mercoledì 26 aprile 2017

“Respinti”: così Mussolini condannò gli ebrei croati

lastampa.it
ariela piattelli

1942, in fuga dai nazisti e dagli ustascia cercavano riparo in Italia. La prova in un appunto scovato nell’Archivio Centrale dello Stato: conferma la corresponsabilità del Duce già prima dell’8 settembre


Il documento. Datato 4 ottobre 1942, è siglato con le tre stanghette della M stilizzata di Mussolini. Il direttore generale Archivi, Gino Famiglietti, ne ha autorizzato la pubblicazione spiegando che «gli archivi conservano la memoria del Paese affinché possa essere fruita dalla Nazione, come prescrive l’articolo 9 della Costituzione»

«Respinti». Con una parola, laconica quanto feroce, seguita dalla sua iniziale autografa, Benito Mussolini respinse gli ebrei croati che, minacciati dagli atroci massacri degli ustascia, dalle deportazioni naziste, e destinati a «sicura morte», chiedevano nel ’42 di entrare in Italia per trovarvi rifugio. Lo rivela un documento inedito trovato recentemente dallo storico della Shoah Michele Sarfatti, che è stato direttore per molti anni della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. 

L’appunto, datato 4 ottobre 1942, testimonia la connivenza di Mussolini con la macchina dello sterminio prima dell’8 settembre 1943. «Ho scoperto questo documento nell’Archivio Centrale dello Stato grazie alla segnalazione di due studiosi, Giorgio Fabre e Anna Pizzuti», racconta Sarfatti. «L’ho reperito nel corso delle ricerche su come l’Italia fascista aveva trattato gli ebrei croati che cercavano di entrare nella provincia di Fiume e sul ruolo di Giovanni Palatucci in quella vicenda». Il risultato di questo studio uscirà sul prossimo numero della rivista Italia Contemporanea . «Il documento inedito consiste in un “appunto” per Mussolini: era uno dei modi con cui il sistema burocratico chiedeva direttive al dittatore.

Quando lui scrive su questo la parola “respinti”, risponde in modo inequivocabile. È ovvio che si riferisce a tutti, senza eccezione, si tratta di un ordine di carattere generale».L’importanza dell’appunto di ottobre sta nel fatto che per la prima volta viene riportata alla luce una carta che testimonia la decisione esplicita di Mussolini di respingere verso morte certa un gruppo di ebrei, nel secondo semestre del 1942. «Sono accadimenti che precedono l’Armistizio; dopo, il coinvolgimento di Mussolini nello sterminio degli ebrei italiani, sotto la Repubblica Sociale Italiana, è fatto ormai notorio». Degli ebrei in pericolo di vita il duce avalla la morte, «siglando con le tre stanghette, che raffigurano la consueta M stilizzata, l’ordine di respingerli».

La decisione
Dopo la spartizione della Jugoslavia tra Italia e Germania nel ’41 e la creazione dello Stato indipendente croato, governato dagli ustascia, terribili persecutori di rom e serbi ed ebrei, questi cominciano ad affacciarsi verso Fiume, la città più vicina a Zagabria. «Gli ustascia erano veri e propri massacratori», continua Sarfatti. «L’Italia, che aveva espulso gli ebrei stranieri già dal ’38, è incerta su cosa fare: da una parte non vuole nuovi ebrei, dall’altra pensa che quei croati, pur se non ariani, potrebbero essere utili.

Fino alla primavera del ’42 nella provincia di Fiume si accavallano accoglimenti e respingimenti di centinaia di profughi. Durante la seconda fase della Shoah in Croazia, dopo che Zagabria ha stretto un accordo con Berlino per la deportazione degli ultimi ebrei croati, questi premono sulla provincia italiana di Lubiana. La questura locale lo segnala a Roma, precisando che sono in pericolo di vita, e la direzione centrale della polizia chiede direttive a Mussolini, che è anche ministro dell’Interno: è a quel punto che arriva la sua decisione».

«Nulla osta» allo sterminio
L’eccezionale testimonianza del documento diviene ancor più drammatica e significativa se si mette a confronto con un altro appunto siglato da Mussolini e già noto agli storici. «La storia non è una fotografia, ma è come se fosse un film, e bisogna vederlo sempre in un’ottica “processuale” poiché tutto è graduale. Nell’agosto del ’42 l’ambasciata del Terzo Reich chiede all’Italia di consegnargli gli ebrei che si trovano nelle zone croate presidiate dall’esercito italiano, esplicitando che sono destinati allo sterminio». E infatti nell’apposito appunto per Mussolini si parla esplicitamente di «dispersione ed eliminazione» e si informa il dittatore che la «liquidazione degli ebrei in Croazia starebbe ormai entrando in una fase risolutiva».

«Su questo foglio Mussolini scrive “nulla osta”, formula che contiene un assenso senza esplicitare un ordine esecutivo. Lui dunque lo aveva letto e sapeva del destino riservato agli ebrei croati da ustascia e nazisti. Quando in ottobre scrive “respinti”, già sa dalle stesse autorità tedesche dell’azione di deportazione e eliminazione. Sa, quindi, che quello che dicono gli ebrei croati sulla “morte sicura” che li attende è vero». 

La storia di quello che è avvenuto agli ebrei al confine orientale è ancora oggetto di indagine. «C’è dibattito tra gli storici, si sentono voci di un Mussolini che avrebbe protetto gli ebrei croati, ma non è così. C’è una politica dall’estate ’41 all’estate del ’42 composta da accoglienza e respingimenti, dopodiché, con il nullaosta un po’ ambiguo dell’agosto e poi con il successivo chiaro ordine di respingimento di ottobre, Mussolini esplicita la sua connivenza nell’assassinio degli ultimi ebrei croati».

Il cardinale Fossati: niente aiuti agli ebrei, sono turbolenti e hanno già fin troppo”

lastampa.it
ariela piattelli

Alla fine della guerra, l’arcivescovo di Torino disse no all’assegno del Vaticano destinato a un campo di rifugiati. Una studiosa ha ritrovato la lettera del rifiuto


Una fotografia ufficiale americana mostra un gruppo di bambini scampati all’Olocausto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale

Nel marzo del 1946 l’Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati rispediva al mittente, al Vaticano, un assegno di 100 mila lire destinato agli aiuti per i mille ebrei scampati ai campi di sterminio nazista, ospitati nel campo profughi di Grugliasco, una delle stazioni di sosta, prima di prendere il mare per la Palestina. I sopravvissuti all’orrore, tutti stranieri, non erano considerati degni della carità perché «in massima parte soggetti turbolenti, trattati troppo bene e che abusano vendendo al mercato nero quello che sovrabbonda, che lasciano molto a desiderare quanto a moralità, donne in soli calzoncini succinti».

Lo rivela un documento straordinario, ritrovato quasi per caso da Giulietta Weisz, ricercatrice volontaria dell’Associazione Italia-Israele. La lettera firmata dal Cardinal Fossati del 31 marzo del ’46, in cui spiega al Monsignor Baldelli della Pontificia Commissione Assistenza a Roma le ragioni del rifiuto dell’assegno, riporta parole durissime e di disprezzo nei confronti degli internati. 

Il comandante del campo di Grugliasco, il Maggiore Brunnel, timoroso che il Vaticano potesse entrare nei suoi affari e aprire un’inchiesta sul campo, aveva convinto il Cardinale, prima con una visita, poi con un rapporto dettagliato, che i mille sopravvissuti alla Shoah erano trattati fin troppo bene e che non era necessario altro denaro visto che di loro se ne occupavano già gli alleati (come l’Unrra - «United Nations Relief and Rehabilitation Administration» e l’ente ebraico «American Joint Distribution Committee»). Ed è bastato poco per convincere Fossati ad impedire che l’assegno fosse destinato agli aiuti. Brunnel era andato da lui con due crocerossine, descritte dall’Arcivescovo nella lettera ritrovata come «persone mature, di molto criterio, ottime cristiane». «Parrebbe che dalla strage degli ebrei siano sopravvissuti i meno degni: ungheresi e rumeni poi sono i più cattivi» scrive ancora Fossati, riportando le parole di una delle accreditate sorelle.

E con la promessa che forse in un pomeriggio libero avrebbe visitato il campo, il cardinale allega alla missiva l’assegno, perché era inutile che «il S. Padre sprecasse denaro per loro (i sopravvissuti)».
Il documento è stato ritrovato per caso da Weisz, nel corso di un’altra ricerca. «Cercavo notizie sulla permanenza di Judith Arnon (personaggio della danza israeliana) in un convento ad Avigliana - spiega Weisz - Sono andata in Curia e nel corso della ricerca ho visto sporgere un foglio ingiallito da una cartella.

Era la lettera di Fossati. Mi sono subito resa conto della portata storica del documento, che mi ha rivelato un’unica realtà. Si trattava di una dichiarazione di puro antisemitismo. Ogni parola della lettera che si riferisce ai sopravvissuti, a gente che ha perso ogni cosa e che porta i segni dell’orrore nel corpo e nella mente, è durissima. Ma la citazione della suora crocerossina sui “meno degni” mi ha colpito di più. Sono figlia di un ebreo ungherese, e ho trovato queste parole insostenibili». Dopo la scoperta della lettera, la ricercatrice è andata a verificare se questa era conservata anche nell’archivio segreto vaticano. 

«Ho trovato una cartella sulla corrispondenza, ma era vuota - continua -. È presumibile che qualcuno abbia ritenuto il documento scomodo». Ieri sera la Weisz insieme a Laura Camis de Fonseca, ha presentato il documento a Torino durante l’evento dell’Associazione Italia-Israele «Shoah, Alia Bet e Vaticano. Un ritratto del Cardinale Maurilio Fossati e della politica di Pio XII verso gli ebrei». 
«Questo terribile documento è una goccia in un mare dice Angelo Pezzana, direttore di Informazionecorretta, da sempre impegnato su questo tema - nel sommerso degli archivi secretati che il Vaticano si rifiuta di rendere pubblici, impedendo così agli storici di conoscere e studiare quanto avvenuto durante la Shoah e negli anni successivi».

Fermare gli scafisti si può: col tesoro di Gheddafi

ilgiornale.it
Gian Micalessin - Mer, 26/04/2017 - 08:30

L'Italia chieda parte dei 67 miliardi del raìs per coprire i costi degli sbarchi

Vogliamo veramente che la Libia del premier Fajez Al Serraj collabori per bloccare i trafficanti di uomini e ci aiuti ad arginare il flusso dei migranti? Allora la ricetta migliore è premere sul portafoglio imponendo a Tripoli di pagar di tasca propria i 4 miliardi e 600 milioni di spese che, stando al Def, il documento di programmazione economica del nostro governo, dovremo sborsare nel 2017 per salvare e accogliere i migranti sbarcati sulle nostre coste.

