mercoledì 31 maggio 2017

Nozze negate in punto di morte: il Comune di Lecco dovrà risarcire

corriere.it
di Barbara Gerosa

Il caso di Sandro Frara, scomparso nel 2014, e della sua compagna Ginevra Brivio. Oltre 200 mila euro alla promessa sposa. «Uffici immobili davanti a un caso urgente»

Sandro Frara, morto a 54 anni prima del «sì»
Sandro Frara, morto a 54 anni prima del «sì»

«Sandro mi ha insegnato a credere nella giustizia. È stata la sua battaglia, prima che la mia e dei miei figli. Il torto subito è stato talmente grave che non ho esitato un attimo a intraprendere la causa civile e ora che le nostre ragioni sono state riconosciute archivio questa vittoria amarissima e vado avanti con il coraggio che il mio compagno ha dimostrato». Ginevra Brivio ha ricevuto la notizia da pochi minuti e come un fiume in piena racconta le emozioni di una sentenza destinata a fare storia. Il matrimonio negato con il compagno di una vita è costato al Comune di Lecco 240 mila euro.

Risarcimento per la mancata pensione di reversibilità e copertura delle spese legali del primo grado e dell’Appello, ieri giudicato inammissibile dalla Seconda sezione civile del tribunale di Milano.

Sandro Frara, casa a Olgiate Molgora con la compagna Ginevra e i figli adolescenti, è morto a 54 anni nel reparto di terapia intensiva cardiovascolare dell’ospedale di Lecco alle 21 del 7 marzo 2014. Il suo ultimo desiderio era quello di sposare la madre dei sui ragazzi, l’amore di una vita. Si erano conosciuti ventidue anni prima tramite amici e subito era scoccata la scintilla. «Non avevamo mai pensato di suggellare in modo ufficiale la nostra relazione. Non ne sentivamo il bisogno. Però, prima di essere ricoverato mi aveva chiesto di sposarlo. Pensavamo a una cerimonia in municipio, avevamo anche immaginato di domandare a nostro figlio più grande di farci da testimone. Quello che è accaduto poi ha spazzato via tutti i nostri sogni», spiega Ginevra.

Quel dopo è l’intervento al cuore per un problema alla valvola mitrale. L’operazione riesce perfettamente, ma subentrano delle complicazioni che aggravano le condizioni del brianzolo. Lui pensa solo alla promessa: vuole sposare la sua compagna. Il 5 marzo la telefonata all’anagrafe di Lecco con la domanda di celebrare il matrimonio. In poche ore i documenti sono pronti. Il giorno successivo le nozze sembrano essere a un passo. Ma dagli uffici di palazzo Bovara giunge prima la richiesta di un certificato che attesti lo stato di salute del 54enne e, di fronte all’immediata risposta dell’ospedale che documenta la prognosi riservata, quella ulteriore di un’attestazione di pericolo di morte imminente.

Sono le 14.30 del 6 marzo. I sanitari inviano l’ennesimo documento, ma nella notte Sandro Frara viene colpito da emorragia cerebrale. «Il mattino dopo la stessa impiegata dell’anagrafe mi ha detto che ormai era inutile, non era in grado di intendere e volere. E quella sera Sandro è morto. In tre giorni nessuno si è mai fatto vedere o ha mai pensato di venire in ospedale per accertare quali fossero le reali condizioni del mio compagno. Credo che il Comune di Lecco non abbia mai realmente avuto la percezione dell’urgenza, ha trattato la richiesta come se fosse una qualsiasi domanda burocratica», conclude Ginevra.

Nell’ottobre del 2016 il giudice del Tribunale di Lecco Mirko Lombardi ordina l’amministrazione a versare un risarcimento di 214 mila euro. Il Comune chiede la sospensione dell’ordinanza, la domanda viene rigettata. È costretto a pagare, ma confida nell’Appello. Il 19 aprile scorso la discussione sull’inammissibilità. Ora il verdetto. «La corte ha motivato la decisione parlando di un illegittimo atteggiamento del Comune che ha frapposto impedimenti in una situazione di urgenza, snaturando la norma e il suo significato», precisa l’avvocato Raffaella Gianola, fin da subito al fianco della promessa sposa. «La fissità burocratica dell’amministrazione è stata giudicata colpevole — prosegue il legale —. Spiace constatare che chi ha il potere di decidere di fare o non fare, alla fine resti a guardare».

«Rivaluteremo con la nostra avvocatura e il nuovo segretario generale il da farsi», fa sapere il Comune di Lecco che potrebbe ricorrere in Cassazione e intanto ha già dovuto versare gli oltre 200mila euro di risarcimento. «Questi soldi serviranno a fare studiare i miei figli — spiega Ginevra — . Il più grande ha superato il test di Medicina un mese dopo la morte del padre. Sandro lavorava al centro psicosociale di Merate, era un ottimo chitarrista, amava la musica, i suoi figli e me. Le sue ultime parole, accompagnate da un sorriso, sono state: ciao, ci vediamo domani». E quel domani doveva essere il giorno delle nozze. Nella città dei Promessi sposi il matrimonio negato suona come un’amara beffa.

Morto l’ex dittatore di Panama Manuel Noriega, “Faccia d’Ananas” mescolava droga e rivoluzione

lastampa.it
mimmo càndito

Aveva 83 anni



È morto a 83 anni Manuel Noriega, presidente e dittatore di Panama dal 1983 al 1989. Era stato operato il 7 marzo per rimuovere un tumore benigno, ma dopo un’emorragia cerebrale era tornato in sala operatoria. Da allora era in coma. È stato per oltre due decenni, nel periodo della guerra fredda, una figura chiave nei rapporti tra l’America centrale e gli Stati Uniti. Condannato a 40 anni di carcere, ha scontato parte della pena negli Stati Uniti ed in Francia. Dal 2011 a Panama.

Con la morte di Manuel Noriega in un carcere di Panama si chiude una storia ormai vecchia, che soltanto gli archivi dei giornali possono ancora tirar via dalla polvere del tempo. Che non è poi una frase di facile retorica mediatica, ma segnala piuttosto che questi anni che son passati da quando lui, -generale, dittatore, agente della Cia, «trafficone» internazionale che mescolava la droga con la rivoluzione-, hanno trasformato profondamente il mondo che fu di Monroe, facendo considerare questo vecchio arnese di ambigue politiche di potenza un marginale sopravvissuto a fronte della spregiudicatezza e della violenza senza controllo che ormai dominano il rapporto tra la droga e il mondo politico, nelle rotte tra il CentroAmerica e gli Stati Uniti.

Noriega, detto poi “Faccia d’ananas”(Cara de Piñas) butterato dal vaiolo, è stato un personaggio centrale nella storia che tra gli anni Settata e i primi Novanta travolse ogni equilibrio, dalla sponda meridionale del Rio Bravo fino alla jungla guerrigliera e alle montagne che segnavano i confini della Colombia e del Venezuela. Alle spalle di questo scenario c’era, naturalmente, la memoria forte della Revolucion di Fidel e del Che, ma soprattutto vi si incastrava il progetto berzneviano di intorbidare la vecchia ordinanza di Monroe (dell’America, tutta, agli americani di Washington) e innestare focos di ribellione fin laggiù, all’Argentina dei Montoneros e dell’Erp e al Cile di Corvalán e del Mir.

Se oggi non si sa più nulla nemmeno di Pinochet e di Allende, e da qualcuno che vorrebbe governarci si confonde perfino il Cile con il Venezuela, figuriamoci quale attenzione si possa dedicare a nomi lontani, come Corvalan e lo stesso Noriega. E però “Cara de piñas” fu il tramite fondamentale della politica americana di destabilizzazione che inquinò le lotte politiche – presto poi lotte rivoluzionarie – che traversarono il continente meridionale, dal “cortile di casa” di Nicaragua, Salvador, Honduras, e Panama, fino alla Terra del fuoco.

Noriega diresse affari e commerci che mescolavano senza pudore la droga e la Cia con le armi di Reagan ai Contras del Nicaragua e con gli Squadroni della morte che a San Salvador ammazzavano il “vescovo santo” Oscar Romero. Fu strumento docile di quelle politiche, fin che non si trasformò in un molesto agente che mostrava troppe pretese sul controllo di traffici che lo scavalcavano lungo latitudini strategiche assai più alte della sua geografia di potere. Con l’invasione di Panama, nel dicembre del ’90, la Cia lo spazzò di brutto, e chiuse una storia che con un processo farsa diede la galera al generale burattino. Che in galera è morto, ieri.

Cento anni di caccia nella vita di un pilota

lastampa.it
luigi grassia

Il genovese Giancarlo Galbusera ha compiuto un secolo come i primi reparti dell’Aeronautica. Un libro dell’Ami rievoca le storie dei cieli



La storia dell’aeronautica militare ha uno svantaggio rispetto a quelle dell’esercito e della marina: sulla terra e sul mare gli eventi sono scanditi dalle battaglie, che per quanto cruente fissano un ordine nel divenire. Invece nei cieli le battaglie chiaramente identificabili come tali, ad esempio la Battaglia d’Inghilterra, sono poche, perché le campagne aeree (ad esempio quelle di bombardamento) si estendono nel tempo e nello spazio senza confini definiti. Perciò l’aviazione militare tende a essere periodizzata diversamente: come successione di schede tecniche di aerei, oppure come racconto di biografie di piloti e dei loro duelli nel cielo. 

Prendiamo la storia dell’Aeronautica militare italiana: come facciamo a raccontarla? Nel 2017 si celebra il centenario della fondazione dei Gruppi Caccia. E compie cent’anni anche Giancarlo Galbusera, il più anziano dei nostri piloti. Galbusera ha vissuto le durissime vicissitudini della seconda guerra mondiale ma a conti fatti non se l’è cavata male. Attorno a lui, anche l’Italia è sopravvissuta ed è rinata migliore di com’era. Raccontare la vita di Giancarlo Galbusera è fare la biografia di tutta la nostra Aeronautica - e forse persino del nostro Paese.

Quando lui nacque, la Regia aeronautica aveva già stabilito un primato compiendo in Libia nel 1911 le prime azioni belliche dal cielo nella storia dell’umanità. È un primato contestabile, sia chiaro, perché allora come oggi (e come sempre) combattere significa uccidere. Poi si può dibattere sulle ragioni per farlo, che possono essere buone oppure no. Il giovane Giancarlo Galbusera era un ragazzo del suo tempo, con un forte spirito patriottico (non aggressivo peraltro) unito a una grandissima passione per il volo. Nella Genova in cui nacque e trascorse i primi anni si entusiasmò dei duelli aerei di Francesco Baracca; ci vedeva la nuova incarnazione del mito dei cavalieri medievali.

Ma questo è tipico dei piloti in ogni epoca: pensano molto a volare e poco alla guerra, e se proprio devono pensare alla guerra la concepiscono come prova di coraggio individuale. La guerra aerea è più tecnologica di quelle a terra e in mare ma paradossalmente resta più simile agli scontri del passato, perché è meno massificata. «Per noi la guerra non era il combattimento, era un modo per volare - dice adesso - adrenalina pura».



