sabato 29 aprile 2017

Nessuno tocchi Abele

corriere.it

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile di undici anni fa, una giovane donna venne sepolta viva dal suo amante in una buca alle porte di Venezia. Si chiamava Jennifer Zacconi, aveva vent’anni e la colpa di portare in grembo un figlio che lui non voleva. Il pensiero di quello che avrà sofferto supera le capacità immaginative di un lettore di Edgar Allan Poe. C’è solo da augurarsi che le percosse l’avessero stordita al punto da non farle capire ciò che le stava accadendo.

Lucio Niero fu condannato a 30 anni. Domenica ha usufruito di un permesso premio per andare a pranzo dalla sorella. La legge lo consente ai detenuti che hanno scontato un terzo della pena e nulla si può eccepire ai magistrati (tutte donne) che lo hanno firmato e controfirmato. Eppure quelle due parole - permesso e premio - accostate al protagonista di un delitto tanto efferato lasciano addosso una sensazione di fastidio che confina con il disgusto.

Lo stesso Stato che da un lato maltratta i colpevoli nella trascuratezza di carceri immonde, dall’altro manca di rispetto ai familiari delle vittime, precipitandoli nell’oblio. Nessuno ha sentito il bisogno di avvertire i parenti della ragazza di quanto stava per accadere. Nessuno si è preoccupato della loro sensibilità e del loro diverso senso del tempo: undici anni sono una vita, ma diventano un soffio per chi ha perso per sempre, e in quel modo, una persona cara. Caino va recuperato, ma la memoria di Abele non andrebbe offesa di continuo. Tanto più che, a sentire il padre di Jennifer, il premiato assassino si è dimenticato finora di chiedere scusa.

28 aprile 2017 (modifica il 28 aprile 2017 | 06:50)

Da «social tv» a «crisi aziendale»: gli universitari riscrivono Wikipedia

corriere.it
di Carlotta De Leo

Il progetto #WikiTim fa tappa alla Luiss Business School: 22 studenti chiamati a controllare o generare nuove voci molto tecniche: «L’enciclopedia digitale non è più nemica dell’Accademia: il confronto delle fonti aiuta a smascherare le fake news»

Studenti della Luiss Business School e responsabili del progett o WikiTim

«Ultima modifica ultimata...click, pubblicato». L’applauso dei ragazzi scatta immediato nella sala da ballo di Villa Blanc a Roma. Sotto gli occhi dei 22 studenti della Luiss Business School prende vita il progetto #WikiTim per la creazione o la riscrittura di alcune voci sulla cultura economica e digitale dell’«enciclopedia libera e collaborativa» che ormai è uno strumento essenziale per ogni ricerca online. «Wikipedia ci ha dato tanto negli anni e noi abbiamo avuto l’opportunità di sdebitarci almeno un po’» dicono i giovani partecipanti all’appuntamento ideato da Tim in collaborazione con Wikimedia Italia.
Le voci da rivedere
La tappa romana arriva dopo quella di Urbino (che ha generato o riletto voci riguardanti i media digitali e la cultura partecipativa come «social tv» e «intelligenza collettiva») e quella del Politecnico di Milano da cui sono uscite 12 nuovi lemmi. Agli studenti della Business School di Roma è stato chiesto, invece, di rivedere o scrivere daccapo in tutto sette concetti come «azione revocatoria ordinaria e fallimentare», «pianificazione di progetto», «sovraindebitamento» e altri relativi alla macro-voce «crisi d’impresa». Il fine di tutto il progetto (che presto coinvolgerà anche gli universitari napoletani) è contribuire ad arricchire l’enciclopedia digitale, garantendo prima di tutto la qualità di contenuto e forma sugli aspetti più tecnici e complessi.
Neutralità e fake news
«Nessuna fonte è veramente neutrale: la neutralità si ottiene solo incrociando più testi - dice Luca Martinelli, responsabile dei progetti Wikimedia Italia - Le voci riguardanti argomenti specifici poi, hanno bisogno di fonti specialistiche e difficilmente posso essere realizzate da un volontario durante il suo tempo libero. L’apporto degli studenti è quindi fondamentale anche perchè così possono subito mettere in pratica quello che studiano e comprenderne l’importanza e il valore». Wikipedia, insomma, non è più solo il sito dove si copiano le ricerche all’ultimo momento. «Per troppo tempo è stata vista come nemica dell’Accademia: per fortuna oggi non è più così e può essere davvero una risorsa quando i contenuti sono ben scritti e fruibili. Nell’era delle fake news questo progetto trasmette ai giovani il valore dell’informazione verificata e non distorta» dice il Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School.
Le foto storiche
La partnership con Tim è fruttuosa soprattutto per quelle voci su cui il knowhow tecnologico può essere determinante e per quelle che possono essere ben illustrate con le immagini dello sterminato archivio dell’azienda di telecomunicazioni. Così sono stati recuperati vecchi loghi e immagini pubblicitarie della Società idroelettrica piemontese (la Sip) o la cabina telefonica più alta d’Italia (nel rifugio «Regina Margherita» del Monte Rosa a 4.559 metri ) in una foto del 1967. «Abbiamo 18 chilometri lineari di materiali e abbiamo deciso di digitalizzarne un po’ per metterli a disposizione di tutti - dice Ivan Dompé, direttore della Comunicazione istituzionale di Tim - È nello spirito di questo progetto che vuole far parlare università e Wikipedia per migliorare la qualità di voci ipertecniche, ma anche di quelle che chiunque può voler consultare».

28 aprile 2017 (modifica il 28 aprile 2017 | 17:23)

La droga in vendita sul deep web con armi e soldi falsi: cinque arresti

corriere.it
Anna Campaniello

Fucili in vendita sul deep web

Il suo nome nel deep web era «Kriminale» ed era segnalato da anni dalle autorità americane come uno dei più attivi trafficanti di droga nel lato parallelo e «oscuro» di Internet, dove le transazioni avvengono in bitcoin, la moneta elettronica. È uno dei cinque uomini - tre italiani, un albanese e un sudamericano - arrestati dalla polizia venerdì mattina nell’ambito di un’operazione della Questura di Lecco che ha permesso di scoprire e oscurare un mercato virtuale di articoli illegali, stupefacenti ma anche armi, documenti contraffatti, denaro falso, software impiegati per accessi abusivi a sistemi informatici e carte di credito clonate. Gli agenti della polizia di Stato di Lecco, affiancando indagini tradizionali ad attività sotto copertura, sono riusciti a ricostruire le operazioni illegali che avvenivano tramite il portale del deep web Italian Darknet Community (Idc).

Venerdì mattina, oltre agli arresti, sono state effettuate cinquanta perquisizioni in tutta Italia e nell’ambito dell’indagine sono stati individuati numerosi acquirenti di questo mercato illecito, in gran parte giovani, in alcuni casi anche minorenni. «Abbiamo effettuato un’attività di indagine del cosiddetto darknet, supportata da attività tecniche e dall’impiego di agenti sotto copertura – spiega il capo della squadra mobile di Lecco Marco Cadeddu –. Abbiamo individuato siti e forum che offrono, dietro la copertura garantita dall’anonimato del deep web sostanze stupefacenti di varia natura, cocaina, eroina, hashish e droghe sintetiche ma anche armi, documenti falsi, account di siti di e-commerce intestati a persone inesistenti o oggetto di furto di identità, oltre a sistemi per creare virus e poi infettare i computer e minacciare e ricattare i destinatari».

Agli arrestati sono stati contestati a vario titolo reati legati al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Al presunto «banchiere clandestino» dell’organizzazione, un italiano residente a Bergamo che si occupava dello scambio tra euro e bitcoin, è stato contestato anche il riciclaggio e l’esercizio abusivo dell’intermediazione finanziaria. «Dalla poltrona di casa, nell’anonimato più completo si possono comprare droghe ma anche armi e documenti o soldi falsi – dice ancora il capo della mobile –. Abbiamo effettuato controlli di numerosi soggetti evidenziati come naviganti di questo mercato, persone di fascia di età bassa, anche minorenni. Il deep web assicura l’anonimato più assoluto perché esce dai protocolli tradizionali e cripta ogni contenuto. Le barriere e protezioni sono fortissime. È un settore che le investigazioni non possono più trascurare».

Nel corso dell’attività di indagine sono stati sequestrati ingenti quantitativi di droga di vario tipo, ma anche alcune centinaia di migliaia di euro frutto dell’attività illecita e numeroso materiale informatico.

Paladin, l’app per mettere a noleggio gli oggetti che non usiamo

corriere.it
di Michela Rovelli

Ideata da un italiano, è un servizio che permette di dare in prestito a pagamento tutte quelle cose che conserviamo in casa ma rimangono in un angolo a prendere polvere



Condividere tutto, dalle stanze di casa ai passaggi in auto, dalle cene fino al nostro divano. La sharing economy piace, le nuove idee non mancano mai. E alcune sono anche «made in Italy». Come quella di Nico Fusco, che ha creato l’app Paladin, con la quale ad essere messi in condivisione sono tutti gli oggetti che accumuliamo in casa (e spesso abbandoniamo in soffitta). Come gli sci e gli scarponi che non toccano neve da tanti inverni. Oppure la macchina fotografica che ci hanno regalato ma non abbiamo mai occasione di usare. Ancora l’impianto audio acquistato per una festa e poi rimasto a prender polvere in un angolo del salotto. Oggetti di valore, ma non sfruttati. Li teniamo perché un giorno potranno esserci utili ma intanto occupano spazio inutilmente.
Come funziona
«Ho cambiato casa spesso nella mia vita per lavoro — spiega Fusco — e ogni volta mi mancava qualcosa. Ma quando lo chiedi in prestito, soprattutto nelle grandi città, c’è diffidenza» spiega Fusco, che alle spalle ha una lunga carriera nell’ecommerce, da Zalando e una società che opera soprattutto nel sud est asiatico ed è stata poi acquisita dal gigante cinese Alibaba. La sua esperienza — professionale e non — l’ha portato a pensare a una piattaforma per il noleggio degli oggetti a pagamento. L’utente decide il prezzo del prestito, determina una caparra da trattenere in caso di danno e, quando arriva la richiesta di nolo, si organizza lo scambio. «Stiamo pensando di inserire anche un sistema di assicurazione, per garantire la sicurezza agli utenti», continua Fusco.