L'idea di far pagare ai libici quei costi non è assolutamente infondata. Il governo Serraj, arrivato al potere con la benedizione dell'Onu e la protezione dell'Italia, ha a disposizione un tesoro da oltre 67 miliardi di dollari ereditato dall'era Gheddafi e custodito nei forzieri della Libyan Investment Authority (Lia), l'istituzione finanziaria a cui il Colonnello demandava gli investimenti realizzati grazie al petrolio. Ancora oggi almeno due miliardi e mezzo di quegli investimenti riguardano capitali italiani. Capitali che vanno dall'1,25 per cento di Unicredit, al petrolio dell'Eni passando per l'energia, le infrastrutture e le telecomunicazioni.

Ma quel tesoro congelato nelle banche di Malta e Londra non è tutto. Il traffico di uomini che Serraj si guarda bene dall'arginare garantisce a Tripoli un flusso di contanti pari a 300 milioni di euro annui, come rivelato a suo tempo dalle indagini dell'ammiraglio Credendino, comandante della missione navale europea. Eppure nonostante questo ben di Dio lo scaltro Serraj ripete non solo di non avere i mezzi per fermare i trafficanti di uomini, ma arriva a pretendere 800 milioni di contributi da Roma e Bruxelles per mettere in piedi una parvenza di Guardia Costiera. E allora l'unico modo per smetterla di farci prendere in giro è esigere che l'Italia possa recuperare spese e danni attingendo al tesoretto libico.

Quel tesoretto è attualmente «congelato» per volere del Consiglio di Sicurezza Onu che ha reiterato le sanzioni applicate nel 2011 per impedire agli inetti eredi del Colonnello di dilapidarlo. Ma quegli inetti eredi sono diventati, assieme alle milizie islamiste e ai criminali di cui si circondano, una piaga non solo per la Libia, ma anche per il nostro paese. Dunque vista l'indifferenza dell'Europa, l'inutilità di una missione navale europea incapace di fermare i trafficanti e la collusiva attività delle organizzazioni umanitarie impegnate a scodellar migranti sulle nostre coste l'unica soluzione è farsi parte attiva per recuperare i costi sopportati dall'Italia.

Anche perché un'azione politica in sede Onu potrebbe rivelarsi l'unica leva in grado di sollecitare l'indifferenza di Tripoli. Come esperienza insegna in sei anni di totale anarchia libica le uniche battaglie combattute in punta di diritto e legalità dai rappresentanti dei vari governi libici sono state quelle affrontate nelle aule giudiziarie inglesi e maltesi per vedersi assegnate il controllo del tesoro della Lia. Oggi le chiavi di quella cassetta sicurezza sono nelle mani dell'Onu e di Serraj. Entrambi devono molto al governo italiano intervenuto con intelligence e mediatori sia per garantire l'arrivo a Tripoli di Serraj all'inizio del 2016 sia per garantirne la successiva sopravvivenza.

Eppure da tutto ciò abbiamo ricavato solo costi e svantaggi. Oggi non è più tempo, come ha fatto Gentiloni, d'implorare l'aiuto di Trump, ma di pretendere che i miliardi di dote del governo libico siano messi a disposizione dell'Italia. Anche perché chi conosce la Libia sa che da quelle parti l'arma dei soldi funziona assai meglio delle cannonate.

Traslochi, spaccio e sesso nelle auto del car sharing

corriere.it

di Leonard Berberi - lberberi@corriere.it

Il libro nero delle compagnie: «A bordo capita di tutto». Da Milano a Roma ecco l’elenco delle «malefatte» degli utenti

Illustrazione di Alberto Ruggieri per il Corriere della Sera
Illustrazione di Alberto Ruggieri per il Corriere della Sera

Che ci facevano i tacchi delle scarpe, da donna, conficcati nel soffitto dell’auto nessuno l’ha ancora capito. Ma intanto il tetto è stato riparato. Le calzature, mai reclamate, sono state buttate. E l’episodio è finito nell’elenco degli usi che alcuni clienti fanno del car sharing. Se i parcheggi in doppia o tripla fila — raccontano dalle aziende — sono cosa nota, non mancano le soste simboliche o di protesta: com’è successo a Milano quando una macchinina è stata abbandonata in mezzo a Piazza Duomo. Oppure quando chi correva al parco Sempione poteva «ammirare» il veicolo posteggiato nel polmone verde.
Tra traslocatori e sbadati
Le compagnie hanno un dossier sui comportamenti più incredibili dei clienti. Centinaia di casi che spesso hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine e dei tecnici delle società che devono poi documentare con foto. C’è, per esempio, chi s’improvvisa traslocatore: e oltre a trasportare gli oggetti di casa (mobili compresi), usa il veicolo per portarci un motorino. Che sta, date le dimensioni, mezzo dentro e mezzo fuori. Molti sono gli sbadati. Come quelli che parcheggiano l’auto condivisa all’interno di un palazzo. Così diventa impossibile per gli altri prenderla, anche se tecnicamente risulta disponibile. Oppure quelli che dimenticano i propri effetti personali. Telefonini e portafogli sono un classico. Ma non sono mancati il narghilè alto oltre un metro, una stecca da biliardo personalizzata professionale e una torta.
I falsi profili
Più d’uno crea falsi profili. Per usufruire degli sconti e delle agevolazioni per certe categorie (le donne, gli anziani, i nuovi clienti). Perché non ha la patente. O per attività illecite. Come la prostituzione. E lo spaccio. Pochi giorni fa a Milano un italiano di 38 anni è stato scoperto mentre utilizzava il car sharing senza pagare sfruttando il regolamento. Aveva creato nove profili diversi, in dieci giorni, inserendo lo stesso numero di telefono, quello della compagna. Share’ngo — mette a disposizione veicoli elettrici — se n’è accorta e l’ha denunciato. L’uomo è stato arrestato: era ricercato perché destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Poi ci sono gli incidenti. Qualche settimana fa in sette, «dell’Est Europa», sono andati a sbattere contro un muro nel capoluogo lombardo. L’auto, omologata per due (altro che overbooking), «s’è tutta accartocciata». I passeggeri ne sono usciti solo con qualche graffio.
Il fine settimana
Una sera qualcuno ha trasformato il veicolo in ristorante ambulante. Il risultato? Patatine fritte sparse ovunque, ketchup in ogni angolino. «Sembrava fosse esplosa una bomba di carne, cipolla e salsa», ricordano. «Il fine settimana è il momento clou per trovare residui di vomito». In più di un caso i veicoli sono stati portati per un lavaggio completo perché qualcuno aveva deciso di usarli come un water. Sono sempre più gli utenti che sfruttano l’abitacolo per i rapporti sessuali. E se i preservativi vengono lasciati lì, c’è chi si dimentica la biancheria intima. A Roma hanno ricevuto una telefonata curiosa: una persona era rimasta bloccata dentro. Nemmeno il tempo di spegnere il veicolo che un tizio aveva parcheggiato il Suv in doppia fila dileguandosi subito dopo. Dal lato del passeggero il marciapiede era ostruito da un palo della segnaletica stradale. «Era imbarazzato, abbiamo dovuto farlo uscire dal retro con una procedura riservata».

Una Seconda guerra mondiale mai vista: ecco le prime foto a colori

corriere.it
di Antonio Carioti

Nell’immaginario collettivo è un evento in bianco e nero, ravvivato più che altro dai manifesti di propaganda. Ciò nonostante, fra il 1942 e il 1945, sotto il patrocinio del ministero britannico dell’Informazione, vennero scattate circa 3.000 foto a colori per le testate che erano in grado di pubblicarle. E dopo la vittoria le immagini vennero consegnate all’Imperial War Museum di Londra, dalla cui preziosa collezione ora è stato tratto un libro

Scrutando il cielo

Scrutando il cielo

Aerei, carri armati, uomini sotto le armi e donne in divisa. Grandi personalità in posa, gente comune che festeggia la liberazione e la vittoria. Il tutto a colori, come lo vide con i suoi occhi chi allora c’era. Mentre il mondo era sconvolto dallo scontro bellico messo in moto dalla Germania hitleriana nel settembre del 1939, la fotografia a colori muoveva i primi passi: le pellicole apposite erano ancora merce rara, i costi di stampa elevati. Nell’immaginario collettivo la Seconda guerra mondiale resta dunque un evento in bianco e nero, ravvivato più che altro dai manifesti di propaganda.

Ciò nonostante, fra il 1942 e il 1945, sotto il patrocinio del ministero britannico dell’Informazione, vennero scattate circa 3.000 foto a colori per le testate che erano in grado di pubblicarle.E dopo la vittoria le immagini vennero consegnate all’Imperial War Museum di Londra, dalla cui preziosa collezione ora è stato tratto un libro: il «Daily Mail» ne ha anticipato alcuni magnifici scatti, che proponiamo ai nostri lettori. Si comincia con una ausiliaria del servizio territoriale britannico che scruta il cielo accanto a un cannone antiaereo, nel dicembre 1942. I bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra si erano molto ridotti dall’estate del 1941, quando le forze aeree del Terzo Reich, in seguito all’invasione dell’Urss, erano state trasferite in massa sul fronte orientale. Ma conveniva rimanere sempre all’erta.


Sorveglianza femminile

Sorveglianza femminile

Ausiliarie addette alla sorveglianza del traffico aereo e marittimo presso il quartier generale dell’artiglieria costiera britannica, a Dover, nel dicembre 1942. La maggioranza di coloro che svolgevano questa mansione era composta di donne. Nel Regno Unito il Servizio ausiliario territoriale femminile era stato istituito nel settembre 1938.


Il bombardiere da rimettere in sesto

Il bombardiere da rimettere in sesto

Lavoratori africani aiutano i tecnici britannici a riparare un aereo Lockheed Hudson, usato come bombardiere leggero o ricognitore. Siamo a Yundum, nella colonia britannica del Gambia (Africa occidentale), nell’aprile 1943.


Manutenzione di un tank

Manutenzione di un tank

Militari della 6ª divisione corazzata britannica mentre puliscono la canna del cannone di un carro armato Crusader, nel maggio 1943. Ci troviamo ad Al Aroussa, in Tunisia, nell’ultima fase dei combattimenti in Nord Africa. Le forze italo-tedesche bloccate sulla sponda Sud del Mediterraneo si arresero agli anglo-americani il 13 maggio 1943.


