lunedì 31 luglio 2017

“La mia prima bicicletta da corsa, comprata per un sacco di sabbia”

lastampa.it
giorgio viberti

Felice Gimondi e il rapporto dei campioni con le due ruote: “Ma oggi la strada è rischiosa, meglio la mountain bike”



Felice Gimondi al Giro d’Italia che vinse nel 1967
Felice Gimondi è stato uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. Nato a Sedrina (Bergamo) il 29 settembre 1942, dopo una brillante carriera dilettantistica passò professionista nel 1965 e subito vinse il Tour de France. In 14 anni di carriera ai massimi livelli ha ottenuto 81 vittorie, fra le quali tre Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, un Mondiale, due Campionati italiani, un Lombardia, una Milano-Sanremo e una Parigi-Roubaix. Insomma, uno che di ciclismo e di biciclette se ne intende.

Gimondi, si ricorda ancora la sua prima bicicletta?
«Certo, era un’Ardita rossa, un regalo di mio padre perché ero stato promosso alle elementari, avevo sette o otto anni. Ero così contento che la inforcai subito per farmi un giro, ma caddi e mi ruppi un dente. Non un buon inizio».

E quando arrivò la prima bici da corsa?
«A 16 anni dissi a mio padre che avrei voluto correre, ma in casa c’erano pochi soldi».

E allora come andò?
«Papà, che era appassionato di ciclismo e in gioventù aveva corso, lavorava come trasportatore e un giorno doveva portare un carico di sabbia a un cliente che non pagava mai. “Se stavolta mi paga, ti compro la bici” mi disse. Andò bene, perché quel giorno il cliente saldò i debiti. Era destino».

E suo padre mantenne la promessa?
«Certo. Con quei soldi, circa 30 mila lire, comprammo una bici usata. Ero talmente felice che lasciai gli zoccoli in mano a mio padre, saltai in sella e pedalai a piedi nudi fino a casa. All’inizio non arrivavo nemmeno ai pedali e allora mettevo una gamba di traverso in mezzo ai tubi del telaio per poter pedalare».

Ma allora lei andava anche su un’altra bici, di sua madre.
«Certo. Spesso sostituivo mia madre che faceva la postina a Sedrina, il nostro paese. Allora la Valle Brembana era magnifica, pedalavo su e giù per le strade sterrate per recapitare buste e pacchi. Diventarono la mia palestra».

Era una bici da donna?
«Sì, ma mi andava bene lo stesso. Se mai il problema era il telaio pesantissimo, 15-20 chili, in ferro, col portapacchi. Che fatica quando cercavo un po’ di velocità».

Pensare che oggi le bici pesano meno di 7 kg. Che ne pensa dell’idea della Federciclismo mondiale di abolire il limite minimo di peso per le bici dei professionisti, che oggi è 6,8 kg?
«Che sarebbe un errore, perché bici troppo leggere diventerebbero molto pericolose, soprattutto in discesa». 

Ricorda la bici della sua prima corsa?
«In verità non la potei nemmeno usare. Era una gara a Treviglio, vicino a Bergamo. Eravamo in tre e andammo alla partenza sul rimorchio del motocarro di mio zio, appoggiati alla cabina per non prendere troppa aria. Durante il viaggio ruzzolai fuori due o tre volte, poi perdemmo la strada. Quando arrivammo era già finito tutto e avevano già tolto lo striscione». 

E la bici della sua prima vittoria?
«Eravamo a Celana, nel Bergamasco. Partimmo dal patronato di San Vincenzo, andai in fuga con un compagno e poi rimasi da solo. Vinsi per distacco, a modo mio, perché non ero molto veloce negli sprint».

A 22 anni, nel primo anno da professionista, vinse a sorpresa il Tour de France che non avrebbe nemmeno dovuto correre e nel quale era gregario di Adorni. Ricorda la sua bici di allora?
«Una Chiorda marchiata Magni, col suo colore caratteristico blu-azzurro. Ci vinsi anche la Roubaix e il Lombardia. Poi passai alla Bianchi, alla quale sono ancora legato».

Va ancora in bici?
«Certo, anche se dopo una frattura alle vertebre devo andarci un po’ più cauto».

E che modello ha?
«Ho una bici da corridore che celebra il centenario della Bianchi, ditta per la quale ho anche curato il reparto corse».

Però lei ha fatto nascere una scuola di mountain bike. Ha cambiato specialità?
«Con monsignor Mansueto, il parroco di Almè, e altri amici ho creato un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 13 anni per andare in mountain bike nel Parco dei Colli di Bergamo».

Allora è meglio la mountain bike della bici da corsa?
«Adesso vado più spesso in mountain bike, è più sicura, mi dà un contatto più diretto con la natura e incrocio meno auto. La strada è diventata sempre più complicata, le famiglie portano più volentieri i figli a correre fuoristrada, è meno pericoloso e più divertente».

E la bici a motore, la pedalata assistita, l’ha mai usata?
«No, ma trovo che sia stata una bella trovata. Dà la possibilità a tutti di pedalare e restare in salute».

Dicono che la bici a motore sia usata di nascosto anche dai professionisti. Che ne pensa?
«Forse in passato, oggi non credo, ci sono così tanti controlli».

Sempre più corridori o cicloamatori subiscono incidenti stradali? Che cosa si può e si deve fare?
«Darsi una regolata reciproca. Gli automobilisti rispettino di più i ciclisti, ma chi va in bici eviti di andare in pariglia o terziglia. In bici si va uno dietro l’altro. E pedalare».

"Lo Stato mi perseguita dopo l'acquisto della villa del Duce"

ilgiornale.it
Francesco Curridori - Dom, 30/07/2017 - 18:31

Domenico Morosini, proprietario di Villa Carpena, rivela: "Un giorno mi sono trovato in azienda ottanta finanzieri, ottanta! Mi vogliono far crollare. Il Duce fa più paura oggi che quando era in vita"



“Un giorno mi sono trovato in azienda ottanta finanzieri, ottanta! Mi vogliono far crollare.
Il Duce fa più paura oggi che quando era in vita”. A parlare è il signor Domenico Morosini, 77 anni, originario del lodigiano che, nel 1998, acquista da Romano Mussolini Villa Carpena, la dimora del Duce e della sua famiglia, situata nelle campagne di San Martino in Strada, a dieci chilometri da Predappio.

Ora la villa è trasformata in una sorta di museo che racchiude i cimeli più preziosi di Benito Mussolini: dal suo violino alla lampada a forma di fascio littorio regalata al Duce da D’Annunzio per finire con l’ultima divisa indossata occasione dell’incontro col cardinale Schuester, comprata dall’anziano nostalgico nel 2007 un’asta negli Stati Uniti. Morosini, in un’intervista a Libero, racconta di sentirsi perseguitato dallo Stato:“Qualche giorno fa mi è arrivata una cartella esattoriale da 120 mila euro del 1982? Ho fatto ricorso: se perdo devo sborsarne 400 mila. Ho sempre lavorato sodo, avevo due imprese edili, che mi hanno fatto chiudere, e una catena di negozi d’abbigliamento. Continuo a darmi da fare anche adesso che ho una certa età, ma sono braccato…

Morosini, poi, se la prende con i politici di oggi: “Sono ancora lì che discutono sui vitalizi: è gente che prende 20mila euro al mese!” e attacca: “La Storia viene scritta dai vincitori, nel nostro caso dai comunisti, ma la gente deve e vuole conoscerla, e sono sempre di più quelli che rimpiangono il passato”. Guai a definirlo fascista.“Sono mussoliniano”, ci tiene a precisare dato che è nato nel ’40 quando ormai il fascismo era gli sgoccioli. “Non ho vissuto il Ventennio, però – spiega - apprezzo Mussolini perché ha costruito mezza Italia, ha tenuto sempre il bilancio dello Stato in pareggio, a volte perfino in attivo. 

Dopo il ’46 gli antifascisti, i filosofi, i politici, hanno cominciato a fare miliardi e miliardi di debiti. Questa è gente che non ha fatto altro. Il Duce invece ha fatto tutto”.

Lamezia, amore e affari all'ombra dell'immigrazione

ilgiornale.it
Emanuela Carucci - Dom, 30/07/2017 - 17:51

Coinvolta funzionaria della prefettura di Catanzaro e un imprenditore ai domiciliari. False relazioni positive sul centro migranti

Galeotto fu il bando di gara per i migranti. Così è scoppiato l'amore tra una funzionaria di 53 anni dell'ufficio immigrazione della prefettura di Catanzaro e un imprenditore di Lamezia Terme (in provincia di Catanzaro)di 73 anni, ora agli arresti domiciliari per corruzione.

A darne notizia è La Gazzetta del Sud. Secondo quanto si apprende, pare che la relazione fosse nata dopo due mesi dal bando di gara per l'apertura di un centro per immigrati a Lamezia. Bando a cui l'imprenditore (agricolo) era interessato e, complice la donna, avrebbe fatto di tutto per ottenere partecipando con altre undici ditte. Alla fine ha ottenuto la possibilità di gestire una parte di migranti risultando al terzo posto in graduatoria.

Come si legge sul quotidiano locale “lei aggiustava le relazioni ispettive fatte personalmente, lui le allungava 12mila euro e le vendeva un villino alle porte di Lamezia per solo 2mila euro.” dove la figlia di lei apre un Bed & Breakfast.

A quanto pare, secondo le prime indagini, lei si dava molto da fare per far ottenere al compagno gli appalti. Una relazione in cui l'uomo era molto coinvolto. Secondo quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche tra madre e figlia, come si legge ancora su “la Gazzetta del Sud” lui “piangeva come un bambino”.

La relazione ha iniziato a sollevare dei sospetti. La donna è stata spostata in altro ufficio. Per lui, non ci sono state più ispezioni "favorevoli" nel centro di accoglienza migranti ed una commissione di ispettori ha fatto una relazione pessima sull'immobile e sull'organizzazione della struttura. Tanto da revocare ogni autorizzazione. Lei, per amore, secondo quanto si legge, è arrivata anche a scrivere una lettera a Valentino Loiero, capo della segreteria della presidente della presidente della Camera Laura Boldrini, senza però, nessun esito positivo.

domenica 30 luglio 2017

Apple cede al governo di Pechino e rimuove le app di VPN dallo Store cinese

lastampa.it

Secondo l’azienda queste applicazioni non rispettano la legge della Repubblica Popolare. Mesi fa fu il New York Times a cadere sotto la censura di Pechino



Il governo di Pechino si propone di rafforzare il controllo su Internet, soprattutto davanti al congresso del Partito comunista previsto a breve. E così - rivela il New York Times - anche Apple si è adeguata e ha rimosso le app usate dai cinesi per aggirare i filtri della censura, che impediscono ad accedere ai siti considerati ostili dal governo della Repubblica Popolare. 

Express Vpn, che produce l’omonima app, ha diffuso una mail ricevuta da Apple in cui veniva avvertita della rimozione del suo software perché «includeva contenuti illegali in Cina». Ma una rapida ricerca sui più popolari network privati virtuali rivela che sono quasi tutti scomparsi dall’App Store cinese. E oggi Apple ha confermato che questo tipo di app non rispettano la legge della Repubblica Popolare, e che quindi verranno rimosse. 

