seppur importanti, ma non ancora sufficienti» perché «a fronte di risparmi strutturali per 30,4 miliardi di euro, la spesa corrente al netto degli interessi è aumentata di 31,8 miliardi».

È in massima parte il Nord a scontare gli effetti negativi della cattiva gestione della pa, sottolinea il coordinatore dell'Ufficio studi degli artigiani mestrini, Paolo Zabeo, in quanto «avendo un'economia orientata all'export, questi territori avrebbero bisogno di contare su servizi e infrastrutture migliori per competere con maggiore successo nei mercati internazionali». La seconda, perché la propensione all'evasione fiscale del settentrione è nettamente inferiore che nel resto del Paese. In secondo luogo, il ministero dell'Economia aveva osservato come le regioni del Sud registrino livelli di intensità di evasione che sfiorano il 60%, mentre la media del Nord è del 27 per cento.

Nei rapporti tra Stato e contribuente, prosegue la Cgia, appare evidente che i dati riportati più sopra dimostrano che il soggetto maggiormente leso non è il primo, ma il secondo. «Se si recuperasse buona parte dell'evasione, la macchina pubblica funzionerebbe meglio e costerebbe meno», ha concluso Zabeo, ma questo non esime coloro che hanno responsabilità di governo dall'imperativo ormai categorico di riuscire «a tagliare sensibilmente la spesa pubblica».

GDeF

Londra, la città aperta ferita dal terrorismo ora ha paura del diverso

lastampa.it
francesco guerrera

A Liverpool Street vicino alla moschea di Brick Lane aumenta la diffidenza verso musulmani e stranieri

Londra sta cambiando rapidamente. Dopo anni al centro dell’economia, della cultura e della società europea, la capitale del Regno Unito è sotto attacco. Non solo del terrorismo islamico, ma anche della Brexit - che potrebbe lacerare il tessuto multiculturale della città - e dell’instabilità politica senza precedenti. Con una serie di tre articoli che raccontano altrettanti luoghi di Londra , «La Stampa» analizza i cambiamenti in corso di una delle città più decisive al mondo. Oggi si parla di Liverpool Street e quindi di multiculturalismo

Per osservare le radici multiculturali di Londra, bisogna scendere alla stazione di Liverpool Street e dirigersi a Est, fino a un palazzo in mattoni marroni. La moschea di Brick Lane è a pochi passi, ma molto distante, dalla City di Londra. Dieci minuti a piedi dai signori del denaro con il gessato e le signore con i tacchi a spillo, l’edificio è anonimo, quasi non si volesse fare notare.

Invece degli sgargianti minareti e cupole proprie delle moschee mediorientali, la facciata è sobria, sormontata da una meridiana stile antico-romano, che allude a un passato turbolento. Oggi, la moschea è il luogo di culto per circa 3000 fedeli, parte dell’enorme comunità musulmana di Londra. Ma non è sempre stato così. Il palazzo nacque, nel 1743, come chiesa protestante per gli ugonotti francesi – rifugiati politici e religiosi.

Un secolo e mezzo dopo, divenne una sinagoga al servizio della comunità ebraica che stava arrivando nell’Est di Londra. E fu solo 40 anni fa che immigranti musulmani provenienti dal Bangladesh lo trasformarono in una moschea. È una staffetta culturale che si ripete un po’ dovunque a Londra. Basta fare un po’ di archeologia urbana e ogni pezzo della città ha una storia variegata, complessa e quasi mai semplice. Etnie, nazionalità, culture si incontrano e si confrontano in un panorama cittadino in moto perpetuo.

Il risultato, anch’esso quasi mai indolore, è una delle città più multiculurali del mondo. Chi li ha contati dice che i «londinesi» provengono da 270 paesi diversi e parlano 300 lingue. La catena di caffè Pret A Manger, una delle storie di successo del business britannico degli ultimi anni, ha impiegati con 105 passaporti. Sulla metropolitana, al pub e persino nella City, è praticamente impossibile non imbattersi in uno «straniero».

È facile pensare alla Torre di Babele, ma l’analogia è superficiale. Fino a poco fa, Londra non era un caos di lingue e nazionalità ma il «melting pot» tanto amato dagli americani, il crogiolo che fonde culture diverse senza cancellare le differenze storico-sociali. La stragrande maggioranza dei tre milioni di stranieri che vivono nella capitale contribuisce alla diversità culturale, ma ne gode anche i suoi frutti, dai fantastici ristoranti vietnamiti a Shoreditch al Carnervale caraibico di Notting Hill.

Per chi, come me, ha studiato e lavorato a Londra per poi ritornarci dopo un decennio passato altrove, la capitale britannica non è mai stata una semplice dimora ma la prova tangibile di come gente di estrazione completamente diversa potesse vivere in relativa armonia, senza cedere troppo spesso alla tentazione di attaccare l’«altro». È sempre un piacere camminare per Hackney, un quartiere dell’Est di Londra, sapendo che è qui che hanno vissuto sia lo scrittore americano Edgar Allan Poe nel 19° secolo, sia Alan Sugar, magnate di origine ebraica che fondò la società di computer Amstrad negli Anni 70 e poi si comprò il Tottenham Hotspur, sia Idris Elba, uno degli attori più gettonati del momento.

L’inno più commovente a questa multiculturalità è stato scritto da Benjamin Zephaniah, poeta urbano famoso a Londra. Nella sua composizione: «The British», i britannici, Zephaniah descrive la «ricetta» che ha fatto grande la Gran Bretagna. Inizia con i celti, gli anglo-sassoni e i romani ma poi dice: «aggiungete i cileni calienti, i giamaicani rilassatissimi e i dominicani», e mescolateli con «i somali, i cingalesi, i nigeriani e i pachistani», e così via. «Gli ingredienti», dice il poeta, «sono tutti ugualmente importanti. Utilizzarne uno più degli altri porterà a un pasto indigesto».

Ma molto è cambiato negli ultimi mesi. A partire da Brexit. Chi ha votato per uscire dall’Europa dell’anno scorso ha avuto tanti motivi ma il rifiuto dell’essenza muticulturale di Londra o, peggio ancora, il razzismo, erano tra quelli. Basta ascoltare, il leader del Uk Independence Party Nigel Farage, la star della campagna-Brexit. «Il multiculturalismo è fallito in Gran Bretagna. Ed è fallito anche in Francia. È fallito in ogni Paese in cui è stato messo in pratica», ha detto Farage. Una parte della popolazione britannica è, purtroppo, d’accordo.

L’idea è semplice e semplicistica: gli immigranti rubano lavoro agli «indigeni», abusano dei servizi pubblici, diluiscono l’identità culturale del Paese. È lo stesso messaggio che ha permesso a Donald Trump di installarsi alla Casa Bianca. Che ha causato gli atti beceri di Charlottsville al weekend. E che ha fatto sì che partiti estremisti facciano la voce grossa in mezza Europa.

Peccato che i fatti non concordino con la retorica. Che i contributi economici degli immigranti siano fondamentali al benessere della Gran Bretagna (chiedete a Pret a Manger, ma anche al servizio sanitario britannico con infermieri e dottori di mezzo mondo, o alle banche d’affari). Ma c’è di peggio. Gli attacchi terroristici di London Bridge e, prima ancora, a Westminster, hanno messo i riflettori sulla comunità musulmana, creando un clima di ostilità e sospetto che non si respirava da anni.

Anche nei circoli «illuminati» e benpensanti dei media e del commercio si incominciano a sentire discorsi strani. «La “loro” Londra non è la “mia” Londra», mi ha detto un capo della finanza di recente, una distinzione che sa di discriminazione. Londra non è mai stata un’isola completamente felice. Il razzismo e la violenza contro gli immigranti non sono un fenomeno nuovo e la sperequazione sociale ed economica è una costante della società britannica.

Ma gli eventi degli ultimi mesi hanno incrinato una delle pietre angolari del crogiolo: il principio che Londra non guarda a passaporti o conti in banca. Che Londra accetta chi viene e non chiede da dove provengano o in cosa credano. Che Londra è più bella e solida se è fatta di esperienze diverse. Come quei mattoni secolari di Brick Lane. 

Le "deportazioni" Onu: benestanti in Libano, mendicanti a Milano

ilgiornale.it
Michelangelo Bonessa - Mar, 15/08/2017 - 08:36

La storia di una famiglia siriana che ha aderito al progetto. E ora vive in un centro profughi



Milano - Lo sbandamento dell'immigrazione regolare e sicura si vede negli occhi di Omyama.
«Ci hanno traformato in mendicanti, ma le promesse erano diverse» si lamenta la ventenne siriana che oggi vive nel centro di accoglienza di via Sammartini con madre padre e sette tra fratelli e sorelle. Sono rimasti in una piega dei programmi di reinsediamento, progetti delle Nazioni Unite che portano in Europa e America i migranti in modo teoricamente ordinato e regolare. In realtà anche questi corridoi umanitari hanno i loro problemi.