L’incursione

L’incursione

Bombardieri americani B-17, detti «Fortezze volanti» per il loro armamento pesante, in missione nel maggio del 1943. Il loro obiettivo è colpire la base fortificata dei sommergibili tedeschi U-Boot situata a Lorient, sulla costa francese, in Bretagna. Lo battaglia nell’Atlantico fu un aspetto molto importante del conflitto: la flotta sottomarina del Terzo Reich fece di tutto per affondare con i suoi siluri le navi dei convogli che trasportavano truppe e rifornimenti dagli Stati Uniti in Gran Bretagna.


I monelli siciliani

I monelli siciliani

Agosto 1943: in Sicilia un gruppo di ragazzini italiani familiarizza con soldati britannici su un carro armato Sherman di fabbricazione americana. Le forze alleate sbarcarono nell’isola il 10 luglio 1943 e la resistenza dell’Asse cessò il 17 agosto. La popolazione siciliana in genere accolse con sollievo l’arrivo degli anglo-americani, anche se si trattava di un esercito invasore. Del resto a Roma il fascismo era caduto il 25 luglio 1943 e il nuovo governo Badoglio stava trattando l’armistizio.


In convalescenza

In convalescenza

Un momento di relax per infermiere britanniche e piloti feriti dell’aviazione militare (Royal Air Force, Raf) ricoverati presso l’ospedale militare «Princess Mary» a Halton, nel Buckinghamshire. La principessa Mary (1897-1965), che aveva dato il suo patronato nel 1923 al corpo delle infermiere della Raf, era la figlia del re Giorgio V (1865-1936), sorella dei successivi sovrani Edoardo VIII (1894-1972, noto per aver abdicato nel 1936) e Giorgio VI (1895-1952).


Artiglieria in azione

Artiglieria in azione

I serventi di un cannone britannico da 5,5 pollici (127 millimetri) durante la campagna d’Italia, nel settembre 1943. Le truppe angloamericane sbarcarono a Salerno il 9 settembre, ma incontrarono una forte resistenza dei tedeschi, che pure erano anche impegnati a neutralizzare l’esercito italiano dopo l’armistizio concluso con gli Alleati dal governo Badoglio e reso noto l’8 settembre. Il fronte si stabilizzò poco dopo a Cassino, sulla cosiddetta linea Gustav, lungo la quale la Wehrmacht nazista resistette fino alla seconda metà di maggio del 1944.


Il terrore delle città tedesche

Il terrore delle città tedesche

Bombardieri pesanti britannici Lancaster in costruzione nel 1943 al centro di assemblaggio dell’industria aeronautica Avro a Woodford, nei pressi di Manchester. I quadrimotori Avro Lancaster furono gli aerei più utilizzati per gli attacchi notturni indiscriminati sulle città della Germania, che causarono perdite enormi tra la popolazione civile, ma condussero anche operazioni d’altro genere, come l’affondamento della corazzata tedesca Tirpitz presso le coste norvegesi, il 12 novembre 1944. Entrati in servizio nel 1942, i Lancaster furono protagonisti dell’offensiva aerea alleata sui cieli del Reich: 3.249 di essi vennero perduti in azione durante la guerra.


Sul fronte interno

Sul fronte interno

Contadini al lavoro nei pressi di Eynsford, nella regione britannica del Kent. La produzione agricola era fondamentale per garantire il sostentamento della popolazione e il rifornimento delle forze armate.


Donne taglialegna

Donne taglialegna

La penuria di manodopera maschile dovuta alle incombenze militari costringeva le donne a svolgere anche mansioni pesanti. È il caso di queste due ausiliarie impegnate a tagliare tronchi d’albero a Culford, nella regione inglese del Suffolk. Siamo nel 1943 durante un campo di addestramento del corpo femminile per la provvista della legna.


Il futuro presidente Usa

Il futuro presidente Usa

Al centro della foto, il generale americano Dwight Eisenhower (1890-1969), detto Ike, comandante in capo delle forze alleate in Europa, ritratto il 1° febbraio 1944 insieme agli ufficiali di più alto rango del suo quartier generale. Nel 1952 Eisenhower sarebbe stato eletto presidente degli Stati Uniti per il Partito repubblicano: confermato nel 1956, avrebbe lasciato la Casa Bianca a John Kennedy nel gennaio 1961. I militari intorno a lui sono, da sinistra: il generale americano Omar Bradley (1893-1981); l’ammiraglio inglese Bertram Ramsay (1883-1945); il maresciallo dell’aria britannico Arthur Tedder (1890-1967); il generale inglese Bernard Law Montgomery (1887-1976); il maresciallo dell’aria inglese Trafford Leigh-Mallory (1892-1944); il generale americano Walter Bedell Smith (1895-1961).


Aspettando l’ora decisiva

Aspettando l’ora decisiva

Il soldato britannico Alfred Campin durante un addestramento in Gran Bretagna nel marzo 1944. Siamo nella fase di preparazione dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944), che aprì la fase finale della guerra con l’offensiva nel cuore dell’Europa occupata dai nazisti.


Pronti al lancio

Pronti al lancio

Paracadutisti britannici su un aereo Dakota poco prima di un lancio di addestramento sull’Inghilterra, il 22 aprile 1944. Siamo a meno di due mesi di distanza dallo sbarco in Normandia, durante il quale la 6ª divisione aviotrasportata britannica ebbe un ruolo di primo piano nello stabilire avamposti in territorio nemico.


«Johnnie», asso della Raf

«Johnnie», asso della Raf

Il pilota da caccia britannico James «Johnnie» Johnson, comandante di stormo, con il suo cane labrador Sally e il suo aereo da combattimento Spitfire, in Normandia nel luglio del 1944. Nelle sue settecento missioni di guerra Johnson abbatté 34 aerei nemici. Gli furono accreditati altri sette abbattimenti condivisi, più tre condivisi probabili e un velivolo nemico distrutto al suolo. Un autentico asso della Royal Air Force.


Uno sputafuoco corazzato

Uno sputafuoco corazzato

Un carro armato lanciafiamme britannico Churchill Crocodile in azione nell’agosto del 1944. Questo mezzo corazzato era stato modificato montando un lanciafiamme al posto della mitragliatrice: il suo rimorchio, trainato dal tank, poteva contenere fino a 1.800 litri di liquido incendiario. Il Churchill Crocodile proiettava le fiamme fino a 110 metri di distanza, il che lo rendeva molto efficiente nelle azioni contro i bunker, le trincee e altre fortificazioni.


L’illusione di Eindhoven

L’illusione di Eindhoven

Settembre 1944: la popolazione civile della città olandese di Eindhoven festeggia l’arrivo delle forze anglo-americane ballando per le strade. In realtà la gioia degli abitanti era piuttosto prematura perché l’operazione Market Garden, lanciata in quei giorni dagli Alleati con un vasto uso di truppe paracadutate, venne contrastata da un’aspra reazione tedesca. Così gli anglo-americani non riuscirono a penetrare profondamente in Olanda e ad attraversare il Reno di slancio, come avevano progettato di fare. La stessa Eindhoven, poche ore dopo lo scatto di questa foto, venne bombardata dall’aviazione del Terzo Reich, che seminò morte e distruzione. La guerra sarebbe durata ancora diversi mesi.


Il maresciallo e il sovrano

Il maresciallo e il sovrano

Il comandante britannico Bernard Montgomery, nominato maresciallo da poche settimane, illustra la situazione militare al re Giorgio VI. Siamo nell’ottobre 1944, dopo il fallimento della operazione Market Garden che aveva segnato un duro smacco per Montgomery, e ci troviamo in Olanda, nel caravan che il maresciallo usava come comando mobile. Il sovrano Giorgio VI, la cui ascesa al trono (dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII) è stata di recente rievocata nel film del 2010 «Il discorso del re» (diretto da Tom Hooper, con Colin Firth nel ruolo del monarca), seguiva assiduamente l’andamento del conflitto. Quando si recava presso le truppe, vestiva sempre l’uniforme.


Non c’è pace sotto l’Acropoli

Non c’è pace sotto l’Acropoli

Due militari britannici osservano la loggia delle Cariatidi del tempio greco detto Eretteo, dedicato alla dea Atena, sull’Acropoli di Atene, nell’ottobre 1944. Il ritiro delle truppe tedesche dalla Grecia, avvenuto in quei giorni, non segnò affatto l’avvio di un periodo più pacifico per il Paese, in quanto si aprì subito un contrasto tra il governo monarchico di Georgios Papandreu e le forze più attive della Resistenza (Elas) a preponderanza comunista. Nel dicembre 1944, quando il comandante delle truppe alleate in Grecia, il generale inglese Ronald Scobie, chiese ai partigiani comunisti di deporre le armi, ne seguì una crisi politica grave, con disordini sanguinosi e combattimenti che durarono fino al 15 gennaio 1945. Gli accordi successivi non ebbero lunga durata e dal 1946 la Grecia fu sconvolta da una terribile guerra civile tra comunisti e anticomunisti, che terminò con la vittoria di questi ultimi, appoggiati dagli Stati Uniti, nel 1949.


Soccorsi medici

Soccorsi medici

Un militare britannico ferito viene sottoposto a una trasfusione di sangue in Italia, nell’ottobre 1944, presso una postazione sanitaria avanzata. Le operazioni belliche nel nostro Paese procedettero a rilento dopo l’estate del 1944, perché nel frattempo gli Alleati avevano aperto in Francia, con lo sbarco in Normandia, un fronte di ben altro rilievo. Così le regioni settentrionali italiane furono liberate solo nell’aprile 1945, quando ormai le forze sovietiche e anglo-americane dilagavano anche in Germania.


Le sofferenze della capitale

Le sofferenze della capitale

Un ispettore esamina edifici danneggiati a Holborn, un quartiere di Londra. La capitale del Regno Unito, che i tedeschi avevano duramente martellato con l’aviazione tra il 1940 e il 1941, a partire dal giugno 1944 venne colpita dal nemico con le bombe volanti V-1 e più tardi, da settembre, anche con le più moderne V-2, antesignane dei missili balistici. A Londra le V-1 uccisero oltre seimila persone, le V-2 quasi tremila.


Di scorta ai bombardieri

Di scorta ai bombardieri

Il tenente pilota americano Vernon Richards a bordo del suo caccia P-51 Mustang durante una missione di scorta ai bombardieri alleati. Le sei bandiere naziste dipinte sul fianco del velivolo rappresentano sei aerei nemici abbattuti in guerra.


