martedì 23 maggio 2017

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

repubblica.it

Prezzo molto inferiore alle attese. A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, l'aspettativa si è normalizzata", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste

Leggendario computer Apple I venduto a soli 110.000 euro

BERLINO - Un esemplare del leggendario Apple I, il primo pc creato nell'aprile del 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak, che solo dieci giorni prima avevano fondato in un garage Apple Computer, è stato venduto all'asta in Germania per soli 110.000 euro, un prezzo molto inferiore alle attese.

A cinque anni dalla morte di Steve Jobs, "l'+hype+, l'eccesso di aspettativa, si è normalizzato", ha commentato Uwe Breker, il proprietario della casa d'aste che ha organizzato a Colonia la vendita del vecchio computer, un vero e proprio oggetto di culto diventato ormai praticamente introvabile. L'ultima vendita di un Apple I risale al 2013, quando venne ceduto per 560mila euro dalla stessa casa Breker, che stavolta, pur presentando un pc perfettamente funzionante, accompagnato da regolare fattura, libretto di istruzioni e attestati di proprietà, ha molto ammorbidito le sue richieste, prevedendo una forchetta iniziale tra i 180.000 e i 300.000 euro.

La storia dell'Apple I è ormai diventata leggenda poiché dalla progettazione di quel pc è nata un'azienda che ha rivoluzionato il mondo. L'idea non fu di Jobs, ma del suo compagno di studi e futuro socio Wozniak il quale, fin dal 1975, si era messo in testa di costruire un computer economico, assemblandolo con pezzi di varia provenienza. Un anno dopo finalmente ci riuscì avendo comprato, a un prezzo più basso di quello di mercato, un processore e avendo incontrato Jobs, tecnicamente meno bravo di lui ma dotato di gusto, tenacia e senso degli affari. Fu proprio il giovane Steve, appena 21enne, a procurarsi una commissione di 50 pezzi del preistorico pc da parte un piccolo negozio di informatica.

Nacque così Apple I che all'epoca costava 666,66 dollari, era collegabile a una tv  e aveva già il logo della mela morsicata. Nel '77 i due giovani lanciarono l'Apple II, più completo, dotato di testiera e grafica a colori e cambiano la storia dell'informatica. L'Apple I nel frattempo diventava un pezzo di antiquariato, nel mondo ce ne sono solo 8 ancora funzionanti e uno di questi rari esemplari venne comprato da John Dryder, un ingegnere californiano. "All'epoca - racconta oggi Dryden - quell'acquisto rappresentava una delle prime occasioni di possedere un vero pc. Io avevo lavorato con dei computer ma erano enormi, con gigantesche unità centrali.

E' stata dura decidere di metterlo all'asta - aggiunge - ma il momento è venuto... Sì, funziona ancora". Nel 1976 furono 200 gli Apple I messi in vendita da Steve Jobs e Steve Wozniak. L'acquirente dell'esemplare messo all'asta a Colonia è un ingegnere renano, che già possiede diversi computer d'antiquariato.

Cinque luoghi comuni sulla Grande Guerra e sul Regio Esercito

lastampa.it
andrea cionci


Dipinto di Armando Marchegiani

Ufficiali ottusi e incompetenti che mandavano inutilmente a morire i loro uomini; diserzioni di massa e fucilazioni spietate; Caporetto archetipo universale della disfatta … Sono diversi i luoghi comuni sulla Grande Guerra oggi sedimentati nella coscienza collettiva. Tuttavia, ad un’analisi attenta dei dati e dei documenti, emerge una realtà più complessa, in certi casi del tutto opposta e, di sicuro, meno pessimisticamente oleografica. In pochi sanno, ad esempio, che l’Esercito italiano, fu l’unico, tra quelli dell’Intesa, a rimanere costantemente all’offensiva fin dall’inizio della guerra. Ancor meno noto, il fatto che produsse le maggiori conquiste territoriali, così come si ignora che i Caduti italiani furono meno di quelli francesi, russi, inglesi, tedeschi, austro-ungheresi e ottomani.
Le origini di una vulgata storica
«Il cinema è l’arma più forte» recitava un motto del Ventennio, scolpito a lettere cubitali sulla facciata degli studi di Cinecittà. Paradossale è notare che proprio il cinema, negli anni ’70, avrebbe fatto a brandelli la visione eroica di una delle pagine di storia italiana cavalcata con più entusiasmo dalla propaganda fascista: la Prima Guerra mondiale, la guerra vinta. 


Uomini contro» (1970) del regista Francesco Rosi

Un film su tutti: «Uomini contro» (1970) del regista iscritto al PCI e dichiaratamente antimilitarista Francesco Rosi che, a sua volta, riportò su pellicola il romanzo «Un anno sull’altipiano» di Emilio Lussu. Questo scrittore era un fiero antifascista che aveva combattuto valorosamente nella bgt. Sassari durante la Grande Guerra, fino a raggiungere il grado di capitano. 


Emilio Lussu autore di “Un anno sull’altipiano”

Fondatore del Partito Sardo d’Azione (socialismo liberale) durante il Ventennio, fu mandato al confino a Lipari, da dove evase nel 1929. Nel 1936 prese parte alla Guerra civile spagnola, nel fronte antifranchista e, dopo l’8 settembre ’43, passò nelle file della Resistenza. Fu proprio nel ’36, al ritorno dalla Spagna, che - dietro invito del socialista Gaetano Salvemini - scrisse il suo libro più famoso. Non un diario di guerra scritto a caldo, dunque, ma un romanzo steso ben 18 anni dopo la fine del conflitto. Per stessa ammissione dell’autore, era un testamento politico scritto in aspra contestazione della guerra d’Etiopia voluta dal regime fascista.

Ecco, quindi, spiegate le numerose incongruenze nel testo che gli storici Paolo Pozzato e Giovanni Nicolli hanno evidenziato nel loro volume «Mito e antimito». «Una delle più evidenti trasformazioni ideologiche di Lussu – spiega Pozzato – si trova all’interno dell’episodio in cui un generale fa affacciare, al posto suo, ad una pericolosa feritoia, un soldato che viene immediatamente abbattuto dal nemico. L’episodio – così come viene narrato – non è mai accaduto, dato che, come risulta dai dati incrociati dei memoriali della Sassari, quella feritoia fu chiusa non appena si comprese che era pericolosa».

Facendo salvo il loro valore artistico, «Un anno sull’altipiano» e la sua trasposizione cinematografica «Uomini contro» restituiscono, in buona parte, un “condensato di atrocità” permeato da una visione emotiva e dai chiari intenti propagandistici, piuttosto che un panorama (anche statisticamente) obiettivo di ciò che fu la Grande Guerra per i soldati italiani.


Fucilazione dei disertori nel film «Uomini contro»

La questione dei disertori
Ad esempio, se, nel film, le scene relative ai disertori fucilati commuovono chiunque, è anche necessario sottolineare che le condanne emesse dai tribunali militari, stando ai numeri ufficiali, furono appena 750 su circa 5 milioni di uomini in armi, un dato che rivela il basso tasso di criminalità dell’Esercito Italiano. Fra queste condanne capitali, oltre alle imputazioni relative alla codardia di fronte al nemico, ve ne furono anche altre per crimini comuni. “

«Per quanto riguarda i fucilati spiega Davide Zendri, del Museo Storico Italiano della Guerra di Trento - il nostro istituto ha promosso un convegno, di cui sono usciti gli atti quest’anno. I soldati del Regio Esercito, nella stragrande maggioranza dei casi fecero sempre il loro dovere. Quanto alle condanne capitali, in altri eserciti alleati, come in quello francese, se ne comminarono grossomodo altrettante».

E’ pur vero che nel Regio esercito vigeva una severa disciplina, ma questo era dovuto a fattori che ne imponevano necessariamente l’adozione considerando il pericolo mortale che correva il Regno d’Italia, non solo per la guerra, ma anche perché il Paese, da poco unificato, era percorso da fermenti socialisti che ne minavano la coesione. Inoltre, il basso livello socio-culturale della truppa, formata per la maggior parte da contadini (che pure furono alfabetizzati dalle scuole reggimentali) richiedeva l’applicazione di regole chiarissime, con sanzioni dal forte potere deterrente. 

Una recente proposta di legge presentata da Gian Piero Scanu (Pd) intende riabilitare la memoria dei soldati fucilati per diserzione. Daniele Ravenna, consigliere di Stato e membro del Comitato di tutela per il patrimonio storico della Grande guerra del Mibact, in luglio, è stato convocato per un’audizione consultiva dalla Commissione Difesa del Senato, che esaminava la proposta, già approvata dalla Camera. «La questione – sintetizza Ravenna - è stata già ampiamente discussa in Francia e in Gran Bretagna. 

In Francia, il Senato ha respinto una proposta analoga al testo Scanu, mentre oltre Manica è stato addirittura il Regno Unito a perdonare i fucilati, ribadendo, quindi, pur dopo un gesto di magnanimità, la piena legittimità di quelle condanne. A parte lo sbaglio giuridico (la riabilitazione può applicarsi solo a una persona viva), l’errore è quello di voler rileggere con gli occhiali di oggi eventi di un secolo fa, legati a una situazione sconvolgente, oggi inimmaginabile. Come possiamo comprendere noi il clima in cui si svolgevano quegli eventi e quei processi sommari?

Un clima nel quale si è chiesto a milioni di uomini di mettere in gioco la propria vita, in cui era diritto e dovere di ogni ufficiale passare personalmente per le armi - senza alcun processo - il soldato macchiatosi di gravi colpe in faccia al nemico, con l’incubo delle insubordinazioni e diserzioni che avrebbero potuto compromettere la sopravvivenza dell’intera macchina militare italiana. Quanti, di quei 750 fucilati di cui abbiamo i documenti, erano, poi, colpevoli di reati gravissimi? Quanti hanno semplicemente ceduto a una umanissima paura, che però in quei momenti era una colpa altrettanto grave?» 

Uno degli argomenti utilizzati per respingere tali proposte di legge, all’estero, è stato anche quello secondo cui la parificazione dell’onore dei disertori con quello di chi, al contrario, dimostrò coraggio e abnegazione per la Patria, avrebbe creato un’evidente sperequazione.


Il generale Luigi Cadorna

Il famigerato Libretto rosso
Un’altra serie di cliché riguarda il generale Luigi Cadorna, maresciallo d’Italia e Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dal luglio del ’14 al novembre del ’17. L’accusa che generalmente gli viene rivolta è quella di aver mandato i nostri soldati al massacro, utilizzando tattiche militari ormai obsolete. Spiega il Col. Cristiano Dechigi, capo dell’Ufficio Storico dell’Esercito: «Quella che è passata alla storia col nome di “libretto rosso” era un’istruzione generica diramata dal Gen. Cadorna nel 1915 dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”. Conteneva dei precetti estremamente moderni e adeguati al combattimento di trincea che non si discostavano da quanto praticato negli altri eserciti dell’Intesa e degli Imperi Centrali. 



Il punto è che il dispiegamento delle trincee nemiche, nella maggior parte dei casi, non poteva prevedere altro che attacchi frontali, preceduti da bombardamenti di artiglieria volti a neutralizzare le difese avversarie, in un punto specifico, nel quale far poi irrompere la fanteria. In molti criticano l’attacco frontale, ma in pochi spiegano come si sarebbe potuto fare diversamente! 

