martedì 28 febbraio 2017

Il servizio cloud di Amazon non è raggiungibile, problemi per decine di aziende

lastampa.it



Il cloud computing di Amazon non è raggiungibile dalle 19,45 (ora italiana). Il problema ha coinvolto decine di aziende negli Stati Uniti, soprattutto sulla costa est. 

Amazon ha comunicato che sta lavorando per rimediare al disservizio.

Cattura

Il vescovo di Mostar: “Non autentiche le apparizioni di Medjugorje”

lastampa.it
andrea tornielli

Monsignor Peric pubblica un lungo articolo ripetendo alcuni argomenti contro l’autenticità del fenomeno proprio alla vigilia dell’arrivo dell’inviato del Papa che deve occuparsi dei pellegrini



Quello pubblicato due giorni fa dal vescovo di Mostar - sotto la cui giurisdizione si trova per il momento Medjugorje - è un articolo significativo fin dal titolo. «Le “apparizioni” dei primi sette giorni a Medjugorje» è l’atto di accusa con il quale monsignor Ratko Peric, da sempre contrarissimo a riconoscere qualsiasi credibilità al fenomeno, cerca di smontare le «apparizioni» proprio nella primissima fase, usando materiale già noto e pubblicato da molti anni. Quella fase che la commissione istituita da Benedetto XVI e guidata dal cardinale Camillo Ruini aveva ritenuto invece contenere elementi di soprannaturalità: la relazione finale consegnata a Francesco nel 2014 e frutto del lavoro di quattro anni, suggeriva infatti al Pontefice di procedere con un riconoscimento soltanto relativo al fenomeno delle prime settimane. 

Ma a colpire ancor di più è la coincidenza temporale. Monsignor Peric ha pubblicato l’articolo alla vigilia dell’arrivo dell’«inviato speciale» del Papa, l’arcivescovo di Varsavia-Praga Henryk Hoser , incaricato di «acquisire più approfondite conoscenze della situazione pastorale di quella realtà e, soprattutto delle esigenze dei fedeli che vi giungono in pellegrinaggio e, in base ad esse, suggerire eventuali iniziative pastorali per il futuro». È noto che il mandato di Hoser non riguarda l’autenticità delle apparizioni, ma soltanto la cura pastorale dei fedeli e l’affronto degli atavici problemi che nella zona contrappongono da tempo i frati francescani - titolari della parrocchia - e il vescovo di Mostar.

Peric nell’articolo contesta qualsiasi apertura all’autenticità del fenomeno Medjugorje: «La posizione di questa Curia per tutto questo periodo è stata chiara e risoluta: non si tratta di vere apparizioni della Beata Vergine Maria». E contesta proprio le conclusioni (mai rese pubbliche) della commissione Ruini. «Sebbene talvolta si sia detto che le apparizioni dei primi giorni potrebbero essere ritenute autentiche e che poi sarebbe sopraggiunta una sovrastruttura per altri motivi, in prevalenza non religiosi, questa Curia ha promosso la verità anche riguardo a questi primi giorni.

Dopo aver trascritto dai registratori le audiocassette contenenti i colloqui avvenuti, nella prima settimana, nell’ufficio parrocchiale di Medjugorje, tra il personale pastorale e i ragazzi e le ragazze che avevano affermato di aver visto la Madonna, con piena convinzione e responsabilità esponiamo i motivi per cui appare evidente la non autenticità dei presunti fenomeni. Se la vera Madonna, Madre di Gesù, non è apparsa – come infatti non è – allora a tutto sono da applicare le seguenti formule: “sedicenti” veggenti, “presunti” messaggi, “preteso” segno visibile e “cosiddetti” segreti».

Sulla base delle registrazioni dei colloqui di quei primi giorni, il vescovo di Mostar afferma che ne emerge: «Una figura ambigua. La figura femminile che sarebbe apparsa a Medjugorje si comporta in modo del tutto diverso dalla vera Madonna, Madre di Dio, nelle apparizioni riconosciute finora come autentiche dalla Chiesa: di solito non parla per prima; ride in maniera strana; a certe domande scompare e poi di nuovo ritorna; obbedisce ai “veggenti” e al parroco che la fanno scendere dal colle in chiesa sebbene controvoglia. Non sa con sicurezza per quanto tempo apparirà; permette ad alcuni presenti di calpestare il suo velo steso per terra, di toccare la sua veste e il suo corpo. Questa non è la Madonna evangelica».

Peric fa notare lo «strano tremito» che uno dei veggenti, Ivan Dragićević, «nella conversazione con il cappellano fra Zrinko Čuvalo (1936-1991), dice di aver percepito, il primo giorno, “un tremito” delle mani dell’apparsa. Quale “tremito”? Tale percezione può suscitare non solo un forte sospetto ma anche una profonda convinzione che non si tratta di un’autentica apparizione della Beata Vergine Maria». Il vescovo contesta anche l’anniversario delle «presunte apparizioni» che sono iniziate il 24 giugno 1981.

«Tuttavia i registi del “fenomeno di Medjugorje” hanno deciso che l’anniversario non si celebrasse il 24 bensì il 25 giugno. La ragione della scelta è che il 25 giugno 1981 sarebbero stati insieme all’apparizione tutti e sei i veggenti scelti fra coloro che vantavano in quei giorni di avere “apparizioni”. A dire la verità, a smentire questa versione dei fatti, formulata da Vicka Ivanković, è lo stesso Ivan Dragićević il quale testimonia: “La prima sera sono stato con loro, la seconda non ci sono stato”. Fra i sei “veggenti” abituali, oltre a Marija Pavlović, anche Jakov Čolo ha presenziato per la prima volta all’“apparizione” il secondo giorno. Quindi la data dell’anniversario è arbitraria, inesatta, falsificata».

In realtà qui il vescovo attribuisce all’apparizione la volontà che la festa annuale si celebri il 25 giugno dando come motivo il fatto che il secondo giorno il gruppo dei veggenti era quello attuale. Ma a dire il vero i veggenti non hanno riferito questa come motivazione fornita loro dall’apparizione, spiegando invece che la Madonna avrebbe scelto il quel giorno perché proprio il 25 giugno il primo gruppo di fedeli provenienti dal paese era salito sulla collina. Ma continuiamo con le argomentazioni contrarie portate dal vescovo: i «“veggenti” sin dall’inizio, dal secondo giorno, hanno chiesto alla loro figura qualche “segno” come prova dell’autenticità dell’apparizione.

Secondo Ivanka, l’apparsa ha dato il “segno” del rigiro delle lancette dell’orologio di Mirjana: “l’orologio si è rigirato completamente”; “e lei ci ha lasciato un segno sull’orologio”. Più che ridicolo e strano». Ancora, Ivanka «è sicura che la figura lascerà un segno sulla collina, forse sotto forma di acqua. Dopo quasi quattro decenni non esiste alcun segno, né acqua, solo fantasie!». E nei primi sette giorni «l’apparsa non prende alcuna iniziativa, non comincia mai per prima a parlare. Alle domande dei “veggenti” risponde in modo generico, piuttosto ambiguo, chinando la testa, rimandando al futuro, promettendo il miracolo della guarigione e lasciando un messaggio alla gente: “La gente creda fermamente come se mi vedesse”. Ed anche ai francescani: “credano fermamente”».

Nell’articolo poi si ricorda inoltre che alla domanda di Ivanka relativamente a quanto tempo apparirà ancora, «la figura risponde: “Quanto a lungo voi volete, quanto a lungo voi desiderate”». Mirjana «dice che chiederà all’apparsa quanti giorni apparirà ancora, poi soggiunge che dentro di lei una voce le suggerisce che apparirà ancora “2-3 giorni”. Lo ripete ancora una volta». L’apparizione martedì pomeriggio 30 giugno 1981 dice che apparirà ancora solo “tre giorni”: il 1, 2 e 3 luglio 1981.

Infatti, alla domanda del parroco relativamente a quanto tempo apparirà ancora, tutti e cinque i “veggenti”, meno Ivan, rispondono unanimemente: “Tre giorni”». Poi «l’apparsa cambia l’idea e “appare” tuttora, da 37 anni in continuazione, ogni giorno, a tre “visionari” del gruppo: Ivan, Marija, Vicka, e agli altri tre una volta l’anno: a Mirjana dal 1982, ad Ivanka dal 1985 e a Jakov dal 1998. Inoltre, a due dei su menzionati del gruppo, la figura “appare” una volta al mese dal 1987 con “messaggi” per il mondo: a Mirjana il 2 e a Marija il 25 di ogni mese puntualmente».

Il vescovo ricorda ancora che non coincidono le descrizioni delle vesti di Maria. «Secondo le conversazioni con i “veggenti” l’apparsa si veste in vario modo. La figura aveva la veste, secondo Ivan, “di colore blu” il primo giorno; secondo Ivanka, “di color caffè” il secondo giorno; secondo gli altri “veggenti”, “di colore grigio”: Jakov, Mirjana, Ivanka il sesto giorno». Monsignor Peric giudica poi «cosa molto inusitata e grave: l’apparsa permette non solo che alcuni della folla calpestino il suo velo allungato e steso per terra, ma anche che tocchino il suo corpo. Vicka la tocca già il secondo giorno: “E quando la tocchi, reverendo, le dita rimbalzano così”.

Lo stesso ripete Ivanka e aggiunge che toccando il suo corpo sente “come aria, in qualche modo come seta, le nostre dita tornano indietro, così, quando la tocchiamo, le dita tornano indietro, in qualche modo”. Hanno fatto toccare anche ad una dottoressa la veste dell’apparsa: “Ed ecco lei [la dottoressa] ha toccato la sua veste”. Tali storie sui toccamenti del corpo della Madonna, della sua veste, del calpestio del suo velo creano in noi una sensazione e convinzione che si tratti di qualcosa indegno, inautentico e scandaloso. Qui non c’entra la Madonna cattolica!», è il duro commento del vescovo di Mostar.

Infine, monsignor Peric denuncia «manipolazioni intenzionali. L’interlocutore dei “veggenti” fra Jozo Zovko, parroco, è molto innervosito perché la figura apparsa non manda dei messaggi concreti per la gente e per i frati; perché non scende dal colle in chiesa dove sta la sua statua; anzi chiede se si possa “obbligare” - letteralmente così! - la Madonna a scendere ed apparire in chiesa. P. Zovko: “Mi interessa questo, Mirjana: se la Madonna non apparisse in chiesa, potete voi obbligarla ad apparire in chiesa?

Forse apparirà, vero, che ne pensi?” Mirjana: “Non so. Non ci abbiamo riflettuto affatto”. P. Zovko ripete: “Io penso che potresti obbligarla: ‘Madonna, chiedo che Tu mi appaia in chiesa’, che ne pensi?” E poi Mirjana cede e pensa che questo “sarebbe meglio, poiché allora neanche la polizia ci cercherebbe…”». E così, conclude il vescovo Peric, «con le manipolazioni le “apparizioni” sono trasferite in chiesa il 1 luglio 1981. Questo “obbligare” l’apparsa a scendere ed apparire in chiesa è un gioco magico, e non il Vangelo di Cristo». 