Quando ha l’età, Galbusera si propone per ben due volte come ufficiale di complemento in Aeronautica, ma per due volte viene respinto. Solo nel 1941, allorché il bisogno di combattenti si fa più urgente, l’Aeronautica lo accetta. Salvo arrestarlo poco dopo, e minacciare addirittura di fucilarlo (assieme a una quindicina di altri allievi piloti), per presunti discorsi disfattisti in camerata. Pur se frastornato da questi e da altri eventi assurdi, il giovane Galbusera continua l’addestramento. La guerra ha urgenza di uomini da sacrificare, ma bruciare i tempi della preparazione al volo non si può, e così Galbusera si trovò a combattere sul serio solo dopo l’armistizio dell’agosto del 1943, e lo fa sul fronte dei Balcani e dalla parte del Regno d’Italia. 

Fra il ’43 e il ’45 Galbusera combatte contro i tedeschi e viene colpito diverse volte, ma ancora adesso ringrazia la sorte di non aver dovuto affrontare in aria i compagni italiani delle scuole di volo che avevano optato per la repubblica sociale di Mussolini: «Essere schierati nei Balcani ci ha tenuto lontano dai nostri fratelli che operavano nel nord Italia. Non avrei mai voluto incontrarli in volo». Negli anni dopo la guerra, incontrare i camerati o gli avversari nei reparti della nuova Aeronautica italiana, e trovarsi nella necessità di non parlare del passato degli uni e degli altri, è stata esperienza comune a molti piloti. 



Quanto a Giancarlo Galbusera, finita la guerra smette di volare sui caccia e torna a Genova per avviare un’attività da imprenditore. Nel 2017 ha celebrato i cento anni su una pista di volo assieme ai giovani piloti del 4° stormo caccia, che fu suo su piccoli velivoli a elica e che adesso schiera gli F-2000 Typhoon (delle astronavi, al confronto).

Questa è fra le storie raccontate dal volume «A la Chasse! 1917-2017 - Dalla Caccia alla Difesa Aerea» appena pubblicato da Edizioni Rivista Aeronautica a cura del colonnello Alessandro Cornacchini (che è anche direttore della stessa Rivista). Il secolo viene rivissuto soprattutto attraverso racconti individuali e c’è spazio per foto spettacolari che documentano l’attività più recente dell’Ami, come i pattugliamenti dei cieli dell’Islanda e del Baltico in ambito Nato. 

Da segnalare, fra mille episodi, un fatto minore ma curioso: c’è una foto in bianco e nero del futuro colonnello Cornacchini dopo un volo su un caccia col suo papà, un pilota militare. Pare che la medicina dell’epoca suggerisse il volo per curare certe patologie. In realtà l’unico risultato era mettere i bambini sottosopra. Nella foto, il papà sorride rassicurante, forte del consenso dei medici, mentre il bambino Alessandro Cornacchini appare a dir poco perplesso, per niente entusiasta dell’esperienza che gli è appena toccata. Esperienza che in ogni caso non gli ha tolto, da grande, la passione per l’Aeronautica militare.


Il volume “A la Chasse!” (Edizioni Rivista Aeronautica) , 25 euro

Shadow Brokers vendono nuovi cyberattacchi Nsa (entro luglio)

lastampa.it
carola frediani

Il gruppo che ha rubato le cyberarmi americane muove i suoi soldi e mette in vendita ulteriori vulnerabilità. E c’è chi teme nuove Wannacry per quest’estate

Potrebbe annunciarsi un luglio di fuoco per la sicurezza informatica. Perché nuove vulnerabilità del software e i relativi codici per attaccarle potrebbero essere rilasciati ancora una volta dagli Shadow Brokers. 

Stiamo parlando di quella entità misteriosa che da mesi sta diffondendo una parte dell’arsenale digitale dell’intelligence americana, molto probabilmente della National Security Agency (Nsa). Proprio uno di questi attacchi - un exploit di nome Eternalbue che sfruttava una vulnerabilità di un software usato su sistemi Windows, reso disponibile per chiunque online ad aprile dagli Shadow Brokers - ha prodotto il disastro di Wannacry, il virus del riscatto che si propagava via rete e che ha mandato in tilt ospedali e aziende in molti Paesi.

I dettagli su come comprare nuovi attacchi
Bene, ieri gli Shadow Brokers sono tornati a farsi vivi in due modi. Da un lato hanno iniziato a muovere i soldi raccolti finora da chi sperava di accedere prima di altri a una parte di questo arsenale (ma su questo ci torniamo meglio alla fine); dall’altro hanno svelato i dettagli di un programma di «sottoscrizione» per ricevere un accesso esclusivo a nuovi exploit e strumenti di hacking (sempre sottratti alla Nsa).

Chi fosse interessato a comprarsi queste informazioni in anteprima dovrebbe dunque versare l’equivalente di circa 21.500 dollari su un indirizzo zcash. Zcash è una moneta elettronica simile a bitcoin, ma che vanta un più alto livello di anonimato, come vedremo tra poco. Tutto ciò nel mese di giugno. Chi paga dovrà inserire anche un indirizzo mail per essere ricontattato. Dopodiché tra l’1 e il 17 luglio, gli Shadow Brokers dovrebbero inviare via mail agli «abbonati» un link e una password per accedere a un archivio di dati e strumenti.

Cosa potrebbero rilasciare ancora?
Cosa ci potrebbe essere in questo archivio? Gli Shadow Brokers non lo dicono ora, ma in un post di qualche settimana fa avevano millantato di avere exploit per browser, router e sistemi operativi, tra cui Windows 10; dati sulla compromissione di banche; e perfino su programmi nucleari di alcuni Stati come Cina, Corea del Nord, Iran e Russia. Anche se non tutto quello che dicono va preso come oro colato - nel senso che è evidente in tutta la loro vicenda un alto livello di mistificazione - vero è che fino ad oggi hanno davvero rilasciato exploit e strumenti molto dannosi. Tanto dannosi da aver innescato indirettamente la crisi di Wannacry.

Chi potrebbe essere interessato a pagare questa cifra?
Secondo il messaggio pubblicato dagli stessi Shadow Brokers (e firmato crittograficamente, a riprova che si tratta sempre dello stesso soggetto), si tratta di materiale per hacker, aziende di sicurezza, governi, produttori di dispositivi. Insomma chi potrebbe essere disposto a tutelarsi e «patchare», ovvero chiudere una falla, in tempo, prima che si diffondano massive campagne di malware alla Wannacry. Ma anche attori malevoli potrebbero essere interessati. Senza contare che a un certo punto questi strumenti potrebbero essere messi online direttamente, come già successo.

Il rischio di un altro Wannacry è reale
«Non credo che ci sarà chi è disposto a pagare», commenta a La Stampa Jake Williams, noto esperto di cybersicurezza, con un passato in agenzie governative Usa, che ha seguito da vicino gli Shadow Brokers al punto da avere ricevuto anche la loro attenzione. «Detto ciò, penso che le possibilità che siano rilasciati ulteriori exploit siano alte. E se questi exploit non sono stati già “patchati” da Microsoft, è altamente probabile che vedremo un nuovo worm (un software malevolo che si diffonde via rete, ndr) alla Wannacry.

Tra l’altro in quel caso le organizzazioni hanno avuto due mesi di tempo per tappare la falla prima della comparsa di Wannacry (Microsoft aveva rilasciato un aggiornamento a marzo, gli Shadow Brokers hanno rilasciato l’expoit ad aprile, Wannacry, che usa quell’exploit, è comparso a maggio, ndr). Immagina -, prosegue Williams, - se ci fosse un worm basato su un altro exploit Nsa per cui non sia disponibile una patch? I risultati sarebbero catastrofici».

Senza contare la possibilità che questi strumenti vengano usati in modo più silenzioso e quindi subdolo, non per chiedere riscatti ma per spiare. «É probabile che gli strumenti già rilasciati così come quelli che verranno siano usati anche per rubare o modificare dati silenziosamente», commenta a La Stampa un altro ricercatore di sicurezza internazionale, Matthieu Suiche, che ha seguito sia Wannacry sia gli Shadow Brokers. «Pensa a Wannacry ma senza il pop-up che ti chiede i soldi».

Shadow Brokers: come è iniziato tutto?
In attesa di capire cosa potrebbe succedere, resta la domanda su chi siano davvero questi Shadow Brokers, quali siano le loro motivazioni e come abbiano fatto ad ottenere le armi digitali della Nsa. Su tutte queste domande ci sono zero certezze e anche pochi indizi. Sappiamo che gli Shadow Brokers sono comparsi online lo scorso agosto, spiegando di avere sottratto le armi digitali di Equation Group, il nome dato da ricercatori di sicurezza a un gruppo di hacker statali riconducibili di fatto all’americana Nsa. Gli Shadow Brokers inizialmente hanno lanciato un’asta pubblica in bitcoin per questi strumenti, che però non è andata a buon fine (anche perché avevano sparato alto: le offerte dovevano arrivare a 1 milione di bitcoin, equivalenti allora a circa 560 milioni di dollari). 

Nel mentre hanno raggranellato comunque, sul loro indirizzo bitcoin, l’equivalente di 24mila dollari (10,5 btc). Da agosto ad oggi, hanno poi rilasciato online una parte del loro arsenale digitale: exploit e strumenti di hacking per router, mail server, Windows, e dati sulla compromissione di banche. Secondo un’analisi del crittografo Bruce Schneier, si tratta di materiali del 2013 o giù di lì che potrebbero essere stati trafugati da server usati dalla Nsa per le sue operazioni: ovvero da macchine non direttamente di proprietà della Nsa ma da lei controllate (magari perché compromesse).

In questa ipotesi, in estrema sintesi, gli Shadow Brokers avrebbero hackerato i server usati dalla Nsa per hackerare a sua volta. Ma tra le ipotesi in campo c’è anche la fuga di dati da insider (o da spie). O che un dipendente della Nsa abbia fatto uscire questi materiali e sia stato poi hackerato (come il contractor Harold Martin, arrestato ad agosto per essersi portato a casa una tonnellata di materiale classificato, anche se non sembra essere stato accusato del leak). 

Ad ogni modo chi potrebbero essere questi Shadow Brokers?
«Gli zero-days SMB (gli attacchi ancora sconosciuti, poi rilasciati da The Shadow Brokers, ndr) potevano valere fino a un milione di dollari ciascuno nel mercato degli exploit», commenta ancora Williams. «Gli Shadow Brokers hanno indicato l’esistenza di questi file a gennaio e poi li hanno pubblicati ad aprile solo dopo che sono state diffuse le patch. Se fossero davvero interessati ai soldi non avrebbero mai rivelato gli exploit. Inoltre, secondo il Washington Post, proprio le informazioni inizialmente diffuse dal gruppo hanno indotto la Nsa ad avvisare Microsoft a gennaio, in modo da avere il tempo di patchare. Per tutti questi motivi penso che Shadow Brokers siano quasi certamente una intelligence straniera. I soldi non sono il loro movente».

Di una opinione simile sembrano essere anche altri esperti di sicurezza informatica, come il già citato Schneier, che ha ipotizzato il coinvolgimento di Paesi come la Russia o la Cina. Va anche ricordato il penultimo messaggio pubblicato da the Shadow Brokers, dove questi hanno rivendicato il fatto di essere stati «responsabili», per così dire, e di aver aspettato a diffondere l’exploit; hanno specificato che loro non fanno ricatti (come dire: non siamo noi ad aver fatto e diffuso Wannacry); e hanno ribadito di prendersela con avversari sul loro stesso piano. Perché – concetto ribadito in tutte le salse - «riguarda sempre The Shadow Brokers contro The Equation Group».