Nelle disposizioni di Cadorna si percepisce una logica attenzione alla protezione dei fanti, che dovevano avvicinarsi ai trinceramenti nemici il più possibile al coperto, magari di notte, scavando trincee o, perfino, tunnel. Il fallimento delle offensive italiane nel 1915 fu dovuto in gran parte alla penuria di artiglierie capaci di aprire varchi nei reticolati e distruggere le trincee avversarie, e non alla tattica dell’assalto frontale in sé».

Un generale incompreso?
In «Luigi Cadorna - Una biografia militare», Pierluigi Romeo di Colloredo spiega come il generale piemontese fu l’unico capo di stato maggiore alleato a ragionare in termini di «guerra di coalizione» cercando di coordinarsi con i suoi omologhi dell’Intesa che, pure, non lo amavano. Anche la figura di autocrate, fautore di una disciplina crudele ed ottusa, che gli è stata attribuita, viene ridimensionata da Colloredo sulla base della corrispondenza di Cadorna con il governo.

I suoi «siluramenti» di generali e colonnelli, anche se produssero un clima di apprensione fra gli ufficiali superiori e generali, furono in gran parte giustificati e voluti nell’obiettivo di salvare le operazioni – e di conseguenza i soldati - dalla gestione debole, o incompetente, da parte di comandanti non all’altezza. La sua fiera indipendenza dalla politica e la sua gestione accentratrice, non erano del tutto immotivate, anche ricordando la sua brutta esperienza avuta nella battaglia di Custoza dove il comando militare, suddiviso fra Vittorio Emanuele II e i generali Cialdini e La Marmora aveva portato alla disfatta. 

Cadorna dimostrò di sapersi plasmare alle necessità del campo di battaglia e a lui, comunque, si devono i successi del Regio Esercito fino al ’17 con perdite, come già evidenziato, inferiori a quelle di ben sei tra le principali nazioni belligeranti. «Dapprima, la sua guerra d’assedio – continua il Col. Dechigi – riuscì vincente nel corso della sesta battaglia dell’Isonzo che portò alla conquista di Gorizia e del San Michele. Nel 1916, Cadorna cambiò nuovamente tattica: ordinò l’interruzione degli attacchi dopo i primi assalti ed il consolidamento del terreno conquistato, senza spingere oltre i reparti od insistere in attacchi già falliti. Nel 1917, allo scopo di ottenere un maggiore capacità di penetrazione nelle trincee nemiche, Cadorna acconsentì alla creazione dei primi reparti d’assalto, presto e meglio noti come Arditi». 


Caporetto, Le truppe tedesche avanzano lungo la valle dell’Isonzo

Le Caporetto degli altri e una nuova ipotesi
Anche la leggenda di un Capo di Stato Maggiore sorpreso dagli avvenimenti e incredulo circa l’offensiva nemica a Caporetto viene del tutto sfatata dallo studio fatto preparare dallo stesso Cadorna già nel giugno 1917 in previsione di un eventuale ripiegamento sul Piave. Il Generale applicò prontamente il suo “piano B” dopo Caporetto, salvando l’esercito e vincendo la battaglia di contrattacco con pochissime perdite. 

Si ricordi che furono solo la 2ª Armata ed il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia, ad essere coinvolti nel disastro; le altre Armate (1ª, 3ª e 4ª) tennero molto bene e si deve a loro la vittoria nella battaglia d’arresto del novembre-dicembre 1917 che salvò l’Italia e l’Intesa. Se, infatti, l’Italia, fosse uscita dal conflitto, tutte le forze austro-ungariche si sarebbero riversate sul fronte francese alterando in modo decisivo i rapporti di forze tra Tedeschi e Franco-britannici, a tutto vantaggio dei primi.
Caporetto è stata tramandata, forse con quel tipico masochismo culturale italiano, come il simbolo di tutte le sconfitte della Grande Guerra.

Deve essere comunque inquadrata nella situazione di crisi di quasi tutti gli alleati dell’Intesa del 1917 gettando un occhio anche alle ben più disastrose «Caporetto degli altri». In Francia, ad esempio, il fallimento dell’offensiva Nivelle dell’aprile-maggio 1917 debilitò il morale dell’esercito francese al punto tale che in ben 16 corpi d’armata si ebbero casi di ammutinamento; il paese cadde in una profonda depressione e il disfattismo e gli scandali dilagarono. La Russia, poi, addirittura, abbandonò la lotta a causa della Rivoluzione d’Ottobre. La crisi francese ed il dissolvimento dell’Impero zarista si ripercossero sull’Italia, che dovette sopportare in quell’anno il maggior peso della guerra. 

Una tesi piuttosto audace è stata avanzata da Tiziano Berté in «Caporetto: sconfitta o vittoria?» dove si sostiene la tesi che lo sfondamento del fronte rientrasse a pieno nella strategia di Cadorna e che la colpa dello sfacelo della II armata fosse da attribuirsi a un atto di quasi- insubordinazione del suo comandante, il generale (massone) Luigi Capello.

Il bollettino fatale
Tra le varie nefandezze di cui Cadorna viene accusato, vi è quella di aver scaricato la colpa di Caporetto sui soldati, anziché assumersene le responsabilità. 

«Dopo la disfatta –spiega il Col. Carlo Cadorna, discendente del Generale, in un’intervista rilasciata a Antonio De Martini - fu tenuta una riunione alla quale parteciparono due ministri che discussero su come fermare le numerose diserzioni che si erano verificate. Fu, così, emesso un bollettino che, accusando duramente di codardia alcune formazioni, doveva mettere a confronto i reparti che si erano comportati valorosamente con quelli che si erano vilmente arresi, attribuendo, in ogni caso, e implicitamente, la colpa ai comandanti degli stessi. Il bollettino fu efficace sotto l’aspetto militare e riuscì a bloccare il fenomeno delle diserzioni, tant’è vero che potemmo ritirarci sul Piave e difenderci vittoriosamente.

Sotto l’aspetto politico, invece, si rivelò deleterio per l’immagine della Nazione, ma questo danno è da attribuirsi ai due ministri, poiché Cadorna era un militare e non aveva competenza per le questioni mediatico-politiche. Il documento si rivelò negativo, alla fin fine, soprattutto per lui che era stato convinto dai ministri a firmare il bollettino da loro già approvato e ad assumersene la responsabilità. Tutto questo lascia intravedere un complotto per liberarsi della presenza ingombrante di un militare che - così come lo definì D’Annunzio – era “tagliato nel granito” la pietra del lago dove era nato».
Non era un generale amato in Patria, ma - per fortuna italiana - nemmeno dal nemico.

Il Feldmarschall Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austroungarico, ebbe a dire che Caporetto era pure servita a qualcosa: se non altro, a togliere di mezzo Cadorna. Sulla disfatta italiana, vengono poi del tutto ignorate dalla storiografia, ancor oggi, le responsabilità di un altro generale massone che, nonostante tutto, rimarrà a lungo protagonista della storia italiana.

Come riporta lo storico Marco Patricelli: «Quando i giornali pubblicarono le conclusioni dell’inchiesta, l’11 settembre 1919, Cadorna scrisse a “Vita italiana”: «Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime (...). E il Badoglio la passa liscia! Qui c’entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito”. In effetti, dalle risultanze della Commissione d’inchiesta erano state fatte sparire tredici pagine. Riguardavano tutte Badoglio, per il quale vennero usati scudi robusti e cortine fumogene impenetrabili per sgravarlo di ogni responsabilità».

In sintesi, Cadorna fu un Capo di Stato Maggiore alla cui ferrea volontà e determinazione si devono, probabilmente, alcuni meriti da riconoscere, al di là delle facili caratterizzazioni e della damnatio memoriae di cui fu fatto oggetto. Un approccio lucidamente critico sembra anche indispensabile per tenere conto degli interessi ideologici che hanno ispirato, nel corso degli ultimi decenni, la propaganda politica, la letteratura e il cinema ai quali è stato lasciato campo libero, dal mondo della cultura, nel tramandare alla coscienza collettiva la memoria della Grande Guerra.

Aspra, la storia dell'acciuga in un museo

lastampa.it
flaminia giurato (nexta)

Il piccolo pesce azzurro esplorato dalla leggenda fino ai giorni nostri: è quanto succede al Museo dell'Acciuga



Tra i tanti musei originali, diversi e divertenti che sono disseminati in tutto il territorio italiano quello di Aspra, l’unica frazione di Bagheria, attrae soprattutto chi ama il pesce, e in particolare modo l’acciuga. Già, perché nella borgata marinara che si affaccia sul Golfo di Palermo si può visitare un piccolo museo privato che racconta le tradizioni della pesca e lastoria del piccole pesce. Si tratta del Museo dell’Acciuga dei Fratelli Balistreri. E’ una realtà ancora poco conosciuta dal grande pubblico ma attrae gratuitamente sempre più visitatori. E non sono poche neanche le richiese da parte di scolaresche, studenti universitari che arrivano anche dall’estero, autorità e personaggi noti tra cui il regista Giuseppe Tornatore, il cantante Umberto Tozzi e il critico d’arte Vittorio Sgarbi.

STORIA DEL MUSEO DELL’ACCIUGA DI ASPRA

Nato grazie alla passione dei proprietari, Michelangelo e Girolamo Balistreri, il museo promuove Aspra e il suo prezioso pesce azzurro, raccontandone la storia dalla leggenda fino ai giorni nostri. E’ stato ideato proprio per difendere un’arte antica: quella della pesca e della salagione delle acciughe. Visitando la prima parte si comprende come fosse la vita delle antiche aziende siciliane per la lavorazione del pescato: si ammirano le antiche pietre litografiche e le scatole di latta storiche, gli strumenti per la pesca e per la conservazione del pesce, le foto antiche dei vecchi pescatori, il Garum e l’uso di questo incredibile liquido nella cucina e nella medicina dell’antica Roma.

C’è anche la riproduzione di un piccolo magazzino utilizzato negli anni Cinquanta del secolo scorso per la lavorazione del pescato ed un angolo dedicato al “Mastru r’ascia”, il falegname che riparava le barche. A tutto questo si aggiungono documenti e poesie dedicate al mare e alle acciughe. La seconda parte del museo è dedicata invece all’arte “Sard’Art” l’arte nelle antiche sardare, che erano barche utilizzate sino a gli anni Sessanta per la pesca delle sarde e delle acciughe. Alcuni modelli di barche antiche sono state impreziosite da alcuni artisti che hanno raccontato il mare con i loro colori. Guida d’eccezione durante la visita è Michelangelo Balistreri che tra il racconto di un aneddoto, la recita di una poesia e il canto di una canzone è capace di trasportare il visitatore indietro nel tempo in un viaggio attraverso i decenni, facendo riscoprire ai visitatori le tradizioni ormai dimenticate e prossime all’estinzione.

I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio, l’amore-odio per i quattrozampe nella storia turca

lastampa.it
davide lerner



Nelle strade delle città turche è pieno di cani randagi. Dormono, cercano qualcosa di commestibile fra i rifiuti, a volte ringhiano e abbaiano contro i passanti. Ad Istanbul si sono addirittura meritati un’esposizione, situata a due passi dal celebre albergo “Pera Palace”, intitolata “I cani d’Istanbul dal Regno all’Esilio”. Regno, o “età dell’oro”, perché secondo la leggenda i quattro zampe accompagnarono l’esercito di Maometto Secondo nel suo ingresso trionfale in città dopo la caduta di Costantinopoli.



