giovedì 5 gennaio 2017

Apple rimuove le app per leggere il New York Times in Cina

La Stampa

Cupertino si è attenuta ad un ordine delle autorità cinesi il 23 dicembre scorso




Un avviso informa che l’app del New York Times non è più disponibile sull’iTunes Store

Imminente scontro tra due titani dell’America liberal: il New York Times e Apple. Il primo ha accusato la società di Cupertino di aver rimosso - obbedendo ad un ordine delle autorità cinesi - le app che consentivano di leggere il New York Times nel Paese. Lo ha rivelato stesso Nyt in un articolo sull’edizione online in cui ricorda che le app erano uno dei pochi sistemi usati per poter leggere gli articoli dopo che nel 2012 Pechino iniziò a bloccare l’accesso al sito www.nytimes.com per la pubblicazione di un’inchiesta sulla ricchezza accumulata dalla famiglia dell’allora premier, Wen Jiabao.

Ma Pechino non stava riuscendo più a bloccare coloro che usavano le app per questa è stata costretta ad ordinare ad Apple di rimuovere i programmi. Disposizione cui Cupertino si è attenuta il 23 dicembre scorso, rimuovendo sia il software per leggere il Nyt in inglese che in mandarino. Apple si è difesa sostenendo che «siamo stati informati che queste app violavano leggi locali» ha riferito Fred Sainz, un portavoce di Cupertino, «per cui sono state rimosse dall’App Store cinese. Quando la situazione cambierà, l’App Store tornerà ad averle».

Il Times sottolinea che Sainz non ha voluto specificare quali fossero le «regolamentazioni locali violate» o spiegare se l’ordine fosse stato emesso da un tribunale cinese. Nyt che vista l’assenza di risposte anche da Pechino ha chiesto ad Apple di tornare sui suoi passi. 

Disabili sempre più svantaggiati: l’assistenza è ormai un optional

La Stampa
linda laura sabbadini

Welfare debole, famiglia unico sostegno per oltre 3 milioni di persone. Trentino-Alto Adige regione più virtuosa, mentre a Sud la situazione peggiora



Poco si parla di disabilità nonostante il disagio riguardi non solo le tante persone che ne soffrono, ma anche le loro famiglie. Poco se ne parla, di questa popolazione così vulnerabile, ma invisibile, lontana dai riflettori. Fa più notizia la scoperta dei «furbetti» che si spacciano per invalidi.

Numeri della disabilità
Sono 3 milioni 200 mila le persone con limitazioni funzionali stimate dall’Istat nel 2013, in piena crisi economica, in gran parte anziani, 700 mila hanno meno di 65 anni. Le donne sono più svantaggiate, con un tasso doppio rispetto agli uomini. Il tipo di limitazioni varia e si sovrappone nella maggior parte dei casi, evidenziando così la necessità di una forte personalizzazione della cura, di risposte multidimensionali a cui spesso i servizi sanitari e non, non sono preparati.

Quasi 2 milioni sono le persone con limitazioni nelle attività quotidiane, difficoltà nel vestirsi o spogliarsi, lavarsi mani, viso, o corpo, tagliare il cibo e mangiare. 1 milione 500 mila ha limitazioni di tipo motorio, 900 mila difficoltà nella sfera della comunicazione, nel vedere, sentire o parlare. La situazione peggiore riguarda però, 1 milione 400 mila persone costrette a stare a letto, su una sedia o a rimanere confinate nella propria abitazione, specie tra gli ultraottantenni e le donne.



Il peso della famiglia
Inutile dire che le differenze territoriali penalizzano molto, ancora una volta il Mezzogiorno. Inutile dire che le differenze sociali sono molto accentuate ed in crescita rispetto al 2005. Nella metà dei casi i disabili hanno risorse scarse o insufficienti. Inoltre un terzo dei laureati disabili è confinato nella propria abitazione, contro la metà delle persone disabili con al massimo la licenza media. Non c’è da meravigliarsi, i disabili sono particolarmente svantaggiati da un punto di vista economico, per due motivi fondamentali: da un lato perché le loro condizioni di salute rendono difficile disporre di un reddito, o di un reddito adeguato, dall’altro perchè necessitano di più reddito dei non disabili, per
soddisfare i loro bisogni basilari o comunque per raggiungere una analoga situazione di benessere.

Il welfare, i servizi di assistenza pubblica, dovrebbero contribuire a colmare questo gap tra disabili e non disabili, ma generalmente è la famiglia la principale, se non l’unica, risorsa sulla quale i disabili possono contare. Non sono poche le famiglie in cui vive almeno un disabile, l’11,4% in maggioranza con persone che possono farsi carico almeno in parte della cura. Ma nel 40% il disabile vive solo e nel 6% con altre persone con limitazioni funzionali. In questi casi, purtroppo, i servizi non riescono a sopperire.

Servizi a domicilio
Meno del 20% di queste famiglie ha usufruito di servizi pubblici a domicilio. La carenza assistenziale non è colmata neppure dai servizi domiciliari a pagamento. E così il 70% delle famiglie con disabili non usufruisce di alcun tipo di assistenza domiciliare, né privata né pubblica. Per di più una parte non piccola ha dovuto rinunciare all’assistenza domiciliare non sanitaria o per motivi economici o perché i servizi pubblici non l’avevano ancora concessa: il 15% circa di quelli che vivono soli o in cui tutti i componenti hanno difficoltà funzionali.

Se a ciò aggiungiamo che due strutture sanitarie su tre sono impreparate ad accogliere persone con disabilità, come si evince dall’indagine condotta dalla Onlus Spes contra spem insieme all’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni, non possiamo che affermare che abbiamo a che fare con un sistema che ancora non riesce a puntare sulla centralità della persona. Passi in avanti sono stati fatti con i maggiori stanziamenti previsti dal Governo Renzi, ma molta strada abbiamo da fare.

Differenze regionali
La spesa dei Comuni per la disabilità è fortemente disuguale ed è più bassa laddove i bisogni sono maggiori. Si passa da 16.912 euro per disabile investiti in Trentino Alto Adige ai 469 euro in Calabria. Bisogna ridare centralità alla cura, prevedendo percorsi personalizzati e rendendo i servizi inclusivi, sostenibili, di qualità, come chiede la comunità dei disabili. Investire nella cura significa creare nuovi posti di lavoro per il benessere dei disabili. Devono esserci diritti certi ed esigibili in ogni parte del Paese. Le famiglie, non più quelle di una volta, ma quelle di oggi, con pochi figli e le donne sovraccariche di lavoro, e il volontariato, da soli, non possono farcela. Non è una questione di carità, ma di mera civiltà e di rispetto dei diritti dei cittadini, nonché delle Convenzioni dell’Onu.

Uniche

La Stampa

jena@lastampa.it
Secondo Grillo le uniche cazzate che non sono cazzate sono le sue.

Spese amministrative, Napoli è il comune più caro: costa oltre 670€ a cittadino

Il Mattino



È Napoli la città sopra i 200 mila abitanti che ha registrato nel 2014 le spese di amministrazione più alte in Italia: oltre 670 euro pro capite. Tanto costa infatti far funzionare la macchina amministrativa, dagli organi istituzionali a quelli per il personale. Poco più di quanto abbia speso Venezia, al secondo posto, con 664 euro pro capite e Padova con 527 euro.

Roma e Milano, contrariamente all'immaginario collettivo, si attestano a metà classifica, appaiate all'ottavo e nono posto; la Capitale con poco più di 397 euro pro-capite, Milano con 373. Palermo si attesta al quarto posto con 483 euro procapite seguita da Catania con 465 euro e Genova con 444 euro. A metà classifica sopra a Roma si trova Bologna con una spesa amministrativa procapite di 418 euro.