Omyama e la sua famiglia sono scappati dalla Siria lasciandosi alle spalle una vita da benestanti. Rifugiatisi in Libano non avevano la quotidianità di prima, «ma almeno avevamo una casa, un lavoro, la macchina» precisa la ragazza. Poi un anno fa la decisione di aderire ai programmi di reinsediamento delle Nazioni Unite: «Ci avevano promesso una casa, un lavoro, insomma una vita migliore di quella che avevamo e noi abbiamo accettato per vivere in pace in Europa - racconta - quando siamo arrivati qui però è tutto cambiato». I vestiti promessi? Ecco una lista di parrocchie dove chiedere quelli usati. Il lavoro? Vedremo. La casa? La famiglia è troppo numerosa per essere sistemata. Da avere una vita normale a vedersi in mano una mezza tazzina di olio per condire il pasto di dieci persone il passo è breve.

Il Comune ammette il problema, ma ribadisce che «trovare casa per dieci persone non è facile», anche se Omyama ribatte che lo sapevano anche prima quanto fosse numerosa la famiglia. E dall'assessorato ai servizi sociali confessano anche che «non è l'unico problema che abbiamo registrato con il resettlement: le informazioni che riceviamo sulle persone aderenti non sono sempre corrette essendo raccolte direttamente sul posto».

Nel frattempo, dramma nel dramma, c'è la questione culturale che rischia di diventare medica: il padre della ragazza ha già avuto bisogno in due occasioni di supporto medico. Le ambulanze sono state chiamate perché il fisico dell'uomo ha ceduto: da una parte lo stress di vivere da mendicanti, dall'altra quello per la condivisione di spazi con gli africani. Essendo ligi ai dettami della religione e della propria cultura, non sono abituati alla naturalezza con cui le donne africane attraversano gli spazi comuni coperte solo da asciugamani. E il problema vale anche all'inverso: «Se mi sveglio la notte per andare in bagno, devo comunque rivestirmi tutta - precisa Omyama - così è difficilissimo farsi la doccia dove ho solo uno spazio strettissimo per coprirmi e scoprirmi».

Fino ad ora le lamentele della famiglia non sono servite a niente, a parte ad avere risposte vaghe e qualcuno che seccamente gli ha gettato in faccia un «allora tornatevene in Siria». «Lo avessimo saputo prima - contesta Omyama che nel frattempo sta studiando italiano - non saremmo mai venuti e stiamo scrivendo e chiamando per dire a chi è rimasto là di non fidarsi e non venire in Europa».

Antartide, scoperta dopo più di 100 anni torta ancora intatta

repubblica.it

Antartide, scoperta dopo più di 100 anni torta ancora intatta
(ansa)

Ha un secolo di vita ma, a giudicare dall'aspetto, potrebbe essere mangiata ancora adesso.

Nell'edificio più antico dell'Antartide, a Cape Adare, è stata scoperta dagli studiosi dell'Antarctic heritage trust una torta alla frutta perfettamente conservata appartenuta alla spedizione Terra Nova di Robert Falcon Scott. L'esploratore britannico nel 1912 condusse la sua squadra al Polo Sud partendo proprio dalla base di Cape Adare. Secondo Lizzie Meek, manager del programma di recupero degli oggetti delle spedizioni artiche, quel dolce era l'alimento preferito dagli esploratori perché ricco di energia e facilmente conservabile".

La marca del dolce, Huntley & Palmers, era la favorita dell'esploratore che perse la vita, insieme ai suoi compagni, nell'impresa del 1912. Gli esploratori inglesi, infatti, non riuscirono a tornare al campo base dopo aver raggiunto il Polo Sud un mese in ritardo rispetto all'arrivo della spedizione del rivale norvegese Roald Amundsen 14 agosto 2017

lunedì 14 agosto 2017

Il gestore di un hotel espone un cartello che invita gli ebrei a farsi la doccia per entrare in piscina

lastampa.it



Una famiglia di ebrei ultra ortodossi in vacanza in Svizzera ha raccontato alla tivù israeliana Channel 2 di essersi sentita insultata e offesa dal cartello esposto nell’hotel dove stava trascorrendo le ferie. Il cartello, indirizzato esplicitamente agli ospiti ebrei, chiedeva di fare la doccia prima e dopo l’entrata in piscina. «Se non vi attenete alle regole saremo costretti a chiuderla».

La famiglia era ospite dell’Aparthaus Paradies ad Arosa, dove, oltre al messaggio relativo alla piscina, ne sarebbe apparso anche un secondo, anche in questo caso diretto «ai nostri ospiti ebrei», con il quale il gestore spiegava: «Vi è concesso l’uso del frigorifero dalle 10 alle 11 del mattino e dalle 16,30 alle 17,30 nel pomeriggio. Spero capiate che il nostro staff non ama essere disturbato ad ogni ora».

Il capofamiglia ha raccontato alla tivù che gli ospiti erano stati inizialmente molto accoglienti e amichevoli, fornendo tutto il necessario per il loro neonato. 

Ecco come il migrante prova a derubare un uomo sul treno

ilgiornale.it
Luca Romano - Lun, 14/08/2017 - 15:02

"Tranquilli, cercava di recuperare i soldi del biglietto!". Matteo Salvini ha commentato così il video che ha pubblicato sul proprio profilo Facebook e nel quale si vede un migrante che approfitta del riposino del vicino di posto per provare a sfilargli il portafogli dal borsello



"Tranquilli, cercava di recuperare i soldi del biglietto!". Matteo Salvini ha commentato così il video che ha pubblicato sul proprio profilo Facebook e nel quale si vede un migrante che approfitta del riposino del vicino di posto per provare a sfilargli il portafogli dal borsello.

Nelle immagini l'uomo è seduto di fronte a un passeggero che dorme. Così ne approfitta tentando più volte di rubare il contenuto del suo borsello. Stando sempre attento che il potenziale derubato non si svegli, il ragazzo nordafricano prova e riprova. A un certo punto però qualcosa va storto, il signore si sveglia e lo coglie con la mano nel proprio borsello. La reazione del ladro è incredibile: sembra che nulla sia successo. E dopo pochi secondi si alza e se ne va.

Così il migrante prova a derubare un uomo sul treno

10 computer che hanno fatto la storia

lastampa.it
Luca Scarcella



Esistono amanti della «archeologia informatica», ossia persone che cercano e recuperano computer di vecchie generazioni e li restaurano per utilizzarli nuovamente. Una pratica un po’ hipster, che prende il nome di retrocomputing, e che vede in Tumblr la sua valvola di sfogo.

Ci sono diversi filoni che dividono gli appassionati di retrocomputing, a seconda del tipo di computer collezionati: c’è chi ricerca computer anni ‘80 (come il Commodore 64, Sinclair ZX Spectrum, Famiglia Atari 8-bit, Amiga, Atari ST, Amstrad CPC, MSX), e chi i vari PC IBM compatibili, altri ancora le workstation utilizzate come server nelle sale macchine e nei grossi centri elaborazione dati.
C’è chi, come James Ball, in arte Docubyte, ha fotografato le macchine che hanno fatto la storia del personal computer, collaborando con lo studio creativo Ink, che ha restaurato digitalmente i PC in fase di post produzione fotografica. Dieci pezzi tecnologici rimessi a nuovo, ritratti frontalmente su sfondi colorati: dal famoso IBM 1401 al Pilot ACE di Alan Turing, un approccio minimalista che esalta le linee di design delle macchine.

@LuS_inc

Ultima utopia sinistra: salvare tutta l'Africa

ilgiornale.it
Magdi Cristiano Allam - Lun, 14/08/2017 - 17:42

Prima l'emergenza era salvare i migranti a largo delle coste

È un fatto positivo che sia stata messa, del tutto o quasi, fine all'attività delle navi delle Ong che hanno incrementato a dismisura gli sbarchi sulle nostre coste dei «migranti». Ma non possiamo gridare vittoria. Sarebbe del tutto velleitario immaginare che sia stato risolto il problema della cosiddetta «accoglienza». Prendiamo atto che si è arrivati alla convergenza tra governo e opposizione sulla valutazione critica nei confronti delle Ong grazie all'iniziativa di singoli magistrati non allineati, all'intraprendenza di cittadini non rassegnati, infine alla presa d'atto del governo che senza un contenimento degli sbarchi si sarebbe rischiata la guerra civile.

Il governo italiano è l'ultimo in Europa ad aprire gli occhi sul tema genericamente indicato come «immigrazione», aprendosi con sano realismo un varco nella gabbia ideologica del catto-comunismo che da decenni imprigiona la nostra cultura e classe politica.

Ebbene, di fronte alla crescente sofferenza e incontenibile rabbia dei cittadini che si sentono discriminati dentro casa propria perché il governo accorda allo straniero ciò che non è concesso a milioni di italiani poveri, disoccupati e frustrati da uno Stato famelico, ladrone, vessatorio e aguzzino, finalmente oggi si tocca con mano che i problemi reali che concernono il vissuto e la quotidianità dei cittadini non hanno colore politico, non sono né di destra, né di centro, né di sinistra.
Lo stesso dicasi per le soluzioni che si ispirano al buonsenso. Lo sanno benissimo i sindaci che ogni giorno hanno il fiato dei propri cittadini-elettori sul collo.

Se oggi il capo del maggior partito della sinistra sposa sostanzialmente la tesi dell'opposizione di destra, incentrata sullo stop a questa vera e propria auto-invasione, perché siamo noi a volere, a pianificare e a finanziare l'esodo massiccio di giovani dall'Africa, dal Medio Oriente e dall'Asia, e sull'aiutarli a casa loro affinché possano scegliere di viverci dignitosamente, significa che la politica italiana ha finalmente infranto il muro dei tabù e delle cecità delle ideologie dell'immigrazionismo, del relativismo valoriale, del globalismo che mira ad annientare gli stati nazionali e le identità localistiche.