La conclusione del vescovo di Mostar è che non si possa parlare di fatti soprannaturali: «Tenendo conto di tutto quel che è stato esaminato e studiato da questa Curia diocesana, incluso lo studio dei primi sette giorni delle presunte apparizioni, si può pacificamente affermare: la Madonna non è apparsa a Medjugorje!». Tutto ciò il vescovo lo aveva già affermato in vari scritti del passato. Le «registrazioni» da lui citate sono infatti trascritte da tempo, tradotte dal croato in francese e in inglese, e pubblicate in tre volumi. Anche questi materiali erano stati presi in considerazione ed esaminati a fondo dalla commissione guidata dal cardinale Ruini.

Colpisce certo che nel momento in cui la Santa Sede decide di nominare un inviato speciale del Papa incaricato di verificare i problemi esistenti per l’accompagnamento pastorale dei pellegrini, il vescovo decida di intervenire in modo così perentorio cercando di condizionare il giudizio sulla soprannaturalità delle apparizioni. Un giudizio che ora compete alla Congregazione per la dottrina della fede.

lunedì 27 febbraio 2017

La seconda vita di Nokia: torna il 3310 e arrivano tre nuovi smartphone Android

lastampa.it
bruno ruffilli

Al Mobile World Congress rinasce l’azienda finlandese, con la sua idea di una tecnologia dal volto umano. E un po’ hipster



Nokia ha una storia lunga 150 anni ma guarda al futuro, con le reti 5G, la realtà virtuale e aumentata. Produce videocamere a 360 gradi e anche bilance elettroniche, smartwatch e dispositivi per il fitness: realizzati da Withings, avranno il marchio dell’azienda finlandese da quest’estate.

Ma al Mobile World Congress l’attesa è ovviamente per un telefono, e non uno qualsiasi: il Nokia 3310, lanciato dalla casa finlandese nel settembre 2000 e venduto in 128 milioni di esemplari. Torna, come previsto, ed è più sottile, più robusto, più bello. Ha un prezzo minimo, solo 49 euro, un (piccolo) display a colori e poche funzioni: chiamate, sms, un piccolo browser, qualche gioco, tra cui Snake. Che, per completare l’operazione nostalgia, rinasce anche come app all’interno di Facebook Messenger.

“L’amore per il marchio è immenso, la gente si fida di noi. Ma ora inizia una nuova era per Nokia”, dice il Ceo Arto Nummela, che parla del suo compito come di una “responsabilità immensa”. Poi parte la suoneria Nokia che tutti conoscono, cantata dal vivo da un coro di uomini e donne. “Torneremo ad essere uno dei nomi più importanti dell’industria mobile nel mondo”, spiega Nummela. E il nuovo capitolo comincia da un nuovo sistema operativo, un accordo con Foxconn, l’azienda che produce tra l’altro gli iPhone, e Hmd, la società finlandese che ora gestisce il marchio. 
L’accento è su una tecnologia semplice da usare, dal volto umano, forse pure un po’ hipster: la presentazione in certi punti ricorda un po’ Apple, ma con un tono di informale cordialità rarissimo nel mondo degli smartphone. Tutti si chiamano per nome e si danno del tu. 



Ed ecco il video del #Nokia3310 @LaStampa #MWC2017

Poi ci sono i fatti: tre smartphone Android che riprendono il filo del discorso dove si era interrotto tre anni fa, con l’acquisizione da parte di Microsoft. Quindi design essenziale, colori vivaci, materiali di qualità. E, finalmente, Android, quello della versione standard di Google, senza interfacce proprietarie. Tutta la gamma Nokia riceverà immediatamente gli aggiornamenti di sicurezza e del sistema operativo da Mountain View e potrà utilizzare Google Assistant.

Il Nokia 6 è il top, ma a prezzo contenuto: 229 euro per la versione normale, 299 per quella limitata in nero lucido. Arriva in tutto il mondo dopo il debutto in Cina, lo scorso dicembre, dove è stato venduto finora in oltre un milione di esemplari. “Il 74 per cento di chi lo ha acquistato - spiegano - non ha mai avuto un altro telefono Nokia. Il 5 ha un display da 5,2 pollici e corpo in alluminio in quattro colori, il 3 è il più piccolo (solo 5 pollici) e arriva in un mercato affollatissimo di concorrenti come Huawei, Samsung, Lenovo, Honor, Lg e tanti altri. Ma chissà che il tocco umano di Nokia non faccia la differenza. 

Gmail vi ha chiesto di reinserire la password di recente? Ecco perché

lastampa.it
diletta parlangeli

Molti utenti hanno lamentato improvvisi log-out dai propri profili, ma l’azienda assicura che l’accaduto non è collegato a nessun attacco



Giovedì, 23.57 (Italia), ultimo controllo alla posta elettronica prima di dormire: l’iPhone chiede di inserire nuovamente la password per Gmail. Appena fatto, arriva l’email firmata da Google: “Hai un nuovo dispositivo?”. No, nessun nuovo dispositivo: è stato, piuttosto, come essere sputati fuori dal proprio account Google senza un apparente motivo. Che poi, è esattamente quello che è successo a molti utenti negli Stati Uniti: loro però, erano possessori di Google Wifi o router OnHub, come hanno denunciato sui social network.

In riferimento ai numerosi casi che si sono verificati Oltreoceano Google ha prontamente risposto con un “no panic”: “Abbiamo ricevuto alcune segnalazioni da utenti improvvisamente espulsi dai propri account. Stiamo indagando, ma non preoccupatevi: non vi è alcuna indicazione che l’accaduto sia collegato ad eventuali minacce alla sicurezza degli account attraverso phishing o altro”. Al di là dell’inconveniente, è esattamente questa la paura più diffusa, vista la frequenza con cui si verificano violazioni nei servizi online (Yahoo, nel 2016, ha rivelato un violento attacco inerente qualche anno prima).

Dopo i necessari controlli, Crystal Cee, Community Manager di Gmail, ha aggiornato il post sul forum di assistenza, informando tutti che si è trattato di un disguido legato a operazioni di “manutenzione ordinaria”. “Possiamo assicurare che la sicurezza del vostro account non è mai stata messa in pericolo dall’accaduto”, conferma, fornendo indicazioni sulla prassi da seguire. Prima di tutto, le attività di accesso sono sempre verificabili attraverso la sezione Safety Center . Nello specifico poi, Cee ha avvisato che si può tornare ad accedere al proprio account con le stesse credenziali e, in caso si fossero dimenticate, seguire le procedure di recupero . Nonostante le garanzie dell’azienda, chi volesse togliersi ogni dubbio, può sempre decidere di cogliere la palla al balzo e rinnovare le password. 

Ma ora la California sogna la secessione dall’America di Trump

lastampa.it
paolo mastrolilli

Lo Stato più ricco del Paese avanguardia dei democratici. Silicon Valley e Hollywood guidano la “Resistenza”


Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar. In tutte le città californiane sono in corso manifestazioni anti Trump

Il paradiso degli alternativi Haight Ashbury, la controcultura, la libreria City Lights di Ferlinghetti, Hollywood, il quartiere post industriale Dogpatch, la comunità gay, gli ambientalisti abbracciatori di alberi, la Silicon Valley, gli illegali ispanici che raccolgono verdura nei campi, e la Siberia. Cosa hanno in comune queste immagini, in apparenza elencate a caso? Sventolano tutte insieme sulla bandiera con l’orso della California Republic, e sognano la «Calexit» per dare un colpo a Trump. Col rischio, però, di fare in realtà il gioco di Putin.

Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato «United Voices», la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar, per trasformare la celebrazione del cinema nella rivolta contro il presidente. Il rifiuto del regista iraniano Asghar Farhadi di partecipare alla premiazione, e il divieto all’ingresso negli Usa del siriano Khaleb Kateeb, hanno contribuito a legare la vanità del tappeto rosso alla drammaticità della cronaca politica. 

Oltre ai riflettori di Hollywood, però, la resistenza a Trump ha uno spessore assai più profondo, e la California, davanti all’impotenza parlamentare dei democratici, è diventata la sua avanguardia. «Noi - è il ragionamento - guidiamo l’economia e l’innovazione degli Usa: perché dovremmo farci governare dai minatori della West Virginia?».

Così una strana alleanza che unisce hippy e nerd, liberal sanderisti e arcigni conservatori, si è appassionata all’idea della «Calexit», ossia la versione americana della Brexit con l’uscita della California dagli Usa. È ragionevole prevedere che non avverrà mai, perché è difficile sul piano legale e non conviene a nessuno su quello pratico. Secondo un sondaggio della Reuters, però, un cittadino su tre vorrebbe l’indipendenza, e il movimento che la promuove spera di poter tenere un primo referendum già l’anno prossimo.

L’idea di trasformare la California in una nazione esiste grosso modo da quando questo stato è entrato negli Usa. È la sesta economia del mondo, ha un territorio benedetto dalla natura che va dalle montagne innevate della Sierra all’oceano, e una popolazione più numerosa del Canada. Ma il sogno della Calexit ha subìto un’imprevista accelerazione l’8 novembre scorso, quando Hillary ha stravinto lo stato, ma perso la Casa Bianca.

Fino a quel giorno il movimento «Yes California», inventato dal trentenne americano di origini italiane Louis Marinelli, era stato un gioco. Louis, infuriato col sistema che aveva negato l’integrazione alla sua moglie russa, aveva deciso di abbatterlo, lanciando la campagna per la «Calexit». Lo aveva fatto da destra, però, e a novembre aveva votato Trump, pensando che fosse la persona giusta per materializzare negli Usa il sentimento populista della Brexit. Con la vittoria di Donald le cose gli sono sfuggite di mano. 

La mailing list di Marinelli è arrivata in breve a 160.000 nomi, e 8.000 persone si sono registrare come volontari. Sono soprattutto liberal anti Trump, ma al cavallo donato non si guarda in bocca. Il progetto è tenere un referendum nel 2018, per cancellare dalla Costituzione della California la frase che la descrive come parte inseparabile degli Usa. A gennaio il ministro della Giustizia dello stato, Xavier Becerra, ha autorizzato l’iniziativa, e quindi ora Louis deve raccogliere entro il 25 luglio le 585.407 firme necessarie a indire la consultazione.

Se vincerà, nel 2019 organizzerà un altro referendum per chiedere ai cittadini se vogliono che la California diventi una nazione sovrana. A quel punto, a meno di scatenare una seconda Guerra civile, la richiesta di secessione potrebbe seguire due strade. La prima è la proposta in Congresso di un emendamento costituzionale per la Calexit, che dovrebbe ottenere due terzi dei voti di deputati e senatori. La seconda è invece la convocazione di una Convention di tutti gli stati dell’Unione, per approvare l’emendamento costituzionale con una maggioranza di due terzi, e sottoporlo poi al giudizio dei parlamenti locali, dove dovrebbe ottenere almeno 38 voti su 50 Stati. L’altro problema poi è che Marinelli vive a Yekaterinburg, in Siberia. 

