martedì 18 aprile 2017

Il selfie di Fonzie

lastampa.it
mattia feltri

Il bipolarismo delle vite quotidiane è animato dall’idiozia e dalla saggezza che convivono in ognuno di noi. È fin troppo evidente che meno prevale l’idiozia e meglio è, ma il problema dei tempi è che l’uso intensivo dei social esalta la parte idiota, sempre, anche quando è minoritaria. Altrimenti non si spiegherebbe perché i medici in sala operatoria abbiano preso a scattarsi dei selfie (nell’accezione estensiva di foto private da rendere pubbliche su Facebook o Instagram) coi pollici in su, le mani gloriosamente insanguinate e il paziente acciaccato sullo sfondo.

Una totale cretinata, ed è notevole che il ministero sia stato costretto a sottoporre alla categoria una riflessione tanto elementare. Il rapporto fra paziente e medico è straordinariamente asimmetrico perché il paziente vive di affidamento totale, quasi il medico fosse una divinità, e infatti sopporta da lui qualsiasi sgarberia, siccome i medici spesso sono sgarbati dall’alto della loro scienza. Si sopporta in nome di una sacralità che va in vacca (non si trova espressione più calzante) davanti a un selfie in atmosfera da apericena.

Diventa tutto un hei, un ok bello, un Fonzie collettivo che annienta ogni differenza, ogni intensità, si sorride davanti al dolore come al brindisi per l’onomastico. È il modo perfetto per uccidere il senso di umanità in piena noncuranza, in uno spirito di esibizione rasoterra che ha qualche parentela con quello dell’assassino di Cleveland, che chiede un like al suo colpo di pistola.