Prima ci hanno detto che l'emergenza era salvare le vite dei disperati in mare. Poi che l'emergenza è salvarli al largo delle coste libiche a prescindere dal fatto che siano o meno in pericolo di vita. Ora ci dicono che l'emergenza è salvarli dalle condizioni disumane che versano sul territorio libico.
Si faccia un altro passo all'insegna del sano realismo e del sano amor proprio concordando che l'obiettivo politico dell'Italia è bloccare questa auto-invasione, porre fine alla follia suicida dell'auto-sostituzione etnica, aiutarli a vivere dignitosamente a casa loro. Ecco perché ci auguriamo che eliminate dalla scena le navi delle Ong, sinistra e destra pervengano ad un'intesa che sfoci nella salvezza degli italiani. Sì, gli italiani. Finora si è pensato a tutti fuorché agli italiani.
www.magdicristianoallam.it

Il prof rosso che spaccia i migranti per lezione

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo - Lun, 14/08/2017 - 08:31

Insegna Filosofia a Verona, con la scusa di fare ricerca si è imbarcato: una bugia come tante



Gianluca Solla, professore associato di Filosofia all'università di Verona, va in missione di «ricerca» a bordo di nave Iuventa di fronte alla Libia, già sotto inchiesta della procura di Trapani, in seguito sequestrata per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

E ieri sul Manifesto accusa il Giornale «di cattiva coscienza» perché lo abbiamo definito giornalista del quotidiano, dopo due paginate scritte sulla gloriosa avventura della nave della Ong tedesca indagata dalla magistratura. In realtà sono stati proprio gli inquirenti ad averlo indicato, negli atti, come «giornalista del Manifesto» a causa di questi articoli e altro. Ancora più grave che Solla con mezze smentite e palesi omissioni ha continuato a raccontare ieri sul quotidiano un'altra storia rispetto alle intercettazioni delle sue telefonate, chiacchierate e mail a bordo della nave collusa con gli scafisti.

Il primo, lungo, articolo del non giornalista Solla su Iuventa e l'Ong Jugend Retten, sotto inchiesta, esce il 14 marzo. E si capisce subito da che parte penda il professore quando parla dell'«obbrobrio legislativo, conosciuto con il nome di Legge Bossi-Fini», che ha «permesso, non molti anni fa, alla magistratura italiana di applicare il reato di favoreggiamento a chi soccorreva i profughi in mare». Guarda caso lo stesso reato contestato oggi a Iuventa e soci.

In maggio il professore getta il cuore oltre all'ostacolo e si imbarca sulla nave della Ong tedesca. Sul sito dell'università di Verona, Dipartimento di Scienze umane, scrive: «Il ricevimento è sospeso a partire dalla seconda settimana di maggio per impegni di ricerca del docente. Studenti e laureandi che avessero bisogno di contattarmi possono scrivermi a partire dal 28 di maggio».

In pratica un professore di Filosofia teoretica con uno stipendio pubblico va a recuperare migranti con una Ong, notoriamente estremista, per un ricerca sulla «situazione nel Mediterraneo per ascoltare e conoscere le storie di coloro che attraversano il mare», come spiega sul Manifesto. Il suo ruolo «ambiguo» è evidente leggendo le carte dell'atto di sequestro della nave. Solla sostiene che non ha mai parlato di sconfinamenti di Iuventa in acque territoriali libiche, ma è il comandante Gianluca D'Agostino della nave U. Diciotti della Guardia costiera, che lo conferma, il 19 maggio, nella sua relazione.

Poi Solla sostiene che i barconi dei migranti «sono stati sempre distrutti». Deve essere accaduto solo durante la sua missione perché sono ripetute le testimonianze della riconsegna dei natanti ai trafficanti, con tanto di prove fotografiche. Alla fine contesta quello che lui stesso ha detto nelle intercettazioni sostenendo che a bordo tutto andava bene. Agli atti vengono riportati i veri pensieri del professor Solla sui «volontari»: «É come se loro (i membri di Jugend Rettet ndr) sottovalutassero tutto quello che non è tedesco né operativo, loro pensano di fare ogni volta quello che vogliono come se il Mediterraneo fosse cosa loro». E ancora gli inquirenti scrivono riportando le opinioni di Solla «se effettivamente gli sta a cuore la sorte dei migranti sarebbe meglio operare in una direzione completamente diversa».

Pubblicamente, però, il docente dell'università di Verona, nell'articolo-reportage sul Manifesto del 26 luglio, di una pagina, tratteggia gli interventi di nave Iuventa, sequestrata pochi giorni dopo, come eroici e cristallini. E sul profilo Facebook, anche dopo il sequestro, continua a difendere a spada tratta i «volontari» attaccando le voci critiche, come Galli Della Loggia sul Corriere della Sera e postando foto di lui con altri membri dell'equipaggio in maglietta con stella rossa d'ordinanza pro migranti.

Picchiava i figli perché studiassero il Corano

lastampa.it
federico gervasoni

Nel Lecchese due bambini tolti alla madre radicalizzata dopo la relazione con un tunisino



Picchiavano e obbligavano i figli a studiare il Corano di notte, costringendoli con la violenza a studiare a memoria i precetti islamici. Così una coppia musulmana di Missaglia, comune di 8 mila anime nel Lecchese, è stata denunciata per maltrattamenti in famiglia. I bambini, una femmina di 9 anni e un maschio di 13, si trovano da alcuni giorni in una comunità protetta fuori dalla provincia. Entrambi sono stati tolti alla madre.

Sul caso sono intervenuti la settimana scorsa gli agenti della Mobile di Lecco che hanno messo la parola fine ai soprusi commessi dai genitori, un’italiana convertitasi di recente all’Islam e il compagno, un operaio tunisino. Ad accorgersi che c’era qualcosa che non andava erano stati dapprima i nonni materni, preoccupati per lo strano comportamento della figlia nei confronti dei nipoti. In realtà, sebbene l’intera famiglia vivesse in una condizione di disagio e isolamento rispetto al resto della comunità, quel che accadeva nel segreto delle mura domestiche non era passato inosservato in paese. La donna, che aveva avuto entrambi i bambini da una precedente relazione con un italiano, soltanto di recente aveva conosciuto il tunisino con il quale era poi andata a convivere dopo la separazione dal marito.

I figli vivevano in una sorta di regime dittatoriale, dovuto all’integralismo della coppia. Non potevano guardare la televisione né usare il cellulare poiché, secondo il compagno della madre, si tratterebbe di un peccato molto grave. Inoltre era stato loro severamente impedito anche di vedere amici e parenti e di conseguenza a partire dallo scorso giugno, quando sono terminate le scuole, i due fratellini conducevano una vita solitaria, da reclusi. Alla bambina, che frequenta le elementari in paese, era stato persino imposto di indossare lo hijab, il velo che copre capelli e collo, lasciando scoperto soltanto il viso. Nonostante la giovanissima età, la piccola è risultata addirittura la più indottrinata e radicalizzata dei due. «Porto il velo perché lo decido io, nessuno mi ha mai obbligata», avrebbe raccontato agli agenti quando sono intervenuti la settimana scorsa per liberarla.

Durante le audizioni protette, i due fratellini hanno rivelato agli psicologi e ai neuropsichiatri infantili le minacce e le vessazioni continue, anche nel cuore della notte. Se non si svegliavano in tempo per pregare venivano infatti castigati da entrambi i genitori con punizioni corporali oppure tenuti a lungo prigionieri in camera e infine picchiati. Stando al comandante della Mobile di Lecco, Marco Cadeddu, i maltrattamenti andavano avanti, per fortuna, da non troppo tempo. Le le indagini sono ancora in corso. Non è escluso, infatti, che presto venga chiesta la custodia cautelare per la madre e il patrigno tunisino, nell’attesa che i giudici del Tribunale dei minori di Milano decidano, insieme agli assistenti sociali, a chi affidare i due figli.

In prova la Leica M10, icona della fotografia Made in Germany

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antonio dini

La macchina mirrorless full frame è la regina della street photography e del reportage: eccellenza tecnologica, ottiche di qualità e apprezzato minimalismo. Unico difetto: il prezzo da vera fuoriserie



La Leica M10 è un apparecchio digitale mirrorless con sensore full frame Cmos da 24 megapixel (35.8 x 23.9 mm) e pochissimi automatismi: la messa a fuoco delle lenti del sistema M è manuale così come la regolazione dei diaframmi. Manca la tradizionale ghiera modale “Pasm” sulla calotta superiore della macchina, che invece vede una ghiera dei tempi (compresa la posizione di selezione automatica) e una ghiera per la regolazione degli ISO, mentre una rotella programmabile sul retro dell’apparecchio permette di compensare l’esposizione.