Lui sostiene di essere andato prima delle presidenziali di novembre per insegnare inglese, ma ha ricevuto soldi da Mosca e ha partecipato alle riunioni del Movimento anti-globalizzazione russo, un gruppo finanziato dal Cremlino per contrastare il dominio economico di Paesi come gli Usa. In altre parole potrebbe essere una quinta colonna di Putin, incaricata di seminare nuove divisioni fra gli americani per indebolirli. «Tutti questi dubbi - commenta Stephen, esperto di pubbliche relazioni a San Francisco - sono veri. Ma il risentimento contro Trump è così forte, che i liberal della California sono pronti a fare un patto col diavolo pur di colpirlo, abbatterlo, o abbandonarlo».

Sedotti e abbandonati. Lo Stato blocca i fondi ai ricercatori del Sud

lastampa.it
 andrea malaguti

Le start up di “Social Innovation” senza soldi da oltre un anno. I vincitori del bando pieni di debiti. Il Miur: difficoltà burocratiche



Quando gli hanno raccontato di un progetto per rilanciare il Sud che consentiva ai giovani più qualificati di Sicilia, Campania, Puglia e Calabria di sviluppare le proprie idee grazie a 40 milioni dell’Unione Europea e del Ministero dell’Università e della Ricerca, l’ingegnere Alessandro Brancati ha deciso di abbandonare l’Imperial College di Londra per tornare a Palermo. 

Una situazione che, a 29 anni, gli era piombata addosso dal nulla, ma che sembrava perfettamente logica. 
Un modo serio per affrontare la questione meridionale attraverso una sana collaborazione tra pubblico e privato: soldi, ricerca, giovani, idee, valorizzazione del territorio. «Ho immaginato un progetto di carpooling, una specie di bla bla car per i palermitani, autostop 2.0.. E mi sono detto: finalmente posso fare qualcosa per questa terra disgraziata e un po’ maledetta che è la Sicilia». 

Bello no? Per niente. Alessandro si era detto la cosa sbagliata e stava semplicemente entrando in uno sgangherato incubo molto italiano - fatta di promesse non mantenute, soldi buttati, intelligenze sprecate, burocrazia soffocante, rimpalli di responsabilità e carte bollate - che avrebbe avvelenato cinquantadue progetti di qualità e riempito di frustrazione e paura lui e altri trecento ragazzi come lui, che dall’aprile del 2015 attendono complessivamente un milione e mezzo di euro dallo Stato. 

Soldi previsti, accantonati e mai dati, necessari per pagare i fornitori, i dipendenti, i macchinari e anche il proprio lavoro. Magari un giorno li vedranno. Per il momento vedono i debiti. E le minacce dei creditori. «Siamo finiti nelle mani di una banda di incompetenti. Ci hanno bloccato i finanziamenti . Io e i miei colleghi abbiamo dovuto aprire un secondo fido per fare fronte agli impegni. Siamo esposti per 80mila euro. E abbiamo obblighi complessivi per 140 mila». 

E Alessandro, che assieme agli altri vincitori di bando sta organizzando una class action contro il ministero, non è quello a cui è andata peggio. «Basterebbe un decreto del governo per chiudere questa orribile parentesi, ma la politica non si muove». Un classico. 

I soldi bloccati
Nel marzo del 2012 il Ministero dell’Università e della Ricerca decide di mettere in pratica un’intuizione apparentemente vincente dell’allora ministro Francesco Profumo, pubblicando un bando rivolto ai giovani con meno di trent’anni. È l’operazione «Social Innovation»: saranno i ricercatori migliori di quelle terre a dimostrate al mondo che il Sud non è solo criminalità e inerzia, ma è soprattutto creatività e intelligenza. Parte così la prima formula di finanziamento italiano a giovani ricercatori meridionali con la nomina di Project Officer - ufficiali pubblici con il compito di assistere i progetti nella fase di realizzazione - e con

l’apertura di un conto cointestato «ministero-vincitore di bando» per evitare lo spreco di risorse e per rendere chiara la supervisione da parte dello Stato. Il messaggio è orgogliosamente netto: crediamo in voi, non ci deludete. Non ci vorrà molto per capire chi deluderà l’altro. A Napoli, davanti al Maschio Angioino, le rastrelliere per le biciclette sono desolatamente vuote e Roberta Milano, 31 anni, una laurea in beni architettonici, indica rassegnata quel che resta della stazione numero 8 del progetto di Bike Sharing vincitore del bando Social Innovation. 

«Faccio parte di Clean Up una associazione che si occupa di cittadinanza attiva e di sostenibilità ambientale. Ci siamo inventati un sistema per prelevare le biciclette senza dispositivi meccanici che fino a tre anni fa era innovativo. Ci dicevano tutti che a Napoli il bike sharing non avrebbe funzionato. Invece abbiamo avuto un successo eccezionale. In pochi mesi abbiamo raccolto 14mila utenti e contato 50mila utilizzi. Insomma, abbiamo fatto il botto. Tanto che il Comune ha deciso di fare una ciclabile su Corso Umberto sulla scorta del nostro esperimento».

Filava tutto alla perfezione e Roberta aveva lo stesso candore contagioso dei bambini a cui le cose sembrano normali finchè qualcuno non li informa del contrario. «Un anno e mezzo fa ci hanno sospeso i fondi. Come a tutti. E il progetto è morto. Le dieci stazioni sono rimaste vuote, destinate a diventare ferraglia, e le cento bici sono finite in un magazzino. In compenso ci è rimasto un buco da 200mila euro». 

Soldi da dare a programmatori, avvocati, grafici, dipendenti. «Ma non c’è solo il danno economico. Ci abbiamo anche rimesso la faccia. La gente crede che le stazioni vuote e le bici sparite siano colpa nostra. Il Comune ha provato ad aiutarci rilevando il progetto. Ma il ministero non risponde neppure a loro». In tutti i cinquantadue progetti, gli investimenti delle attività previste sono stati anticipati dai vincitori del bando, che hanno fatto ricorso a prestiti bancari o a fondi personali. Ogni due mesi il Ministero provvedeva ai rimborsi, sulla base delle spese certificate.

Nessun problema fino a un anno e mezzo fa, quando la ragioneria generale dello Stato si è resa conto che la procedura di assegnazione dei fondi era irregolare. Da un lato perché rischiava di risultare una forma illegittima di sostegno all’impresa agli occhi dell’Europa. Dall’altro perché, per facilitare le procedure di pagamento, il Ministero aveva avocato a sè la proprietà dei i beni mobili e immobili legati ai progetti . 

Peccato che per l’acquisizione di beni di qualunque tipo gli enti pubblici siano tenuti a passare da un bando della Consip (la stazione appaltante dell’amministrazione pubblica), che in questo caso non c’è stato. Morale? Il Ministero, in attesa di capire come risolvere la questione, ha deciso il blocco totale degli incentivi per il sostegno alla ricerca preferendo tutelare se stesso che preoccuparsi dei danni causati ai ricercatori. Noi abbiamo sbagliato, voi pagate. Inutili i ricorsi individuali e collettivi alla Comunità Europea, al ministero dell’Industria, al Presidente della Repubblica e a quello del Consiglio. C’era un intero Paese a scommettere su questa gloriosa iniziativa destinata a rivitalizzare il Sud, nessuno a farsi carico della responsabilità del suo fallimento. 

Proprietà intellettuale
Alle start up le cose sono andate male ovunque. In Calabria, a Napoli, a Palermo, E anche a Lecce. I ricercatori vincitori del bando erano il futuro. A un certo punto si sono sentiti come barboni che vedono solo le mani che allungano gli spiccioli. E adesso neppure più quelli. 

L’architetto Sofia Giammaruco e i suoi sei colleghi avevano ribattezzato il loro progetto «Inculture». Innovazione nella cultura, nel turismo e nel restauro. «Ci siamo presi cura dell’Unione dei Comuni della Grecia Salentina. Attraverso un piano di diagnostica non distruttiva dei beni culturali in collaborazione con il Cnr e il Politecnico di Torino.

Per ciascuno dei 12 comuni di riferimento abbiamo individuato un bene culturale su cui intervenire, ad esempio la Chiesa di Santo Stefano di Soleto». Un lavoro enorme. Che ha dato risultati eccellenti. Finchè quello che inizialmente pareva un entusiasmo illogico si è trasformato in sconcertante disincanto. «Era un progetto da quasi due milioni di euro. E sono fiera perché i soldi pubblici li abbiamo spesi bene. E anche perché non abbiamo debiti con nessuno. Solo crediti». 

Lo Stato deve a lei e ai suoi colleghi ottantamila euro. «La gestione del bando è diventata una barzelletta. Ci hanno preso in giro. Ed è assurdo che oggi, a 31 anni, mi trovi a fare causa allo Stato». E i suoi colleghi? «Ognuno ha preso una strada diversa». Sparito il progetto. Sparite anche le idee. Perché in questa trappola infernale il Ministero non si è fatto mancare niente.

Lasciando i ricercatori anche senza la proprietà intellettuale del proprio lavoro. «Ci avevano fatto firmare un disciplinare che diceva il contrario. Ma dopo sei mesi ci hanno imposto di sottoscriverne un altro che rendeva il Ministero proprietario degli “eventuali diritti afferenti i risultati conseguiti”», dice Alessandro Brancati. E perché avete firmato? «Perché diversamente ci avrebbero tolto i finanziamenti. E perché speravamo che la proprietà dei risultati potesse restare a noi».

Speranza vana. Ed è inutile fare finta di niente perché quel pensiero è come una zanzara che si posa ovunque per succhiare sangue. Truffaldini o incapaci? «Incapaci». 
«Lo sa cosa mi fa impazzire?», chiede il palermitano Francesco Massa, che assieme a due colleghi rientrati apposta dal Mit di Boston e dal Canada, aveva dato vita a un progetto di mobilità sostenibile. Cosa? «Che pensavamo di fare qualcosa per la nostra terra. E invece abbiamo scoperto che la nostra ricerca è stata abbandonata, mentre contemporaneamente il comune di Palermo sta sviluppando con il ministero dell’ambiente una applicazione di mobilità sostenibile. Cioè paga persone per fare cose che noi avevamo già pronte. Sono mondi che non si parlano. In questo Paese le cose vengono fatte completamente a caso». 

Fuga dalle risposte
E adesso? Comunicare con il Miur per i trecento ragazzi dei cinquantadue progetti è diventato impossibile. «Abbiamo inviato decine di mail che non hanno mai ricevuto risposta e i telefoni squillano a vuoto». In effetti anche il ministro Fedeli (erede ultima di questo pasticcio) si nega alle interviste, consegnando al suo ufficio stampa un comunicato di incomprensibile vaghezza: «A breve i rappresentanti dei vincitori riceveranno una proposta emendativa e nel frattempo sarà istituito un tavolo tecnico per individuare i provvedimenti necessari per una corretta e il più possibile rapida gestione della fase conclusiva del bando». Boh. Si recupera un danno così? Difficile. Neppure i soldi, se mai dovessero arrivare, basteranno, perché sono le esperienze che abbiamo avuto a determinare il rumore del nostro tempo. E questo che sentono i ragazzi del sud è un rumore cattivo. Anche più cattivo del solito. 