Nei cieli del Reich

Nei cieli del Reich

Alcuni bombardieri americani B-24 Liberator in rotta verso un obiettivo in Germania. I quadrimotori dell’Us Air Force colpivano soprattutto obiettivi industriali e strategici con incursioni diurne. Leggermente più veloce e capiente della Fortezza volante, il B-24 era però molto più vulnerabile e veniva abbattuto con maggiore frequenza dai caccia e dalla contraerea del nemico.


Donne in fabbrica

Donne in fabbrica

Manodopera femminile inglese al lavoro per produrre munizioni in un’officina sotterranea della penisola di Wirral, nel Merseyside, presso Liverpool. Siamo nel 1945: durante la guerra furono oltre un milione le donne britanniche impiegate nell’industria bellica al posto degli uomini richiamati sotto le armi.


La guerra è finita

La guerra è finita

Gli abitanti di Londra festeggiano la resa delle forze tedesche l’8 maggio 1945, nei pressi del Cenotafio di Whitehall, il memoriale per i caduti in guerra dell’Impero britannico inaugurato nel 1920.


Simbolo della sconfitta

Simbolo della sconfitta

Fotografato nel maggio 1945, l’incrociatore pesante Admiral Hipper della marina tedesca, abbandonato in disarmo nella base navale di Kiel, appare quasi l’emblema del disastro in cui si è conclusa l’avventura bellica del Terzo Reich. Gravemente danneggiato nella battaglia navale del Mare di Barents (31 dicembre 1942) contro le navi britanniche di scorta a un convoglio che trasportava rifornimenti all’Urss passando dalle acque dell’Artico, l’Admiral Hipper aveva poi operato nel Baltico. Nell’aprile 1945 era stato nuovamente colpito dagli aerei della Raf mentre si trovava a Kiel.

Muore l’albero più vecchio degli Usa Il New Jersey dice addio alla sua quercia di 600 anni

corriere.it

Prima ha dato segni di cedimento poi ha smesso di mettere foglie ed è stata dichiarata morta. Operazioni di rimozione seguite da tanti cittadini e curiosi legati alla pianta

I lavori di rimozione dell’albero

Per 600 anni ha fatto ombra sul cimitero di una chiesa nel New Jersey. Negli ultimi tempi, però, non ha messo più le foglie e ha mostrato segni di cedimento. Poi, alla fine, è stato dichiarato definitivamente morto. È la storia dell’albero più vecchio degli Usa, la grande quercia della Basking Ridge Presbyterian Church, nella cittadina di Bernards. La pianta ha iniziato il suo ultimo viaggio dopo che gli operai hanno iniziato lunedì a rimuoverlo.
Un punto di riferimento per la comunità
I lavori sono cominciati sotto gli occhi dei cittadini e di numerosi curiosi giunti anche dalla vicina New York, dovrebbero concludersi domani. L’albero, alto 3 metri e 48 centimetri, con una circonferenza di 5,48 metri e con rami lunghi fino a oltre 4 metri e mezzo, era considerato un punto di riferimento per la comunità locale. Agli abitanti rimane però una consolazione: un’altra quercia, nata da una ghianda del vecchio albero, è stata già piantata. Un modo per continuarne l’eredità.

25 aprile 2017 (modifica il 25 aprile 2017 | 12:35)

Il Churchill italiano

lastampa.it
mattia feltri

Potrà essere Renzi il Macron italiano, dal momento che per Hollande era Macron il Renzi francese? E se non sarà Renzi, lo troveremo un Macron italiano? Saremo ottimisti poiché Newsweek aveva trovato in Veltroni il Clinton italiano e Adornato aveva trovato il Clinton italiano in Ciampi, e il Times aveva trovato in Bassolino il Blair italiano ed era d’accordo Rotondi, è Bassolino il Blair Italiano, e Cossiga aveva trovato il Blair della destra italiana in Fini, intanto che, lo stesso Cossiga, aveva trovato in Prodi il Kohl italiano e in Mario Segni l’Aznar italiano, e il Time aveva trovato in Renzi l’Obama italiano, mentre l’Obama italiano era stato trovato in Veltroni da La Razón, e un brillantissimo Gentiloni aveva trovato in Bersani

l’Hollande italiano, e un non meno brillante Casini aveva trovato in Mercedes Bresso la Merkel italiana, così come Forza Italia la Merkel italiana l’aveva trovata in Marina Berlusconi, e Kissinger aveva trovato nel padre Silvio la Thatcher italiana, ma Crosetto la Thatcher italiana l’aveva trovata in Fornero, e Bertinotti aveva trovato sempre in Silvio il Sarkozy italiano, e i movimenti gay avevano ovviamente trovato in Vendola lo Zapatero italiano, intanto che i vendoliani avevano trovato in Landini il Lula italiano, e l’ambasciatore italiano in America aveva trovato e presentato in Leoluca Orlando il Rudy Giuliani italiano, e fino al blog di Grillo, dove un iscritto ha trovato nel medesimo Grillo il Chavez italiano. Aspettiamo con una certezza: è D’Alema il D’Alema italiano. 

Ma la Corea del Nord potrebbe davvero affondare la portaerei Usa?

ilgiornale.it
Franco Iacch - Mar, 25/04/2017 - 12:40

Un attacco missilistico della Corea del Nord avrebbe scarse probabilità di successo, un raid aereo non avrebbe scampo. I sottomarini rappresentano una minaccia reale per la portaerei USS Vinson


“Dove si trova la nostra portaerei più vicina?”.
E’ questa la prima domanda che gli analisti ed i militari americani si pongono ogni volta che scoppia una crisi internazionale. Le portaerei rappresentano un’essenziale piattaforma nello scacchiare geopolitico della proiezione globale americana. Agendo da acque internazionali, gli USA proiettano la propria potenza senza alcun tipo di autorizzazione. Tale principio andrebbe certamente rivisto qualora scoppiasse un conflitto con le superpotenze che hanno specificatamente sviluppato asset carrier killer. Il riferimento al DF-21D cinese o al russo SS-N-19 Shipwreck, ad esempio, non è casuale. Un contesto ipersonico, riscriverà nuovamente la strategia anti-accesso e negazione d’area (si cercano alternative dottrinali alla definizione strategica A2/AD ritenuta ormai superata).
La portaerei USS Carl Vinson CVN-70, qualora scoppiasse un conflitto con la Corea del Nord, potrebbe essere colpita, danneggiata o addirittura affondata?
Negli Stati Uniti si stanno svolgendo svariati wargame per ipotizzare tutti i possibili scenari. Così come abbiamo detto in precedenza, un conflitto con la Corea del Nord è un’opzione abbastanza remota poiché si tramuterebbe in nucleare in pochissimi istanti. Soffermiamoci, però, sulla esclusiva capacità di sopravvivenza del vettore Usa, definito uno “sporco animale” dalla retorica di Pyongyang. Secondo gli analisti americani, la Corea del Nord non riuscirebbe ad affondare la USS Carl Vinson classe Nimitz. Escludiamo volutamente l’opzione nucleare.
Sappiamo che il Gruppo da Battaglia della USS Carl Vinson è rotta verso la penisola coreana. La Vinson è scortata dall’incrociatore lanciamissili classe Ticonderoga USS Lake Champlain CG-57 e dalle cacciatorpediniere classe Arleigh A. Burke USS Wayne E. Meyer DDG-108 e USS Michael Murphy DDG-112 (dedicata al Seal Michael Murphy, Medaglia d’Onore). Due cacciatorpediniere giapponesi classe Atago, la JS Ashigara DDG-178 e la capofila DDG-177 Atago si sono unite al Carrier Battle Group, gruppo da battaglia e supporto a difesa del vettore. Due i sottomarini d’attacco a protezione della Vinson.

Missili antinave: scarsissime possibilità di successo

E’ senza dubbio il modo migliore per affondare una portaerei. Il 15 aprile scorso, durante la maestosa parata per il Giorno del Sole, la più importante festa nazionale della Corea del Nord, Pyongyang ha mostrato una copia del missile Kh-35. Svelato nel 2014, è la copia indigena del missile antinave subsonico russo Zvezda Kh-35U, che equipaggia il sistema di difesa costiera GRAU 3K60 Bal, designato dalla NATO come SSC-6 Sennight. In servizio con le Forze armate russe dal 2008, è in grado di colpire obiettivi situati fino a 120 km di distanza e di lanciare l’intera salva di 32 missili con un intervallo massimo di tre secondi. La salva di 32 missili, schierati su quattro lanciatori collegati in rete, è considerata efficace per distruggere un completo gruppo navale statunitense. I sistemi Bal sono operativi a difesa della Flotta del Baltico, tuttavia la copia nord coreana non è ritenuta alla stregua di quella russa per autonomia e sistemi primari.

Le varianti nordcoreane dello Styx di fattura sovietica sono ritenute alla mercé delle contromisure elettroniche e difensive del Gruppo da Battaglia, sebbene un tale scenario non sia mai stato realmente testato. Il programma KN-17, infine, è ad uno stato embrionale. Il problema principale per tali asset è determinato dal limitato raggio dei radar terrestri. L’episodio della posizione della Vinson orchestrato ad arte ha dimostrato (se mai ce ne fosse bisogno), che il Nord non ha una capacità di identificazione e discriminazione della minaccia esterna che gli assicurerebbe, invece, una rete satellitare. Quest’ultima è ritenuta fuori dalla portata della tecnologia del regime.

Raid aereo: nessuna possibilità di successo

E’ quello più improbabile, poiché l'intera capacità aerea della Corea del Nord non può competere con quella imbarcata sul vettore statunitense e con la schermatura del Gruppo da Battaglia. Anche se una flotta di quaranta velivoli tra quelli ritenuti in grado di alzarsi in volo, si dirigesse contro la Vinson, si tramuterebbe con una certezza quasi assoluta in una missione senza ritorno. Sarebbe certamente rilevata ed ingaggiata dalle squadriglie CAP della Vinson.
Probabilmente nessuno dei MiG-29 e Su-25, le piattaforme più moderne ritenute in grado di volare, ritornerebbe in Corea del Nord. Il loro impiego a supporto delle truppe terrestri, sarebbe ben più utile. Se, infine, uno o più MiG-29/Su-25 riuscissero a superare sia la difesa aerea Aegis che i caccia F/A-18 e lanciare un qualche tipo di sistema d’arma contro la portaerei, non riuscirebbero ad affondare il vettore da centomila tonnellate. Il Pentagono non ritiene reale una minaccia missilistica antinave a causa della tecnologia Air Launched Cruise Missile non ancora sviluppata. Un missile da crociera antinave vola vicino al livello del mare al fine di evitare il rilevamento. Questo profilo di volo rende i missili difficili da intercettare anche per la velocità finale di impatto. Anche se esistessero, non sarebbero paragonabili ai sistemi russi o cinesi.