La M10 tiene fede alla filosofia spartana in tutti i suoi aspetti: la messa a fuoco è a vista con il sistema a telemetro, ci sono cornici luminose per riquadrare l’ampiezza dell’inquadratura che cambiano a seconda dell’obiettivo utilizzato (sono tutti a focale fissa: Leica non produce zoom per il sistema M) e il display posteriore da tre pollici non touch ha solo tre pulsanti: LV per la modalità live view (che può essere ottenuta anche con un mirino elettronico aggiuntivo da collegare alla slitta del flash), Play per rivedere le foto e Menu per le regolazioni, che sono straordinariamente semplificate e ridotte all’osso. Pochi menù che non fanno sentire la mancanza delle ben più complesse (e spesso cervellotiche) interfacce degli apparecchi giapponesi.



L’approccio alla Leica M10 prevede un minimo di conoscenza delle sue caratteristiche: la serie M è nata con la M3 nel 1956 e da allora si è evoluta mantenendo sostanzialmente invariata la sua filosofia, anche dopo il salto del digitale con la M8. Il telemetro consente di mettere a fuoco guardando all’interno di un collimatore che sovrappone due immagini. Ci vuole un po’ di mano ma è un modo molto efficace. È un sistema che richiede comunque una buona vista (si possono però usare gli occhiali) e sensibilità e che fa vedere più di quello che poi vedrà fotografato: il fattore di ingrandimento di 0,73 del mirino, circa il 30% più ampiezza di campo rispetto al precedente modello M Typ 240, amplia molto la scena e permette di cogliere anche particolari fuori dall’inquadratura finale, per riposizionarla rapidamente.

È cambiata anche la scocca della macchina, più sottile di 4 millimetri rispetto a tutte le digitali che l’hanno preceduta, cosa questa che riporta la M10 sostanzialmente alle dimensioni delle vecchie M a pellicola. Non è poca cosa perché la maneggevolezza cambia molto e in modo piacevole.



La fama di Leica viene non solo dall’aver inventato un secolo fa il piccolo formato a pellicola (il 24x36 che oggi chiamiamo full frame) e dalla leggendaria qualità tedesca dei suoi apparecchi, ma anche da settant’anni di fotografia di altissima qualità: da Henri Cartier-Bresson a Robert Capa, Leica è stata l’apparecchio preferito per lo scatto di street photography o il reportage. La sua maneggevolezza, piccolo ingombro (all’epoca dell’analogico) e silenziosità nello scatto, oltre all’affidabilità della meccanica e a obiettivi particolarmente luminosi e privi di aberrazioni, l’hanno resa una leggenda.

Di certo, però, con una Leica M digitale non si può fare tutto: la M10 è meno flessibile rispetto a una moderna reflex o mirrorless con lenti zoom, ad esempio. Nonostante i due gigabyte di buffer che consentono fino a cinque scatti al secondo, il nuovo processore Maestro II per la gestione delle immagini e alcuni degli obiettivi a focale fissa presenti sul mercato, alla Leica M10 mancano gli automatismi di messa a fuoco e gestione dei diaframmi che permettono ad altri apparecchi full frame di essere impiegati per scatti sportivi, zoomate in natura, birdwatching, scene famigliari con bambini che giocano o alcuni tipi di scatti di viaggio.

Tuttavia utilizzare una M10 come se fosse una qualsiasi reflex nipponica (o una delle nuove mirrorless del Sol Levante che ne scimmiottano il look) sarebbe ingeneroso. Per fare un paragone automobilistico, la M10 è l’equivalente di una Porsche 911 Cabrio. È certo un’auto molto flessibile e usabile anche in città ogni giorno, ma non va bene per fare un trasloco o per partire per le vacanze con famiglia, inclusi bambini e cane. Idem per la M10.

Il paragone è meno azzardato di quel che sembri, perché in proporzione per un sistema centrato sulla M10 e tre obiettivi Summicron (la serie con meno distorsione di Leica, nella classica tripletta 35mm, 50mm e 90mm), il prezzo finale raggiunge quasi i ventimila euro. Aiuta il costo del corpo macchina: poco sotto i settemila. E gli obiettivi, che vanno dai duemila ai quattromila. Se poi, anziché un Summicron 50mm f/2, si vuole l’obiettivo standard più luminoso prodotto da Leica, cioè il leggendario Noctilux 50mm f/0.95, bisogna prepararsi a sborsare quasi diecimila euro solo per la lente e anche ad aspettare: c’è una lista di attesa di almeno un anno, salvo trovarne uno per fortuna in qualche negozio. Quello che si ottiene però è un pezzo di altissimo artigianato e tecnologia ottica.



Abbiamo utilizzato la Leica M10 con un obiettivo Summicron f/2 35mm. Non è una macchina ultracompatta ma comunque ingombra meno di una reflex full frame grazie anche alle dimensioni ridotte dell’obiettivo, e fin dall’inizio manifesta due particolarità: una insospettabile maneggevolezza unita a un peso robusto. Il merito è della scocca in metallo che, unita alla mancanza dello specchio tipico delle reflex, permette di scattare brandeggiando la macchina a mano libera anche con tempi dell’otturatore molto bassi: fino a 1/30 di secondo senza micromosso.

L’apparecchio in prova è nero e presenta solo un piccolo bollino rosso frontale con il logo Leica che i puristi della street photography coprono con un po’ di nastro isolante nero per evitare di attirare troppo l’attenzione. In effetti il costo dell’accoppiata M10 e Summicron 35 asferico arriva a più di 9.700 euro, cosa che in effetti consiglia una certa prudenza soprattutto in viaggio o se ci si aggira in zone non ben frequentate di città poco conosciute.

L’impostazione spartana dei menù ha permesso di prendere il controllo del sistema in pochissimo tempo. La razionalità tedesca e la filosofia minimalista sono un indubbio vantaggio. Anche i comandi vecchio stile sulla calotta superiore e la mancanza di automatismi sono stati un piacevole ritorno ai fondamentali della fotografia: il triangolo ISO (la M10 va da 100 a 50mila), diaframmi e tempi (fino a 1/4000 di secondo) permette di dare forma alle immagini con facilità e sono tutti configurabili senza neanche dover accendere l’apparecchio.



L’aspettoinnovativo da un punto di vista tecnologico della M10 rispetto alle versioni precedenti è il WiFi (prima assente da questa serie) con un’app per iOs che permette di fare scatti telecomandati o trasferire le immagini. Utile la possibilità di creare un menu dei favoriti ancora più essenziale e impagabile la sensazione di solidità ed eccellenza meccanica. Il corpo e gli obiettivi sono serrati con tale precisione da essere sostanzialmente tropicalizzati.

La qualità delle immagini è notevole soprattutto nel formato Raw (il DNG standard di Adobe), meno nel Jpeg prodotto dalla macchina. È debole la gamma di aggiustamenti e personalizzazioni del Jpeg, anche se è possibile ottenere degli scatti accettabili anche in bianco e nero, solitamente l’anello debole delle elaborazioni interne alla macchina delle immagini. La firma degli obiettivi Leica è unica e stupisce molto la fluidità e la mancanza di attrito nell’uso su strada, in città piuttosto che in viaggio. Se si prende la mano con l’approccio Leica (o ci si ricorda com’era fare le fotografie prima che gli algoritmi made in Japan ne prendessero il controllo) la sensazione è davvero quella di guidare una potente cabriolet su una strada di montagna.

Una nota a margine: nelle settimane di test di questo apparecchio siamo stati più volte fermati da giovani e anziani appassionati di fotografia, incuriositi dal poter vedere dal vivo, forse per la prima volta, una vera Leica M. C’è chi l’ha scambiata per un apparecchio a pellicola, chi era in dubbio se fosse un clone nipponico oppure proprio l’originale, e chi infine si stupiva di vederla ancora su piazza. Invece, l’azienda tedesca, che da pochi anni ha una nuova e più dinamica proprietà, sta investendo molto, ha creato una catena di negozi di proprietà (ce ne sono anche in Italia) e si posiziona chiaramente come marchio di alta qualità per gli appassionati di fotografia con una buona disponibilità economica.

Il marchio tedesco è dunque rimasto leggendario (tra l’altro: Leica si pronuncia alla tedesca, “laica”) e attrae ovunque, soprattutto in Asia, schiere di appassionati. Mantiene anche un ottimo rapporto con la fotografia d’arte, il reportage e la creatività, con uno dei premi più prestigiosi del settore e l’organizzazione di mostre di fotografi classici e nuovi.



La Leica M10 si è dimostrata all’altezza della sua fama: scatta senza perdere un colpo, facilitando il processo per il fotografo e senza frapporre ostacoli inutili. L’utilizzo dei comandi manuali permette di scattare in condizioni che una reflex non potrebbe (tecniche come l’iperfocale sono ad esempio fondamentali per la street e il reportage) anche se ovviamente non ha la flessibilità di impiego di quegli apparecchi. Le limitazioni sono molte e bisogna accettare appieno la filosofia Leica, altrimenti la M10 si rivela una costosissima frustrazione.

Se invece si entra nella filosofia minimalista dell’azienda di Wetzlar, è allora indubbio che la M10 sarebbe da comprare subito se non fosse per il prezzo, che è il principale freno. Difficile giustificare diecimila euro per un hobby, a meno di non avere veramente una buona disponibilità economica. Per intraprendere il mestiere di fotografo, invece, decisamente non è necessario cominciare con un apparecchio così costoso: meglio guadagnarsi le prime medaglie con macchine fotografiche più economiche (anche di Leica, perché no) e poi arrivare alla M10 più avanti.