Sotto Milano si piazza Trieste che spende per far funzionare la macchina della pa 371 euro per ogni abitante seguita da Torino con 340 euro e Verona con 308. Chiudono la classifica Firenze con 281 euro e Bari con 241 euro, la metà di quanto non spendano Napoli e Venezia. Tra i costi che ogni comune deve sostenere, spiega ancora Openpolis, ci sono le spese per le strutture che svolgono le funzioni amministrative dell'ente. Le loro attività principali non sono tanto i servizi all'utenza, quanto organizzare e far funzionare l'ente stesso. Vi rientrano i costi degli uffici che si occupano di attività interne, come la segreteria generale, l'ufficio risorse umane, il servizio statistico e l'anagrafe comunale.

Anche tutti gli uffici impiegati nella gestione e nella programmazione economico-finanziaria vengono conteggiati all'interno delle spese di amministrazione. Per esempio il servizio di tesoreria e quelli relativi al controllo di gestione, al coordinamento delle entrate tributarie e dei servizi fiscali; alla gestione dei beni demaniali e patrimoniali. Inoltre ci sono gli uffici per gli organi politici, ovvero tutte le spese che il comune sostiene per il funzionamento del consiglio e della giunta comunale, tra cui le indennità e i gettoni di presenza per gli amministratori.

Fermate la camorra che toglie il diritto di stare per strada

Il Mattino
di Isaia Sales

In una Napoli piena di turisti e di visitatori, alle 12 di mattina, nell’area affollata del mercato della Maddalena a ridosso della Stazione centrale e di Forcella, una bambina di 10 anni è stata ferita accidentalmente da un colpo di arma da fuoco mentre con il padre si trovava nella zona. Assieme a lei sono stati feriti tre commercianti di origine senegalese. Solo per un caso fortuito non si è ripetuto ciò che avvenne nello stesso quartiere con Annalisa Durante, 14 anni, uccisa mentre era davanti all’ingresso della sua abitazione in una sera di marzo del 2004 e si preparava ad uscire con le compagne, o con Petru Birladeanu, il suonatore rumeno di

organetto ammazzato da proiettili vaganti ai tornelli della stazione di Montesanto nel maggio del 2009, o con Maikol Giuseppe Russo, venditore di calzini di 27 anni, colpito mortalmente nel 2015 davanti al teatro Trianon (a pochi passi dall’agguato di ieri) la sera dell’ultimo dell’anno, o a Genny Cesarano, 17 anni, stroncato da una raffica di mitra nella piazza principale del rione Sanità a settembre dell’anno scorso, o Ciro Colonna, 19 anni, ucciso in un circolo di Ponticelli assieme a Raffaele Cepparulo, vero obiettivo degli assassini.

Sono i primi nomi che mi vengono in mente del lungo elenco (tra cui tanti bambini e minorenni ) di morti o feriti «per caso»: perché Napoli tra i tanti record che non le fanno onore ha quello del maggior numero di morti accidentali tra le grandi metropoli dell’Occidente. Uso l’espressione «per caso» perché non mi va di usare «per sbaglio» e purtroppo non me ne viene un’altra: chi spara a mezzogiorno nel pieno di un mercato affollato e nelle strette e trafficate strade del centro storico di Napoli sa esattamente che può uccidere e ferire altre persone (al di là dei propri obiettivi) semplicemente perché non se ne frega niente del diritto fondamentale di un abitante di una città di stare per strada a qualsiasi ora del giorno o della notte.

La strada per il camorrista napoletano è «cosa sua» e ognuno che ci passa deve sottostare alla sua dittatura territoriale di vita e di morte. Il diritto fondamentale di stare per strada è quanto le bande di camorra ci stanno sempre di più togliendo o mettendo radicalmente in discussione, e non lo si può consentire, costi quel che costi. E non cambia di un’acca il ragionamento se si è colpiti durante una «stesa», nel corso di un agguato mirato contro un affiliato a un clan avverso o nel mentre si svolge un’azione di rappresaglia nei confronti di chi non paga il pizzo.

Questo è il nostro terrorismo quotidiano e deve essere trattato dalle autorità preposte allo stesso modo (ampi mezzi e uomini dedicati, meticolosa cura investigativa, prevenzione e repressione) del terrorismo islamico o di altro tipo. Questi sono i nostri terroristi e non vengono da fuori: che le autorità si comportino di conseguenza. Fino a ieri non si erano verificate azioni eclatanti da parte delle bande di camorra di Napoli città contro le diverse comunità di immigrati, diversamente da quanto avvenuto nell’area costiera casertana, dove ci sono stati negli anni diversi episodi di rappresaglia armata contro gli immigrati, in particolare per il controllo della prostituzione e del traffico al minuto di droga.

Certo ci sono state frizioni nel mercato della droga anche a Napoli città che ha riguardato la parte criminale delle comunità straniere, ma alla fine si è trovata una composizione, con gli immigrati di colore che hanno accettato di essere gli anelli finali di un dominio camorristico sul mercato. Ma l’azione delittuosa di via Annunziata non sembra riguardare uno scontro per il predominio su attività delinquenziali, ma la sottomissione al pizzo degli stranieri che svolgono attività commerciali, in maniera ambulante o in un negozio, vendendo merce contraffatta o regolare.

E mai era avvenuta un’azione in pieno giorno così eclatante nei confronti di chi non accettava di pagare quanto gli esattori dello «Stato criminale» ritengono loro dovuto. Evidentemente, e solo sotto questo aspetto, si può parlare di razzismo camorristico, in quanto nella logica della banda dei Mazzarella (o di qualsiasi altra banda camorristica) è totalmente inaccettabile che un «nero» possa rifiutare di pagare ciò che un commerciante della zona accetta da anni come tassa sulla propria tranquillità. Perché il pizzo è, più che tassa sulla protezione, tassa sulla paura e al tempo stesso riconoscimento economico del dominio criminale. Sullo sfondo resta la guerra tra i Mazzarella e i vari clan di giovanissimi che ne hanno messo in discussione il predominio in più occasioni e con diverse modalità nel corso degli ultimissimi anni. Una guerra per ora non conclusa definitivamente con un vincitore sicuro.

Imporre un pagamento generalizzato (compresi i commercianti di colore) da parte di un clan in lotta è nei fatti voler affermare davanti a tutti che il periodo di anarchia nella riscossione, o di non puntualità nelle richieste, di cui avevano goduto le attività commerciali durante la guerra totale tra i vari clan per la supremazia nel quartiere, è finito e tutto torna come prima: si paga il pizzo a chi per ora ritiene di aver vinto, e chi non lo fa viene severamente colpito perché non pagando è come se non riconoscesse i vincitori. Ma se in un quartiere di una grande città dell’Occidente non c’è il monopolio della violenza e il monopolio nella riscossione delle tasse da parte dello Stato italiano, ciò vuol dire semplicemente che lo Stato italiano a Napoli ha qualche problema. Forse più di uno.  Mercoledì 4 Gennaio 2017, 23:06 - Ultimo aggiornamento: 5 Gennaio, 08:39

È morta Granny, l’orca più vecchia del mondo. Aveva 105 anni

La Stampa
fulvio cerutti



La più vecchia orca del mondo, almeno quella di cui si conosceva l’età, è morta. Aveva 105 anni. Il suo nome scientifico era J2, ma per tutti era Granny (nonna). «Sapevamo che questo giorno sarebbe arrivato. Ogni anno lei tornava insieme con la sua famiglia, ma non quest’anno - scrivono i ricercatori del Center for Whale Research su Facebook -. Con il cuore pieno di tristezza dobbiamo dire addio a un altro esemplare, forse il più amato e il più vecchio».