E perché, spiega uno storico nel video di presentazione dell’esibizione, «l’Islam delle genti cultore dell’animale ha sempre prevalso, in Turchia, su quello scritturalista che lo ritiene impuro, e perciò furono integrati e trattati bene». E poi l’esilio, culminato nel 1910 con la cosiddetta “grande decanificazione”, un tema di cui parla anche lo scrittore Orhan Pamuk in “Istanbul”. Migliaia e migliaia di cani vengono deportati su un’isola del mare di Marmara. Abbandonati a se stessi, senza cibo o acqua potabile, morivano di stenti sbranandosi fra loro o ingurgitando acqua di mare.



«Quando le barche passavano nei pressi di quello scoglio del Mare di Marmara, i cani correvano verso la riva e si lamentavano con ululati strazianti», raccontava nel 1910 il viaggiatore e scrittore francese Pierre Loti. Ma nella mostra di Istanbul viene chiarito fin da subito che la responsabilità morale di quelle deportazioni non fu turco-ottomana, ma piuttosto europea. Fu la volontà di conformarsi il più possibile all’Occidente, a partire dalle riforme chiamate “Tanzimat” a fine ‘800, ad indurre il Sultano a “ripulire” la capitale sgombrandola dei cani randagi che non si vedevano nelle grandi metropoli europee.



«I cani cominciarono ed essere visti come un segno di povertà, di incuria, un difetto orientale», spiega il pannello all’ingresso della mostra. E così, mentre gli occidentali tramavano alle spalle dei turchi per speculare sul riutilizzo delle carcasse dei cani, i cittadini locali si sarebbero “opposti con forza” alle deportazioni e avrebbero «nascosto i quattro zampe nelle proprie baracche e nelle proprie case». Che questa versione dei fatti sia vera oppure rielaborata ad arte, come l’impostazione della mostra fa sospettare, certo è che i cani sono tornati ad affolare le strade di Istanbul. Così come quelle delle altre città in Turchia.

La norma che favorisce gli immigrati: così pagano meno tasse

ilgiornale.it
Sergio Rame - Lun, 22/05/2017 - 10:07

Scoperto il cavillo che permetti agli immigrati di pagare meno imposte: sono considerati familiari a carico anche i parenti che non vivono in Italia

"Il ministero dell'Economia si svegli e intervenga immediatamente". A svelare il cavillo, che permette a decine di migliaia di immigrati di non pagare un centesimo di tasse, è il deputato leghista Paolo Grimoldi.

Esiste, infatti, una norma che consente agli stranieri di ottenere le detrazioni di imposta anche per i parenti a carico residenti all'estero. "Alla faccia di quei fessi degli italiani che invece le tasse le devono pagare tutte e sono sottoposti a mille controlli", commenta l'esponente del Carroccio.

Nel testo delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, aggiornato con provvedimento dell'11 aprile 2017, a pagina 18, punto 4, si precisa che "sono considerati familiari fiscalmente a carico i membri della famiglia che nel 2016 hanno posseduto un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili".

Quindi, dodici righe più sotto, si aggiunge che "possono essere considerati familiari a carico, anche se non conviventi con il contribuente o residenti all'estero: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli (compresi i figli, adottivi, affidati o affiliati) indipendentemente dal superamento di determinati limiti di età e dal fatto che siano o meno dediti agli studi o al tirocinio gratuito".

In questo modo, non potendo controllare nei Paesi di provenienza africani, asiatici o sudamericani, l'effettiva presenza o meno di questi familiari a carico, a causa della mancanza di uffici anagrafe, agli immigrati basta presentare un'autocertificazione per ottenere questi sgravi fiscali e non pagare un euro di tasse.  

"Un'ingiustizia palese - tuona Grimoldi - un danno per il nostro erario e una beffa per i contribuenti italiani che, con le loro tasse, devono mantenere in piedi tutta la baracca pubblica, inclusi quei servizi di welfare di cui usufruiscono anche gli immigrati".

lunedì 22 maggio 2017

Apple ha un nuovo brevetto: espelle l’acqua dall’iPhone con il suono

lastampa.it
luca scarcella

Partendo da un’idea applicata già su Apple Watch, l’azienda di Cupertino ha inventato un sistema per eliminare i liquidi dagli smartphone e mantenerli sempre asciutti



Il 4 maggio è stato pubblicato sul portale governativo statunitense per i brevetti un progetto intestato a Apple Inc. , realizzato da Douglas J. Weber e Naoto Matsuyuki. Si tratta di un sistema ingegneristico in grado di espellere l’acqua e l’umidità presente nei prossimi iPhone attraverso le onde sonore. Probabilmente il dispositivo sarà integrato già nel nuovo iPhone 8, che secondo gli ultimi rumor dovrebbe essere sugli scaffali a ottobre.

Già l’iPhone 7 e il 7 Plus sono resistenti agli schizzi d’acqua, ma non hanno un sistema per rimuovere quella interna attraverso i fori dell’altoparlante, del microfono o della porta Lightning, così come spiegato in dettaglio nel documento relativo alla nuova licenza Apple per l’espulsione dell’acqua.
Nell’Apple Watch 2 è presente un sistema simile, chiamato eject water procedure, grazie al quale è possibile rimuovere il liquido all’interno del wearable attraverso il piccolo altoparlante laterale, utilizzando il suono.

Apple pare essere pronta al rilancio dell’intera gamma iPhone, prevedendo un nuovo dispositivo di punta con scocca in acciaio e due modelli minori meno costosi. Ma, stando all’ultimo brevetto, non solo nuove caratteristiche estetiche. La licenza, depositata in gennaio e pubblicata a inizio maggio, descrive un sistema composto da due parti: una idrofoba per resistere all’acqua in entrata, e una porzione idrofila, per favorire la rimozione del liquido dalle componenti audio dell’iPhone (altoparlanti, microfono, ecc.).

Il processo di rimozione dell’acqua avverrà attraverso ultrasuoni e una impercettibile vibrazione: nel contempo verrà prodotto un segnale acustico dall’altoparlante per segnalare che la modalità di rimozione liquidi è in corso.

@LuS_inc

Nell’Astigiano 200 profughi e il paese prepara la rivolta

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lodovico poletto

A Castello di Annone si insinua la paura tra i 2000 abitanti. “Convivenza impossibile”. Ma i rifugiati: chiediamo solo lavoro

Il signor Sergio Grana, con i suoi 74 anni d’età, può permettersi d'infischiarsene delle polemiche e delle discussioni di paese: «Perché anch’io ho fatto l’emigrante: tre anni in Australia a Sydney a fare il falegname. Poi sono tornato qui perché non potevo starmene lontano dalla mia famiglia». E se cerca analogie con quei 120 ragazzi africani piovuti qualche giorno fa in questo paese, che non ha neanche 2 mila anime, ne potrebbe trovare a decine. Ma non lo fa e preferisce ascoltare le voci - e sono la maggioranza - di chi protesta e ha paura dei ragazzi dell’hub aperto a meno di due chilometri dal centro e che accoglierà - a pieno regime - duecento e rotti migranti in attesa di esser destinati altrove. 

«Li han messi laggiù alla Polveriera» dicono. «E l’altra sera ce ne saranno stati cinquanta o sessanta sul marciapiedi e sulla strada che venivano in paese. Sono tutti giovani, hanno vestiti firmati e telefonini così grossi che neanche ti stanno in tasca» racconta il Mino che, alle quattro del pomeriggio, al circolo «Amici», discute con la Nadia - la barista - di quella che ormai in paese «è un’emergenza». E del fatto che «la Polveriera» come chiamavano la base logistica dell’Aeronautica - abbandonata da dieci anni nell’ottica della razionalizzazione dei costi - rischia di diventare polveriera di tensioni. E tutto per colpa di una convivenza che, dicono, sarà tutt’altro che facile».

Per i sospetti e per le diffidenze. Prendiamo la storia dei furti all’emporio che è a due passi dalla piazza dove troneggiano municipio e la banca di Asti: «In pochi giorni i ladri sono andati già due volte. Tutta questa gente nuova non porterà niente di buono». Intanto va subito detto che gli autori non sono i profughi. «Sono stati degli zingari o dei rom. In un caso li ho visti scappare» tronca ogni polemica Elio Ottaviano, il proprietario. Insomma: i migranti non c’entrano, né i 120 appena arrivati né i 57 che da mesi sono ospiti di una cooperativa. «Quelli sono bravi ragazzi. Ma non fanno nulla se non giocare a calcio o a cricket. Il problema vero è che lo Stato che non offre alternative a queste persone ed è una follia» insiste Ottaviano. 

Le sue sono più o meno le stesse cose che, in un inglese molto africano, sentenzia Ektor, 29 anni, origini liberiane: «Dove posso trovare un lavoro?» Che vorresti fare Ektor? «Qualunque cosa». Ma tra queste colline illuminate da un sole estivo, non è che i posti di lavoro abbondino. C’è la terra, certo, ci sono le vigne, ci sono i trattori con gli aratri a dieci lame che sfilano sulla statale per Asti. C’è sempre gente che fatica nei campi, ma un lavoro vero non si trova.

«Tutto vero, ma se si somma ogni cosa c’è da aver paura: prima o poi qualche guaio salta fuori» sentenzia la Nadia da dietro il bancone del circolo. Insiste: «Le mie amiche mamme hanno paura a mandare in giro le loro figlie la sera. Castello è un posto dove fino a ieri si dormiva con le chiavi infilate nella porta dall’esterno». Su Facebook intanto la polemica divampa: «Mio marito ed io siamo pronti a vendere casa e magazzino e andare via» scrive Laura. «Io sono disposta a dargli un po’ della mia terra perché coltivino un’orto, almeno fanno qualcosa» continua. 

Su, nelle frazioni più isolate non c’è gran voglia di parlare. Al bar Castello la barista non commenta l’altro avvenimento del giorno: un marocchino ubriaco che dava fastidio ai clienti. Il sindaco Walter Valfrè nei giorni scorsi aveva smorzato sul nascere le polemiche: «Castello d’Annone è un paese che accoglie: le polemiche riguardano poche persone». Non è bastato.Perché la diffidenza è più che una sensazione:

«Sono vestiti come dei principi, chi li paga?». «Meglio i senegalesi dei maghrebini o degli iraniani: ne ho visto uno con un ghigno terribile». «C’è da stare attenti». Hiufen la signora che gestisce il caffè di fronte al bar Castello è cinese e vive qui da otto anni: «Paura io? Ma dai, sono bravi ragazzi. È difficile per loro». Sergio Grana annuisce: «Ma io riparto: voglio tornare ancora in Australia. Sono stato anch’io un emigrante. Ah cari miei, è difficile lasciare casa». 

