lunedì 18 dicembre 2017

“Cattolici obiettori sul fine vita”

lastampa.it
francesco grignetti, alessandro Mondo

L’arcivescovo di Torino: «Mai nei nostri ospedali». La Regione: «Legge da rispettare» Dura reazione della senatrice Pd madrina del testo: «Il rifiuto sarà considerato un reato»



Per il momento sono voci isolate, ma avvisaglie di una possibile rivolta. L’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, sferza il mondo cattolico perché non si è battuto abbastanza contro il biotestamento. E l’arcivescono di Torino, Cesare Nosiglia, a sua volta, appoggia la ribellione del Cottolengo. E l’associazione “Aris Piemonte” che rappresenta i 14 presidi sanitari accreditati e privati del sistema sanitario, si schiera con l’arcivescovo. José Parrella, il presidente, è pronto a una battaglia: «Ci assumeremo tutte le nostre responsabilità e dovremo tutelarci sotto il profilo giuridico». Il caso intanto è all'attenzione del ministero della Salute e non è escluso che oggi ci sia una presa di posizione del ministro Beatrice Lorenzin.

Il senatore Carlo Giovanardi, Idea, che quel mondo lo conosce bene e che in Parlamento s’è opposto allo spasimo contro la legge, si aspetta una larga sollevazione. «Avverto - dice - il disagio fortissimo dei medici cattolici a cui non è stato concessa l’obiezione di coscienza e degli istituti religiosi, specie quelli che accolgono bambini e minori disagiati. Io non condivido nulla di questa legge. Ma se è chiaro almeno il meccanismo di un maggiorenne che lascia le sue disposizioni testamentarie, qualcuno mi deve spiegare che si fa con un bambino, magari uno di quelli assistiti dalla Lega del Filo d’Oro, che non parlano, non vedono e non sentono. Oppure quei bambini che sono inconsapevoli fin dalla nascita e sono accuditi al Cottolengo o istituti simili». 


Ansa

Una prima risposta viene dall’assessore alla Sanità del Piemonte, Antonio Saitta, cattolico di lungo corso: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante, ma il dibattito è finito. In democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore». 

Ecco perchè «l’applicazione del provvedimento riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature». Intanto interviene il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Guido Giustetto: «La legge è molto equilibrata». E invece è molto duro Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo di Torino si pone fuori dal servizio sanitario nazionale, la Regione deve revocare tutte le convenzioni». 


Lapresse

La senatrice Emilia De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina della legge, a sua volta è indignata. «Se ci sono problemi del genere, che facciano ricorso alla Corte costituzionale. Ma il biotestamento ora è legge dello Stato e tutti sono tenuti ad osservarla. Non possono mica decidere da soli, un vescovo qui e uno lì, la serrata di una clinica. Mi sembra un intervento a gamba tesa contro una legge sostanzialmente mite e liberale. Non si obbliga nessuno; si dà una possibilità in più. E poi, chiedo, che cosa vuol dire questa serrata? Ci sarà una clinica che rifiuterà di dare soccorso a un traumatizzato grave per incidente stradale perché ha registrato le sue Dat? Qui si va sul penale». 

Tribunale di Milano: l’Inps eroghi il “premio di nascita” a tutte le madri

lastampa.it



Ha «carattere discriminatorio» la condotta dell’Inps «consistente nell’aver introdotto requisiti non previsti dalla legge del 2016 per poter beneficiare del cosiddetto “premio alla nascita” come il permesso di soggiorno di lungo periodo. Il premio va quindi esteso «a tutte le future madri» straniere «regolarmente presenti in Italia che ne facciano domanda». Lo ha deciso il giudice del Tribunale civile di Milano accogliendo il ricorso di APN - Avvocati per niente Onlus, A.S.G.I. Associazioni Studi Giuridici sull’Immigrazione e Fondazione Guido Piccini per i Diritti dell’Uomo Onlus.

«Per quanto attiene le modalità attraverso cui ordinare la cessazione del comportamento pregiudizievole e l’adozione di provvedimenti idonei a rimuovere gli effetti della discriminazione - scrive il giudice - si rileva che» alla luce della legge e della disciplina comunitaria di riferimento, «l’unica possibile soluzione è quella di estendere il beneficio assistenziale denominato `premio alla nascita´ a tutte le future madri regolarmente presenti in Italia che ne facciano domanda e che si trovino nelle condizione giuridico-fattuali» previste dalla legge stessa.

«Infatti - scrive il magistrato - se è pur vero che la disparità di trattamento può essere superata anche attraverso l’introduzione di requisiti ulteriori a carico dei cittadini comunitari, è altrettanto indiscutibile che l’odierno giudicante deve adottare una soluzione conforme al diritto interno e comunitario, non potendosi in alcun caso sostituire al legislatore».

Quei maestrini dell'odio di classe che hanno fatto scuola ai terroristi

ilgiornale.it
Luca Fazzo

Il gruppo di Sofri propagandava la rivoluzione con campagne mediatiche violente. Da Calabresi allo sberleffo sui parà morti



Una sola, doverosa ammissione: quelli di Lotta Continua erano più simpatici. Mentre nelle bande di picchiatori dell'ultrasinistra degli anni '70 si respirava un cupo clima militare, e a Milano si favoleggiava persino che uno dei «servizi d'ordine» facesse pratica spaccando i crani ai morti all'obitorio, nel gruppo che ruotava intorno a Adriano Sofri una certa ironia di fondo, un'amore per la trasgressione preservava da eccessi di seriosità, e tenne poi aperte le porte agli esiti individuali più disparati: chi finì nel Psi, chi nei monasteri indiani, chi nella lotta armata.

D'altronde erano dei bei cervelli: tanto per fare un paragone, gli unici del Movimento Lavoratori per il Socialismo - arcinemici di Lc, e protagonisti di selvaggi pestaggi ai suoi danni - a fare poi carriera sono stati i fratelli Boeri, mentre Lotta Continua ha espresso una bella fetta della nomenklatura della Seconda Repubblica, da Gad Lerner a Gianfranco Miccichè.

Fine dei complimenti. Perché il manifesto che svetta in un ufficio della questura di Pisa non racconta la storia di un gruppo di raffinati intellettuali, ma di quelli che un bel libro di Aldo Cazzullo definisce «i ragazzi che volevano fare la rivoluzione». Gente effettivamente convinta che l'Italia degli anni Settanta potesse e dovesse trasformarsi in un paese comunista, e che per raggiungere l'obiettivo ogni violenza fosse lecita. L'odio di classe come carburante dello scontro finale.

Della carica di odio che accompagnò la campagna più celebre di Lotta Continua, quella contro il commissario Luigi Calabresi - campagna prima mediatica e poi militare, culminata con l'assassinio da parte di un commando di Lc - si sa tutto. Ma forse ancora più abominevole e più significativo fu il titolo con cui il 10 novembre 1971 Lotta Continua annunciò in prima pagina l'incidente aereo in cui, a bordo di un Hercules inglese, avevano perso la vita 46 paracadutisti della Folgore. Erano ragazzi sui vent'anni, il più alto in grado un sottotenente. «Quarantasei fascisti in meno»: sembra di sentirli ridere, Sofri e il suo staff, mentre in redazione confezionano il giornale.

L'intelligenza non impediva il fanatismo, e anzi ne aggravava le conseguenze. Non è un caso che nessun gruppo extraparlamentare abbia fornito tanti militanti al terrorismo quanti, a partire dalla metà degli anni Settanta, ne espresse Lotta Continua. In pratica, metà del gruppo dirigente di Prima Linea - da Roberto Sandalo a Sergio Segio a Marco Donat Cattin - veniva dalla fucina di Lc. E questa provenienza fu una delle cause della diffidenza da parte delle Brigate Rosse, che dall'alto della loro ortodossia leninista non potevano apprezza il pastiche ideologico in cui Lotta Continua si era formata.

Della piega che prendevano le cose, dello smottamento progressivo dalla violenza di piazza alla lotta armata, Sofri si rese perfettamente conto, e fece forse l'unica scelta possibile: a Rimini, nel novembre 1976, accompagnò Lotta Continua verso lo scioglimento. Fu un «rompete le righe», il via alla diaspora: da quel giorno i «ragazzi che volevano fare la rivoluzione» presero la loro strada nella vecchia politica, nel giornalismo, negli affari. Sofri, e di questo bisogna dargli atto, spinse in questa direzione per evitare guai peggiori. Ma ormai il danno era fatto.

Caso Moro, quella zampata sovietica dietro il sequestro

liberoquotidiano.it
di Elisa Calessi

Caso Moro, quella zampata sovietica dietro il sequestro

La verità sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro va riscritta. Da cima a fondo. È questa la conclusione a cui arriva l' immane lavoro fatto dalla commissione di inchiesta parlamentare presieduta da Beppe Fioroni e che proprio ieri ha presentato la relazione finale in Parlamento: 700mila pagine di documentazione, riassunte in un testo finale che accende i riflettori su diversi aspetti finora non emersi. Primo: il ruolo dell' Unione sovietica, in particolare di un suo agente, noto ai Servizi italiani.  Secondo: i rapporti con l' Olp. Terzo: la casa dello Ior dove visse Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Aldo Moro. E ancora: la latitanza di Alessio Casimirri in Nicaragua, il ruolo di ambienti criminali o border-line, l' azione di Bettino Craxi e di ambienti milanesi nel tentativo di salvare la vita dello statista democristiano.

Sono questi, per sommi i casi, gli «elementi nuovi» emersi nel lavoro della commissione. Novità che, come ha precisato Fioroni, «sono state immediatamente trasmesse alla procura di Roma». Non è detto, quindi, che non ci siano sviluppi imprevisti, come la riapertura dell' inchiesta. Intanto la commissione, grazie non solo alle migliaia di audizioni fatte, ma anche alla possibilità di acquisire documenti finora coperti dal segreto, offre una prima verità sui 55 giorni di quel 1978. Diversa da quella finora data per certa. Il primo elemento riguarda la casa dove Valerio Morucci e Adriana Faranda, due dei brigatisti che organizzarono rapimento e sequestro, furono arrestati il 29 maggio 1979.

Finora si era sempre detto che l' arresto avvenne grazie ai gestori di un concessionario che vendeva auto, da cui Faranda comprò due vetture. Invece ci fu un altro canale, attivato dalla Digos. E aveva a che fare con il proprietario di quella casa. L' appartamento di via Giulio Cesare, dove furono trovati Morucci e Faranda, era di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio, agente dell' Unione sovietica, uomo del Kgb, ma anche confidente degli 007 italiani. Sarebbe stato lui a «negoziare» con i Servizi italiani l' arresto dei due brigatisti per salvare la figlia, che infatti ebbe un trattamento piuttosto morbido. Il suo ruolo è accennato in una nota del Sismi che però, misteriosamente, viene tenuta nascosta ai magistrati che allora indagano sulla vicenda.