Viaggio tra gli impianti sportivi di Roma diventati ruderi: qui ormai solo campioni di monnezza

lastampa.it
mattia feltri

Dalla vela di Calatrava al Flaminio, passando per l’ippodromo vincolato il degrado invade le strutture dismesse e i cantieri abbandonati


Palazzetto dello Sport
Un’immagine dell’area verde intorno all’impianto: travi arruginite, erbacce, sporcizia e reti divelte


Nulla se non il soprannaturale governa questa città, dove il rischio idrogeologico, e cioè l’alluvione permanente, e lo spettro di tifosi romanisti annegati nell’esondazione del Tevere, scompaiono in una notte, o in un volo magico d’uccelli. Ok, lo stadio si fa, ma con meno cemento, meno business park, espressione sacrilega nel tempio della decrescita felice, via le torri di Daniel Libeskind, che a Ground Zero sì, a Tor di Valle no, anche perché Massimiliano Fuksas ha detto che quelle torri sono proprio brutte (ci teniamo la sua Nuvola all’Eur). E dunque, tornando allo straripamento biblico, giovedì Beppe Grillo ha detto che lo stadio sì, ma non lì, troppi rischi, e venerdì ha detto che lo stadio sì, e proprio lì. A Tor di Valle.

Forse stiamo entrando inconsapevolmente nelle trame del grande complotto antigrillino, ma intanto è scomparso anche il referendum proclamato mercoledì («Sentiremo i cittadini»), e poi uno spiritello delle catacombe s’è portato via l’inviolabile vincolo posto la scorsa settimana sull’ippodromo di Tor di Valle, e attenzione: soltanto in un Paese meraviglioso come il nostro una soprintendenza che si chiama dei beni archeologici può dichiarare intoccabile una tribuna costruita nel 1959. Eh niente, c’è il vincolo, ha detto Virginia Raggi, lo stadio non si fa, bisogna rispettare la legge. E poi invece sì, lo stadio si fa, la legge chissà, il vincolo non vincola più.

Comunque, lì dentro, nell’area dell’ippodromo dove si costruirà lo Stadio della Roma, ci siamo infilati anche noi ad apprezzare i pregi culturali e architettonici della tribuna di Julio Lafuente, accreditata del più grande paraboloide iperbolico del mondo. E sarà l’incompetenza o la situazione ambientale, un ibrido di architettura e spazzatura, ma il paraboloide iperbolico non c’è, o non si nota.

Alle tribune è vietato avvicinarsi perché crollano, di sotto è un tappeto di calcinacci e vetri, gli altoparlanti pendono appesi al filo, i seggiolini di legno marci, le vetrate rotte, cumuli di ferraglia, bidoni bruciati, sedie di plastica, poltrone, lattine ossidate, persino un paio di sci, e un frigorifero (un classico ormai). La terra promessa dell’abbandono più desolante, fatto di scuderie fatiscenti, quadri elettrici divelti, erbacce nel cemento. È tutto superato, per fortuna: si farà lo stadio; quanto alle tribune, in un certo senso molto iperboliche, si vedrà. 

Ma non è che a Roma questo ippodromo sia l’eccezione. Un gioiello vero è il Flaminio, lo stadio costruito per le Olimpiadi del 1960 su progetto di Pier Luigi Nervi (uno degli architetti del Pirellone) e che ospitò Roma e Lazio nella stagione 1989-90, quando l’Olimpico fu ingrandito e innalzato per i Mondiali di calcio; e allora non una soprintendenza ebbe da ridire sul disastro della meravigliosa prospettiva del (e dal) Foro Italico rovinata per sempre.

I tifosi ricordano con nostalgia quella stagione vissuta a picco sul campo, in contatto quasi fisico coi giocatori, senza l’orrore bulgaro della pista d’atletica. Oggi, dopo un periodo dedicato al rugby, il Flaminio è dismesso, un rudere da Blade Runner in pieno centro. Attorno alla cancellata arrugginita sono parcheggiati camper ammaccati, attorniati di carrelli del supermercato colmi di indumenti e cianfrusaglie. Ieri mattina una vecchia rom spingeva una carriola e raccattava pezzi di ferro, bottigliette, scarpe: anche qui la discarica è generosa, persino più della vegetazione lasciata ai suoi estri anarchici. 

Questa è la Roma moderna, più diroccata dell’antica, lasciata in eredità ai cinque stelle. C’è il Campo Testaccio, il primo storico campo della Roma, che ormai sembra l’esito di un bombardamento, e il velodromo dell’Eur, incastro di amianto che l’ingegno romano ha trasformato nella solito monnezzaro a dimensione domestica. Tutta produzione di amministrazioni senza soldi e senza idee, ma ricchissime di interlocutori - Italia nostra, Lega ambiente, associazioni di cittadini - che in nome del bello e del meglio fanno valore la loro voce in capitolo, da cui non c’è scampo.

Il capolavoro è la Città dello Sport di Tor Vergata, annunciata da autostrada e tangenziale dalla vela di Calatrava, una splendida pinna di squalo di tubi bianchi intrecciati. Doveva essere la sede dei palazzetti del basket e del volley, più la piscina per i mondiali di nuoto del 2009, che invece si sono disputati al Foro Italico. Lì non ci si arriva più. Chiuso tutto, chiusa anche la strada. Si ammira da lontano la vela piantata nel nulla. Era un progetto di dodici anni fa, giunta di Walter Veltroni. Costo dell’impresa: sessanta milioni. E da lì in poi altro che soprannaturale, un umanissimo rimettere mano alla calcolatrice. All’assegnazione dei lavori i milioni erano già diventati centoventi, e poi duecentoquaranta e alla fine erano saliti fino a seicentosessanta, se si voleva completare il lavoro.

Non lo si è completato.

E allora, evviva Tor di Valle. Entro il 2020 lo Stadio della Roma dovrebbe essere in piedi e in uso. Evviva anche se, non si capisce perché, è saltata la costruzione della bretella che avrebbe collegato lo stadio alla Roma-Fiumicino. Forse due chilometri d’asfalto, ma pareva brutto. Così i tifosi del Liverpool o del Werder Brema atterreranno, vedranno lo stadio a portata di mano, saranno costretti a proseguire fino a Termini, prenderanno la metro per Ostiense e da Ostiense torneranno in treno a Tor di Valle. Un percorso che è uno stile di vita, qui da noi.

Così finanziamo l'auto invasione

ilgiornale.it
Magdi Cristiano Allam - Dom, 26/02/2017 - 14:53



Dobbiamo ringraziare la Comunità di Sant'Egidio, Frontex, il procuratore Capo di Catania Carmelo Zuccaro e le inchieste giornalistiche tra cui quelle del Giornale, perché hanno abbattuto il «muro della menzogna sull'accoglienza».

La Comunità di Sant'Egidio, andando a prendere direttamente nei loro Paesi d'origine a bordo di aerei non solo chi fugge dalle guerre ma anche «famiglie con bambini», a cui viene indistintamente concesso un «visto umanitario» con l'obiettivo dichiarato di «integrarli nel nostro Paese», ha spazzato via tutta la narrazione giustificativa della nostra doverosa pietà e del loro indiscutibile diritto ad essere soccorsi e ospitati costi quel che costi: per aver percorso migliaia di chilometri nel deserto, per essere stati trattati in modo disumano dagli scafisti prima e durante il loro imbarco su gommoni, per aver rischiato la vita nei «viaggi della speranza».

Frontex ha denunciato sia la connivenza delle autorità navali italiane con gli scafisti sia la collusione delle Ong le cui navi spesso si spingono vicino alla costa libica «come dei taxi», mentre agli scafisti vengono date «chiare istruzioni per raggiungere le imbarcazioni Ong». Perciò il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro ha aperto una inchiesta conoscitiva sulle Ong «che entrano nelle acque territoriali libiche chiamate dagli organizzatori del traffico», che «dispongono di costosissimi droni per intercettare i barconi», per cui si rende necessario capire «come nascono, chi le finanzia, quale finalità perseguono».

A questo punto ci auguriamo che la magistratura faccia luce anche sul palese conflitto d'interesse che c'è tra la solerzia con cui la criminalità organizzata straniera e italiana, le Ong, le cooperative, le associazioni umanitarie laiche e religiose, taluni politici e imprenditori, settori dello Stato e delle Chiese si prodigano per promuovere la crescita dell'accoglienza con ricavi stratosferici assicurati dall'attività in assoluto più lucrosa, esentasse e senza neppure il disturbo di dover rendicontare come viene speso un fiume ininterrotto di denaro pubblico elargito fin troppo generosamente attraverso le prefetture.

È persino sbagliato indicarli come «clandestini», che è la connotazione giuridicamente corretta di chi entra furtivamente in un altro Stato sprovvisto di documenti, semplicemente perché siamo noi stessi che li andiamo a prendere anche a casa loro e li facciamo entrare volontariamente nel nostro territorio nazionale.

Ormai è chiaro che siamo noi stessi a volerci auto-invadere. Siamo in presenza di un fatto inedito nella storia: non c'è mai stata prima d'ora una strategia deliberata, pianificata e auto-finanziata per colmare il deficit demografico «importando» il «materiale umano» atto a rigenerare la vita,
individuato nei giovani tra i 20 e i 30 anni per prevenire l'estinzione naturale di 500 milioni di cittadini dell'Unione Europea di cui solo il 16% ha meno di 30 anni, che non pensano più a mettere su famiglia e a mettere al mondo figli, mostrandosi appagati dei rapporti virtuali tramite i blog e i cellulari e della compagnia di cani e gatti.

magdicristianoallam@gmail.com

L’incredibile successo dei distributori automatici è meglio di un trattato di sociologia per capire il Giappone

repubblica.it

Harrison Jacobs  31/1/2017 6:00:57 AM


A bank of vending machines outside of a rest stop in Japan. Harrison Jacobs/Business Insider

Lo scorso fine settimana, sono tornato da un viaggio in Giappone in cui ho aiutato Business Insider a lanciare la sua ultima edizione internazionale, Business Insider Giappone. Dopo aver trascorso due settimane a Tokyo, un aspetto della città ha continuato a colpirmi, dopo il mio ritorno: l’enorme abbondanza di distributori automatici. La proliferazione di distributori automatici è impossibile da ignorare. Sono in quasi ogni isolato a Tokyo – per i vicoli, davanti ai negozi di alimentari, nelle aree residenziali e commerciali.

Con poco più di 5 milioni a livello nazionale, il Giappone ha la più alta densità di distributori automatici in tutto il mondo. Vi è circa 1 distributore automatico per ogni 23 persone, secondo l’Associazione di Produttori di distributori automatici del Giappone. Le vendite annuali ammontano a più di 60 miliardi di dollari. E sono caratterizzati da un’incredibile varietà. Le macchinette vendono qualsiasi tipo di bibite, caffè, tè, sigarette, caramelle, zuppa, cibo caldo, e anche sake e birra.