Caro Scalfari, non puoi dare lezioni a nessuno

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Dom, 21/05/2017 - 15:17



Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, ieri sul suo giornale ha scritto un lungo (e noioso come sempre) articolo zeppo di insulti contro Vittorio Feltri e chi, come noi, sostiene che lui e tanti altri intellettuali e giornalisti furono, nel 1971, i mandanti morali e politici dell'omicidio del commissario Calabresi di cui in questi giorni cade l'anniversario. Firmarono un appello, questi fenomeni, che sapeva di condanna a morte, che infatti poco dopo fu eseguita dai compagni di Lotta continua.

Oggi, a distanza di quarantacinque anni, Scalfari scrive che noi siamo «ciarpame» e svela di avere recentemente chiesto personalmente scusa alla vedova Calabresi per quella sciagurata firma sull'appello del 1971. Questo mascalzone pensa insomma che l'omicidio Calabresi sia stato, e sia ancora oggi, un fatto privato tra lui e i familiari della vittima, come fanno i banditi comuni pentiti - spesso per convenienza processuale - dei loro «raptus».

No Scalfari, quell'appello non fu un «raptus» ma la libera scelta di stare dalla parte sbagliata - come poi si è dimostrato - della storia e per di più in modo criminale. Che oggi diventa furbo, perché non vuole ammetterlo né pagare pegno. Per Scalfari il «ciarpame» siamo noi, che Calabresi lo avremmo difeso fisicamente se ne avessimo solo avuto la possibilità, non lui e i suoi amici killer.

È incredibile come in questo Paese ci sia gente in galera per «concorso esterno in associazione mafiosa» e quelli che fecero «concorso esterno in associazione terroristica» l'abbiano sfangata e ancora oggi si permettano di pontificare e giudicare. Essere di sinistra è stato per troppo tempo un salvacondotto che ha fatto più danni che se lo avessimo concesso a Vallanzasca.

Ma adesso basta, Scalfari. Gente così dovrebbe togliersi di mezzo, ha perso su tutti i fronti. Questo giornale, per il coraggio e la visione, è stato fin dall'inizio dalla parte che la storia ha dimostrato essere quella corretta, non la Repubblica e l'utopia socialista che tanti danni ha fatto e continua a fare. Purtroppo sotto la regia di un direttore che porta lo stesso cognome del commissario Calabresi.

Il Pd chiede più immigrati ma colleziona fischi e insulti

ilgiornale.it
Alberto Giannoni - Dom, 21/05/2017 - 11:49

In 50mila al corteo per l'accoglienza. I dem vanno a caccia di consensi, dalla folla arriva la contestazione

Il partito pro scafisti



Il Pd era in piazza per manifestare un'idea astratta di accoglienza. L'altra metà del corteo, per contestare il Pd.

È stato dunque un pasticciato festival di buone intenzioni e autentici rancori la marcia che ieri ha attraversato Milano con circa 50mila persone (stime realistiche nonostante le cifre sparate dagli organizzatori). A guidarla il sindaco di Milano Beppe Sala, l'ex ministro degli Esteri Emma Bonino, il presidente del Senato Pietro Grasso e 80 sindaci. Mille le sigle aderenti. Partiti, sindacati, organizzazioni, tutto l'universo mondo di Acli, Arci, Anpi.

Una miriade di associazioni e comitati locali, il notevole indotto delle coop sociali, del volontariato e del no profit, i soliti noti della sinistra pacifista, terzomondista, «antirazzista» e arcobaleno. Tanti slogan, molta confusione. C'erano le donne velate dell'islam oscurantista e le ultralibertarie «Sentinelle di Milano», i radicali e le insegne dei gruppi cristiano-evangelici. Pochi metri di distanza, idealmente, separavano i curdi e qualche estimatore del rais turco Recep Tayyp Erdogan. A ingrossare le fila del corteo, infatti, c'erano tante sigle dei centri islamici di Milano e del Nord Italia, oltre alle associazioni delle comunità straniere, con costumi folkloristici e musiche tipiche.

A rovinare la giornata ci ha pensato l'area antagonista. Non solo i centri sociali che hanno apertamente contestato il sindaco Sala e i suoi assessori. Un intero spezzone si è unito al corteo col preciso intento di mettere in atto una contestazione premeditata e organizzata contro il Pd e il suo governo. Striscioni contro i democratici, definiti la «peggiore destra», palloncini con su scritto «più diritti meno Minniti», urla «vergogna» e «Minniti razzista». Nel mirino degli arrabbiati, soprattutto i decreti firmati dai ministri dell'Interno, Marco Minniti, e della Giustizia, Andrea Orlando, che provano a introdurre risposte all'emergenza sicurezza che si patisce soprattutto in periferia.

Migranti e sicurezza. Tutto gira intorno a questi due poli, soprattutto a Milano, dove 20 giorni fa la questura ha ordinato una retata in stazione Centrale, la stessa dove l'altra sera un ventenne italo-tunisino ha accoltellato due militari e un agente di polizia, tanto che il centrodestra ha chiesto al sindaco di cancellare la manifestazione. «Sono convinto che se avessero chiesto ai militari feriti se era giusto fare la manifestazione di oggi avrebbero detto di sì» ha risposto Sala parlando dal palco. Ma anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ieri ha bocciato l'evento: «Credo che questa iniziativa abbia un po' delegittimato le forze dell'ordine, che hanno fatto quell'operazione» ha detto.
Immigrazione e sicurezza.

Esattamente dieci anni fa, a un anno dalla sua elezione, il sindaco Letizia Moratti portò in piazza 50mila fiaccole per la sicurezza. Beppe Sala, a 11 mesi dal suo ingresso a Palazzo Marino, ha guidato una marcia per l'accoglienza. Senza muri la parola d'ordine. Ma in piazza è stato tutto un alzare muri. Qualcuno, nella minoranza Pd, si era inventato questo evento ideologico-buonista per far vedere che è ancora di sinistra. Altri, Pier Luigi Bersani, Massimo D'Alema, gli altri scissionisti, la Sinistra italiana e via frazionando, hanno partecipato per dimostrare che sono ancora più buoni e più a sinistra. Tanti hanno chiesto un'apertura ulteriore all'immigrazione e nuove regole sulla cittadinanza.

Centri sociali, autonomi e massimalisti infine, sono scesi in piazza per contestare e protestare. Fosse per loro, a giudicare da parole, slogan e ritornelli, sarebbe urgente una nuova sanatoria. Ad andare in confusione dunque è stato proprio il Pd coi suoi amministratori locali, impegnati fino a ieri a spiegare a tutti che «accoglienza e sicurezza si danno la mano» come ha detto ieri con buona dose di retorica il vicesegretario Maurizio Martina. «Grazie Milano, sicura e accogliente» ha scritto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. I contestatori dei centri sociali intanto gongolavano per aver «trasformato la manifestazione in un grande corteo contro la legge Minniti-Orlando».

Il “colossale depistaggio” e l’ombra della trattativa: i misteri sulla morte di Borsellino

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riccardo arena

Quattro processi non sono bastati a fare emergere la verità. Tra falsi pentiti, investigatori spericolati ed errori giudiziari



Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chili di tritolo esplode in via D’Amelio 21, nel cuore di Palermo, sotto il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita. Perdono la vita il magistrato e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Antonino Vullo, agente sopravvissuto all’attentato descrisse così l’esplosione: «Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto».

Chi depistò cosa – e soprattutto come – è il dilemma, uno dei tanti nodi ancora irrisolti, delle stragi siciliane di quel terribile 1992: la verità, soprattutto su via D’Amelio, il secondo attacco di Cosa nostra ai magistrati «nemici» e alle istituzioni, 57 giorni dopo Capaci, è ancora molto parziale e la sentenza del «Borsellino quater», pronunciata a Caltanissetta il 20 aprile, non chiude affatto il caso: questo nonostante i due ergastoli per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, i dieci anni a testa per Francesco Andriotta e Calogero Pulci (estraneo al contesto stragista) e la dichiarazione di prescrizione per Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti che avevano depistato le indagini.

Venticinque anni dopo, in quattro processi le condanne a vita sono diventate 32 e per la fine di Paolo Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta lo Stato è arrivato a processare se stesso, riconoscendo l’errore e l’ingiustizia di sette ergastoli, fondati sulle dichiarazioni di collaboratori che avevano inventato le accuse; benché si tratti comunque di mafiosi, sono stati liberati – dopo 15 anni in cella – ed è stato avviato il giudizio di revisione. Quel che non si riesce ancora a capire, però, è se ci sia stata una vera manovra depistante o se non si sia trattato di un clamoroso errore giudiziario.

Vecchia storia: è difficile chiarire, ad esempio, come sia stato possibile, nei primi tre processi per via D’Amelio, che tutti i magistrati, almeno settanta fra requirenti e giudicanti, togati e popolari, non si siano accorti dei falsi pentiti e di indagini che deviavano sulla modesta cosca della Guadagna, mandamento di Santa Maria di Gesù, anziché puntare sul molto più potente mandamento di Brancaccio, capeggiato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E questo benché Scarantino fosse stato protagonista di ripetute ritrattazioni, una delle quali in diretta tv, tutte non credute né dalla Procura né dai giudici nisseni e neppure dalla Cassazione.

Si gridò anzi al complotto di Cosa nostra per tappargli la bocca e si andò avanti, mentre il picciotto della Guadagna veniva sbugiardato da veri pentiti – Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante – che, messi a confronto con lui, gli chiedevano chi fosse e che volesse. Tra i magistrati dell’accusa c’erano anche il procuratore Giovanni Tinebra, scomparso nei giorni scorsi, l’attuale avvocato generale di Palermo Annamaria Palma e l’allora giovanissimo Nino Di Matteo, oggi pm della trattativa: non certo gli ultimi arrivati. Per far cadere il castello delle accuse, però, dal 2008 in poi, ci vollero i pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Spatuzza aveva pure indicato i presunti «mandanti esterni» a Cosa nostra, ma le sue accuse a Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri non avevano avuto riscontri né esiti processuali.

Il «colossale depistaggio», di cui aveva parlato il procuratore nisseno Sergio Lari, è al centro anche del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, in cui spicca la figura di Arnaldo La Barbera, l’ex superpoliziotto che fu collaboratore dei Servizi segreti (nome in codice «Rutilius») e che, da capo del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, avrebbe seguito – o ispirato, secondo i suoi detrattori – le verità farlocche di Scarantino. Implicato nei fatti del G8 di Genova del 2001, La Barbera morì un anno dopo. Il depistaggio, secondo i pm di Palermo, sarebbe un tassello di un ordito fatto di attacchi allo Stato agevolati da pezzi delle istituzioni e di protezioni di alto livello, che impedirebbero di arrivare alla verità: ma finora responsabilità precise non ne sono venute fuori.

La verità non è venuta a galla per intero, hanno detto gli avvocati Rosalba Di Gregorio e Giuseppe Scozzola, comunque soddisfatti per le condanne dei falsi pentiti – meno per la prescrizione su Scarantino – contro i quali sono parte civile gli ex ergastolani. Quanto però al depistaggio di Stato, il gip di Caltanissetta Alessandra Giunta lo aveva ritenuto privo di fondamento, affermando che è provato solo l’errore giudiziario.