Granny recentemente era diventata il simbolo della battaglia contro i parchi acquatici di SeaWorld. Lei era la matriarca di un famiglia di orche che trascorreva parte dell’anno lungo la costa di Washington. Molti degli esemplari di quel branco però non hanno avuto la stessa fortuna, catturate per finire, sin dagli anni ’70, per essere tenute in cattività nei parchi della multinazionale statunitense.



Solo alcuni dei suoi discendenti sono ancora in vita in cattività, come Lolita che con i suoi 49 anni è l’orca più vecchia non libera e anche il triste primato di vivere nella vasca più piccola negli Stati Uniti. I responsabili di SeaWorld si “vantano” della longevità dei loro esemplari dicendo che molte orche muoiono quando sono ancora cuccioli. Ma Granny dimostra che possono vivere ben più a lungo pur con tutte le difficoltà che lo stato selvaggio comporta,



E fra queste difficoltà non ci sono solo le catture per i “divertimenti umani”: il salmone reale, il loro cibo preferito, è sempre più raro, mentre abbondano le tossine di cui gli esemplari vengono contaminati.

Chewing gum: nessun beneficio per igiene denti, multa Antitrust confermata

Il Mattino



Sono confermate le sanzioni per complessivi 180mila euro inflitte dall'Antitrust nel settembre 2013 alla Perfetti, accusata dell'ingannevolezza della pubblicità sui benefici per l'igiene dentale di chewing gum Vivident, Happydent, Daygum e Mentos. L'ha deciso il Tar del Lazio che ha respinto un ricorso proposto dalla società per contestare il provvedimento sanzionato.

La pratica commerciale contestata (riferita al 20111-2012) è consistita nella diffusione di numerosi messaggi promozionali, per una campagna pubblicitaria realizzata, a giudizio dell'Autorità, «attribuendo ai prodotti reclamizzati benefici enfatizzati e non conformi alla discipline del settore.
Tali da suggerire una sostanziale equivalenza tra l'uso costante delle gomme da masticare e una corretta igiene orale». Il provvedimento evidenzia come alcuni “claim” salutistici utilizzati non avessero ricevuto puntuale avallo delle competenti autorità europee nei termini prospetatti dai messaggi.

Il Tar ha ritenuto non meritevoli di accoglimento le censure rivolte contro il giudizio d'ingannevolezza «della pratica commerciale sanzionata».

Mercoledì 4 Gennaio 2017, 20:37 - Ultimo aggiornamento: 04-01-2017 21:22

Psicosi al cinema: una famiglia di magrebini si scambia sms in sala e gli spettatori escono

La Stampa
paolo coccorese

La multisala “The Space” di Via Livorno si svuota, arrivano i carabinieri



Quando hanno visto gli spettatori della sala numero cinque uscire di fretta senza attendere la fine del film, i responsabili della multisala “The Space” di via Livorno hanno chiesto l’intervento dei carabinieri. Nella prima serata dell’anno, al grande cinema di via Livorno è andata in onda qualcosa di inaspettato: la psicosi terrorismo.

In pochi minuti ha scatenato il fuggi-fuggi di quasi tutti i 150 spettatori della pellicola “Passengers” di Morten Tyldum. Quasi tutti, tranne la famiglia di origine magrebina che, forse, in modo maleducato, ma tutt’altro che pericoloso, quando si sono spente le luci si è scambiata qualche messaggio di troppo su WhatsApp corredandolo di qualche risata e commento in lingua araba. 
Un comportamento che ha attirato i sospetto di una parte della platea che in sala ci fosse un gruppo di presunti terroristi come gli autori della lunga scia di sangue che ha rovinato le feste di Istanbul e Berlino. Una svista, ovviamente. Figlia del terrore. Ma niente di più.

“Paura di scivolare sul ghiaccio? Fate come i pinguini”

La Stampa
letizia tortello

I traumatologi tedeschi lanciano, con tanto di volantino, un avvertimento ai cittadini: imitate gli animali per non rompervi una gamba sui marciapiedi gelati



Il trucco per non cadere sul ghiaccio e correre il serio rischio di spaccarsi una gamba? Immaginate di essere un pinguino. Sì, un pinguino, e camminate come lui. Le temperature scendono, l’inverno si fa sentire sui parabrezza delle auto e sui marciapiedi delle strade, che gelano, minacciando chi passeggia. Il consiglio per tornare a casa sani e salvi, sfruttando la sapiente tecnica di deambulazione degli animali, arriva dalla Germania, da una fonte autorevole: l’associazione tedesca degli ortopedici e dei chirurghi specializzati in traumatologia.

Sul sito dell’associazione, i medici spiegano che camminare come i pinguini, tenendo il baricentro avanti, di conseguenza inclinando leggermente il dorso, permette di tenere il peso sempre sulla gamba anteriore.



(Il volantino dell’Associazione degli ortopedici e traumatologi tedeschi mostra la marcia del pinguino, sicura per camminare sul ghiaccio)

Se il centro di gravità del corpo sta in avanti, diversamente da come fa l’uomo normalmente, che distribuisce il peso equamente spostandolo sulle due gambe, permette di non perdere l’equilibrio, in caso di un tentato scivolone. Il problema dei marciapiedi ghiacciati è diffuso in Germania, dove le amministrazioni non si curano troppo di cospargere le strade di sale. A partire da Berlino: in passato, le autorità municipali della capitale tedesca sono state criticate per la loro incapacità di ripulire i marciapiedi della città nei giorni delle gelate, nonostante gli avvertimenti dei meteorologi. Nel 2014, proprio per questo motivo, i servizi di soccorso della capitale tedesca avevano ricevuto più di 750 chiamate di emergenza e i pronto soccorso della città sono stati invasi da casi di fratture ossee. A Berlino sabato è attesa una grande gelata, con temperature sotto i 10 gradi.

È morto Pascutti, nel ’64 vinse lo scudetto con il Bologna

La Stampa



Se ne va un altro dei protagonisti, uno dei principali, del Bologna dello scudetto del 1964, la squadra che «giocava come in paradiso». In serata è morto a 79 anni Ezio Pascutti, in una clinica della città delle Due Torri dove era ricoverato da tempo per una malattia. «Addio Campione. Il Bologna piange uno dei suoi figli più amati, di ogni tempo», lo saluta il club sul proprio sito ufficiale.

Pascutti faceva coppia con Marino Perani, in una formazione che girava intorno a Giacomo Bulgarelli, capitanata da Mirco Pavinato, allenata da Fulvio Bernardini e di cui era presidente Renato Dall’Ara. Il nome di Pascutti è legato al Bologna dove esordì 18enne in serie A a partire dal 1958 e rimase fino al 1969, per un totale di 296 presenze in serie A con 130 reti, 142 con la maglia del Bologna, terzo marcatore di sempre dopo Schiavio e Reguzzoni. Peraltro senza aver mai segnato un calcio piazzato. Suo, fino a quando non lo superò Batistuta, il record di reti consecutive in campionato, 10.