Sottomarini: esito incerto

I sottomarini sono la nemesi delle portaerei. Portiamo alcuni esempi.
Nel corso della seconda guerra mondiale, non meno di diciassette portaerei furono affondate dai sottomarini, otto da quelli americani. Tuttavia l'episodio storico che viene sempre ricordato non è quello della seconda guerra mondiale, ma della guerra delle Falkland. Questo breve, ma aspro conflitto nei primi anni ‘80, ad esempio, ha poi avuto un impatto fuori misura sullo sviluppo navale della strategia cinese (ancora oggi presente nei testi accademici di riferimento). Quell’episodio dimostrò l’efficacia delle tattiche adottate dal sottomarino nucleare britannico HMS Conqueror che, senza mai essere stato rilevato, riuscì ad affondare l’incrociatore leggero General Belgrano. Ovviamente la Marina argentina non può essere paragonata alla US Navy.
Nel marzo del 2015 emerse per pochissime ore sulla rete un rapporto a cura del Ministero della Difesa francese sulle esercitazioni COMPTUEX 2015 tra il Gruppo di Battaglia della portaerei Theodore Roosevelt ed il sottomarino classe Rubis S-602 Safir. Il resoconto di quelle esercitazioni sono state ritenute scioccanti per il semplice motivo che un solo sottomarino riuscì ad affondare la metà delle navi americane, portaerei compresa. Il rapporto è stato immediatamente dal Ministero della Difesa francese, ma non sfuggì ai media cinesi che analizzarono l’episodio in un approfondimento dal titolo “A Single Nuclear Submarine Sinks Half of an Aircraft Carrier Battle Group”.
“Il Gruppo da Battaglia di una Portaerei è un sistema armonizzato composto da una difesa multilivello ed altamente efficiente. Eppure, il rapporto francese (quindi con un ragionevole grado di credibilità) dimostra le capacità dei sottomarini nucleari nella Modern Warfare navale. A parità di formazione (quindi molto elevata) sono proprio i sistemi d’arma a fare la differenza. I sottomarini nucleari d’attacco classe Rubis, sono tra i più piccoli del mondo. I classe Los Angeles, per fare un confronto, sono grandi tre volte tanto. La potenza navale degli Stati Uniti non ha eguali nel mondo, ma il nostro obiettivo è quello di sfruttare le crepe della loro (non sempre) impenetrabile armatura”.
Ovviamente ci sono altri fattori da considerare. La rilevazione aerea è efficace in alcuni contesti operativi, ma non per tutti. Le enormi dimensioni di un Gruppo da Battaglia USA rappresentano un facile obiettivo anche alle lunghe distanze, mentre i sistemi antisom sono controproducenti in quanto inquinano l’ambiente acustico quando non si affonda il sottomarino al primo colpo.
La Corea del Nord non possiede i sottomarini francesi e non è la Cina, ma è una minaccia da non sottovalutare.
Pyongyang dovrebbe possedere circa 70 sottomarini di diverse dimensioni. Secondo le informazioni ufficiali, la flotta dovrebbe essere composta da venti battelli classe Romeo, quaranta classe Sang-O/II e dieci mini sottomarini classe Yono. Soltanto una manciata sarebbero stati riconvertiti per la tecnologia SLBM. Il Pentagono ritiene operativi 40 sottomarini. Abbiamo già analizzato le caratteristiche dei sottomarini della Corea del Nord, quindi soffermiamoci sul reale successo di un attacco.
Sintetizzando al massimo: i sottomarini della Corea del Nord, ritenuti rumorosi quindi rilevabili, dovrebbero avvicinarsi al vettore, sfuggire alla rete di rilevamento ed attendere in silenzio il momento per lanciare i siluri, 35 miglia al massimo. Da non dimenticare che portaerei e Gruppo da Battaglia sono in costante movimento. Sarebbe opportuno rilevare che nessuna portaerei è stata mai colpita da un siluro moderno.
Conosciamo parzialmente i test sulla USS America, ma nessuno sa come si comporterebbe un vettore classe Nimitz se venisse colpito. In linea teorica, un gruppo di difesa ha il compito di impedire ai sottomarini nemici di assumere una posizione d’attacco entro le schermo utile. Molteplici i sistemi sviluppati per la rilevazione acustica dei sottomarini nemici, ma un attacco a branco (il riferimento alla Rudeltaktik è voluto) rappresenta una minaccia reale contro una qualsiasi formazione di superficie. Sebbene esistano dei sistemi specificatamente progettati per confondere il sistema di guida dei siluri, ancora oggi l’opzione migliore è quella di impedire alle piattaforme nemiche di avvicinarsi abbastanza per lanciare in modo affidabile i siluri.

martedì 25 aprile 2017

“Così gli scafisti scortano i migranti sulle navi delle Ong”

lastampa.it
fabio albanese

Le immagini inedite della nuova tecnica utilizzata dai trafficanti: «Abbandonano il barchino, poi con la moto d’acqua tornano in Libia»

Un fermo immagine di un video girato da un migrante

La costa sullo sfondo è quella della Libia, forse la zona di Zuara, in Tripolitania, fra Tripoli e il confine con la Tunisia. Partenza in pieno giorno, su un barchino di legno nemmeno troppo affollato rispetto ai fatiscenti gommoni flosci e sempre in procinto di affondare che sono ormai la norma. A bordo ci sono migranti. Qualcuno sorride perché sa che di lì a poco il suo lungo, e pericoloso, viaggio verso una vita migliore avrà un punto di approdo.

Qualcuno indossa un improbabile giubbino di salvataggio, i più piccoli stanno in una minuscola sentina. Si parla poco, qualcuno prega, gli unici rumori che si sentono sono il motore della barca e il mare. I migranti si riprendono tra di loro con i telefonini e le immagini svelano particolari che potrebbero essere utili anche alle indagini delle procure siciliane che da tempo stanno monitorando il fenomeno. I video potrebbero dare corpo ai racconti degli stessi migranti. 

«È cambiato tutto da un anno a questa parte, l’impressione è che i trafficanti abbiano aumentato i profitti diminuendo i rischi», dicono investigatori e pm. Per i trafficanti i rischi sono diminuiti, per i migranti sono invece aumentati se è vero che il 2016 è stato l’anno con, in assoluto, più morti, 5083. La conferma di questa nuova strategia potrebbe dunque essere in quella moto d’acqua che naviga a fianco del barchino, la sorveglia e ne indica la rotta verso le navi di soccorso che sono al di là delle acque territoriali libiche. 


La partenza. Dalla Libia parte un barchino di legno: a bordo una trentina di persone, alcuni con giubbini di salvataggio

Il filmato è di poco tempo fa, probabilmente dei drammatici giorni di Pasqua quando le navi di Frontex, della Guardia costiera, della Marina e delle Ong hanno salvato 8300 persone in una cinquantina di interventi. Di solito, i migranti girano questi video per documentare il loro viaggio e per inviarli agli amici e ai parenti in Europa, quasi un messaggio: «Sto arrivando». A volte vengono loro sequestrati durante le operazioni di riconoscimento negli hotspot, se sono utili ad indagini; altre volte i migranti riescono a nasconderli e c’è chi dice che in alcuni casi abbiano provato a rifiutarsi di consegnarli alle forze dell’ordine. 


Al timone. A un certo punto un migrante riprende col telefonino l’uomo al timone che gli fa segno di non farlo

Il barchino avanza nel mare calmo, in una mattinata di cielo terso e sole caldo. Non è sempre così e stavolta sembra una passeggiata. A un certo punto, l’obiettivo punta la poppa della barca: chi è al timone fa segno di non riprenderlo. Sembrerebbe uno scafista «vero», non uno degli stessi migranti a cui poi verrà ceduto il timone in cambio di un passaggio gratis o di uno «sconto» sul prezzo della traversata. Una tecnica che sarebbe avvalorata anche dal fatto che lo scafista lascerebbe l’imbarcazione e salirebbe sulla moto d’acqua che l’ha scortato sin lì. La moto torna in Libia, il barchino prosegue.

La moto d’acqua. Una moto d’acqua segue il barchino: servirà a riportare lo scafista sulla costa libica

Di lì a poco i migranti verranno tutti trasbordati su una nave di Sos Mediterranee-Medici senza Frontiere. Raccontano che sulle navi delle Ong si può festeggiare la fine della tribolazione, mentre così non è sulla navi militari. Chissà se è davvero così. Il telefonino torna in azione e svela altri dettagli di questa traversata tra la Libia e l’Italia. Ma qui il mare non fa paura ed è festa grande, con canti e balli sul ponte, con vestiti nuovi e le coperte sulle spalle. In attesa di sbarcare in uno dei porti del Sud Italia, sulla terraferma, in Europa. Una nuova vita.


In salvo. I migranti filmano i momenti subito dopo il trasbordo sulla nave Aquarius della Ong Sos Mediterranee/ Msf



La Cei: “Accuse alle Ong vergognose”. Ma Di Maio insiste: “Chi nega ha qualcosa da nascondere”
lastampa.it



Indignazione e controaccuse alla politica: all’indomani degli attacchi del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, al ruolo di alcune ong attive nel salvataggio dei migranti nel mar Mediterraneo, le organizzazioni non governative reagiscono con sdegno. A difenderle, dopo l’intervento di ieri di Matteo Renzi, è oggi anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. E pure la Cei. Ma in serata, dopo che dal blog di Grillo si torna a chiedere «tutta la verità sul ruolo delle Ong», è lo stesso Di Maio che incalza: «Chi reagisce chiudendosi a riccio o minacciando evidentemente ha qualcosa da nascondere».

Durissima la reazione di Medici senza Frontiere: l’organizzazione si dice «indignata per i cinici attacchi al lavoro delle ong in mare da parte di alcuni esponenti della politica, che hanno visto nelle ultime ore un crescendo di veleni e false accuse» e annuncia che «valuterà in quali sedi intervenire a tutela della propria azione, immagine e credibilità». Il presidente di Msf, Loris De Filippi, parla di «una polemica strumentale che nasconde le vere responsabilità di istituzioni e politiche, che hanno creato questa crisi umanitaria lasciando il mare come unica alternativa».