Rimangono in piedi le indagini sulla squadra di investigatori che avrebbe fatto il lavoro sporco, usando il bastone e la carota, le botte e l’indottrinamento per «istruire» Scarantino sulle accuse da muovere: ma a loro volta, da chi furono «istruiti», ispettori, sovrintendenti, assistenti, che, tirando le somme, rischiano di pagare il conto per tutti? E questo anche se la tesi del depistaggio, per «alleggerire la loro posizione», scrive il gip, era stata assecondata dagli stessi Scarantino, Andriotta e Candura. Testimoni, insomma, a cui è arduo credere.

Due vicine litigano per il gatto, il caso arriva al tribunale del Riesame di Genova

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fulvio cerutti



Fiocco o Tequila? A decidere saranno i giudici. È finito davanti al tribunale del riesame la storia di un gatto conteso da due vicine che dopo un periodo di serena coabitazione e condivisione sono finite davanti al giudice per rivendicare il felino. Posto sotto sequestro dal Pm e rilasciato dal Riesame, la storia del micio conteso, che ha fatto litigare le due vicine, potrebbe non essere finita qui. 

Il gatto di 4 anni, dopo essere stato per due anni fedele animale domestico della sua proprietaria, ha deciso di trasferirsi poco lontano in casa di un’altra padroncina dove ha preso anche l’abitudine di passare la notte. Tutto è filato liscio anche con uno sdoppiamento di nomi: Fiocco per la prima proprietaria, Tequila per la seconda. Ma la lite divampa a Struppa, periferia genovese della Valbisagno, quando la nuova amica umana si trasferisce, armi e bagagli e micio. La prima padrona non ci sta e denuncia l’ex vicina ai Carabinieri per il furto del gatto. 

L’indagine finisce in procura e il fascicolo viene affidato al pm che di nome fa, ironia della sorte, Emilio Gatti. Il pm dopo avere valutato la denuncia della prima proprietaria dispone il sequestro del micio, che viene preso dai carabinieri di Molassana e riportato in casa della vecchia proprietaria. Ma la seconda donna non si è data per vinta e si è affidata al suo legale, l’avvocato Fabio La Mattina, che ha presentato ricorso per il sequestro del gatto davanti al tribunale del riesame.

I giudici valutano che non ci sono prove che il gatto, privo di microchip, sia stato rubato e non trovano riscontri sulla sua proprietà da parte della prima donna che ha solo un generico libretto sanitario. Ribaltano tutto e lo riaffidano alla presunta ladra. Ma la vicenda potrebbe non finire qui. Se la guerra del micio dovesse continuare potrebbe finire davanti al giudice civile a cui le due parti potrebbero rivolgersi per riavere il micio conteso visto che neppure al pm Gatti è riuscito di trovare una mediazione fra le due proprietarie.

Forza morale e metodo, così Falcone piegò i boss

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francesco la licata

Maniacale nei dettagli, ci ha lasciato un patrimonio normativo insegnato ancora oggi nella scuole per giovani magistrati



l 23 maggio del 1992 una spaventosa esplosione sventra l’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, mentre passa il corteo di auto con a bordo Giovanni Falcone. È un attentato mafioso. Una Fiat Croma viene investita dallo scoppio e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza. Muoiono sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Una seconda vettura, guidata da Falcone, si schianta contro il muro di cemento e detriti innalzatisi per via dello scoppio. Giovanni Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, perdono la vita. Un quarto di secolo. Sono passati venticinque anni dal quel terribile 1992, 23 maggio e 19 luglio: il nostro «11 settembre».

Come definire altrimenti la follia che ha privato la comunità nazionale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con due micidiali attentati nei quali persero la vita la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, e otto valorosi agenti delle rispettive scorte? Il tempo, è vero, passa inesorabile, ma non sempre riesce a rimarginare le ferite più dolorose. La morte dei due magistrati siciliani è una di quelle che continuano a sanguinare e che difficilmente potrà guarire. Troppo grande il «danno» inferto al Paese, enorme e presente l’eredità trasmessa da questi due Grandi Italiani. Eredità di valori morali, ma anche lascito di insostituibili strumenti di lotta ad ogni tipo di malaffare e di consorterie mafiose.

Sono morti a distanza di 57 giorni uno dall’altro, dopo una vita trascorsa insieme a dare battaglia ai «cattivi», ma anche all’imperizia, all’indifferenza, alle collusioni di quanti sui «cattivi» fondavano fortune economiche e politiche. Falcone sapeva da tempo che Cosa nostra non avrebbe avuto pace se non fosse riuscita ad eliminarlo. Glielo aveva predetto Tommaso Buscetta nel 1984: «Prima tenteranno di delegittimarla, poi passeranno alla soluzione finale». Non si fermò e quando gli chiesero perché non cedesse ad una ragionevole paura rispose, come un vecchio militare:

«Non posso, per spirito di servizio». Borsellino dovette subire il dolore di veder morire i suoi amici, Giovanni e Francesca, ma non si concesse lo stesso la possibilità di aver paura. Andò a morire sapendo perfettamente dove stava andando. Anche a lui chiesero perché non fuggisse via. La risposta fu una lezione di etica: «Non posso. Lo devo a Giovanni e a tutti quelli che hanno creduto in noi». Riconsiderati alla luce del vuoto odierno, i comportamenti dei due sembrano quelli di due marziani capitati nel posto sbagliato.

Ma non è, la loro forza morale, il solo tesoro pervenutoci. Ci hanno lasciato un monumento di inestimabile valore, costruito con il resto del famoso pool antimafia di Palermo, il manipolo di magistrati (sorretto da grandi investigatori, alcuni falciati per impedire che l’opera vedesse la luce) che, in solitudine e nell’indifferenza generale, diedero vita al primo maxi-processo contro Cosa nostra. Una rivoluzione nella controversa storia della lotta alla mafia. Un’arma letale che, alla fine, ha disarticolato quella che fu la più grande organizzazione criminale al mondo. 

Fu un lavoro di gruppo, ma che si fondava sulla capacità strategica di Giovanni Falcone. Era lui che guardava lontano, lui capace di trovare rimedi a problemi che sembravano insormontabili. Lui che sapeva dove cercare ciò che mancava: fosse una fotocopiatrice oppure una norma inedita che aprisse nuovi orizzonti alle indagini. 

Ma l’eredità più preziosa, oggi patrimonio collettivo della magistratura e delle forze investigative, è senza dubbio il «metodo Falcone». La capacità, cioè, di impostare un processo - anche di dimensioni mastodontiche come il «Maxi» - preservandolo dagli agguati provocati da leggerezza, sciatteria e scarsa attendibilità. Falcone era maniacale nella revisione di ogni singola carta, di ogni atto, e bravissimo nel disinnescare le trappole. Sapeva perfettamente che un processo può esser distrutto anche da un solo errore: un uno per cento può fare premio sul restante novantanove perfetto.

Quante volte commentò la terribile iattura delle 150 omonimie riscontrate nel processo Tortora, capaci di togliere, giustamente, credibilità all’intero impianto accusatorio. Ma il maxi-processo di Palermo resistette ad ogni vaglio: una schiera infinita di grandi avvocati, per 5 lunghi anni, cercò senza successo il pur minimo appiglio di nullità. E questo «metodo» viene insegnato oggi nella scuole di formazione per giovani magistrati.

Da 25 anni le indagini sulla mafia e sulle collusioni si servono di strumenti cercati, voluti e realizzati da Falcone. Fu il 1991 la stagione del grande cambiamento, dell’intervento costruttivo dello Stato sul sistema investigativo. Nacque una polizia «specializzata» sulla mafia (la Dia) e centro di raccolta di ogni informazione proveniente dagli uffici territoriali. Una mente unica che coordinava e rimpinguava le singole conoscenze sui gruppi mafiosi. Un sistema che doveva essere esteso anche alla magistratura, per troppo tempo - pensava Falcone - penalizzata dalla parcellizzazione delle notizie di reato.

Se il nemico è «un blocco unico», la guerra non può essere portata avanti da un nugolo di singoli che non si scambiano informazioni e mancano di una visione collettiva. Ecco la nascita della Procura nazionale antimafia, fortemente voluta da Falcone ma avversata anche dagli stessi suoi colleghi. La legge fu approvata, in una forma «edulcorata» rispetto a come la pensava Falcone, dopo un dibattito che si inasprì ulteriormente quando si doveva decidere a chi affidarla. Sembrava scontato che dovesse essere Falcone il candidato adatto, ma non fu così. Il magistrato fu ucciso prima che il Csm potesse decidere.

E fu, il ’91, l’anno della legge sui pentiti. Che battaglia, quella. Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore, aveva parlato nel 1984, seguito a ruota da tanti altri. La gestione di questo piccolo esercito di «disertori» fu difficile per l’assenza di norme che ne regolassero il rapporto con lo Stato. Per sette lunghi anni la protezione di quei testimoni fu affidata alla «buona volontà» di singoli uffici giudiziari e investigativi. Per Buscetta Falcone dovette «inventarsi» un accordo con le autorità statunitensi, a cui fu dato «in prestito» il pentito, utile agli americani per l’inchiesta sul traffico della droga (la famosa Pizza Connection), in cambio di un’adeguata protezione. 

Anche il pentitismo è oggi entrato stabilmente nel complesso di leggi che regola la lotta alla mafia. Un sistema che viene studiato, e spesso copiato, da Paesi più avanzati del nostro. Eccola l’eredità del giudice: un patrimonio normativo che consente di distinguere un prima e un dopo Falcone. E viene da chiedersi quanta altra strada avrebbe fatto la lotta al crimine, alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose se non avessimo avuto il nostro disgraziato «11 settembre».

domenica 21 maggio 2017

La sinistra marcia e Milano marcisce

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti - Sab, 20/05/2017 - 15:16

Terrorismo islamico e degrado alla stazione Centrale. Ma i buonisti fingono di non vedere e sfilano per cheidere altri profughi

Tra i soldati e i poliziotti feriti e quella zona grigia che genera i loro aggressori, potenziali assassini, il sindaco di Milano Beppe Sala e il presidente del Senato, Pietro Grasso, scelgono i secondi e oggi guideranno a Milano un maxi corteo a sostegno dell'immigrazione senza regole né limiti.

Non è infatti bastata l'aggressione di poche ore fa, subita dai nostri militari alla stazione Centrale di Milano da parte di un invasato dell'Isis italo-tunisino, a fare annullare la manifestazione, indetta in tutta fretta, come sfida della sinistra alla linea dura decisa dalla Questura di Milano. Che, alcuni giorni fa, aveva organizzato un repulisti della stazione stessa, senza avvisare adeguatamente e per tempo sua maestà il sindaco.

Quella di oggi è una ritorsione, una prova di forza incomprensibile da parte di un uomo, Beppe Sala, che fino ad ora aveva dato prova di grande equilibrio, tanto che qualcuno cominciava a vedere in lui un'alternativa a Matteo Renzi. Quella che sfila oggi non è Milano, e neppure il Senato della Repubblica, che Grasso indegnamente rappresenta. Quando le forze dell'ordine vengono attaccate e ferite non è il momento dell'ambiguità, tanto meno delle pagliacciate.

Milano sa essere solidale senza mostrarsi al fianco di centri sociali, anarchici e fiancheggiatori della mafia degli scafisti. Milano pretende che l'accoglienza non sia disgiunta dalla legalità e dalla sicurezza. Milano sta con il questore, che voleva ripulire la stazione Centrale dal pericoloso degrado materiale e sociale - come dimostra l'agguato di ieri l'altro - in cui è caduto quello che dovrebbe essere il biglietto da visita della città.