La pervasività e la varietà dei distributori automatici del Giappone non è un argomento inesplorato. Se c’è una cosa su cui ai turisti di ritorno dal Giappone piace scrivere/leggere, sono i prodotti assurdi e strani venduti nei distributori automatici. Tra i primi risultati di una ricerca su Google per “distributori automatici in Giappone” ci sono: “12 distributori automatici giapponesi che non crederete esistano”, “18 cose che si possono acquistare nei distributori automatici giapponesi”, “25 cose che troverete solo nelle macchinette in Giappone” eccetera eccetera.

Quello che mi interessa, però, è quello che i distributori automatici ci dicono dell’eccezionale cultura del Giappone. Una risposta ovvia è: i giapponesi, e quelli di Tokyo in particolare, lavorano molto e di conseguenza danno valore alla cose comode e convenienti. Ma lo fanno anche i newyorkesi, così come tutti gli altri abitanti delle città, eppure altrove le macchinette automatiche ancora non sono così popolari.  Allora perché sono onnipresenti? I sociologi e gli economisti hanno offerto alcune risposte possibili.

1. Il costo del lavoro

REUTERS/Yuriko Nakao
Il tasso di natalità in declino del Giappone, l’invecchiamento della popolazione, e la mancanza d’immigrazione hanno contribuito a rendere la forza lavoro sia scarsa che costosa, secondo William A. McEachern, professore di economia presso l’Università del Connecticut. Nel suo libro del 2008 sulla macroeconomia, McEachern parla dei distributori automatici del Giappone come di una soluzione a questo problema, eliminando la necessità di impiegati addetti alla vendita.

Anche Robert Parry, un docente di economia alla Università di Kobe in Giappone, ha indicato – in un saggio sull’argomento del 1998  – negli alti costi del lavoro il motivo per cui i rivenditori giapponesi hanno accolto con tale entusiasmo i distributori automatici.  “Con la spettacolare crescita economica del dopoguerra, il costo del lavoro in Giappone è arrivato alle stelle… i distributori automatici hanno solo bisogno di una visita periodica da parte dell’operatore per ricostituire le scorte e svuotare il denaro”, ha scritto Parry.
2. Alta densità di popolazione e immobili costosi


Toomore Chiang/Flickr
Con una popolazione di 127 milioni di persone in un paese più piccolo della California, il Giappone è uno dei paesi più densamente popolati in tutto il mondo, soprattutto se si considera che circa il 75% del Giappone è costituito da montagne.  Il 93 per cento della popolazione giapponese vive in città.

Non sorprende che la densità di popolazione abbia fatto salire per decenni i prezzi degli immobili, costringendo gli abitanti delle città a vivere in appartamenti che farebbero sembrare spaziosi i monolocali più angusti. Anche se i prezzi dei terreni urbani sono scesi durante il declino economico del Giappone nel 1990, da allora sono tornati a salire. L’alta densità di popolazione e gli alti prezzi immobiliari hanno fatto sì che i giapponesi non abbiano molto spazio per sistemare i beni di consumo e che le aziende giapponesi preferiscano installare un distributore automatico in una strada piuttosto che aprire un negozio al dettaglio.

“I distributori automatici producono maggiori entrate da ogni singolo metro quadrato di scarso terreno di quanto potrebbe un negozio di vendita al dettaglio” ha concluso Parry.
3. La mancanza di crimine

Un uomo guarda il designer Aya Tsukioka e la ballerina Minako Ogawa vestiti da distributore automatico in una strada di Tokyo. Reuters/Toru Hanai
Il Giappone è famoso per il suo tasso di omicidi eccezionalmente basso, ma non è l’unica statistica relativa al crimine in cui il Paese eccelle. Secondo al rapporto sul crimine delle Nazioni Unite del 2010, il Giappone si classifica con uno dei più bassi tassi di rapine in tutto il mondo.

Sebbene vi sia stato un certo dibattito sul perché il tasso di criminalità del Giappone sia così basso, una cosa che è facilmente evidente è che atti vandalici e reati contro la proprietà sono rari. Secondo l’Organizzazione Nazionale del Turismo del Giappone, i distributori automatici vengono “raramente rotti o rubati”, pur avendo decine di migliaia di yen all’interno e pur essendo spesso posizionati in vicoli bui o su strade poco affollate.

Al contrario negli Stati Uniti, come scrive Parry, “Le società di distributori automatici americani non prendono nemmeno in considerazione l’installazione di unità lato-strada con funzionamento autonomo” per il timore di atti vandalici e di reati contro la proprietà. In Giappone, le unità lato-strada sono la norma. Aiuta il fatto che molti distributori automatici abbiano telecamere installate e un filo diretto con la polizia se vengono segnalate irregolarità, come una macchinetta che viene forzata, secondo quanto riporta il The Japan Times.
4. Una società fondata sui contanti


Le persone lanciano monete come portafortuna nel santuario Kanda Myojin a Tokyo. ReutersS/Kim Kyung-Hoon
Un altro aspetto della cultura giapponese che mi ha colpito, è una pesante dipendenza dai contanti. Negli Stati Uniti, io uso le carte di debito e di credito per quasi ogni acquisto a parte quando visito ristoranti-bettole che accettano solo contanti. A Tokyo, nemmeno le stazioni ferroviarie accettano le carte di credito per acquistare i biglietti della metropolitana. Le principali catene accettano le carte di credito, ma un sacco di negozi non lo fanno.

L’effetto pratico di ciòè che ci si porta sempre in giro una notevole quantità di denaro, e non solo banconote, ma le monete. Le monete in Giappone sono di taglio elevato come 50 yen, 100 yen e 500 yen (1 dollaro = 112 yen).

Entro la fine del mio viaggio, avevo improvvisato un portamonete di fortuna per metterci il denaro che mi pesava nelle tasche. Come ho scoperto, lasciar cadere una moneta in un distributore automatico per un drink è un modo comodo e utile per sbarazzarsi delle monetine che tintinnano in tasca.
5. Affascinati da tutto ciò che è automatico


Tobot in un supermarket a Kyoto. Yuriko Nakao/Reuters
La cultura giapponese è ossessionata con l’automazione e la robotica, ha spiegato il giornalista Tsutomu Washizu a The Japan Times nel 2007.  Washizu, che ha scritto un libro sulla storia dei distributori automatici in Giappone, attribuisce a questo fascino il motivo principale per cui le macchinette sono così popolari.  “Non vi è nessun altro paese che ha così tante cose automatiche. I giapponesi hanno una grande considerazione per i sistemi automatizzati e una grande fiducia in essi”, ha detto Washizu.

domenica 26 febbraio 2017

Sinistra

lastampa.it
jena



Il nuovo partito ricorda una vecchia trasmissione di Renzo Arbore: “Meno siamo e meglio stiamo”.

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

repubblica.it
di MICHELE SMARGIASSI - foto di ANSEL ADAMS E DOROTHEA LANGE

Questo reportage d'autore, firmato Dorothea Lange e Ansel Adams, racconta la deportazione nel 1942 dei cittadini nippo-americani (ma anche italiani e tedeschi) in vari campi di concentramento, tra cui quello di Manzanar, in California, avvenuta con l'ordine esecutivo del presidente Roosevelt due mesi dopo l'attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Le fotografie però sono parte della "propaganda" americana, ed è per questo che i giapponesi sembrano quasi contenti nonostante la deportazione. Tutti i reportage fotografici di R2

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Un’insegna “ Io sono americano” a Oakland, nel marzo 1942


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Bagagli di giapponesi a Salinas


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Una coppia di giapponesi a Manzanar in apparenza felici nel 1943


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Lavoratori nei campi a Guadalupe, California, nel 1937 prima della deportazione


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

"Nati liberi e uguali". Alla fine del 1944, nel momento più duro della guerra nel Pacifico, gli americani trovarono in edicola un libretto che aveva questo titolo, preso dalle costituzioni indipendentiste, futuro articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Era un libro di fotografie male stampate, ma erano firmate da Ansel Adams, già allora una star della fotografia americana. Raccontava la vergognosa storia della deportazione di centomila "alieni" nella patria dei liberi ed eguali.

L'Ordine Esecutivo 9066 venne firmato dal democratico presidente Usa Franklin Delano Roosevelt settantacinque anni fa, nel febbraio del 1942. Due mesi dopo l'oltraggio di Pearl Harbor.

Stabiliva che ogni cittadino americano di origine giapponese dovesse essere considerato un "nemico alieno" da internare in campi di sicurezza. Le operazioni furono rapide. I campi furono dieci. Gli alieni 110 mila. Fino a un momento prima erano "buoni americani", famiglie felici, piccola e media borghesia delle professioni e delle botteghe, working class laboriosa. Un attimo dopo erano spossessati di tutto, un tumore da asportare.

Presentata come precauzione contro il "nemico interno", l'operazione svelò subito il suo volto di fobia razziale. "La razza giapponese è una razza nemica" dichiarò il generale John L. De Witt, difensore del fronte occidentale, "i cui effetti non si diluiscono neppure dopo tre generazioni". I giornali tradussero così: "Una vipera nasce vipera dovunque sia stato deposto l'uovo", scrisse il Los Angeles Times. Sulle vetrine dei negozi californiani comparvero i cartelli No Japs Wanted. Life insegnava ai suoi lettori come distinguere i tratti somatici di un giapponese da quelli di un cinese.

Adams visitò il più affollato dei campi, Manzanar, in un'arida valle (la stessa di Ombre rosse) tra Los Angeles e San Francisco, nell'ottobre del '43, su invito del direttore di quella città- prigione per vittime incolpevoli. Una rivolta era appena scoppiata, due giovani nippoamericani erano stati uccisi dalle guardie. C'era bisogno di rimettere un po' a posto le cose con l'opinione pubblica. Gli fu vietato di fotografare il filo spinato, le torrette di sorveglianza, qualsiasi "atto di resistenza". Fu avvisato che i suoi provini sarebbero passati al vaglio della censura. Del resto, agli internati stessi era vietato fotografare.

Adams scelse allora, lui patriarca del paesaggio americano, di concentrarsi sui ritratti. Nella speranza che mostrassero l'umanità e la stoica dignità "nonostante tutto" di quegli americani negati dall'America. Born Free and Equal fu autorizzato. Era un libro innocuo. La potenziale critica del suo titolo fu contraddetta dal sottotitolo: La storia dei leali nippo-americani. Quello che gli americani non videro fu un altro reportage fotografico. Prodotto un anno prima da Dorothea Lange, fotografa consapevole (sì, quella della Madre migrante) su incarico della War Relocation Authority.