E i soldi?
Se le ipotesi sulla loro identità restano aleatorie, molti stanno seguendo i (pochi) soldi arrivati sull’indirizzo bitcoin diffuso da The Shadow Brokers. Per la prima volta, ieri, questi sono stati mossi: da quell’unico indirizzo i bitcoin hanno cominciato a spostarsi su più indirizzi, frammentandosi in cifre minori (qui da dove sono partiti ). Potrebbe essere l’inizio di ulteriori scomposizioni (in corso mentre scriviamo) che portino poi a un mixer, un servizio di lavatrice, che serve ad offuscare la tracciabilità dei bitcoin rimescolandoli con altri.

«Ci sono vari metodi di funzionamento dei mixer: alcuni consistono anche semplicemente nel depositare il tutto dentro un indirizzo, cioè, tutti gli utenti depositano dentro ad un solo indirizzo», commenta a La Stampa Franco Cimatti, presidente della Bitcoin Foundation in Italia. «Poi i bitcoin escono in quantità diverse, in tempi diversi, cosi non si sa di chi siano. Il mixing però funziona per piccole cifre, e se non sei uno ricercato dai servizi segreti».

In ogni caso, il nuovo servizio in «abbonamento» di The Shadow Brokers è passato a zcash. «Questa moneta non ha bisogno di mixer perché nasconde già la tracciabilità delle transazioni», spiega ancora Cimatti. «Anche se potrebbe presentare altri problemi rispetto a bitcoin, potrebbe avere dei bug nel funzionamento più difficili da individuare».

Questo per spiegare come e se tracciare i soldi di The Shadow Brokers. Sempre che siano ancora loro ad avere in mano la chiave privata di quell’indirizzo. Perché se i soldi non sono il movente - e in effetti pare improbabile - e i rischi di incassare quei bitcoin restano alti, allora anche questi movimenti potrebbero essere frutto di una strategia diversiva.

Si chiama Judy il nuovo malware Android che ha già infettato 36 milioni di dispositivi

lastampa.it
luca scarcella

Il virus che ha colpito 41 applicazioni sul Play Store di Google, genera clic fraudolenti sugli annunci pubblicitari



Il nuovo malware che sta infettando milioni di dispositivi Android è stato scoperto dal team di ricerca di Check Point Software Technologies , società israeliana specializzata in cyber sicurezza. Il virus è stato soprannominato Judy e ha raggiunto un grado di diffusione così alto da renderlo tra i più pericolosi di sempre sul sistema operativo di Alphabet. Attualmente, oltre 36,5 milioni di dispositivi Android sono già stati infettati.

Secondo i ricercatori di Check Point, il malware è stato identificato su 41 applicazioni diverse nel Play Store di Google. Judy sembra essere in grado di aggirare il sistema di Google Bouncer, l’applicativo automatico che scansiona ogni applicazione prima della pubblicazione sul Play Store. 
Alcune delle applicazioni infette sono disponibili da anni sul Play Store, perciò non è chiaro se il virus fosse sempre stato presente (e attivato solo di recente), oppure caricato durante la pubblicazione di un aggiornamento dell’app.

«Il malware colpisce i dispositivi Android per generare grandi quantità di clic fraudolenti sugli annunci pubblicitari - spiegano i ricercatori di Check Point - creando un indotto economico importante per gli hacker».



Il funzionamento di Judy è semplice: l’app scaricata stabiliva una connessione con il server degli attaccanti, ricevendo istruzioni con incluse stringhe di codice JavaScript (che è il linguaggio di programmazione utilizzato per creare ed eseguire azioni).

A questo punto il malware, usando il dispositivo infetto, apriva un indirizzo web e reindirizzava il browser dell’utente sul sito desiderato, cliccando automaticamente sul banner di Google che permetteva di far monetizzare gli autori di Judy. 

Google ha provveduto a rimuovere tutte le applicazioni incriminate, subito dopo la segnalazione di Check Point Software Technologies. L’attacco ha però fatto notare quanto sia ancora poco protetto il market place dell’azienda di Mountain View, nonostante i sistemi di verifica e i protocolli di sicurezza.

@LuS_inc

Latitante ai Caraibi per 20 anni: pena estinta senza andare in carcere

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Mar, 30/05/2017 - 09:59

Rientrato a Pisa dopo 20 anni di latitanza un condannato per associazione mafiosa. Un raro caso di prescrizione della pena



Pena scontata, ma in vacanza. Potrebbe essere questo il riassunto dell'assurda vicenda del sistema giudiziario italiano. L'ennesima, verrebbe da dire. Il protagonista di questa vicenda è un pisano di 68 anni, che dopo essere stato condannato in due gradi di giudizio per associazione mafiosa a 10 anni di galera, ne ha passati 20 in un paese all'estero da latitante ed ora se ne è tornato, da uomo libero, nella città dalla torre pendente.

Il latitante era ricercato dalla polizia dal lontno 1997 dopo che la corte di assise di Firenze dopo una azione giudiziaria che aveva scoperchiato il vaso di pandora delle infiltrazioni mafiose nella gestione delle case da gioco clandestine in Versilia. Secondo i giudici che hanno condannato l'uomo, il 68enne aveva avuto un ruolo centrale nei traffici del clan. A dimostrarlo c'erano intercettazioni, pedinamenti e un lavoro certosino della polizia giudiziaria di mezza Toscana, che aveva coinvolto le forze dell'ordine di Lucca, Viareggio e Pisa.

Il problema è che quando arrivò la condanna, il condannato non era più in Italia. E nessuno è mai riuscito a trovarlo. Venti anni di latitanza, per poi sbarcare a Fiumicino da un'isola caraibica. Ne ha tutto il diritto, sia chiaro. La pena, infatti, dopo 20 anni è ormai estinta anche se l'uomo non si è fatto neppure un minuto di carcere. Come è possibile? Come ricostruito dalla Nazione, che ha interpellato un esperto, esiste la "prescrizione della pena". In sostanza: se lo Stato non riesce ad eseguire la pena, questa ad un certo punto si estingue (il doppio della pena, quindi il doppio dei 10 anni nel caso specifico).

"Un evento rarissimo – ricostruiscono gli esperti sentiti dalla Nazone –. La prescrizione della pena. Succede quando la sentenza è definitiva, non c’è stata impugnazione e il condannato volontariamente si sottrae all’esecuzione. Non può essere mai inferiore a 10 anni e non è mai superiore a 30 . L’ergastolo, evidentemente, non si estingue".

I no spik inglish

lastampa.it
mattia feltri

Anche la furfanteria richiede due dita di professionalità. Non che si riesce da furfanti così, improvvisando. Magari facendo circolare su Facebook, come ieri il Pd, una foto di tifosi piangenti e sopra un testo del New York Times in cui, più o meno, si legge che il ritiro dal calcio di Francesco Totti è stato un altro durissimo colpo per Roma, già colma di rifiuti, con l’economia sfibrata, il lavoro che non si trova e un sindaco diventato lo zimbello del Paese. Qui, accidenti, siamo proprio ai rudimenti della furfanteria. Perché, cari amici del Pd, credevate davvero che nessuno andasse a controllare? 

Anche il New York Times ha un sito. E c’è il traduttore di Google. Basta un clic, direbbe Grillo. E infatti, guarda un po’, nella traduzione è saltato proprio il pezzetto che definisce l’ultimo decennio poco generoso con Roma, e da quel decennio dipendono sudiciume, disoccupazione eccetera. Virginia Raggi avrà le sue colpe, ma non di meno ne hanno la destra di Gianni Alemanno e la sinistra di Ignazio Marino. Così dice il New York Times. E non è che ci fosse bisogno del New York Times, bastava fare due chiacchiere in un bar, dove tra l’altro si impara che è già abbastanza fastidioso assistere all’indignato sbigottimento del Pd per le condizioni della città, come se prima fosse una specie di grande Lugano.

Ecco, non è una brillante idea aggiungerci furfanterie da terza media: dovreste sapere che l’Italia i furboni li tollera, ma i furbini li piglia per le orecchie. 

"No al padrino sposato con una divorziata": 14enne non fa la cresima

ilgiornale.it
Ivan Francese - Mar, 30/05/2017 - 10:59

La vicenda in provincia di Foggia: un 14enne rinuncia al Sacramento perché il parroco non aveva accettato come padrino un uomo sposato con una donna divorziata



Lo zio non può fargli da padrino perché sposato con una divorziata e il quattordicenne decide di rinunciare alla cresima.


La storia arriva da Lucera, in provincia di Foggia, dove un ragazzo appena adolescente ha scelto di non ricevere il Sacramento quando ha scoperto che l'amatissimo zio Gigi non avrebbe potuto fargli da padrino. All'origine del diniego la decisione del parroco della cattedrale della città pugliese di non ammettere "Gigi" alla funzione di padrino perché coniugato con una donna già divorziata.

La familgia del piccolo Niccolò - così si chiama l'adolescente protagonista di questa vicenda - ha deciso di prendere carta e penna e di raccontare tutto l'episodio in una lunga lettera a Repubblica. "L'ultimo prezzo da pagare è la rinuncia a fare da padrino al figlioccio. "Niccolò ha 14 anni, è il tipico adolescente che ama la musica e gli amici - scrive Deborah, moglie del padrino mancato - Frequenta il catechismo dalla prima elementare e ora, al termine del suo percorso formativo, a un passo dalla meta è stato costretto a fermarsi: domenica vedrà i suoi compagni percorrere la navata della chiesa, avvicinarsi al vescovo, avvicinarsi ancora di più a Dio grazie alla santa cresima. Lui però non può"

"Non poteva essere altri che Luigi - assicura Deborah - Lo chiama 'zio' da sempre, nonostante non esista un legame di sangue. Luigi è sempre stato presente nella sua casa: amico di famiglia, testimone di nozze dei genitori, ha addirittura accompagnato la mamma a scegliere l'abito da sposa. Presente durante la gravidanza, in ospedale alla sua nascita, è corso anche a fare compagnia a Niccolò durante l'ultima influenza". Nonostante tutti i tentativi della famiglia, che ha addirittura invocato la Amoris Laetitia di papa Francesco, in cui il Pontefice ricorda che ci sono "divieti che si possono superare", per il giovane Niccolò non c'è stato nulla da fare. Il caro zio Gigi non può fargli da padrino.

martedì 30 maggio 2017

I pirati del software alzano il tiro, dopo WannaCry arriveranno altri ransomware

lastampa.it
francesco semprini

Scott Schober, guru americano della sicurezza informatica: “Sempre più diffusi i ricatti informatici, ora colpiscono anche le grandi aziende”



L’attacco di Wannacry ha somiglianze a quello alla Sony del 2014, quindi potrebbe essere stato orchestrato da pirati nordcoreani, che non sono riusciti a raggiungere gli Usa grazie a un eroe per caso di appena 22 anni”. A dirlo è Scott Schober, guru della sicurezza informatica e autore del volume Hacked Again, il quale spiega come i pirati della rete hanno alzato il tiro andando ad operare esattamente come quelli dei mari.

