lunedì 9 gennaio 2017

Siberia, il giacimento di diamanti creato da un asteroide sembra un paesaggio alieno segreto

La Stampa
noemi penna



E' rimasto segreto per anni. Eppure un buco di circa cento chilometri di diametro, creato da un asteroide precipitato 35 milioni di anni fa, è il più grande giacimento di diamanti presente sulla Terra, nonché uno dei posti più inquietanti.

Queste immagini sembrano esser state scattate su un pianeta alieno. Eppure siamo a Popigai, nella Siberia orientale, a 400 chilometri dal primo centro abitato e a un'ora e mezza di elicottero dall'aeroporto di Khatanga. Questa miniera è stata gelosamente nascosta dai russi per oltre 40 anni. E' stata infatti scoperta all'inizio degli Anni 70 ma è stata subito etichettata come «top secret»: durante la Guerra Fredda l'Unione Sovietica la considerava una «riserva strategica» e solo nel settembre del 2012 la Russia ha ufficialmente dichiarato l'esistenza di questo giacimento inestimabile. 



Negli anni si sono susseguite numerose spedizioni. Ben prima della «ufficializzazione» e dalla «riscoperta» avvenuta nel 2009. I ricercatori dell'Istituto di geologia di Novosibirsk hanno certificato che il cratere contiene trilioni di carati, ovvero centinaia di migliaia di tonnellate, e ha affermato che ci sono abbastanza diamanti da sopperire alle richieste globali per tremila anni.



Non stiamo parlando però di diamanti «tradizionali»: queste pietre preziose risultano infatti due volte più dure rispetto alle altre, hanno una forma tabulare con striature di colore grigio, blu o giallo e vengono definite «da impatto». Si pensa infatti che siano state prodotte dall'onda d'urto dell'asteroide - che aveva un diametro compreso tra 5 e i 7 chilometri - su un grande deposito di grafite siberiano.



La pressione d'urto ha in sostanza trasformato la grafite presente nel terreno in diamanti in un raggio di 13,6 chilometri dal punto d'impatto. Questo ha fatto sì che il cratere di Popigai custodisca al suo interno una quantità di diamanti almeno 10 volte superiore di tutti i giacimenti presenti sul nostro pianeta finora scoperti. L'enorme cratere siberiano è il settimo per dimensioni sulla Terra ed è stato designato dall'Unesco come parco geologico.

Con Pixel OS anche un vecchio pc può tornare come nuovo

La Stampa

enrico forzinetti
Raspberry Pi ha lanciato una versione del suo sistema operativo basato su Linux e utilizzabile anche su Mac e pc. Per usarlo serve soltanto un Dvd o una chiavetta Usb



Il pc, già un po’ vecchio, è diventato sempre più lento dopo decine di aggiornamenti del sistema operativo? Esiste già una soluzione praticamente a costo zero per far ritornare il tuo dispositivo a girare normalmente. Si chiama Pixel OS ed è il sistema operativo basato su una delle più famose versioni di Linux chiamata Debian.

Pixel è stato finora utilizzato da Raspberry Pi, l’azienda famosa per produrre micro-computer al prezzo di 35 dollari, come sistema operativo per i suoi prodotti. «Perché un utente deve comprare un nostro computer per poter usare Pixel?» si è chiesto in un lungo post il fondatore Eben Upton. Ed ecco la soluzione: una versione di Pixel che gira anche su Mac e pc.

Il tutto gratuitamente: basta scaricare l’immagine del sistema presente online e montarla su un Dvd o su una chiavetta Usb, come spiegato in modo dettagliato all’interno del post. Il supporto scelto andrà sempre utilizzato per poter avviare il sistema operativo sul computer su cui si vuole lavorare. Al momento non è possibile ancora installare Pixel OS direttamente su hard disk.

Chi si affiderà a Pixel OS potrà contare su un software piuttosto leggero e affidabile, adatto a quasi qualsiasi tipo di hardware. Pixel OS offre poi alcuni programmi pre-installati che permettono all’utente di svolgere senza problemi le attività quotidiane sul proprio pc. Il sistema operativo è poi particolarmente indicato per la programmazione.