Con lui, dopo Bulgarelli, il Bologna perde un altro simbolo. Un mito, immortalato da uno scatto fotografico di Maurizio Parenti (Ansa) presente in tantissimi bar della città: era il 1966 e la sua rete lanciata in tuffo rasente a cancellare la rincorsa disperata di Tarcisio Burgnich dell’Inter divenne celebre. «Nessuno si accorse che mi imbalzai sulla linea di porta», raccontò scherzando il protagonista in occasione del centenario del Bologna, lasciando di stucco chi lo ascoltava.

Furono 17 le sue presenze in Nazionale, con la quale segnò anche 8 reti (oltre a due presenze e una rete con la Nazionale B). Ha inoltre partecipato a due campionati del mondo: nel 1962 e nel 1966, quando fu coinvolto nel `disastro Corea´, insieme a Bulgarelli. «L’anno dello scudetto ci davano dei drogati, ma l’unico doping era il grande cuore», ha ricordato Pascutti quando nel febbraio del 2009 morì Bulgarelli. Ora potrà forse tornare a giocare con lui, come si gioca solo in paradiso. 
Pascutti è morto in una clinica privata a Bologna, dove era ricoverato da tempo. «Addio Campione. Il Bologna piange uno dei suoi figli più amati, di ogni tempo», si legge sul sito del club rossoblù.


ANSA

Napoleone ladro d'arte: ecco cosa aveva rubato

Maurizia Tazartes - Mer, 04/01/2017 - 08:31

In mostra le opere trafugate in Italia e restituite nel 1815. Dovevano arricchire il futuro Louvre



Doveva essere stata una grande emozione veder tornare in Italia i convogli pieni delle opere d'arte che Napoleone si era portato in Francia. Bonaparte tra il 1796 e il 1814, durante le campagne militari francesi, aveva fatto incetta delle opere più importanti delle collezioni italiane per arricchire il Museo del Louvre, allora Musée Central des Arts, aperto nel 1793. Un museo da riempire e rendere universale, cui non bastavano le collezioni della defunta aristocrazia in fuga.

Si trattava di un eccezionale bottino, che si camuffava di legittimità con clausole di trattati di pace e commissioni di esperti. Le opere d'arte, e i libri, in epoca illuministica, rappresentavano la civiltà di un popolo. L'Italia, erede della classicità, del rinascimento e medioevo, aveva in questo senso un primato, che Napoleone mirava a spodestare.

Per fortuna però con il Congresso di Vienna del 1815 lo Stato Pontificio e le varie amministrazioni locali della Penisola ottenevano, nella primavera del 1816, la restituzione di gran parte delle opere. Un recupero che avveniva in diverse città italiane tra il 1816 e il 1818. E, a vedere oggi esposte, dopo duecento anni, a Roma, alle Scuderie del Quirinale, nella mostra Il museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova (sino al 12 marzo, catalogo Skira), oltre cinquanta opere di quel malloppo, vengono i brividi. Il Laocoonte, la Venere Capitolina, capolavori di Guido Reni, Tiziano, Guercino, Barocci, Veronese, Hayez, Canova e tanti altri. Non tutte le opere sono tornate: delle 506 registrate, 248 sono rimaste in Francia, 9 disperse.

Lo scultore Antonio Canova aveva trattato e ottenuto la restituzione dei beni pontifici. Nominato da Pio VII commissario straordinario, era giunto a Parigi il 28 agosto 1815 per concludere la missione. Dopo un passaggio a Londra per ringraziare Giorgio IV, che l'aveva sostenuto, il 29 dicembre era a Bologna a presenziare all'apertura delle casse con i dipinti emiliani tornati da Parigi. Il convoglio era poi ripartito con le opere per Roma, che sarebbero giunte a destinazione il 4 gennaio 1816: cinquantadue casse di capolavori arrivati a Civitavecchia sul battello Abbondanza. Poi era stata la volta di altre restituzioni in Veneto, Piemonte, Toscana, Lombardia.

Tutti esultavano. Cresceva la consapevolezza civica del nostro patrimonio, delle sue radici, della sua inalienabilità. Esultava anche Giacomo Leopardi nel 1818 per le opere «ritornate alla patria». Una storia avventurosa e non facile che la mostra presenta per capitoli. All'inizio i capolavori tornati a Bologna e a Roma nel 1816, il Laocoonte, La strage degli Innocenti di Guido Reni, il gesso con Marte e Venere di Canova, l'altro con l'Apollo del Belvedere, una Testa di Giove della prima metà del I° secolo a. C.

Aveva attirato i francesi anche il Rinascimento. Raffaello fu scippato nella sua quasi totalità. Ma anche i suoi epigoni lontani, come il Cavalier d'Arpino e la sua copia (bellissima) del Trasporto di Cristo al sepolcro. Furono portati via predecessori e maestri come Perugino, grandi artisti del Cinquecento come Correggio col suo Compianto su Cristo morto, i toscani Andrea del Sarto e il Cigoli con l'Ecce Homo del 1607, conservato agli Uffizi.

Dall'Emilia erano partiti per Parigi dipinti dei Carracci, di Guercino, Domenichino, Guido Reni, che rappresentavano la scuola bolognese del primo Seicento contaminata con Roma e l'antico. La splendida Fortuna con una corona di Reni, che si libra nuda nell'azzurro, ne è un esempio. E quando queste opere tornarono a Bologna nel dicembre del 1815, tutti a correre a vederle esposte nella chiesa di Santo Spirito «dotti e imperiti, pittori ed artigiani, nobili e plebei, e donne e uomini tutti, e fino i fanciulli» raccontavano le cronache.

Allo stesso modo partirono e tornarono i veneti, i lombardi, i piemontesi. Tornarono anche i Primitivi che nel 1811 l'allora direttore del museo francese, Dominique-Vivant Denon, era venuto a prelevare in Italia. Servivano a colmare le lacune del museo parigino che intanto aveva cambiato nome in Musée Napoleon. Il direttore si era portato via preziosi pittori del '300 e '400 come Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Benozzo Gozzoli, Zanobi Machiavelli e altri, poi tornati a casa.

Quei beffardi dieci centesimi in più

Maurizio Acerbi



Anno nuovo, vita vecchia. Almeno, nelle sale cinematografiche. Ieri, sono andato al cinema per recuperare il film di Siani, che non avevo ancora visto, in modo da poterlo inserire nella pagina delle recensioni. Costo del biglietto? 10,10 euro. Ho chiesto alla signora della cassa: “Ma è in 3D?”. Lei, quasi ingenuamente, mi ha risposto, sorpresa dalla mia domanda: “No, è normale”. Le ho spiegato che 10,10 euro per un film non mi sembrava tanto normale, ma era come parlare con un risponditore automatico: “No, Si, Grazie di averci chiamato”. Io mi domando: ma qualche esercente (non tutti, per fortuna) ha visto il dato delle entrate di questo Natale 2016?

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Ma veramente siamo convinti che aumentando in questo modo i prezzi di ingresso risolveremo il problema delle sale sempre più deserte, sconfiggendo lo streaming illegale? Io non dico che si debba applicare ogni giorno la lodevole iniziativa del secondo mercoledì del mese a due euro, ma santa pazienza una via di mezzo non converrebbe a tutti? Ma siamo certi che una famiglia media, al giorno d’oggi, sia disposta a pagare 40,40 centesimi per novanta minuti di film, quando con quei soldi si porta a casa mezzo carrello della spesa settimanale (certo, quando va bene)? La matematica, fino a prova contraria, non è un opinione.