Ci troviamo dinanzi a un nuovo scenario della pirateria informatica?
“Due settimane fa circa 100 Paesi sono stati presi di mira da un agente patogeno inizialmente sviluppato dalla National Security Agency (Nsa), sicurezza nazionale americana. Russia, Ucraina e Taiwan sono stati i principali bersagli dell’attacco. Il software maligno è un ransomware, un agente che infetta terminali attraverso un link o un allegato contenuti in una mail. Poi blocca i file del computer preso di mira con codici che solo gli hacker sono in grado di decodificare. E che procedono alla loro decodificazione solo previo pagamento di un riscatto, nella fattispecie l’equivalente di 300 dollari in bitcoin, la moneta digitale anonima. Se il riscatto non viene pagato gli hacker non decriptano e i file sono inutilizzabili”. 

Una sorta di ricatto o di rapimento di materiale vitale?
“Per alcune aziende avere accesso ai dati è questione di vita o di morte. Pesiamo ad esempio al sistema ospedaliero britannico preso di mira dai bucanieri della rete, senza i file presi in ostaggio sono costretti a non accettare pazienti o a trasferirli. Pensiamo a FedEx, per non parlare di Portugal Telecom e Telefonica Argentina”.

Perché proprio ora?
“Il timing non è casuale perché segue le minacce dei pirati della rete avvenute in coincidenza delle elezioni francesi con la pubblicazione di documenti riservati e delicati del candidato e attuale presidente Emmanuel Macro. La Russia è stata accusata di numerosi attacchi di recente ma questa volta sembra non essere dietro le azioni piratesche visto che essa stessa è stata obiettivo degli hacker, in particolare il suo ministero degli Interi e la sua banca più grande ovvero Sberbank”. 

Allora è plausibile che ci sia la Corea del Nord dietro?
“Non se ne ha la certezza ma senza dubbio i pirati di Pyongyang ne hanno le capacità. Per quanto mi riguarda vedo molte similitudini all’attacco alla Sony Picture alla vigilia della prima del film The Interview proprio incentrato sulla Corea del Nord. Allora furono con una certa evidenza gli hacker nordcoreani ad agire e oggi le modalità sembrano simili. Occorre però anche dire che a volte i pirati utilizzarono modalità simile a quelle di loro colleghi criminali per depistare”.

Perché l’attacco non ha colpito gli Stati Uniti?
“Per merito un esperto di cybersecurity britannico 22enne che è riuscito a fermare la propagazione del ransomware registrandone il codice e il dominio nascosto nel malware, e avvertendo che l’attacco poteva essere reiterato. Poco più di dieci dollari per evitare danni per miliardi di dollari”. 

I pirati alzano il tiro?
“La gran parte degli attacchi nei passati due anni hanno preso di mira piccole e medie imprese, ma ora anche le grandi corporation sembrano finire nel mirino a livello globale. E poi c’è la modalità del riscatto ad alto livello, pensiamo ad esempio a Walt Disney, ricattata con la minaccia di bruciare l’uscita del prossimo episodio della saga dei Pirati dei Caraibi, ancora atteso nelle sale. Attraverso la diffusione di una prima anticipazione di 5 minuti della pellicola e poi di spezzoni da 20 minuti l’uno, previo pagamento di un riscatto in bitcoin”.

Intende dire che fa tutto parte dello stesso copione, quindi non è finita qui?
“Non è finita, no. Continuo a consigliare a tutti di salvare i dati su base regolare e immagazzinarli in memorie sicure. Questo non mette al riparo da attacchi, ma almeno fa in modo che gli utenti non debbano mettere mano al portafogli per ritornare in possesso di ciò che è loro. O il rischio sarà che il pagamento dei riscatti diventerà la nuova piaga 3.0, proprio come avviene con i pirati offline”. 

Quando muore Ettore

lastampa.it
mattia feltri

Era così vero, un dramma collettivo così popolare e teatrale, di un’autenticità così elementare che è diventato impossibile girarsi dall’altra parte. Non si era mai visto un addio al calcio simile, un intero stadio in lacrime, e al centro l’idolo, in lacrime anche lui, e tutti in lacrime davanti alla tv, a dimostrazione che il calcio non è una semplice pozione per gonzi, ma una faccia della vita: è un romanzo emotivo con poca finzione e quel tanto che resta dell’epica. 

È andata come nessuno aveva previsto. Francesco Totti ha rifiutato la divinizzazione che stava calando su di sé. Ha detto quello che nessuna divinità aveva detto prima: che sia maledetto il tempo, ho paura, ho bisogno di voi. Non era il campione, solo un uomo alle prese con questioni tanto umane, lo smarrimento per le stagioni della vita, l’irrecuperabile che rimane dietro e il buio davanti. Ha tenuto un lungo discorso senza parlare di calcio, il calcio non c’entrava più e a rifletterci bene non c’era alternativa. 

Nessuno era andato allo stadio a celebrare una collezione di trofei, perché di quelli ne ha vinti pochi, ma un ragazzo che è rimasto lì, per venticinque anni, a esercitare il suo sconfinato talento in una comunione spirituale con una squadra e una città. «Ho bisogno di voi». Che dispiacere per chi non capisce. Piangevano i bambini, gli adulti, i vecchi, ognuno piangeva sull’irrimediabile e sull’unica grande verità dello sport e delle nostre esistenze: vincere al massimo è un effetto collaterale. Quando perde Ettore, lo piange anche Achille. 

Artista, artigiano e un po’ filosofo: l’ultimo costruttore di clessidre

lastampa.it
federico taddia

Roma, l’argentino che fuggì dalla dittatura: “Regalo l’illusione di possedere il tempo”


Adrian Rodriguez Cozzani, 70 anni, nella sua bottega a Trastevere. È arrivato a Roma nel 1977 dall’Argentina scappando dalla dittatura di Videla

«A volte le giro tutte insieme, per il piacere di trovarmi silenziosamente immerso in una cascata di polvere che mi accompagna dall’istante passato all’istante successivo: è il tempo che scorre, che corre, che diventa visibile e tangibile». Ampolle in vetro che si distinguono in secondi e minuti; sabbie raccolte, lavate e setacciate con dedizione per scivolare senza intoppi; gocce di cera d’api colate con delicatezza per difendersi dall’umidità mantenendo inalterati sofisticati equilibri e millimetriche simmetrie.

Arte, artigianato e filosofia: per Adrian Rodriguez Cozzani la clessidra è la sintesi perfetta di tutto questo, come testimonia nella sua bottega nel cuore di Trastevere. L’ultimo costruttore di orologi a sabbia è un argentino di 70 anni, dallo sguardo penetrante e la battuta mai banale, arrivato a Roma nel 1977 in fuga dalla dittatura con in tasca freschi studi di architettura.

«Dopo qualche anno trascorso lavorando tra Italia e Venezuela ho messo in pratica un detto che spesso ripeteva la mia nonna, originaria di Parma: «Meglio avere la testa di topo che una coda di leone». Così ho scelto di seguire l’istinto e la passione, abbandonando il posto sicuro per dedicarmi al mio hobby: i misuratori di tempo. Orologi solari e meridiane prima, clessidre ad acqua e a polvere poi: ho aperto un mio spazio, negozio e laboratorio, che è cresciuto con me, giorno dopo giorno, granello dopo granello: questo luogo è la rappresentazione di me stesso, io sono questo».

Piccole, da un paio di minuti appena, o grandi, immense, fino a due ore. E in mezzo le misure standard, compresa quella da 50 minuti pensata per gli psicologi. Disegni classici, in legno e ferro, riproduzioni ispirate a modelli storici dalle linee sobrie e minimaliste. Un migliaio di pezzi all’anno, costruiti con cura e anima. A cui si aggiungono le clessidre artistiche, come quella racchiusa in una rete di corde per trasmettere l’impressione di poter ingabbiare il tempo, o quella a tre ampolle, per misurare contemporaneamente intervalli totali e parziali. 

«Le più complicate sono quelle personalizzate: di recente una signora sarda, come memoria di una storia d’amore, ne ha chiesta una con microsfere di diversi colori, che dovevano passare da un’ampolla all’altra ma senza mai mischiarsi. Qualche mese fa ne hanno ordinata una di sabbia nera, completamente piena: inutilizzabile, ma bellissima da guardare. Anche se la più originale e, paradossalmente, quella di più difficile realizzazione, rimane la clessidra da un secondo: una richiesta apparentemente assurda, ma tutti i desideri vanno rispettati.

E anche un orologio che fotografa il battito di un attimo ha il suo fascino e la sua dignità». Coni di carta con cui rabboccare le sfere, il tocco del vetro con le dita, secco ma delicato, per far accomodare al meglio ogni particella, la misurazione fatta con un vecchio orologio a pile per calcolare le quantità, la verifica e la controverifica che tutto funzioni al meglio con la consapevolezza che non esiste la misurazione esatta, perché come in una continua partita di Tetris le particelle di sabbia cercano il giusto incastro, che può portare a rallentamenti o accelerazioni della discesa.

O, raramente, a fermare la clessidra. «Se è stata costruita con attenzione e buoni materiali è un evento davvero sporadico, ma non impossibile: fa parte del gioco, va messo in conto». Lo dice con sapiente rassegnazione Adrian, diventato involontariamente una piccola star in Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti, grazie a programmi televisivi che hanno raccontato la sua storia, portando settimanalmente turisti, cartina alla mano, a perdersi per i vicoli alla ricerca del «Maradona delle clessidre».

E insieme a loro collezionisti e artisti, scenografi e registi, curiosi o i vicini di quartiere che buttano dentro il naso per prendere ispirazione, dar forma a qualche visione o regalarsi una parentesi di ossigeno in una sorta di bolla impermeabile alla frenesia e allo stress della metropoli. «E’ vero, ora c’è molto più interessamento per la clessidra, e credo che aumenterà sempre di più: è uno strumento che ti dà la sensazione di possedere il tempo. Puoi girarla, stopparla, farla ripartire. A differenza di tutte le tecnologie digitali che ci accompagnano e che continuamente ci spiattellano in faccia il passare dei minuti, qui hai un controllo. L’unico vero capitale che ha l’uomo è il tempo: con la clessidra scorre più lento. Te lo fa godere. Assaporare. Respirare. Sì, te lo fa vivere».

Blockstack, il browser che utilizza la blockchain per proteggere i dati degli utenti

lastampa.it
marco tonelli

Le applicazioni vengono aperte nella rete di computer e le loro informazioni vengono validate e protette all’interno del database distribuito



Ogni volta che ci si connette a internet e si naviga sul web, le nostre ricerche e interazioni possono fornire informazioni alle aziende e ai governi. Per questo motivo, Blockstack nasce proprio con l’idea di dare la possibilità alle persone di proteggere la propria identità online. Si tratta del primo browser che utilizza l’archivio distribuito blockchain per caricare siti web e depositare dati, senza l’utilizzo di server o database centralizzati. Insomma, le applicazioni vengono aperte nella rete di computer e le loro informazioni vengono validate e protette all’interno del database condiviso.

Presentato alla Consensus, la principale conferenza annuale dedicata alla tecnologia blockchain, al momento, il software è disponibile solo come estensione utilizzabile su MacOs e Linux. Infatti. Blockstack non è un programma autonomo, ma utilizza altri browser come Chrome, Firefox o Safari. Questa prima versione non è fruibile da tutti, ma è stata creata per gli sviluppatori di applicazioni da far girare nella rete blockchain. Il programma consente anche di proteggere le informazioni attraverso un sistema di sicurezza locale installato nel dispositivo. Senza dimenticare la possibilità di fare un backup dei dati, in caso di smarrimento delle password d’accesso. Fra sei mesi, invece, i suoi creatori prevedono di poter lanciare una versione più mirata agli utenti di tutti i giorni.