Il servizio è già partito in due città pilota, Berlino e Milano (in italiano, tedesco e inglese). «Ho scelto di partire da due capitali della sharing economy, dove esiste già la cultura della condivisione», continua. La prossima meta sarà Barcellona. Un’altra componente che rende il capoluogo lombardo perfetto per Paladin, secondo Fusco, è la sua anima universitaria: «Il nostro target principale sono gli studenti. Quando arrivano a Milano per studiare si portano dietro tutto ciò che hanno e, con la nostra app, può sfruttare il suo piccolo tesoro per guadagnare qualcosa. Per quanto riguarda gli utenti che richiedono il prestito, guardiamo molto anche ai turisti».
Il lato «sociale» di Paladin
I primi iscritti sono già arrivati: 500 gli utenti che hanno «messo a nolo» circa 1.700 oggetti. E per lo scambio, Fusco suggerisce l’incontro faccia a faccia. Come è capitato a lui quando ha prenotato una penna 3D, di cui ignorava il funzionamento: «Ci siamo visto in un bar a Milano e mi ha spiegato come usarla». Se si chiede in prestito, per esempio, una macchina fotografica professionale ci si aspetta che chi l’ha acquistata sia anche un’appassionato dell’arte dell’immagine e che quindi ci può dare suggerimenti su come sfruttarla al meglio. «Stiamo implementando un servizio di spedizione — conclude — ma ci piace pensare che su Paladin ci si scambi anche consigli oltre che oggetti».

Ong e migranti, la Guardia costiera: «Così guidiamo i soccorsi in mare»

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

Roma, nella sala operativa della Guardia costiera: «Ora partono anche di notte e molti non hanno a bordo un satellitare». Un sistema traduce in simultanea le chiamate in arabo. Se l’Sos viene dalla Libia le navi più vicine sono quelle delle Ong



ROMA Le richieste disperate giungono grazie ai telefoni satellitari. «Help us, we have children», aiuto, ci sono bambini. «Dammi la posizione, dammi la posizione».

Sala operativa della Guardia costiera, il centro di coordinamento per le ricerche in mare è a Roma. I militari si avvicendano in consolle, rispondo agli appelli, pianificano i soccorsi. Sullo schermo si muovono decine di puntini, sono i mezzi in acqua. La panoramica è completa, copre tutto il Mediterraneo centrale, arriva fino in Libia. Lì dove i trafficanti continuano a caricare uomini, donne e bambini su mezzi di fortuna: gommoni senza chiglia, pescherecci di legno con le tavole sconnesse che dopo qualche miglia di navigazione cominciano a imbarcare acqua.

Se l’sos viene lanciato con un satellitare Turaya, gli specialisti della Guardia costiera sono in grado di ottenere la localizzazione grazie all’accordo firmato con la compagnia telefonica che ha sede negli Emirati arabi. Altrimenti bisogna far muovere i mezzi aerei, chiedere aiuto alle navi che sono in zona. E se la «zona» sono le «acque libiche» le imbarcazioni più vicine sono quelle delle Organizzazioni non governative. Ecco perché il Viminale sta cercando di accelerare le procedure dell’accordo con le autorità di Tripoli per far funzionare la Guardia costiera locale. E così tentare di fermare le partenze.
Intanto sono le Ong ad effettuare i primi salvataggi al di fuori dell’area Sar (Search and rescue), caricano a bordo i migranti, si muovono verso il porto più vicino. E approdano in Italia, perché quasi sempre Malta e Tunisia rifiutano l’autorizzazione all’approdo.
I viaggi di notte
Per i trafficanti è un affare da sfruttare fino in fondo. Il rapporto della Guardia costiera sull’attività svolta nel 2016 racconta in quali drammatiche condizioni le organizzazioni criminali facciano viaggiare i migranti: «Rispetto al modus operandi degli anni scorsi si è registrato un incremento di partenze dalla Libia anche con condizioni meteomarine avverse ed in ore notturne, determinando un impegno pressoché costante nelle attività di coordinamento di Roma a favore dei mezzi impegnati nelle operazioni di salvataggio. In passato invece le partenze avvenivano prevalentemente alle prime ore del giorno e con condizioni meteo marine maggiormente favorevoli».

E poi conferma come le Ong «abbiano fatto registrare un consistente aumento della presenza» e siano in prima linea per andare a recuperare gli stranieri, tanto che in due anni il numero delle persone salvate da loro è raddoppiato portandoli in cima alla classifica dei soccorritori. Su 178.415 stranieri, ben 46.796 sono sbarcati nei porti italiani dalle navi «private».
Telefoni e traduttori
Nella sala operativa c’è un sistema che consente di tradurre in simultanea le richieste di aiuto che arrivano in lingua africana: serve a fare più in fretta, a fornire indicazioni precise ai primi soccorritori e alle motovedette o ai mezzi più pesanti che arriveranno subito dopo, a tentare di evitare di giungere quando è troppo tardi per portare in salvo gli stranieri. Il 4 maggio il comandante generale della Guardia costiera Vincenzo Melone parlerà di fronte alla commissione Difesa del Senato. E lì probabilmente ribadirà quello che i suoi uomini hanno già evidenziato sui metodi utilizzati dai trafficanti. Sottolineando come «nel 2016, rispetto all’anno precedente, si è assistito ad un netto peggioramento delle condizioni di sicurezza a bordo delle unità impiegate per il flussi via mare dalle coste libiche».

Perché «la frequente assenza di telefoni satellitari a bordo delle unità impiegate, rispetto al recente passato, ha determinato una più intensa e complessa attività di ricerca da parte degli assetti presenti in mare e coordinati dal Centro di Roma che ha inevitabilmente comportato un maggiore pericolo per le stesse unità in quanto non in grado di chiedere aiuto né di essere prontamente localizzate e soccorse».
Gommoni e barchini
Nell’ultimo anno i trafficanti hanno «aumentato l’utilizzo dei gommoni e di barchini di piccole dimensioni con circa 20-50 migranti a bordo, mentre hanno diminuito drasticamente quello delle imbarcazioni in legno». Ma soprattutto hanno stipato i gommoni imbarcando «fino a 200 persone con conseguente sempre maggiore probabilità di naufragio». Il monitor della sala operativa rimanda l’immagine dell’ultimo salvataggio. A bordo del gommone ci sono decine di uomini e donne. Ma anche tre bimbi piccoli che per primi vengono trasferiti sulla motovedetta.

Fakebook

lastampa.it
mattia feltri

È ormai chiaro a tutti che le fake news, in italiano notizie false, non sono un’invenzione dei nostri tempi. Era già una notizia leggermente esagerata, cinquemila anni fa, la natura divina del faraone, e dunque nessuno stupore davanti all’ammissione di Facebook: organizzazioni governative e politiche ci usano per spacciare o ampliare notizie false, e condizionare la vita pubblica e le elezioni. Semmai la differenza sta nei social che hanno esteso fino all’ultimo balordo da tastiera il potere di costruire e diffondere realtà parallele, e pure questa è democrazia. Ma la novità sembrerebbe un’altra: la pratica è così globale che ormai si raccontano bufale senza paura di essere smentiti, perché non c’è smentita che reggerà. 

Da giorni Luigi Di Maio va sostenendo che l’espressione «taxi del mare» per i barconi è stata usata da Frontex e che dalla stessa Frontex viene l’accusa alle Ong di essere in combutta con gli scafisti. Non è vera la prima né la seconda affermazione, i giornali ne hanno preso atto, ma per Di Maio è come se non fosse successo nulla. La spericolata uscita del procuratore di Catania, secondo cui poche (poche) Ong forse (forse) hanno rapporti con i trafficanti, è evoluta a epigrafe scolpita nel marmo che ha consentito a Matteo Salvini la sentenza anti-migranti («siamo di fronte a un’invasione organizzata, finanziata e pianificata») e al Vaticano la sentenza pro-migranti («sulla loro pelle sta emergendo un ennesimo scandalo»). Davvero straordinario: un’unica falsità al servizio di opposte verità. 

Pd

lastampa.it
jena@lastampa.it

Da Gramsci a Renzi, peggio di così si muore. Appunto. 

Militanti M5S denunciano: c’è un traffico di dati sensibili, identità digitali e password private

lastampa.it
jacopo iacoboni

Online nuove rivelazioni di Supernova, il progetto di due ex collaboratori di Gianroberto Casaleggio. Anche dei parlamentari sarebbero stati a conoscenza della vicenda catanese



Militanti del Movimento che denunciano: per farci iscrivere a un meet up ci hanno chiesto tutti i dati sensibili, il codice fiscale, e persino la password delle nostre mail private. Parlamentari del Movimento che vengono a sapere della cosa da parte di alcuni di quei militanti, e ne discutono animatamente in una chat (anziché denunciarlo, alcuni si preoccupano che la cosa non esca fuori). Infine un pc, con tutti i dati sensibili e le password, che sarebbe sparito e non si sa che fine abbia fatto.

Le rivelazioni di questi presunti traffici sono contenute nella nuova anticipazione di Supernova, il libro di due ex stretti collaboratori di Gianroberto Casaleggio, Nicola Biondo e Marco Canestrari, in uscita dopo l’estate. Il capitolo appena uscito s’intitola: “Traffico di dati sensibili, identità digitali e password private”. (sottotitolo: “A Catania spunta pure un mercato delle tessere”). L’affaire deflagra nelle chat grilline, scrivono gli autori, il 24 aprile. «Se non escono i nomi di chi ha fatto girare questi moduli finisce a schifiu», attacca Giulia Grillo, all’epoca capogruppo uscente M5S a Montecitorio, che vuole vedere chiaro in questa storia.

«Al centro della discussione c’è un modulo prestampato», scrivono Biondo e Canestrari (e lo pubblicano). «È un modulo di iscrizione al Movimento cinque stelle e prevede una sfilza di dati sensibili: codice fiscale, estremi del documento di identità, recapiti telefonici e mail. Viene richiesta, verbalmente ma imperativamente, anche la password della mail privata (dice un parlamentare nella chat che abbiamo potuto leggere)».

Si tratta naturalmente di qualcosa di totalmente opposto ai principi di trasparenza e onestà del Movimento. «Chi conosce il Movimento sa che l’unico modo di iscriversi è passare dal portale Rousseau, e che nessun meet up può raccogliere iscrizioni e dati di questo tipo - scrive Supernova -. Due parlamentari catanesi, Giulia Grillo e Nunzia Catalfo, sono state allertate da alcuni attivisti. Postano in chat il documento. Vogliono sapere chi lo ha utilizzato».