A gennaio invece il blocco dell’accesso a New York Times. L’app del quotidiano americano era l’unico modo - a parte appunto i VPN - per poter leggere gli articoli dopo che nel 2012 Pechino iniziò a bloccare l’accesso al sito www.nytimes.com per la pubblicazione di un’inchiesta sulla ricchezza accumulata dalla famiglia dell’allora premier, Wen Jiabao. Anche allora Apple si difese sostenendo che l’app «violava leggi locali» come riferì Fred Sainz, un portavoce di Cupertino. «Quando la situazione cambierà - aggiunse - l’App Store tornerà ad averle». Il Times sottolinea che Sainz non ha mai voluto specificare quali fossero le «regolamentazioni locali violate» o spiegare se l’ordine fosse stato emesso da un tribunale cinese. 

Morto Ciro Cirillo, il Dc sequestrato dalle Br e rilasciato dopo una oscura trattativa con la camorra

repubblica.it

Aveva novantasei anni: Domani i funerali

Morto Ciro Cirillo, il Dc sequestrato dalle Br e rilasciato dopo una oscura trattativa con la camorra

Se ne sono andati un uomo e un pezzo di storia che sconvolse l'Italia. È morto all'età di 96 anni l'ex presidente della Regione Campania Ciro Cirillo. L'esponente di punta della Dc fu sequestrato a Torre del Greco (Napoli) dalle Brigate Rosse il 21 aprile1981 (quando era assessore ai lavori pubblici della Campania e presidente della commissione che doveva gestite tutti gli appalti del post terremoto del 1980) per poi essere rilasciato dopo diversi giorni di prigionia in circostanze ancora oggi avvolte da molti misteri. Un rapimento che ha segnato la memoria del nostro Paese con il primo serio sospetto di trattativa tra lo Stato, le Br e la camorra di Cutolo, a tre anni dal rapimento Moro.

Durante il rapimento ci fu anche un conflitto a fuoco: furono uccisi l'agente di scorta Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, e venne gambizzato il segretario dell' allora assessore campano all'Urbanistica, Ciro Fiorillo. L'ultima uscita pubblica di Ciro Cirillo, l'ex presidente della Regione Campania è dell'anno scorso, quando decise di festeggiare insieme a figli, nipoti e gli altri parenti i suoi 95 anni. Era il febbraio del 2016 quando convocò i suoi cari al Circolo Nautico di Torre del Greco  per un pranzo al quale presero parte diversi amici politici della vecchia Democrazia Cristiana, in particolare della città vesuviana dove risiedeva. Per l'occasione fu presente anche il sindaco Ciro Borriello.

Ciro Cirillo fotografato dalle Br durante la prigionia

I funerali di Ciro Cirillo si svolgeranno domani, lunedì 31 luglio, a Torre del Greco, alle ore 16.30 nella chiesa dei Carmelitani Scalzi a corso Vittorio Emanuele. Il rapimento Cirillo per anni è stato avvolto dal mistero. Una vicenda scomoda su cui i riflettori sono rimasti sempre bassi, fino al febbraio dell'anno scorso quando lo stesso Cirillo rilascia un'intervista alla tv svizzera italiana, per negare con decisione ogni trattativa finalizzata al suo rilascio da parte del boss ("Lo escludo, assolutamente") e allo stesso tempo per rimestare antiche accuse: "Ci fu un'istruttoria, da parte del giudice Carlo Alemi, che aveva un solo obiettivo, incastrare Antonio Gava, allora ministro dell’Interno". 

Accuse  che il giudice ha prontamente ricusato, con un 'intervista all'Espresso: “Mi sembra incredibile che il dottor Cirillo abbia oggi fatto quelle affermazioni, totalmente discordanti peraltro con quanto affermò, in mia presenza ed al mio indirizzo, il 19 maggio 2008, all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in occasione della presentazione del documentario “La trattativa” del programma Rai “La storia siamo noi”, allorché mi disse: “Anzi penso che mai come in questo momento avremmo tutti bisogno di magistrati coraggiosi e onesti come lei”.

Intrecci mai chiariti e che ora con la morte di Cirillo tornano a infittirsi. Infatti in un'intervista a Repubblica, a firma di  Giuseppe D'Avanzo, nel 2001 Cirillo disse di aver affidato la verità sul suo rapimento a un memoriale di una quarantina di pagine consegnato a un notaio con l'impegno di renderlo pubblico solo dopo la sua morte. Ma in una successiva intervista al Mattino ritrattò: "Dissi anche che lo avevo dato ad un notaio, che lo conservava in cassaforte. Non era vero. Ma quell'invenzione ebbe effetto, per un po' sono stato lasciato in pace dai giornalisti".

Quando Maometto fu sottomesso dall'Arcangelo Gabriele

ilgiornale.it
Magdi Cristiano Allam - Sab, 29/07/2017 - 22:34

Nel suo nuovo libro, "Maometto e il suo Allah", Magdi Cristiano Allam svela il lato meno raccontato della vita del Profeta

Il brano è intitolato «L'Arcangelo Gabriele gli schiaccia il Corano in faccia». Scrive Allam illustrando la sua fatica: «Il vero autore di questo libro è Maometto. Non sono io che racconto la vita di Maometto, è Maometto che racconta la propria vita attingendo da ciò che lui afferma che Allah gli avrebbe rivelato».

All'età di 40 anni Maometto abbandonava spesso la moglie Khadija per isolarsi all'interno di una grotta sul Monte Hira, nei pressi della Mecca, per meditare e pregare Allah. A volte restava isolato diversi giorni, qualche volta persino diverse settimane. Solo quando finiva la scorta di cibo, tornava a casa dalla moglie per approvvigionarsi e poi ritornava nella grotta a pregare Allah.

Era una notte di un giorno dispari dell'ultima decade del nono mese del calendario lunario, il Ramadan, quando all'interno della grotta la fiamma vacillante della lampada ad olio divenne all'improvviso potentissima. L'ombra della sagoma di Maometto veniva proiettata sulla parete della roccia, riproducendo ciascuno dei suoi gesti in modo smisurato, quasi caricaturale. Ad un tratto l'immagine divenne sempre più tenue e l'ombra di Maometto scomparve dalla parete. Una luce vivissima irruppe nella grotta. Maometto si sentì oppresso dal suo bagliore. Il suo corpo si contrasse. Le sue mani e i suoi piedi si irrigidirono. Un malessere diffuso si propagò attraverso le sue membra. Fu assalito dal terrore. I capelli gli si drizzarono sulla testa.

Fu a quel punto, in quelle condizioni di estrema tensione fisica e di totale agitazione psichica, che Maometto vide l'Arcangelo Gabriele. Teneva in mano un libro magnifico rilegato di seta. Era il Corano. La sua mano si protese verso Maometto e, con il Corano aperto, gli ordinò con una voce terrificante:

«Leggi!».
«Io non so leggere!», rispose intimidito Maometto.

Allora l'Arcangelo Gabriele si avvicinò a Maometto e gli schiacciò il Corano aperto sulla faccia. Maometto era stretto in una trappola asfissiante. L'Arcangelo Gabriele lo afferrava tenendolo bloccato, impedendogli di muoversi al punto che a Maometto mancò il respiro con il Corano schiacciato sul volto. Si sentiva ovunque oppresso. Era paralizzato, incapace del minimo movimento. Era terrorizzato. Pensò che l'Arcangelo Gabriele lo volesse uccidere.

Ebbe paura di morire. In quel momento lo odiò. Il corpo trasudò di un sudore che bruciava la pelle. Maometto era sgomento, del tutto disorientato, perché non soltanto non aveva caldo, ma al contrario sentiva freddo, moriva dal freddo. Sentì le gocce di sudore colare fino ai gomiti e non riuscì in alcun modo ad arrestarle e ad asciugarle per porre fine al fastidio che gli procuravano.

Le radici dei capelli si erano talmente irrigidite che le sentiva come aghi conficcati in testa. Quando l'Arcangelo Gabriele si rese conto che Maometto non ce la faceva proprio più a sopportare quella condizione psicofisica, che era assolutamente incapace di reagire e di fatto totalmente sottomesso alla sua volontà, gli tolse il libro del Corano dalla faccia e si allontanò. Maometto riprese a respirare ansimando con tutte le residue forze, come qualcuno che stesse morendo annegato. Si lasciò andare stremato urtando contro il muro e forse andando a sbattere contro una pietra. L'Arcangelo Gabriele si era un po' allontanato e lo scrutava. Non attese neppure che Maometto potesse tornare a respirare normalmente che gli schiacciò nuovamente il libro del Corano in faccia e ripeté con la sua terrificante voce:

«Leggi!».
«Io non so leggere!», rispose per la seconda volta Maometto. Allora l'Arcangelo Gabriele si riavvicinò a Maometto e lo assalì nuovamente. La sua mano si protendeva verso di lui con il libro del Corano mentre Maometto si sentiva il sangue raggelato in preda allo spavento.

Per la terza volta l'Arcangelo Gabriele gli schiacciò il libro aperto del Corano in faccia, premendo ancor più forte delle precedenti volte. Maometto ebbe la sensazione che stesse per morire. Si guardò attorno e si disse che presto sarebbe diventato come una pietra o un pezzo di legno. Era del tutto incapace di articolare una singola sillaba. Aveva perso la parola. Stava vivendo l'esperienza più terribile di tutta la sua vita.

«Leggi!», gli ordinò per la terza volta.
«Io non so leggere!», urlò disperato Maometto.

Allora l'Arcangelo Gabriele si riavvicinò nuovamente a Maometto. Lui si addossò alla parete della roccia. Era completamente in preda al panico. Non era più in grado di emettere un suono dalla bocca o di muovere alcuna parte del corpo per sfuggire al trauma che stava subendo. Si sentiva come stretto in una morsa. I suoi muscoli si tendevano da soli, come se avesse avuto dei crampi, ma lui ormai non sentiva male perché il suo corpo non reagiva più ad alcuna sollecitazione. Era come se non ci fosse più.

Era paralizzato. Pietrificato come una statua. Le mascelle erano tese, le dita contratte, gli occhi spalancati. Maometto percepì la mano dell'Arcangelo Gabriele che si accostava ancora una volta con il libro del Corano. E nuovamente glielo sbatté in faccia. Il colpo subìto fu peggiore delle precedenti volte. Maometto si sentiva ormai talmente oppresso e soggiogato da così tanto tempo, senza riuscire a respirare, che si era convinto che l'Arcangelo Gabriele fosse sul punto di ucciderlo e che non avrebbe avuto scampo alla morte con le ossa frantumate.

A un certo punto Maometto capì che non era sua intenzione ucciderlo. Voleva piuttosto ridurlo in uno stato di prostrazione al limite della perdita totale dell'attività fisica e mentale. E fu allora che l'Arcangelo Gabriele lo lasciò, si allontanò e urlò con la voce più spaventosa:

«Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, ha creato l'uomo da un'aderenza. Leggi, che il tuo Signore è il Generosissimo, colui che ha insegnato mediante il calamo, che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva». (90, 1-5).