Se tu fai pagare 7 euro (come fanno in molte sale) invoglierai di più, magari, una coppia di ragazzi ad entrare (costo 14 euro, se offre lui) che non un singolo che davanti ai  10 euro potrebbe avere ben più di un tentennamento. Di questo passo, il cinema in prima visione diventerà una forma d’arte riservata solo a pochi, a chi potrà permettersela. La maggior parte degli italiani finirà per rinunciarvi, ricorrendo sempre più, come già avviene, a forme illecite di fruizione. E’ questo che vogliamo? Far diventare esclusivo anche l’andare in sala? E poi, qualcuno mi spieghi quei dieci centesimi in più.

E’ il sovrapprezzo da pagare per il quasi quarto d’ora di trailer e spot pubblicitari che il povero (visto quello che ha pagato) spettatore deve sorbirsi dopo che è passato l’orario di programmazione del film? Ah, saperlo.

Grillo, non sarai il mio giudice

Alessandro Sallusti - Mer, 04/01/2017 - 15:40

Il grillismo è un pallone gonfiato, e noi giornalisti abbiamo soffiato mica poco. Beppe, vuoi la verità? Sei un buffone

Un comico, già responsabile di due morti per i quali non ha mai chiesto neppure scusa ai parenti e in passato un po' furbetto con il fisco, vuole istituire un tribunale del popolo per giudicare le notizie pubblicate dai giornali e trasmesse dai telegiornali. Non gradisce, Beppe Grillo, che si parli del suo movimento, che si curiosi dietro le quinte, che si parli dei loro affari, che non si riporti il suo verbo senza commenti. «Tutte balle, bufale», dice il comico in uno dei non rari momenti di alterazione mentale «che vanno smascherate e punite».

In un certo senso, ben ci sta. La mia categoria ha per troppo tempo protetto, coccolato e agevolato la propaganda di un branco di ragazzini viziati e arroganti che si sono pure dimostrati totalmente incapaci e inadeguati alla prima prova dei fatti. Oggi molti miei colleghi si diranno indignati. Sono gli stessi conduttori di tg e talk show che per anni hanno accettato le condizioni poste dal comico alla «libera stampa»: in onda solo senza altri ospiti in studio, temi e domande concordati. Sono gli stessi colleghi che corrono alla conferenza stampa della sindaca Raggi pur sapendo che non potranno fare domande perché la signora non le accetta.

Il grillismo è un pallone gonfiato, e noi giornalisti abbiamo soffiato mica poco. Per questo dovremmo essere processati, di questo dovremmo rispondere all'opinione pubblica. Abbiamo fatto passare Di Maio per uno statista, la Raggi per una sindaca, il loro sponsor Travaglio per un vate. «Onestà», gridavano i fenomeni, e il fenomeno lo scriveva e riscriveva, lo pontificava tutte le sere in tv. Adesso che le inchieste giudiziarie e i fatti politici dimostrano che i Cinquestelle sono tutt'altro che il partito degli onesti, il vate balbetta imbarazzato, il ballista Grillo si rimangia i dogmi e riscrive le sacre carte del movimento per non soccombere sotto la raffica di avvisi di garanzia per i suoi. È come fanno i mascalzoni: per salvarsi, ribaltano la verità.

I cattivi, gli immorali, siamo noi che non ci siamo mai piegati alle loro regole illiberali. Grillo vuole che i giornali scrivano la verità? Lo accontento: Grillo, sei un buffone e non mi processerai, né tu né quell'accolita di cialtroni miracolati dalla storia che ti circonda.

“Eliminare gente come Foa”

Marcello Foa

Vince la paura-20

Eh sì, sono cose che capitano. Una bella minaccia, condita di insulti. Totalmente gratuiti. Non è la prima e non sarà l’ultima. Ma è significativa perché a proferirla non è stato un utente qualunque, bensì un personaggio di un certo rilievo del Canton Ticino, Marco Jermini, che sulla sua pagina Facebook, dopo aver letto il mio ultimo articolo su Obama, ha pensato di replicare.

Solo che, invece di controargomentare, si è lanciato in un attacco violentissimo e sconclusionato contro la mia persona. Mi ha descritto giornalisticamente come “peggio del peggior Emilio Fede” (!), mi ha trattato da “fuco residuo della cultura del cavaliere chitarrista sulle navi” (!!) e, per la salvezza del Cantone ha dichiarato che “bisogna imparare a eliminare” persone come me (!!!).

Niente male, vero? Ringrazio il direttore del Corriere del Ticino, Fabio Pontiggia, che ha subito preso le mie difese sia su Facebook, sia, questa mattina, sul giornale. E rassicuro subito i lettori: le minacce non vanno prese sul serio. Non credo che questo signore, che peraltro nemmeno conosco personalmente, sia tanto sconsiderato da passare alle vie di fatto.

La sua è un’intemerata, sintomatica di una certa sinistra, che sembra sopravvivere solo, paradossalmente, nella Svizzera Italiana. Una sinistra incapace di ragionare, biliosa, settaria, che ama odiare, gratuitamente e attaccare le persone anziché le idee.

Il paradosso è che il sottoscritto – lo ricordo, sono cittadino svizzero e italiano – beneficia in Italia di una stima che è apolitica e sempre più trasversale: molti intellettuali e molti lettori anche di sinistra mi seguono e mi apprezzano pubblicamente per il coraggio e per l’indipendenza intellettuale delle mie posizioni. Anche in Ticino sono stimato come riconosce, lo stesso Jermini scrivendo che mi “leggono purtroppo in tanti”. Tanti ma non tutti, certo non la sinistra che egli rappresenta, e che mi vede come un Belzebù. Da odiare e, se possibile, da eliminare.

La gravità sta nel fatto che il signor Marco Jermini è direttore del Laboratorio cantonale; dunque è un alto funzionario del Cantone. Il quale, insultando me, infanga soprattutto le Istituzioni e i cittadini del governo, che in alcun modo possono sentirsi rappresentati da chi si arroga il diritto di minacciare un giornalista “colpevole” di guidare il più grande gruppo editoriale della Svizzera Italiana e, soprattutto, di essere scandalosamente libero.

PS  Decine di commenti e tanti attestati di solidarietà. Non riesco a rispondere a ognuno di voi e mi dispiace ma non posso che dirvi GRAZIE, davvero di cuore

Russia, la valenza strategica dell'Artico

Franco Iacch - Mer, 04/01/2017 - 11:33

Entro il 2020 la Russia avrà in servizio attivo dieci stazioni di ricerca, sedici porti, tredici aeroporti e dieci radar di difesa aerea. Le strategie militari, le implicazioni commerciali e le risorse dell'Artico



La Russia ha dichiarato operativa la base di Kotelny, nelle remote isole della Nuova Siberia.
 
Dal dicembre del 2012, Mosca ha avviato un’attività sistematica volta a rafforzare la propria presenza militare nella regione. Qualsiasi scenario nucleare riguarderà l’Artico, dal momento che è il percorso di volo più breve tra Usa e Russia. Ecco perché la militarizzazione dell’Artico, con la costruzione di nuove basi o il riutilizzo dei vecchi impianti sovietici, rimarrà una delle priorità della leadership russa nei prossimi anni. Entro il 2020, Mosca avrà in servizio attivo, tra il 70° e l’80° parallelo, dieci stazioni artiche di ricerca e salvataggio, sedici porti in grado di garantire assistenza logistica ai sottomarini strategici, tredici aeroporti e dieci stazioni radar di difesa aerea in grado di coprire la periferia artica di pertinenza. Sei basi militari operative si trovano sulla sponda settentrionale del paese e sulle isole artiche periferiche.