Non lo capisco più Beppe Sala. Non è uomo così ingenuo da non capire che oggi - politicamente parlando - per quanto ce la racconti, delegittimerà tutte le forze dell'ordine e legittimerà chi vive nell'illegalità. Non ci sono storie: è così, che lo voglia o no. È il vecchio vizio della sinistra, assecondando il quale tre ragazzi in divisa oggi potevano essere morti. Caro sindaco, oggi si comporta da persona irresponsabile e pericolosa, e il bagno di folla è un tuffo in acqua torbida.

L'altro giorno l'ho vista all'anniversario della morte di un servitore dello Stato, il commissario Calabresi, ucciso da terroristi perché delegittimato dai politici di sinistra. Pur senza immaginare tanto, non ripeta lo stesso errore. Stia dalla parte dei poliziotti che ci proteggono e dei suoi cittadini. Non li sfidi. È da stupidi. E voglio continuare a credere che lei non lo sia.

Milano. La marcia marcia

ilgiornale.it



Alla marcia marcia la sinistra Sinistra

Senza vergogna alcuna nei confronti di un Popolo, il Nostro, che si sta suicidando per la povertà, la mancanza di lavoro, di pane, di medicinali, di compassione.

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Che muore, in barba ad un passato nobile che il resto del mondo ci invidia, soffocato dall’arroganza di una classe politica spaccona, ignorante, miope e assatanata di soldi e potere facile. Che sta sparendo dal pianeta Terra, per colpa di una volontà massomafiopolitica uguale a quella della peggiore Cina che, col meticciato imposto, ha distrutto il popolo tibetano, senza che una bestia che fosse una si sia mai scandalizzata.

La marcia marcia di menzogne e stalinismi sordi e sordidi si è svolta senza incidenti, tengono a precisare i tg di regime. E meno male! Chi avrebbe dovuto crearli, questi fantomatici incdenti? La povera gente italiana che, a quell’ora, era già in fila davanti ai pentoloni della Caritas? O qualche imprenditore costretto al fallimento dagli strozzini in abito grigio? O qualche giovane di belle speranze che è già stato costretto ad emigrare per cercare fortuna e nobilitare i propri studi?O, peggio, per andare a raccogliere legumi in Australia, pulendosi il culo con la sudatissima laurea…

No! Niente incidenti, alla marcia marcia. Gli specialisti del settore erano impegnati a fare bella figura a fianco a politici farisei e troie da salotto mediatico. Tutti belli e buoni, oggi, a Milano. Tutti omofili, femministi, progressisti, democratici e affratellati.

Da domani, torneranno le sberle nelle famiglie islamiche per donne e bambini. Gronderà odio nei confronti degli Italiani e dell’Italia in tutte quelle case rubate alla nostra Gente, senza che sia possibile che le vengano restituite. Esploderà quella follia condivisa fra la moschea (pur clandestina) e il Palazzo, secondo la quale NOI dovremmo integrarci a beduini, cammellieri, terroristi en cachette, clandestini senza nome e senza passato (troppo spesso oscuro e/o da forca), violenti capi religiosi da villaggio preistorico et similia.

Da domani, rischieremo ancora che i social cancellino i nostri post accorati; che i capoccioni chiedano il nostro arresto per presunto razzismo; che certa feccia improfumata di balsamo mafioso tenti di screditarci agli occhi del mondo, additandoci come spietati e privi di misericordia cristiana.
Già!

Ci sarà anche qualche tonaca – magari bianca, certo – che suderà molto nel brandire anatemi e scomuniche per chi non si adeguerà alla nascita, al battesimo, alla canonizzazione del sangue misto imposto, con relativa cancellazione dell’Identità Nazionale e Culturale del Popolo di Dante e Leonardo, Cesare e Mussolini, Caravaggio e Canova, Verdi, Puccini, Marconi, Volta, Galileo, Totò e Eduardo, Fellini e Pirandello, Meucci, Fermi, Francesco d’Assisi, Rita da Cascia, Caterina da Siena, Colombo e Vespucci, Cellini e Valentino… Tanto per citarne Qualcuno…

Da domani, riprenderanno a martoriarci con le minacce e le persecuzioni sociali. Il Palazzo cercherà di imporre regole imbarazzanti. Qualcuno di quelli che contano nella comunicazione, magari munito di grembiulino e compasso, farà sparire qualche altra parola dal vocabolario italiano. Qualche mafioso cercherà di farsi beatificare come benefattore: uno SPRAR, di questi tempi, non si nega a nessuno.

E chissà quante altre nefandezze…
Chissà quante altre marce…

Magari, perché no?, un Clandestinitypride, con arcobaleno eurarabo…
#Teniamoduro #Italiaüberalles #perparafrasarelakulona

Rifiuti, la sentenza che fa scuola: rom devono risarcire il Comune

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Marta Proietti - Sab, 20/05/2017 - 13:04

Due di origine romena e un bosniaco accusati di aver bruciato rifiuti, averli accatastati in discariche abusive o gettati in un laghetto

Due rom di 48 anni e uno appena maggiorenne sono stati condannati a otto mesi di reclusione e a risarcire con 300 mila euro il comune di Milano per contravvenzioni ambientali di discarica abusiva, scarichi di acque reflue senza autorizzazione e deturpazione di bellezze naturali.

Come racconta il Corriere della Sera , i reati sono stati commessi nei due campi rom non autorizzati sull'area di via San Dionigi (parco sud di Milano) dal 2008 fino allo sgombero avvenuto nell'agosto del 2014. I capi famiglia condannati sono due di origine rumena e uno di origine bosniaca. I tre sono accusati di aver smaltito abusivamente i rifiuti, con roghi o nel vicino lago, e per questo condannati a risarcire il comune di Milano che nel processo si è costituito parte civile.

Nel caso di Palazzo Marino, scrive il Tribunale, "la pluriennale accumulazione di rifiuti di diversa natura sia sull'area sia nella fonte sorgiva rende necessarie corpose ed economicamente rilevanti attività di rimozione dei materiali prodromiche alla bonifica e al ripristino dell’area". E se per questi costi allo stato non quantificabili il Tribunale rinvia a una separata causa civile, già ora invece riconosce al Comune una provvisionale di 294.000 euro, pari cioè alla somma che il Comune ha già speso per rimuovere e smaltire i rifiuti speciali pericolosi e i rifiuti ferrosi.

Alla Città Metropolitana, invece, i giudici riconoscono il danno non patrimoniale: non quello ambientale (per il quale l'unico legittimato è lo Stato), ma quello consistente nella lesione dell'immagine dell'ente territoriale competente sulla gestione dei rifiuti nell’area del Parco agricolo Sud Milano.

"Il primo campo abusivo — è la testimonianza in aula della polizia locale riportata dal Corriere — era completamente chiuso e per entrare bisognava chiedere l'accesso a loro, nel secondo venivamo ostacolati e noi stessi non potevamo entrare". "Vari rifiuti - continua il racconto - galleggiavano su quest'acqua che è una sorgiva", mentre in altra parte del terreno "una volta raggiunto un quantitativo enorme di questi rifiuti veniva appiccato il fuoco. E quel fuoco provocava esalazioni che raggiungevano i quartieri Milano, Omero e anche Santa Giulia. Noi intervenivamo con i vigili del fuoco, si spegneva questo incendio, e dopo quindici giorni i residenti chiamavano di nuovo le pattuglie".

Mafia onlus

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La mafia va dove c’è ampio margine di guadagno. Da sempre hanno un fiuto per gli affari impareggiabile. Che sia droga, prostituzione, usura, scommesse o pizzo, quando c’è da guadagnare tanto loro non mancano mai. D’altronde sono ambiti dove l’evasione fiscale è inevitabile e sistematica per cui il guadagno è triplo rispetto ai tartassati italiani. Non puoi mica far fattura per la cocaina.

Ma di certo sono decenni che non si accontentano delle loro attività illecite tradizionali e spaziano dove possono trovare guadagni facili con la minima spesa. E guarda caso ci sta sempre di mezzo il denaro pubblico.

Continuano ad analizzare il fenomeno dal punto di vista di Cantone e Travaglio, quello dei politici corrotti, della normativa sugli appalti sempre più folle che, nell’illusione di aggirare le infiltrazioni mafiose, serve solo a far impazzire gli imprenditori che vorrebbero lavorare onestamente e si trovano sommersi da mille scartoffie e controlli tanto asfissianti quanto inutili a combattere la mafia. E se invece lo analizzassimo per una volta dal lato dei mafiosi? Forse allora capiremmo che il problema non è la mafia che si infiltra, ma proprio l’appalto pubblico in sé.

Il mafioso in fondo è un imprenditore, un soggetto che organizza un’attività per trarne un profitto, con la sostanziale differenza dell’assenza di morale legata allo sprezzo del pericolo di essere punito per le attività illecite. Da qui l’enorme avidità che lo porta a lucrare con ampi margini di profitto nel breve periodo, riducendo al minimo le spese, fornendo beni e servizi di pessima qualità e ottenendo così il massimo del guadagno, anche perché sa di farla per lo più franca in Italia.

Quanto durerebbe sul libero mercato un imprenditore del genere? Lo spazio di un appalto privato. Per quel poco che ancora conta la reputazione nell’asfittica economia italiana, sarebbe ben difficile che un cliente privato non si accorgesse subito che lo stanno fregando con materiali scadenti o con lavoratori incapaci. Magari eviterebbe di fargli causa, che in Italia ormai non serve a nulla, ma quanto meno interromperebbe il rapporto, bloccherebbe i lavori e i pagamenti, eviterebbe di tornare a fornirsi da lui e spargerebbe la voce.

Non sono mica fessi i mafiosi, non se la rischiano sul mercato. Ecco perché fanno affari con lo Stato e le amministrazioni pubbliche. Là c’è il più alto tasso di irresponsabilità di chi ha in mano il denaro, proprio perché non gestisce i suoi soldi, ma i nostri. Perciò il modo definitivo e più rapido di combattere le infiltrazioni mafiose sarebbe molto semplicemente quello di eliminare gli appalti pubblici. Tout court. Ma al di là di questa banale evidenza, che sfugge ai più, il dato più significativo degli arresti di ieri per il Cara di Crotone non è che fosse in mano alla ‘ndrangheta, ma che ci sia ancora qualcuno che si stupisce.

Sono appalti pubblici, tanto quanto gli altri. Anzi, ancora più lucrosi, perché con la scusa dell’emergenza continua e sistematica vengono affidati con ancora più facilità, con meno finti controlli e soprattutto con ampi margini di guadagno facile. E se le mafie ci si infiltrano è una garanzia che i guadagni siano alti, altrimenti non ci perderebbero nemmeno tempo.

Ecco, semmai io mi indignerei proprio di questo, non che i mafiosi si infiltrino, che in fondo fanno il loro sporco mestiere e non hanno mai avuto l’ipocrisia di negarlo, ma che lo stesso margine di guadagno lo abbiano le onlus, quelle organizzazioni che per statuto, per legge e per denominazione dovrebbero essere senza scopo di lucro.