Ma la più coraggiosa Dorothea, indignata per quello che vedeva, forzò i divieti, allargò il campo visivo, fotografò lo spaesamento, la costrizione, la silenziosa resilienza degli internati. Le sue fotografie non furono mai stampate. Per decenni restarono chiuse negli archivi di Stato con la stampigliatura Impounded: sequestrate. Solo nel 1988 il Congresso Usa approvò una mozione di pentimento e scuse. Ma nell'America di Trump, del muro antimessicano, del Muslim Ban, quella storia dimenticata torna a rintoccare nel subconscio civile di una nazione. A Manzanar, oggi, c'è solo una bandiera americana che sventola su un deserto.

sabato 25 febbraio 2017

Il silenzio dei furbetti del cartellino scena muta davanti davanti al gip

ilmattino.it
di Viviana Lanza

Una delle immagini dei «furbetti» riprese dalla telecamere installate dai carabinieri al Loreto Mare

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i primi dieci interrogati dal giudice delle indagini preliminari Pietro Carola che ha firmato le ordinanze dell'inchiesta sui furbetti del cartellino al Loreto Mare. Un atteggiamento, quello degli accusati, dettato dalla mole degli elementi acquisiti dai carabinieri nel corso dell'inchiesta - condotta dal pm Ida Frongillo e coordinata dal procuratore aggiunto Alfonso D'Avino - con l'ausilio di video e foto scattate all'interno dell'ospedale. In ogni caso una  strategia difensiva concordata con i legali e che a quanto pare oltre agli interrogati di stamatina sarà seguita anche dagli altri.

I primi a essere ascoltati sono stati coloro che non hanno potuto usufruire della misura che consentiva di poter tornare al lavoro e per i quali la posizione è tra le più delicate. Il primo ad essere portato davanti al giudice è stato Vincenzo Schisano, operatore socio sanitario del reparto di radiologia, difeso dall'avvocato Felice Bianco di Sant'Antimo. Schisano è colui che appare in diversi video mentre timbra decine di cartellini per conto dei colleghi infermieri e medici. Gli interrogatori riprenderanno lunedì.

Sabato 25 Febbraio 2017, 13:14 - Ultimo aggiornamento: 25-02-2017 13:47


Napoli, blitz antiassenteisti al Loreto Mare: tutti i nomi dei 55 arrestati

ilmattino.it



Sono 55 i dipendenti dell'ospedale Loreto Mare di Napoli arrestati nell'ambito del maxi blitz anti-assenteismo dei carabinieri del Nas: un neurologo, un ginecologo, 9 tecnici di radiologia, 18 infermieri professionali, 6 impiegati amministrativi, 9 tecnici manutentori e 11 operatori sociosanitari.

Questi i nomi


La guerra sul faro di Mussolini: “Non riaccendete quella ferita”

lastampa.it
gabriele martini

Predappio, la Provincia dà via libera: “Sarà visibile da Rimini, porterà turisti”. Ma Anpi e comunità ebraica insorgono. I nipoti del partigiano ucciso: uno sfregio


Il castello di Rocca delle Caminate, nel Comune di Meldola, era la casa estiva di Mussolini. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile da 60 chilometri che segnalava quando il Duce soggiornava in Romagna.

I calzini neri con la faccia di Mussolini costano 3 euro. Se ne compri cinque c’è lo sconto. Ne servono 15 per aggiudicarsi la felpa con l’effigie della Decima Mas. Il ragazzo romano, barba curata e scarpe griffate, opta per uno scaldacollo con la scritta «me ne frego» e un manganello. «A noi!», urla uscendo dal negozio. Appeso alla parete, tra souvenir di dubbio gusto, spicca un quadro che ritrae un faro. La firma è in basso a sinistra, ben leggibile: Romano Mussolini, quarto figlio di Benito e donna Rachele. Il prezzo non è trattabile: 600 euro. Il faro è quello che sorge a quattro chilometri da qui, sulla collina che domina Predappio. È il faro del Duce. Durante il Ventennio segnalava quando Mussolini soggiornava in Romagna. E ora c’è chi vuole riaccenderlo.

Il castello di Rocca delle Caminate, nel territorio del Comune di Meldola, era la residenza estiva del capo del fascismo. Oggi è proprietà della Provincia di Forlì. Nel 1927 in cima alla torre venne installato un faro che emetteva un fascio di luce tricolore visibile a oltre 60 chilometri di distanza. Il 28 settembre 1943, in questo edificio circondato da pini e cipressi, si tenne il primo consiglio dei ministri di quella che sarà la Repubblica Sociale Italiana. Nei mesi precedenti la Liberazione le segrete del castello furono luogo di indicibili torture nei confronti di partigiani e antifascisti. Come quelle che portarono alla morte di Antonio Carini, nome di battaglia Orsi, uno dei cinque membri del Comando generale delle Brigate Garibaldi, ucciso il 13 marzo 1944.

Ma la memoria, in questa fetta d’Appennino, slitta in secondo piano. «Vogliamo riaccendere il faro per attrarre turisti», spiega Gianluca Zattini, sindaco di Meldola. «Sarà visibile da Imola a Rimini e richiamerà quassù un bel po’ di gente. Stiamo definendo le pratiche per affidare la gestione, ci sarà anche un ristorante». Il pericolo, ribattono dal neonato comitato anti-faro, è che Rocca delle Caminate diventi luogo di pellegrinaggio del turismo nero. «Nero, rosso, bianco, io non ne faccio una questione di colore. Chiunque vorrà visitare il faro sarà il benvenuto», svicola il primo cittadino:

«Chi si oppone fa una battaglia culturale di retroguardia». La Provincia di Forlì ha dato via libera, la proposta è stata approvata con voti bipartisan. «La rocca ha una storia millenaria, i nostalgici saranno una minoranza», dice il presidente dell’ente Davide Drei. Ma il Pd è diviso: il deputato catanese Giuseppe Berretta ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Interno sostenendo che «la riaccensione del faro è apologia di fascismo». Il collega di partito forlivese Marco Di Maio definisce le accuse «ridicole» e ribatte che l’obiettivo è «valorizzare un luogo straordinario, senza scordare la storia». 

Anche all’interno dell’Anpi le posizioni sono sfumate. Tamer Favali, presidente della sezione di Forlì, mette i paletti: «Riaccendere il faro si può, ma allora diventi il faro della pace, questa è la nostra proposta». La coordinatrice regionale Anna Cocchi è meno accomodante: «Se è rimasto spento finora, deve continuare a esserlo. L’accensione era legata alla presenza di Mussolini, che non merita certo di essere ricordato. Il faro rievoca la sua persona e l’Anpi non dimentica». Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, spalleggia invece l’iniziativa dell’omologo del Comune confinante: «Voglio restare fuori da questa polemica», premette. Poi sgancia il siluro: «Nel 2017 bisognerebbe interrogarsi su che senso abbia l’esistenza dell’associazione partigiani. Sinceramente credo che l’Anpi abbia esaurito il suo compito anni fa». 

La comunità ebraica è preoccupata. «Qui c’è la tendenza a nascondere le malefatte del regime», lamenta Luciano Caro, rabbino di Ferrara. «A Predappio ci sono clamorose celebrazioni del fascismo: busti, bandiere, gadget, reliquie. Riaccendere il faro significa aggiungere ulteriore squallore». Ma gli amministratori locali non sembrano intimoriti dalle polemiche. Stime ufficiose calcolano che il turismo nero porti in paese almeno 40 mila presenze all’anno tra neofascisti in camicia nera e parate cialtronesche.

Un business di cui la città non sembra intenzionata a privarsi. Al cimitero il viavai è incessante. Nella cripta che conserva le spoglie di Benito Mussolini i turisti si inginocchiano e lasciano dediche sul quaderno: «Il nostro onore si chiama fedeltà», «la storia ti darà ragione». Fino alla macabra preghiera di tale Giuseppe Pellegrini da Viterbo: «Fa che muoiano i clandestini, non tutti, vedi tu, basta che in Italia non vengano più». 

Contro la riaccensione del faro si schierano anche i nipoti di Antonio Carini, comandante della Resistenza catturato il 6 marzo del 1944 e sottoposto alle torture più efferate proprio a Rocca delle Caminate. Il partigiano “Orsi”, ormai in fin di vita, fu legato ad un’auto, trascinato per vari chilometri fino a Meldola, pugnalato e poi buttato giù da un ponte. «In quel luogo nostro zio è stato trucidato e ucciso, riaccendere quel faro sarebbe una profanazione.

È uno sfregio alla sua memoria e a quella degli altri antifascisti imprigionati», dicono Dirce Pedrini, Cesare e Libero Carini. «L’iniziativa della Provincia è una vergogna, speriamo cambino idea». Ma a Predappio trovare qualcuno che si opponga all’accensione del faro è un’impresa. A metà pomeriggio un gruppo di anziani ciondola fuori dal bar a pochi metri dall’ex Casa del Fascio, dove dovrebbe sorgere il museo del fascismo: «Da queste parti abbiamo un detto che recita così: Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto». 

Addio certificato di proprietà: nel 2018 arriva il documento unico di circolazione. Ecco che cos’è

lastampa.it
claire bal

Chi comprerà un’auto nuova (e chi farà un passaggio di proprietà) dovrebbe risparmiare 32 euro



La più volte annunciata unificazione dei due registri automobilistici - il Pubblico registro automobilistico (Pra) gestito dall’Aci a l’Archivio nazionale dei veicoli (Anv) della Motorizzazione – può attendere ancora. Come ha precisato qualche giorno fa ai microfoni di Rai 1 Mattina il presidente dell’Aci Angelo Sticchi Damiani, “resteranno due database” distinti ma interconnessi. Intanto, però, il decreto legislativo per l’attuazione della riforma Madia per la semplificazione nella pubblica amministrazione, approvato ieri in Consiglio dei ministri, ha stabilito l’unificazione dei due documenti collegati a ogni auto, cioè la carta di circolazione (il cosiddetto “libretto”) e il certificato di proprietà, che da ottobre 2015 è stato “smaterializzato” ed è diventato digitale. 

Appuntamento a giugno 2018
Il decreto dovrà ora ottenere i pareri delle commissioni parlamentari competenti e poi tornare in Consiglio dei ministri per il via libera definitivo. Secondo quanto dichiarato ieri in conferenza stampa dal ministro Marianna Madia, il libretto unico di circolazione diventerà realtà da giugno 2018. La riforma non riguarda i motorini e le microcar, per cui il certificato di proprietà non è mai esistito. 

Il cittadino risparmia 32 euro
Se il decreto non sarà modificato nei prossimi passaggi, il risparmio per il cittadino che compra un’auto - nuova o usata - sarà di 32 euro sul minimo di 294 necessari per effettuare l’immatricolazione del nuovo e sui circa 236 del passaggio di proprietà dell’usato, secondo i calcoli effettuati dal Sole 24 Ore. Il risparmio di 32 euro è dovuto alla cancellazione dell’imposta di bollo che oggi si versa al Pra per l’emissione del certificato di proprietà (circa 8,6 milioni di pratiche l’anno). Rimangono inalterati gli altri costi: 10 euro circa di diritti alla Motorizzazione, 32 euro di imposta di bollo per l’emissione del libretto, 27 euro per i costi della pratica al Pra e almeno 151 di Ipt (tariffa valida sotto i 53 kW di potenza), più 42 per l’emissione delle targhe nel caso di auto nuova. 