Altra novità inquietante è che Moro poteva essere salvato. «Una semplice lettura combinata dei documenti programmatici delle Brigate rosse e delle informative che provenivano dal Medio Oriente», si legge nella relazione, «avrebbe consentito di individuare una specifica necessità di tutelare la persona dell' onorevole Moro». Viene riscritta la dinamica dell' attentato in via Fani.

C' è poi il ruolo dello Ior, la cosiddetta Banca Vaticana: era di proprietà dell' Istituto, infatti, il «complesso» che «ospitò nella seconda metà del 1978 Prospero Gallinari e che era caratterizzato dalla presenza di prelati, società Usa, esponenti tedeschi dell' autonomia, finanzieri libici e di due persone contigue alle Brigate rosse». Quella casa potrebbe essere stata utilizzata «per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista». Altro elemento che emerge «con chiarezza» è che non c' è stata una «regia unica» nella vicenda Moro.

In conclusione, il rapimento e l' omicidio dello statista democristiano non sono solo opera di quattro brigatisti, non è un affare solo interno alla sinistra, «ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale».

Quasi cinque milioni lavorano di domenica. Scontro sulle regole

lastampa.it
paolo baroni

Il Papa rilancia: giorno di riposo, non siamo schiavi


Il centro commerciale City Life District a Milano. In Italia il 20% dei lavoratori dipendenti lavora la domenica

«Siamo figli, non schiavi», ricorda Francesco durante l’udienza generale del mercoledì. Il Papa parla dell’importanza della messa della domenica ed inevitabilmente il suo discorso cade sulla necessità di riposare nei giorni di festa, argomento che negli ultimi giorni ha infiammato il dibattito politico. «L’astensione domenicale dal lavoro non esisteva nella società romana – ha spiegato - è un apporto specifico del cristianesimo. Fu il senso cristiano del vivere da figli e non da schiavi, animato dall’Eucaristia, a fare della domenica, quasi universalmente, il giorno del riposo». Del resto sostiene il Papa «che domenica è, per un cristiano, quella in cui manca l’incontro con il Signore?».

Prese di posizione molto forti come pure polemiche roventi su domeniche e orari dei negozi non sono certo nuove, dal referendum del 1995 che bocciò la deregulation proposta dai radicali alle prime liberalizzazioni di Bersani (1998), sino a quelle di Monti del 2011 ed agli sviluppi più recenti, come la campagna «Liberaladomenica» promossa nel 2012 da Confesercenti e Cei o la legge molto tribolata approvata nel 2014 dalla Camera. Nei fatti una controriforma, visto che introduce 12 giorni di chiusura e sei possibili deroghe, che una volta arrivata in Senato poi si è però arenata. A rispolverarla è stato l’altro giorno il candidato premier dei 5 Stelle Luigi Di Maio, ovviamente molto soddisfatto per le parole di Francesco, che ieri però è stato bacchettato da Susanna Camusso che lo ha accusato di aver scoperto in ritardo il problema.



Ma la querelle del lavoro domenicale non riguarda solo il commercio, anzi. Quello delle persone impegnate nei giorni festivi è infatti un esercito che sfiora i 5 milioni di addetti: 3,4 milioni di lavoratori dipendenti e un milione e 300mila autonomi. Il grosso è certamente rappresentato dagli occupati nel terziario (688mila che lavorano in alberghi e ristoranti, più i 579mila del commercio), ma non sono di meno i dipendenti pubblici (686mila tra sanità e sicurezza, più 329mila della Pa), o quelli dell’industria (329mila), dei servizi collettivi e alla persona (241.400), quelli impegnati nei trasporti (215.600) o nei servizi alle imprese (203.900). In media in Italia 2 lavoratori dipendenti su 10 sono impiegati anche nei giorni festivi. Non molti se si guarda alle statistiche: a fronte di una media Ue pari al 23,2% l’Italia col 19,5% si piazza infatti al 24esimo posto su 28 paesi.

In gioco ci sono insomma posti di lavoro, interessi economici, diritti, questioni religiose e, morali, ma anche abitudini ormai consolidate dei consumatori.Ma giunti a questo punto, sembra molto difficile fare marcia indietro. Spiega Enrico Valdani, presidente del Cermes, il centro di ricerca su marketing e servizi della Bocconi: «Se tornassimo al passato metteremmo in crisi tutto il settore della grande distribuzione organizzata con impatti sull’occupazione molto rilevanti. Più che chiudere la domenica bisognerebbe farlo il lunedì ed il martedì, i giorni più morti visto che quasi il 670% degli affari ormai si concentra nei fine settimana».



Secondo Federdistribuzione per i punti vendita aperti tutti i giorni la domenica è infatti diventato il secondo giorno della settimana per ingressi e fatturato e pesa per il 17% nei punti di vendita food ed il 22% negli altri settori. «Nei weekend i retailer registrano in media un +120% di incassi rispetto ad un normale giorno della settimana» confermano da Confimprese, associazione che raggruppa le imprese del commercio moderno. Spiega il loro presidente Mario Resca: «Se tornassimo a normare le domeniche le nostre imprese perderebbero il 15% dei posti di lavoro». I 5 stelle invece insistono e definiscono fallimentari gli effetti della deregulation visti i 7,7 miliardi di vendite retail in meno tra il 2010 e il 2016 non tutti attribuibili alla crisi o all’avanzate dell’e-commerce. Con la legislatura ormai agli sgoccioli molto difficilmente però la legge taglia-domeniche andrà in porto.

Perché Santa Lucia non è il giorno più corto che ci sia?

lastampa.it
PAOLO MAGLIOCCO


Per alcuni, il 13 dicembre è il giorno in cui si fanno i regali ai bambini

In Italia tutti conoscono il detto «Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia». Il 13 dicembre viene festeggiato in alcuni luoghi del nostro Paese (Bergamo, per esempio) come il giorno in cui si fanno i regali ai bambini. In Svezia, e in generale nei Paesi nordici, la notte di santa Lucia è accompagnata da tradizioni e cerimonie che celebrano la luce e un sonetto del poeta inglese John Donne canta come «la mezzanotte dell’anno». Eppure non è questo il giorno più breve, quello in cui tra l’alba e il tramonto trascorre il minor numero di ore e dopo il quale le giornate tornano finalmente ad allungarsi: il solstizio cade invece il 21 o il 22 di dicembre (quest’anno il 21).

La responsabilità dello sfasamento tra la tradizione e la realtà ricade su Giulio Cesare e sulle conoscenze astronomiche non del tutto precise dei Romani, o meglio dell’astronomo Sosigene di Alessandria. Fu a lui, infatti, che Cesare nel 46 a.C. diede incarico di mettere ordine nel calendario in uso all’epoca, che vedeva continui sfasamenti. Il calendario giuliano fu un deciso passo avanti, grazie all’introduzione del mese bisestile ogni quattro anni. Il giorno in più serviva, come accade ancora oggi, a recuperare la differenza tra i 365 giorni dell’anno segnati normalmente dal calendario e i 365 giorni e 6 ore che rappresentano l’effettiva durata del tragitto che la Terra compie attorno al Sole. Sei ore in più per quattro anni danno appunto la durata di un giorno, che dovrebbe riportare in pari le cose.

Purtroppo, però, le 6 ore usate per il calcolo dell’anno bisestile sono solo una approssimazione della durata esatta dell’anno solare che è di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. La differenza è poco più di undici minuti, abbastanza per portare nei secoli ad accumulare un ritardo che a un certo punto era arrivato attorno ai dieci giorni. Nel Medioevo il solstizio era dunque più vicino al giorno di santa Lucia che al 21 dicembre, giustificando pienamente le tradizioni popolari.

Fu solo nel 1582 che le cose vennero rimesse a posto. Papa Gregorio XIII che, anche lui con l’aiuto degli astronomi e soprattutto del calabrese Luigi Giglio, diede il via al calendario gregoriano e decise di far saltare il mondo dal 4 al 15 ottobre: i giorni in mezzo, quelli dal 5 al 14 ottobre del 1582, per molti dei nostri calendari non sono mai esistiti. Dopodiché, per evitare nuovi slittamenti come nel calendario di Giulio Cesare, il meccanismo scelto da papa Gregorio introdusse un sistema di compensazione che in corrispondenza dell’inizio del secolo fa saltare l’anno bisestile (e siccome anche così il calcolo non è del tutto preiso, pure questa regola ha però la sua eccezione e lascia bisestili gli anni corrispondenti al secolo che siano divisibili per 400, motivo per cui il 2000 è stato bisestile).

Dal 1582 dunque il solstizio si è spostato dove lo conosciamo oggi, anche se non tutti i Paesi adottarono il nuovo calendario nello stesso anno: John Donne scrisse il suo sonetto all’inizio del 1600, cioè dopo la riforma, ma in Inghilterra il calendario gregoriano arrivò solo nel 1750 e quindi per lui il solstizio era ancora attorno al 13 dicembre. L’insurrezione dei bolscevichi a Pietrogrado del 1917 avvenne a ottobre per Lenin e i suoi (in Russia si usava ancora il calendario giuliano) e a novembre per gran parte del resto d’Europa.

Gli appassionati di astronomia segnalano che comunque attorno al 13 dicembre qualcosa nelle nostre giornate succede. È in questi giorni, infatti, che il tramonto del Sole avviene, secondo i nostri orologi, all’ora minima. Dipende da una complicata questione di calcoli dell’ora media, cioè quella che segnano gli orologi, e ora reale, ma fatto sta che da oggi in poi il tramonto si sposta un poco in avanti, dando l’impressione che i giorni siano già tornati ad allungarsi.

Terrorismo, anche un "like" a video Isis è un indizio di colpevolezza

repubblica.it

Secondo la Cassazione, può giustificare la custodia cautelare in carcere per apologia del terrorismo
Terrorismo, anche un "like" a video Isis è un indizio di colpevolezza
Anche mettere "like" a un video dell'Isis può rappresentare un grave indizio di colpevolezza che giustifica la custodia cautelare in carcere per apologia del terrorismo. Lo ha stabilito la Cassazione in merito al caso di un uomo di origine kosovara, residente nel Bresciano e ora espulso dal nostro paese, che era stato sottoposto a misura cautelare poi annullata dal tribunale del Riesame. Il procuratore della Repubblica di Brescia, dopo una prima pronuncia della Suprema Corte e un nuovo annullamento del Riesame, aveva presentato un secondo ricorso rilevando che "il richiamo costante ed esplicito al conflitto bellico in corso di svolgimento sul territorio sirio-iracheno, contenuto nelle registrazioni pubblicate e condivise sul profilo Facebook" dell'indagato, "rappresentava un idoneo e qualificato riferimento all'Isis".