Dopo aver rivelato i primi versetti del Corano, l'Arcangelo Gabriele scomparve senza dire nulla. Maometto cadde a terra stremato dallo stato di debolezza. Respirava ansimando con tutte le sue forze. Respirava profondamente lamentandosi a voce alta. Respirava in modo frenetico e fu colto da una crisi di vertigini. Si guardò attorno e si rese conto che era rimasto solo all'interno della grotta diventata buia (...) Scappò paralizzato dalla paura. Si precipitò giù dalla montagna senza guardare dove appoggiava i piedi, rischiando più volte di precipitare dall'alto. Arrivò alla Mecca e continuò a correre ansimando, senza preoccuparsi di ciò che avrebbe detto la gente che vegliava a quell'ora tarda. Sembrava un pazzo in fuga. Quando arrivò di fronte a casa sua, bussò violentemente alla porta e urlò:

«Copritemi! Copritemi!».
La moglie Khadija, i loro figli, il figlio adottivo Zayd, gli schiavi accorsero guardandolo spaventati. Maometto faceva pena. Non l'avevano mai visto in quello stato. Batteva i denti senza riuscire a controllarsi talmente aveva freddo. Il suo volto era pallido. Il corpo era tirato. Il collo era rigido dal terrore. I muscoli erano tutti tesi. Non faceva che ripetere:
«Copritemi! Copritemi!».

Cosa verrà dopo gli smartphone?

lastampa.it
andrea signorelli

Il rilancio dei Google Glass e l’attenzione crescente sulla realtà aumentata aprono una finestra sul futuro dei dispositivi mobili



La decisione di Alphabet di rilanciare i Google Glass (ovvero uno dei suoi flop più rumorosi ) ha dimostrato una cosa: non era l’idea a essere sbagliata, ma i tempi a essere troppo precoci . Svelato sotto forma di prototipo già nel 2012, il progetto fallì non solo per l’elevato costo (1.500 dollari) e il fatto che mettessero a disagio sia chi li indossava sia chi si trovava nei paraggi, ma soprattutto per la mancanza di una killer app che rendesse davvero evidente il vantaggio di questi occhiali intelligenti rispetto ai normali smartphone.

In verità, già allora l’azienda di Mountain View aveva le idee chiare su quale fosse l’applicazione fondamentale per i suoi visori: la realtà aumentata, che permette di sovrapporre il digitale all’ambiente che ci circonda. Una tecnologia diventata davvero popolare solo con il lancio dei Pokèmon Go , nell’estate 2016, ma sulla quale tutte le più importanti aziende tecnologiche stanno da tempo lavorando: da ARKit di Apple , a Facebook ; da Microsoft (una delle prime società a credere in questo tipo di progetto con i suoi Hololens ) a Samsung.

Il lancio dei Google Glass, insomma, sarebbe forse dovuto avvenire dopo la diffusione della realtà aumentata e non prima. Anche perché, secondo gli esperti , è solo grazie ai visori che la AR (augmented reality) mostrerà tutte le sue potenzialità commerciali, dispiegando direttamente davanti ai nostri occhi la fusione tra reale e digitale e, quindi, aumentando davvero il mondo che ci circonda.
L’esempio più semplice è quello dei GPS: grazie alla realtà aumentata e agli smartglasses, le indicazioni stradali saranno proiettate dal visore e integrate con l’ambiente (un primo esempio si può vedere già oggi grazie ai navigatori di Alibaba che mostrano le indicazioni direttamente sul parabrezza ).

Ma le applicazioni degli smart occhiali vanno molto oltre i GPS e devono essere in larga parte ancora immaginate: pensate per esempio a un libretto delle istruzioni dei mobili Ikea che non sia più di carta, bensì una guida digitale che, grazie ai visori, si sovrappone direttamente al mobile che state montando, spiegandovi, in tempo reale, i passi da seguire (e quanto questo possa diventare uno strumento utile per chi esegue riparazioni e montaggi di lavoro). 

A tutto questo si aggiungono le funzioni base degli occhiali smart, già evidenti ai tempi dei Google Glass: le notifiche dei social network e delle mail appariranno davanti ai vostri occhi; interagiremo con ciò che compare sui visori (messaggi, ordinazioni, ricerche sul web, ecc.) non più digitando, ma dialogando con il nostro assistente virtuale; i giochi saranno degli ologrammi, mentre video e fotografie diventeranno ancora più pervasivi (come anticipato anche dagli Spectacles di Snapchat ). A differenza dello smartphone, il nostro nuovo dispositivo mobile di fiducia non sarà più separato, ma integrato con il nostro corpo. Nel video qui sotto, si mostra come potrebbe essere la vostra realtà tra un decennio (e non è detto che vi piaccia).

Un’ulteriore dimostrazione di come gli smart glass dotati di realtà aumentata siano destinati a essere il più importante dispositivo mobile del futuro, è il fatto che alcune aziende del calibro di Google e Samsung stiano già lavorando al passo successivo: lenti a contatto intelligenti , che renderanno di fatto inesistente la distanza tra il mondo digitale e quello reale e porteranno la fusione tra uomo e macchina a un livello che, finora, era stato pensato solo nei libri di fantascienza. I brevetti per questa nuova tecnologia sono stati depositati già nel 2014, ma non è dato sapere a quale stadio si trovi la ricerca e soprattutto quali siano i tempi. A giudicare dalle difficoltà cui stanno andando incontro alcuni progetti, potrebbero essere molto più lunghi del previsto.

sabato 29 luglio 2017

La verità su Bana, la bimba di Aleppo

ilgiornale.it
Roberto Vivaldelli

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Impiegare i bambini come strumento di propaganda mediatica non è certo una novità, soprattutto nel contesto del conflitto siriano. Che questo vero e proprio sfruttamento d’immagine allo scopo di impietosire e sensibilizzare l’opinione pubblica sia opera degli stessi genitori, però, rappresenta qualcosa di stupefacente e al tempo stesso inedito. È l’incredibile storia della piccola Bana al-Abed. A soli 7 anni, infatti, il suo account twitter è divenuto, nei mesi antecedenti la liberazione di Aleppo dai terroristi conclusasi lo scorso dicembre, uno dei profili social più seguiti e discussi.

Dall’account dell’adorabile Bana al-Abed, dal settembre 2016, giungono appelli a favore di un intervento militare contro il presidente siriano Bashar al-Assad e contro la Federazione Russa. Bana twittava da Al-Muasalat, quartiere situato nella parte nord-orientale di Aleppo e al tempo occupato dai terroristi. La giornalista indipendente Eva Bartlett ha recentemente ricostruito i legami tra i genitori della piccola e gli islamisti. Perché dietro quello sguardo innocente, che sembrava denunciare gli orrori della guerra, c’è molto di più.

Dalla Siria alla Turchia

Nonostante i tweet apocalittici – «Sto parlando al mondo, vivo ad Aleppo est. Questo è il momento di vivere o morire» – a metà dicembre Bana e la sua famiglia sono stati evacuati in sicurezza dall’esercito governativo a Idlib e poi trasferiti in Turchia, dove hanno ottenuto a metà maggio lo status di rifugiati da Ankara. L’account di Bana, che ora conta circa 369 mila seguaci, continua ad attaccare Assad e il governo russo. La rivista Time l’ha inserita tra le 25 persone più influenti di twitter mentre, lo scorso 30 giugno, è stata annunciata la pubblicazione di un libro, edito da Simon & Schuster.

Una storia apparentemente incredibile, se non presentasse numerosi lati oscuri. Dopo molte critiche e dubbi emersi sulla veridicità dei suoi tweet, complici la punteggiatura perfetta e il linguaggio troppo forbito – poco plausibili per una bambina di soli 8 anni – la madre di Bana, Fatema, ha ammesso di essere l’autrice di alcuni tweet e di gestire in parte il profilo della figlia. Ne è la dimostrazione la lettera che la stessa Bana ha pubblicato sul suo account, indirizzata al presidente Usa Donald Trump, con l’esplicita richiesta di un intervento occidentale contro Assad. Nonostante sia stata pubblicata in maniera acritica dalla BBC, è difficile credere che una bambina di quell’età possa aver scritto di sua iniziativa una lettera di quel tipo e con quei contenuti.

I genitori e i rapporti con i terroristi siriani

Come racconta Eva Bartlett, lo scorso giugno il giornalista siriano Khaled Iskef è andato a visitare la casa di Bana, «situata a pochi metri dall’ex quartier generale di Al Nusra (Al Qaida) ad Aleppo». E non finisce qui. Nella casa, «Iskef ha trovato un quaderno che documenta il lavoro di Ghassan, il padre di Bana, con le formazioni terroristiche nel corso degli anni». Ghassan Al-Abed, infatti, ha militato nella Sawfa Brigade Islamic, formazione salafita vicina ad Al Qaida. Si aggirava spesso all’Eye Hospital di Aleppo, usata per un lungo periodo dai ribelli islamisti come base. Secondo i racconti dei vicini, il padre di Ghassan, Mohammed al-Abed, era un noto trafficante di armi e collaborava con le formazioni terroristiche. Il negozio di armi della famiglia al-Abed si trovava davanti una scuola, nei pressi del quartier generale di Al Qaida – ora Hayat Tahrir al-Asham –  ad Aleppo.

Chi ha seguito il profilo social di Bana, sa inoltre che per un lungo periodo non è mai andata a scuola. Questo perché, sottolinea Eva Bartlett, «nei quartieri controllati dai terroristi, le scuole venivano impiegate come basi per le milizie». Secondo la giornalista investigativa Vanessa Beeley, tra le voci più autorevoli sul conflitto siriano, inoltre, Ghassan al-Abed era il direttore del registro civile del consiglio orientale di Aleppo guidato da Abdul Aziz Maghrab, uno dei capi di Al-Nusra e membro dei caschi bianchi. Insomma, rapporti torbidi quelli dei genitori con i jihadisti, autori di efferati crimini contro la popolazione. Dopo la vicenda del piccolo Omran, un’altra storia terribile in cui i bambini vengono messi al servizio della propaganda di guerra.

"Alle cooperative 21,5 milioni per i clandestini"

ilgiornale.it
Diana Alfieri - Sab, 29/07/2017 - 09:38

La denuncia di De Corato: solo il 5 per cento di chi fa la domanda ottiene lo status di rifugiato

«Se qualcuno si chiedesse quanto fruttano i richiedenti asilo all'indotto delle cooperative, è presto detto: 21 milioni e 472mila euro fino al 2018». Una somma del tutto provvisoria, perché è comunque legata al numero di arrivi nella nostra città. A denunciarlo l'ex vicesindaco e oggi capogruppo di Fratelli d'Italia in Regione Lombardia di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale.

«Quello che emerge nella determina pubblicata dal Comune di Milano - spiega De Corato - è la gestione delle solite cooperative e come, al contrario di altre gare dove i ribassi sono sempre presenti, qui al massimo arriviamo a un ribasso che va dal 2 per cento allo 0,166». Di qui l'accusa. «I più maliziosi potrebbero affermare che tra le cooperative ci sia un tacito accordo, un cartello che fa sì che il prezzo dell'accoglienza rimanga sempre quello. Abbiamo ormai imparato - prosegue De Corato - che l'accoglienza ai presunti profughi fa gonfiare le casse delle cooperative, basta vedere i loro bilanci».