Che cosa cambia per chi compra un veicolo nuovo
Per le auto immatricolate da giugno 2018, se le novità saranno confermate, avranno un solo foglio di carta, uguale all’attuale libretto. Le generalità dell’intestatario del mezzo, riportate sul libretto, avranno valore anche di attestato di proprietà. Le pratica sono generalmente svolte direttamente dal concessionario.

Che cosa cambia per i veicoli in circolazione
Nulla, rimangono i due documenti attuali fino a quando il mezzo non viene venduto (o, per qualche modifica tecnica, non ha bisogno di una nuova carta di circolazione). Le pratiche necessarie rimangono essenzialmente le stesse di prima. Dal 2004, tutti gli adempimenti si possono svolgere nello stesso luogo, lo Sta (Sportello telematico dell’automobilista), costituito dalla Motorizzazione, dall’Aci o dalle agenzie di pratiche auto (che però chiedono il pagamento di un supplemento per il servizio).

I corrotti e gli incivili

lastampa.it
mattia feltri

La lotta alla corruzione ha trovato una nuova sede sul profilo Facebook del senatore a cinque stelle Nicola Morra, dove viene proposta in pillole - una oggi, una domani, per giorni - un’intervista al presidente dell’Associazione magistrati Piercamillo Davigo. Il titolo è abbastanza irrimediabile: «Aneddoti di un Paese corrotto fino al midollo». 

Da queste parti siamo molto sensibili alla piaga della corruzione, però non trascuriamo la piaghetta della malagiustizia che ha avuto nel 2016 un anno interessante, durante il quale sono stati assolti o archiviati Marino, Alemanno, De Luca, Capua, Cesaro, Gasparri, Mastella, Frisullo, Errani e qualche altra decina di politici. Ma quello che ci pare più urgente è sottolineare a beneficio di Morra il caso di Stefano Graziano, ex segretario del Pd Campania, indagato per corruzione elettorale e concorso in associazione mafiosa. 

Quando rientrò in Consiglio regionale, i consiglieri grillini abbandonarono l’aula perché «non stiamo con la camorra». Luigi Di Maio disse che Graziano prende i voti dai casalesi, e alcuni parlamentari aggiunsero le loro considerazioni. «C’è un sistema Gomorra in Campania». «Episodi da voltastomaco». Più il tradizionale «devono andare tutti a casa». Dunque: già archiviate le accuse di mafia, ora sono state archiviate anche quelle per corruzione. Graziano è un uomo innocente e diffamato. Chissà, magari fra una pillola di corruzione e l’altra, Morra avrà voglia di inserire l’aneddoto di un Paese incivile fino al midollo. 

La vera storia dello sbarco in Sicilia

lastampa.it
andrea cionci


Lo sbarco di Gela

Sulla spiaggia di Trappeto (Trapani), fino a pochi giorni fa, sorgeva “la Cupola”, un piccolo bunker costiero semidiroccato, costruito nei primi anni ’40, al quale la popolazione locale era molto affezionata. Faceva ormai parte del paesaggio, ma il tetto si era inclinato e, invece di procedere a un possibile restauro, le autorità hanno deciso di mandare uno scavatore per rimuoverlo. La notizia, divulgata dal giornale locale Il Vespro, ha suscitato ovunque indignazione e dispiacere, per “l’ennesimo intervento che distrugge pezzi della nostra storia, cancella i ricordi, le immagini, i momenti”. 

Il recente episodio evoca in modo simbolico un’altra drastica rimozione, quella della vera storia dello sbarco angloamericano in Sicilia, di solito tramandato dalla storiografia tradizionale come una sorta di “passeggiata”, avvenuta tra festose distribuzioni di chewing gum e cioccolato da parte dei soldati alleati. 



Le cose andarono molto diversamente. Ad esempio, è stato rimosso quasi del tutto il sacrificio della divisione “Livorno” che, insieme alla “Napoli” si fece massacrare mettendo forse a rischio l’intero sbarco alleato. In secundis, solo da qualche anno, si comincia a parlare delle collusioni tra Forze armate Usa e la mafia italoamericana di Lucky Luciano; il recente film di Pif “In guerra per amore” per quanto sotto le vesti di una commedia romantica, ha avuto il merito di portare finalmente al grande pubblico, in una veste “accettabile”, questo scottante tema.

Se pressoché nulla si è divulgato del ruolo preciso che la mafia ebbe nel sabotare quasi un terzo del sistema difensivo italiano, ancor meno è filtrato, alla coscienza collettiva, sulle stragi dimenticate e impunite compiute dai militari americani su civili e prigionieri italiani. Cercheremo di sintetizzare il tutto con i dati provenienti dalla più qualificata e aggiornata letteratura storica dedicata al tema.

L’annichilimento della mafia e l’assalto al latifondo siciliano
Poco si può comprendere dello sbarco in Sicilia senza fare riferimento a un antefatto. Nel 1924, il prefetto di Trapani Cesare Mori (cui l’appena scomparso regista Pasquale Squitieri dedicò un famoso film) del ruolo di sradicare la mafia dalla Sicilia. Mori attuò una durissima repressione del fenomeno mafioso, ricorrendo, spesso, a metodi brutali: furono incardinati diecimila processi, con innumerevoli condanne, mentre molti pericolosi boss furono mandati al confino o costretti a emigrare negli States. Tuttavia, come scrive lo storico palermitano Giuseppe Carlo Marino in “Storia della mafia”, Mori seppe anche mobilitare largamente l’opinione pubblica, soprattutto tra i giovani, nell’impegno contro Cosa nostra facendo sentire la presenza dello Stato sul territorio.

Attraverso il “bastone e la carota”, ridusse ciò che restava della mafia-delinquenza a una condizione “dormiente” e inattiva, ma fu costretto a fermarsi di fronte al baronato, il ceto dei grandi latifondisti che utilizzava la manovalanza mafiosa per il controllo delle proprietà agricole. Se male avevano sopportato l’opera del “Prefetto di ferro”, i baroni reagirono malissimo all’assalto al latifondo con l’istituzione, nel 1940, dell’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Questo organismo li costringeva, infatti, ad apportare migliorie produttive (con i contributi dello Stato) pena l’esproprio delle loro campagne.

Così, i grandi proprietari terrieri fondarono un comitato d’azione separatista capeggiato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal “mafioso tout court” don Calogero Vizzini, tornato a Villalba dopo sei anni di confino. Nel ’42, il comitato prenderà il nome di Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis), e avrà la sua grande occasione con lo sbarco alleato del ’43, salutando gioiosamente gli angloamericani al loro arrivo e “sollecitando” il popolino a fare altrettanto nelle strade e nelle piazze. 

I servizi segreti Usa si avvalgono di Lucky Luciano
Nel frattempo, come scrive Massimo Lucioli in “Mafia & Allies”, negli Stati Uniti si creava il legame tra US Navy e mafia italoamericana. Fin dallo scoppio della guerra, nel ’39, gli Usa, per quanto ancora formalmente neutrali, cominciarono a rifornire gratuitamente tutti i nemici dell’Asse. Il porto di New York assumeva, quindi, importanza strategica e si temevano sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane.

Fu per scovare e colpire queste ultime, ben nascoste nella numerosa comunità italoamericana newyorkese, che uno dei massimi responsabili dell’intelligence, addetto alla sicurezza portuale, il maggiore Radcliffe Haffenden, decise di prendere i primi contatti con il gangster Lucky Luciano. Il boss, infatti, nonostante stesse scontando in carcere una condanna a cinquant’anni per sfruttamento della prostituzione, continuava a controllare le attività illecite del porto tramite il suo affiliato Joe Lanza. 

La collaborazione con la mafia partì in grande stile: la valanga di informazioni fornite ai servizi segreti Usa da Lucky Luciano consentì agli americani non solo di smantellare la rete spionistica italiana nel porto di New York, ma anche di garantirvi una forzosa pace sindacale per non turbare l’invio di materiale bellico in Europa. I contatti di Haffenden con Luciano sono confermati dai microfilm pubblicati per un breve periodo sul sito del Freedom information act (Foia) che riporta i resoconti delle indagini della stessa Fbi su Haffenden. 

Del resto, anche l’avvocato di Lucky Luciano, Moses Poliakoff, ammise tranquillamente: “Nel 1942, il procuratore distrettuale della contea di New York, per conto del Controspionaggio della US Navy intendeva chiedere a Luciano una “certa assistenza”. Mi chiesero se ero disposto a fare da intermediario”. 

Le foto che svelano i mafiosi “embedded” nelle forze armate Usa
Un altro servigio reso da Lucky Luciano fu quello di segnalare agli americani i mafiosi residenti in Sicilia che avrebbero certamente cooperato al momento dello sbarco in Sicilia (operazione Husky). L’Office of Strategic Services (Oss) il servizio segreto statunitense, si preoccupò anche di selezionare militari di origine siculo-americana e di creare una rete di contatti con tutti coloro che, nella Trinacria, fossero ostili al regime, non ultimi gli influenti membri del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia.

Il principale interlocutore di Lucky Luciano nell’isola fu, appunto, don Calogero Vizzini, il quale aderì al progetto, unendo insieme le forze dei latifondisti affiliati al Mis - e dei mafiosi - a quelle dei servizi segreti americani. “Ufficiale di collegamento” fra Vizzini e Luciano era il criminale Vito Genovese che, dall’America, era ritornato in Italia già nel 1938. Lo ritroviamo in una fotografia mentre posa, in divisa americana, accanto al bandito Salvatore Giuliano, mentre, in un’altra foto, si riconosce il mafioso italo-americano Albert Anastasia, sempre in uniforme, inquadrato in un reparto di fanteria il cui gagliardetto consisteva in una grande “L” gialla (da “Luciano”) in campo nero.

Lo stesso vessillo è, incredibilmente, apparso attaccato su un’auto in una foto del 2010 - del tutto inedita - scattata da Massimo Lucioli, insieme a due altri testimoni, nel paese di Cassibile (SR) durante la celebrazione dell’armistizio siglato con gli Alleati nel ‘43. La vettura sconosciuta è passata di fronte alle autorità statunitensi mentre la banda U.S. Navy suonava l’inno a stelle e strisce. La vicenda dell’emblema con la “L”, per quanto già nota a livello locale, non è mai stata presa sul serio a livello della storiografia nazionale. La foto che pubblichiamo fuga ogni dubbio: c’erano anche “loro” e, ancor oggi, qualcuno tiene a ricordarlo agli americani.