Oltre a non ottenere risposte soddisfacenti, scoprono di più. Un attivista segnala che, circostanza inquietante, proprio in quelle ore è sparito un pc da uno dei meet up catanesi. «Raccogliere dati sensibili senza averne titolo - ricordano Biondo e Canestrari - è un reato. Ma c’è di più. A dirlo è la stessa Catalfo: “Sembrerebbe che insieme al modulo è stata chiesta la password dell’indirizzo personale di posta. Se fosse vera questa cosa sarebbe gravissima. A nome del Movimento...”». In chat enumerano i testimoni di questa storia, chi dice siano quattro, chi ancora di più.

Si tratta - nella stagione delle tante ombre nelle pratiche cyber nel mondo pro M5S - di una vicenda allarmante. Biondo e Canestrari spiegano: «Dati sensibili raccolti senza autorizzazione, identità digitali che passano di mano, iscrizioni irregolari, password private. Chi detiene questo “pacchetto di dati” può, se vuole, aprire account a nome dei neo-iscritti». In altre parole, se si possiedono persino le password delle mail personali, si possono aprire account social collegati a persone reali, magari a loro insaputa. Cittadini, anche inconsapevoli, potrebbero anche finire con l’esser prestanomi involontari per “cyber operations”. Un caso limite, di cui - va specificato - in queste chat non si fa cenno.

Le parlamentari M5S capiscono che la storia è pesante, la richiesta di dati sensibili e di password fatta non si sa bene da chi. Può fermarsi in Sicilia, o salire lo stivale. Uno degli attivisti catanesi più in vista, si legge in Supernova, spiega che esiste persino «un tariffario», «un mercato delle tessere parallelo per ottenere una candidatura». Il militante osserva: «Adescano la gente ai banchetti o in sede. E poi gli presentano questo modulo per iscriversi al Movimento. E per candidarsi devono portarne 20 per il consiglio comunale e 50 per il sindaco».

Biondo e Canestrari raccontano anche di un confronto severo tra due parlamentari catanesi, su questa vicenda. Nunzia Catalfo scrive a Giarrusso: «Mario dobbiamo verificare chi lo ha prodotto [il modulo ndr.] non il testimone che lo denuncia, perché quello semmai lo verificherà la magistratura». E lui: «Testimone di che, se ci nascondi qualche cosa Nunzia non credo sia corretto». «Testimone di un illecito» (gli ribatte Catalfo la quale, scrivono Biondo e Canestrari, «è pienamente consapevole della gravità»). Mario qui qualcuno fa firmare moduli, chiede password personali a nome del Movimento». E Giarrusso: «Se lo fa è gravissimo e va subito cacciato. Ma vorrei sapere da dove vengono le notizie...».

Restano tante domande: è successo solo in un meet up catanese, o in altri meet up italiani? E soprattutto, esiste un utilizzatore finale di questi dati, password e identità digitali?

Facebook rivela: abbiamo un problema di controllo dell’informazione

lastampa.it
andrea nepori

Con un nuovo report firmato dagli esperti di sicurezza della piattaforma, il social network ammette l’esistenza di iniziative di propaganda e manipolazione dell’informazione e delinea nuove soluzioni per combatterle, ma “serve il coinvolgimento di tutta la società civile

Dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, Facebook è finita sotto accusa per la diffusione di contenuti falsi e propagandistici volti a screditare Hillary Clinton e favorire il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il CEO Mark Zuckerberg aveva inizialmente rigettato le imputazioni dell’opinione pubblica, salvo poi assumere toni più accondiscendenti, promettendo a soluzioni e piani d’azione volti a limitare l’epidemia di fake news e contenuti ingannevoli condivisi sulla piattaforma. 

Il rischio propaganda
Anche l’esistenza di organizzazioni e gruppi che usano Facebook a scopo di controllo politico e propaganda è ormai assodata , per quanto rimanga difficile stabilire e quantificare la presa e l’efficacia di tali iniziative. Un problema reale e urgente, comunque, riconosciuto anche dai massimi esperti di sicurezza di Facebook. Che in un nuovo report ammettono: la piattaforma è un campo di battaglia informativo. Una guerra silenziosa, condotta da governi e da gruppi indipendenti con agende contrastanti, che si avvalgono di ogni possibile strumento per le proprie “information operations”: account falsi che amplificano le false notizie, manipolazione dei like, hacking di pagine legittime per diffondere contenuti politicizzati.

“Gli operatori dell’informazione provano a distorcere il discorso pubblico, a reclutare simpatizzanti o finanziatori, o influenzare risultati politici o militari”, si legge nel documento redatto a sei mani da Alex Stamos, Chief Security Officer di Facebook, e dagli esperti di sicurezza Jen Weedon and William Nuland. “Queste operazioni possono essere condotte senza particolari costi o rischi da chi le organizza”. 

Il problema dell’amplificazione
Nel report gli autori usano a più riprese la parola “amplification”, amplificazione, a suggerire una presa di coscienza del ruolo svolto dalla piattaforma, che non contribuisce tanto alla generazione delle falsità a scopo politico quanto all’aumento esponenziale della loro la portata. Il documento non si limita ad un implicito mea culpa, ma delinea e spiega le soluzioni che l’azienda di Menlo Park intende adottare per riportare su binari civili il confronto politico a mezzo social.

“In breve dobbiamo espandere il nostro focus di sicurezza dai tradizionali comportamenti abusivi, come l’hacking degli account, lo spam e le truffe per includere forme di uso illecito più subdole e insidiose, come il tentativo di manipolare il discorso civico al fine di ingannare le persone”, scrivono i tre esperti. “Sono problematiche complicate e la nostra risposta evolverà in continuazione, ma vogliamo essere trasparenti sul nostro approccio”. 

Il lessico della propaganda social
Il documento definisce anche un lessico delle “operazioni informative”, necessario, spiegano gli autori, per districare le azioni di propaganda dal calderone variegato delle fake news generiche (come quelle a scopo di lucro dei gruppi e delle pagine di Vincenzo Todaro) e individuare con maggiore efficacia queste iniziative di distorsione dell’opinione. Per capire se una falsa notizia ha scopi propagandistici, dicono da Facebook, gli indicatori sono tre: l’intento, con la prevalenza dello scopo politico sul profitto; il mezzo, con il “coinvolgimento di un ecosistema informativo più ampio che include new e old media”; l’amplificazione, infine, che trasforma una semplice notizia falsa in strumento di propaganda nell’ambito di una “information operation” più ampia.

Il report include anche la definizione dei cosiddetti “false amplifiers”, cioè “le attività coordinate da parte di account falsi con l’intento di manipolare la discussione politica”. I metodi utilizzati sono molteplici e includono, ad esempio, l’amplificazione di opinioni sensazionalistiche attraverso account fasulli e gruppi creati ad hoc.

Serve uno sforzo comune
Il report delinea infine le soluzioni che Facebook ha già adottato e adotterà per limitare l’impatto delle operazioni di propaganda, ma contiene anche un appello più ampio e un’ulteriore presa di coscienza: il problema è enorme, riguarda la società e non ci si può aspettare che una piattaforma lo risolva da sola grazie a qualche incantesimo algoritmico. 

“Una risposta efficace, quindi, richiede uno sforzo di tutta la società civile che preveda la collaborazione in materia di sicurezza, educazione, governance e alfabetismo mediatico”, scrivono Stamos, Weedon e Nuland. “Facebook riconosce che pochi gruppi d’interesse ricoprono un ruolo chiave e devono portare il peso della responsabilità nella prevenzione degli abusi; siamo intenzionati non solo a farci carico di quegli elementi che coinvolgono direttamente la nostra piattaforma, ma anche a offrire supporto per gli sforzi di altri soggetti”. 

Il mistero delle "cascate di sangue" in Antartide

ilgiornale.it
Enrica Iacono - Ven, 28/04/2017 - 12:59

È stato risolto il mistero delle cascate di sangue in Antartide: il fenomeno è dovuto infatti alla presenza di un lago salato sotterrato dalle montagne



Ben 106 anni fa è stato scoperto dal geologo Griffith Taylor il fenomeno delle "cascate di sangue", situate presso il lago ghiacciato Bonney, in Antartide. Per moltissimi anni ci si è chiesto cosa provocasse il fenomeno. Si era capito già negli anni successivi al 1911 che non si trattasse di sangue ma di acqua. Poi nel 2003 la comunità scientifica si convinse che a provocare l'effetto sanguigno fosse la presenza di alcune alghe rosse.

Ora, invece, il mistero è stato risolto grazie allo studio di un team congiunto di scienziati della University of Alaska Fairbanks e del Colorado College. Questo fenomeno, deriva infatti da un lago salato sotterraneo già esistente 1,5 milioni di anni fa contenente alti dosi di ferro che si ossida una volta raggiunto il contatto con l'aria.

Quando la catena montuosa dei monti transartartici ha iniziato a estendersi ha intratppolato al di sotto di una coltre di neve e ghiaggio il lago salato. La brina è diventata quindi troppo salata per ghiaggiarsi alle normali temperature e ha iniziato così a getatre via il ferro dalle rocce su cui il lago poggia. La scoperta è stata fatta grazie all'utilizzo di un ecolocazione chiamato RES (radio-eco sounding).

Il percorso che la brina ferrosa deve percorrere per arrivare a galla è di circa 300 metri."Il ghiacciaio Taylor è il più freddo tra quelli conosciuti che permette l'attraversamento dell'acqua" hanno specificato infatti i ricercatori del team di studio, come riporta Huffington Post.

venerdì 28 aprile 2017

I robot di Amazon sbarcano a Rieti

lastampa.it
beniamino pagliaro

I robot di Amazon faranno il loro debutto in Italia nell’autunno di quest’anno, quando il gruppo dell’ecommerce aprirà il terzo centro di distribuzione nel Paese, a Passo Corese, in provincia di Rieti. La tecnologia di Amazon Robotics permetterà al centro che nasce per servire Roma e il Sud Italia, di diventare il più evoluto della penisola.

La decisione del gruppo che è presente in Italia dal 2010 descrive l’accelerazione nella corsa all’automazione, che è considerata una delle tendenze guida dell’economia globale. I robot di Amazon sono però un esempio della fase di transizione, in cui la macchina non sostituisce l’uomo, bensì e umani e robot istruiti dal software lavorano assieme. Il centro di Passo Corese creerà infatti 1.200 posti di lavoro a tempo indeterminato in tre anni.

Amazon utilizza i robot dal 2014 in vari centri americani: da allora il numero di lavoratori negli stessi centri è cresciuto di cinque volte, e soprattutto è cresciuta la produttività dei centri. Quando acquistiamo un prodotto su Amazon, l’ordine arriva ai centri in tempo reale e nel giro di circa 15 minuti (secondo un’analisi di Deutsche Bank, in ogni caso in pochi minuti) il pacco viene consegnato al corriere espresso che ce lo porterà a casa. Questo succede nei centri dove robot e umani lavorano assieme, mentre in quelli dove non ci sono i robot il tempo sale a un’ora o più.