Altrettanto netto il commento di Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia: «Le operazioni della nostra nave avvengono sotto il coordinamento della Guardia Costiera italiana e respingiamo con forza ogni accusa della più minima connessione con i trafficanti. La `Vos Hestia´ opera solo in acque internazionali e non è mai entrata in acque libiche». «La missione di Save the Children è quella di salvare i bambini e non possiamo rimanere a guardare mentre affogano».
Di «vergognosa speculazione» parla Intersos, organizzazione umanitaria che partecipa, in collaborazione con l’Unicef, alle operazioni di soccorso sulle navi della Guardia Costiera Italiana. «Se siamo lì, è per fermare una strage. Se a qualcuno questo lavoro non piace, dica con chiarezza che preferisce un morto annegato ad un essere umano tratto in salvo».

Il ministro Orlando affida a Facebook il suo sdegno: «Voglio dirlo, se ci sono singole responsabilità vanno individuate e colpite. Ma sparare nel mucchio, seduti comodi in giacca e cravatta in uno studio televisivo o sfoggiando felpe davanti alle telecamere, è cinico e offensivo». E il direttore di Migrantes (Cei), mons. Giancarlo Perego, tuona: «Credo che queste accuse abbiano dietro una visione ipocrita e vergognosa di chi non vuole salvare in mare persone in fuga e di chi non vuole fare canali umanitari, combattendo così ciò che va combattuto realmente: il traffico di esseri umani che finanzia il terrorismo».

Dal Movimento 5 stelle, però, nessuna marcia indietro. Sul blog di Grillo, con un post firmato dall’eurodeputata Laura Ferrara, si precisa di non voler «fare di tutta l’erba un fascio», ma «vogliamo - si legge - tutta la verità sul ruolo delle Ong, vogliamo chiarezza e trasparenza, anche a tutela del lavoro di quelle Ong che da anni contribuiscono con sacrificio e dedizione a salvare vite umane nel Mediterraneo». A stretto giro, su Facebook, anche la replica di Di Maio: «Sul ruolo di alcune Ong nel Mediterraneo non chiedo di far luce solo io, non chiede di far luce solo il Movimento 5 Stelle, lo chiedono soprattutto un’inchiesta della magistratura di Catania e due rapporti dell’agenzia Frontex che conosciamo grazie al Financial Times. Chi reagisce chiudendosi a riccio o minacciando - conclude - evidentemente ha qualcosa da nascondere».

Proprio il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, che indaga sui salvataggi da parte delle Ong, torna sulla necessità di trovare riscontri: «Noi dobbiamo trasformare le conoscenze in prove, e non è facile. L’importante è affrontare il fenomeno non soltanto dal punta di vista giudiziario, perché non lo risolve, ma complessivo. E bisogna fare presto». 

Il 25 aprile spiegato a bambini e ragazzi

corriere.it
Antonio Cairoti e Giovanni Angeli



Nel 1945 il mondo era in guerra da più di cinque anni. Il Nord dell’Italia era occupato dall’esercito tedesco, che obbediva a un dittatore crudele, Adolf Hitler, che aveva tolto la libertà al suo popolo e faceva uccidere persone innocenti, come gli ebrei, perché le riteneva inferiori. Hitler aveva invaso molti Paesi e voleva comandare su tutta l’Europa. Alleati dei tedeschi erano i fascisti, italiani guidati da un altro dittatore, Benito Mussolini.

Contro di loro in Italia combattevano non solo gli eserciti dell’America e dell’Inghilterra, nazioni libere, ma anche tanti italiani, detti partigiani, che volevano per la nostra patria un futuro senza tiranni, in cui ciascuna persona potesse dire come la pensava, scegliere i suoi rappresentanti e partecipare alla vita dello Stato.


Il 25 aprile 1945 i tedeschi e i fascisti furono sconfitti. Mentre gli americani e gli inglesi avanzavano verso Nord, in tutte le città occupate i partigiani si ribellarono per cacciare gli stranieri e abbattere la dittatura. Fu un momento di grande gioia, perché finì la guerra, che era costata tanti morti a tutte le famiglie, e l’Italia tornò libera. Perciò ogni anno il 25 aprile facciamo festa: per ricordare da dove viene la libertà del nostro popolo.

Maledetto 25 aprile

ilgiornale.it

MALTEMPO: NOTTE DI BORA A 140 A TRIESTE MA MIGLIORA

Può esserlo, maledetto, un giorno? Se chiudo gli occhi davanti al calendario e lo vivo come dono del Cielo, di Dio, no. Ogni alba è una carezza del Creatore, una possibilità in più di essere Umano e Divino insieme. E anche un qualsiasi 25 aprile è un regalo della Vita. Ma se, invece, ripongo la Corona del Rosario, tengo la mia Bibbia nella sua custodia di cuoio, cerco di dimenticare lo Scapolare che indosso h24 e la missione che dolcemente mi impone, e apro la porta a questa orrenda e incancrenita celebrazione politica e parziale, allora, sì! Questa giornata è maledetta dalle urla di migliaia di famiglie, colpevoli e innocenti, che chiedono giustizia e vendetta.

Che odiano ancora perché sanno o perché non sanno. Che si tramandano livore e inimicizia a prescindere. Che meriterebbero, invece, salvifici silenzi. Oblio, piuttosto che ipocrite fanfare e reboanti proclami. Il fascismo è finito. O, forse no. E, se vive, è per “colpa” dei tanti “antifascisti”, che, da oltre settant’anni, si risvegliano ciclicamente per lucidare le aureole e affilare gli artigli. Se il fascismo “morisse”, a loro rimarrebbe ben poca visibilità e notorietà. E, dunque, è bene tenerlo in vita e garantirsi uno spicchio di telecamera.

E il 25 aprile, per molti, è una sorta di Natale, di ferragosto, di Domenica di Pasqua. Un appuntamento solenne con la storia; quella che hanno scritto i vincitori, chiaramente. A prescindere da come abbiano potuto vincere. Combattendo o patteggiando, per esempio. Forse, più patteggiando che combattendo.

Ma senza voler polemizzare, una cosa resta evidente. Gli animi, anche dopo lo scoccare del secolo e del millennio, non sono sereni. I cuori non conoscono pace. Le menti non hanno trovato la via. La liberazione da cotanto doloroso ricordo non è avvenuta. E la guerra civile continua. Anche nel ventre delle famiglie che, di quella guerra, non solo non ne hanno sentito le mitraglie, ma non ne possono serbare ricordo, perché nate tempo dopo. Molto tempo dopo.

Maledetto 25 aprile di divisioni e malanimi. Veri e presunti.
Fra me e me

Come Uber avrebbe provato a ingannare Apple

la stampa.it
andrea signorelli

L’applicazione tracciava di nascosto gli utenti iPhone anche dopo che avevano smesso di utilizzarla, violando di nascosto il regolamento dell’App Store



Nel corso degli ultimi mesi, Uber si è trovata più di una volta al centro delle polemiche: accusata di tracciare elettronicamente gli autisti dei servizi rivali , di aver sottratto a Google dei progetti per la guida autonoma, di usare stratagemmi per evitare che i suoi autisti vengano controllati dalle autorità e altro ancora. 

Metodi che hanno causato la partenza di numerose figure chiave della compagnia e hanno contribuito alla cattiva fama del CEO di Uber, Travis Kalanick, che ora si è conquistato un lungo profilo del New York Times – intitolato emblematicamente “Il CEO di Uber gioca con il fuoco” – in cui si raccontano le azioni spesso al limite delle regole per portare vantaggi alla sua azienda, senza troppo curarsi dei rischi. 

Un esempio di queste pratiche risale al 2015, quando, secondo il New York Times, Uber avrebbe provato a ingannare Apple, violando di nascosto il regolamento dell’App Store allo scopo di tracciare gli utenti della propria applicazione anche dopo che avevano smesso di usarla e anche nel caso in cui l’avessero cancellata dal telefono.

Gli sviluppatori di Uber avevano infatti trovato un modo per identificare in modo univoco tutti gli iPhone che utilizzavano la app. Una pratica, chiamata fingerprinting , che avrebbe avuto un doppio obiettivo: da una parte impedire che gli autisti creassero molteplici account per approfittare dei bonus economici iniziali; dall’altra evitare che gli utenti cancellassero l’applicazione per non farsi accreditare corse particolarmente onerose. 

Il fingerprinting pone ovvi problemi di privacy ed è per questo vietato dal regolamento dell’App Store: uno scoglio aggirato dagli sviluppatori di Uber, grazie a un sistema che impediva agli impiegati di Apple di accorgersi di quanto stava avvenendo. Il trucco, però, non è durato a lungo e ha portato, nel 2015, a un faccia a faccia tra Kalanick e Tim Cook, CEO di Apple, che ha minacciato la cancellazione di Uber dall’App Store nel caso in cui non fosse stata fatta immediata marcia indietro. Con la prospettiva di perdere da un momento all’altro milioni di clienti, Kalanick è stato obbligato ad accettare le condizioni duramente dettate da Cook, che sarebbe stato talmente furioso da lasciare il CEO di Uber, sempre secondo l’articolo del New York Times, “visibilmente scosso”.

Una parte delle accuse è stata però rigettata da Uber , che afferma: “Non tracciamo assolutamente i nostri utenti o la loro posizione dopo che hanno cancellato l’applicazione. Come si legge anche verso la fine dell’articolo del New York Times, questo è un metodo utilizzato per evitare frodi (...). Tecniche simili sono utilizzate anche per bloccare i login sospetti e proteggere gli account dei nostri utenti. Essere in grado di riconoscere chi vuole introdursi illecitamente nel nostro network è un’importante misura di sicurezza sia per Uber che per usa i nostri servizi”.

Queste precisazioni, però, non smentiscono la ricostruzione del New York Times sulla violazione da parte di Uber del regolamento dell’App Store e l’incontro faccia a faccia tra Cook e Kalanick; che, nonostante risalga ormai a circa due anni fa, ha riportato ancora una volta la compagnia di ride-sharing al centro delle polemiche.

Ecco come gli oggetti connessi possono mettere a rischio la privacy

lastampa.it
marco tonelli

Braccialetti, applicazioni per il fitness, ma anche giocattoli e termostati. Sono tutti dispositivi che raccolgono informazioni sugli utenti, ma in alcuni casi, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali



Una colonnina in stazione Centrale a Milano: sullo schermo, pubblicità e inserzioni. Ma allo stesso tempo, al suo interno sarebbe presente un software capace di tracciare il viso dei passanti e riconoscere sesso, età e il grado di attenzione di chi guarda. Dati personali, che Quividi (proprietaria dei totem presenti nelle grandi stazioni italiane), venderebbe a società di marketing per la misurazione del successo di un annuncio o la creazione di nuove campagne pubblicitarie. Il tutto senza il consenso dei diretti interessati. Per questo motivo, qualche giorno fa, l’autorità garante per la protezione dei dati personali ha inviato una richiesta di informazioni alla società francese.