@antoniodini

Cassazione: chi evade deve pagare i danni morali allo Stato

lastampa.it

Tempi durissimi per gli evasori fiscali condannati penalmente per aver cercato con particolare ingegno di farla franca, ad esempio per aver evaso l’Iva e per aver cercato di mettere al sicuro i beni in un fondo patrimoniale costituito solo per proteggere le proprietà immobiliari dalle ganasce dell’Agenzia delle Entrate. Rischiano, tra sequestro e condanna al risarcimento - oltre al carcere - di pagare il doppio di quello che hanno evaso, e nel verdetto può essere messo in conto anche il risarcimento dei danni morali patiti dallo Stato che ha subito il `raggiro´.

Lo sottolinea la Cassazione replicando a un evasore trentino, M.Z. imprenditore immobiliare, che contestava anche la condanna al risarcimento dei danni morali per 167mila euro sostenendo che un ente pubblico come l’Amministrazione finanziaria non ne ha diritto. Invece - ecco il principio fissato dagli `ermellini´ - «è legittima la condanna in sede penale al risarcimento del danno morale patito dall’ Amministrazione finanziaria in conseguenza di un reato tributario, danno consistente nella lesione di interessi non economici aventi comunque rilevanza sociale, ai quali è finalizzata l’azione dell’Agenzia delle Entrate preposta all’accertamento e alla riscossione delle entrate tributarie della Nazione».

M.Z. aveva evaso l’Iva per 757mila euro per l’anno di imposta 2009 e poi nel 2010 aveva costituito un fondo patrimoniale sulla sua casa intestandola alla moglie. Ma è stato scoperto e per lui le cose non si sono concluse bene, tutt’altro, pagherà più del doppio di quanto evaso per aver «lucidamente perseguito di sottrarre il bene alle legittime ragioni dell’erario», come osservato dai giudici di merito.

La Suprema Corte - sentenza 38932 - ha infatti confermato la decisione con la quale la Corte di Appello di Trento, nel 2016, aveva convalidato il sequestro finalizzato alla confisca della casa con due garage del valore di circa 750 mila euro, oltre alla condanna a risarcire il fisco con oltre 810mila euro, e a un anno di carcere, pena sospesa. Per quanto riguarda l’ulteriore condanna a pagare 167mila euro di soli danni morali, la Cassazione ha stabilito che questo tipo di condanna è assolutamente lecito ma che, tuttavia, sull’entità della cifra il giudice deve fornire spiegazioni che non possono essere un semplice riferimento all’ammontare dell’evasione.

Solo su questo punto il ricorso di M.Z. è stato accolto e adesso il tribunale civile di Trento dovrà provvedere a fornire adeguate motivazioni sull’indicazione dei 167mila euro di danni morali o sulla cifra che comunque vorrà liquidare all’Agenzia delle Entrate.

(Fonte Ansa)

Così le auto a guida autonoma scambiano uno stop per un limite di velocità

lastampa.it
lorenzo longhitano

Un attacco non convenzionale si basa sulla stampa di semplici adesivi da applicare ai segnali stradali che i computer sono programmati per riconoscere e rispettare


(Foto Credits: arXiv.org)

Ormai ci sono pochi dubbi sul fatto che le auto a guida autonoma rappresentino il futuro del trasporto urbano , ma la tecnologia che le anima, per quanto sia già molto promettente, è ancora afflitta da problemi di sicurezza che si potrebbero definire grossolani e potenzialmente pericolosi. Nell’ultimo esperimento uscito dall’università di Washington alcuni ricercatori hanno stampato adesivi di dimensioni contenute che, applicati su cartelli stradali dai significati più disparati, sono stati interpretati dai sistemi a guida autonoma come obblighi e divieti differenti da quelli realmente rappresentati. In uno degli esperimenti un segnale di stop leggermente modificato è stato interpretato come un semplice limite di velocità.

Si tratta di un tipo di attacco particolarmente subdolo, perché si basa su modifiche che a un essere umano non saltano neppure all’occhio: alcuni adesivi infatti sono stati camuffati appositamente per somigliare a comuni opere di street art, pur restando in grado di mandare in confusione i sistemi di riconoscimento delle auto senza guidatore, con tutti i rischi che un equivoco del genere comporterebbe nel mezzo di un incrocio trafficato. Il corto circuito si verifica perché gli algoritmi di machine vision alla base dei veicoli a guida autonoma non percepiscono gli oggetti come lo fanno gli esseri umani ; nel caso della scritta “stop” in esame il computer non vede immediatamente la successione di quattro lettere che concorrono a formare la parola inglese dal significato noto in tutto il mondo, ma processa le informazioni in modo più elementare: riconosce le insenature proprie della S affiancate ai segmenti perpendicolari che formano la T e via dicendo.

Per questo motivo alterare la geometria di ciò che è contenuto nei segnali può bastare per mandare in confusione il sistema: il computer capisce che ciò che sta osservando è un cartello stradale (altri indizi come l’altezza dell’oggetto rispetto al suolo e il supporto verticale lo aiutano in questo senso), ma nel tentativo di assegnargli un significato si lancia in un’approssimazione che, per la natura esplicitamente ingannevole degli adesivi applicati, non potrà che rivelarsi errata. In realtà i sistemi a guida autonoma avrebbero già oggi potenzialmente molti modi per difendersi da questa tipologia di attacchi, uno dei quali può essere contestualizzare le informazioni che ricevono: un limite di velocità posizionato in prossimità di un incrocio è effettivamente qualcosa di insolito, e può bastare a mettere in allarme un’intelligenza artificiale opportunamente programmata a cogliere incoerenze del genere.

Chi progetta sistemi di guida autonoma dev’essere attento proprio a questo: ad anticipare attacchi imprevisti e addestrare alla prudenza un sistema che presto o tardi giungerà alla portata di tutti.

Il mare riscrive la storia e sposta la prima guerra punica

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fabio pozzo

Ecco il rostro della prua di una nave romana che stabilisce a Levanzo e non a Favignana la battaglia decisiva delle Egadi del 241 Ac. Il soprintendente Tusa: “C’è anche una parte lignea che consentirà di scoprire come era stata costruita l’unità da guerra”



È stato come se si fosse aperto un nuovo libro di storia. Quando il rostro è emerso dal mare, la cronaca della battaglia navale chiave della prima guerra punica, che chiude lo scontro ultraventennale tra Roma e Cartagine e che cambierà il destino della Sicilia e del Mediterraneo, ha fatto un passo in avanti verso la verità.


Capo Grosso di Levanzo: dietro si nascose la flotta romana in agguato
La più piccola delle Egadi

Siamo a Levanzo, la più piccola delle isole che compongono l’arcipelago delle Egadi, al largo delle coste occidentali della Sicilia. Qui, nel blu, la Soprintendenza del mare della Regione Siciliana, insieme con la Rpm Nautical Foundation, finanziata dal mecenate George Rabb, un uomo d’affari americano che possiede centinaia di immobili a Manhattan, sta conducendo una campagna di ricerca sulla celebre battaglia navale delle Egadi del 10 marzo 241 a. C..

Ricerca che proprio in queste ultime ore ha riportato alla luce da un fondale di 80 metri, a Nord-Ovest dell’isola, un rostro - una sorta di «becco» che veniva installato sulla prua delle navi allo scopo di offendere, sfondare lo scafo delle unità nemiche - che ha una peculiarità unica. «Al suo interno c’è ancora la parte lignea della prua che lo sorreggeva. Una scoperta notevole, che consentirà di sapere finalmente qualcosa di più sulle navi da guerra romane, tuttora ancora poco conosciute», spiega il soprintendente del mare Sebastiano Tusa


Un’immagine del recupero del rostro

Il libro della storia ora va sfogliato all’indietro. Nei primi Anni Duemila Tusa ha una intuizione sulla reale località in cui si svolse la battaglia navale. «Studiando le fonti storiche, la dinamica dello scontro e la disposizione dei venti ero convinto che le navi romane e cartaginesi si fossero fronteggiate non a Cala Rossa di Favignana, come si credeva, ma nelle acque a Nord-Ovest di Levanzo. L’archeologia, però, chiede di provare le teorie».

L’aiuto americano
Il professore ha buoni contatti. Uno, in particolare, è George Bass, il padre dell’archeologia subacquea scientifica moderna, professore emerito della Texas A&M University di College Station, cui chiede aiuto. Gli viene indicata la Rpm Nautical Foundation, che ha le risorse necessarie per setacciare il fondale delle Egadi. «Stringiamo un gentlemen agreement: loro finanziano le ricerche, noi concediamo la possibilità di pubblicare e divulgare i risultati», spiega ancora Tusa.

La prima spedizione parte nel 2004. Tutto come nei film: una nave da ricerca, l'Hercules, 27 metri in acciaio, quattro eliche e un sistema di posizionamento dinamico, zeppa di diavolerie elettroniche. «Si comincia a scandagliare il tratto di mare, con sonar a scansione laterale e radiale. Ogni anomalia del fondale ritenuta artificiale dall’operatore è registrata sulla mappa per essere poi accertata in una seconda fase con un Rov, un robot subacqueo dotato di telecamera, che è telecomandato da bordo e che consente all’archeologo di guardare da vicino l’obiettivo, il cosiddetto target. Quindi, ci si immerge per l’eventuale recupero».