«Siamo gli unici a dare la possibilità agli sviluppatori di poter creare applicazioni senza preoccuparsi della sicurezza dei server, dei database e dei sistemi di gestione delle identità degli utenti. Bastano 400 linee di codice e avrai il tuo Twitter decentralizzato, ad esempio», dice a Forbes Ryan Shea, uno dei cofondatori della società.

Allo stesso tempo, Blockstack ha messo in piedi anche un meccanismo di registrazione dei futuri siti web della rete blockchain. Per ora, sono già 72mila le richieste per un dominio internet da depositare nel sistema Blockchain Name System (BNS), chiamato in questo modo per contrapporsi al tradizionale DNS, o Domain Name System. «Chiunque può registrare il suo nome nell’archivio, in quanto non esiste una struttura di controllo che impedisce a qualcuno di farlo», scrivono gli sviluppatori sul sito ufficiale del progetto. 

Judy, il malware acchiappaclic: colpiti quasi 40 milioni di utenti Android

repubblica.it
di SIMONE COSIMI

Individuato da Check Point su 41 applicazioni coreane rivolte a bambini e adolescenti, contribuiva a costruire una botnet per generare falso traffico pubblicitario: "La peggiore di sempre su Google Play"

Judy, il malware acchiappaclic: colpiti quasi 40 milioni di utenti Android

JUDY potrebbe aver provocato più di 36,5 milioni di infezioni su dispositivi Android. Stavolta, però, si è trattato di un malware un po' particolare, in grado cioè di generare automaticamente falsi clic pubblicitari. Uno dei mercati più redditizi, fra l'altro, quello delle finte "impression" per le inserzioni online.

Si tratta di un malware individuato dalla società di sicurezza Check Point, che l'avrebbe stanato in 41 applicazioni firmate dalla coreana Kiniwini, pubblicate sotto l'etichetta Enistudio Corp. e rivolte a un pubblico di giovanissimi. Per giunta contraddistinte anche da giudizi positivi. Quel piccolo gruppo di applicazioni sarebbe stato in grado di generare un largo numero di infezioni per "produrre una grande quantità di clic fraudolenti su banner pubblicitari e partorendo introiti per chi li ha messi a punto".

Anche se non sembra pericolosa per informazioni e dati degli utenti, potrebbe sfiorare un record certo non invidiabile: quello della "più ampia campagna malware scovata su Google Play" secondo gli esperti di Check Point. Google ha già rimosso le applicazioni dal suo negozio digitale dopo essere stata avvisata dalla società. Non prima, tuttavia, che fossero scaricate da un numero oscillante fra 4,5 e 18,5 milioni di volte. "Non è chiaro da quanto tempo il codice malevolo fosse nascosto in quelle applicazioni - ha spiegato l'azienda di sicurezza - e la rapidità di diffusione rimane sconosciuta. Per questo l'effettiva propagazione del malware pubblicitario potrebbe essere compresa fra 8,5 e 36,5 milioni di utenti nonostante un più basso numero di scaricamenti.

Ma come funziona Judy, che sembra aver serenamente superato i controlli di sicurezza imposti da Big G alle applicazioni disponibili su Play Store e si ricollegherebbe a predecessori come FalseGuide e Skinner? "Una volta che l'utente ha scaricato l'applicazione questa registra silenziosamente delle connessioni con il server di controllo" e in seguito avvia dei collegamenti con una serie di indirizzi url tramite una pagina web nascosta "travestendosi" da pc e rimbalzando a sua volta su un vari siti: a quel punto il codice JavaScript si occupa di individuare i banner di Google Ads cliccandoci sopra e imitando un'azione umana. Insomma, una colossale botnet controllata da remoto che usa gadget zombie per simulare traffico pubblicitario. E fare soldi.

Viaggio nei luoghi di Israele dove cinquant’anni fa morì il nazionalismo arabo

lastampa.it
domenico quirico

Dopo i conflitti con gli Stati ora le minacce arrivano dai gruppi islamici


Le celebrazioni da parte degli israeliani alla Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città vecchia di Gerusalemme, per i 50 anni dalla vittoria nella guerra dei 6 giorni del 1967

Passata avanti la guerra non si possono riconoscere i luoghi. Ai luoghi restano i nomi della geografia, e alle battaglie la data. Quello che conta non sono le battaglie, ma i giorni e i mesi e gli anni che sono durate con gli uomini aggrappati alla terra, alla sabbia, alle pietre in una lotta sepolta. Qui cinquanta anni fa, sei giugno 1967, una data densa della storia del mondo, tutto durò appena sei giorni.

Una guerra breve, un lampo, eppure in un tempo così breve molte cose che sembravano eterne morirono: il nazionalismo arabo, innanzitutto, sconfitto e archiviato. Su quelle rovine l’Islam politico iniziò a costruire i suoi disegni. E anche Israele cominciò a morire: sì, il trionfatore. Quello eroico dei pionieri, degli irriducibili sopravvissuti fondatori di uno Stato, nel momento della vittoria, come spesso il ghigno della Storia decide, raggiunsero l’apogeo e iniziarono il declino.

Israele invincibile peccò della greca hybris, l’arroganza. Mezzo secolo fa Israele sconfisse alcuni Stati, la Siria l’Egitto la Giordania. Oggi combatte con Daesh, Hamas, Hezbollah, Al Nusra, gente che prescrive e dogmatizza, perseguita e punisce, dà degli esempi. Messi, investiti, scomunicatori, giustizieri: l’abiezione fanatica. Con gli Stati, seppure autocrazie spietate, si poteva trattare, fare la pace come è accaduto, faticosamente. Ma oggi?

Percorro luoghi delle guerre di ieri per capire le ragioni di quelle di oggi. Il tempo si vendica come si vendica di chi non riesce ad adoperarlo o lo usa per uccidersi. La guerra è purtroppo la cosa più semplice del mondo. Se non fosse così, se i soldati dovessero conservare a giustificarla un’ombra solo dei discorsi e delle polemiche, gli resterebbe in mente di aver patito il più grande sopruso, l’inganno più scellerato. Ma alla guerra si dimentica tutto.

Gli israeliani 50 anni fa, rialzando il capo dopo la mischia breve e crudele, guardando il Canale e l’Egitto davanti a loro, e il Muro di Gerusalemme riconquistato, e Damasco laggiù nella bruma calda a un passo dal monte Hermon, dissero: è finita. E invece le nazioni, vinte e vincitrici, hanno i loro fornitori di miserie e di illusioni e dopo quella vennero altre guerre, il ’73 il giorno più lungo di Israele, e Beirut, e ancora il Libano e l’intifada. La guerra così diventa un mestiere e una obbedienza.



Salgo dalla Galilea verso il Golan, sfioro il monte delle beatitudini e il lago di Tiberiade folgorato dalla luce sciancata dell’alba. Il Golan è paese proprio alla guerra. Non ci sono distrazioni di cieli, albe e tramonti vi sono lenti, le acque se le bevono le rocce e i calcari, le quote si allineano per lungo e per largo guardate dalle nevi ormai minime del monte Hermon e dalla rocca crociata di Nimrud, castello ariostesco tra boschi fitti e piantagioni.

È un paese che permette soltanto lontani orizzonti di pianura di mare e di montagne, privo di vicinanze. Quel che fa l’idea di andare sono le strade. Qui le strade spariscono alle svolte oppure lontane conducono a quei luoghi di orizzonte, borghi di cui si chiede il nome con cautela. Lì comincia il Libano laggiù è Siria qui la Galilea con la sua campagna sfruttata di tutti i suoi succhi. Paese adatto a viverci nelle pietre fino al mento e che nasconde due eserciti l’uno all’altro. Sembra fatto da dio con i sassi avanzati dalla fabbrica del mondo, mi ha detto un kibuzzin guardando soddisfatto l’opera sua che ha corretto e fecondato quella distratta di dio.


REUTERS
(Le alture del Golan nel 1967. Blindati dell’Idf, Israeli defence forces, sulle alture
del Golan conquistate all’esercito siriano)

«Il confine è a un passo» mi hanno avvertito, venti minuti a piedi e sei davanti alla Siria. E pure quando il dirupo finisce e mi affaccio sulla pianura siriana mi manca il respiro. La valle a perdita d’occhio ben spezzata di campi segnati e macchie di verde e di giallo, è piena di aria cruda, di estraneità e di sofferenza. In quello spazio stanno palesi le ragioni di una tragedia infinita. Sotto di me, li tocco, due villaggi con grida di bimbi e minareti. E poi, di colpo, in mezzo a un gregge, un uomo comincia a gridare e a fare segni verso di me, sì verso di me, agita uno straccio per richiamare l’attenzione, le sue parole arabe me le porta via il vento. Rispondo agitando la mano e allora lui grida grida con gioia e ripete, e stavolta lo sento, in inglese grazie grazie.


(Le alture del Golan oggi. Un carro Merkava israeliano sorveglia il confine con la Siria. Oggi la minaccia viene dall’Isis)

In quei villaggi, nel mistero che li avvolge, non c’è l’esercito siriano ma le sigle nere del califfato. Ogni tanto qualche colpo che scambiano con i soldati di Bashar Assad cade per errore nella zona controllata di Israele. Per sbaglio: non hanno tempo per occuparsi dei sionisti, devono regolare i conti tra loro. E forse il calcolo israeliano è questo e non so se sia segno di lungimiranza. Ogni guerra sosta di tanto in tanto. Il sole accolto risale e trabocca dai sassi del Golan. Colonne di blindati candidi, i mezzi della annosa missione

Onu di interposizione, risalgono le strade degli escursionisti e dei gitanti, salutano con larghi cenni chi accosta per lasciarli passare. Oltre questa frontiera di guerra sospesa è diventato indebito il mio contegno con gli uomini e le cose di questa parte di mondo. L’appello di quel pastore siriano oltre la griglia di questo confine di odio mi spoglia di guerra e di passione, anzi di umanità di qua e di là del fronte troppo stanca. Come loro non saprei dire cosa mi duole, come loro, ebrei e arabi, ho nella mia costituzione il dolore.

Appena dentro la frontiera dell’armistizio c’è il moshav, che è una versione addolcita del kibbuz, di Majdal Shams. Religiosi, anche se non ultra-ortodossi che ormai hanno in ostaggio la politica di Israele. Questa era Siria fino al ’67, l’unico confine dove la guerra non è mai finita con un accordo di pace. Ci aspetta Rifka, Rebecca, che è arrivata bambina da Parigi. E ha vissuto prima in una colonia a Hebron, terra dura e feroce di scontro.

Mi parla con entusiasmo goloso del fatto che sta per iniziare la raccolta delle fragole, la stagione è buona e ricca, e dice che non lascerà mai questo posto perché qui può ascoltare gli uccelli e il vento. E capisci che non potrebbe mai accettare la relegazione in un altro posto che la escluda dalla cornice dei frutteti, dei poggi e delle casette del moshav con il suo rifugio antibombe. Poiché ha compreso che quei contorni sono i soli, gli unici a poter racchiudere i suoi giorni futuri.