Grazie alla diffusione delle tecnologie connesse alla rete, gli oggetti intelligenti hanno colonizzato la vita quotidiana: Non solo i cartelloni pubblicitari, ma anche le applicazioni che misurano la frequenza cardiaca, passando per braccialetti smartband, giocattoli o termostati intelligenti. Dispositivi che raccolgono informazioni su chi li utilizza e che, senza un trattamento chiaro e cristallino dei dati personali, potrebbero mettere a rischio la privacy degli utenti. 

Applicazioni e braccialetti sotto accusa
Lo scorso 23 marzo, il procuratore generale di New York Eric Schneiderman ha annunciato un patteggiamento di 30mila dollari con le società produttrici di tre applicazioni: Runtastic, Cardiio e My Baby’s Beat. Oltre a fornire informazioni non verificate, non avevano comunicato agli utenti che i loro dati personali potevano essere ceduti ad altre aziende. Insomma, il consumatore non era stato adeguatamente informato che la propria frequenza cardiaca, lo stato di forma e di salute, ma anche i suoi spostamenti e le sue abitudini potevano essere condivisi con altre società.

Se dagli Stati Uniti ci si sposta in Norvegia, l’agenzia nazionale che si occupa dei diritti dei consumatori si era scagliata contro quattro braccialetti per il fitness: Fitbit, Garmin,Jawbone e Mio. «Le norme con cui trattano i dati non sono chiare e comprensibili e temiamo che queste informazioni possano essere sfruttate per fini di marketing o per mettere in atto discriminazioni di prezzo», scrivono i membri dell’ente in uno studio pubblicato lo scorso novembre 2016. 

Nello specifico, nessuna delle società sotto accusa fornisce agli utenti europei una corretta comunicazione su eventuali cambiamenti dei termini del contratto di utilizzo. Allo stesso tempo, i dispositivi collezionano più dati di quelli che sono necessari per fornire il servizio e non comunicano in maniera adeguata con chi condividono le informazioni e per quanto tempo le conservano nei database. 

Bambole e giocattoli troppo invasivi
Se dai dispositivi indossabili e applicazioni per il fitness, ci si sposta agli oggetti connessi alla rete, i giocattoli intelligenti trattano informazioni delicate proprio perché interagiscono con i più piccoli e con le loro famiglie. Nel mese di dicembre 2016, una coalizione di associazioni di consumatori internazionali ha denunciato alla commissione federale per il commercio statunitense e alla Commissione Ue, due prodotti destinati ai più piccoli: la bambola My Friend Cayla e I-Que Intelligent Robot

«I due giocattoli intelligenti registrano e collezionano le conversazioni private dei bambini, senza alcuna limitazione», si può leggere nella denuncia delle associazioni statunitensi. Questi dispositivi comunicano con gli utenti, rispondono alle domande, cantano canzoni a comando e riconoscono le voci. E nel caso di I-Que, sono dotati anche di telecamera. Insomma, da una parte la possibilità che tali informazioni sensibili siano vendute al miglior offerente, dall’altra la questione della sicurezza, con il rischio che eventuali malintenzionati possano prendere il controllo del giocattolo ed accedere alla memoria del dispositivo o dei server online. 

Per questo motivo, è meglio adottare una serie di accorgimenti pratici prima di iniziare a utilizzarli: come verificare se sono disponibili meccanismi di protezione (la doppia autenticazione via password, ad esempio) e allo stesso tempo assicurarsi che le credenziali di accesso alla propria rete WI FI non siano facilmente identificabili.
 
Dati che fanno gola anche alle assicurazioni
Gli oggetti connessi alla rete sono così ricchi di dati personali, tanto da attirare l’attenzione del mondo delle assicurazioni. Le informazioni collezionate dai frigoriferi intelligenti, termostati, e automobili sono talmente interessanti da spingere le compagnie a utilizzare questi dispositivi per monitorare i comportamenti dei loro clienti. 

Nest (azienda leader nel campo dei termostati) ad esempio, ha messo in piedi una partnership con grandi compagnie assicurative come Generali (solo in Germania per ora) e l’americana Liberty Mutual. In questo modo, chi stipula una polizza assicurativa ha diritto a un rilevatore di fumo connesso alla rete. Allo stesso tempo però, quest’ultimo, potrebbe monitorare anche quante volte il cliente si accenderà una sigaretta. Dando informazioni alla compagnia, in modo da poter calibrare il premio a seconda dello stile di vita del cliente. «Gli oggetti intelligenti sono progettati per registrare e riportare informazioni riguardo i nostri comportamenti, abitudini e preferenze. Ogni dispositivo è come una finestra su un particolare aspetto della nostra vita», scrive il ricercatore Jathan Sadowski in un articolo sul Guardian. 

Una mancanza di consapevolezza
E se si guarda al nostro Paese, per l’avvocato e docente di diritto delle nuove tecnologie Guido Scorza, «le norme sul trattamento dei dati personali, funzionano. Ma allo stesso tempo, da parte degli utenti, manca la consapevolezza del tipo di dispositivi con cui si interagisce ogni giorno». Un problema che investe anche le aziende che producono questi dispositivi, «spesso poco attente a come vengono trattate le informazioni raccolte», continua l’avvocato. 

Secondo Scorza poi, è proprio la tipologia di oggetto a indurre in inganno: «Un frigorifero ad esempio, induce a una minore attenzione, ma le domande da farsi sono, dove vengono conservati i miei dati? chi li utilizza?». Allo stesso tempo, la mancanza di consapevolezza investe anche il garante della privacy: «Su queste problematiche l’authority ha ancora molta strada da fare», conclude.

Cybersquatting: la nuova frontiera della contraffazione online

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andrea signorelli

La registrazione di domini che sfruttano illecitamente il nome di grandi aziende a fini di lucro continua a crescere. E adesso prende di mira anche i social network



Quando si parla di pirateria online si pensa immediatamente al download illegale di materiale protetto da copyright, come può essere il caso di musica, film, serie tv o anche programmi informatici. C’è però almeno un’altra forma di pirateria che col passare degli anni sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti: il cybersquatting , la registrazione di domini internet che utilizzano illecitamente il marchio detenuto da un altro soggetto.

Qualcuno, per esempio, potrebbe registrare un sito dal nome www.appleiphone.com attraverso il quale vendere cellulari della casa di Cupertino. Ma perché un’attività di questo tipo è illecita? “Prima di tutto, perché si occupa uno spazio web in via esclusiva, impedendo al legittimo proprietario del marchio di utilizzarlo e violando i suoi diritti di proprietà intellettuale”, spiega a La Stampa l’avvocato Gabriele Cuonzo, specializzato in questioni di diritto commerciale e proprietà intellettuale e socio fondatore dello studio Trevisan & Cuonzo. “A meno che non ci sia il consenso del titolare del marchio, questo utilizzo non è consentito. Inoltre, nella nostra esperienza, molto spesso i prodotti commercializzati attraverso questi siti sono contraffatti”.

Il recente report della WIPO (organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale) mostra come i casi di cybersquatting siano in continuo aumento e come nel 2016 se ne siano verificati oltre 3mila (+10% rispetto all’anno precedente), coinvolgendo 5.300 domini web. Tra le aziende più colpite, troviamo la Philip Morris – che ha aperto 67 fascicoli in materia – seguita da AB Electrolux, Hugo Boss, Lego, Michelin e anche l’italiana Intesa Sanpaolo. 

Ci sono però anche situazioni in cui per le aziende è più difficile capire se rivalersi contro chi sfrutta il loro nome: è il caso degli appassionati che creano un sito utilizzando, per esempio, il marchio di un’automobile allo scopo di creare forum in cui si discute e ci si scambia consigli su quella particolare vettura. “In questo caso, molto dipende dalla policy delle aziende e anche dal tipo di seguito che hanno. Per esempio, un produttore come Harley Davidson, che dà molta importanza al valore emozionale del marchio, valuta con molta attenzione e chiede la cessazione del comportamento solo quando l’uso che si fa del marchio non è consentito”, prosegue l’avvocato Cuonzo.

La vera difficoltà sta nel capire dove si ferma l’attività degli appassionati e dove invece comincia la vendita di prodotti magari contraffatti. “Anche perché, spesso, il confine è più labile di quello che si potrebbe pensare”, spiega invece l’avvocato Giacomo Desimio dello studio Trevisan & Cuonzo, esperto in proprietà intellettuale su internet. “Per questo è importante non solo visionare, ma anche approfondire il contenuto del sito, per assicurarsi, come spesso invece si verifica, che non faccia da ponte per la vendita e la promozione di prodotti contraffatti”.

Per le aziende, pensare di difendersi occupando ogni possibile spazio sul web non è realistico, soprattutto perché si dovrebbero prevedere anche i refusi compiuti dagli utenti che digitano il nome del sito (celebre il caso di una società di e-commerce che aveva registrato tutti i possibili errori del nome Amazon); mentre è più facile monitorare la rete con strumenti adeguati (su internet si trovano anche programmi specifici ) e intervenire nel momento del bisogno per riappropriarsi del dominio.

Una variante, legale, del cybersquatting si è invece trasformata per qualcuno in una forma di imprenditoria online. È il caso di Rick Schwartz , noto con il soprannome di domain king, che nel corso degli anni ha registrato o acquistato circa 3mila nomi di siti internet estremamente comuni, prevedendo in anticipo l’importanza che questi avrebbero avuto e rivendendoli a peso d’oro. Il caso più celebre è l’acquisto nel 1997, per 42mila dollari, del dominio porno.com, ceduto nel 2015 per 8 milioni di dollari (dopo aver guadagnato quasi 10 milioni in pubblicità).

Oggi, però, la nuova frontiera del cybersquatting è rappresentata dai social network: basti pensare all’importanza che hanno ormai raggiunto le pagine aziendale su Facebook. “Si tratta in effetti di un terreno molto fertile per la pirateria, anche perché è ancora più facile agire in modo anonimo”, prosegue l’avvocato Desimio. “Allo stesso tempo, però, è possibile contrastarla efficacemente, perché i social network possono sfruttare strumenti di verifica interna, di cui sempre più spesso si dotano, e possono agire in tempi rapidi. In questo caso, è sufficiente un’attività di monitoraggio, dopodiché starà ai legali rivolgersi a Facebook o altri per chiedere la chiusura della pagina”.