Come esempio vengono citate citiate le due più attive con Arca che dichiarava un introito per le sue attività nel 2011 di 3milioni e 129mila euro, passati nel 2015 a 8milioni e 333mila euro. Farsi Prossimo, invece, ha incassato 10 milioni e 270mila euro.

Dai dati risulta che la percentuale delle domande di asilo bocciate è in crescita e nel 2015 si è consolidata addirittura sul 58 per cento: 66.266 le domande di protezione esaminate nell'anno (l'83 per cento sul totaledelle domande presentate), solo il 5 per cento hanno avuto come esito lo status di rifugiato, il 15 per cento la protezione sussidiaria e il 22 per cento l'umanitaria. «Insomma - attacca De Corato - le persone a cui paghiamo vitto e alloggio sono potenzialmente clandestini e basandoci sui numeri si può dire che su 21 milioni stanziati dal Comune, 10 milioni vanno a chi si rivelerà irregolare.

Andrebbero richiesti a coloro che da clandestini hanno usufruito di servizi non dovuti».
E intanto giovedì sera ancora scene di guerriglia urbana in via Caccialepori, in zona San Siro che per De Corato «si sta trasformando nella Molenbeek di Milano, dove le case popolari sono ostaggio degli abusivi stranieri». Poco dopo le 21.30 un nordafricano, con una mazza, ha aggredito e mandato all'ospedale un giovane marocchino, lasciando una lunga scia di sangue sulla strada».

Siena, immigrato accoltella autista del bus: carabinieri lo fermano sparando

ilgiornale.it
Sergio Rame - Sab, 29/07/2017 - 20:56

Pomeriggio di sangue a Siena. Un ivoriano, da poco allontanato dal centro di accoglienza e in attesa di espulsione, ferisce con tre coltellate al torace l'autista di un bus. Poi attacca i carabinieri

Pomeriggio di fuoco a Santa Colomba, località in periferia di Siena. Un diciannovenne di origini ivoriane, completamente ubriaco, ha dato in escandescenze quando si trovava su un autobus di linea e ha aggredito l'autista 50enne. Ha estratto un coltellaccio e lo ha ferito con tre violenti fendenti assestati al torace. Per fermare la furia dell'immigrato i carabinieri, che nel frattempo erano intervenuti sul posto, hanno dovuto sparare: prima in aria, poi lo hanno atterrato con un colpo alla gamba.

La furia è esplosa oggi pomeriggio, poco dopo le 15. L'immigrato, che era stato allontanato poco tempo prima dal centro di accoglienza di Santa Colomba perché considerato elemento di disturbo e che era in attesa di espulsione, ha perso il controllo dopo una banale lite. Così, appena salito sull'autobus, si è avventato contro l'autista colpendolo più volte con un coltello da cucina. I colpi lo hanno raggiunto in pieno corpo e gli hanno trapassato il torace. Alcuni passanti hanno far da scudo per salvare il cinquantenne e hanno immediatamente allertato i carabinieri che si sono precipitati nel luogo dell'aggressione.

Nemmeno il loro arrivo, tuttavia, ha placato l'ivoriano che ha scagliato una damigiana di vetro contro i militari. Non avendo altro modo per fermarlo, i carabinieri hanno prima esploso alcuni colpi in aria e poi, quando l'aggressore si è scagliato anche contro di loro, lo hanno bloccato sparandogli a una gamba. Nonostante questo l'immigrato ha tentato la fuga lanciando via il coltello che, in un secondo momento è stato ritrovato dai carabinieri nella boscaglia.

Sia l'autista dell'autobus di linea sia il diciannovenne sono stati trasportati all'ospedale delle Scotte di Siena. Da quanto si apprende, le condizioni dell'autista, che ha perso molto sangue per i fendenti ricevuti al torace, sono gravi ed è stato sottoposto a un intervento chirurgico. L'ivoriano è ora in stato di arresto piantonato in ospedale. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, il giovane aveva litigato con il conducente del mezzo di linea lungo il tragitto di andata. Poi, arrivato al capolinea, l'ivoriano è andato a prendere un coltello da cucina ed è tornato alla fermata per scagliarsi contro l'autista.

Cime già scritto, l'ivoriano era in attesa di espulsione dall'Italia. Da quanto si apprende, infatti, il giovane era stato recentemente allontanato dal centro di accoglienza di Santa Colomba perché considerato problematico, con difficoltà legate all'alcol e noto per le sue intemperanze ai gestori dei programmi di accoglienza e alle forze dell'ordine. Situazioni che avevano spinto le autorità a revocargli lo status di richiedente asilo. Non solo. Il 18 luglio scorso era stato arrestato dalla polizia ferroviaria alla stazione di Poggibonsi perché aveva sferrato un pugno a un controllore che gli chiedeva di mostrargli il biglietto del treno. Nonostante tutto questo, era ancora libero di girare per il Paese.

Cento anni dei più audaci soldati della Grande Guerra

lastampa.it
andrea cionci

La costituzione del corpo d’élite, ufficializzata cento anni fa, il 29 luglio 1917, si svolse nel pieno della Grande Guerra



Teschi d’argento, fiamme nere, pugnale fra i denti... La simbologia “macabra” degli Arditi, che fu ampiamente ripresa durante il Ventennio, può destare oggi inquietudine. Eppure, la costituzione di questo corpo d’élite, ufficializzata cento anni fa, il 29 luglio 1917, si svolse nel pieno della Grande Guerra.

Come avvenuto per altri protagonisti del primo conflitto mondiale, la memoria degli Arditi, nell’immaginario collettivo, è rimasta stritolata nella tenaglia della propaganda fascista e della successiva damnatio memoriae del secondo dopoguerra. Ma chi furono realmente questi soldati dotati di smisurato coraggio, vanto del Regio Esercito, che costituirono, in assoluto, le prime unità professionali dell’esercito italiano e gli antesignani degli attuali incursori del 9° rgt. Col Moschin e del Raggruppamento Subacquei ed Incursori «Teseo Tesei» (Comsubin) della Marina militare?


Soldato della Compagnia della morte con pinza tagliafili

Dalle pinze al pugnale
Fin dal 1915, nel tentativo di uscire dall’impasse della stagnante e logorante guerra di trincea, tedeschi e austroungarici avevano costituito pattuglie assaltatrici (Stosstruppen e Sturmtruppen) incaricate di creare varchi nei reticolati nemici, con pinze tagliafili e tubi esplosivi, per consentire l’attacco della fanteria. La risposta italiana fu l’organizzazione delle Compagnie della Morte, i cui militari erano riconoscibili per le pesanti corazze Farina e si distinguevano per il coraggio che consentiva loro di operare direttamente sotto il fuoco nemico. Moltissimi furono i soldati che si sacrificarono volontariamente in questo arduo compito poi sostituito dalle bombarde, sorta di mortai di grosso calibro le cui granate creavano un enorme spostamento d’aria tale da spazzar via il filo spinato e gli altri ostacoli artificiali. 


Il capitano Giuseppe Bassi

Si avvertì, a quel punto, l’esigenza di creare pattuglie di soldati che avessero non solo il compito di aprire varchi verso le trincee nemiche, ma anche di conquistarle e di mantenerle in possesso italiano fino all’arrivo della fanteria. Nell’estate del ’17, a Sdricca di San Giovanni di Manzano nei pressi di Udine, al cospetto di Vittorio Emanuele III, venne ufficialmente riconosciuto il I° Reparto d’Assalto, formato da tre compagnie, in seno alla 2^ Armata comandata dal Generale Capello. (Proprio ieri, a Sdricca, il comando militare del Friuli ha celebrato l’anniversario alla presenza del Generale di divisione Giuseppenicola Tota, capo del V Reparto affari generali dello Stato maggiore dell’Esercito, del colonnello Cristiano Dechigi, direttore dell’Ufficio storico dell’Esercito e dell’associazione d’arma Federazione Nazionale Arditi d’Italia).


Petardo Thevenot

Equipaggiamento e addestramento
Erano, dunque, nati gli Arditi. Il loro distintivo era semplice: un gladio romano con il motto “Fert” di casa Savoia inciso sulla crociera, circondato da un ramo di alloro e da uno di quercia.
Apparvero anche le fiamme nere, mostrine di panno applicate sui baveri della giubba da bersagliere ciclista, aperta sul petto. Oltre al moschetto Mod. ’91, gli Arditi erano equipaggiati con un tipico, spartano pugnale da trincea, con pinze tagliafili, lanciafiamme e con le prime mitragliatrici leggere, le Fiat Revelli “Villar Perosa” (primo mitra al mondo, di creazione italiana). Tra le bombe a mano, che portavano addosso in quantità, un posto privilegiato spettava a quelle di tipo soprattutto offensivo, che potevano essere lanciate in corsa anche senza la necessità di mettersi al riparo. Tra queste, il Petardo Thevenot, una bomba dotata di un involucro sottile la quale, più che ferire con le schegge, stordiva il nemico producendo un fortissimo fragore.


Una cartolina degli Arditi

Le dichiarazioni dei prigionieri austriaci riferivano di quanto fossero terrorizzanti gli attacchi, improvvisi e micidiali, delle pattuglie di Arditi. Questi soldati dovevano conoscere perfettamente anche le armi del nemico, che avrebbero potuto utilizzare soprattutto per mantenere le posizioni appena conquistate. Il loro arruolamento era volontario: i giovani più ardimentosi provenivano soprattutto dagli Alpini, dai Bersaglieri e dalla Fanteria. Gli storici hanno sfatato del tutto la leggenda che li voleva reclutati fra gli avanzi di galera e gli individui patologicamente violenti. Di certo dovevano essere giovani dotati non solo di un coraggio fisico fuori dal normale, di particolari forza, scatto e determinazione, ma anche di alte motivazioni patriottiche.

«Fiamme Nere, avanguardia di morte, siam vessillo di lotta e d’orror, siam l’orgoglio mutato in coorte, per difendere d’Italia l’onor». Recita così una delle strofe del loro inno ed esemplifica quali fossero i loro ideali e obiettivi. L’addestramento era durissimo e le simulazioni impiegavano munizioni vere, non a salve. La rivoluzione operata dal capitano Giuseppe Bassi, “padre” del Corpo, nasceva dalla consapevolezza che per combattere in modo più efficace, era necessario che ogni militare sviluppasse un’appropriata preparazione fisica, tecnica e psichica.

Il modo di combattere lasciava quindi spazio all’iniziativa individuale e la disciplina interna, pure severissima, era garantita soprattutto da uno straordinario spirito di corpo che legava in modo tenace la truppa ai suoi ufficiali. Gli Arditi godevano di alcuni privilegi rispetto ai comuni soldati, sul vitto, l’alloggio, i turni di lavoro, i permessi. Anche questo contribuì a creare in loro una coscienza di élite e, conseguentemente, una certa rilassatezza disciplinare - all’esterno – che, non di rado, provocò alcuni incidenti con i Carabinieri, garanti, invece, dell’ordine e della disciplina più istituzionali. 