Il Riesame bresciano, "pur riconoscendo che il termine 'Jihad' evoca la guerra santa", aveva sottolineato nel ricorso il capo della Procura, "ha ritenuto che nelle videoregistrazioni non vi siano sufficienti elementi per ricondurre univocamente i richiami alla guerra santa, in esse contenuti, all'Isis, sul rilievo che lo Stato islamico era solo una delle parti belligeranti del conflitto sirio-iracheno e non era stata dimostrata la volontà" del kosovaro "di riferirsi proprio all'Isis e non ad altri combattenti". Un'argomentazione che, secondo il capo del pm di Brescia, risulta "contraddittoria e incongrua", con cui si ridimensiona anche "l'importanza" dell'opzione 'like'" che l'indagato aveva apposto ad uno dei video pubblicati in rete.

La V sezione penale della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, accogliendo il ricorso della Procura, ha sottolineato che "è pacifico" che lo straniero "abbia inneggiato apertamente allo Stato islamico ed alle sue gesta ed ai suoi simboli", mentre i giudici del Riesame "non hanno tenuto conto dei contatti" dell'uomo "con altri soggetti già indagati per terrorismo islamico". Inoltre la "durata", pari a 11 giorni, "della condivisione" di due video inneggianti all'Isis "sul profilo Facebook" dell'indagato e la "circostanza che uno dei due sarebbe stato diffuso con la sola opzione 'mi piace'" sono elementi "non certo idonei a ridurre la portata offensiva della sua condotta - scrivono gli 'alti' giudici - attesa la comunque immodificata funzione propalatrice svolta in tale contesto dal social network facebook". Il Riesame di Brescia dovrà quindi occuparsi di nuovo del caso, attenendosi ai principi dettati dalla Cassazione.

Contro la leucemia, solo un farmaco per ricchi. Novartis non cede sul prezzo

repubblica.it
di FRANCO ZANTONELLI

Il ceo Reinhardt difende il Kymriah, che costa 400mila euro. Ma per l'oncologo Cavalli "il costo va moltiplicato per tre in quanto, perché sia efficace, obbliga i pazienti a sottoporsi a tutta una serie di trattamenti collaterali, che sono parecchio cari"

Contro la leucemia, solo un farmaco per ricchi. Novartis non cede sul prezzo

LUGANO - Se quasi mezzo milione per una terapia anti-cancro vi sembrano uno sproposito, non avete ancora sentito parlare del Kymriah, l'ultimo ritrovato nella lotta alla leucemia. Il cui costo è di 475 mila franchi, ovvero poco più di 400 mila euro. Messo a punto da un ricercatore dell'università della Pennsylvania, è un prodotto dell'elvetica Novartis.

Il presidente del cda della multinazionale, Jörg Reinhardt, per rintuzzare le accuse di farmaco per soli ricchi, piovute sul Kymriah, l'ha difeso in un'intervista al quotidiano Blick di Zurigo. "Innanzitutto- ha detto -stiamo parlando di un trattamento di una sola volta, mentre le terapie standard, arrivando a costare 100 mila franchi all'anno, possono diventare molto più care". "Il Kymriah- ha aggiunto il numero uno di Novartis -non è semplicemente una pastiglia, ma un processo altamente complesso". "Ai pazienti- ha spiegato -vengono prelevate cellule, che vengono geneticamente modificate, a livello terapeutico, quindi di nuovo introdotte".

L'oncologo svizzero di fama internazionale, Franco Cavalli, obietta: "E' vero che il Kymriah è una metodologia nuova. Però l'unica malattia per cui si è dimostrato efficace è la leucemia per bambini", spiega a Repubblica. Cavalli, che per molti anni ha collaborato con Umberto Veronesi, contesta senza mezzi termini i dati sul costo del prodotto di Novartis. "Va moltiplicato per tre in quanto, perché sia efficace, obbliga i pazienti a sottoporsi a tutta una serie di trattamenti collaterali, che sono parecchio cari". "In realtà- aggiunge -siamo di fronte all'ennesimo esempio di farmaci che diventano impagabili. È una situazione insostenibile, contro cui, in tutto il mondo, molti oncologi stanno insorgendo".

"Consideri- rincara l'oncologo svizzero -che l'industria farmaceutica ha un margine di profitto del 25% e vedrà che il costo del Kymriah potrebbe essere assai più basso". Al riguardo va detto che, a fronte di una cifra d’affari di 48,5 miliardi di dollari, nel 2016 Novartis ha registrato un utile netto di 6,7 miliardi. In calo del 5% per la concorrenza dei generici. Quanto al Kymriah, per adesso non è prevista la distribuzione in Italia poiché i centri per l'estrazione dei globuli bianchi, la loro manipolazione e il successivo reimpianto si trovano tutti negli Stati Uniti.

Che il Kymriah sia un farmaco esclusivo l'ha lasciato capire lo stesso presidente di Novartis, affermando che, per il momento, sono previsti 600 trattamenti all'anno. Che nessun sistema sanitario nazionale può permettersi di finanziare. Intanto, quella che è ritenuta la prima terapia genica anti-leucemica, ha ricevuto il via libera della Food and Drug Administration statunitense. Negli USA sono stati condotti, tra l'altro, alcuni test su pazienti in giovane età. Nell'83% dei casi è stata registrata la remissione della malattia. Insomma, sarà per ricchi ma funziona.

Gli antifascisti non si indignano se il vessillo è di Lotta Continua

ilgiornale.it
Paolo Bracalini

Da Repubblica al Pd, bocche cucite sulla bandiera nell'ufficio del commissario. Il questore: indaghiamo



Un bagnino nostalgico del Ventennio è diventato l'emergenza nazionale la scorsa estate, la bandiera della Marina imperiale tedesca trovata in una caserma dei carabinieri il preavviso del nazismo alle porte, invece per un manifesto di Lotta Continua appeso in un ufficio della Questura di Pisa nessun allarme, zero domande, silenzio tombale da chi fomenta da mesi la campagna sulla fantomatica «onda nera» neofascista in Italia. Ieri il Giornale ha raccontato il fatto: un pugno chiuso su fondo rosso con la scritta Lotta Continua incorniciato dietro alla scrivania di un sottocommissario della Polizia («È un trofeo di guerra» è stata la risposta abbozzata e poco esaustiva).

Quantomeno qualche interrogativo potrebbe sollevarlo, dopo aver dichiarato pericolo pubblico il bagnino di Chioggia per l'imitazione di Mussolini in versione balneare (subito indagato, poi tutto archiviato dalla Procura), invece sulla vicenda di Lotta Continua si registra la calma piatta. Anche se Pisa non è un luogo neutro per Lc, che nasce dal Potere operaio pisano, dove era attivo appunto Adriano Sofri leader del movimento di estrema sinistra (e mandante dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi secondo la sentenza). Invece neanche una riga su Repubblica, neppure nelle pagine locali toscane, storia completamente ignorata dal quotidiano altrimenti molto attento a segnalare allarmi estremisti.

Il Tirreno riporta invece che il questore Alberto Francini ha invitato l'agente a rimuovere il quadro e ha avviato una verifica interna («Sul valore del sostituto commissario nulla da dire. È stato premiato per aver contribuito alle indagini che hanno smantellato le nuove brigate rosse contribuendo all'arresto della Lioce quando era alla Digos di Firenze. Sull'opportunità di avere quel drappo ricordo in ufficio si faranno le necessarie valutazione e saranno presi eventualmente i conseguenti provvedimenti»). Probabile si tratti solo di una scelta inopportuna del poliziotto, che però non solleva il polverone che invece ha travolto il giovane carabiniere che a Firenze (e neppure nell'ufficio) aveva una bandiera della marina del Secondo Reich, comprata su internet come altre insegne militari di cui è appassionato.

«È stata una leggerezza, non sapevo che fosse un simbolo dei neonazisti. Mi sono iscritto alla facoltà di storia dell'Università La Sapienza di Roma e voglio laurearmi - ha spiegato il 23enne militare dell'Arma -. Chiedo scusa - avrebbe anche detto - se ho violato i regolamenti». Ma su di lui si sono scatenate le reazioni immediate anche ai massimi livelli. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha chiesto al comandante generale dell'Arma dei Carabinieri «chiarimenti rapidi e provvedimenti rigorosi» mentre il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha parlato di «fatto inquietante rispetto al quale bisogna reagire». Stessa linea dei giornali di sinistra e del Pd, che hanno cavalcato lo spettro del rischio nazifascista.

Neppure una parola invece sulla bandiere di Lotta Continua nella questura di Pisa, nemmeno di circostanza, per chiedere un chiarimento rapido ai vertici della Polizia. Se ne sono accorti i social network, che chiedono alla Pinotti (e alla Boldrini) di intervenire sulla vicenda, inutilmente. Altri tweet: «Dove sono tutti quelli che protestavano contro i simboli politici nei luoghi istituzionali? Tutti zitti come cani addomesticati? È normale una bandiera di Lotta Continua in una #Questura? Vi scandalizzate a giorni alterni in base ai vostri porci comodi?». Oppure: «Una settimana di polemica per una pseudo bandiera nazista; nessun clamore per il manifesto in questura di LottaContinua. Benvenuti in Italia, il paese dei due pesi e due misure».

I Mussolini querelano la Rai: "Violata la tomba di famiglia"

ilgiornale.it
Fabrizio Boschi

L'ira della nipote del Duce, Alessandra: "Comizio non autorizzato di Agorà insieme all'Anpi"



Questa volta si è oltrepassato il segno. Il servizio pubblico della Rai si è trasformato in diffamazione.
È sempre Agorà l'imputata, trasmissione mattutina di RaiTre, famosa per la sua faziosità, superiore anche a quella di Fabio Fazio e Bianca Berlinguer. La troupe va a Predappio per raccontare dell'iniziativa del sindaco Pd, Giorgio Frassineti, di trasformare l'ex Casa del Fascio, oggi abbandonata, in un centro studi sui totalitarismi e dittature del Novecento. Lunedì mattina Agorà è andata in diretta col sindaco, il presidente dell'Anpi di Forlì-Cesena, Miro Gori, dalla Cripta Mussolini in cui si trovano le tombe del padre dell'onorevole Alessandra Mussolini, Romano, ma anche degli zii, di nonna Rachele e del nonno Benito Mussolini.