Ladro di biciclette

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mattia feltri

Un uomo di ottant’anni è in carcere perché ruba le biciclette. Non sappiamo il suo nome, soltanto le sue iniziali, F.C. Nel quartiere Prati e in centro a Roma lo conoscono in molti proprio perché ruba le biciclette. Le ruba e basta, non per rivenderle: vuole tutte le biciclette del mondo, tutte per sé. Lo conoscono bene anche i poliziotti, che lo beccano sistematicamente, o spesso, e lo prendono, gli dicono forza, coraggio, lo portano davanti a un giudice e in carcere. L’ultima volta era a Regina Coeli, è caduto, ha battuto la testa, e lo hanno ricoverato in ospedale dove è morto. Ecco, ora non ruberà più. 

Sarà venuto in mente a tutti voi Ladri di biciclette, il film di Vittorio De Sica. O anche I soliti ignoti, la scena in cui il ladruncolo Vittorio Gassman è detenuto a Regina Coeli, il carcere di Trastevere che ha quasi quattro secoli di vita. Questo perché nella storia di F.C. c’è la pienezza dell’umanità delle commedie, il destino irreversibile, la solidarietà amara, anche l’umanissima morte in solitudine. Nel dare la notizia, si è subito parlato del sovraffollamento delle carceri: si è detto che ne servono di più, e forse invece servono meno carcerati. Forse serve depenalizzare alcuni reati, perché probabilmente nessuno era contento di vedere il vecchio in cella, non il giudice, non i poliziotti, nemmeno i proprietari delle biciclette, se solo ci hanno pensato su un momento.

È che lo prevede la legge, e quando la legge è così cieca e ottusa, noncurante, così lontana dal sentimento di una comunità, non è più una legge, è un oltraggio. 

I cinque ufficiali piemontesi diventati eroi a Unterlüss

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andrea parodi

Per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi scelsero l’internamento nei lager nazisti


Lo spaventoso lager di Unterlüss, dove i prigionieri erano costretti a vivere in condizioni terribili: fame, pidocchi, malattie, lavori forzati e le violenze inflitte dagli aguzzini

Ci sono cinque piemontesi tra i «44 eroi di Unterlüss». Non li conosce nessuno, eppure sono stati protagonisti di una delle più significative pagine dell’altra Resistenza, in Germania. Sono eroi che hanno taciuto per decenni la loro storia, anche con i propri familiari. Si tratta di cinque ufficiali del Regio Esercito Italiano che, dopo l’8 settembre 1943, per non unirsi ai tedeschi e alla Rsi, hanno scelto volontariamente l’internamento nei lager nazisti. Resistenti esattamente come i partigiani, anche se meno celebrati. La storia li ha etichettati con il nome di Internati Militari Italiani. Più semplicemente: IMI. 

Da Stresa c’è Giuliano Nicolini, che è anche Medaglia d’Argento al Valor Militare. Così come il torinese Giovanni Anelli. Entrambi sono morti durante la prigionia. Il primo nel terribile lager di Unterlüss, pestato a sangue da una SS; il secondo subito dopo la liberazione, in un ospedale della Bassa Sassonia, consumato dalla polmonite. Più fortunati gli altri tre, scampati per puro miracolo alla morte. Sono altri due torinesi, Gaetano Garretti di Ferrere e Tullio Cosentino, oltre a un aviglianese: Carlo Grieco. Per loro un Encomio Solenne. Tutti eroi, così come gli altri 39 sparsi per tutta Italia, perché protagonisti di uno dei gesti di più alto valore non solo militare, ma morale e civile: offrire la propria vita in cambio di quella di loro compagni destinati alla fucilazione. Come Salvo D’Acquisto o Massimiliano Kolbe. 

Gli ufficiali di Unterlüss hanno resistito per mesi nei lager rifiutando ogni possibile collaborazione con il nemico tedesco. Tacciati di essere traditori e badogliani hanno sopportato di tutto: la fame, i pidocchi, le malattie, la lenta agonia del lager, l’annullamento della personalità. Nel febbraio del 1945 li obbligano al lavoro forzato per la causa bellica tedesca. I tedeschi deportano 213 ufficiali in un campo di aviazione. Ma succede qualcosa di inaspettato: uno sciopero. Un gesto dimostrativo molto forte: osano sfidare i nazisti nella loro terra, senza armi. Dopo sei giorni di braccia incrociate la Gestapo ne sceglie 21 per una decimazione dimostrativa. 44 loro compagni compiono quel gesto incredibile che spiazza persino i nazisti. A guidarli è l’indignazione. La fucilazione viene commutata nel carcere a vita nel lager di Unterlüss, un luogo di morte degno di un girone dantesco, tra frustate e indicibili trattamenti durati sei settimane. 

Oggi questi eroi, dopo anni di oblio e di silenzi causati dal pudore degli stessi protagonisti, stanno riprendendo la giusta collocazione sui binari della Storia grazie all’ultimo dei sopravvissuti: l’energico Michele Montagano - 96 primavere - che gira l’Italia partendo da Campobasso con la sua invidiabile lucidità per trasmettere la memoria. Sua e dei suoi 43 compagni. Un uomo che meriterebbe più di una medaglia. E che in un altro Paese sarebbe ospitato in tutte le trasmissioni televisive, a raccontare.

Cinque eroi piemontesi si diceva. Di due si sono perse le tracce. Anelli viveva in Via Cibrario 36bis a Torino, ma la sua famiglia non è stata trovata. Così come Cosentino, che ha risieduto in Via Thesauro 2 e poi in Via Giuria 21. Gaetano Garretti di Ferrere è stato per vent’anni direttore dell’Archivio di Stato di Torino, una delle più alte figure della cultura sabauda del dopoguerra. Per i tre torinesi è stata inoltrata al Presidente del Consiglio Comunale Fabio Versaci una richiesta di riconoscimento toponomastico. Avigliana ha dedicato al concittadino Carlo Grieco il giardino pubblico di via Trasserve già da due anni, mentre a Stresa per Giuliano Nicolini vi è una Pietra d’Inciampo fatta posare dalla nipote.

lunedì 24 aprile 2017

“Gommoni scortati fino alle navi umanitarie”. La nuova tecnica dei trafficanti di migranti

lastampa.it
fabio albanese, grazia longo

E il ministro Minniti: le nostre motovedette alla Libia per monitorare le irregolarità


Un fermo immagine da Marine Traffic alle ore 18.16 del 23 aprile

Non solo l’inchiesta di tre procure - Catania, Palermo e Cagliari - ma anche l’attenzione vigile del Viminale. Sull’ipotesi di contatti diretti tra scafisti e alcune Organizzazioni non governative (Ong), il ministro dell’Interno Marco Minniti viene costantemente aggiornato dai magistrati.

All’origine della preoccupazione del governo sul reale compito di alcune organizzazioni non governative c’è il sospetto che la rotta verso le nostre coste non sia casuale. In teoria sarebbero più comode, come meta, le coste di Malta e della Tunisia. Destinazioni più facili da raggiungere, che vengono invece snobbate da Ong straniere. E poiché oltre all’emergenza del traffico di esseri umani c’è sempre l’insidia dell’allarme terrorismo islamico, all’attività delle procure si aggiunge quella più sotterranea ma ugualmente capillare dell’Intelligence. 

La posta in gioco è troppo alta, contro il rischio di connessioni tra network criminali e alcune Ong si deve intervenire anche a livello preventivo. Preziosa, a tal fine, l’attività delle 10 motovedette che l’Italia consegnerà alla guardia costiera libica. «Le prime due sono state assegnate venerdì scorso - ricorda il ministro Minniti - entro maggio saranno tutte operative e potranno monitorare non solo gli imbarchi degli immigrati ma anche il ruolo svolto dalle Ong». 

Intanto la fotografia del fenomeno registra un’inversione di tendenza. «È cambiato tutto in questi ultimi anni, non ci sono più scafisti delle organizzazioni criminali ad accompagnare i migranti, su imbarcazioni sempre più piccole, affollate e insicure, ma li guidano ugualmente a distanza e li indirizzano verso le navi al largo della Libia», racconta un investigatore che da anni si occupa di sbarchi in una zona della Sicilia, il Ragusano, dove negli ultimi quattro anni sono arrivati decine di migliaia di migranti (3020 solo da gennaio a ora) e dove la Squadra mobile di Ragusa ha arrestato centinaia di scafisti, 200 nel 2016 e già 32, quattro dei quali minorenni, in questo scorcio di 2017. 

Non può rivelarsi ma il suo racconto è preciso e dettagliato: «Abbiamo documentazione fotografica dell’ultima tecnica adottata dai trafficanti - spiega -. I migranti vengono ammassati su gommoni che possono galleggiare solo poche miglia o su barchini e li scortano con le moto d’acqua fino a quando non si vede all’orizzonte un’imbarcazione delle Ong o una ufficiale. Dopo di che, invertono la loro rotta e tornano in Libia. Sui gommoni, il timone è stato invece affidato a uno o due migranti; qualche volta sono costretti, spesso però sono loro stessi a proporsi ai trafficanti perchè così si pagano il loro viaggio.

I più coraggiosi e sfrontati sono i nigeriani ma ultimamente perfino migranti del Bangladesh, che sono miti e non aprono mai bocca, sono disposti a trasformarsi in scafisti». L’investigatore aggiunge che «per salvare quella gente bisogna stare per forza ai limiti delle acque territoriali». Tesi sostenuta dalle stesse Ong che respingono sdegnate i sospetti che possano avere contatti diretti con i trafficanti libici. Ma i dubbi del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro sono forti: «Non siamo affatto sicuri che alcune Ong facciano un lavoro pulito. Quando, all’inizio dell’operazione Sophia anche le navi militari stavano a ridosso delle acque libiche, abbiamo chiesto di farle arretrare e così è stato. Le ong invece sono sempre lì». 

E l’anonimo investigatore rincara la dose: «A noi risulta con evidenza che le Ong hanno contatti con i libici». Ma Ong e navi militari collaborano ed è talmente vero che, ancora quattro giorni fa, nelle drammatiche fasi del salvataggio di 8300 migranti, è accaduto che i naufraghi siano stati salvati da due motovedette della Guardia Costiere e poi trasferiti sulla nave Vos Prudence di Medici senza Frontiere che li ha poi trasferiti nel porto di Pozzallo.