La teoria provata

La ricerca è accelerata anche dal ritrovamento, presso lo studio di un professionista di Trapani, di un rostro che, dice lui, gli sarebbe stato regalato e che sarebbe stato pescato appunto nelle acque di Levanzo. L’Hercules avvia i motori e spuntano così, negli anni, altri rostri, sette elmi, centinaia di anfore. E il tassello del puzzle della storia si sposta da Favignana a Levanzo: la teoria è stata provata, i romani hanno combattuto qui contro la flotta cartaginese, sconfiggendola.

L’ultimo rostro recuperato sta stuzzicando la fame di conoscenza di storici e archeologici. Si sa poco sulle navi da guerra romane - esiste un solo reperto di riferimento, quello di Marsala, per altro dibattuto dagli esperti -; c’era un solo rostro con parte di scafo annessa disponibile finora per gli studiosi, quello di Atlit in Israele. «Pensiamo che nel manufatto in bronzo da noi ritrovato potessero convergere cinque parti dello scafo: la chiglia, le cinte laterali, il dritto di prua, la trave di sfondamento. Saranno ora le radiografie, le Tac e le analisi con il reattore nucleare a confermarcelo».


Il sovrintendente del mare della regione Siciliana Sabastiano Tusa (al centro, con gli occhiali)

Quaestor probavere
Gli storici sono invece ingolositi dall’iscrizione quaestor probavere che s’intravede sul rostro (è lungo 1,07 metri, alto 59 cm e largo 38 cm). «Dovrebbe essere preceduta dal nome del questore che certificò la costruzione a regola d’arte del rostro stesso e che, forse, finanziò anche quella della nave. Un assunto confermato anche da ulteriori nomi di questori trovati incisi sugli altri rostri e che consolida quanto scritto da Polibio, di una Roma impoverita dalla guerra costretta a ricorrere a una sottoscrizione pubblica per allestire la flotta anti-Cartagine».

Un passo avanti nella storia. «L’obiettivo è quello di avvicinarci il più possibile alla verità - dice Tusa -. Si può farne anche a meno? Be’, ma questo è il nostro lavoro». Che non è solo esercizio narcisistico di studiosi. «C’è grande interesse sulle guerre puniche: le abbiamo studiate tutti a scuola. La riprova sono le migliaia di visitatori per le due sale che abbiamo allestito a Favignana con i rostri ritrovati e la ricostruzione della battaglia navale delle Egadi».


Scheda

Uno scontro che cambierà il volto del mondo antico
E’ il 10 marzo del 241 a.C.. La prima guerra punica è in atto da ormai oltre 20 anni, Roma e l’antagonista Cartagine sono esauste. I cartaginesi di Amilcare in Sicilia sono assediati sulle balze nord-orientali del monte Erice che sovrasta Trapani; i romani controllano le pendici occidentali e la vetta, lasciando ai nemici solo un corridoio che apre al mare. E, poi, stringono la morsa con un blocco navale, impedendo i collegamenti dei punici con la casa madre.



Cartagine va in soccorso di Amilcare con una flotta guidata dall’ammiraglio Annone, che fa tappa a Marettimo. Anche Roma ha allestito una flotta, per chiudere la “pratica Sicilia”: le sue navi sono affidate a Lutazio Catulo, il quale intuisce di dover intercettare i cartaginesi. Lo fa a nord di Levanzio. È battaglia. Parte della flotta di Annone rientra verso Cartagine, parte è distrutta o catturata. «C’è un effetto immediato - spiega il soprintendente del mare della Regione Siciliana, Sebastiano Tusa -: la vittoria romana porta a un cambio della guardia in Sicilia, con Roma che controlla l’isola e caccia i cartaginesi, salvo da Siracusa. E due anni dopo i romani conquisteranno la Sardegna e la Corsica».

Ma dallo scacco di Levanzo consegue anche un effetto psicologico, forse più importante, che cambierà il volto del Mediterraneo e dunque del mondo. «I romani capiscono che devono diventare una potenza navale, che l’esercito non basta. La battaglia delle Egadi è uno spartiacque che influenzerà la storia dei successivi sei secoli».

Quando a scappare dalla miseria eravamo noi italiani

la stampa.it
a cura di maria corbi


Cara Maria, le scrive una donna che è stata bambina molti anni fa. Anni in cui vedere partire i propri genitori verso luoghi lontani era una necessità che imponeva la vita. Nessuno fiatava, nessuno aveva il coraggio di dire che il proprio dolore pretendeva la dignità che gli era propria. E si soccombeva, per concedere agli altri la possibilità di provare a uscire dalla miseria. Siamo diventati adulti aspettando un ritorno, aspettando anche solo una telefonata. E si scrivevano lettere per tamponare l’emorragia di dolore che nasceva spontanea. Non so come ho fatto, davvero non lo so. Però mi rendo conto che ho avuto un’alleata eccezionale: mia nonna.

Lei sapeva trasformare le mie lacrime in cristalli di speranza, e mi invogliava a lottare. E quando la fiducia vacillava, lei mi invitata a tenere duro, diventando un soldato al quale non potevi chiedere di medicarti le ferite, piuttosto ti chiedeva di resistere.

Con lei sono cresciuta e ho imparato a ingoiare il fiele inevitabile di certe serate colme di solitudine. Dopo tanto tempo i miei sono ritornati a casa, ma erano già stanchi, e anche molto provati, seppure profondamente orgogliosi della strada che avevo intrapreso, e per loro, ma anche per me, sono diventata medico, specializzandomi in ginecologia. Ora, guardo in televisione le scene raccapriccianti dei numerosi sbarchi, che mi riportano per forza di cose a quel mio tempo tanto difficile, dove anche un «Ti voglio bene» inaspettato faceva la differenza, e prego per i tanti disperati che vengono in Italia per cercare un rifugio.

Spero che nella nostra società non si realizzi mai la malaugurata ipotesi di fare la differenza tra immigrati che meritano una chance, e altri a cui invece questo diritto verrà negato, chissà per quali motivi illogici. Bisognerebbe voltarsi indietro almeno una volta al giorno e ricordarsi che ognuno di noi prima o poi avrà bisogno di aiuto. Solo così saremo capaci di restare in contatto con il resto dei nostri simili.

Con stima
Lucia Di Florio, o semplicemente “Picciridda”. Protagonista nella vita e nel romanzo di Catena Fiorello (Picciridda, Giunti editore, 2017


Questa è una lettera speciale, scritta da una donna speciale, una scrittrice che trae il suo inchiostro dal cuore. Catena Fiorello. Tiene la mano della protagonista del suo romanzo, Picciridda (Giunti editore) e ci apre la sua storia e la sua anima. I suoi ricordi di bambina, quando vide i genitori emigrare e qualcosa morire dentro di lei. Una mancanza che scavava ogni giorno la ferita, lenita solo dall’affetto di sua nonna. E raccontandoci di lei, di Picciridda, Catena costruisce un ponte verso i giorni nostri, tempi di una nuova migrazione, quella che vediamo ogni giorno sulle nostre coste, nelle facce stanche, affamate, disperate di tanti che cercano di scappare dalla miseria e dalla guerra.

Probabilmente sarà anche vero che non si possono paragonare le due esperienze, quella dei nostri bisnonni verso le coste del Nord America, dell’Argentina, della Germania. E quella di oggi. Sarà vero per molti motivi, politici, economici, religiosi, geografici. Ma non per il solo motivo che dovrebbe contare: l’umanità. Non è questo il luogo per parlare di politiche possibili e sostenibili riguardo agli sbarchi e all’accoglienza in Europa. Ma lo è per ricordare che tutto questo, le difficoltà, le paure comprensibili, non ci sollevano dal dovere di comprendere, aiutare, facilitare, sostenere queste anime in pena e in fuga.

«Guardiamoci indietro», ci dice Picciridda. E ha ragione perché se non riusciamo a trovare nel presente le ragioni per affrontare il problema con umanità, allora andiamo a cercare nel passato le storie e le sofferenze dei tanti italiani che hanno in qualche modo vissuto lo stesso strappo. Grazie Catena Fiorello. Grazie Picciridda.

Ho provato la chat anonima tutta insulti e parolacce

ilgiornale.it
Francesco Maria Del Vigo - Lun, 14/08/2017 - 09:48

L’ha inventata un saudita e in pochi mesi ha conquistato il mondo intero



Ho passato un giorno con Sarahah. E non è stata una bella esperienza. Sarahah non è una donna, ma la chat più in voga del momento.

Se non ne avete ancora sentito parlare non preoccupatevi, tra poco succederà. Sarahah in arabo significa «onestà», un nome dal sapore vagamente grillino per un socialnetwork nato in Arabia Saudita e ora popolare in tutto il mondo. La caratteristica di questa rete è l'anonimato: tutti possono scrivere a tutti senza mostrare la propria identità. E proprio da questo postulato dovrebbe discendere, secondo l'ideatore, tal Zain al-Abidin Tawfiq, la presunta onestà: senza metterci la faccia ognuno può dire quello che pensa del prossimo suo. L'esatto contrario di Facebook, insomma, dove la faccia è la ragione aziendale, ma non ha mai impedito a nessuno di scrivere sesquipedali boiate. Immaginate cosa possa accadere dietro il totale anonimato...