«Risponderanno in tribunale di questa gravissima provocazione. La cripta è privata e loro non potevano andarci senza autorizzazione e quelle sono tutte persone sgradite alla famiglia», commenta l'europarlamentare di Forza Italia annunciando querela contro la Rai, l'Anpi e il sindaco di Predappio (che ieri si è scusato sul Tempo), ricordando che quel posto è, al di là del valore simbolico, il luogo «dove sono seppelliti i miei cari». «Sono addolorata per quello che è successo - commenta la Mussolini - e con me anche mia cugina Edda Negri Mussolini, la figlia di Anna Maria, perché il braccio armato della sinistra, ovvero Agorà, ha commesso un oltraggio senza precedenti. La cosa grave è che questi cialtroni pur di fare un po' di ascolto, pur di creare un collante nella sinistra dell'antifascismo rampante e folkloristico, non esitano a profanare un luogo sacro».

Una diretta infamante. Già nell'introduzione delirante della conduttrice di Agorà, Serena Bortone: «La vera differenza che separa noi dal resto dei Paesi europei è la tomba di Mussolini».Dimenticandosi che Stalin è sepolto ai piedi del Cremlino e a Francisco Franco è stato dedicato un mausoleo. Ma peggio fa l'inviata, Irene Benassi, che con un'aria superba e insolente, tocca corone e ricordi lasciati dai visitatori, ponendo l'accento sugli omaggi fascisti portati dalla gente al Duce. Poi il rappresentante dell'Anpi denuncia la «notizia sensazionale» che la tomba sia meta di turismo nostalgico e che «io non mi trovo tanto bene qui» (chi gli ha ordinato di andarci?). «La Benassi si è anche permessa di sfogliare il libro degli ospiti dove io dieci giorni fa ho messo una firma di affetto per mio padre - continua la Mussolini –.

Hanno portato lì cavi e luci e appoggiato i loro gomiti sulle tombe come se si trattasse del bancone di una macelleria. È come se si entrasse a casa di qualcuno senza chiedere il permesso e questa è l'ennesima porcata fatta da Agorà, la trasmissione peggiore che ci possa essere, mandata in onda con i soldi del servizio pubblico, che pago anche io». La Mussolini ha ricevuto migliaia di post di gente schifata e disgustata per l'affronto di Agorà. «È una questione di rispetto, questi hanno profanato una tomba, sputando i loro insulti in faccia ai morti. Ma i defunti sono sacri, non ci sono defunti di serie A e di serie B. Di fronte a questa strumentalizzazione violenta, la gente è indignata.

Boldrini&Co. generano odio e odio hanno». Malgrado tutto questo è arrivata la difesa di Usigrai, d'intesa con la Fnsi, alle due giornaliste: «Ormai chi si occupa del neofascismo diventa obiettivo di minacce e insulti. Necessario rilanciare tutte le inchieste che si occupano della riemersione del fascismo». Se questo è giornalismo.

Se lo straniero pesta la moglie per i giudici non va espulso

ilgiornale.it
Franco Grilli

La Cassazione ha accolto il ricorso di un marocchino condannato a 3 anni per maltrattamenti: "Non è un pericolo sociale.

Uno straniero può picchiare la moglie e non venire espulso. È questo l'orientamento che arriva da una sentenza della Cassazione che non predispone l'espulsione automatica per gli stranieri che La Suprema corte ha infatto accolto in modo parziale il ricorso presentato da un cittadino marocchino che, residente nel nostro Paese, è stato condannato a tre anni di detenzione per aver picchiato la moglie. Il marocchino ha di fatto impugnato il decreto di espulsione emesso dal giudice in fase di condanna. La Cassazione ha riconosciuto la condanna per maltrattamenti scaturita anche grazie alla testimonianza della moglie del marocchino, ma ha di fatto negato l'espulsione.

Questo tipo di provvedimento "nel caso di condanna alla reclusione per un tempo superiore a 2 anni - osserva la Corte - costituisce una misura di sicurezza personale di carattere facoltativo applicabile dal giudice solo nel caso in cui, con logica e congrua motivazione, abbia verificato la sussistenza in concreto della attualità della pericolosità sociale", sottolinea la Suprema Corte. Dunque il marocchino per il momento potrà restare nel nostro Paese e di fatto la faccenda è stata rinviata alla Corte di Appello di Milano che dovrà nuovamente esprimersi sull'espulsione. La donna, va ricordato, come emerge dalle carte della sentenza di condanna sin dall'inzio del matrimonio ha subito iunsulti e percosse dal marito.

Nei referti medici viene sottolieneata anche "una contusione cranica con ematoma, e contusioni addominali quando si trovava alla 32esima settimana di gravidanza", dopo un’aggressione da parte del marito. I giudici di Cassazione non hanno però riscontrato, analizzando la sentenza di condanna motivi gravi per determinare l'espulsione del marocchino. Infatti nella sentenza della Corte di Milano, sostiene la Cassazione non ci sono motivi che possono far scattare l'allontanamento dal nostro Paese dell'uomo per condotte pericolose sul piano sociale.vengono condannati nel nostro Paese per maltrattamento a danno del coniuge. 

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito

lastampa.it
andrea cionci


Dipinto di Armando Marchegiani

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani.

Le origini di una vulgata storica
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta. 


Uomini contro» (1970) del regista Francesco Rosi

Un film su tutti: «Uomini contro» (1970) del regista iscritto al PCI e dichiaratamente antimilitarista Francesco Rosi che, a sua volta, riportò su pellicola il romanzo «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu. Questo scrittore era un fiero antifascista che aveva combattuto valorosamente nella bgt. Sassari durante la Grande Guerra, fino a raggiungere il grado di capitano. 


Emilio Lussu autore di “Un anno sull’altipiano”

Fondatore del Partito Sardo d’Azione (socialismo liberale) durante il Ventennio, fu mandato al confino a Lipari, da dove evase nel 1929. Nel 1936 prese parte alla Guerra civile spagnola, nel fronte antifranchista e, dopo l’8 settembre ’43, passò nelle file della Resistenza. Fu proprio nel ’36, al ritorno dalla Spagna, che - dietro invito del socialista Gaetano Salvemini - scrisse il suo libro più famoso. Non un diario di guerra scritto a caldo, dunque, ma un romanzo steso ben 18 anni dopo la fine del conflitto. Per stessa ammissione dell’autore, era un testamento politico scritto in aspra contestazione della guerra d’Etiopia voluta dal regime fascista.

Ecco, quindi, spiegate le numerose incongruenze nel testo che gli storici Paolo Pozzato e Giovanni Nicolli hanno evidenziato nel loro volume «Mito e antimito». «Una delle più evidenti trasformazioni ideologiche di Lussu – spiega Pozzato – si trova all’interno dell’episodio in cui un generale fa affacciare, al posto suo, ad una pericolosa feritoia, un soldato che viene immediatamente abbattuto dal nemico. L’episodio – così come viene narrato – non è mai accaduto, dato che, come risulta dai dati incrociati dei memoriali della Sassari, quella feritoia fu chiusa non appena si comprese che era pericolosa».

Facendo salvo il loro valore artistico, «Un anno sull’altipiano» e la sua trasposizione cinematografica «Uomini contro» restituiscono, in buona parte, un “condensato di atrocità” permeato da una visione emotiva e dai chiari intenti propagandistici, piuttosto che un panorama (anche statisticamente) obiettivo di ciò che fu la Grande Guerra per i soldati italiani.


Fucilazione dei disertori nel film «Uomini contro»

La questione dei disertori
Ad esempio, se, nel film, le scene relative ai disertori fucilati commuovono chiunque, è anche necessario sottolineare che le condanne emesse dai tribunali militari, stando ai numeri ufficiali, furono appena 750 su circa 5 milioni di uomini in armi, un dato che rivela il basso tasso di criminalità dell’Esercito Italiano. Fra queste condanne capitali, oltre alle imputazioni relative alla codardia di fronte al nemico, ve ne furono anche altre per crimini comuni. “

«Per quanto riguarda i fucilati spiega Davide Zendri, del Museo Storico Italiano della Guerra di Trento - il nostro istituto ha promosso un convegno, di cui sono usciti gli atti quest’anno. I soldati del Regio Esercito, nella stragrande maggioranza dei casi fecero sempre il loro dovere. Quanto alle condanne capitali, in altri eserciti alleati, come in quello francese, se ne comminarono grossomodo altrettante».

E’ pur vero che nel Regio esercito vigeva una severa disciplina, ma questo era dovuto a fattori che ne imponevano necessariamente l’adozione considerando il pericolo mortale che correva il Regno d’Italia, non solo per la guerra, ma anche perché il Paese, da poco unificato, era percorso da fermenti socialisti che ne minavano la coesione. Inoltre, il basso livello socio-culturale della truppa, formata per la maggior parte da contadini (che pure furono alfabetizzati dalle scuole reggimentali) richiedeva l’applicazione di regole chiarissime, con sanzioni dal forte potere deterrente. 

Una recente proposta di legge presentata da Gian Piero Scanu (Pd) intende riabilitare la memoria dei soldati fucilati per diserzione. Daniele Ravenna, consigliere di Stato e membro del Comitato di tutela per il patrimonio storico della Grande guerra del Mibact, in luglio, è stato convocato per un’audizione consultiva dalla Commissione Difesa del Senato, che esaminava la proposta, già approvata dalla Camera. «La questione – sintetizza Ravenna - è stata già ampiamente discussa in Francia e in Gran Bretagna. 

In Francia, il Senato ha respinto una proposta analoga al testo Scanu, mentre oltre Manica è stato addirittura il Regno Unito a perdonare i fucilati, ribadendo, quindi, pur dopo un gesto di magnanimità, la piena legittimità di quelle condanne. A parte lo sbaglio giuridico (la riabilitazione può applicarsi solo a una persona viva), l’errore è quello di voler rileggere con gli occhiali di oggi eventi di un secolo fa, legati a una situazione sconvolgente, oggi inimmaginabile. Come possiamo comprendere noi il clima in cui si svolgevano quegli eventi e quei processi sommari?

Un clima nel quale si è chiesto a milioni di uomini di mettere in gioco la propria vita, in cui era diritto e dovere di ogni ufficiale passare personalmente per le armi - senza alcun processo - il soldato macchiatosi di gravi colpe in faccia al nemico, con l’incubo delle insubordinazioni e diserzioni che avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza dell’intera macchina militare italiana. Quanti, di quei 750 fucilati di cui abbiamo i documenti, erano, poi, colpevoli di reati gravissimi? Quanti hanno semplicemente ceduto a una umanissima paura, che però in quei momenti era una colpa altrettanto grave?» 

Uno degli argomenti utilizzati per respingere tali proposte di legge, all’estero, è stato anche quello secondo cui la parificazione dell’onore dei disertori con quello di chi, al contrario, dimostrò coraggio e abnegazione per la Patria, avrebbe creato un’evidente sperequazione.