Passo Piave, al campo degli Arditi dopo la vittoriosa azione sul Sile

I successi sul campo
Fin da subito arrivarono i risultati. Un mese dopo la costituzione, un reparto di Arditi, nell’XI battaglia dell’Isonzo, oltrepassò il fiume alla testa delle fanterie e conquistò il Monte Fratta; in settembre, vi furono conquiste di linee nemiche sul San Gabriele e sull’altipiano della Bainsizza. Alla fine del ’17, gli Arditi si rivelarono fondamentali per arrestare l’avanzata austriaca dopo Caporetto, facendo scudo al ripiegamento – già ben pianificato, va ricordato – dell’Esercito. Si distinsero anche sull’Altopiano di Asiago dove sostennero prove durissime, così come arginarono l’ultimo grande attacco austriaco nel giugno del ’18, sul Piave: «Tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati!» divenne uno dei loro motti. Il XXIII Reparto si guadagnò la Medaglia d’oro al Valor Militare durante la Battaglia del Solstizio. Gli audaci colpi di mano condotti dagli Arditi diffusero, mano a mano, la coscienza in tutti i soldati italiani che le nostre truppe fossero superiori a quelle del nemico. E il Maresciallo Diaz ben conosceva l’importanza del morale dei suoi uomini. 


Arditi in esercitazione con il lanciafiamme a Bussolengo

Un terribile episodio
Per offrire un’idea delle situazioni che si trovavano ad affrontare gli Arditi e di quanto coraggio e sprezzo del pericolo fossero indispensabili per affrontarle, riportiamo uno stralcio dal diario di un loro ufficiale citato nel volume La Battaglia del Solstizio” di Pierluigi Romeo di Colloredo. 
«Un nostro apparecchio [lanciafiamme] rimase senza liquido: il portatore si difese strenuamente, ma venne circondato e bruciato vivo da una ventina di nemici inferociti. Era questa la triste sorte riservata ai rosticcieri [sic] dei lanciafiamme. Mi faccio avanti contro quella masnada imbestialita che sta ancora trafiggendo il cadavere di quel poveretto. Intervenne un altro sergente che cominciò a spruzzare di liquido fiammeggiante quell’assembramento di belve, bruciandole tutte. Mi avvicinai allo spruzzatore in azione e udii scoppiettare le pallottole racchiuse nelle giberne degli avversari che ardevano come torce ed aizzai il vendicatore a proseguire la sua opera distruggitrice, finché non avesse terminato il liquido infiammabile».


Arditi decorati dopo un’azione sul Monte Corno

Il sacrificio
Da 30 a 35 mila Arditi portarono il loro slancio nella Prima guerra mondiale: si contano oltre 3.000 decorati, tra cui spiccano 20 medaglie d’oro al valor militare e 3.000 caduti: ne morì circa uno su dieci. La mortalità nelle file di questi soldati fu altissima, ma il loro sacrificio contribuì a far vincere la guerra all’Italia. 


L’Ardito Ciro Scianna muore baciando il Tricolore
 
Un oblio ingiustificato
Con l’avvento del Fascismo, i reduci si divisero tra fascisti e antifascisti. A tal proposito, il recentissimo volume di Andrea Augello Arditi contro (Mursia ed.) racconta la storia di un gruppo di giovanissimi ex Arditi che, nel 1919, si coagularono in un sodalizio politico e rivoluzionario da cui partirono due esperienze diversissime e antagoniste tra loro, il Fascio di combattimento romano e gli Arditi del Popolo, di ispirazione socialista e comunista.

Anche dal punto di vista militare, durante la Seconda Guerra mondiale, la storia degli Arditi seguì quella del popolo italiano. Ricostituiti, nel 1942, come X Rgt. Arditi del Regio Esercito, si fecero onore, insieme alla div. Livorno, nella difesa della Sicilia durante lo sbarco americano. Dopo l’8 settembre, alcuni reduci del reggimento, in special modo quelli del II Battaglione Arditi al comando del maggiore Marciano, risalirono al nord e furono inquadrati nella divisione di Fanteria di marina «San Marco» della Rsi. 

Altri reduci, rimasti a Roma, invece, aderirono alla Resistenza come, ad esempio, il capitano Baliva già comandante della 101ªCompagnia Paracadutisti che con altri ufficiali e sottufficiali paracadutisti entrò a far parte del Gruppo Bande «Valenti». Anche il I Battaglione del X rgt. Arditi, passò con l’Esercito del Sud, alleato degli angloamericani. Il 20 marzo 1944 assumeva il nome di IX Reparto d’Assalto. Guadagnò una prima medaglia d’argento durante la battaglia di Ancona e una seconda nella battaglia per Bologna. Infine, una Compagnia del IX Battaglione, il 30 aprile 1945, sosteneva a Ponti sul Mincio l’ultimo combattimento in Italia, non solo italiano, ma anche alleato, contro un reparto di Waffen-SS che cercava di raggiungere la Germania.

Le suore lasciano i campi rom: “Troppi prepotenti, Costrette a mollare dopo trentotto anni”

lastampa.it
maria teresa martinengo

Le religiose: “In via Germagnano serve la presenza delle forze dell’ordine e degli educatori”


Suor Rita e suor Carla sono suore Luigine, una congregazione nata nel 1915 ad Alba. Dal 1979 sono vissute prima tra i sinti e poi tra i rom della ex Jugoslavia

«Vi chiudiamo dentro, così non andate via. Se ve ne andate questo campo non sarà più come prima», ha detto un capofamiglia rom a Rita e a Carla. Ma loro, le suore Luigine che hanno vissuto 38 anni nei campi nomadi di Torino, con le lacrime agli occhi un mese fa hanno lasciato la loro casetta di via Germagnano. «Avremmo voluto restare, ma la nostra età e le condizioni del campo non lo permettevano più», raccontano le religiose, sorelle, 78 e 77 anni. Una frase a testa, con serenità e malinconia insieme, le suore Luigine che ai sinti e ai rom hanno dedicato la vita, dando una mano con i bambini, con le medicazioni, con la burocrazia, raccontano. 

PRESENZA AMICA
«La nostra è stata e continua ad essere, perché siamo già tornate più volte, una presenza di amicizia, condivisione di vita». Dal 1979 in via Lega, tra i sinti, poi all’Arrivore, gli ultimi quindici anni in via Germagnano. «Ma il campo comunale di via Germagnano, dove vivono 30 famiglie con la residenza, da cinque-sei anni vive un momento brutto. L’abbiamo detto in Comune: l’abbandono in cui versa è un segnale negativo per i rom prima di tutto». Le suore, che raramente si sono espresse in tutti questi anni, ammettono che «le pietre lanciate di notte contro la roulotte di un poveretto da ragazzi, sono il segno che mancano i genitori, che non c’è più autorevolezza». La scuola è trascurata. «I ragazzi non ci vanno, i genitori non insistono. Il pulmino che li portava non c’è più e per le famiglie è difficile accompagnarli: se li mettono sul furgone capita che appena usciti dal campo prendano la multa. Poi, l’impressione è che il diploma di terza media venga dato con una facilità che non è educativa». 

TROPPI PREPOTENTI
Rita e Carla hanno pianto. «Saremmo rimaste, ma non aveva più senso stare in un posto di cui non si cura più nessuno. Per un po’ ci siamo fermate a pensare alla proposta che i sinti di via Lega, di fronte a via Germagnano, ci hanno fatto. Ci volevano di nuovo con loro, si sarebbero accollati la spesa per comperarci una casa mobile. Ma alla nostra età non avrebbe avuto senso. Così abbiamo accettato la casa che don Ciotti ci ha offerto», spiega Rita. «Certo - aggiunge la sorella, guardandosi intorno nell’appartamento dove si trovano provvisoriamente - per noi come per i rom è difficile abituarci a una casa. Il campo è un’altra vita. Al mattino presto là c’era sempre qualcuno che gridava se volevamo un caffè...».

I problemi sono arrivati dai prepotenti. «Cinque-sei anni fa è arrivata gente che minacciava, bruciava le case, poi le occupava. Ora piazzano i camper dentro l’area, se ci sono controlli se ne vanno. Alcune famiglie in regola se ne sono andate. Noi - tengono a ribadire - non siamo andate via per i rom, ma per l’abbandono: nonostante questa situazione che colpisce i deboli, là non vanno più né vigili, né cooperative. I volontari vengono derisi. Ci avevano detto, in caso di necessità di chiamare la polizia, finito l’orario dei vigili, ma in sei mesi non è mai arrivata».

LAVORO PER LE DONNE
Per Rita e Carla un’altra estate là non sarebbe più stata possibile. Se avessero lasciato la casetta per qualche settimana di riposo, al ritorno probabilmente avrebbero trovato brutte sorprese. Per far sì che il Comune potesse assegnarla a una famiglia in regola e bisognosa, e non venisse, al contrario, occupata da prepotenti, le suore sono rimaste fino all’ultimo: «Mentre uscivamo - ricordano - è entrata una giovane coppia in attesa di un bimbo». Così anche le famiglie vicine in regola sono state protette. «C’era chi ci diceva: se la vostra casa se la prendono “quelli là” noi dovremo andare via». Rita e Carla le loro idee per restituire a via Germagnano un po’ di dignità le hanno spiegate in Comune: «Presenza delle forze dell’ordine, subito, lavoro educativo nel campo. E lavoro per le donne».

A Milos rivogliono la Venere. “L’hanno portata al Louvre con una razzia”

lastampa.it
valentina frezzato

Sull’isola greca è presente solo una copia al Museo Archeologico. Il sindaco ha lanciato una raccolta firme



A Milos rivogliono la Venere. Quella vera, conservata al Louvre, perché una copia (il calco in bella mostra al Museo Archeologico) non basta più. Il sindaco Gerasimos Damoulakis ammette che inizialmente qualcuno sull’isola greca l’ha presa come una boutade, invece è un progetto serio: “La rivogliamo qui, è la nostra dea ed è stata portata via senza transazione economica. Ne abbiamo le prove. È una razzia di guerra”. Lo conferma seduto alla scrivania del suo ufficio, al primo piano del municipio; siamo a Plaka, sulla strada che sale dal porto, a qualche chilometro da dove la statua dell’Afrodite è stata trovata. 


Il sindaco di Milos Gerasimos Damoulakis

Era l’8 aprile del 1820 quando George Kentrotas, agricoltore, stava lavorando nel suo campo, ai piedi della porta est delle antiche mura della città di Melos. Ad un tratto, una statua di marmo di Paros, bianca. Due metri d’altezza. Una donna? No, una dea: Afrodite. La notizia del ritrovamento arriva in fretta al porto e un ufficiale francese raggiunge Kentrotas altrettanto di corsa, perché intuisce l’importanza della scoperta. Qui la storia si divide, binari paralleli: c’è chi sostiene che la statua sia stata pagata dai francesi, per portarla in regalo a re Luigi XVIII (idea dell’ambasciatore francese nell’Impero ottomano), e chi - come il sindaco - invece conferma di avere le prove di una razzia. “In quel tempo eravamo in guerra, sotto il dominio turco - continua Damoulakis -, la statua è stata presa da un ufficiale francese e caricata su una nave da guerra”, la goletta L’Estafette.
 