Ci hanno sfrantumato le orecchie con la loro carità pelosa, hanno un regime fiscale ridicolo, pontificano a destra e a manca, ci fanno la morale, ci tacciano di razzismo ogni minuto, demonizzano chiunque osi mettere in dubbio la loro attività che spacciano per beneficenza, pretendono di insegnarci la bontà, il disinteresse, l’altruismo, ma non sono altro che prenditori di denaro pubblico.

Come mafiosi qualsiasi si infiltrano negli appalti per lucrare con il margine di guadagno maggiore possibile nell’ultima delle mangiatoie statali ancora disponibili. Che abbiano almeno la compiacenza di risparmiarci la loro ipocrisia smisurata.

sabato 20 maggio 2017

Onestà! Ove sta?

lastampa.it
mattia feltri

Virginia Raggi aveva avuto l’idea giusta. Siccome:

1) A Roma, secondo stime abbastanza generose, un passeggero su quattro non paga la corsa in autobus, in tram, e nemmeno in metropolitana (qui a Roma siamo dotati di capacità atletiche a prova di tornello).
2) Questa forma spontanea di welfare, volgarmente detta dei «portoghesi», costa all’azienda dei trasporti fra i 70 e gli 80 milioni di euro all’anno.
3) I dipendenti della medesima azienda sono lo sproposito di 11 mila e 900, ma soltanto trecento fanno i controllori, e gli altri rimangono in ufficio a sbrigare faccende per cui basterebbe la metà del personale.

Ecco, premesso tutto questo, il sindaco aveva deciso di spostare un po’ di amministrativi, circa mille e 400, e per un solo giorno a settimana, a turno, sui mezzi di trasporto della città per dissuadere un po’ di volponi dal viaggiare senza biglietto. Grande Raggi: aveva trovato anche l’accordo coi sindacati. Miracolo, no? Magari, perché ora si è scoperto che alcune centinaia di dipendenti hanno lasciato i sindacati con cui era stata firmata l’intesa e si sono iscritti a quelli che non l’hanno firmata, così che non saranno obbligati a uscire dall’ufficio. 

E un altro centinaio abbondante ha chiesto la visita medica: sarà una sfilata di alluci valghi e gomiti della lavandaia, infermità gravemente invalidanti in vista di un impiego sulla strada. Vedrete, aumenteranno. E l’intesa salterà. Se Raggi vuole andare sotto la sede dell’azienda a gridare onestà, stavolta siamo con lei. 

venerdì 19 maggio 2017

Microsoft, Google, Amazon: tutti vogliono un morso della Mela, ma Apple resta sull’albero

lastampa.it
carolina milanesi*

Chi usa iOS è un cliente prezioso perché spende più degli altri. E se rimarrà fedele a iPhone e iPod, non è detto che non possa apprezzare app e servizi di altri produttori



Ormai è ufficiale: Google Assistant è disponibile su iOS
La scorsa settimana Microsoft ha annunciato che diverse nuove funzionalità per Windows 10 Fall Creator Edition, come Pick Up Where You Left off e OneDrive Files on Demand, saranno disponibili su iPhone e iPad. Tutti vogliono un pezzo di iOS o meglio, tutti vorrebbero arrivare ai consumatori più preziosi. E si sa che i clienti Apple sono molto preziosi. Basti guardare a quanto spendono per l’hardware e a quanto fruttano sull’App Store e altri servizi di sottoscrizione per capire come mai anche altri produttori siano interessati ad arrivare a loro.

Non essere in gara rende liberi
È tutto molto più facile, quando la tua principale fonte di guadagno non si basa sulla vendita di un hardware specifico e in un certo senso è di natura neutra. Motivo per cui Microsoft e Google, il cui business ruota rispettivamente su cloud e advertising, mentre vendono i propri dispositivi e monetizzano dai sistemi operativi, hanno deciso di andare all’attacco di iOS.

Portare Office, OneDrive e Cortana su iOS e in parte su Android permette a Microsoft di raggiungere un numero di utenti maggiore rispetto a quelli dei PC. Naturalmente, Microsoft non ha niente da perdere sul mobile, date le quote irrisorie di Windows Phone nel mondo. Tuttavia, questa tattica non si limita al mondo della telefonia; le app sono infatti disponibili anche su iPad e Mac, dispositivi che interessano molto a Microsoft e i suoi partner Windows.

La strategia a lungo termine dell’azienda di Nadella è stata descritta molto bene durante la Build Conference con lo slogan “I PC Windows 10 sono il cuore di tutti i dispositivi.” Personalmente avrei fatto un passo oltre, con “Windows 10 e’ il cuore di tutti i dispositivi”, ma non sarebbe stato politicamente corretto nei confronti dei loro partner. Qualunque sia lo slogan, l’idea che sta dietro ha fatto centro. Lasciate che gli utenti scelgano il telefono (o tablet o altro) che vogliono usare, ma assicuratevi che, se dispongono di un dispositivo Windows 10, la loro esperienza sia la migliore. Del resto, migliore è l’esperienza del fruitore, più alta è la probabilità che scelga servizi e applicazioni Microsoft rispetto a quelli preinstallati sul telefono.

Google ha sempre avuto un approccio neutrale, non selettivo, per quanto riguarda le proprie applicazioni e i servizi. L’esperienza è spesso migliore su Android, ma non significa che i consumatori non traggano vantaggio dell’utilizzo di applicazioni e servizi su altre piattaforme e dispositivi. Google Maps e Chrome potrebbero essere l’esempio migliore finora, ma a breve potrebbe diventarlo Google Assistant. Anche se è possibile che altre piattaforme limitino il livello di integrazione di Google Assistant e Cortana, rimarrebbero comunque utili all’utente oltre che fungere da raccoglitori di informazioni preziose per il provider.

Mentre la lotta tra i vari attori si sposta dal mobile a cloud e intelligenza artificiale, la conoscenza dei propri utenti sarà di fondamentale importanza per poter offrire loro un servizio sempre migliore. Google sperava di farlo con il suo sistema operativo, ma i due miliardi di utenti Android non sono gli utenti dei servizi di Mountain View. Quindi assicurarsi di arrivare agli utenti più preziosi è fondamentale in questa fase, soprattutto perché il legame che verrà a crearsi con l’utente sarà molto più stretto che con qualsiasi altro hardware o servizio fornito prima.

L’hardware: un mezzo per raggiungere uno scopo
Come dimostrato da Apple, vendere hardware può fruttare molto. Tuttavia per Amazon, Google e, in una certa misura anche Microsoft, l’hardware rappresenta più un mezzo per raggiungere uno scopo che una vera fonte di guadagno. Quindi la chiave risiede nel trasformare in oggetti la loro visione di servizi e applicazioni. Che sia una casa per Alexa e Google Assistant o una TV per Prime Video o un’esperienza in auto per Google Maps, è importante che gli utenti sperimentino dall’inizio alla fine la migliore incarnazione di questa visione.

Tuttavia, se la stabilità commerciale non dipende dall’hardware, non si sta spendendo il budget del marketing per convincere gli acquirenti a cambiare o aggiornare il proprio dispositivo. Tutt’altro, si tratta di un modo di fornire un valore aggiunto sempre e ovunque. Del resto, cambiare hardware toglie valore, e quando il valore viene a mancare completamente, l’hardware in sé sembrerà molto meno attraente per gli utenti più esigenti, incorrendo così nel rischio concreto di perdere clienti. Ben Thomson ha recentemente citato l’esempio di Apple in Cina, dove gli utenti iPhone sono così impegnati con i servizi e le app fornite dai gestori locali che il valore di Apple è nettamente inferiore rispetto a quello potenzialmente offerto negli Stati Uniti dove si avrebbe accesso a Apple Music, Apple Pay e altro.

Seguire i soldi
Detto questo, cosa succederà ad Apple e il suo modello di business incentrato sull’hardware? Ebbene, chi ha prestato attenzione agli ultimi dati, sa che Apple se la cava già egregiamente con il fatturato dai servizi, che ha superato i 7 miliardi di dollari. Il fatturato dell’App Store cresce del 40% in un anno, con una solida base di 165 milioni di clienti, mentre le transazioni di Apple Pay sono aumentate del 450% rispetto al 2016.

Per ora non sembra che Apple abbia molto da preoccuparsi. Non solo i suoi sono i clienti più importanti su iOS e MacOS, ma utilizzano i servizi e applicazioni a pagamento. Tuttavia, mentre l’offensiva dei concorrenti cresce, Apple dovrebbe cominciare a giocare la stessa partita, il che potrebbe significare dover aprire alcuni suoi servizi e applicazioni ad altre piattaforme.

La scorsa settimana, Microsoft ha annunciato con orgoglio che iTunes sarà disponibile su Windows 10 Store. Molti hanno fatto notare come nessuno più lo usa veramente, anche se personalmente penso sia una visione molto iOS-centrica. Ci sono ancora molti utenti di PC che utilizzano iTunes e rappresentano un’opportunità inesplorata per Apple Music, un servizio che potrebbero non tanto considerare sul cellulare, ma che potrebbe interessarli come parte di iTunes sul loro PC.

Ci sono poi servizi più attraenti e coinvolgenti come iMessage o Apple Pay e Siri, in grado di veicolare l’utilizzo su altri dispositivi. Pensate alla potenzialità di iMessage su un PC invece di Skype. Oppure l’opzione di poter creare un account Apple Pay che funziona su altri browser. O Siri che ti parla attraverso tutti i tuoi dispositivi.

Trovare il giusto equilibrio tra essere troppo chiusi e troppo aperti non è facile. Sappiamo come l’apertura possa minare l’interoperabilità, ma sappiamo anche che la chiusura può limitare la crescita. Qui non si tratta di difendere un mercato. Per quello basta offrire un’esperienza superiore sull’hardware di Apple in modo che, indipendentemente da altre applicazioni e servizi disponibili, gli utenti non considereranno mai nient’altro che quelli preinstallati. Si tratta semmai di assicurarsi che nessuna opportunità sia lasciata in sospeso, il che significa esplorarla e iniziare a guadagnare.

* Carolina Milanesi è analista di Creative Strategies, Inc. Si occupa di tecnologia da diversi punti di vista: hardware e servizi, ma anche software e piattaforme, e studia il presente per immaginare il futuro. È stata in precedenza responsabile della ricerca presso Kantar Worldpanel e Vice Presidente Ricerca Apparecchi Consumer presso Gartner. Suoi contributi appaiono regolarmente in Bloomberg, The New York Times, The Financial Times e il Wall Street Journal, ed è spesso ospite di BBC, Bloomberg TV, Fox and NBC News e altre televisioni.

Leonardo, buonuscita da 9, 4 milioni all'ex ad Moretti

repubblica.it

Il Cda ha verificato "la sussistenza dei presupposti" per attribuire all'ex amministratore e direttore generale la somma 9,2 milioni a titolo di "indennità compensativa e risarcitoria" e quella di 180 mila euro per le "rinunce" in sede di risoluzione del rapporto

Leonardo, buonuscita da 9, 4 milioni all'ex ad Moretti

MILANO - Quasi 9,4 milioni di euro. A tanto ammonta l'assegno di buonuscita che riceverà Mauro Moretti da Leonardo, l'azienda dell'aerospace di Finmeccanica. Il consiglio di amministrazione di Leonardo, nella prima riunione del nuovo cda tenutasi il 16 maggio scorso, "ha verificato - si legge nella nota ufficiale del gruppo - la sussistenza dei presupposti per l'attribuzione all'ex amministratore delegato e direttore generale di un'indennità compensativa e risarcitoria pari a 9.262.000 euro oltre alle competenze di fine rapporto e di quanto spettante in relazione ai diritti maturati nell'ambito della partecipazione ai piani di incentivazione a breve e medio-lungo termine, come riportati nella relazione sulla remunerazione della società".