Come funziona? I famosi robot, che poi assomigliano più a delle grandi aspirapolveri arancioni che agli androidi di Hollywood (viaggiano a 5 chilometri all’ora), hanno rivoluzionato il modo di ordinare la merce negli enormi magazzini di Amazon. Invece di archiviare i libri in ordine alfabetico, o dividere tutto in categorie, gli addetti dei centri ricevono la merce e la inseriscono casualmente negli scaffali. Un codice a barre renderà ovviamente semplice ritrovare ogni singolo prodotto. Così poi quando a casa concludiamo effettivamente l’ordine, il software di Amazon fa muovere i robot in una danza silenziosa e apparentemente inspiegabile. I robot portano lo scaffale che contiene proprio il prodotto dei nostri desideri vicino all’addetto che preleva il tutto e lo manda alla stazione di spedizione.

Amazon risparmia nel tempo di entrata, di uscita, e dunque sul tempo di consegna. La domanda delle domande potrebbe essere: un giorno Amazon sostituirà gli umani con i robot? In questo momento appare la domanda sbagliata. La rincorsa dell’e-commerce, nonostante tutto, è ancora agli inizi: negli Stati Uniti il commercio elettronico vale solo l’8,6% del commercio totale, in Italia appena il 5%. Lo spazio per crescere è ancora molto e la risposta di Amazon è che proprio l’adozione della tecnologia può ampliare il mercato e dunque creare posti di lavoro. Con il centro del Lazio, i robot saranno diffusi in cinque centri in Europa (uno in Spagna, uno in Polonia, tre nel Regno Unito). “Nel 2016 abbiamo creato più di seimila posti di lavoro a tempo indeterminato”, spiega il responsabile per le operazioni europee, Stefano Perego.

L’Arabia Saudita nella Commissione Onu a tutela delle donne. E non è uno scherzo provocatorio

lastampa.
francesca paci



Quando alcuni giorni fa ha iniziato a girare sui social network, la notizia era accompagnata dall’hastagh #nofake, non è un fake, non è una balla. Perchè, obiettivamente, era del tutto legittimo pensare che l’ingresso dell’Arabia Saudita nella Commissione delle Nazioni Unite a tutela delle donne fosse uno scherzo, una provocazione, un’iperbole. Non lo era. Per i prossimi quattro anni la petrol-monarchia che impedisce alle signore di guidare l’automobile (tanto per citare solo il più noto dei divieti in rosa) avrà un posto tra i 45 membri della United Nations Commission on the Status of Women (UNCSW), il principale strumento inter-governativo per promuove la parità dei sessi e l’empowerment femminile

Com’è stato possibile che l’organismo istituito nel 1946 con lo scopo di monitorare la condizione dell’altra metà del cielo votasse (a scrutinio segreto) per aprire le porte al Paese che occupa la 141esima posizione su 144 nella infamante classifica della disparità di genere dell’ultimo Forum Economico Mondiale? La domanda rimbalza non solo sul web ma arriva a far insorgere le più serie tra le organizzazioni dei diritti umani come UN Watch, dove il direttore Hilll Neuer commenta amaramente l’assurdità di una scelta equiparabile a «mettere un piromane a capo dei pompieri». Non è la prima volta, replicano i veterani del Palazzo di Vetro. Già nel 2015 Riad, in barba all’incessabile lavoro dei suoi boia , aveva piazzato un suo rappresentante a capo del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, una posizione prestigiosa e segnata dalle polemiche sin da quando nel 2003 era stata assegnata alla Libia dell’allora dittatore Gheddafi.

Che l’Onu si presti e si sia prestato a tribuna per i peggiori dittatori del pianeta è accusa conosciuta. Ma non per questo dovrebbe fare meno rumore la notizia del nuovo incarico all’Arabia Saudita, dove le donne hanno bisogno di un guardiano che accompagni qualsiasi decisione importante, dalla nascita ai viaggi alla morte. C’è chi, come l’ex premier neozelandese Helen Clark, sottolinea che Riad sta facendo piccoli lenti progressi, a partire dal decreto reale che dal 2015 consente loro di candidarsi e votare (alle amministrative) fino al neonato Consiglio delle Ragazze di Qassim (nel quale però siedono solo uomini). Ma basta? Può davvero bastare? Nel momento in cui anche nell’occidente delle democrazie liberali si cominciano a rimettere in discussioni conquiste che si pensavano ormai assodate è possibile far passare sotto silenzio questa notizia #nofake?

La classifica dei gonzi

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mattia feltri

Le classifiche, specie se stilate secondo metodi scientifici, non valgono niente. Se n’è avuta la riprova quando il Cies, osservatorio indipendente del calcio, ha stabilito che fra i cento migliori dribblatori non c’è Cristiano Ronaldo: un sistema di algoritmi e data base offre la verità scientifica per cui marcare il fuoriclasse del Real è più facile che marcare Daniele Croce dell’Empoli, piazzato 45
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al mondo. C’è di meglio. Qualche anno fa una classifica elevò terza in Italia la facoltà di ingegneria dell’Università Foro Italico, che non ha la facoltà di ingegneria. È strana, in un mondo vorace di fatti alternativi, l’adesione fideistica alle classifiche, redatte da enti dai nomi inflessibili.  

Se Reporters sans frontières dice che siamo 77
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o 52
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per libertà di stampa, è così e basta (almeno finché lo studio non ti mette fra i cattivi, com’è successo a Beppe Grillo). In pochi, però, vanno a vedere chi elabora la graduatoria e con quali criteri. Finalmente si scopre l’arcinoto: la libertà di stampa è stimata da Rsf essenzialmente attraverso questionari le cui risposte sono, dunque, soggettive e non oggettive. Infatti è bizzarro che la Giamaica risulti avere una stampa più libera dell’Islanda. Prima o poi si scoprirà che anche la classifica della corruzione di Transparency, che ci punisce sempre, si fonda sulla corruzione percepita: è come se io calcolassi il riscaldamento globale in base a quando mia moglie toglie il piumone dal letto. Ma uno saggio ha scritto che in Italia siamo primi in classifica fra chi crede alle classifiche. 

Esistono i trafficanti di uomini e i trafficanti di voti.

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jena@lastampa.it

Esistono i trafficanti di uomini e i trafficanti di voti.

mercoledì 26 aprile 2017

“Respinti”: così Mussolini condannò gli ebrei croati

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ariela piattelli

1942, in fuga dai nazisti e dagli ustascia cercavano riparo in Italia. La prova in un appunto scovato nell’Archivio Centrale dello Stato: conferma la corresponsabilità del Duce già prima dell’8 settembre


Il documento. Datato 4 ottobre 1942, è siglato con le tre stanghette della M stilizzata di Mussolini. Il direttore generale Archivi, Gino Famiglietti, ne ha autorizzato la pubblicazione spiegando che «gli archivi conservano la memoria del Paese affinché possa essere fruita dalla Nazione, come prescrive l’articolo 9 della Costituzione»

«Respinti». Con una parola, laconica quanto feroce, seguita dalla sua iniziale autografa, Benito Mussolini respinse gli ebrei croati che, minacciati dagli atroci massacri degli ustascia, dalle deportazioni naziste, e destinati a «sicura morte», chiedevano nel ’42 di entrare in Italia per trovarvi rifugio. Lo rivela un documento inedito trovato recentemente dallo storico della Shoah Michele Sarfatti, che è stato direttore per molti anni della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. 

L’appunto, datato 4 ottobre 1942, testimonia la connivenza di Mussolini con la macchina dello sterminio prima dell’8 settembre 1943. «Ho scoperto questo documento nell’Archivio Centrale dello Stato grazie alla segnalazione di due studiosi, Giorgio Fabre e Anna Pizzuti», racconta Sarfatti. «L’ho reperito nel corso delle ricerche su come l’Italia fascista aveva trattato gli ebrei croati che cercavano di entrare nella provincia di Fiume e sul ruolo di Giovanni Palatucci in quella vicenda». Il risultato di questo studio uscirà sul prossimo numero della rivista Italia Contemporanea . «Il documento inedito consiste in un “appunto” per Mussolini: era uno dei modi con cui il sistema burocratico chiedeva direttive al dittatore.

Quando lui scrive su questo la parola “respinti”, risponde in modo inequivocabile. È ovvio che si riferisce a tutti, senza eccezione, si tratta di un ordine di carattere generale».L’importanza dell’appunto di ottobre sta nel fatto che per la prima volta viene riportata alla luce una carta che testimonia la decisione esplicita di Mussolini di respingere verso morte certa un gruppo di ebrei, nel secondo semestre del 1942. «Sono accadimenti che precedono l’Armistizio; dopo, il coinvolgimento di Mussolini nello sterminio degli ebrei italiani, sotto la Repubblica Sociale Italiana, è fatto ormai notorio». Degli ebrei in pericolo di vita il duce avalla la morte, «siglando con le tre stanghette, che raffigurano la consueta M stilizzata, l’ordine di respingerli».

La decisione
Dopo la spartizione della Jugoslavia tra Italia e Germania nel ’41 e la creazione dello Stato indipendente croato, governato dagli ustascia, terribili persecutori di rom e serbi ed ebrei, questi cominciano ad affacciarsi verso Fiume, la città più vicina a Zagabria. «Gli ustascia erano veri e propri massacratori», continua Sarfatti. «L’Italia, che aveva espulso gli ebrei stranieri già dal ’38, è incerta su cosa fare: da una parte non vuole nuovi ebrei, dall’altra pensa che quei croati, pur se non ariani, potrebbero essere utili.

Fino alla primavera del ’42 nella provincia di Fiume si accavallano accoglimenti e respingimenti di centinaia di profughi. Durante la seconda fase della Shoah in Croazia, dopo che Zagabria ha stretto un accordo con Berlino per la deportazione degli ultimi ebrei croati, questi premono sulla provincia italiana di Lubiana. La questura locale lo segnala a Roma, precisando che sono in pericolo di vita, e la direzione centrale della polizia chiede direttive a Mussolini, che è anche ministro dell’Interno: è a quel punto che arriva la sua decisione».