Le basi di Zyvozdny, Nagurskoye, Rogachevo, Mys Shmidta, Sredny Ostrov e Temp sono state equipaggiate per la permanenza a lungo termine del personale militare. Sistemi di allerta e controllo nell’Artico rispondono al Comando Unificato Strategico della Flotta del Nord, creato due anni fa: è una linea di comando più maneggevole per far fronte alle attività connesse nel campo aerospaziale. Il 22 aprile del 2014, durante una riunione del consiglio di sicurezza russo, il presidente Vladimir Putin annunciò la costruzione di una nuova rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini strategici. Analizzando le capacità della Flotta del Nord, il Cremlino intuì che non sarebbero state sufficienti per garantire la sicurezza nazionale ed intercettare e distruggere i missili in arrivo al confine con la Russia.

La valenza strategica dell’Artico

Durante la guerra fredda, le principali rotte di volo per le forze aerospaziali del blocco sovietico e degli Stati Uniti, furono identificate attraverso il Polo Nord. Ancora oggi, la traiettoria sopra l’Artico è la via più breve per collegare i territori statunitensi con quelli russi nelle operazioni globali aerospaziali. Con tale termine ci riferiamo alla capacità di colpire obiettivi attraverso sistemi d’arma che provengono dallo spazio esterno. Dal 1960 ad oggi, le traiettorie di volo per i missili balistici intercontinentali (ICBM) e lanciati da sottomarini (SLBM) degli Stati Uniti cosi come quelli russi, passano sopra l’Artico, considerato il principale settore strategico aerospaziale.



Tralasciando lo scenario ipersonico ed il concetto di attacco globale rapido statunitense, soffermiamoci sulle capacità attuali delle forze nucleari strategiche. Appare evidente, considerando il tempo di volo di attacco, che proprio l’Artico diverrebbe il principale teatro operativo. Parliamo di uno scenario da First Strike, ovvero lancio preventivo di testate nucleari contro un paese X. Sebbene unità navali e bombardieri strategici possano lanciare i loro missili da crociera ad alta precisione sopra l’Artico, appare improbabile che il primo e determinante attacco volto a decapitare la linea decisionale nemica, possa essere affidata a tali asset. Sarà, invece, la componente sottomarina strategica a lanciare dalle profondità (120 metri).

Sebbene la triplice capacità strategica di Usa e Russia, conferisca diverse opzioni d’attacco, è un retaggio della guerra fredda che non tiene conto di un asset moderno. La stessa definizione di potenza scalabile è meramente teorica: l’impiego di testate nucleari tattiche a bassa resa esplosiva sarebbe inverosimile sia in caso di attacco preventivo che come arma di rappresaglia localizzata. Così come le palesi simmetrie di un asset fisso, come quello rappresentato dai missili balistici intercontinentali riposti nei silos. Ostaggio della loro stessa geo-localizzazione, verrebbero rilevati dalla rete satellitare già nella fase di spinta. L’impiego della componente fissa potrebbe comportare una risposta nucleare prima ancora che il missile raggiunga il bersaglio.

La sua posizione, negli scenari del futuro, è il principale nemico della componente strategica terrestre in un attacco preventivo. Senza considerare, infine, la possibile traiettoria balistica di attacco che potrebbe innescare una risposta nucleare non voluta di un terzo paese, a seguito della violazione dello spazio aereo sovrano. Ecco perché il valore militare e politico della regione artica assume un’immensa valenza strategica. Ciò è dimostrato dal fatto che i pattugliamenti artici dei boomer della US Navy non si sono mai conclusi, mentre da alcuni mesi sono ripresi quelli inglesi e russi. Il dispiegamento di truppe russe nell’Artico è iniziato nel dicembre del 2012, con l’invio di unità di guerra elettronica mentre presso la città di Vortuka, a nord del circolo polare, sono iniziati i lavori per la costruzione della rete radar.

La Russia completerà la rete di rilevazione radar artica classe Voronezh, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede anche un radar di difesa aerea completamente automatizzato, interfacciato con gli S/300/400/500, in grado di rilevare minacce stratificate, ad una distanza massima di 3 000 chilometri. Il radar di allarme precoce automatizzato, soprannominato Container, permetterà di coprire la maggior parte dell’Europa. Le stazioni radar di rilevamento già attive ed in allerta da combattimento sono ubicate a Wrangel Island e Cape Schmidt. Attivata la base Nagurskoye nell’arcipelago della Terra di Francesco Giuseppe e Novaja Zemlja.

Le implicazioni commerciali e le risorse dell'Artico

Con le basi nella regione artica, la Russia sarà in grado di sfruttare le risorse nel sottosuolo e monitorare le rotte strategiche. Così facendo, Mosca proteggerà il suo accesso alle potenziali risorse e ritornerà ad avere un ruolo principale nell’equilibrio militare tra le super potenze. Il riscaldamento della calotta polare rivelerà grandi risorse naturali non ancora sfruttate. Il fondo marino dell'Artico dovrebbe custodire il 15% del petrolio rimanente del mondo, fino al 30% dei suoi giacimenti di gas naturale e circa il 20% del suo gas naturale liquefatto. A causa del fenomeno dell’amplificazione artica, la regione si surriscalda in tempi molto più brevi rispetto a quanto avviene in qualsiasi altra parte del globo. La scomparsa del ghiaccio marino è stimata al 2030, con rotte del Mare del Nord che diverranno percorribili per nove mesi all’anno. Ciò si traduce in una riduzione del tempo di viaggio, pari al 60%, tra Europa ed Asia orientale rispetto a quelle attuali attraverso Panama ed il Canale di Suez.

Rimandiamoli a casa loro!

Nino Spirlì



“Sei la voce di Colui che grida nel deserto”, mi dice la mia anziana insegnante, incontrata per caso davanti alla porta del “giornalaio”. “Però, stai attento, figghjiu, ché quelli non scherzano: non vedi come ci stanno ammazzando? E qui siamo pieni di questi Caini… Allunga la mano un po’ incerta verso il mio viso e mi accarezza come una mamma. Come se non fossero passati quei quasi cinquant’anni, da quando mi interrogava alla lavagna… Commosso, la bacio di slancio sulle guance. E Le auguro lunga vita. Perché mi ha regalato un paragone, che non merito, con Il Battista. Il Santo che amo sopra tutti. Il Messaggero. “L’Altro” del giorno del Magnificat. Di quell’incontro di due Donne chiamate a segnare la Storia dell’Umanità. Prima e dopo del Loro divino abbraccio parentale.

No, non credo di essere LA voce di chi grida nel deserto, ma UNA delle tante voci che cercano di rompere questo silenzio soffocante come un gel che si insinui nella gola. Sono uno dei TANTI NOI, che non vogliamo arrenderci a questa vigliaccata del tentato imbastardimento, se non sostituzione, della nostra Civiltà. Occidentale e Cristiana.Sono uno, misero umano e carico di errori, dell’esercito di Gesù, pronto a combattere fino a sporcarmi, pur di mantenere immacolato l’Altare. Il Messaggio. Il Comandamento messo in pericolo dalla stupidità, dalla menzogna, dall’avidità, dal tradimento, dalla miscredenza. Dagli infedeli.

Migliaia di giuda fra noi, travestiti da buoni discepoli, sì!, stanno svendendo la nostra VITA agli invasori senza nome e senza carte. E centinaia di migliaia di pirati, finti profughi e consapevoli di cosa fare fin dall’arrivo, arroganti e con schiave finte sante e finte mamme al seguito,  grassi come quaglie e forti come querce centenarie, invitati da malfattori col nostro sangue loro complici e nostri nemici, sbarcano sulle nostre spiagge, nei nostri porti, senza farsi riconoscere, con un solo intento: ammazzare la nostra Storia, crocifiggere ancora il nostro Dio, sventrare le nostre madri, sorelle e figlie. Odiandoci senza che ci siamo mai macchiati di alcuna colpa nei confronti loro o delle sette generazioni antecedenti alla loro. Odiandoci e basta.