A tale indennità, spiega ancora la nota, si aggiunge un importo di 180 mila euro "a fronte di rinunce specifiche effettuate" da Moretti "nell'ambito della risoluzione del rapporto". La società aggiunge che "non è previsto alcun vincolo di non concorrenza successivo alla cessazione del rapporto e, pertanto, nessun corrispettivo sarà dovuto a tale titolo".  Gli importi, precisa Leonardo, saranno erogati entro 40 giorni dalla formalizzazione degli atti di cessazione del rapporto.

"Tale attribuzione - chiarisce il comunicato - è stata determinata in linea con le disposizioni di legge e di contratto applicabili, nonché in conformità ed in coerenza con quanto indicato nella politica di remunerazione adottata da Leonardo con il coinvolgimento del Comitato per la Remunerazione". Il compenso è stato inoltre illustrato nella Relazione sulla remunerazione "approvata dal Consiglio di Amministrazione in data 15 marzo 2017 e sottoposta, con esito favorevole, al voto consultivo dell'assemblea degli azionisti" dello scorso 16 maggio 2017.

Moretti, condannato di recente in primo grado a 7 anni per la strage di Viareggio per il ruolo di amministratore delegato di Rfi ai tempi della tragedia, ha lasciato la guida di Leonardo ad Alessandro Profumo, che si è insediato col nuovo Cda martedì scorso.

Le Iene, insulti e strattoni da onorevoli baby pensionati

ilgiornale.it
Rachele Nenzi - Gio, 18/05/2017 - 11:14

Le Iene con Filippo Roma sono andati a trovare gli onorevoli baby pensionati. La loro reazione? Insulti e spintoni



Le Iene hanno fatto i conti in tasca agli onorevoli che con pochi giorni di lavoro hanno raggiunto un vitalizio d'oro.


Non solo, sono anche andati a trovarli, peccato che questi non l'abbiamo presa bene.

I baby pensionati

Filippo Roma è andato a trovare gli onorevoli baby pensionati, ovvero quelli che con una manciata di giorni di lavoro hanno raggiunto una pensione ricchissima. Il primo Angelo Pezzano, "il recordman dei vitalizi", come lo definisce Roma. Ben 2200 euro al mese per una sola settimana alla Camera, per un totale di 500 mila euro incassati ad oggi. La visita della iena non è gradita e così la fa sbattere fuori da un suo collaboratore.

"Ancora meglio di Pezzano, c'è l'ex onorevole Piero Craveri": 2300 euro per nessuna presenza al Senato. Quest'ultimo inveisce subito contro Roma per poi stare al gioco e arrivare fino a chiedere due euro da dare a un mendicate. Contento e orgoglioso ammette: "Non ho mai pensato di rinunciare alla pensione". Roma non può far altro che ammettere: "Quanto ci costano questi onorevoli". E come dargli torto.

(Qui il video completo)

I pugni sul tavolo

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mattia feltri

Ieri a Bruxelles c’erano due riunioni, una del Consiglio dei ministri europei degli Interni e l’altra del Consiglio dei ministri europei della Difesa. Ministri italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Nella prima riunione si parlava di un tema di cui noi italiani dovremmo avere orecchiato qualcosa: l’immigrazione; nella seconda si parlava di un tema già più ignoto, ma a occhio, abbastanza interessante: il futuro della difesa unica. Sottosegretari italiani presenti all’una e all’altra riunione? Zero. Dopo le due riunioni, i partecipanti dell’una e dell’altra si sono ritrovati in un pranzo collettivo per parlare di un tema che potremmo avere incrociato in qualche cronaca di tg: il terrorismo.

Ministri o sottosegretari italiani presenti al pranzo? Zero. Certo è un vero peccato, perché se i nostri uomini di governo avessero incontrato i colleghi comunitari, si sarebbero cavati il gusto di battere i pugni sul tavolo, come è stato ripetutamente promesso. Invece, così, gli sarà toccato di batterli dall’Italia, e il rimbombo dell’irritazione arriva al massimo nella stanza accanto. E poi non è nemmeno la prima volta, succede di frequente, e purtroppo. Avranno di meglio da fare, oppure capiterà di perdere l’aereo, o più probabilmente gli toccherà di onorare convegni e salotti televisivi in cui dire che l’Europa così com’è non va. Anche se invece va, ma senza di noi. 

Ps. Uno dei danni collaterali del riciclaggio sedentario di intercettazioni è che si finisce col non parlare mai delle colpe vere. 

Analogie

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jena@lastampa.it

Il senatore McCarthy che accusa Trump di essere pagato da Putin è come Renzi che intima al babbo di dire tutta la verità.

Entrambi scherzavano.

Il ragazzino che ha ridato l’onore all’Uss Indianapolis

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fabio pozzo

Non ebbe fortuna la nave che trasportò la prima bomba atomica: fu affondata, i suoi uomini alla deriva decimati dagli squali, il comandante sotto accusa. Ma c’è un seguito, poco conosciuto


Una scena del film “Uss Indianapolis. Men of courage” con Nicolas Cage

«Non ho ancora visto il film con Nicolas Cage» dice Hunter Scott, ufficiale e pilota di elicotteri dell’Us Navy di stanza in Giappone. Hunter rappresenta il seguito della terribile ordalia dell’Uss Indianapolis, una storia ancora da raccontare. È il 29 luglio 1945. L’incrociatore pesante Indianapolis dell’Us Navy sta navigando nel Mare delle Filippine, di ritorno da Tinian, dove ha consegnato l’involucro e l’uranio della prima bomba atomica, quella che sarebbe esplosa su Hiroshima. Poco prima di mezzanotte la nave è avvistata dal sottomarino nipponico I-58, a circa 4 mila metri di distanza; il comandante Mochitsura Hashimoto ne lancia sei. Alle 00.02 del 30 luglio l’ufficiale dell’Imperatore sorride nel periscopio. «Meecyuu!», colpita.


Squali! Un’ordalia per i naufraghi dell’Indianapolis
A picco in 12 minuti

L’Indianapolis affonda in 12 minuti. A bordo 1.169 uomini, circa 300 muoiono nelle esplosioni, 900 restano in mare per quattro giorni, dimenticati su battelli di salvataggio e relitti galleggianti. Una serie di negligenze frena i soccorsi. I marinai soffrono le pene dell’inferno: sole, disidratazione e soprattutto gli squali: sopravvivono in 316, recuperati dopo essere stati avvistati per sbaglio dall’equipaggio di un aereo da ricognizione. Il comandante Charles B. McVay III ha 47 anni. È nato in Pennsylvania, il padre era ammiraglio. Decorato per merito, McVay aveva già comandato l’Indianapolis durante l’invasione di Iwo Jima e il bombardamento di Okinawa. Poi, la missione segreta che avrebbe cambiato il corso della guerra. 


Nicolas Cage interpreta il comandante McVay


Il vero comandante Charles B. McVay III 

Rientrato in patria dopo l’affondamento, McVay è sottoposto al giudizio della Corte marziale, con l’accusa di non aver ordinato in tempo l’abbandono nave (poi caduta) e di non aver navigato a zigzag, soluzione che avrebbe potuto rendere meno vulnerabile la nave. Il processo è caldeggiato dall’ammiraglio Ernest Joseph King, comandante in capo della flotta Usa, il quale s’impone al comandante della flotta del Pacifico, l’ammiraglio Chester Nimitz, che avrebbe voluto liquidare la vicenda con una semplice reprimenda. Si è anche ipotizzato che King avesse qualche conto da regolare col padre di McVay...


Un’altra scena del film “Men of courage”
Il verdetto della Corte marziale

La Corte cita come testimone persino Hashimoto, il comandante nemico, il quale difende il “collega”, spiegando che anche zigzagando non sarebbe riuscito a sfuggire ai suoi siluri. Niente da fare. Il comandante dell’Indianapolis, l’unico ad essere giudicato nell’Us Navy per aver perso la sua nave durante il conflitto, è scelto come capro espiatorio. I familiari delle vittime premevano, c’era la questione del ritardo dei soccorsi...
 
Colpevole: questo il verdetto. Un anno dopo, la sentenza è rimessa, ma la carriera di McVay è comunque bruciata. Finisce in un ufficio, a New Orleans e nel ‘49 si congeda col grado di ammiraglio. Ma il suo tormento non termina: per anni riceve angoscianti telefonate, messaggi, lettere anonime che lo accusano della morte dei suoi marinai. Resiste fino al 1968, quando si spara con la pistola d’ordinanza. 

Spostiamoci a Pensacola, in Florida, ora. A casa di un ragazzo di 12 anni, Hunter Scott, che sta guardando il film “Lo squalo” insieme col padre ed è colpito dal celebre monologo del comandante Quint, che racconta di essere uno dei superstiti dell’Indianapolis. 


Hunter Scott in una foto d’epoca
La battaglia di un dodicenne

Hunter non sa nulla di questa nave e , spinto dal papà, decide di approfondirla per partecipare a una gara scolastica per la miglior tesina di storia. Contatta i superstiti di quella terribile vicenda e dopo diversi tentativi conquista la loro fiducia. Raccoglie documenti, memorie e soprattutto le testimonianze di 150 ex marinai. Facendo proprio un loro desiderio: quello di riabilitare l’onore del comandante McVay, ingiustamente accusato. L’Us Navy, infatti, non ha mai cambiato idea sull’accaduto del 1945 e ha sempre sostenuto l’accuratezza del procedimento dinnanzi alla Corte marziale: nei suoi archivi, le note personali di McVay sono rimaste macchiate.

Hunter avvia la sua battaglia personale, con l’aiuto degli ex dell’Indianapolis e di lobbysti come Joe Scarborough. Finisce sui giornali e avviene l’incredibile: il ragazzo di 12 anni è convocato in audizione dal Congresso, incontra politici come Newt Gingrich e il senatore delle Hawaii Robert C. Smith («Ragazzo, le tue prove sono solide?»; «Granitiche, Sir»), finché la riabilitazione di Charles B. McVay III diventa una risoluzione congressuale. Nel 2000, con la firma del presidente Bill Clinton, l’onore è finalmente restituito al comandante.


Hunter Scott nel 2013 con un superstite dell’Indianapolis
(U.S. Navy/B. Eichen) 

Nicolas Cage a bordo
La storia dell’Indianapolis è diventata un film, “Men of Courage”, di Mario Van Peebles con Nicolas Cage che interpreta McVay (non ancora approdato nelle sale italiane). Anche quella di Hunter dovrebbe arrivare sul grande schermo (è raccontata nel libro “Left for Dead” di Pete Nelson), prodotta dall’attore Robert Downey Jr (Iron Man) per la Warner. «Ho lavorato per il film negli ultimi quattro anni - racconta Hunter -, ma il progetto adesso è in sospeso».