«Nulla osta» allo sterminio
L’eccezionale testimonianza del documento diviene ancor più drammatica e significativa se si mette a confronto con un altro appunto siglato da Mussolini e già noto agli storici. «La storia non è una fotografia, ma è come se fosse un film, e bisogna vederlo sempre in un’ottica “processuale” poiché tutto è graduale. Nell’agosto del ’42 l’ambasciata del Terzo Reich chiede all’Italia di consegnargli gli ebrei che si trovano nelle zone croate presidiate dall’esercito italiano, esplicitando che sono destinati allo sterminio». E infatti nell’apposito appunto per Mussolini si parla esplicitamente di «dispersione ed eliminazione» e si informa il dittatore che la «liquidazione degli ebrei in Croazia starebbe ormai entrando in una fase risolutiva».

«Su questo foglio Mussolini scrive “nulla osta”, formula che contiene un assenso senza esplicitare un ordine esecutivo. Lui dunque lo aveva letto e sapeva del destino riservato agli ebrei croati da ustascia e nazisti. Quando in ottobre scrive “respinti”, già sa dalle stesse autorità tedesche dell’azione di deportazione e eliminazione. Sa, quindi, che quello che dicono gli ebrei croati sulla “morte sicura” che li attende è vero». 

La storia di quello che è avvenuto agli ebrei al confine orientale è ancora oggetto di indagine. «C’è dibattito tra gli storici, si sentono voci di un Mussolini che avrebbe protetto gli ebrei croati, ma non è così. C’è una politica dall’estate ’41 all’estate del ’42 composta da accoglienza e respingimenti, dopodiché, con il nullaosta un po’ ambiguo dell’agosto e poi con il successivo chiaro ordine di respingimento di ottobre, Mussolini esplicita la sua connivenza nell’assassinio degli ultimi ebrei croati».

Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo”

lastampa.it
ariela piattelli

Alla fine della guerra, l’arcivescovo di Torino disse no all’assegno del Vaticano destinato a un campo di rifugiati. Una studiosa ha ritrovato la lettera del rifiuto


Una fotografia ufficiale americana mostra un gruppo di bambini scampati all’Olocausto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale

Nel marzo del 1946 l’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire destinato agli aiuti per i mille ebrei scampati ai campi di sterminio nazista, ospitati nel campo profughi di Grugliasco, una delle stazioni di sosta, prima di prendere il mare per la Palestina. I sopravvissuti all’orrore, tutti stranieri, non erano considerati degni della carità perché «in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti».

Lo rivela un documento straordinario, ritrovato quasi per caso da Giulietta Weisz, ricercatrice volontaria dell’Associazione Italia-Israele. La lettera firmata dal Cardinal Fossati del 31 marzo del ’46, in cui spiega al Monsignor Baldelli della Pontificia Commissione Assistenza a Roma le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati. 

Il comandante del campo di Grugliasco, il Maggiore Brunnel, timoroso che il Vaticano potesse entrare nei suoi affari e aprire un’inchiesta sul campo, aveva convinto il Cardinale, prima con una visita, poi con un rapporto dettagliato, che i mille sopravvissuti alla Shoah erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro visto che di loro se ne occupavano già gli alleati (come l’Unrra - «United Nations Relief and Rehabilitation Administration» e l’ente ebraico «American Joint Distribution Committee»). Ed è bastato poco per convincere Fossati ad impedire che l’assegno fosse destinato agli aiuti. Brunnel era andato da lui con due crocerossine, descritte dall’Arcivescovo nella lettera ritrovata come «persone mature, di molto criterio, ottime cristiane». «Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni poi sono i più cattivi» scrive ancora Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle.

E con la promessa che forse in un pomeriggio libero avrebbe visitato il campo, il cardinale allega alla missiva l’assegno, perché era inutile che «il S. Padre sprecasse denaro per loro (i sopravvissuti)».
Il documento è stato ritrovato per caso da Weisz, nel corso di un’altra ricerca. «Cercavo notizie sulla permanenza di Judith Arnon (personaggio della danza israeliana) in un convento ad Avigliana - spiega Weisz - Sono andata in Curia e nel corso della ricerca ho visto sporgere un foglio ingiallito da una cartella.

Era la lettera di Fossati. Mi sono subito resa conto della portata storica del documento, che mi ha rivelato un’unica realtà. Si trattava di una dichiarazione di puro antisemitismo. Ogni parola della lettera che si riferisce ai sopravvissuti, a gente che ha perso ogni cosa e che porta i segni dell’orrore nel corpo e nella mente, è durissima. Ma la citazione della suora crocerossina sui “meno degni” mi ha colpito di più. Sono figlia di un ebreo ungherese, e ho trovato queste parole insostenibili». Dopo la scoperta della lettera, la ricercatrice è andata a verificare se questa era conservata anche nell’archivio segreto vaticano. 

«Ho trovato una cartella sulla corrispondenza, ma era vuota - continua -. È presumibile che qualcuno abbia ritenuto il documento scomodo». Ieri sera la Weisz insieme a Laura Camis de Fonseca, ha presentato il documento a Torino durante l’evento dell’Associazione Italia-Israele «Shoah, Alia Bet e Vaticano. Un ritratto del Cardinale Maurilio Fossati e della politica di Pio XII verso gli ebrei». 
«Questo terribile documento è una goccia in un mare dice Angelo Pezzana, direttore di Informazionecorretta, da sempre impegnato su questo tema - nel sommerso degli archivi secretati che il Vaticano si rifiuta di rendere pubblici, impedendo così agli storici di conoscere e studiare quanto avvenuto durante la Shoah e negli anni successivi».

Fermare gli scafisti si può: col tesoro di Gheddafi

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Mer, 26/04/2017 - 08:30

L'Italia chieda parte dei 67 miliardi del raìs per coprire i costi degli sbarchi

Vogliamo veramente che la Libia del premier Fajez Al Serraj collabori per bloccare i trafficanti di uomini e ci aiuti ad arginare il flusso dei migranti? Allora la ricetta migliore è premere sul portafoglio imponendo a Tripoli di pagar di tasca propria i 4 miliardi e 600 milioni di spese che, stando al Def, il documento di programmazione economica del nostro governo, dovremo sborsare nel 2017 per salvare e accogliere i migranti sbarcati sulle nostre coste.

L'idea di far pagare ai libici quei costi non è assolutamente infondata. Il governo Serraj, arrivato al potere con la benedizione dell'Onu e la protezione dell'Italia, ha a disposizione un tesoro da oltre 67 miliardi di dollari ereditato dall'era Gheddafi e custodito nei forzieri della Libyan Investment Authority (Lia), l'istituzione finanziaria a cui il Colonnello demandava gli investimenti realizzati grazie al petrolio. Ancora oggi almeno due miliardi e mezzo di quegli investimenti riguardano capitali italiani. Capitali che vanno dall'1,25 per cento di Unicredit, al petrolio dell'Eni passando per l'energia, le infrastrutture e le telecomunicazioni.

Ma quel tesoro congelato nelle banche di Malta e Londra non è tutto. Il traffico di uomini che Serraj si guarda bene dall'arginare garantisce a Tripoli un flusso di contanti pari a 300 milioni di euro annui, come rivelato a suo tempo dalle indagini dell'ammiraglio Credendino, comandante della missione navale europea. Eppure nonostante questo ben di Dio lo scaltro Serraj ripete non solo di non avere i mezzi per fermare i trafficanti di uomini, ma arriva a pretendere 800 milioni di contributi da Roma e Bruxelles per mettere in piedi una parvenza di Guardia Costiera. E allora l'unico modo per smetterla di farci prendere in giro è esigere che l'Italia possa recuperare spese e danni attingendo al tesoretto libico.

Quel tesoretto è attualmente «congelato» per volere del Consiglio di Sicurezza Onu che ha reiterato le sanzioni applicate nel 2011 per impedire agli inetti eredi del Colonnello di dilapidarlo. Ma quegli inetti eredi sono diventati, assieme alle milizie islamiste e ai criminali di cui si circondano, una piaga non solo per la Libia, ma anche per il nostro paese. Dunque vista l'indifferenza dell'Europa, l'inutilità di una missione navale europea incapace di fermare i trafficanti e la collusiva attività delle organizzazioni umanitarie impegnate a scodellar migranti sulle nostre coste l'unica soluzione è farsi parte attiva per recuperare i costi sopportati dall'Italia.

Anche perché un'azione politica in sede Onu potrebbe rivelarsi l'unica leva in grado di sollecitare l'indifferenza di Tripoli. Come esperienza insegna in sei anni di totale anarchia libica le uniche battaglie combattute in punta di diritto e legalità dai rappresentanti dei vari governi libici sono state quelle affrontate nelle aule giudiziarie inglesi e maltesi per vedersi assegnate il controllo del tesoro della Lia. Oggi le chiavi di quella cassetta sicurezza sono nelle mani dell'Onu e di Serraj. Entrambi devono molto al governo italiano intervenuto con intelligence e mediatori sia per garantire l'arrivo a Tripoli di Serraj all'inizio del 2016 sia per garantirne la successiva sopravvivenza.

Eppure da tutto ciò abbiamo ricavato solo costi e svantaggi. Oggi non è più tempo, come ha fatto Gentiloni, d'implorare l'aiuto di Trump, ma di pretendere che i miliardi di dote del governo libico siano messi a disposizione dell'Italia. Anche perché chi conosce la Libia sa che da quelle parti l'arma dei soldi funziona assai meglio delle cannonate.