Il luogo dove fu ritrovata la statua nel 1820

Per questo la rivogliono: dal Louvre a Milos, dove nel frattempo hanno iniziato i lavori di ristrutturazione della vecchia scuola delle ragazze della capitale, in cima alla collina. Come pensa di fare? “Con la raccolta firme. Abbiamo iniziato a metà giugno. Ne servono un milione per potersi presentare al Parlamento Europeo e sottoporre la questione. Non intendiamo percorrere la strada che hanno scelto da Atene per i fregi del Partenone, cioè quella giudiziale”. Fuori dai tribunali, dentro le istituzioni: “Tutte le opere antiche hanno una casa, appartengono al loro luogo d’origine e sono emblemi della nostra civiltà. Per questo con la determina 40 del 2017 questo Comune ha intrapreso azione concreta per il rimpatrio della Venere”.

Esiste un comitato, “for the repatriation of Aphrodite of Milos Home” presieduto dal vicesindaco Zambeta Tourlou, esistono un sito internet dove è possibile firmare la petizione 
(www.takeaphroditehome.gr) e una campagna di comunicazione, “Take me home”, ben visibile in tutta l’isola. Manifesti con il volto triste della Venere si trovano all’aeroporto, locandine alle fermate dell’autobus, poster in municipio, flyer nell’ufficio del turismo di Adamas. La petizione ha già il sostegno dell’Unione dei Comuni della Grecia e una mano sulla spalla da parte del Governo, che nel frattempo si sta battendo (con Londra, perché i fregi del Partenone sono al British Museum) per fare in modo che altri “pezzi” di storia greca tornino a casa. 


Il sindaco di Milos Gerasimos Damoulakis e il vicesindaco Zambeta Tourlou

Non si può non ammettere che la Venere di Milo sia uno dei motivi per cui si va al Louvre, al pari della Gioconda e del Codice di Hammurabi. Anche Damoulakis c’è stato, due anni fa. E non ha pagato il biglietto: “Sono il sindaco di Milos e sono qui per vedere come sta la mia Afrodite” ha detto, presentandosi all’ingresso. Lo racconta divertito, ma torna serio quando spiega il motivo di quella visita: “Ero già stato da cittadino di Milos in quel museo, per vedere Afrodite. Mi sono sentito orgoglioso e triste. Nel 2014 ci sono andato per la prima volta da primo cittadino, per chiedere di vedere la statua della mia isola e nient’altro. Per controllarne le condizioni”. E come sta? Risponde Tourlou: “La sua è una bellezza triste.

Noi diciamo che non le mancano le braccia, ma la sua casa. È stata modellata da mani greche e dalle acque e dal vento dell’Egeo, resa bianchissima dalla luce delle Cicladi. È tempo, per gli abitanti di Milo, di riportarla a casa e prendersene di nuovo cura. Questo è il suo ambiente naturale”. L’obiettivo è riuscirci entro il 2020, quando cadrà il bicentenario del ritrovamento. 

La vecchia lira resiste nelle stalle del Piemonte: “È più precisa dell’euro”

lastampa.it
manuela macario

Così avvengono le trattative fra allevatori e macellai


Un allevatore di Dusino San Michele, nell’Astigiano, che contratta in lire

«Ti faccio ottomila e 200 lire al chilo» gli dice. «Te ne offro al massimo 7.800» risponde l’altro. «Non bastano, non scendo sotto le ottomila lire - incalza il primo - prendere o lasciare». Pochi attimi di silenzio, uno sguardo e infine la stretta di mano. L’affare tra allevatore e macellaio è concluso. La trattativa in una moneta che non esiste più da 16 anni si è svolta solo pochi giorni fa, in una delle 1551 piccole stalle del Piemonte che hanno da due a 50 bovini da macello. A stento ci si crede, ma qui è come se gli sforzi di Prodi e Ciampi di portarci all’euro si fossero fermati a fondovalle, anzi davanti alle stalle. 

Nella sua cascina di Dusino San Michele, nel verde del Pianalto astigiano, tra campi di mais e distese di piante di zucchine mature, Cesare Turco, 80 anni tra meno di un mese, racconta di essere arrivato così all’ultima vendita fatta a un macellaio di Trofarello, che gli ha acquistato uno dei suoi venti vitelli di razza piemontese, quelli della coscia igp. «Certo che abbiamo trattato in lire, e come se no?» dice, anche se ammette che quel vitellino che ha allevato e cresciuto per due anni lo aveva acquistato in euro. 

La sua è stata solo una delle centinaia di contrattazioni che ancora avvengono in lire in oltre il 40% delle stalle di bovini da ingrasso del Piemonte. Di solito i rilanci si fanno a colpi di 100, 200, 500 lire. Solo per la fattura nessuna deroga alla conversione in euro. 

Una consuetudine, quella delle lire in stalla, che ha anche ragioni economiche. «Sui vitelli al chilo, la lira dà l’impressione di essere più precisa» dice l’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Giorgio Ferrero. «Convertono poi in euro, sì, ma hanno in mente solo la lira» conferma il presidente della Cia di Alessandria e referente regionale del settore per la confederazione, Gian Piero Amelio. Un mercato ancora legato al passato, ma dal quale hanno preso le distanze la grande distribuzione, le stalle con centinaia di capi e le grandi cooperative piemontesi. 

In lire anche per comprare e vendere bovini al mercato all’ingrosso agroalimentare di Cuneo, il Miac, l’unico mercato italiano del bestiame ancora attivo (nel 1997 ce ne erano 14 in tutto il Paese). Ogni lunedì si ritrovano 1.200 operatori, tra allevatori e addetti alle vendite e acquisti, interessati a 500 capi da macello (22 mila in un anno). Anche qui, il 25% circa degli affari si fa ancora in vecchie lire. «Arrivano verso le cinque del mattino - spiega il direttore del Miac, Giovanni Battista Becotto - e verso le sette le contrattazioni si fanno serrate. Non siamo nemmeno rimasti i soli, anche allevatori e macellai francesi utilizzano i franchi».

Lo conferma anche il direttore dell’associazione degli Allevatori della razza bovina piemontese, Andrea Quaglino: «Ragionare in euro pare non sia così veloce come farlo nella vecchia moneta». I prezzi variano su peso, età e muscolatura. Il vitello a carne bianca, il «sanato», sotto i 300 chili, allevato solo a latte, arriva alle 13 mila lire al chilo. Poi ci sono i vitelloni piemontesi della coscia Igp, altrettanto pregiati, otto mila lire, circa quattro euro. 

Idoli

lastampa.it
jena@lastampa.it

C’era una volta l’idolo di Renzi, si chiamava Macron.

Politici

lastampa.it
jena@lastampa.it

Il termine vitalizio evoca una necessità di chi è povero, nella fattispecie d’animo.

Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura

espresso.repubblica.it
di Federico Marcon

Negli ultimi mesi sono aumentate esponenzialmente violenze, blitz, pestaggi. I responsabili, il più delle volte, appartengono a gruppi di estrema destra. I bersagli: migranti, Ong, militanti di sinistra. Sull'Espresso in edicola da domenica l'inchiesta sui 'neri' del 2017

Pugni, insulti e cinghiate: i fascisti sono tornati a far paura
Foto di Espen Rasmussen

Pestaggi, blitz, aggressioni. La violenza è aumentata in maniera esponenziale negli ultimi mesi. E la matrice è, spesso, la stessa: l’estrema destra, che sta tornando più prepotente che mai. In alcuni casi i responsabili sono ancora ignoti, ma i bersagli no: sono gli stessi contro cui si scagliano i neofascisti.
6 dicembre 2016. San Basilio, quartiere della periferia est della capitale, si rivolta contro una famiglia marocchina. «Un episodio di profondo degrado morale e civile» commentano dal Campidoglio.

Una trentina di residenti ha aggredito la famiglia, legittima assegnataria della casa popolare, in difesa degli occupanti abusivi dell’alloggio: «Non vogliamo i negri, andate via con i barconi». A supportare i riottosi Forza Nuova: «Sosterremo con forza la rivolta popolare per la difesa di Roma contro chi vuole farci diventare minoranza a casa nostra». Con l'anno nuovo, si ricomincia. 21 gennaio 2017, Noi con Salvini e Fratelli d’Italia manifestano contro l’ordinanza con cui la sindaca Raggi destina il Ferrhotel, albergo in disuso vicino la stazione Tiburtina, all’accoglienza dei migranti. Tra i partecipanti la deputata della Lega Nord Barbara Saltamartini.  Al termine della manifestazione Forza Nuova e Roma ai Romani occupano la struttura: «Contro i migranti siamo pronti alle barricate».

Passano tre giorni. 24 gennaio: Forza Nuova, CasaPound e Roma ai Romani impediscono a una famiglia di egiziani di prendere possesso di una casa popolare dopo lo sgombero degli occupanti, ancora una volta italiani e abusivi: «Non molleremo un centimetro» dichiara Giuliano Castellino, portavoce di Roma ai Romani.

Il primo pestaggio il 2 febbraio, a Ostia. «Mi hanno accerchiato, gettato in terra e preso a calci, i passanti non hanno fatto nulla per fermarli». Fuori dal palazzo municipale viene aggredito un attivista di una Onlus che si occupa di migranti. Poco distante un sit-in di CasaPound, Fratelli d’Italia e Noi con Salvini. I partecipanti alla manifestazione negano tutto, ma la Polizia cerca tra loro i responsabili dell’accaduto.

Neanche dieci giorni dopo una nuova vittima. Nel viterbese alcuni militanti di CasaPound effettuano una “spedizione punitiva” contro Paolo, ragazzo ventiquattrenne colpevole di aver condiviso su Facebook una vignetta satirica che recitava «Chi mette il parmigiano sulla pasta col tonno non merita rispetto». «Fatti i cazzi tuoi, non prendere in giro CasaPound» gli urlano tra un pugno e una cinghiata. Tra i responsabili c’è Jacopo Polidori, dirigente della sezione viterbese del movimento di estrema destra. Il 20 ottobre inizierà il processo a suo carico.  L'immagine satirica condivisa da Paolo che ha provocato l'ira di CasaPound

Sovranisti, populisti, anti-parlamentaristi, nazionalisti, no tax, no migranti, fascisti... Si era mimetizzata ma dopo il voto nelle città ha rialzato la testa. E rischia di dominare nelle prossime elezioni. Sotto il comando di Berlusconi.Non solo Roma, la violenza arriva anche a Milano. Nel pomeriggio del 1 aprile, militanti di Forza Nuova effettuano un blitz “con mazze e caschi” al centro sociale Gta. In serata venticinque militanti di CasaPound aggrediscono un componente della Rete degli studenti. Il ragazzo viene inseguito, spintonato e gettato nel Naviglio tra insulti e sputi.


Saluti romani e croci celtiche il 25 aprile al cimitero Maggiore di Milano: l’ultradestra commemora i caduti della Repubblica di Salò, beffando la Prefettura che aveva proibito la manifestazione. I mille fascisti presenti al cimitero raddoppiano nel pomeriggio, al raduno sotto la chiesa dei Santi Nereo e Achille. È presente tutto il gotha dell’estrema destra italiana: non solo Forza Nuova, CasaPound e Lealtà Azione, ma anche Zeta Zero Alfa e Hammerskin.

Un gatto Maine Coon è così grosso da non entrare in gabbia e devono metterlo in un mobiletto

lastampa.it
noemi penna



Così cicciotello da non stare nella gabbietta. Il 17 luglio un signore della Carolina del Nord ha portato un trovatello al Chatham County Animal Shelter di Pittsboro. E appena è entrato dalla porta col cucciolo in braccio, tutti sono rimasti a bocca aperta.