Ora pieghiamo di nuovo verso Ovest e questa è frontiera del Libano, che ormai per gli israeliani equivale a Hezbollah, il partito-esercito sciita. Siamo al punto 105, ogni sezione della frontiera è segnata per consentire in caso di infiltrazione ai soldati di intervenire più rapidamente. Solo qui ho sentito voci preoccupate, sguardi farsi attenti scrutando i villaggi sciiti sulle colline di fronte. Hezbollah è l’unico nemico di cui Israele ha rispetto, forse paura: più dell’Isis, più dei siriani.

Davanti a me c’è Marum Harash dove nel 2006 i combattimenti costarono a Israele molti inutili morti. Le montagne fitte di boschi impenetrabili sono come scalpate dalle scavatrici, affiorano ferite larghe, lingue di terra rossa e nuda al sole. Non sono cave o disboscamenti. Israele scoperchia gli angoli morti della frontiera dove possono passare gli uomini di Hezbollah senza essere scorti, li costringe al terreno aperto. Un muro anche questo, fatto di amputazioni e non di reticolati o blocchi di cemento.

Scendiamo di nuovo verso il mare, si sente la cadenza delle onde del Mediterraneo, delle onde che battono contro la Palestina come contro una parete, il bordo estremo della grande vasca d’acqua fra Europa Asia e Africa. Penso che non ci sia Paese al mondo lungo come Israele, lungo nel tempo intendo, non nello spazio. Non esiste Paese i cui lineamenti abbiano la lunghezza di tempo che va dalla nascita di Abramo alle biotecnologie. Lineamenti concreti limpidi vivi da toccare con il dito: vivo il vecchio Testamento con le sue valli coperte di erbe e di fiori, con le colline fitte di agrumeti e di viti; e viva la modernità più avanzata e audace.

Mi raccontano di un progetto di quindici miliardi di dollari per costruire l’auto robot, di ricerche per creare serre dove per risparmiare energia si scalderanno solo le radici delle piante e ahimè anche di nuovi carri armati e cannoni. Se il tempo è davvero una dimensione non esiste paese più esteso di Israele. Dove la fisica e la biologia fino alla partenogenesi convivono con chi vuole ricostruire il sinedrio e il terzo tempio di Salomone (spianando le moschee musulmane!).

Il deserto nasconde i fatti di guerra, il tempo fa alla memoria quello che gli anni fanno al vino. Nasconde i morti. La sabbia è gialla e monda, come la cenere, come la polvere antica. I morti son troppo lontani e vicini qui, al confine con Gaza e Hamas. Al kibbuz di Nirim oggi è iniziata la stagione dei bagni, ha aperto la piscina, incontri ragazzi forti. Come tutti i contadini del mondo hanno il viso bruno, meta carne e metà cuoio, lo sguardo duro, le mani nodose, come tutti i contadini del mondo parlano con frasi corte secche e hanno risate profonde.

Adel, americana, fragile e antica, con un gran cappello di paglia contro il sole mi racconta la regola dei dieci secondi: il tempo in cui bisogna esser pronti a fuggire, in caso di allarme per il lancio di razzi di Hamas, nella stanza blindata di casa o rannicchiarsi a terra come le mani serrate attorno ala testa. Sono gesti che conosco, come conosco luoghi dove le vittime non hanno nemmeno la possibilità dei dieci secondi perché nessuno farà mai suonare la sirena o un appello sul telefonino. Gaza è lì, appena oltre il reticolato e i campi di grano: due minareti come matite verdi puntate verso il cielo. Gaza con i suoi ventimila combattenti ormai ben addestrati e armati, dove il radicalismo politico religioso si insinua e fa proseliti e non rispetta la tregua tacita con Israele: la prova di come la guerra di 50 anni fa non risolse nessun problema.

Sui confini Israele dei pionieri che esportavano il comunismo, un comunismo puramente empirico al di fuori di ogni enunciato razionale, anche se le punte di collettivismo integrale sono state uccise dal tempo, pare ancora vitale. Giovani famiglie,a decine, fanno domanda per venire nel kibbuz. Nel resto del Paese, invece, ho l’impressione di una sorta di smobilitazione dell’animo degli ebrei in Israele: alla fine della loro alta tensione. Non so quanto sia giusto rimproverarli per non essere rimasti se stessi come avremmo voluto, quelli della epopea del 1948, quelli che abbiamo ammirato increduli nel ’67: rimproverarli per l’arroganza, per aver scambiato la potenza per virtù.

In fondo la perdita della loro eccezionalità per forza maggiore, al loro ingresso nella media di virtù e difetti comuni a tutti i popoli che hanno una patria, è inevitabile. Il male di cui soffrono, la mediocrità della classe politica rispetto alla vivacità della società e alla grandezza dei problemi, è il difetto di tutto quello che un tempo chiamavamo Occidente.

Adele, che mi racconta come è sopravvissuta ai razzi, aggiunge: «Perché dovrei odiare i palestinesi? Non sono miei nemici sono miei fratelli». L’eterna, splendida ragionevolezza delle minoranze che sono ahimè! minoranze. Se devii dalla autostrada che porta al Mar Morto verso il tranquillo confine giordano in pochi minuti arrivi alla tomba di Ben Gurion, sul ciglio di una montagna che guarda il deserto. Gazzelle brucano l’erba senza paura, un battaglione di giovani soldati seduti all’ombra ascolta la lezione di storia del suo ufficiale.

Tagliato dal sole a picco il paesaggio offre il fascino triplo della bellezza, del mistero e della minaccia. Forse qui si comprende che la forza di questo popolo, con i suoi innumerevoli errori, è in questa pazienza inesauribile, tessuta, intrecciata nel corso dei secoli con il destino nemico, le sue ombre, il suo frastuono che ritmano l’esistenza. Una pazienza di cui nessuno è riuscito ad avere ragione, che niente ha potuto incrinare. Sanno soffrire come nessun popolo ha sofferto e sanno sperare contro ogni speranza. 

Urss, vita quotidiana ai tempi di Stalin: le foto (a colori) mai viste

corriere.it
di Beatrice Montini

Tornano alla luce gli scatti degli anni ‘50 di Martin Manhoff, un militare Usa che prestava servizio nell’ambasciata a Mosca e fu espulso dal Paese per sospetto spionaggio

Da Mosca a Yalta

Da Mosca a Yalta

Martin Manhoff era un militare statunitense di servizio nell’ambasciata Usa a Mosca tra il 1952 e il 1954. Poi fu espulso dal Paese per sospetto spionaggio. Durante i due anni in cui rimase in Urss realizzò decine di scatti fotografici che raccontano la vita quotidiana dietro la «Cortina di ferro» passando anche attraverso la morte di Stalin, nel 1953, con i solenni funerali che ne seguirono. Mosca, Leningrado, Yalta: sono le città dove Manhoff ha realizzato la maggior parte delle foto. Gli scatti (e anche alcuni video), rimasti nascosti fino ad oggi, sono stati diffusi dallo storico statunitense Douglas Smith. Questa immagine è stata ripresa dal finestrino di un treno in una località non nota

In Crimea

In Crimea

Quando l’Unione Sovietica, dopo la morte di Stalin, aprì ai visitatori alcune zone prima non accessibili, Martin Manhoff e sua moglie, Jan, iniziarono a viaggiare per i vari territori dell’Urss documentando colori, persone, luoghi mai visti prima. Questa è una delle immagini scattate da Manhoff a Yalta, in Crimea


Il mercato di Yalta, in una delle foto scattate da Manhoff
 

Persone in coda davanti a una drogheria in una località non specificata

In auto sulla piazza Rossa

In auto sulla piazza Rossa

Quando Manhoff lasciò Mosca nel 1954, tra le accuse di spionaggio, portò con sé diverse bobine di film in 16 millimetri e centinaia di diapositive a colori e di negativi scattate durante i suoi viaggi in Urss. Ma dopo il suo ritorno negli Stati Uniti, queste rarissime immagini sono state dimenticate e sono rimaste sepolte in decine di scatole di cartone in un ex negozio di carrozzerie fino alla loro scoperta da parte di uno storico di Seattle. Questo è una delle immagini della Piazza Rossa, a Mosca, scattata dall’auto di Manhoff

Per le strade di Mosca

Per le strade di Mosca

La maggior parte degli scatti di Manhoff riguardano la città di Mosca dove l’ufficiale viveva insieme alla moglie. Le foto raccontano immagini di vita quotidiana ma anche di eventi particolari, compreso il funerale di Stalin. Qui una manifestazione in una piazza di Mosca



L’Ufficio telegrafico centrale di Mosca



Molte le immagini di vita quotidiana scattate a Mosca. Come questa di una famiglia seduta a un chiosco davanti allo zoo cittadino
 


Un gruppo di donne-spazzino con le scope sulla Piazza Rossa



Relax domenicale sulla Piazza Rossa per le famiglie: questa zona delle scalinate adesso non è più accessibile

Tassi troppo alti e costi nascosti, le trappole della cessione del quinto

lastampa.it
sandra riccio

Il 70% dei ricorsi all’Arbitro bancario è sui prestiti legati a una quota dello stipendio


20per cento: è l’interesse reale che può arrivare a pagare il cliente tenendo conto di tutte le voci

La crisi ha spinto sempre più famiglie a chiedere prestiti anche per le spese più piccole. Molte si sono rivolte alla Cessione del quinto dello stipendio (o della pensione). Si tratta di una forma di finanziamento dedicata ai dipendenti, in particolare ai dipendenti statali. La rata viene scalata direttamente dalla busta paga (o dalla pensione) e a garantire è il datore di lavoro. La formula, che di fatto è a rischio zero per chi concede il credito, piace molto alle banche.

Nonostante la bassissima rischiosità, il cliente però finisce per pagare interessi alti, con picchi che arrivano a superare addirittura il 20% per il tasso reale. Per le famiglie la Cessione finisce così per diventare un terreno minato. A testimoniarlo è la valanga di ricorsi che ogni anno arriva davanti all’Arbitro bancario e finanziario. Nel 2015 i ricorsi sulla Cessione del quinto sono stati il 54% dei contenziosi complessivi. Nel 2016 sono saliti al 70%. Banca d’Italia è intervenuta diverse volte. E sulla Cessione del quinto è atteso un nuovo suo intervento che dovrebbe dettare delle linee guida più virtuose per banche e finanziarie.

Ma quali sono i guai più frequenti? Una delle «trappola» che si presenta più spesso è quella sulle polizze assicurative – racconta Alessandro Pontremoli, avvocato di Assoprotect, associazione a tutela dei consumatori -. Possono far lievitare il tasso d’interesse reale anche sopra le due cifre». In pratica, al cliente viene fatta sottoscrivere un’assicurazione che tutela da rischi vita e impiego. Alcune volte queste polizze arrivano a cifre esorbitanti, anche 5mila euro su un prestito da 20mila. In questo modo, il tasso d’interesse reale, da pagare effettivamente, sarà molto più alto di quello scritto sul contratto e che non conteggia queste spese così dette accessorie.

Banca d’Italia in realtà già nel 2010 aveva messo dei paletti a questa pratica ma non sempre sono stati rispettati. Ora una sentenza della Cassazione dello scorso aprile potrebbe mettere definitivamente un freno a questo modo di operare. Il giudice ha, infatti, stabilito che l’assicurazione rileva al fine del calcolo del tasso effettivo (Taeg o Teg). «Si tratta di una sentenza che è retroattiva e che quindi potrebbe tirare in ballo contratti degli anni passati perché la legge che recepisce questi principi è del 1996» dice Pontremoli.