Traslochi, spaccio e sesso nelle auto del car sharing

corriere.it

di Leonard Berberi - lberberi@corriere.it

Il libro nero delle compagnie: «A bordo capita di tutto». Da Milano a Roma ecco l’elenco delle «malefatte» degli utenti

Illustrazione di Alberto Ruggieri per il Corriere della Sera
Illustrazione di Alberto Ruggieri per il Corriere della Sera

Che ci facevano i tacchi delle scarpe, da donna, conficcati nel soffitto dell’auto nessuno l’ha ancora capito. Ma intanto il tetto è stato riparato. Le calzature, mai reclamate, sono state buttate. E l’episodio è finito nell’elenco degli usi che alcuni clienti fanno del car sharing. Se i parcheggi in doppia o tripla fila — raccontano dalle aziende — sono cosa nota, non mancano le soste simboliche o di protesta: com’è successo a Milano quando una macchinina è stata abbandonata in mezzo a Piazza Duomo. Oppure quando chi correva al parco Sempione poteva «ammirare» il veicolo posteggiato nel polmone verde.
Tra traslocatori e sbadati
Le compagnie hanno un dossier sui comportamenti più incredibili dei clienti. Centinaia di casi che spesso hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine e dei tecnici delle società che devono poi documentare con foto. C’è, per esempio, chi s’improvvisa traslocatore: e oltre a trasportare gli oggetti di casa (mobili compresi), usa il veicolo per portarci un motorino. Che sta, date le dimensioni, mezzo dentro e mezzo fuori. Molti sono gli sbadati. Come quelli che parcheggiano l’auto condivisa all’interno di un palazzo. Così diventa impossibile per gli altri prenderla, anche se tecnicamente risulta disponibile. Oppure quelli che dimenticano i propri effetti personali. Telefonini e portafogli sono un classico. Ma non sono mancati il narghilè alto oltre un metro, una stecca da biliardo personalizzata professionale e una torta.
I falsi profili
Più d’uno crea falsi profili. Per usufruire degli sconti e delle agevolazioni per certe categorie (le donne, gli anziani, i nuovi clienti). Perché non ha la patente. O per attività illecite. Come la prostituzione. E lo spaccio. Pochi giorni fa a Milano un italiano di 38 anni è stato scoperto mentre utilizzava il car sharing senza pagare sfruttando il regolamento. Aveva creato nove profili diversi, in dieci giorni, inserendo lo stesso numero di telefono, quello della compagna. Share’ngo — mette a disposizione veicoli elettrici — se n’è accorta e l’ha denunciato. L’uomo è stato arrestato: era ricercato perché destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Poi ci sono gli incidenti. Qualche settimana fa in sette, «dell’Est Europa», sono andati a sbattere contro un muro nel capoluogo lombardo. L’auto, omologata per due (altro che overbooking), «s’è tutta accartocciata». I passeggeri ne sono usciti solo con qualche graffio.
Il fine settimana
Una sera qualcuno ha trasformato il veicolo in ristorante ambulante. Il risultato? Patatine fritte sparse ovunque, ketchup in ogni angolino. «Sembrava fosse esplosa una bomba di carne, cipolla e salsa», ricordano. «Il fine settimana è il momento clou per trovare residui di vomito». In più di un caso i veicoli sono stati portati per un lavaggio completo perché qualcuno aveva deciso di usarli come un water. Sono sempre più gli utenti che sfruttano l’abitacolo per i rapporti sessuali. E se i preservativi vengono lasciati lì, c’è chi si dimentica la biancheria intima. A Roma hanno ricevuto una telefonata curiosa: una persona era rimasta bloccata dentro. Nemmeno il tempo di spegnere il veicolo che un tizio aveva parcheggiato il Suv in doppia fila dileguandosi subito dopo. Dal lato del passeggero il marciapiede era ostruito da un palo della segnaletica stradale. «Era imbarazzato, abbiamo dovuto farlo uscire dal retro con una procedura riservata».

Una Seconda guerra mondiale mai vista: ecco le prime foto a colori

corriere.it
di Antonio Carioti

Nell’immaginario collettivo è un evento in bianco e nero, ravvivato più che altro dai manifesti di propaganda. Ciò nonostante, fra il 1942 e il 1945, sotto il patrocinio del ministero britannico dell’Informazione, vennero scattate circa 3.000 foto a colori per le testate che erano in grado di pubblicarle. E dopo la vittoria le immagini vennero consegnate all’Imperial War Museum di Londra, dalla cui preziosa collezione ora è stato tratto un libro

Scrutando il cielo

Scrutando il cielo

Aerei, carri armati, uomini sotto le armi e donne in divisa. Grandi personalità in posa, gente comune che festeggia la liberazione e la vittoria. Il tutto a colori, come lo vide con i suoi occhi chi allora c’era. Mentre il mondo era sconvolto dallo scontro bellico messo in moto dalla Germania hitleriana nel settembre del 1939, la fotografia a colori muoveva i primi passi: le pellicole apposite erano ancora merce rara, i costi di stampa elevati. Nell’immaginario collettivo la Seconda guerra mondiale resta dunque un evento in bianco e nero, ravvivato più che altro dai manifesti di propaganda.

Ciò nonostante, fra il 1942 e il 1945, sotto il patrocinio del ministero britannico dell’Informazione, vennero scattate circa 3.000 foto a colori per le testate che erano in grado di pubblicarle.E dopo la vittoria le immagini vennero consegnate all’Imperial War Museum di Londra, dalla cui preziosa collezione ora è stato tratto un libro: il «Daily Mail» ne ha anticipato alcuni magnifici scatti, che proponiamo ai nostri lettori. Si comincia con una ausiliaria del servizio territoriale britannico che scruta il cielo accanto a un cannone antiaereo, nel dicembre 1942. I bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra si erano molto ridotti dall’estate del 1941, quando le forze aeree del Terzo Reich, in seguito all’invasione dell’Urss, erano state trasferite in massa sul fronte orientale. Ma conveniva rimanere sempre all’erta.


Sorveglianza femminile

Sorveglianza femminile

Ausiliarie addette alla sorveglianza del traffico aereo e marittimo presso il quartier generale dell’artiglieria costiera britannica, a Dover, nel dicembre 1942. La maggioranza di coloro che svolgevano questa mansione era composta di donne. Nel Regno Unito il Servizio ausiliario territoriale femminile era stato istituito nel settembre 1938.


Il bombardiere da rimettere in sesto

Il bombardiere da rimettere in sesto

Lavoratori africani aiutano i tecnici britannici a riparare un aereo Lockheed Hudson, usato come bombardiere leggero o ricognitore. Siamo a Yundum, nella colonia britannica del Gambia (Africa occidentale), nell’aprile 1943.


Manutenzione di un tank

Manutenzione di un tank

Militari della 6ª divisione corazzata britannica mentre puliscono la canna del cannone di un carro armato Crusader, nel maggio 1943. Ci troviamo ad Al Aroussa, in Tunisia, nell’ultima fase dei combattimenti in Nord Africa. Le forze italo-tedesche bloccate sulla sponda Sud del Mediterraneo si arresero agli anglo-americani il 13 maggio 1943.


L’incursione

L’incursione

Bombardieri americani B-17, detti «Fortezze volanti» per il loro armamento pesante, in missione nel maggio del 1943. Il loro obiettivo è colpire la base fortificata dei sommergibili tedeschi U-Boot situata a Lorient, sulla costa francese, in Bretagna. Lo battaglia nell’Atlantico fu un aspetto molto importante del conflitto: la flotta sottomarina del Terzo Reich fece di tutto per affondare con i suoi siluri le navi dei convogli che trasportavano truppe e rifornimenti dagli Stati Uniti in Gran Bretagna.


I monelli siciliani

I monelli siciliani

Agosto 1943: in Sicilia un gruppo di ragazzini italiani familiarizza con soldati britannici su un carro armato Sherman di fabbricazione americana. Le forze alleate sbarcarono nell’isola il 10 luglio 1943 e la resistenza dell’Asse cessò il 17 agosto. La popolazione siciliana in genere accolse con sollievo l’arrivo degli anglo-americani, anche se si trattava di un esercito invasore. Del resto a Roma il fascismo era caduto il 25 luglio 1943 e il nuovo governo Badoglio stava trattando l’armistizio.


In convalescenza

In convalescenza

Un momento di relax per infermiere britanniche e piloti feriti dell’aviazione militare (Royal Air Force, Raf) ricoverati presso l’ospedale militare «Princess Mary» a Halton, nel Buckinghamshire. La principessa Mary (1897-1965), che aveva dato il suo patronato nel 1923 al corpo delle infermiere della Raf, era la figlia del re Giorgio V (1865-1936), sorella dei successivi sovrani Edoardo VIII (1894-1972, noto per aver abdicato nel 1936) e Giorgio VI (1895-1952).


Artiglieria in azione

Artiglieria in azione

I serventi di un cannone britannico da 5,5 pollici (127 millimetri) durante la campagna d’Italia, nel settembre 1943. Le truppe angloamericane sbarcarono a Salerno il 9 settembre, ma incontrarono una forte resistenza dei tedeschi, che pure erano anche impegnati a neutralizzare l’esercito italiano dopo l’armistizio concluso con gli Alleati dal governo Badoglio e reso noto l’8 settembre. Il fronte si stabilizzò poco dopo a Cassino, sulla cosiddetta linea Gustav, lungo la quale la Wehrmacht nazista resistette fino alla seconda metà di maggio del 1944.


Il terrore delle città tedesche

Il terrore delle città tedesche

Bombardieri pesanti britannici Lancaster in costruzione nel 1943 al centro di assemblaggio dell’industria aeronautica Avro a Woodford, nei pressi di Manchester. I quadrimotori Avro Lancaster furono gli aerei più utilizzati per gli attacchi notturni indiscriminati sulle città della Germania, che causarono perdite enormi tra la popolazione civile, ma condussero anche operazioni d’altro genere, come l’affondamento della corazzata tedesca Tirpitz presso le coste norvegesi, il 12 novembre 1944. Entrati in servizio nel 1942, i Lancaster furono protagonisti dell’offensiva aerea alleata sui cieli del Reich: 3.249 di essi vennero perduti in azione durante la guerra.


Sul fronte interno

Sul fronte interno

Contadini al lavoro nei pressi di Eynsford, nella regione britannica del Kent. La produzione agricola era fondamentale per garantire il sostentamento della popolazione e il rifornimento delle forze armate.


Donne taglialegna

Donne taglialegna

La penuria di manodopera maschile dovuta alle incombenze militari costringeva le donne a svolgere anche mansioni pesanti. È il caso di queste due ausiliarie impegnate a tagliare tronchi d’albero a Culford, nella regione inglese del Suffolk. Siamo nel 1943 durante un campo di addestramento del corpo femminile per la provvista della legna.


Il futuro presidente Usa

Il futuro presidente Usa

Al centro della foto, il generale americano Dwight Eisenhower (1890-1969), detto Ike, comandante in capo delle forze alleate in Europa, ritratto il 1° febbraio 1944 insieme agli ufficiali di più alto rango del suo quartier generale. Nel 1952 Eisenhower sarebbe stato eletto presidente degli Stati Uniti per il Partito repubblicano: confermato nel 1956, avrebbe lasciato la Casa Bianca a John Kennedy nel gennaio 1961. I militari intorno a lui sono, da sinistra: il generale americano Omar Bradley (1893-1981); l’ammiraglio inglese Bertram Ramsay (1883-1945); il maresciallo dell’aria britannico Arthur Tedder (1890-1967); il generale inglese Bernard Law Montgomery (1887-1976); il maresciallo dell’aria inglese Trafford Leigh-Mallory (1892-1944); il generale americano Walter Bedell Smith (1895-1961).