Il gattone in questione, infatti, è un incrocio di Maine Coon fra i 3 e i 5 anni, arrivato a pesare ben 14 chili. Un vero colosso, che ha superato il peso limite di ogni specie felina. «Chiaramente qualcuno deve averlo nutrito in questi anni, anche se è stato trovato per strada». Dal gattile hanno anche ipotizzato si possa trattare di un gatto domestico diventato troppo «scomodo», tanto da essere abbandonato.



Le sue misure, infatti, sono così «generose» da non permettergli di stare dentro alcun trasportino o gabbietta per gatti. Non sapendo quindi dove metterlo, i volontari hanno creato per lui una cuccia speciale. Dove? Nel ripiano basso di un mobiletto della segreteria. Un rifugio scelto da lui stesso per trascorrere la prima notte in rifugio.



Non sapendo dove metterlo, «lo abbiamo chiuso in ufficio per la notte. E quando siamo arrivati la mattina, lo abbiamo trovato nascosto lì dentro. Allora abbiamo svuotato l'armadietto, tolto lo scaffale inferiore per fargli più spazio e lui si è subito sentito come a casa».



Ora lo aspetta un lungo percorso. Per tornare al peso forma e trovare una famiglia che gli voglia bene per sempre. Intanto gli piace stare in ufficio a controllare che vada tutto per il meglio, ottenendo in cambio tanto amore e incoraggiamento per fare ogni giorno sempre più esercizio fisico.

Accoglienza migranti: due arresti a Lamezia: funzionaria della Prefettura favorì imprenditore

ilmattino
di Serafina Morelli

La Prefettura di Catanzaro

LAMEZIA TERME - Un immobile e la promessa di diverse somme di denaro in cambio della gestione del servizio dei migranti richiedenti protezione internazionale. Questo sarebbe stato il “prezzo” pagato da un imprenditore lametino per ottenere la gara d’appalto. Così una funzionaria della Prefettura di Catanzaro, Natina Renda, di 53 anni, e l’imprenditore che gestisce una struttura di accoglienza per migranti, Salvatore Lucchino (73), entrambi di Lamezia Terme, sono stati arrestati e posti agli arresti domiciliari al termine di un’indagine condotta dalla squadra mobile di Catanzaro.

L'inchiesta, coordinata dalla Procura di Catanzaro diretta da Nicola Gratteri, è iniziata dopo la stipula, il 29 dicembre 2014, di una convenzione tra la Gianal Srl, società cooperativa gestita dall'imprenditore, e la Prefettura, all'esito della gara d'appalto bandita per la gestione del servizio dei migranti richiedenti protezione internazionale. Le indagini hanno permesso così di accertare che Renda, funzionario in servizio, all'epoca dei fatti, nell'area IV - Settore Immigrazione Rifugiati - della Prefettura di Catanzaro avrebbe favorito, a fronte di un corrispettivo economico, l'imprenditore lametino gestore della società cooperativa Gianal, nella instaurazione di un rapporto convenzionale.

La polizia ha evidenziato che Lucchino aveva stretto una relazione con Renda, al punto che nel giugno 2015 l'uomo ha ceduto alla donna un immobile a Feroleto Antico. La funzionaria poi avrebbe partecipato attivamente all'espletamento della procedura di gara indetta dalla Prefettura, anche attraverso sopralluoghi e ispezioni nella struttura di Lucchino, esprimendo parere positivo. Renda, trasferita dal precedente incarico, avrebbe anche svolto il ruolo di amministratore «di fatto» del centro. Come compenso della condotta agevolatrice, Lucchino oltre a donare a Renda l’abitazione che oggi è stata sequestrata, le avrebbe promesso diverse somme di denaro. Entrambi sono accusati, in concorso tra loro, del reato di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio.

Il call center dell'Isis era nascosto in Italia: jihadista interrogato dagli Usa

repubblica.it
di Paolo Biondani e Alessandro Cicognani

Svolta nelle indagini sul terrorismo islamista: un giovane arrestato nel nostro paese gestiva un canale segreto di comunicazioni via Internet tra capi-cellula dello Stato Islamico. L'inchiesta esclusiva sull'Espresso in edicola domenica

Il call center dell'Isis era nascosto in Italia: jihadista interrogato dagli Usa

C'è una pista che scotta e che porta in Italia nelle indagini internazionali sulle stragi dell'Isis. Gli inquirenti americani hanno scoperto che i terroristi del cosiddetto Stato Islamico hanno utilizzato un sistema di comunicazioni via Internet, totalmente anonimo e segreto, che per diversi mesi è stato gestito da un insospettabile ragazzo di origine maghrebina che è cresciuto in Italia, dove era arrivato ancora minorenne. Nei giorni scorsi il giovane è stato sottoposto a un primo, lunghissimo interrogatorio da due procuratori degli Stati Uniti, arrivati appositamente in Italia con una squadra di poliziotti federali che indagano da tempo sugli attentati terroristici realizzati o progettati in Occidente dai jihadisti dell'Isis.

L'Espresso, nel numero in edicola da domenica 30 luglio , ricostruisce tutti i particolari della vicenda, con i nomi dei protagonisti e il loro presunto ruolo nella spaventosa organizzazione terroristica che tra Siria e Iraq è diventata uno Stato e che ha rivendicato i più sanguinosi attentati commessi in Europa in questi anni.

Il giovane era stato arrestato in Italia nei mesi scorsi come semplice simpatizzante e propagandista dell'Isis. L'inchiesta statunitense, che ha spinto i magistrati e poliziotti americani a venire in Italia per interrogarlo personalmente, ora gli attribuisce una posizione chiave nella gestione delle comunicazioni tra i capi-cellula dell'Isis che vivono in zone di guerra e i giovani jihadisti reclutati in Occidente. Il ragazzo cresciuto in Italia, che è molto esperto di informatica, risulta affiliato all'Isis da un paio d'anni: secondo le indagini americane, confermate dagli accertamenti svolti in Italia, era diventato «amministratore» di un canale segreto di comunicazioni dell'Isis, che gestiva senza muoversi dalla sua abitazione, con speciale programma informatico installato su un telefonino dedicato, cioè usato solo per questo, che teneva nascosto in camera da letto, all'insaputa di tutti i familiari.

Come amministratore del sistema, il giovane jihadista made in Italy aveva il potere di ammettere o escludere tutti gli altri utenti di un ramificato circuito propagandistico dell'Isis, che risulta aver distribuito proclami, video e rivendicazioni di attentati tra migliaia di simpatizzanti sparsi in mezzo mezzo mondo. E, soprattutto, era sempre lui a gestire, dalla sua casa in Italia, un canale ancora più segreto del cosiddetto dark web, utilizzato per le comunicazioni più importanti e riservate, dove erano ammessi solo pochissimi presunti capi-cellula dell'Isis, su cui ora indagano gli inquirenti americani dell'antiterrorismo.

Luoghi pubblici e norme private

espresso.repubblica.it

migrante-economico-razzismo-il-manifesto

Per aver condiviso questa vignetta di Biani sono stato sospeso da Facebook per 24 ore. La vignetta è una parodia di un manifesto fascista e razzista del '44. Non è difficilissima da capire. Niente di grave, s'intende, il mio ban: e sarà capitato a tutti o quasi quelli che qui mi leggono. Un po' come alle medie, quando la prof ti mandava in corridoio o dietro la lavagna una ventina di minuti per punizione.

Ci trattano come dei ragazzini, i padroni della rete. Sanno che loro sono onnipotenti, noi nelle loro mani. La nostra possibilità di parlare - di diffondere le nostre opinioni - è in mano a un ignoto poliziotto che è allo stesso tempo legislatore e giudice. Un poliziotto-giudice-legislatore che esercita il suo potere in assoluto e che non sempre è intelligentissimo: quando ho chiamato Facebook, mi hanno risposto che probabilmente il "revisore" (così vengono chiamati, quelli che impongono i ban) che mi ha messo in punizione non parlava italiano e non ha capito.

Questo almeno è quanto mi ha detto l'ufficio stampa di Facebook, a cui come giornalista - quindi "privilegiato" - mi sono rivolto. Così come mi sono rivolto a Luca Colombo, country manager di Facebook in Italia, insomma il numero uno dell'azienda in questo Paese. Che sostiene di non sapere nulla di ban e sospensioni, lui non se ne occupa, «non so nemmeno se a sospendere sia un algoritmo o una persona». Il capo di Facebook in Italia che rifiuta di dirti quali sono i meccanismi dei ban. Trasparenza zero, opacità totale.

La pagina dei “Principi di Facebook” è in dieci punti, come i comandamenti: ciascuno è di poche righe, ma tutti sono carichi di intensità e pieni d eccellenti propositi. Il primo, ad esempio, si intitola recita: «Gli utenti dovrebbero avere la libertà di condividere tutte le informazioni che desiderano e avere il diritto di contattare online chiunque, qualsiasi persona, organizzazione o servizio, purché entrambi acconsentano al contatto».

Bellissimo, no? Ma non è meno importante il principio numero 3 secondo il quale «gli utenti dovrebbero avere la libertà di accedere a tutte le informazioni rese loro disponibili da altri utenti; gli utenti dovrebbero inoltre disporre degli strumenti pratici necessari in grado di facilitare, velocizzare e rendere efficienti la condivisione e l'accesso a tali informazioni».La parola libertà compare otto volte, ma non mancano altri termini fondamentali: benessere, accesso, legislatore, perfino uguaglianza.
L'ultimo punto, intitolato “Un unico mondo” è un inno all'internazionalismo:

«Il servizio di Facebook dovrebbe trascendere i confini geografici e nazionali ed essere disponibile per gli utenti di tutto il mondo». La filosofia di fondo di tutta la pagina sembra in piena continuità con l'articolo 11 della Dichiarazione universale dell’uomo e del cittadino del 1789: «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge».

Insomma, la tavola dei principi di Facebook sembra la carta costituzionale di uno Stato: uno Stato transnazionale, con quasi due miliardi di cittadini, che qui però si chiamano utenti. E che abitando nel social sono tenuti a rispettarne «i termini e le normative» che appaiono su un'altra pagina interna, dove si scopre come e quanto i padroni del giardino Facebook si ergono a presidenti, sindaci, giudici e guardie di tutto lo Stato, a partire dalla condizione fondamentale: «Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti o le informazioni che gli utenti pubblicano su Facebook, nei casi in cui si ritenga che violino la presente Dichiarazione o le nostre normative».

Le condizioni generali di servizio sono un contratto unilateralmente imposto da Facebook. In buona sostanza, sono “legge; e la loro violazione permette ai padroni del giardino privato il diritto di rimuovere ogni genere di contenuto. Tuttavia “Mr Facebook” non è soltanto legislatore e poliziotto nel suo guardino privato ma anche giudice: poche righe più avanti nel medesimo documento, con grande magnanimità stabilisce che «se abbiamo eliminato dei contenuti e l'utente che li ha pubblicati ritiene che ci sia stato un errore, ha la possibilità di presentare ricorso». Il ricorso in questione, naturalmente, deve essere presentato a Facebook e, altrettanto naturalmente, è valutato e deciso dallo stesso Facebook.