Il generale Luigi Cadorna

Il famigerato Libretto rosso
Un’altra serie di cliché riguarda il generale Luigi Cadorna, maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del ’14 al novembre del ’17. L’accusa che generalmente gli viene rivolta è quella di aver mandato i nostri soldati al massacro, utilizzando tattiche militari ormai obsolete. Spiega il Col. Cristiano Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito: «Quella che è passata alla storia col nome di “libretto rosso” era un’istruzione generica diramata dal Gen. Cadorna nel 1915 dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Conteneva dei precetti estremamente moderni e adeguati al combattimento di trincea che non si discostavano da quanto praticato negli altri eserciti dell’Intesa e degli Imperi Centrali. 



Il punto è che il dispiegamento delle trincee nemiche, nella maggior parte dei casi, non poteva prevedere altro che attacchi frontali, preceduti da bombardamenti di artiglieria volti a neutralizzare le difese avversarie, in un punto specifico, nel quale far poi irrompere la fanteria. In molti criticano l’attacco frontale, ma in pochi spiegano come si sarebbe potuto fare diversamente!  Nelle disposizioni di Cadorna si percepisce una logica attenzione alla protezione dei fanti, che dovevano avvicinarsi ai trinceramenti nemici il più possibile al coperto, magari di notte, scavando trincee o, perfino, tunnel. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 fu dovuto in gran parte alla penuria di artiglierie capaci di aprire varchi nei reticolati e distruggere le trincee avversarie, e non alla tattica dell’assalto frontale in sé».

Un generale incompreso?
In «Luigi Cadorna - Una biografia militare», Pierluigi Romeo di Colloredo spiega come il generale piemontese fu l’unico capo di stato maggiore alleato a ragionare in termini di «guerra di coalizione» cercando di coordinarsi con i suoi omologhi dell’Intesa che, pure, non lo amavano. Anche la figura di autocrate, fautore di una disciplina crudele ed ottusa, che gli è stata attribuita, viene ridimensionata da Colloredo sulla base della corrispondenza di Cadorna con il governo.

I suoi «siluramenti» di generali e colonnelli, anche se produssero un clima di apprensione fra gli ufficiali superiori e generali, furono in gran parte giustificati e voluti nell’obiettivo di salvare le operazioni – e di conseguenza i soldati - dalla gestione debole, o incompetente, da parte di comandanti non all’altezza. La sua fiera indipendenza dalla politica e la sua gestione accentratrice, non erano del tutto immotivate, anche ricordando la sua brutta esperienza avuta nella battaglia di Custoza dove il comando militare, suddiviso fra Vittorio Emanuele II e i generali Cialdini e La Marmora aveva portato alla disfatta. 

Cadorna dimostrò di sapersi plasmare alle necessità del campo di battaglia e a lui, comunque, si devono i successi del Regio Esercito fino al ’17 con perdite, come già evidenziato, inferiori a quelle di ben sei tra le principali nazioni belligeranti. «Dapprima, la sua guerra d’assedio – continua il Col. Dechigi – riuscì vincente nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo che portò alla conquista di Gorizia e del San Michele. Nel 1916, Cadorna cambiò nuovamente tattica: ordinò l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti od insistere in attacchi già falliti. Nel 1917, allo scopo di ottenere un maggiore capacità di penetrazione nelle trincee nemiche, Cadorna acconsentì alla creazione dei primi reparti d’assalto, presto e meglio noti come Arditi». 


Caporetto, Le truppe tedesche avanzano lungo la valle dell’Isonzo

Le Caporetto degli altri e una nuova ipotesi
Anche la leggenda di un Capo di Stato Maggiore sorpreso dagli avvenimenti e incredulo circa l’offensiva nemica a Caporetto viene del tutto sfatata dallo studio fatto preparare dallo stesso Cadorna già nel giugno 1917 in previsione di un eventuale ripiegamento sul Piave. Il Generale applicò prontamente il suo “piano B” dopo Caporetto, salvando l’esercito e vincendo la battaglia di contrattacco con pochissime perdite. 

Si ricordi che furono solo la 2ª Armata ed il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia, ad essere coinvolti nel disastro; le altre Armate (1ª, 3ª e 4ª) tennero molto bene e si deve a loro la vittoria nella battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 che salvò l’Italia e l’Intesa. Se, infatti, l’Italia, fosse uscita dal conflitto, tutte le forze austro-ungariche si sarebbero riversate sul fronte francese alterando in modo decisivo i rapporti di forze tra Tedeschi e Franco-britannici, a tutto vantaggio dei primi.

Caporetto è stata tramandata, forse con quel tipico masochismo culturale italiano, come il simbolo di tutte le sconfitte della Grande Guerra. Deve essere comunque inquadrata nella situazione di crisi di quasi tutti gli alleati dell’Intesa del 1917 gettando un occhio anche alle ben più disastrose «Caporetto degli altri». In Francia, ad esempio, il fallimento dell’offensiva Nivelle dell’aprile-maggio 1917 debilitò il morale dell’esercito francese al punto tale che in ben 16 corpi d’armata si ebbero casi di ammutinamento; il paese cadde in una profonda depressione e il disfattismo e gli scandali dilagarono. La Russia, poi, addirittura, abbandonò la lotta a causa della Rivoluzione d’Ottobre.

La crisi francese ed il dissolvimento dell’Impero zarista si ripercossero sull’Italia, che dovette sopportare in quell’anno il maggior peso della guerra. Una tesi piuttosto audace è stata avanzata da Tiziano Berté in «Caporetto: sconfitta o vittoria?» dove si sostiene la tesi che lo sfondamento del fronte rientrasse a pieno nella strategia di Cadorna e che la colpa dello sfacelo della II armata fosse da attribuirsi a un atto di quasi- insubordinazione del suo comandante, il generale (massone) Luigi Capello.

Il bollettino fatale
Tra le varie nefandezze di cui Cadorna viene accusato, vi è quella di aver scaricato la colpa di Caporetto sui soldati, anziché assumersene le responsabilità. «Dopo la disfatta –spiega il Col. Carlo Cadorna, discendente del Generale, in un’intervista rilasciata a Antonio De Martini - fu tenuta una riunione alla quale parteciparono due ministri che discussero su come fermare le numerose diserzioni che si erano verificate. Fu, così, emesso un bollettino che, accusando duramente di codardia alcune formazioni, doveva mettere a confronto i reparti che si erano comportati valorosamente con quelli che si erano vilmente arresi, attribuendo, in ogni caso, e implicitamente, la colpa ai comandanti degli stessi. Il bollettino fu efficace sotto l’aspetto militare e riuscì a bloccare il fenomeno delle diserzioni, tant’è vero che potemmo ritirarci sul Piave e difenderci vittoriosamente.

Sotto l’aspetto politico, invece, si rivelò deleterio per l’immagine della Nazione, ma questo danno è da attribuirsi ai due ministri, poiché Cadorna era un militare e non aveva competenza per le questioni mediatico-politiche. Il documento si rivelò negativo, alla fin fine, soprattutto per lui che era stato convinto dai ministri a firmare il bollettino da loro già approvato e ad assumersene la responsabilità. Tutto questo lascia intravedere un complotto per liberarsi della presenza ingombrante di un militare che - così come lo definì D’Annunzio – era “tagliato nel granito” la pietra del lago dove era nato».
Non era un generale amato in Patria, ma - per fortuna italiana - nemmeno dal nemico. Il Feldmarschall Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austroungarico, ebbe a dire che Caporetto era pure servita a qualcosa: se non altro, a togliere di mezzo Cadorna. 

Sulla disfatta italiana, vengono poi del tutto ignorate dalla storiografia, ancor oggi, le responsabilità di un altro generale massone che, nonostante tutto, rimarrà a lungo protagonista della storia italiana.Come riporta lo storico Marco Patricelli: «Quando i giornali pubblicarono le conclusioni dell’inchiesta, l’11 settembre 1919, Cadorna scrisse a “Vita italiana”: «Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime (...). E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito”. In effetti, dalle risultanze della Commissione d’inchiesta erano state fatte sparire tredici pagine. Riguardavano tutte Badoglio, per il quale vennero usati scudi robusti e cortine fumogene impenetrabili per sgravarlo di ogni responsabilità».

In sintesi, Cadorna fu un Capo di Stato Maggiore alla cui ferrea volontà e determinazione si devono, probabilmente, alcuni meriti da riconoscere, al di là delle facili caratterizzazioni e della damnatio memoriae di cui fu fatto oggetto. Un approccio lucidamente critico sembra anche indispensabile per tenere conto degli interessi ideologici che hanno ispirato, nel corso degli ultimi decenni, la propaganda politica, la letteratura e il cinema ai quali è stato lasciato campo libero, dal mondo della cultura, nel tramandare alla coscienza collettiva la memoria della Grande Guerra.

domenica 17 dicembre 2017

Nel santuario di Vicoforte arriva anche Vittorio Emanuele III

lastampa.it
Francesco grignetti

La salma è in viaggio da Alessandria d’Egitto. I familiari: scelta scriteriata



Il corpo di sua moglie, la regina Elena, è già rientrato in Italia e da qualche giorno riposa nel santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, dove sono sepolti gli avi di casa Savoia. In mattinata rientrerà anche la salma di Vittorio Emanuele III, il re «sciaboletta», colui che regnò sull’Italia dal 1900 al 1946. La salma è partita nella notte a bordo di un volo militare da Alessandria d’Egitto, dove era sepolta nella cattedrale di Santa Caterina.

Dopo aver abdicato, Vittorio Emanuele III andò in esilio, ad Alessandria d’Egitto, dove morì l’anno dopo. Da allora ha riposato, silenziosamente, nella cattedrale della città egiziana. Come per Elena, anche per il rientro della salma di Vittorio Emanuele III non ci sono state preclusioni al rientro da parte dello Stato italiano. La famiglia (o almeno una parte) aveva chiesto nei mesi scorsi di organizzare il ritorno delle salme come gesto di carattere «umanitario» e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva accolto volentieri la richiesta. 

Ora che l’operazione di rientro delle salme è venuta alla luce, però, tutto sembra cambiato. Una gran parte della famiglia si è infatti ribellata alla destinazione di Vicoforte, dove sì sono sepolti i Savoia, ma fintanto che sono stati duchi, non re. Così Vittorio Emanuele si rammarica «che tutto ciò sia avvenuto in gran segreto, senza concedere alla Regina d’Italia gli onori dovuti e soprattutto la traslazione al Pantheon di Roma». Lo stesso sostiene Serge di Jugoslavia, l’altro bisnipote, anche a nome di sua madre Maria Pia di Savoia. Anche lui convinto che non basti il rientro in Italia: o il Pantheon, o niente. 