Come la mafia sabotò due divisioni del Regio esercito
Uno dei più efficaci provvedimenti mafiosi fu quello di minacciare pesantemente i militari siciliani di stanza nella loro regione. Venne “caldamente consigliata” la diserzione e il sabotaggio per evitare conseguenze spiacevoli per loro e le loro famiglie. Ecco perché due delle quattro divisioni mobili italiane di stanza in Sicilia si sfaldarono, in buona parte, all’arrivo degli angloamericani. Michele Pantaleone scrive in “Mafia e droga” che il 70% dei soldati delle divisioni “Assietta” e “Aosta” -

quota corrispondente, appunto, a quella dei militari siciliani - il 21 luglio 1943, a sbarco avvenuto, “scomparve senza lasciare traccia pregiudicando, così, l’intero apparato difensivo siciliano”. Questo si era verificato poiché, come spiega Giuseppe Carlo Marino “il boss mafioso Genco Russo e i suoi sgherri avevano fatto intendere che c’erano parecchi malintenzionati che li avrebbero fatti fuori prima dell’arrivo degli anglo-americani”. 

I soldati siciliani della “Assietta” e della “Aosta” provenivano dai ceti agrari e, come contadini, erano da sempre vessati dalle pressioni dei capi mafia e sottoposti ai loro ordini. Non a caso, una simile diserzione di massa non avvenne nella divisione “Livorno”, poiché in essa i siciliani erano pochissimi, appena il 9%. A ulteriore conferma, va considerato che i soldati siciliani costituenti il 60% della divisione “Napoli” fecero, invece, il loro dovere fino in fondo – ed eroicamente - perché si trovavano nella Sicilia orientale, quindi al di fuori della sfera di influenza dei mafiosi
collaborazionisti (attivi, piuttosto, nell’entroterra).

Questo dimostra che i militari siciliani non erano affatto meno “costituzionalmente combattivi” degli altri soldati italiani. A riprova di ciò, come appurato dal convegno svoltosi lo scorso anno a Napoli, voluto dal presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, i siciliani furono, insieme ai campani, i più numerosi italiani partecipanti alla Resistenza e, nel nord Italia, dimostrarono grande spirito combattivo. 

Il guiderdone della mafia sarà, dopo lo sbarco alleato, la piena infiltrazione nel tessuto politico-amministrativo di gran parte dei comuni isolani, supportata dall’Allied Military Government of Occupied Territories (Amgot). Dopo aver lucrato con il mercato nero durante il conflitto, Cosa nostra comincerà a prosperare, nel dopoguerra, soprattutto con il traffico di stupefacenti. 

L’eroismo dimenticato della “Livorno“ e della “Napoli”
Al momento dello sbarco, il 10 luglio 1943, la divisione motorizzata “Livorno”, per ordine del comandante della 6° armata, il valido generale Alfredo Guzzoni (poi processato dalla Rsi, ma assolto) fu prontamente mandata all’attacco della testa di ponte americana, sulle spiagge di Gela. Era da sola: come riferisce il suo comandante, gen. Domenico Chirieleison, l’appoggio della divisione corazzata tedesca “Hermann Goering” giunse, infatti, diverse ore dopo.

Il comandante americano George Patton sottovalutò, inizialmente, la Livorno (convinto che le sue truppe avrebbero facilmente respinto quei “vigliacchi italiani”, come ebbe a definirli) ma, in capo a poche ore, l’impeto di quei soldati, pure, male armati, quasi privi di armi automatiche, senza copertura d’artiglieria e con pochi, obsoleti carri armati, riuscì a far arretrare gli statunitensi fino all’abitato di Gela e a travolgere le loro linee difensive. Furono momenti molto difficili per gli americani anche perché da Malta gli aerei inglesi non erano potuti decollare, in appoggio, a causa della nebbia.

Patton ordina il reimbarco?
A quanto riferisce il generale Alberto Santoni in una pubblicazione dello Stato Maggiore dell’Esercito, Patton fu colto dal timore e diramò ai suoi persino l’ordine di prepararsi a un possibile reimbarco. Per quanto la circostanza fu poi negata dall’interessato e dal Pentagono, il testo del radiomessaggio, intercettato dal comando italiano di Enna, “dovrebbe trovarsi - scrive Santoni - ancora negli archivi dell’Esercito”. 

Dietro nostra richiesta, l’Ufficio storico dell’Esercito non ha ritrovato il documento citato, ma ha prodotto una importante nota del Comando della XVIII Brigata Costiera che riporta, alle ore 15.00: “E’ stato notato che i natanti (Usa) vanno e vengono dalla spiaggia di Gela, si ha l’impressione che il nemico riprenda rimbarco”. Come sottolineato dallo stesso Ufficio storico, però, il generale Emilio Faldella scrive, invece, di una intercettazione contemporanea relativa a una semplice richiesta di rinforzi da parte di Patton. L’episodio sembra, però, ancora riconfermato, nelle sue memorie, dal tenente della “Livorno” Aldo Sampietro che ricordava l’istante di speranza in cui vide “carri armati americani ripiegare verso la spiaggia per reimbarcarsi”.

Anche Raffaele Cristani, un altro ufficiale reduce, riporta: “Fino a quel momento gli americani si erano sempre ritirati di fronte ai nostri battaglioni, tanto che ci fu un momento in cui sembrò che stessero per ritirarsi”. Se è vero, come riportano varie fonti, che la Livorno stava per costringere gli americani alla ritirata nel settore di Gela, questo avrebbe potuto compromettere l’intera invasione. (Quanto alla terminologia, va osservato che gli stessi angloamericani si consideravano degli “invasori” come si legge nella Soldier’s Guide of Sicily, distribuita alle loro truppe).

L’uragano di fuoco navale
Le truppe da sbarco di Patton erano in crisi, così le navi angloamericane ricevettero l’ordine di intervenire per salvare la situazione. Contro gli italo-tedeschi si scatenò, allora, un inferno di fuoco navale prodotto dai cannoni da 340 mm che “aravano” letteralmente sezioni di terreno procedendo di 100 metri alla volta, disintegrando qualsiasi forma di vita vi si fosse trovata. Poi si aggiunsero le bombe degli aerei inglesi, che erano finalmente riusciti a partire da Malta. I difensori dovettero ritirarsi. In un caso, un reparto italiano fu costretto ad arrendersi perché gli americani utilizzavano prigionieri di guerra come scudi umani.

Nella “Relazione cronologica degli avvenimenti” del XVIII Comando Brigata Costiera, infatti, il generale Orazio Mariscalco annotò: “Il col. Altini comunica che la 49a btr. si è arresa perché il nemico veniva avanti facendosi coprire dai nostri soldati presi prigionieri…”. Fu una carneficina per i giovani della “Livorno”, come ricorda Pierluigi Villari ne “L’onore dimenticato”: resisteranno ad oltranza per 24 ore tra i ruderi di Castelluccio di Gela. Un soldato così annotava nel suo diario: “Eravamo stretti uno all’altro, immersi nella polvere; era un martellare implacabile di una quarantina di cannoni navali, di pezzi di artiglieria campale, i colpi ci piovevano vicinissimo tutt’attorno mentre schegge, pallottole, sassi fischiavano sulla nostra testa”.

In totale, la “divisione fantasma”, come recita il titolo di un saggio di Camillo Nanni, lasciò sul campo, tra morti, feriti e dispersi, 7.200 uomini dei suoi 11.400 effettivi. Anche nel settore inglese, più ad est, la divisione di fanteria “Napoli” insieme al Kampfgruppe “Schmalz”, combatté strenuamente fino all’annientamento. I pochi elementi superstiti si sacrificarono per permettere agli alleati tedeschi di ritirarsi sul fiume Simeto. Alle due divisioni “Livorno” e “Napoli” che, pure, avevano giurato fedeltà al Re e non al Duce, sono stati negati per decenni, in nome della politica, la memoria e l’onore che spettavano loro per aver difeso, fino all’estremo sacrificio, il proprio paese. 

Furono ben 630, infatti, le medaglie al valore – per gran parte postume – concesse ai militari del solo Regio esercito (escludendo Marina e Aeronautica) che difendevano la Sicilia. Di essi si ricordano il caporal maggiore Cesare Pellegrini, che impegnato in furiosi corpo a corpo, fu alla fine pugnalato nel fortino di Porta Marina; il sottotenente carrista Angelo Navari che col suo carro armato riuscì a impegnare una intera compagnia di soldati americani; il colonnello Mario Mona che resistette a oltranza di fronte alla spropositata preponderanza nemica per poi scomparire nella mischia; il sottotenente Luigi Scapuzzi che si sacrificò a Leonforte per permettere ai suoi colleghi e ai suoi uomini di poter ripiegare.

La stragi sconosciute dei prigionieri italiani
Ai soldati che caddero prigionieri, non sempre capitò una sorte migliore dei loro commilitoni caduti. Sono, purtroppo, diverse le stragi compiute dagli americani ai danni di militari italiani arresi e civili inermi. A questi eccessi contribuì in modo determinante lo spirito particolarmente aggressivo infuso da Patton ai suoi uomini. Riportiamo uno dei suoi discorsi agli ufficiali precedenti lo sbarco: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!

» Molti subalterni lo presero alla lettera, come dimostra, ad esempio, il Massacro di Biscari che vide 76 prigionieri italiani e 12 civili cadere sotto le mitragliate del capitano John Compton e del sergente Horace West. Come riferisce Andrea Augello in “Uccidi gli italiani”, Compton si giustificò dichiarando che credeva di aver ben interpretato le parole del generale Patton. Anche gli otto carabinieri di Gela che si erano arresi dopo una breve resistenza fiaccata dal tiro navale, come ha rivelato il saggista Fabrizio Carloni, furono passati per le armi senza motivo.

E ancora, le stragi e gli ammazzamenti di Piano Stella, di Comiso, di Castiglione, di Vittoria, di Canicattì, di Paceco, di Butera, di Santo Stefano di Camastra e vari altri paesi sono stati indagati dai testi di Giovanni Bartolone (“Le altre stragi”), Franco Nicastro (“Le stragi americane”) e Gianfranco Ciriacono (“Le stragi dimenticate”). Quasi tutti i responsabili, nei casi in cui furono sottoposti a corte marziale, furono assolti o condannati a pene irrisorie. Pubblichiamo la sentenza di assoluzione del capitano Compton, solo per breve tempo desecretata dagli archivi americani. Justin Harris, in una tesi di laurea dell’Università di San Marcos, in Texas, spiega che la sentenza fu “not guilty” – non colpevole, perché la commissione che giudicò Compton apparteneva alla sua stessa divisione, la 45esima. Harris ha anche pubblicato i nomi di tutti i militari che facevano parte del gruppo di fuoco. 

A Troina (EN), poi, cominciarono gli stupri, le uccisioni e le razzie del reparto Tabor, composto da 832 militari marocchini sbarcati al seguito della 3° divisione americana, che si protrarranno per quattro mesi fino alla Toscana segnando le vite di 60.000 italiani. Il dato si riferisce alle denunce raccolte dall’Istituto nazionale per le vittime di guerra, ma è sottostimato considerando che denunciare uno stupro, all’epoca, richiedeva molto coraggio. Notizie sulle cosiddette “marocchinate”, sono riportate da Bruno Spampanato in “Contromemoriale”.