Aspettando l’ora decisiva

Aspettando l’ora decisiva

Il soldato britannico Alfred Campin durante un addestramento in Gran Bretagna nel marzo 1944. Siamo nella fase di preparazione dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944), che aprì la fase finale della guerra con l’offensiva nel cuore dell’Europa occupata dai nazisti.


Pronti al lancio

Pronti al lancio

Paracadutisti britannici su un aereo Dakota poco prima di un lancio di addestramento sull’Inghilterra, il 22 aprile 1944. Siamo a meno di due mesi di distanza dallo sbarco in Normandia, durante il quale la 6ª divisione aviotrasportata britannica ebbe un ruolo di primo piano nello stabilire avamposti in territorio nemico.


«Johnnie», asso della Raf

«Johnnie», asso della Raf

Il pilota da caccia britannico James «Johnnie» Johnson, comandante di stormo, con il suo cane labrador Sally e il suo aereo da combattimento Spitfire, in Normandia nel luglio del 1944. Nelle sue settecento missioni di guerra Johnson abbatté 34 aerei nemici. Gli furono accreditati altri sette abbattimenti condivisi, più tre condivisi probabili e un velivolo nemico distrutto al suolo. Un autentico asso della Royal Air Force.


Uno sputafuoco corazzato

Uno sputafuoco corazzato

Un carro armato lanciafiamme britannico Churchill Crocodile in azione nell’agosto del 1944. Questo mezzo corazzato era stato modificato montando un lanciafiamme al posto della mitragliatrice: il suo rimorchio, trainato dal tank, poteva contenere fino a 1.800 litri di liquido incendiario. Il Churchill Crocodile proiettava le fiamme fino a 110 metri di distanza, il che lo rendeva molto efficiente nelle azioni contro i bunker, le trincee e altre fortificazioni.


L’illusione di Eindhoven

L’illusione di Eindhoven

Settembre 1944: la popolazione civile della città olandese di Eindhoven festeggia l’arrivo delle forze anglo-americane ballando per le strade. In realtà la gioia degli abitanti era piuttosto prematura perché l’operazione Market Garden, lanciata in quei giorni dagli Alleati con un vasto uso di truppe paracadutate, venne contrastata da un’aspra reazione tedesca. Così gli anglo-americani non riuscirono a penetrare profondamente in Olanda e ad attraversare il Reno di slancio, come avevano progettato di fare. La stessa Eindhoven, poche ore dopo lo scatto di questa foto, venne bombardata dall’aviazione del Terzo Reich, che seminò morte e distruzione. La guerra sarebbe durata ancora diversi mesi.


Il maresciallo e il sovrano

Il maresciallo e il sovrano

Il comandante britannico Bernard Montgomery, nominato maresciallo da poche settimane, illustra la situazione militare al re Giorgio VI. Siamo nell’ottobre 1944, dopo il fallimento della operazione Market Garden che aveva segnato un duro smacco per Montgomery, e ci troviamo in Olanda, nel caravan che il maresciallo usava come comando mobile. Il sovrano Giorgio VI, la cui ascesa al trono (dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII) è stata di recente rievocata nel film del 2010 «Il discorso del re» (diretto da Tom Hooper, con Colin Firth nel ruolo del monarca), seguiva assiduamente l’andamento del conflitto. Quando si recava presso le truppe, vestiva sempre l’uniforme.


Non c’è pace sotto l’Acropoli

Non c’è pace sotto l’Acropoli

Due militari britannici osservano la loggia delle Cariatidi del tempio greco detto Eretteo, dedicato alla dea Atena, sull’Acropoli di Atene, nell’ottobre 1944. Il ritiro delle truppe tedesche dalla Grecia, avvenuto in quei giorni, non segnò affatto l’avvio di un periodo più pacifico per il Paese, in quanto si aprì subito un contrasto tra il governo monarchico di Georgios Papandreu e le forze più attive della Resistenza (Elas) a preponderanza comunista. Nel dicembre 1944, quando il comandante delle truppe alleate in Grecia, il generale inglese Ronald Scobie, chiese ai partigiani comunisti di deporre le armi, ne seguì una crisi politica grave, con disordini sanguinosi e combattimenti che durarono fino al 15 gennaio 1945. Gli accordi successivi non ebbero lunga durata e dal 1946 la Grecia fu sconvolta da una terribile guerra civile tra comunisti e anticomunisti, che terminò con la vittoria di questi ultimi, appoggiati dagli Stati Uniti, nel 1949.


Soccorsi medici

Soccorsi medici

Un militare britannico ferito viene sottoposto a una trasfusione di sangue in Italia, nell’ottobre 1944, presso una postazione sanitaria avanzata. Le operazioni belliche nel nostro Paese procedettero a rilento dopo l’estate del 1944, perché nel frattempo gli Alleati avevano aperto in Francia, con lo sbarco in Normandia, un fronte di ben altro rilievo. Così le regioni settentrionali italiane furono liberate solo nell’aprile 1945, quando ormai le forze sovietiche e anglo-americane dilagavano anche in Germania.


Le sofferenze della capitale

Le sofferenze della capitale

Un ispettore esamina edifici danneggiati a Holborn, un quartiere di Londra. La capitale del Regno Unito, che i tedeschi avevano duramente martellato con l’aviazione tra il 1940 e il 1941, a partire dal giugno 1944 venne colpita dal nemico con le bombe volanti V-1 e più tardi, da settembre, anche con le più moderne V-2, antesignane dei missili balistici. A Londra le V-1 uccisero oltre seimila persone, le V-2 quasi tremila.


Di scorta ai bombardieri

Di scorta ai bombardieri

Il tenente pilota americano Vernon Richards a bordo del suo caccia P-51 Mustang durante una missione di scorta ai bombardieri alleati. Le sei bandiere naziste dipinte sul fianco del velivolo rappresentano sei aerei nemici abbattuti in guerra.


Nei cieli del Reich

Nei cieli del Reich

Alcuni bombardieri americani B-24 Liberator in rotta verso un obiettivo in Germania. I quadrimotori dell’Us Air Force colpivano soprattutto obiettivi industriali e strategici con incursioni diurne. Leggermente più veloce e capiente della Fortezza volante, il B-24 era però molto più vulnerabile e veniva abbattuto con maggiore frequenza dai caccia e dalla contraerea del nemico.


Donne in fabbrica

Donne in fabbrica

Manodopera femminile inglese al lavoro per produrre munizioni in un’officina sotterranea della penisola di Wirral, nel Merseyside, presso Liverpool. Siamo nel 1945: durante la guerra furono oltre un milione le donne britanniche impiegate nell’industria bellica al posto degli uomini richiamati sotto le armi.


La guerra è finita

La guerra è finita

Gli abitanti di Londra festeggiano la resa delle forze tedesche l’8 maggio 1945, nei pressi del Cenotafio di Whitehall, il memoriale per i caduti in guerra dell’Impero britannico inaugurato nel 1920.


Simbolo della sconfitta

Simbolo della sconfitta

Fotografato nel maggio 1945, l’incrociatore pesante Admiral Hipper della marina tedesca, abbandonato in disarmo nella base navale di Kiel, appare quasi l’emblema del disastro in cui si è conclusa l’avventura bellica del Terzo Reich. Gravemente danneggiato nella battaglia navale del Mare di Barents (31 dicembre 1942) contro le navi britanniche di scorta a un convoglio che trasportava rifornimenti all’Urss passando dalle acque dell’Artico, l’Admiral Hipper aveva poi operato nel Baltico. Nell’aprile 1945 era stato nuovamente colpito dagli aerei della Raf mentre si trovava a Kiel.

Muore l’albero più vecchio degli Usa Il New Jersey dice addio alla sua quercia di 600 anni

corriere.it

Prima ha dato segni di cedimento poi ha smesso di mettere foglie ed è stata dichiarata morta. Operazioni di rimozione seguite da tanti cittadini e curiosi legati alla pianta

I lavori di rimozione dell’albero

Per 600 anni ha fatto ombra sul cimitero di una chiesa nel New Jersey. Negli ultimi tempi, però, non ha messo più le foglie e ha mostrato segni di cedimento. Poi, alla fine, è stato dichiarato definitivamente morto. È la storia dell’albero più vecchio degli Usa, la grande quercia della Basking Ridge Presbyterian Church, nella cittadina di Bernards. La pianta ha iniziato il suo ultimo viaggio dopo che gli operai hanno iniziato lunedì a rimuoverlo.
Un punto di riferimento per la comunità
I lavori sono cominciati sotto gli occhi dei cittadini e di numerosi curiosi giunti anche dalla vicina New York, dovrebbero concludersi domani. L’albero, alto 3 metri e 48 centimetri, con una circonferenza di 5,48 metri e con rami lunghi fino a oltre 4 metri e mezzo, era considerato un punto di riferimento per la comunità locale. Agli abitanti rimane però una consolazione: un’altra quercia, nata da una ghianda del vecchio albero, è stata già piantata. Un modo per continuarne l’eredità.

25 aprile 2017 (modifica il 25 aprile 2017 | 12:35)

Il Churchill italiano

lastampa.it
mattia feltri

Potrà essere Renzi il Macron italiano, dal momento che per Hollande era Macron il Renzi francese? E se non sarà Renzi, lo troveremo un Macron italiano? Saremo ottimisti poiché Newsweek aveva trovato in Veltroni il Clinton italiano e Adornato aveva trovato il Clinton italiano in Ciampi, e il Times aveva trovato in Bassolino il Blair italiano ed era d’accordo Rotondi, è Bassolino il Blair Italiano, e Cossiga aveva trovato il Blair della destra italiana in Fini, intanto che, lo stesso Cossiga, aveva trovato in Prodi il Kohl italiano e in Mario Segni l’Aznar italiano, e il Time aveva trovato in Renzi l’Obama italiano, mentre l’Obama italiano era stato trovato in Veltroni da La Razón, e un brillantissimo Gentiloni aveva trovato in Bersani

l’Hollande italiano, e un non meno brillante Casini aveva trovato in Mercedes Bresso la Merkel italiana, così come Forza Italia la Merkel italiana l’aveva trovata in Marina Berlusconi, e Kissinger aveva trovato nel padre Silvio la Thatcher italiana, ma Crosetto la Thatcher italiana l’aveva trovata in Fornero, e Bertinotti aveva trovato sempre in Silvio il Sarkozy italiano, e i movimenti gay avevano ovviamente trovato in Vendola lo Zapatero italiano, intanto che i vendoliani avevano trovato in Landini il Lula italiano, e l’ambasciatore italiano in America aveva trovato e presentato in Leoluca Orlando il Rudy Giuliani italiano, e fino al blog di Grillo, dove un iscritto ha trovato nel medesimo Grillo il Chavez italiano. Aspettiamo con una certezza: è D’Alema il D’Alema italiano. 