«Mio nonno - osserva Emanuele Filiberto ai microfoni di Tgcom24 riferendosi a Umberto II - diceva che le salme resteranno in esilio finché non torneranno al Pantheon a Roma». Per dirla con Ugo d’Atri, presidente della Guardia d’Onore alle Reali Tombe: «Le spoglie dei reali sono al Pantheon e lì dovrebbero essere custodite. Traslare la salma della Regina Elena in un santuario di campagna ci sembra un’iniziativa scriteriata». Dire che la salma di Elena di Savoia sia rientrata in segreto forse è troppo. C’era il sindaco di Montpellier con la fascia all’atto di aprire la tomba. Il corteo funebre è stato scortato da forze di polizia nell’ambito di un piano coordinato dall’ambasciata d’Italia a Parigi e dalle prefetture. C’erano carabinieri in alta uniforme a presidiare la cerimonia religiosa di nuova tumulazione a Vicoforte. Non proprio un cerimoniale di Stato, ma quasi. 

Le focose dichiarazioni di queste ore, però, sommate alle difficoltà oggettive di organizzare una traslazione simile dall’Egitto all’Italia, aggravate dall’assenza del nostro ambasciatore al Cairo fino a qualche settimana fa, hanno rischiato di riportare tutto in alto mare. E Gian Nicolino Narducci, il segretario di Serge di Jugoslavia, dopo avere incontrato il rettore di Vicoforte, non sembrava affatto dispiaciuto che tutto potesse saltare: «Le salme - dice - avrebbero potuto rientrare da tempo, ma la famiglia le vuole sepolte tutte al Pantheon. Non so cosa capiterà: potrebbe non cambiare nulla o arrivare una decisione diversa su Vicoforte». Poi, nella notte, l’accelerata. Vittorio Emanuele III e la regina Elena riposeranno uno accanto all’altra nel Santuario di Vicoforte.


Le spoglie della regina Elena di Savoia traslate nel Santuario di Vicoforte
lastampa.it
 Chiara viglietti

Trasferite da Montpellier dove morì nel 1952 a 81 anni. Accadrà anche per la salma del re Vittorio Emanuele III, suo marito


Regina Elena di Savoia con il marito re Vittorio Emanuele III

È tornata in Italia la salma della regina Elena di Savoia. Le spoglie della moglie di Vittorio Emanuele III, penultima Regina d’Italia, sono state trasferite da Montpellier, dove è morta nel 1952 a 81 anni, al Santuario di Vicoforte Mondovì. A darne notizia è stata la nipote Maria Gabriella di Savoia, che in una dichiarazione alla Afp (Agence France Press), esprime «profonda gratitudine al presidente Sergio Mattarella, che ha permesso il trasferimento del corpo in Italia».

La salma è stata traslata in gran segreto nel Santuario di Vicoforte, che nelle intenzioni del duca Carlo Emanuele I di Savoia doveva diventare il mausoleo della Casa reale, il luogo destinato alle tombe della famiglia, funzione assunta in seguito dalla basilica di Superga sulla collina torinese. 
Il rettore del Santuario ha annunciato che nelle prossime settimane qui verranno traslate anche le spoglie di Vittorio Emanuele III, morto in esilio il 28 dicembre di settant’anni fa ad Alessandria d’Egitto, dove è tuttora sepolto.

Hacking Team, il super sospettato Usa: “Non c’entro, ho solo comprato droga coi Bitcoin”

lastampa.it
CAROLA FREDIANI

Dopo la richiesta di archiviazione per tutti gli indagati, abbiamo parlato con F.D., il trentenne di Nashville finito nella bufera: «Faccio il venditore di auto da quando ho 15 anni»

Dopo oltre due anni di indagini sull’attacco informatico contro Hacking Team - la nota società di Milano che vende software spia a governi e forze dell’ordine e che il 6 luglio 2015, a causa di una incursione informatica, subì una fuga di dati da 400 GB - è arrivata la richiesta di archiviazione del pm per tutti gli indagati. Anche se tra questi emerge un sorprendente sospettato numero uno, un trentenne americano di origine iraniana che vende auto a Nashville. Ma anche per lui gli inquirenti, che pure sembravano convinti di un suo coinvolgimento, non hanno ottenuto prove sufficienti per dimostrare la sua effettiva volontà e consapevolezza nel contribuire materialmente all’attacco, di fatto finanziandolo. La Stampa lo ha contattato e vedremo quello che ci ha detto.

Ex-dipendenti archiviati, e un outsider super sospettato
Intanto va detto che invece escono di scena, con una richiesta di archiviazione che non lascia dubbi, tutti gli ex-dipendenti o collaboratori di Hacking Team che erano stati indagati: nonostante gli approfondimenti effettuati, non ci sono riscontri su una loro partecipazione all’attacco, neanche sotto forma di rivelazione di informazioni riservate. Ma anche su questo ci torniamo dopo. Perché l’aspetto più interessante dell’indagine è l’individuazione di questo americano di origine iraniana, F. D., ma anche di altri statunitensi.

Individuazione avvenuta attraverso una indagine complessa, ampia, a tutto campo, che ha seguito le tracce informatiche, ha richiesto rogatorie in più Paesi, ha analizzato i flussi di denaro in bitcoin usati per finanziare le strutture usate per l’attacco, ha frugato nelle caselle di posta dei sospettati, sui loro voli aerei, i soggiorni in hotel, i profili social. Gli investigatori italiani hanno pure scovato un venditore di bitcoin, centrale per le indagini, trasferitosi in Uganda. E alla fine hanno costruito una ipotesi accusatoria che, seguendo il flusso dei soldi, nonché l’utilizzo incrociato nel tempo di alcuni IP usati nell’attacco, punta, con un colpo di scena, a cittadini statunitensi.

I dettagli dell’attacco
Prima di tutto però parliamo dell’attacco contro Hacking Team del luglio 2015, perché dall’indagine emergono elementi interessanti. Innanzitutto viene confermato proprio il fatto che si sia trattato di un attacco informatico (rispetto a ipotesi del tipo: «i dati sono stati portati fuori in altro modo»). Il 6 luglio 2015, lo ricordiamo, l’account Twitter di Hacking Team, improvvisamente in mano a un misterioso attaccante, inizia a twittare link per scaricare i file e i materiali riservati dell’azienda. In seguito, l’hacker – che si farà chiamare Phineas Fisher, e che mostrerà di essere lo stesso che, un anno prima, aveva hackerato un’altra azienda di spyware governativi, la tedesca FinFisher o Gamma Group– darà molti dettagli sulla violazione e si ergerà alla guida di una sorta di movimento hacker di protesta, rilasciando anche varie interviste.

Ora l’incursione contro Hacking Team, secondo i riscontri degli investigatori, è effettivamente avvenuta compromettendo due specifici firewall dell’azienda milanese, da uno specifico IP statunitense. E questo accadeva, si badi bene, già nel maggio 2015 (la rivelazione dell’intrusione da parte dell’attaccante, con il leak dei dati, avviene il 6 luglio 2015). Da allora gli investigatori hanno riscontrato una progressiva esfiltrazione (cattura) di dati, oltre che una progressiva infiltrazione nel network aziendale, fino ad arrivare alle macchine con il codice sorgente del software (che sarà pure pubblicato dall’hacker, mandando in tilt tutti i clienti di Hacking Team, ovvero polizie e procure, che usavano i suoi strumenti).

Esfiltrazione evidenziata in modo puntuale dagli investigatori, giorno dopo giorno e Gigabyte dopo Gigabyte (attraverso una linea da 500 Mbit/s) fino ad arrivare al luglio 2015, quando l’attaccante esce allo scoperto e si rivela. Ci sono due indirizzi IP (indirizzi che identificano dispositivi connessi a internet) che giocano un ruolo nell’attacco. Uno, californiano, con cui l’attaccante ottiene il controllo dell’infrastruttura di rete dell’azienda. E un secondo, olandese, usato per sottrarre i file. Quello olandese si lega a un server Ecatel, società di hosting sui cui servizi, negli anni, si sono accumulate segnalazioni per uso improprio o illecito. (E proprio di Ecatel su La Stampa parliamo ampiamente in questa recente inchiesta sul cybercrimine.

La pista dei bitcoin
Perché questi IP, e soprattutto il secondo, quello olandese, sono importanti? Perché gli investigatori italiani hanno individuato il pagamento, in bitcoin, per il noleggio della macchina. E risalendo a ritroso nell’analisi delle transazioni bitcoin – che sono tutte tracciate e visibili attraverso la blockchain, il registro distribuito e pubblico della criptomoneta – sono arrivati a un sito di compravendita di bitcoin, Buybitcoins. Il titolare è un americano trasferitosi in Uganda. Le autorità italiane sono però riuscite a raggiungerlo e a ottenere la sua collaborazione. E a individuare una serie di scratch card, di carte prepagate per acquistare bitcoin, vendute a due cittadini americani. Una di queste, E. K, è una donna newyorchese che ha comprato 20 carte di questo tipo, da circa 100 dollari ciascuna. Ma ne ha utilizzato solo una parte.

Alcune le avrebbe cedute ai nipoti. E una di queste carte, mai riscossa da E.K, sarebbe stata invece riscossa da qualcuno, via connessione anonima (con Tor), nel marzo 2015. Per essere poi spesa, sostengono gli inquirenti, per pagare l’infrastruttura usata nell’attacco ad Hacking Team, in particolare il noleggio dei servizi Ecatel di cui si diceva prima. Questi venivano acquistati anche con il contributo di un’altra card, sempre comprata su Buybitcoin, ma da un altro cittadino americano di origine iraniana, F. D. Che come vedremo diventerà il sospettato numero uno. F.D. comprerà almeno quattro card, che saranno spese nel maggio 2015 (a inizio attacco), sia per rinnovare i servizi Ecatel, sia per acquistare altri servizi internet collegabili, sempre secondo gli inquirenti, con l’attacco.

I due sospettati americani
A questo punto gli investigatori italiani iniziano a raccogliere informazioni sui due sospettati, la donna di New York, E.K, e il trentenne di Nashville, Tennessee, F.D. Della prima sottolineano i contatti e la partecipazione al mondo attivista, ambientalista soprattutto. E individuano anche una nipote, collegata ai suoi account e ad alcune delle scratch card. Nipote che a sua volta sembrerebbe essere in contatto con ambienti frequentati da F. D. nel Tennessee. Di F.D, invece, rilevano che avrebbe precedenti per droga. E che farebbe il concessionario d’auto a Nashville. Analizzano anche i suoi viaggi, in particolare uno, prima in Iran e poi in Italia, compiuto con suoi parenti, all’inizio del 2015. Individuano l’aereo e l’hotel a Roma dove soggiornano.