Il genitore di Sarahah sostiene di averla inventata per migliorare le prestazioni sul posto di lavoro. Nelle sue ingenue ambizioni fa quasi tenerezza: doveva essere una chat anonima che permettesse ai dipendenti di dare consigli al proprio datore di lavoro su come ottimizzare le performance. Ovviamente si è subito trasformata in una bolgia infernale di sporcaccionate di ogni genere. E qualche dubbio deve essere venuto anche allo stesso Tawfiq se, ogni volta che provi a scrivere un messaggio, ti compare la scritta: «Lascia un messaggio costruttivo». Una excusatio non petita, un monito disatteso. In 24 ore ho raccolto una ventina di commenti decisamente distruttivi, scritti da chissà chi e ai quali è rigorosamente impedito rispondere.

Per le prime due ore è piuttosto divertente, poi inizia a lievitare una vaghissima incazzatura nei confronti di ignoti, seguita da un certo disgusto per l'umanità. Dopodiché inizi a sospettare di tutti e ad appiccicare nomi e facce ai profili dei vari militi ignoti dell'insulto digitale. Immagini colleghi, ipotizzi conoscenti o vicini di casa che ti recapitano anonimamente gli sfoghi più improbabili, quello che covano quotidianamente dietro i saluti di rito e i viaggi in ascensore. Nelle poche ore di esistenza digitale su Sarahah ho scoperto in ordine sparso: di dovermi tagliare i capelli («dove vai con quella testa?»), di stare sulle balle a un discreto numero di persone, di essere un «servo della casta», un «pennivendolo» e la deiezione di un quadrupede (eufemismo).

A completare il quadro alcune frasi assolutamente prive di senso, una bestemmia e una sfilza piuttosto variegata e ingegnosa di parolacce. A parziale consolazione di questa antologia di improperi sono arrivate anche due proposte sentimental-sessuali. Assolutamente finte. Ma, dopo una teoria infinita di insulti, si è propensi a usare come balsamo per il proprio ego anche le più improbabili missive. Sarahah è un misto tra il microfono aperto di Radio Radicale - quello in cui, sfrequenzando sull'autoradio, sentivi qualcuno smadonnare o insultare il politico di turno - e le vecchie lettere di minaccia scritte coi ritagli dei giornali. Un esperimento sociale divertente, ma dai risvolti potenzialmente pericolosi.

Non a caso la app furoreggia tra i teenager e in molti Paesi del mondo gli esperti hanno già lanciato l'allarme cyberbullismo. A fine serata, disinstallo l'applicazione dal mio iPhone, tiro un sospiro di sollievo e ho un'idea: sogno una app che si chiami Nafaq, in arabo «ipocrisia», dove tutti si fanno i complimenti. Perché se questa è l'onestà, nei rapporti con il prossimo quanto sarebbe bella un po' di sana, educata e garbata ipocrisia?

Ps. Comunque sono andato a tagliarmi i capelli.

La Boschi si smentisce ancora. Nessuna querela a de Bortoli

ilgiornale.it
Roberto Scafuri - Lun, 14/08/2017 - 08:34

Aveva annunciato di volerlo portare in tribunale per le rivelazioni su Banca Etruria. Ma il termine è scaduto



Allora era vero: Ferruccio de Bortoli si conferma giornalista autorevole e quanto riportato a pagina 209 del suo libro Poteri forti (o quasi) non solo non aveva intento diffamatorio verso l'allora ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, ma non è neppure smentibile dalla medesima.
A certificare il «come volevasi dimostrare» è il Fatto quotidiano, che segue sempre le vicende giudiziarie con meticolosa applicazione e ieri ha rilevato che i termini previsti per il reato di diffamazione a mezzo stampa (tre mesi) sono ampiamente trascorsi.

«Il vicepresidente della banca aretina (Etruria, ndr), Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena - è scritto nel libro -, aveva incontrato il faccendiere sardo (Flavio Carboni, ndr) in un paio di occasioni durante le quali gli avrebbe chiesto consigli... L'allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all'ad di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all'ad di una banca quotata. Ghizzoni, comunque, incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere...».

Questo il passo completo che riapre dunque il «caso» dell'attuale sottosegretaria alla presidenza del consiglio. Caso che andrebbe perciò rivalutato su basi nuove e ora certe; non potendolo fare un'aula di tribunale (nel caso fosse arrivata la preannunciata e attesissima querela, avrebbe finalmente potuto essere chiamato a testimoniare Federico Ghizzoni), né la commissione d'inchiesta sulle banche istituita in Parlamento (farà appena in tempo a insediarsi prima che si chiuda la legislatura).

Resterebbe da stabilire soltanto il nodo politico del comportamento della Boschi. La quale, in Parlamento il 18 dicembre 2015, ebbe a dire solennemente: «Io, come ministro, sono sempre stata dalla parte delle istituzioni, non ho mai favorito la mia famiglia, non ho mai favorito i miei amici... Non c'è dunque conflitto d'interessi, non c'è dunque alcun favoritismo, non c'è alcuna corsia preferenziale... Non ho tutelato la mia famiglia». Eppure un ministro delle Riforme e dei Rapporti con il Parlamento che si occupa di una crisi bancarie appare, come ha scritto de Bortoli, almeno «inusuale». Tanto da creare almeno qualche imbarazzo.

Il punto, però, rischia di non essere neppure questo, visto che non c'è alcuna prova di favoritismo. È che la Boschi, contrariamente al ministro Delrio, che ha ammesso di essere intervenuto da sottosegretario alla Presidenza affinché la Popolare dell'Emilia Romagna valutasse l'acquisto di Etruria, ha smentito recisamente di essersene mai occupata. Dunque, sembrerebbe aver mentito in maniera clamorosa (ora documentata) al Parlamento e agli italiani. Di più: «Senza apparire arrogante - aggiunse -, voglio sfidare i firmatari (della mozione di sfiducia del 2015, ndr): mi si dica se sono mai venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare... non aspetterò nemmeno l'esito del voto».

Ecco, siamo consci che sarebbe solo puntiglio o questione di principio. Ma neppure noi vorremmo aspettare oltre.

Dalle carte della Nato ai report su Siria e Libia: i segreti della Farnesina rubati da russi e cinesi

repubblica.it
FLORIANA BULFON

Dal 2013 al 2016 gli hacker hanno bucato le difese del ministero degli Esteri e della Rappresentanza italiana all'Ue. Assalti intensificati quando l'Europa discuteva di Iran, Ucraina e sanzioni a Mosca

I messaggi inviati dalle sedi diplomatiche sulle crisi in Siria e Libia con l'aggiornamento degli interessi italiani in Tripolitania. Le discussioni sull'impatto delle sanzioni alla Russia. I contenuti di riunioni informali tra i ministri della Difesa europei e di quelle del Comitato politico strategico sul contrasto al terrorismo.

E poi i report dei negoziati per il raddoppio del gasdotto Nord Stream, le posizioni dei governi sui flussi migratori sulla rotta balcanica; il consiglio Ecofin con tanto di ordine del giorno commentato e le relative posizioni paese e persino le attività di addestramento della Nato. È il prezioso bottino di cui si sono impadroniti i cyber criminali entrati nella rete informatica della rappresentanza Permanente d'Italia presso l'Ue e della Farnesina. Un'altra prova della debolezza delle infrastrutture strategiche italiane che si aggiunge alla vulnerabilità del vecchio software anti-hacker dell'Esercito di cui ha parlato ieri Repubblica.


L'offensiva è durata dal 2013 al 2016 e ha consentito di accedere alle informazioni sul personale diplomatico, alti vertici compresi. La prima incursione su cinque postazioni della nostra Rappresentanza a Bruxelles dura due giorni, poi le talpe si annidano all'interno della rete e durante un anno e mezzo attaccano altre quattro volte. 1760 i messaggi esfiltrati. Nelle loro mani entra di tutto: dall'approvazione del decreto ricapitalizzazione banche in Grecia agli aggiornamenti sulla presenza Usa in Afghanistan, dall'analisi della situazione in Donbass al rapporto della delegazione Ue sullo stato dell'economia russa.

Neppure l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi è al sicuro, arrivano ad avere informazioni fin nei dettagli dell'incontro a Roma con il presidente iraniano Hassan Rouhani. Gli attaccanti vanno a caccia anche di tutte le comunicazioni relative alla tecnologia industriale, al dual-use e alle commesse commerciali. Si impossessano dei dettagli sulla straordinaria scoperta di giacimenti di gas nel Mediterraneo di Eni, la più grande mai effettuata nell'area, e persino di quelli sulla partecipazione italiana alla cybertech in Israele.

Chi sono i predatori? I nostri analisti ritengono gli attacchi riconducibili a "Uroburos", un malware diffuso dal gruppo Apt 28, per molti legato al Gru, l'agenzia di intelligence militare russa. Ad agire però non sono solo loro. L'intrusione alla Rappresentanza è stata perpetrata anche dai cinesi K3Chang e Zegost. Hanno obiettivi chiari: avere informazioni sulla tutela degli interessi finanziari europei, le misure antifrode. Gli attacchi coincidono con i momenti in cui l'Unione prende decisioni delicate su Iran e Ucraina.