Ma la Corea del Nord potrebbe davvero affondare la portaerei Usa?

ilgiornale.it
Franco Iacch - Mar, 25/04/2017 - 12:40

Un attacco missilistico della Corea del Nord avrebbe scarse probabilità di successo, un raid aereo non avrebbe scampo. I sottomarini rappresentano una minaccia reale per la portaerei USS Vinson


“Dove si trova la nostra portaerei più vicina?”.
E’ questa la prima domanda che gli analisti ed i militari americani si pongono ogni volta che scoppia una crisi internazionale. Le portaerei rappresentano un’essenziale piattaforma nello scacchiare geopolitico della proiezione globale americana. Agendo da acque internazionali, gli USA proiettano la propria potenza senza alcun tipo di autorizzazione. Tale principio andrebbe certamente rivisto qualora scoppiasse un conflitto con le superpotenze che hanno specificatamente sviluppato asset carrier killer. Il riferimento al DF-21D cinese o al russo SS-N-19 Shipwreck, ad esempio, non è casuale. Un contesto ipersonico, riscriverà nuovamente la strategia anti-accesso e negazione d’area (si cercano alternative dottrinali alla definizione strategica A2/AD ritenuta ormai superata).
La portaerei USS Carl Vinson CVN-70, qualora scoppiasse un conflitto con la Corea del Nord, potrebbe essere colpita, danneggiata o addirittura affondata?
Negli Stati Uniti si stanno svolgendo svariati wargame per ipotizzare tutti i possibili scenari. Così come abbiamo detto in precedenza, un conflitto con la Corea del Nord è un’opzione abbastanza remota poiché si tramuterebbe in nucleare in pochissimi istanti. Soffermiamoci, però, sulla esclusiva capacità di sopravvivenza del vettore Usa, definito uno “sporco animale” dalla retorica di Pyongyang. Secondo gli analisti americani, la Corea del Nord non riuscirebbe ad affondare la USS Carl Vinson classe Nimitz. Escludiamo volutamente l’opzione nucleare.
Sappiamo che il Gruppo da Battaglia della USS Carl Vinson è rotta verso la penisola coreana. La Vinson è scortata dall’incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga USS Lake Champlain CG-57 e dalle cacciatorpediniere classe Arleigh A. Burke USS Wayne E. Meyer DDG-108 e USS Michael Murphy DDG-112 (dedicata al Seal Michael Murphy, Medaglia d’Onore). Due cacciatorpediniere giapponesi classe Atago, la JS Ashigara DDG-178 e la capofila DDG-177 Atago si sono unite al Carrier Battle Group, gruppo da battaglia e supporto a difesa del vettore. Due i sottomarini d’attacco a protezione della Vinson.

Missili antinave: scarsissime possibilità di successo

E’ senza dubbio il modo migliore per affondare una portaerei. Il 15 aprile scorso, durante la maestosa parata per il Giorno del Sole, la più importante festa nazionale della Corea del Nord, Pyongyang ha mostrato una copia del missile Kh-35. Svelato nel 2014, è la copia indigena del missile antinave subsonico russo Zvezda Kh-35U, che equipaggia il sistema di difesa costiera GRAU 3K60 Bal, designato dalla NATO come SSC-6 Sennight. In servizio con le Forze armate russe dal 2008, è in grado di colpire obiettivi situati fino a 120 km di distanza e di lanciare l’intera salva di 32 missili con un intervallo massimo di tre secondi. La salva di 32 missili, schierati su quattro lanciatori collegati in rete, è considerata efficace per distruggere un completo gruppo navale statunitense. I sistemi Bal sono operativi a difesa della Flotta del Baltico, tuttavia la copia nord coreana non è ritenuta alla stregua di quella russa per autonomia e sistemi primari.

Le varianti nordcoreane dello Styx di fattura sovietica sono ritenute alla mercé delle contromisure elettroniche e difensive del Gruppo da Battaglia, sebbene un tale scenario non sia mai stato realmente testato. Il programma KN-17, infine, è ad uno stato embrionale. Il problema principale per tali asset è determinato dal limitato raggio dei radar terrestri. L’episodio della posizione della Vinson orchestrato ad arte ha dimostrato (se mai ce ne fosse bisogno), che il Nord non ha una capacità di identificazione e discriminazione della minaccia esterna che gli assicurerebbe, invece, una rete satellitare. Quest’ultima è ritenuta fuori dalla portata della tecnologia del regime.

Raid aereo: nessuna possibilità di successo

E’ quello più improbabile, poiché l'intera capacità aerea della Corea del Nord non può competere con quella imbarcata sul vettore statunitense e con la schermatura del Gruppo da Battaglia. Anche se una flotta di quaranta velivoli tra quelli ritenuti in grado di alzarsi in volo, si dirigesse contro la Vinson, si tramuterebbe con una certezza quasi assoluta in una missione senza ritorno. Sarebbe certamente rilevata ed ingaggiata dalle squadriglie CAP della Vinson.
Probabilmente nessuno dei MiG-29 e Su-25, le piattaforme più moderne ritenute in grado di volare, ritornerebbe in Corea del Nord. Il loro impiego a supporto delle truppe terrestri, sarebbe ben più utile. Se, infine, uno o più MiG-29/Su-25 riuscissero a superare sia la difesa aerea Aegis che i caccia F/A-18 e lanciare un qualche tipo di sistema d’arma contro la portaerei, non riuscirebbero ad affondare il vettore da centomila tonnellate. Il Pentagono non ritiene reale una minaccia missilistica antinave a causa della tecnologia Air Launched Cruise Missile non ancora sviluppata. Un missile da crociera antinave vola vicino al livello del mare al fine di evitare il rilevamento. Questo profilo di volo rende i missili difficili da intercettare anche per la velocità finale di impatto. Anche se esistessero, non sarebbero paragonabili ai sistemi russi o cinesi.

Sottomarini: esito incerto

I sottomarini sono la nemesi delle portaerei. Portiamo alcuni esempi.
Nel corso della seconda guerra mondiale, non meno di diciassette portaerei furono affondate dai sottomarini, otto da quelli americani. Tuttavia l'episodio storico che viene sempre ricordato non è quello della seconda guerra mondiale, ma della guerra delle Falkland. Questo breve, ma aspro conflitto nei primi anni ‘80, ad esempio, ha poi avuto un impatto fuori misura sullo sviluppo navale della strategia cinese (ancora oggi presente nei testi accademici di riferimento). Quell’episodio dimostrò l’efficacia delle tattiche adottate dal sottomarino nucleare britannico HMS Conqueror che, senza mai essere stato rilevato, riuscì ad affondare l’incrociatore leggero General Belgrano. Ovviamente la Marina argentina non può essere paragonata alla US Navy.
Nel marzo del 2015 emerse per pochissime ore sulla rete un rapporto a cura del Ministero della Difesa francese sulle esercitazioni COMPTUEX 2015 tra il Gruppo di Battaglia della portaerei Theodore Roosevelt ed il sottomarino classe Rubis S-602 Safir. Il resoconto di quelle esercitazioni sono state ritenute scioccanti per il semplice motivo che un solo sottomarino riuscì ad affondare la metà delle navi americane, portaerei compresa. Il rapporto è stato immediatamente dal Ministero della Difesa francese, ma non sfuggì ai media cinesi che analizzarono l’episodio in un approfondimento dal titolo “A Single Nuclear Submarine Sinks Half of an Aircraft Carrier Battle Group”.
“Il Gruppo da Battaglia di una Portaerei è un sistema armonizzato composto da una difesa multilivello ed altamente efficiente. Eppure, il rapporto francese (quindi con un ragionevole grado di credibilità) dimostra le capacità dei sottomarini nucleari nella Modern Warfare navale. A parità di formazione (quindi molto elevata) sono proprio i sistemi d’arma a fare la differenza. I sottomarini nucleari d’attacco classe Rubis, sono tra i più piccoli del mondo. I classe Los Angeles, per fare un confronto, sono grandi tre volte tanto. La potenza navale degli Stati Uniti non ha eguali nel mondo, ma il nostro obiettivo è quello di sfruttare le crepe della loro (non sempre) impenetrabile armatura”.
Ovviamente ci sono altri fattori da considerare. La rilevazione aerea è efficace in alcuni contesti operativi, ma non per tutti. Le enormi dimensioni di un Gruppo da Battaglia USA rappresentano un facile obiettivo anche alle lunghe distanze, mentre i sistemi antisom sono controproducenti in quanto inquinano l’ambiente acustico quando non si affonda il sottomarino al primo colpo.
La Corea del Nord non possiede i sottomarini francesi e non è la Cina, ma è una minaccia da non sottovalutare.
Pyongyang dovrebbe possedere circa 70 sottomarini di diverse dimensioni. Secondo le informazioni ufficiali, la flotta dovrebbe essere composta da venti battelli classe Romeo, quaranta classe Sang-O/II e dieci mini sottomarini classe Yono. Soltanto una manciata sarebbero stati riconvertiti per la tecnologia SLBM. Il Pentagono ritiene operativi 40 sottomarini. Abbiamo già analizzato le caratteristiche dei sottomarini della Corea del Nord, quindi soffermiamoci sul reale successo di un attacco.
Sintetizzando al massimo: i sottomarini della Corea del Nord, ritenuti rumorosi quindi rilevabili, dovrebbero avvicinarsi al vettore, sfuggire alla rete di rilevamento ed attendere in silenzio il momento per lanciare i siluri, 35 miglia al massimo. Da non dimenticare che portaerei e Gruppo da Battaglia sono in costante movimento. Sarebbe opportuno rilevare che nessuna portaerei è stata mai colpita da un siluro moderno.
Conosciamo parzialmente i test sulla USS America, ma nessuno sa come si comporterebbe un vettore classe Nimitz se venisse colpito. In linea teorica, un gruppo di difesa ha il compito di impedire ai sottomarini nemici di assumere una posizione d’attacco entro le schermo utile. Molteplici i sistemi sviluppati per la rilevazione acustica dei sottomarini nemici, ma un attacco a branco (il riferimento alla Rudeltaktik è voluto) rappresenta una minaccia reale contro una qualsiasi formazione di superficie. Sebbene esistano dei sistemi specificatamente progettati per confondere il sistema di guida dei siluri, ancora oggi l’opzione migliore è quella di impedire alle piattaforme nemiche di avvicinarsi abbastanza per lanciare in modo affidabile i siluri.