Odiano il nostro pane. Che pretendono. La nostra carne. Che sputano. La nostra Libertà. Che incatenano.

Pisciano e cacano lungo le nostre strade. Ci strappano le case. Distruggono le nostre Opere d’Arte. Annichiliscono le nostre lotte sociali. Seminano droga, prostituzione, violenza, terrore e morte ovunque.

Sono i CLANDESTINI scansafatiche e  senzadio e i TERRORISTI ISLAMICI a piede libero, imposti alla povera gente dall’Unione Europea. Dai burocrati corrotti e dai massomafiogovernanti venduti, ciechi e sordi alle nostre tragedie per lurido interesse personale e di porca casta. Plotoni, falangi di nullafacenti, che mentono sui veri motivi delle loro fughe, sbarcano con, in tasca, gli smartphone  e i numeri di telefono dei complici già attivi in Italia, dopo essere stati caricati dalle navi della nostra Marina a due onde dalla battigia africana.

Cacciamoli via dalle nostre vite, ‘sti bugiardi!  Dimentichiamo le inutili ed inefficaci buone maniere e sbarriamo le porte delle nostre case. Disobbediamo alle assurde pretese di integrazione (nostra a loro)!  Evitiamo i loro banchi al mercato. Non entriamo nei loro bazar fuorilegge. Non li imitiamo a tavola. Non sostituiamo coi loro colori e i loro vestiti il nostro vestire. Nettiamoci la mente dalle contaminazioni, come le chiamano loro. Non vergogniamoci di Ciò che siamo. Anzi! Difendiamo la nostra Identità e rigettiamo il tentativo di meticciarla. Oggi, o mai più!

E’ cronaca continua, e in questi giorni sempre più violenta, di quotidiani atti di violenza commessi da clandestini senza identità a danno di “volontari e cooperanti” dei centri d’accoglienza. Dall’estremo Nord della piangente Serracchiani fino alla deludente Sicilia del dichiarato Crocetta, è tutta una rivolta, una presa in ostaggio, un pestaggio. Per non parlare dei mille e mille orrendi reati commessi, senza pietà, da migliaia di “risorse boldriniane” in giro per le strade, dal Comune più piccolo in cima alle Alpi fino alla Metropoli più popolosa nella valle più ampia, su tutto il territorio nazionale.

Inattesi e flebili segnali di risveglio, sembra, arrivano finalmente dal “Palazzo”: in queste ultime ore si comincia a parlare di rimpatri di massa. Beh, Dio lo voglia! Anche se, ormai deluso da tutto e tutti, temo si possa trattare dell’ennesima bufala istituzionale in vista delle prossime elezioni politiche, nell’attesa che a rompere gli indugi sia proprio il Popolo Italiano esasperato…

Fra me e me.

No al barcone migranti in Piazza del Duomo a Milano. I milanesi non vogliono questo scempio inaudito.

Carlo Franza



Pare a voi cosa giusta portare a Milano in Piazza del Duomo come fosse una reliquia il barcone che causò nell’aprile 2015 la più grande strage di migranti nel canale di Sicilia, al largo delle coste libiche?  Sono dell’avviso che molti, anzi moltissimi mi risponderebbero No. E’ un insulto alla città, al turismo, alle architetture, all’arte, alla cristianità, alla Madonnina. 

lamedusa_barcone

Questa strana, ma proprio strana, idea è venuta al  regista pluripremiato agli Oscar Alejandro González Iñárritu, che ha collaborato anche con Fondazione Prada. Sarebbe uno scempio inaudito, un oltraggio alla bellezza, alla scenografia della piazza, e ne confermerebbe l’assenza della Sovrintendenza ai Beni Culturali che ne dovrebbe per l’appunto  dare  il responso negativo.  Questa relitto può restare in Sicilia, parcheggiato lì, senza il bisogno di farne una scultura proprio in Piazza del Duomo a Milano, e senza spreco di soldi pubblici che invece potrebbero essere dirottati a terremotati di casa nostra.

Si sta pensando di portare simile ferraglia  per la visita papale a Milano, il prossimo marzo. Ma il Papa potrebbe dire messa e ricordare i migranti morti anche senza bisogno di averne la prova davanti agli occhi. Chi preposto a ciò ne fermi lo  scempio da farsi.
Che senso ha mettere in Piazza del Duomo a Milano questo cadavere ambulante come fosse un’opera d’arte, quasi a voler scopiazzare i barconi -altra trovata indegna- di Ai Weiwei  sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze?  Qualcuno vorrebbe forse dare lezione a noi milanesi?Oppure farla in barba proprio alla Lega Nord? Voi immaginate i milanesi farsi un selfie  con la barca dei migranti? 

Per favore, la barca lasciatela dov’è, troppi barconi arrivano in Italia, non ultimo quello della notte tra il 30 e il 31 dicembre 2016 sulle coste del Salento in località Marina Serra, a ridosso della cittadina di Tricase. No, grazie davvero. Vi ricordo che a Bologna un relitto storico, dopo ben 35 anni si trova in un hub di  via Saliceto: lì sono conservati i reperti dell’aereo Itavia che affondò al largo di Ustica nel 1980 in circostanze misteriose. Lì si può andare a pregare, a commuoversi, a ricordare. Lì Christian Boltanski ha realizzato un’installazione che spacca il cuore.

La barca no, non la vogliamo, i milanesi non la vogliono. Questo barcone non è affatto il simbolo di Milano.  “In una città che si sforza di accogliere i migranti, un simile memoriale sarebbe un monito per tutti gli altri a vivere lo stesso impegno, e la nostra città a continuare”, ha sentenziato  la Curia milanese a Repubblica. La Chiesa si adoperi a cristianizzare italiani ed europei, visto che il nichilismo incombe a destra e a manca, e la smetta di fare politica a suo comodo. L’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino ha detto che  sono 117  mila i migranti arrivati in città dal 2013, ma -io aggiungo-  statene certi che  loro questa barca non la vedranno, non verranno dalla periferia per vedere questo catorcio, perché hanno altro da fare che fare selfie.

E finiamola con queste scenografie da terzo e quarto mondo, Milano deve ritrovare la sua identità passata e presente, né un barcone può aggiungere di più. 

Carlo Franza  

Gli immigrati si ribellano. E la colpa è nostra!

Luigi Iannone



La rivolta scoppiata lunedì pomeriggio nel campo profughi di Cona, ex base missilistica del veneziano, dove vi sono oltre mille richiedenti asilo, può essere letta come una prova generale di quanto potrà accadere nell’immediato futuro. Una premessa a quanto si sta già preparando per questo nuovo anno quando l’arrivo della primavera e delle belle giornate metterà di nuovo in moto la serie incessante di sbarchi sulle coste.

A Cona, oltre ad aver bruciato suppellettili e tenuto sotto scacco per ore le forze dell’ordine, i rifugiati hanno pensato bene di fare degli ostaggi. Nel caso specifico, 25 operatori tra medici, infermieri e volontari vari, in gran parte italiani, poi liberati verso le 2 di notte. La guerriglia è esplosa per le condizioni sciagurate in cui sono costretti a vivere ma soprattutto per la morte di Sandrine Bakayoko, una ivoriana arrivata col gommone quattro mesi fa. Stava male da giorni e i profughi accusano il 118 di essere arrivato in ritardo. Nonostante gli operatori sanitari italiani abbiano smentito, la Procura ha però aperto un’inchiesta.