Prima del luglio 2015, quando è stato trovato un accordo sul nucleare iraniano, agiscono sia i russi sia i cinesi. Lo stesso nel gennaio 2016 mentre il Consiglio revoca le sanzioni economiche e finanziarie. Tra il 2 e il 7 settembre 2015 si registra un picco dell'attività di "Uroburos" che torna in azione anche a dicembre. Proprio gli stessi periodi in cui l'Ue deve decidere sulla proroga delle sanzioni nei confronti della Russia.

La Rappresentanza, guidata prima da Carlo Calenda, oggi ministro dello Sviluppo Economico e poi dall'ex ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, è un ottimo accesso alle informazioni che passano sulla rete della Farnesina, ma per i criminali non è sufficiente. L'attacco è incrociato. Tra il 13 e il 14 aprile 2015, 126 utenze del ministero degli Esteri ricevono un messaggio da un account gmail con l'oggetto "Helicopter Initiatives". La mail contiene un link ad un sito creato appositamente e chiuso non appena raggiunto l'obiettivo.

Lo ricevono l'ambasciatore a Malta Giovanni Umberto De Vito e quello a Baghdad Massimo Marotti, membri della rappresentanza presso le Organizzazioni Internazionali a Vienna e della Nato. E ancora il capo di gabinetto, l'ambasciatore Ettore Sequi, oggi a Pechino, e il suo vice Michele Baiano, adesso vice segretario generale. Di fatto l'intero vertice della Farnesina è spiato. Quanto all'attribuzione non è certa, ma si ritiene altamente probabile che sia stato sempre Apt28.

Trascorrono appena pochi mesi e durante l'estate a colpire, secondo gli analisti, sono i cinesi. Questa volta puntano sul ministro e attuale premier Paolo Gentiloni e poi la direzione generale per gli affari politici e di sicurezza, le unità di politica estera e di difesa comune. Ancora oggi non è chiaro cosa abbiano rubato. Dal ministero, dopo aver ammesso un'incursione fino a primavera 2016, si sono affrettati a a dire: "a seguito del primo attacco c'è stato un intervento di rafforzamento", di più "nessun documento sensibile è stato preso". L'attacco però è proseguito almeno per l'intero 2016.

E dire che avevano agito già nell'estate 2013, con la stessa modalità. Dopo tre anni, solo nell'ottobre 2016, è stato costituito un team interministeriale che non potrà però rimediare alla perdita di informazione strategiche per la sicurezza nazionale.

Quei bunker della Guerra Fredda ai piedi delle Dolomiti

repubblica.it
di PAOLO RIBICHINI

Non solo le trincee della Grande Guerra. Nei Monti Pallidi, in Alta Pusteria, è possibile scoprire un complesso network di cunicoli pensato per difendere l'Italia da possibili invasioni da Est. Scopriamoli, a cominciare dal museo sotterraneo tra Dobbiaco e San Candido

Quei bunker della Guerra Fredda ai piedi delle Dolomiti
Il bunker all'esterno (foto Paolo Ribichini)

Non solo Grande Guerra. Sulle Dolomiti in molte località è possibile visitare trincee e fortificazioni della Prima Guerra Mondiale. In pochi, però, sanno che in Alta Pusteria esiste un complesso sistema di bunker – fino a poco tempo fa assolutamente segreto – per difendere l’Italia da possibili invasioni da est in un passato ben più recente. Le fortificazioni sarebbero dovute servire a fermare l’eventuale avanzata delle truppe ungheresi e di quelle sovietiche durante un conflitto mai realmente combattuto, la Guerra Fredda.

La guerra segreta. Per decenni, tra verdi campi, rigogliosi boschi e balconi colorati da rossi gerani, in totale segreto l’esercito italiano ha presidiato il vicino confine all’interno di un sofisticato sistema difensivo che avrebbe dovuto fermare l’avanzata delle truppe del Patto di Varsavia. La realizzazione di un sistema difensivo sulle montagne fu messo in cantiere da Mussolini negli anni trenta, quando Hitler avviò il progetto di una Grande Germania in cui racchiudere tutti i popoli tedeschi. Dopo l’annessione dell’Austria e dei Sudeti, il regime fascista temeva che la Germania potesse rivendicare anche l’Alto Adige. Ma, scoppiata la guerra il cosiddetto Vallo Alpino non fu mai ultimato.

Il progetto, soprattutto in Alta Pusteria, fu poi portato avanti e ultimato negli anni cinquanta, sotto l’egida della Nato. Cambiava il nemico, non la minaccia. La Val Pusteria, infatti, era una delle poche “porte” d’ingresso verso la Pianura Padana, un punto strategico da difendere in tutti i modi. Fu, quindi, realizzata una fitta rete di bunker, gallerie e fossati che avrebbero rappresentato il primo sbarramento all'avanzata delle truppe del Patto di Varsavia. Senza dimenticare il presidio fisso di 1.500 uomini delle truppe alpine, destinati alle caserme di frontiera come la “Cantore” di San Candido. Per fortuna questa guerra non fu mai combattuta. Nel 1993 i bunker vennero dismessi e nei primi anni 2000 sono stati ceduti alla provincia autonoma di Bolzano che li ha messi all’asta.

Il bunker-museo. Uno di questi bunker, posto tra Dobbiaco e San Candido, è oggi un suggestivo museo sotterraneo, reso fruibile grazie al contributo di un'associazione culturale locale, la “Pro Historia”. Percorrendo da Dobbiaco verso San Candido la strada statale 49 della Pusteria un piccolo e laconico cartello indica a sinistra la presenza di un bunker. Una stretta e dritta strada perpendicolare alla statale procede verso il bosco. L’ultimo tratto in salita su una stretta via di erba e brecciolino va percorsa a piedi. Giunti al limite del bosco, una roccia sporge tra i larici. Alla sua sinistra una porta camuffata conduce in un’altra dimensione.

Poco più di 20 gradini in discesa conducono in un buio e umido corridoio. Infine, si entra nel bunker vero e proprio, l’ultimo avamposto, quello più lontano dal confine, preceduto da un fossato che avrebbe dovuto sbarrare la strada ai carri armati sovietici lungo la linea di spartiacque che divide l’impluvio danubiano da quello adriatico. La costruzione è realizzata quasi completamente sotto terra, con una profondità di 10 metri ed è protetta da mura in calcestruzzo dello spessore di 5-7 metri.

Muovendosi per stretti corridoi, si possono visitare le stanze degli ufficiali e la camerata della truppa, si possono vedere da vicino i sistemi di areazione e deumidificazione, i punti di fuoco per le mitragliatrici e i cannoni, la torretta d’avvistamento. Tutto è rimasto come fu lasciato dagli alpini nel 1993. In una sala, inoltre, alcuni pannelli raccontano la storia delle fortificazioni italiane, prima in funzione anti-tedesca e poi come struttura difensiva durante la Guerra Fredda. Un’istallazione sonora rievoca il clima nel quale fu progettato, realizzato e utilizzato il bunker, dal fascismo alla caduta del Muro di Berlino.

Quei bunker della Guerra Fredda ai piedi delle Dolomiti
Un corridoio del bunker (foto Paolo Ribichini)

Raccontare la Guerra Fredda in Pusteria. «Abbiamo deciso di ristrutturare e trasformare questo vecchio bunker denominato “Opera 1” di circa 250m2 di superficie in una sorta di monumento alla pace ed infine in un luogo di apprendimento storico non solo per i giovani, scolari e studenti, ma per persone di tutte le fasce di età», spiega l’associazione “Pro Historia”. «Nel bunker il visitatore si rende conto del pericolo scampato in quegli anni e dell’equilibrio precario che esisteva tra guerra e pace». Infatti, diversamente dalle trincee e dalle fortificazioni della prima guerra mondiale, ormai veri e propri ruderi d’alta montagna, questi bunker dismessi 24 anni fa, rievocano un passato quasi contemporaneo.

Le altre fortificazioni. “Opera 1” è – al momento – l’unico bunker visitabile. Ma è possibile scovarne altri pedalando lungo la pista ciclabile, da Dobbiaco al confine di Stato a Prato alla Drava. Varie fortificazioni e fossati sono visibili a Versciaco nei pressi della stazione a valle degli impianti di risalita e poi, appunto a Prato alla Drava, a pochi metri dall’Austria.

L’Helm Haus. In alta montagna è possibile raggiungere a piedi la Helm Haus, un’ex caserma della Guardia di Finanza posta in cima al Monte Elmo esattamente al confine con l’Austria, a circa 2.400 metri d’altitudine. Dalla caserma si poteva controllare il traffico di contrabbando e soprattutto si poteva avere una vista piena della Pusteria austriaca in caso di incursioni militari ostili. L'edificio fu realizzato nel 1889 come rifugio da club alpino locale. Al termine della prima guerra mondiale l'edificio divenne parte integrante del cosiddetto Vallo alpino e poi venne utilizzato in ambito Nato. Abbandonato nel 1980, l’edificio è caduto in rovina anche se recentemente alcune associazioni e i comuni limitrofi hanno espresso l’intenzione di recuperarlo. La casermetta può essere raggiunta a piedi dal Rifugio Monte Elmo, seguendo la strada per il rifugio Gallo Cedrone e proseguendo verso est sul fianco della montagna.