Un altro caso frequente riguarda l’estinzione anticipata del prestito e la polizza. La giurisprudenza, quasi sempre, dice che la parte del premio non goduta va restituita. Banche e finanziarie molte volte non si muovono in questa direzione. C’è poi la giungla di provvigioni e di commissioni di intermediazione. Poco trasparenti e davvero molto esose. Anche queste, molte volte, non vengono conteggiate nel tasso d’interesse proposto.

Alla fine il prestito verrà a costare molto di più di quello che il cliente si aspettava. Per fare un esempio con un caso reale portato di fronte all’Arbitro bancario: per 10.816 euro di prestito, il cliente che ha fatto ricorso si era trovato a restituirne 24.360 in tutto. In questi 24.360 euro erano compresi: 4000 euro di commissioni cessionario, 1400 di commissioni per il mediatore creditizio e 2250 euro di polizza (il Tan era bassino: 5,6% ed è probabilmente quello che ha convinto il cliente alla firma, il Taeg invece arrivava al 21%).

Quindi prima di firmare il contratto vanno lette sempre bene tutte le clausole e tutte le voci di costo del finanziamento, che può finire per essere molto alto, in media 15-20% con punte al 25%, a seguito delle voci accessorie. Inoltre, bisogna sempre valutare la sostenibilità dell’importo. «Abbiamo seguito alcuni casi di Cessione del quinto che presentavano rate superiori l’ammontare dello stipendio - racconta Libero Giulietti, legale Aduc -. Il rischio per le famiglie è di finire nel sovraindebitamento e in guai più grandi». 

lunedì 29 maggio 2017

«Clandestina» in fabbrica. È giallo sulla figlia del Che

ilcorriere.it
di Giampiero Rossi

Incontro alla ex Alstom Power anche se gli operai smentiscono Il polo produttivo Ministero, Regione e Comune di Sesto studiano incentivi per gli acquirenti

Aleida Guevara, figlia del Che
Aleida Guevara, figlia del Che

Il padre - e che padre - si è mosso tante volte in clandestinità. Si chiamava Ernesto «Che» Guevara. Mezzo secolo dopo l’ultima missione in Bolivia (dove, appunto, era entrato di nascosto), a sua figlia Aleida viene organizzata una visita di solidarietà ai lavoratori della ex Alstom Power di Sesto San Giovanni che rimane avvolta in una fitta coltre di «mistero» e silenzi protettivi.

Aleida Guevara March, 56 anni, primogenita del rivoluzionario argentino ucciso nel 1967, sta girando per l’Italia ospite dei circoli «Amicizia Italia-Cuba». Venerdì sera ha fatto tappa a Sesto, dove è stato diffuso un volantino che annunciava anche la sua visita e il pranzo nello stabilimento di via Edison 50, da otto mesi presidiato notte e giorno da una cinquantina di lavoratori che contestano la smobilitazione del sito che produce generatori industriali decisa dalla General Electric pochi mesi dopo averlo acquistato.

Facile intuire l’entusiasmo degli operai: quando ti aggrappi alla fabbrica come ultima speranza per salvare il tuo posto di lavoro, ogni solidarietà, ogni segnale di vicinanza, ogni motivo di attenzione mediatica è prezioso. Ma «Quel» cognome porta con sé qualcosa in più, e l’idea che quella signora sia la diretta discendente del rivoluzionario argentino diventato icona immortale non lascia per niente indifferenti nemmeno uomini e donne del sindacato.

Tuttavia quando arriva il momento dell’incontro, verso mezzogiorno di ieri, succede qualcosa di strano. Davanti all’ingresso dello stabilimento c’è un piccolo schieramento di occupanti: non per ricevere gli ospiti, bensì per allontanare i giornalisti. Un’anomalia. Tra Natale, Capodanno, Pasqua e Primo maggio diversi rappresentanti delle istituzioni, della cultura, della politica e del sindacato si sono fermati a mangiare insieme agli occupanti e ogni volta - ovviamente - i lavoratori sono stati ben contenti dell’attenzione mediatica. Anzi, già tutto è pronto anche per farsi notare oggi al passaggio dell’ultima tappa del Giro d’Italia, a cento metri dal cancello. Ma per la visita di Aleida Guevara le cose vanno diversamente.

Perché? Sussurri molto accorti spiegano che nel frattempo sarebbe affiorata una non meglio precisata questione di «opportunità» legata al fatto che la signora viaggia con un passaporto diplomatico cubano. Forse nell’era Trump la solidarietà di un cubano con chi contesta una multinazionale statunitense può essere considerata un atto ostile? Sta di fatto che - non senza imbarazzi e qualche falla - la cortina di ferro è scattata. «Non c’è nessuno», «è stata annullata», dicono gli operai trattenendo a fatica i sorrisi. Poi arriva una chiamata e tutti si affrettano a rientrare nel capannone occupato: inizia il pranzo. Spartano ma di qualità: insalata di riso e mozzarella di bufala, un bicchiere di vino.

Poi inizia il corteo delle auto in uscita. Impossibile individuare su quale viaggi la figlia del Che, ma nel frattempo è il sindaco di Sesto San Giovanni, Monica Chittò, a parlare del «segnale importante di questa visita, che riporta l’attenzione sulla battaglia di questi lavoratori e sugli atteggiamenti di certe multinazionali». In effetti qualcosa si è mosso: il tavolo ministeriale ha deciso di avviare un lavoro sul territorio, Comune e Regione studieranno ulteriori incentivi per chi vorrà rilevare lo stabilimento, che l’advisor ha valutato positivamente anche sotto il profilo ambientale.

Ma dov’è Aleida Guevara ? «È a Bologna», assicura Pierfranco Arrigoni di Italia-Cuba. Nemmeno mezz’ora e la signora compare a Cinisello Balsamo per concludere questo suo sabato a «Stalingrado» protetto da un cordone di silenzio degno d’altre epoche. E anche i lavoratori della ex Alstom - che non hanno potuto cogliere l’occasione per dare voce e visibilità alla loro lotta - da ieri possono dire di aver di fatto partecipato a una missione sotto copertura di Guevara.

Hamas mette al bando le passeggiate con i cani nella Striscia di Gaza “per proteggere donne e bambini”

lastampa.it
fulvio cerutti



Il gruppo militare Hamas, Movimento Islamico di Resistenza, ha vietato alle persone di passeggiare con i loro cani nella Striscia di Gaza. «Nelle ultime settimane molti giovani sono stati visti passeggiare con i loro cani - spiega al The Telegraph Ayman al-Batniji, un portavoce della polizia -. Non è un problema culturale, non odiamo i cani anzi li usiamo anche nel nostro lavoro, il divieto è solo per proteggere le nostre donne e i nostri figli». I proprietari sono autorizzati a passeggiare con i loro cani solo nei loro campi e non nelle aree comuni come spiagge e mercati.



Al-Batniji aggiunge che non sono state previste multe, le persone devono solo firmare un documento nel quale dichiarano di non aver intenzione di passeggiare con il proprio cane. Anche se non sono state comunicate ufficialmente sanzioni o altro per chi non rispetta il divieto, i proprietari di cani temono che i loro cani possano essere confiscati, in particolare nel caso di Pastori Tedeschi e altri cani che possono tornare utili alla polizia.



Sebbene spesso i cani vengano considerati animali impuri da alcune società musulmane, nella Striscia di Gaza negli ultimi anni molte famiglie hanno iniziato ad avere un cane: l’altro tasso di disoccupazione, la mancanza di elettricità che non permette di guardare la televisione, usare smartphone o computer, ha spinto le persone a prendersi un cane come forma di distrazione, spesso uno modo per trovare lo stimolo per uscire di casa e non cadere in depressione.

Imad Morad, uno dei più noti veterinari di Gaza spiega al Telegraph come, dopo l’annuncio del bando, molti proprietari si siano rivolti a lui preoccupati per i loro quattrozampe: da quando non vengono più portati a passeggio, molti sono caduti in uno stato letargico che sembra essere molto simile alla depressione. 

Francia, vandalo rompe la croce sulla tomba del generale Charles De Gaulle

lastampa.it

È seppellito a Colombey-les-deux-Eglises, nell’Alta Marna, un villaggio nel quale aveva una proprietà



Un vandalo ha rotto ieri pomeriggio, nel giorno in cui in Francia si festeggiava la Giornata Nazionale della resistenza, la croce sulla tomba del generale Charles De Gaulle, a Colombey-les-deux-Eglises, nell’Alta Marna.

La telecamera che monitora la tomba 24 ore su 24 ha registrato le immagini di un uomo che è saltato sulla tomba e ha dato due calci alla base della croce di marmo bianco alta un metro e cinquanta, facendola cadere, senza riuscire però a danneggiare la tomba. Alla sua morte, nel 1970, De Gaulle è stato seppellito a Colombey-les-deux-Eglises, un villaggio nel quale aveva una proprietà. Il generale riposa accanto alla moglie Yvonne e alla figlia Anne.

Colpo ai furbi dell'accoglienza: dovranno giustificare ogni euro

ilgiornale.it
Jacopo Granzotto - Dom, 28/05/2017 - 08:12

Passa l'emendamento Fdi che impone rendiconti dettagliati. Una mazzata al business delle cooperative

Dalla finanza creativa al rendiconto scontrino per scontrino. Si restringono gli orizzonti per le cooperative che tanto si prodigano per accogliere i migranti. Fino a ieri niente fatture, niente dettaglio di spese, nulla da dichiarare sui circa 35 euro al giorno ricevuti dallo Stato per migrante.

La partita contro il business dell'immigrazione segna una vittoria per il centrodestra che ora dovrà essere ratificata dai due rami del Parlamento. La commissione Bilancio della Camera ha, infatti, approvato un emendamento alla manovra proposto da Fratelli d'Italia che obbligherà le cooperative a giustificare ogni euro speso per l'accoglienza. Si legge nell'emendamento: «Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono individuati gli obblighi per la certificazione delle modalità di utilizzo dei fondi di cui al presente articolo da parte dei soggetti aggiudicatari, attraverso la rendicontazione puntuale della spesa effettivamente sostenuta, mediante la presentazione di fatture quietanzate».

«Vittoria! - scrive Giorgia Meloni su Facebook - In Commissione Bilancio alla Camera è stata approvata, con un emendamento alla manovra, la nostra proposta taglia-business sull'immigrazione. Grazie a Fratelli d'Italia, le cooperative che si occupano dell'accoglienza degli immigrati saranno obbligate, da oggi, a giustificare ogni singolo euro che ricevono. Questo è un colpo mortale per chi pensava di poter lucrare sulla disperazione». E aggiunge: «Siamo stati i primi a denunciare che qualcosa non funzionava nel comportamento di alcune navi che chiaramente arrivano in acque libiche a raccogliere migranti. Siamo fieri che ci siano alcuni procuratori che hanno il coraggio di indagare, molto meno di un Governo che, invece di chiedere al procuratore di andare a fondo, si mette a insultare un procuratore».