Ora pare chiaro a tutti che ad un simile epilogo, prima o poi, si doveva arrivare. Anzi, desta meraviglia il fatto che questi focolai di ribellione non vengano appiccati in tutta la Penisola; che siamo ancora ad episodi isolati e non ad un incendio su larga scala. E che ad essi non rispondano con pari violenza gli italiani visto che la situazione sta diventando in molte zone insostenibile ed ingestibile. Eppure, nonostante le mille articolazioni, la questione è invece di facile lettura. E se non è così, la causa è da ricercarsi in una classe politica che chiude gli occhi per codardia e inettitudine, per millantare tonnellate di mieloso buonismo e forse anche perché sulle teste di questi poveri cristi svolazzano milioni di euro che finiscono poi per rendere ricche le cooperative degli amici.

Resta però irrisolto il problema che, in linea di massima, ha solo due biforcazioni su cui impostare una lettura obiettiva e realistica. In primo luogo, gran parte di questi disperati non dovrebbero nemmeno mettere piede sulla nostra Penisola perché non fuggono da guerre. Cosa nota a tutti, anche ai burocrati di Bruxelles. Così come è cosa nota a tutti  che questi disperati serviranno però da mano d’opera a basso costo per tanti nostri imprenditori lagnosi in pubblico per l’invasione extracomunitaria, ma in privato pronti a far incetta di nuovi schiavi.

In secondo luogo, chi invece venga ritenuto in possesso di ogni requisito per poter restare, dovrebbe essere trattato con umanità. E se questa umanità non è traducibile in case, posti di lavoro e cose simili per via della permanente crisi economica, dopo averli accuditi, curati e rifocillati per un tempo congruo, li si solleciti a trovare un’altra destinazione.

Una terza ipotesi non sarebbe possibile, ma si sa, l’Italia è il Paese dell’equilibrismo e delle non-decisioni, della diplomazia estenuante che diventa immobilismo. E allora cosa accade in realtà? Accade che accogliamo tutti e poi li lasciamo vegetare come bestie. Nel frattempo ci siamo lavati la coscienza di fronte al mondo e, se possibile, abbiamo riempito le casse di tante cooperative che si occupano di gestire gli immigrati e non concepiscono alcuna differenza tra un letamaio e una struttura di accoglienza.

Cinghie appuntite e frustate: "I miei 30 anni nell'Opus Dei"

Claudio Cartaldo - Mer, 04/01/2017 - 14:41

Antonio Esquivias ha passato 30 anni nell'Opus Dei. Poi è uscito e ha deciso di raccontare la sua esperienza: "La mia prima esperienza sessuale a 44 anni"

Antonio Esquivias ha passato 30 anni nell'Opus Dei. Poi è uscito e ha deciso di raccontare la sua esperienza, i dolori sopportati, una "vita diversa" da quella che vive ora. Sì, perché dopo aver abbandonato l'organizzazione cattolica si è gettato su una sponda del tutto opposta: ha sposato una musulmana, lui (ex) cattolico integralista, e pure divorziata.

"La verità - ha scritto in un articolo per Vice -è che non mi sarei mai immaginato una vita così diversa da quella che conducevo nell'Opus, di cui sono entrato a fare parte a 16 anni. E questo perché finché ci sei dentro ti identifichi in una vita in cui tutto è regolamentato, previsto e controllato". Una vita controllata, regolare, contraddistinta dalle regole. Sveglia presto, poi i primi rituali che l'avrebbero accompagnato fino alla sera. "La prima offerta del giorno: baciare il pavimento e recitare "Serviam!", che significa "Servirò," rivolto sia a Dio che

all'Opus Dei. La seconda azione era una doccia gelata come offerta al fondatore dell'Opus". Poi la vita che conducono un po' tutti gli ordini monastici: le preghiere, la messa, la colazione, lo studio, l'angelus, le letture spirituali e le preghiere pomeridiane. L'Opus lo aveva fatto iscrivere alla facoltà di Ingengeria Agraria e lì seguiva le sue lezioni. Poi le preghiere serali, tre Ave Maria della purezza e il letto. Per poi ricominciare il giorno successivo.

Ciò che più di ogni altra cosa sta creando scompiglio del racconto di Antonio sono le "mortificazioni" corporali che venivano imposte "per controllare le necessità di base". "Per venti secoli il corpo e le sue sensazioni con la sessualità e la capacità di provare piacere - spiega Antonio - hanno rappresentato il grande nemico del cristianesimo, e nell'Opus è tuttora così. L'obiettivo, puro e semplice, è desensibilizzare le necessità di base". Due tipologie di mortificazioni: quelle "piccole" e quelle "corporali".

Le prime sono rinunce quotidiane che devono allontanare il piacere: "Per esempio - racconta - non zuccherare il caffè, non bere fino al secondo o non bere affatto durante i pasti. Così come non appoggiare la schiena allo schienale mentre si studia o si lavora" Poi le mortificazioni corporali: "Per due ore al giorno bisognava fare il cilicio, una cinghia di metallo provvista di punte da utilizzare sulla coscia, e una volta a settimana si passava alla disciplina: una frusta di corda intrecciata per la schiena. In più, sempre una volta a settimana, i numerari uomini devono dormire per terra, e le donne, tutte le notti, su una tavola di legno".

Ovviamente, una volta entrati nell'Opus si rinuncia ad ogni ricchezza e la gestione economica della vita di ogni membro è gestita dall'economo del centro in cui si vive. Secondo quanto afferma Antonio, all'interno delle comunità esiste un archivio gestito dall'Ufficio della Direzione Spirituale Spagnola che classifica i libri in base alla maturità che ogni membro deve avere per poterlo leggere. Per quelli più "complessi", dal livello 4 al 6, bisognava chiedere l'autorizzazione direttamente all'Ufficio centrlae. "Per esempio - racconta Antonio - io mi trovai a chiedere il permesso per leggere un libro di Ratzinger, che poi sarebbe diventato papa, perché era considerato un testo che si allontanava dalla dottrina dell'Opus".

La cosa che più ha segnato Antonio nei suoi 30 anni nell'organizzazione è stata però la sfera della sessualità. "Si usa il termine "purezza" - racconta - E la scelta della parola è eloquente, perché qualunque cosa può essere "impuro", soprattutto tra i membri numerari, che non si sposano. (...) È in questo ambito che più pesano la desensibilizzazione e la spersonalizzazione, fino a soffocare la sessualità ancora prima che questa si manifesti. Per questo, il mio primo contatto col sesso è avvenuto a 44 anni, quando ero già uscito dall'Opus, e la mia prima masturbazione è arrivata anche più tardi, perché era una cosa che avevo demonizzato per troppo tempo".

Quando Antonio ha iniziato a protestare per quelle regole che considerava assurde, sarebbe stato in qualche modo messo in un angolo. E così ha deciso di uscire dall'Opus Dei e rifarsi una vita. Con una moglie e due figli. "Oggi mi godo la mia nuova vita normale - conclude - (...) Quando sono uscito dall'Opus ho dovuto scoprire chi ero, che cosa mi piaceva. Abituato a mangiare ciò che mi veniva messo nel piatto, non sapevo cosa ordinare al ristorante, perché non sapevo cosa mi piaceva. La spersonalizzazione dell'Opus Dei arriva fino a questo punto".