Ma la vita nel sito di Zuckerberg non scorre in modo tanto diverso rispetto alle strade, alla piazze e ai negozi del fornitore di servizi online più grande del mondo ovvero Google.Basta, anche in questo caso, scorrere i termini d’uso di Mountain View. Tipo: «Potremmo riservarci il diritto di esaminare i contenuti per stabilirne l’eventuale illegalità o contrarietà alle nostre norme, e potremmo altresì rimuovere o rifiutarci di visualizzare dei contenuti qualora avessimo ragionevole motivo di ritenere che violino le nostre norme o la legge. Potremmo sospendere o interrompere la fornitura dei nostri Servizi all’utente qualora questi non rispettasse i nostri termini o le nostre norme oppure qualora stessimo effettuando accertamenti su un caso di presunto comportamento illecito».

L’aggettivo possessivo “nostro” è ripetuto cinque volte in tre righe. Nel leggere queste policy si può fingere di non capire, per vivere in modo leggero e spensierato la propria esistenza sui social network; ma non si può non capire sul serio un messaggio che non potrebbe essere espresso più chiaramente: loro sono i padroni, noi gli ospiti; loro fanno le norme, noi possiamo o obbedire o andarcene. Benché per ciascuno, ormai, i servizi in rete siano pezzi integrante dell'esistenza almeno online, Google graziosamente “ci ospita” e altrettanto graziosamente ci offre supporto nella nostra vita online ma senza mai smettere di ricordarci che siamo ospiti, peraltro in debito di gratitudine, all’interno del loro giardino privato. Sono loro a decidere se e per quanto potremo continuare ad utilizzare determinati servizi e, soprattutto, se i nostri contenuti potranno o meno restare accessibili al mondo intero.

E non pensate che i giardini più recenti siano diversi da quelli dei loro avi: navigando nelle condizioni generali di servizio di Twitter, la musica non cambia: «Twitter si riserva il diritto (ma non avrà l’obbligo)», si legge nelle prime righe delle condizioni di servizio, «di rimuovere o rifiutare, in ogni momento, la distribuzione di Contenuti sui Servizi, di sospendere o chiudere utenze e di richiedere la restituzione di alcuni nomi utente senza alcuna responsabilità nei confronti dell’utente».
Parole che, anche in questo caso, non lasciano spazio alcuno a dubbi.

I padroni della piattaforma hanno potere di vita e di morte sui contenuti degli utenti senza che nessuno possa rimproverargli alcunché. E qui va sfatato un mito, un pensiero erroneo ma estremamente diffuso: quello secondo il quale, trattandosi di società private, Facebook e gli altri colossi del web possono fare tutto quello che vogliono in modo assolutamente arbitrario e senza rispondere a nessuno se non a se stessi. Va sfatato intanto per un semplice principio di buon senso che si applica a qualsiasi altra attività privata, cioè il rispetto per alcune regole comuni di utilità collettiva: anche il ristoratore sotto casa è un'attività privata, ma se in cucina ci sono gli scarafaggi la collettività ha il diritto di intervenire, per motivi igienici.

Allo stesso modo, non esiste alcun principio di “assolutezza” dei social network e delle corporation digitali ripsetto alle società in cui operano: altrimenti, per coerenza, dovremmo accettare l'idea che un giorno uno di questi siti vieti il suo ingresso alle persone con un particolare colore della pelle, oppure cancelli i contenuti di un determinato partito, perché tanto «è una società privata e può fare quello che vuole». E c'è di più, per quanto riguarda alcuni di questi siti, come ad esempio Facebook e Google. C'è cioè il fatto che la loro potenza, la loro forza, la loro diffusione ha fatto sì che ormai superano di gran lunga la dimensione della semplice potenzialità per entrare nella sfera del bisogno, quindi in certo senso del diritto.

Per capirci: in molti settori, ormai, un'azienda che non è su Facebook è come se fosse morta; lo stesso dicasi per un politico o per un giornalista, per un cantante, per un artista; e tante altre professioni ancora, per le quali l'esistenza sul social network di Zuckerberg è ormai una condicio sine qua non di sopravvivenza. Possono, queste persone, rischiare di essere espulse sulla base di un codice del tutto arbitrario e privato?

Ma, aldilà degli aspetti economici e professionali, senza Facebook, Google o Twitter una parte importante della popolazione del mondo oggi, probabilmente, si ritroverebbe isolata e impossibilitata a comunicare come ormai si è abituata a fare: le sue relazioni sociali, amicali, affettive sono quindi alla mercé di un gruppetto di misteriosi decisori che stanno da qualche parte nel mondo, tra l'Iralanda e la California, e che decidono se, quanto, quando bannarci, a loro totale giudizio: e a loro solo ci possiamo appellare, non a un “giudice terzo”, se siamo stati parzialmente o totalmente espulsi.

Scrive Peter Ludlow, nel suo libretto intitolato “Il nostro futuro nei mondi virtuali” che «i mondi virtuali e i social network sono meno democratici delle nostre società reali e i gestori li amministrano come dittatori, senza rendere conto ai propri utenti-cittadini. Ne decidono il bello e il cattivo tempo. Se bandire qualcuno dalla community, per esempio. Il paradosso: man mano che i mondi virtuali acquistano popolarità, vengono gestiti in modo sempre più autoritario. Ed è qualcosa di cui preoccuparsi».

Per lo studioso americano, «se i network sono gestiti in modo non democratico né trasparente possono essere manipolati per servire gli interessi di un individuo invece che del gruppo; e, in secondo luogo, c'è il rischio che i mondi virtuali ci rendano avvezzi a vivere in ambienti poco democratici, dove sono aboliti i diritti frutto di secoli di lotte, progresso e conquiste civili. In altre parole, le dittature on line ci rendono più passivi nei confronti di un possibile dittatore nel mondo reale».

Sicché, secondo Ludlow, «è necessaria una sorta di nuovo illuminismo dei mondi virtuali, dove i gestori offrano nuovi strumenti per condurre esperimenti di democrazia: strumenti con i quali gli utenti stessi possano sviluppare i propri sistemi politici e di governance. La giurisprudenza del mondo reale, da parte sua, deve cominciare a considerare i mondi virtuali non più come proprietà di un'azienda, ma come vere "nazioni". Altrimenti finiremo sotto il pugno di un despota ogni volta che andremo su Internet».

L'allarme di Peter Ludlow sulla “tirannia dei mondi virtuali” è del 2010 ma da allora è stato completamente ignorato, tanto dalle corporation stesse quanto dai governi e dalla politica. Molti i motivi, tra i quali l'egemonia culturale del mantra “privatistico”, diffuso in Occidente dai tempi di Reagan e Thatcher, ma mai davvero contestato neppure dalla sinistra, con poche eccezioni.
Tuttavia, forse, tra le ragioni per cui nessuno cerca almeno di “temperare” un equilibro così squilibrato c'è anche la graduale e contemporanea sottrazione di sovranità politica complessiva dagli stati nazionali verso i vari poteri economici sovranazionali, una tendenza globale che ha reso molto più deboli i governi in generale.

Una tendenza di cui anche il trasferimento “legislativo” dai codici degli Stati democratici alle norme private delle corporation è nel contempo causa ed effetto.

8 per mille, la Chiesa continua a incassare Un miliardo al Vaticano senza controlli

espressp.repubblica.it
di Mauro Munafò

La Corte dei Conti torna sulla gestione della quota dell'Irpef che va ai culti. E dopo un anno dall'ultima denuncia registra che nulla è cambiato. Tra scarsa trasparenza e una pessima gestione della parte statale

8 per mille, la Chiesa continua a incassare 
Un miliardo al Vaticano senza controlli

Un anno dopo, quasi nulla è cambiato. La gestione dell'8 per mille, la quota dell'Irpef che lo Stato italiano destina ai culti, continua ad essere poco trasparente e caratterizzata da tutta una serie di limiti che garantiscono alla Chiesa Cattolica un tesoro di oltre un miliardo di euro l'anno. Una cifra monstre che la Cei, la conferenza episcopale italiana, può utilizzare praticamente senza controllo alcuno e che la Corte dei Conti denuncia con la sua ultima delibera che con ogni probabilità verrà accolta, come le precedenti, dalla totale indifferenza della politica.

I punti contestati sulla gestione dell'8 per mille sono tanti e noti da tempo. Il meccanismo permette ai culti di ricevere più dall'inoptato che dalle scelte esplicite dei contribuenti: in pratica ogni anno l'intero 8 per mille viene distribuito tra i vari culti in base alle scelte espresse. Chi non firma e non specifica a chi "donarlo" non lascia la sua quota allo Stato, ma lascia scegliere gli altri. In questo modo la Chiesa Cattolica ottiene l'82 per cento dei fondi grazie ad appena il 37 per cento.

Ma la distribuzione è solo il problema finale, visto che l'intera cifra dei contributi che vanno ai diversi culti ha ormai raggiunto una cifra spropositata. "In un periodo di generalizzata riduzione delle spese sociali a causa della congiuntura economica - spiegano i giudici - le contribuzioni a favore delle confessioni continuano, in controtendenza, ad incrementarsi, avendo, da tempo, superato ampiamente il miliardo di euro annui, senza che lo Stato abbia provveduto ad attivare le procedure di revisione di un sistema che diviene sempre più gravoso per l’erario".

I fondi in questione vengono inoltre utilizzati per scopi spesso non conformi a quanto previsto dalla legge. Un caso esemplare è l'uso di fondi per campagne pubblicitarie, che finiscono così per essere investiti in attività promozionali invece che per gli interventi caritatevoli. In questo settore la Chiesa Cattolica non ha nessun concorrente, visto che lo Stato evita accuratamente di pubblicizzare le sue attività.

C'è poi tutto il capitolo dell'assenza di controlli nella gestione visto che, come spiega la delibera, "non esistono verifiche di natura amministrativa sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni". A questo vanno aggiunti i pochi controlli sui Caf e su chi aiuta i cittadini a compilare la propria dichiarazione dei redditi. Secondo i giudici contabili, e come già raccontato dall'Espresso , si sono registrate irregolarità nel 7 per cento dei casi, quasi sempre a favore della Chiesa Cattolica. Un esempio? Scelte non optate che, al momento della trasmissione all'Agenzia delle Entrate, all'improvviso riportano invece la volontà di destinare l'8 per mille a un culto specifico.

Il lungo report della Corte dei Conti punta poi il dito contro la gestione dellla quota Statale, sempre sacrificata per coprire i buchi di bilancio: "Lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato - scrivono i giudici - la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato - più che a perseguire lo scopo dichiarato a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni".

Ma in oltre 40 pagine di delibera ci sarà anche qualche buona notizia rispetto all'ultimo anno? La Corte segnala che è "migliorata la divulgazione dei dati da parte delle amministrazione coinvolte", grazie all'allestimento di siti internet finalmente aggiornati. E inoltre l'Agenzia delle entrate ha cambiato il modulo del 730, scrivendo a caratteri più grandi che la parte inoptata viene comunque distribuita tra i vari culti. Un po' poco per credere che qualcuno si stia davvero preoccupando del tema.

Modelli 730 del 2014 e del 2015 a... Modelli 730 del 2014 e del 2015 a confronto