A presentare la proposta è stato Giovanni Donzelli, coordinatore dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia. «Abbiamo raccolto lo spunto di alcune associazioni no-profit che si occupano in modo responsabile dell'accoglienza immigrati e mal sopportano, dunque, una normativa che premia i furbi e penalizza chi è trasparente, un sistema che fino a oggi ha consentito alle cooperative e agli altri soggetti di incassare fiumi di denaro pubblici senza il bisogno di rendicontazione. Questo ha prodotto un meccanismo senza scrupoli per lo sfruttamento della tratta degli esseri umani». Dopo l'approvazione finale in aula Donzelli garantirà vigilanza «affinché al provvedimento venga data concreta attuazione e per scongiurare ogni scappatoia».

Un provvedimento sempre boicottato dalla sinistra. Il capogruppo di Fratelli d'Italia Fabio Rampelli ha la memoria lunga: «Il nostro emendamento è stato approvato in commissione Bilancio alla faccia del Pd che lo ha sempre fatto bocciare in aula. Dopo tre anni di caparbie battaglie parlamentari regaliamo agli italiani questo significativo successo».

A Trieste arriva il “bonus animali” per i proprietari in difficoltà

lastampa.it
carla reschia



Una “zampa” tesa a chi ama cani e gatti ma deve fare i conti con la crisi economica. Trieste, 22 mila cani e circa 21 mila gatti di proprietà censiti, più innumerevoli colonie feline, vara provvedimenti sociali di avanguardia per andare incontro ai meno abbienti e ai pensionati che posseggono i cosiddetti animali d’affezione. E’ stata annunciata infatti una serie di misure coordinate tra il Comune e le associazioni animaliste per sostenere economicamente i proprietari o gli adottanti: bonus per le spese veterinarie, forniture gratuite di croccantini, contributi una tantum assegnati a chi fa uscire dal canile un animale anziano.

Il Comune ha già organizzato attraverso l’Ufficio Zoofilo Comunale una distribuzione di buoni riservati agli anziani con la pensione minima, ai cassintegrati e ai cittadini con Isee pari a zero. Presentati alla sede dell’Enpa, danno diritto a cure mediche e vaccinazioni gratuite per cani e gatti. Il fondo municipale non è abbondante, il budget è di cinquemila euro, ma viene periodicamente rifinanziato e fin qui ha permesso di ricoprire tutte le richieste. L’Enpa stesso, d’altra parte, è un punto di riferimento perché accoglie e cura ogni tipo di animale: conigli, cavie, criceti e uccellini. 



Indipendentemente dal reddito, i residenti nel comune di Trieste che abbiano compiuto i 65 anni d’età e in possesso della Carta d’argento - attraverso la quale l’assessorato alle Politiche sociali consente di accedere ad una serie di sconti e agevolazioni in catene della grande distribuzione, esercizi commerciali, studi professionali e altri servizi -, hanno diritto anche ad uno sconto dal 5 al 15% negli studi veterinari convenzionati. 

Infine, c’è un contributo mensile di 50 euro per chi adotta un cane “anziano - ma non così decrepito, basta che abbia più di 7 anni di età - da una delle strutture convenzionate. Quest’ultimo provvedimento è in realtà un risparmio per l’amministrazione. Com’è noto, infatti, vengono adottati più facilmente cuccioli ed esemplari giovani, e poiché ogni cane costa in media quattro euro al giorno l’incentivo copre le minori spese e permette di aiutare a trovare una casa anche ad animali meno ambiti.



C’è poi un’ulteriore iniziativa, di cui si occupa una onlus, il Banco italiano zoologico - Balzoo, sul modello del banco alimentare. Nei negozi specializzati vengono organizzate raccolte di cibo per cani e gatti, che poi viene distribuito gratuitamente ogni mese a chi ne ha bisogno. Unico requisito avere un modello Isee inferiore ai 6mila euro il cibo per il loro animale. L’obiettivo è aiutare chi per problemi economici non riesce più a mantenere il suo amico a quattrozampe che rischia così l’abbandono. In un numero crescente di Comuni italiani il “bonus cane”, cioè una forma di agevolazione per chi adotta cani dai rifugi cittadini, è rappresentato dall’elargizione di una somma o da uno sgravio fiscale sul pagamento della tassa rifiuti. 

2 x 1000 schedatura politica scandalosa

ilgiornale.it



Alle prese con la compilazione dei modelli della dichiarazione dei redditi ai contribuenti vengono poste delle domande precise, cui peraltro molti non rispondono. A chi destinare 8×1000, 5×1000 e 2×1000.

Concentriamoci sul 2×1000. L’Agenzia delle Entrate fornisce l’elenco dei partiti ammessi alla destinazione volontaria dei fondi. Accanto ai soliti noti apprendo dell’esistenza (mea culpa di ignoranza, ma mi domando quanti di voi li conoscono) dei seguenti partiti politici: Movimento Associativo Italiani all’Estero, Movimento La Puglia in Più, Stella Alpina e Unione Sudamericana Emigrati Italiani. Se sono nella lista avranno le carte a posto, ma davvero mi domando che tipo di attività politica facciano. Tra gli assenti colpisce l’assenza dei 5 Stelle che evidentemente preferiscono avere dei soldi direttamente dai cittadini senza la mediazione dello Stato (nella sua emanazione dell’Agenzia). Perchè di soldi di cittadini onesti si tratta (sono percentuali sull’IRPEF).

agenzia-entrate

La riflessione comunque è un’altra (e si, confesso, è pure una provocazione): possibile che nonostante tutte le cautele per tutelare la libertà di opinione politica e soprattutto il diritto alla privacy, lo Stato sia in grado di ricostruire con un buonissimo grado di approssimazione le preferenze di un contribuente? E’ infatti molto probabile che la scelta (quando fatta) di attribuire il proprio 2×1000 coincida con quello che si deposita nell’urna elettorale.
Possibile che non si trovi un altro modo?

Radio Padania spegne le frequenze. I giornalisti leghisti assunti in Regione Lombardia

lastampa.it
michele sasso

Cambia pelle l’emittente e va sul web



Cambia pelle l’emittente della Lega Nord. Dopo vent’anni di trasmissioni Radio Padania Libera spegne le frequenze in Fm, lasciando l’etere per trasformarsi in web radio. I suoi programmi (dieci ore di diretta al giorno) continueranno solo via Internet e grazie alla frequenza digitale in Dab e tramite applicazione per smartphone e tablet. 

Negli studi di via Bellerio ha iniziato nel 1999 la sua scalata anche il segretario Matteo Salvini prima di diventarne direttore. Quattro giornalisti e tre registi è quello che rimane della macchina mediatica voluta da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli: Tele Padania, chiusa nel 2014, contava tre giornalisti e tre tecnici mentre il quotidiano “La Padania” al momento di fermare le rotative, un anno dopo, aveva una ventina di dipendenti tra giornalisti e tipografi. 

Di questa truppa di giornalisti con il fazzoletto verde in dieci sono approdati alla Regione Lombardia grazie ad un contratto di consulenza o di collaborazione, senza insomma il concorso pubblico. Passione e fede leghista, stipendio da pubblica amministrazione. 

Il primo a passare da via Bellerio a Palazzo Lombardia è stato Roberto Fiorentini. Un passato da direttore di Tele Padania e prima ancora al quotidiano del Carroccio. Nel 2010 pochi mesi prima di diventare direttore di Lombardia Notizie, l’agenzia di informazione della Giunta regionale, è protagonista di un pasticcio brutto. Una troupe tv gira un servizio in un campo nomadi e viene presa a sassate. Fiorentini, in collegamento radiofonico commenta l’accaduto attribuendone la responsabilità a Gad Lerner, colpevole di «aver aizzato, in maniera anche violenta, alcune comunità rom contro la Lega». 

Massimiliano Ferrari è stato fondatore della tv di partito e direttore responsabile del Tg Nord. Espulso nel 2006 si è riavvicinato al movimento con l’elezione del governatore Roberto Maroni. Ed ecco arrivare la consulenza da Eupolis, la controllata per le ricerche e la statistica. E poi la scorsa estate chiamato dall’assessore al reddito di cittadinanza e inclusione sociale Francesca Brianza per la «risoluzione delle problematiche relative alla comunicazione internazionale legata al ruolo pro tempore dell’assessore alla carica di Presidente della Regio Insubrica».

Un incarico da 19.200 euro all’anno per una macro-regione che esiste solo sulla carta. Tra i nove giornalisti di Lombardia Notizie c’è anche Manuela Maffioli, a lungo portavoce di Ettore Adalberto Albertoni, ex membro del consiglio di amministrazione della Rai e membro laico del Consiglio superiore della Magistratura. Percorso inverso per l’ex redattore della Padania Fabrizio Carcano: due anni e mezzo all’agenzia di notizie regionale prima di trasferirsi a Roma e diventare portavoce del segretario della lega lombarda Paolo Grimoldi.

Un passato da giornalista di Tele Padania anche per Ilaria Tettamanti: entrata nella tv nel 2001 dove è rimasta per sette anni è ora approdata al gruppo consiliare della Lega per lo «studio ed analisi dei riflessi della fine del monopolio della comunicazione e realizzazione di documenti audiovisivi che sfruttano le potenzialità di internet». 

Paolo Guido Bassi è l’attuale presidente del municipio 4 di Milano, uno delle mini-giunte della metropoli. Passione leghista fin dal 1991, è stato con Salvini nel movimento dei giovani padani. All’indomani dell’elezione di Roberto Maroni a presidente ecco premiata la sua fedeltà con un contratto da giornalista di cinque anni a Lombardia Notizie. 

Stesso conflitto d’interesse di uomo politico con contratto da amministrazione pubblica di Igor Iezzi, un passato al quotidiano leghista prima della cassa integrazione. Vulcanico segretario milanese del Carroccio, consigliere comunale a Palazzo Marino e dall’estate 2015 piazzato nello staff dell’assessore allo sport, l’ex campione di canoa Antonio Rossi, con uno stipendio da circa duemila euro al mese.

Ecco come ha risposto alle critiche del Corriere della Sera: «Sono entrato nello staff dell’assessore Rossi e allora? Mi occuperò di comunicazione, settore per il quale mi sembra di avere un curriculum del tutto adeguato. Non c’è nessuno scandalo e nessun imbarazzo». Un “cursus honorum” tutto incentrato tra i muri di via Bellerio quello di Stefano Bolognini. Prima di fede maronita oggi salviniano di ferro, dopo una parentesi alla Provincia di Milano come assessore alla sicurezza e sfumata l’elezione al parlamentino lombardo è entrato nello staff dell’assessore regionale Simona Bordonali. 

Dal Pirellone è passato anche il il fondatore dell’associazione Lombardia-Russia Gianluca Savoini. Leghista della prima ora e appassionato di geopolitica, sale sul carro del segretario dopo essere stato scaricato da Bobo Maroni di cui è stato portavoce. Ex collaboratore della Padania, ex capoufficio stampa del parlamentino lombardo, è il regista della svolta “putinista” di Salvini che lo ha piazzato come vicepresidente nel comitato regionale per le comunicazioni.

Nella selva di 105 incarichi a tempo determinato «a supporto degli organi di indirizzo politico» del Pirellone si trovano anche leghisti duri e puri come Leo Siegel, un passato nell’Msi, ex conduttore di Radio Padania, più volte eletto per la Lega alle amministrative oltre che mister della nazionale di calcio padana. Per due anni uno stipendio da 36 mila euro per attività «di promozione attraverso il coinvolgimento di famiglie,