A un certo punto sembra chiaro che gli inquirenti ritengano che quest’uomo, F.D, non solo possa avere finanziato l’attacco, ma che possa averne preso parte in qualche modo, almeno come portavoce. Sembrano addirittura convinti che Phineas Fisher sia proprio F.D, a partire anche da dichiarazioni rilasciate alla stampa dall’hacker. Ma anche da una rogatoria in Brasile, da cui ottengono informazioni su un account di posta elettronica utilizzata dall’hacker per registrarsi sui server di Ecatel. Nelle mail trovano l’acquisto di servizi usati per accedere ai server noleggiati, pagati con le carte bitcoin riconducibili a F. D.

Gli inquirenti italiani hanno cercato di interrogare la donna newyorchese, altre persone informate sui fatti e lo stesso F.D, chiedendo il sequestro e l’acquisizione delle copie forensi dei suoi dispositivi informatici. Alla fine, risulta che l’Fbi abbia effettivamente sequestrato gli apparecchi dell’uomo, e lo abbia interrogato – in occasione di una indagine locale per droga – anche sulle scratch cards in questione. L’uomo avrebbe confermato di averle acquistate ma avrebbe aggiunto di averle cedute a persone di cui non si ricorda.

Alcuni mesi fa il Dipartimento di Giustizia americano ha infine chiuso la questione inviando una nota agli italiani, secondo la quale non c’era motivo di ritenere che i dispositivi sequestrati a F. D. contenessero informazioni sul caso Hacking Team. Così, la prova che F. D. abbia davvero usato in prima persona le card per l’attacco o le abbia date a qualcuno per compierlo, sapendo che sarebbero state usate per quello, non si è mai materializzata. Le card del resto potevano essere cedute a chicchessia. Fine della storia.

Il commento a La Stampa del sospettato
La Stampa ha contattato F.D. chiedendogli un commento sulla notizia dell’indagine e relative archiviazioni. «Ora capisco cosa sta succedendo – ha commentato l’uomo – e perché l’Fbi molti mesi fa è venuta a bussare alla mia porta con un mandato che sequestrava tutti i miei computer e device. Non ho mai sentito prima di Hacking Team. Quello che avevo dedotto dalle domande dell’Fbi era che ci fosse una pista di transazioni bitcoin con cui era stato pagato un server, usato per rubare credenziali. Pensavo si riferissero a qualche operazione di phishing.

L’Fbi non mi ha mai detto cosa esattamente stessero indagando. Ora lo so, magari mi daranno indietro i pc». Gli chiediamo se dopo quella volta, l’Fbi si è rifatta viva. «No, da allora non li ho più sentiti. Credo che siano venuti da me perché ero l’unica persona identificabile nella traccia lasciata dalle transazioni. Faccio il venditore di auto da quando ho 15 anni (ha una sua azienda a Nashville, con tanto di sito, ndr.), e ho effettivamente avuto problemi di abuso di sostanze stupefacenti. Le compravo nel Dark Web. Qualsiasi bitcoin ottenessi, lo spendevo su quei siti. Ma sono pulito, non uso droghe o alcol, dal febbraio 2017».

Il movente a sfondo attivista
Tornando all’indagine, è interessante notare anche l’ipotesi di movente formulata dagli inquirenti. Un movente politico, basato sulle critiche degli attivisti americani ad Hacking Team per la vendita dei suoi software a Paesi dove non sono rispettati i diritti umani. In pratica F.D., e forse anche E.K, o forse sua nipote - secondo la tesi degli inquirenti - avrebbero contribuito a finanziare un gruppo di hacker criminali, mossi anche da intenti politici. Consapevoli che le distinzioni in questo mondo non sono sempre così nette, gli investigatori sono però convinti che il clima politico e attivista d’Oltreoceano, che aveva più volte messo all’indice Hacking Team, abbia dato benzina e motivazione agli attaccanti. Notano gli articoli (usciti su Motherboard) che nel 2015 parlavano dell’acquisto degli spyware di Hacking Team da parte di alcune agenzie Usa.

Sottolineano l’influsso che potrebbero avere avuto i report di denuncia – su Hacking Team, e su altre aziende - firmati dai ricercatori del Citizen Lab dell’università di Toronto. Evidenziano le affermazioni di natura politica, le rivendicazioni di Phineas Fisher, rilasciate nel tempo. Gli investigatori non hanno dubbi che dietro all’identità online di Phineas Fisher ci sia davvero l’attaccante, perché avrebbe rivelato dettagli che poteva sapere solo lui. Ne mettono in luce le dichiarazioni a sfondo politico, contro governi e aziende, la donazione ai curdi della regione autonoma di Rojava, gli altri attacchi, come quelli alla polizia catalana (per cui, a dire il vero, mesi fa ci sono stati pure degli arresti in Spagna, ma Phineas continuava a comunicare online, come raccontato qua.

E qui va detto che, Phineas Fisher, individuo o gruppo che sia, e quale che sia il suo movente, ha sempre mostrato coerenza e articolazione in tutte le espressioni e commenti politici. I suoi documenti e le sue osservazioni non sono mai sembrate posticce. E si manifestano, fin dagli esordi, fin dall’attacco a FinFisher/Gamma del 2014 come mostra questo suo post dell’epoca su reddit, non a caso nella sezione Anarchism. E nel tempo ha anche mostrato di padroneggiare bene, oltre che l’hacking, l’inglese, lo spagnolo, la politica e i movimenti internazionali, dalla Catalogna alla Turchia.

Gli ex-dipendenti
In ogni caso, l’indagine ha infine chiarito molte dinamiche. E anche il ruolo di chi era rimasto coinvolto nella stessa. Così, si chiude il sipario sugli ex-dipendenti e collaboratori di Hacking Team indagati, finiti più volte sui media. Richiesta di archiviazione quindi per Guido Landi e Mostapha Maanna, fuoriusciti nel 2015 - seguiti dagli avvocati Clementi e Ferravante - la cui nuova società Mala era stata anche perquisita. Richiesta di archiviazione per Alberto Pelliccione, difeso da Vaciago e Giordano, che aveva lasciato Hacking Team già all’inizio del 2014. E anche per gli ex collaboratori stranieri, Alejandro Velasco e Serge Woon. Infine, richiesta di archiviazione, come abbiamo detto, anche per il sospettato numero uno, l’americano F.D. Phineas Fisher (che è scomparso dai suoi account online all’inizio del 2017) sembra rimanere irraggiungibile.

All’asta la Ferrari 212 Ghia, la “Rossa” giallo e nera di Juan Peròn

lastampa.it
Andrea Barsanti

Personalizzato dalla carrozzeria torinese, l’elegante coupé debuttò al Salone di Parigi nel 1952 conquistando l’allora presidente dell’Argentina



Un’auto rarissima, non soltanto perché ne sono stati prodotti soltanto 73 esemplari, ma anche perché è diventata di fatto un pezzo di storia. Che ora finisce all’asta: la Ferrari 212 Inter Ghia del 1952 appartenuta al generale Juan Peròn, l’uomo che dal 1946 al 1955 fu presidente dell’Argentina (al suo fianco la moglie Eva, interpretata sul grande schermo da Madonna) e che ancora oggi suscita un ampio dibattito sulla natura della sua presidenza.

La coupé gialla e nera, disegnata da Pininfarina e personalizzata dalla storica carrozzeria Ghia, verrà battuta il prossimo gennaio dalla casa d’aste Sotheby’s nel corso di un appuntamento importantissimo per i collezionisti: la 19esima edizione dell’annuale vendita in Arizona, dedicata ad auto d’epoca e rarissime. E la 212 Ghia fa certamente parte dell’elenco, tenuto conto del fatto che è la 49esima dei 73 esemplari usciti dalla fabbrica e che porta la firma di Ghia, mastro carrozziere torinese. Che sul telaio n. 0233 UE, uno dei primi suffissi europei, costruì una carrozzeria all’insegna del lusso ispirandosi alla Ghia GS1 e alla Chrysler d’Elegance e interni lussuosi e iper accessoriati per l’epoca.



La 212 Ghia debuttò al Salone di Parigi nel 1952. Fu proprio nel corso della manifestazione che venne notata da Juan Domingo Peròn, allora già presidente dell’Argentina, grande appassionato di automobilismo e proprietario din un’enorme collezione di auto di lusso: il suo amore per i motori lo spinse addirittura a finanziare la carriera due astri nascenti del circuito argentino, Juan Manuel Fangio e Froilan Gonzalez, che grazie a lui poterono cimentassi a Le Mans e in Formula 1. Sempre a lui è intitolato il circuito di Formula 1 di Buenos Aires, chiamato “circutito Juan Peròn 17 ottobre” per ricordare la data della sua ascesa al potere.



Adorato e detestato allo stesso tempo dal suo popolo proprio per il modo in cui si era conquistato - e aveva mantenuto - il potere, Peròn si innamorò all’istante della 212 Ghia e sfruttò un intermediario a Roma per organizzare l’acquisto cercando di mantenere il più assoluto riserbo anche per evitare il pagamento delle salatissime tasse sull’importazione di auto straniere che vigeva in Argentina.



Il novello proprietario potè godersi l’acquisto soltanto per 3 anni: nel 1955 un colpo di stato militare rovesciò il regime Peròn, e l’ormai ex presidente abbandonò l’Argentina lasciando indietro l’auto. Che venne acquistata nel 1973 da un’italiano residente a Buenos Aires, Conrado Tennina, che dopo 14 anni a sua volta la vendette a una proprietà europea. La 212 fu dunque sottoposta a un completo restauro meccanico, e la carrozzeria riverniciata in giallo e nero, riguadagnando lo stesso aspetto sfoggiato durante il debutto a Parigi. Qualche anno venne acquistata da un collezionista di Ferrari d’epoca, che decise di restaurarla per riportarla all’antico splendore e di presentarla al mondo in una serie di concorsi, tra cui il Cavallino Classic Show e Pebble Beach, dove conquistò diversi riconoscimenti.

Un’epopea durante 65 anni, che ancora non è finita alla luce dell’imminente asta di Sotheby’s. E il prezzo la rispecchia: si stima che la 212 Ghia verrà battuta a un prezzo compreso tra gli 1,6 e i 2 milioni di dollari.

I 10 migliori smartwatch per telefoni

lastampa.it
Simone Vazzana

migliori smartwatch

Volete indossare un orologio hi-tech anche voi? Ecco i migliori smartwatch per telefoni da acquistare su Amazon

Il 2017 è stato l’anno degli orologi hi-tech. I migliori smartwatch per telefoni sono stati presi d’assalto, con una crescite delle vendite che si è aggirata intorno al 20% a livello planetario. Di fatto, hanno generato introiti per circa 10 miliardi di dollari. Volete indossarne uno anche voi? Ecco i dieci migliori smartwatch che potete comodamente farvi spedire da Amazon!

Migliori smartwatch. 

Marca: YAMAY
Un telefono SmartWatch con slot per Sim Card: Funziona con sim card, rete GSM 850/900/1800/1900 MHz. È possibile inviare e leggere messaggi, effettuare o ricevere chiamate sul tuo orologio. Semplicemente come un telefono cellulare GSM.
TOPIC: necessario scaricare l’app per smartphone, e connettersi con esso tramite Bluetooth

Marca: DeYoun
L’orologio cellulare con slot per Micro SIM integrato, supporta la rete mobile per effettuare chiamate direttamente dal dispositivo e per essere sempre connessi.
TOPIC: include la maggior parte delle caratteristiche e funzionalità di uno smartphone come il registratore vocale e video, il lettore musicale, la fotocamera integrata

Marca: CT Cases
Il volume è buono, il touch anche. La pecca è che non è impermeabile. Intuitivo.
TOPIC: ottimo prodotto qualità prezzo

Marca: Willful
Se state cercando un dispositivo esteticamente bello e soprattutto funzionale, con una minima spesa potete risolvere i vostri problemi.
TOPIC: design chiaramente ispirato al famoso smartwatch della Apple

Marca: CoolFox
Ci si può inserire una scheda sim e diventa un pratico telefono, altrimenti via bluetooth ci si può connettere al proprio smartphone che invierà le notifiche di mail e messaggi al dispositivo bluetooth.
TOPIC: prezzo decisamente abbordabile

Marca: Diggro
L’orologio, seppur di dimensioni generose, risulta leggero al polso e le prime sensazioni di una buona qualità generale dei materiali.
TOPIC: per poter ricevere le notifiche è necessario che l’app non venga chiusa

Marca: MallTEK
L’utilizzo è semplice ed intuitivo. È possibile cambiare la lingua del device, che di base è impostata su Inglese. Le istruzioni sono scritte molto bene, sono chiare e consiglio di leggerle prima di utilizzare l’orologio.
TOPIC: compatibile con tantissimi cellulari, da Android ad Apple

Marca: CHEREEKI
Telefonate, messaggi, rubrica, cronologia delle chiamate, notifiche BT, BT musica,fotografare a distanza, contapassi, riposo, monitorare il sonno, antifurto, modalità di risparmio energetico, ecc.
TOPIC: completamente compatibile con gli smartphone Android (4.2 e superiori) tramite Bluetooth (versione 3.0); Nota: Caricare completamente l’orologio prima del PRIMO UTILIZZO

Marca: Protech
Se si vuole uno smartwatch che funzioni alla grande per telefonare e ricevere chiamate, così da non usare gli auricolari, è il prodotto giusto.
TOPIC: eccezionale rapporto qualità prezzo

Marca: Adhope
Cinturino robusto e comodissimo da indossare, consigliato anche per il prezzo modesto. La chiamata via bluethoot è chiara e non registra problemi.
TOPIC: per usare Whatsapp e Facebook occorre inserire la micro sim

sabato 16 dicembre 2017

Ecco i 9 problemi che affliggono i ‘baby boomer’ (i nati negli anni ’50 e ’60)

repubblica.it
Elena Holodny


Jacob Lund/Shutterstock

  • I baby boomers sono le persone nate negli anni di prosperità successivi alla Seconda Guerra Mondiale
  • Oggi che sono in fase di invecchiamento si trovano ad affrontare difficoltà finanziarie, economiche e di salute
  • Due dei problemi più pressanti che li affliggono sono la necessità di risparmiare a sufficienza per godersi gli anni della pensione e la necessità di prendersi cura dei genitori anziani
I baby boomer devono affrontare una lunga serie di difficoltà.
Le persone nate tra il 1946 a e gli anni Sessanta del secolo scorso sono cresciute durante gli anni di prosperità immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale. A mano a mano che gli esponenti di queste generazioni si avvicinano all’età del pensionamento, molti di loro si trovano, però, ad affrontare una lunga serie di difficoltà finanziarie, economiche e di salute. Business Insider ha preparato una panoramica di alcuni dei problemi più gravi che affliggono oggi i baby boomers.
Si prevede che i baby boomer vivranno più a lungo delle generazioni precedenti e questo li mette in ansia in vista degli anni della pensione

Flickr/jennie-o
Le persone affermano di raggiungere il massimo della felicità quando invecchiano, ma molti baby boomer si sentono costretti a lavorare più a lungo per mantenersi o, se non sono in grado di lavorare, temono che i risparmi che hanno accumulato non possano durare per tutto il resto della loro vita.

Molti baby boomer devono prendersi cura dei genitori anziani

AGF
I baby boomers non devono solo considerare l’eventualità di avviare un piano previdenziale per sé, ma anche prendersi cura dei genitori anziani: un compito che può avere un costo emotivo che si aggiunge a quello finanziario. È probabile che stiano riflettendo sull’opportunità di pagare le spese sanitarie, la casa di riposo o gli infermieri a domicilio per i genitori o che lo stiano già facendo, o addirittura che stiano pensando di accogliere i genitori in casa propria quando saranno più anziani.
I baby boomer devono anche trovare chi si prenderà cura di loro quando saranno anziani

Alan Crowhurst / Stringer / Getty Images
Così come devono prendere decisioni sulla cura dei genitori, dovranno anche capire chi si prenderà cura di loro stessi quando saranno anziani. Ciò può implicare il fatto di fare dei piani per il futuro insieme ai figli, o di risparmiare abbastanza soldi per pagare le spese sanitarie o persino l’assistenza di infermieri qualificati.
A mano a mano che i baby boomer invecchiano, alcuni hanno problemi di salute

Joe Raedle/Getty Images
I baby boomer più anziani hanno superato da poco i settant’anni. Alcuni hanno problemi di salute che ostacolano i loro piani per la pensione. Gli esponenti di questa generazione entreranno nella terza età con “un tasso più elevato di obesità e diabete e un tasso inferiore di persone con uno stato di salute ottimo o eccellente, il che creerà pressioni significative sul nostro sistema sanitario”, come è emerso da uno studio sulla salute dei cittadini americani meno giovani condotto dalla United Health Foundation nel 2016.
Al tempo stesso i costi sanitari sono in forte aumento

Andy Kiersz/Business Insider
I baby boomer non devono solo far fronte a problemi di salute, ma anche all’aumento dei costi sanitari. Da vari decenni questi costi sono aumentati molto più di ogni altro tipo di costo negli Stati Uniti, come illustra il grafico.
Alcuni baby boomer non credono che i loro risparmi dureranno per tutti gli anni della pensione

Flickr/FortRucker
Solo il 23% dei baby boomer crede che i suoi risparmi basteranno per tutti gli anni della pensione o pensa di essersi preparato adeguatamente a quella fase, in base a un’indagine condotta nella primavera di quest’anno dall’Insured Retirement Institute, un’associazione del settore previdenziale.
Solo il 54% di queste persone aveva messo da parte dei risparmi per gli anni della pensione e solo il 40% aveva cercato di calcolare di quanti soldi avrà bisogno in quella fase.
Lavorare più a lungo non è una possibilità realistica per tutte le persone che si avvicinano all’età della pensione

Nick Carey/Reuters
Alcuni cittadini americani di una certa età aggirano il problema dei risparmi insufficienti continuando a lavorare ben oltre i settant’anni in posizioni part-time. Ma lavorare più a lungo non è un’alternativa realistica per chiunque. Le professioni impegnative dal punto di vista fisico sono spesso difficili da svolgere per i lavoratori meno giovani e apprendere nuove competenze potrebbe rappresentare un’ardua sfida.
La forza lavoro sta attraversando una fase di transizione e alcuni ruoli vengono automatizzati – compresi quelli dei lavoratori meno giovani

Issei Kato/Reuters
Il mercato del lavoro attraversa oggi un periodo di transizione in cui molti ruoli vengono automatizzati, in particolare in ambito industriale. Per chi perde il lavoro in un’età avanzata, non è sempre facile o finanziariamente possibile apprendere nuove competenze o rimettersi a studiare. Questo trend è particolarmente problematico per i baby boomer che non sono ancora arrivati all’età della pensione.
I baby boomers che prevedono di andare in pensione dai 65 ai 74 anni devono aver risparmiato una quantità sufficiente di soldi da coprire dieci o vent’anni di vita in più di quanto non fosse necessario in passato


Flickr/Rachel Samanyi
Dal momento che i baby boomer vivono più a lungo, le persone che intendono andare in pensione tra i 65 e i 70 anni hanno bisogno di avere abbastanza soldi risparmiati per un decennio o due in più rispetto a quanto succedeva alle generazioni precedenti.

Tribunale Ue tutela segno grafico della Coca-Cola

lastampa.it

La società siriana Mitico non potrà più registrare il marchio “Master” in Europa


Il sito mastercola.com

Il Tribunale dell’Unione Europea tutela il peculiare segno grafico della Coca-Cola. Nel 2010 la società siriana Modern Industrial & Trading Investment, Mitico, chiede all’Euipo, ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, la registrazione per bevande e profili alimentari di un marchio con un carattere e una forma che ricorda quello della Coca Cola. Nella prima sentenza, l’Euipo respinge l’opposizione del brand americano, perché «i segni in conflitto non erano simili e non vi era pertanto alcun rischio di confusione tra di essi nonostante i prodotti interessati fossero identici», respingendo quindi «gli elementi di prova forniti dalla Coca-Cola per dimostrare l’intenzione della Mitico di trarre indebitamente vantaggio dalla notorietà dei suoi marchi anteriori».

Il Tribunale dell’Unione europea però con una sentenza del 2014 stabilisce che l’Euipo «avrebbe dovuto verificare se l’uso senza giusto motivo del segno «Master» traesse indebito vantaggio dalla notorietà dei marchi anteriori della Coca-Cola o recasse loro pregiudizio». L’Euipo respinge ancora una volta il ricorso, ma con la sentenza del 7 dicembre il Tribunale ne accoglie il ricorso e annulla la precedente decisione.

Considerato, innanzitutto, il fatto che il brand Master non è al momento usato nell’Unione europea - i prodotti Master sono commercializzati in Siria e in Medio Oriente - il Tribunale ritiene che l’Euipo avrebbe dovuto prendere in considerazione gli elementi di prova sull’uso commerciale del segno «Master» fuori dell’Unione, così da stabilire «se esista un rischio che l’uso futuro di tale segno nell’Unione tragga indebitamente vantaggio dalla notorietà dei quattro marchi anteriori della Coca-Cola». Il Tribunale ritiene quindi «che sia possibile, in linea di principio, dedurre logicamente da una domanda di registrazione di un marchio dell’Unione europea che il suo titolare abbia intenzione di commercializzare i propri prodotti o servizi all’interno dell’Unione».