Hasselblad è cinese: DJI ora è azionista di maggioranza

La Stampa
andrea nepori

Le due aziende non hanno ancora confermato la notizia, ma più fonti indipendenti confermano che il produttore di droni ha preso il controllo dello storico marchio svedese


Hasselblad ora parla cinese: lo storico marchio di Göteborg, fondato nel 1941, è finito sotto il controllo di DJI. Il produttore di droni aveva già investito nell’azienda di fotocamere professionali nel novembre 2015; a luglio 2016 la collaborazione si è concretizzata nell’annuncio del primo quadricottero professionale dotato di fotocamera medio formato.

Sotto la guida del nuovo CEO Perry Oosting Hasselblad aveva messo a frutto i capitali cinesi per riorganizzare l’azienda e finanziarne il piano di rilancio, culminato a giugno 2016 con la presentazione della X1D, la prima macchina digitale mirrorless medio formato. Un’operazione coraggiosa, che prevedeva una cesura netta con il passato.

Ma se i prodotti sbagliati si possono abbandonare e magari dimenticare, gli investitori precedenti hanno continuato a battere cassa. E così ora Hasselblad ha fatto un passo ulteriore e per certi versi prevedibile: ha concesso a DJI di rilevare la maggioranza delle quote della società.
Sia Hasselblad che DJI hanno mantenuto il più stretto riserbo, ma numerose fonti indipendenti confermano la scalata, suggerendo che all’interno dell’azienda svedese l’operazione sia un segreto di Pulcinella. Kevin Raber, il fotografo professionista che per primo ha reso pubblica la notizia, sul suo blog parla apertamente di acquisizione.

Non è dato sapere che cosa succederà adesso ad Hasselblad, se non altro perché nessuna delle due aziende coinvolte ha ancora confermato né tantomeno commentato l’indiscrezione. Ci saranno di sicuro dei cambiamenti, ma è possibile comunque che il marchio di Göteborg continui ad operare come una controllata indipendente. Dal punto di vista finanziario il supporto di una società madre senza troppi problemi di liquidità è una buona notizia, a patto che la nuova direzione cinese decida di procedere con l’esecuzione del piano industriale presentato nel 2016 dalla nuova direzione Oosting. A DJI sicuramente l’associazione con un marchio blasonato come Hasselblad servirà anche per favorire la propria espansione internazionale e per rinforzare il dominio sul mercato dei droni video-fotografici.

La X1D, la fotocamera del grande rilancio, finora è uscita dai magazzini svedesi in pochissimi esemplari a causa di ritardi nella finalizzazione del firmware e di alcune difficoltà produttive legate alle forniture giapponesi (ottiche e sensori). Gli ordini - la maggior parte ancora da evadere - sarebbero nell’ordine delle migliaia, a riconferma che Hasselblad si trova fra le mani un successo di difficile gestione. In attesa che DJI condivida i propri piani, rimane solo da sperare che tutto il lavoro fatto fin qui dalla nuova Hasselblad dell’era Oosting non finisca nel nulla. Per il settore della fotografia professionale sarebbe una perdita enorme.

Il matematico torinese: “Stesso algoritmo per spiegare epidemie e bufale mediatiche”

La Stampa
marcello giordani


Lorenzo Zino 26 anni, ingegnere matematico e dottorando del Politecnico in matematica pura e applicata. «Oggi viviamo in un’epoca di iperconnessione non solo virtuale, ma anche fisica, perchè la mobilità è altissima»

L’influenza come le bufale mediatiche: si diffonde in base alla mobilità delle persone, ai contatti, allo stesso modo con cui si propagano i topic su Twitter. L’andamento del contagio, sia quello dei virus influenzali che quello delle frottole o delle post verità che corrono on line, si può prevedere attraverso dei modelli matematici. 

Il nuovo paradigma è stato realizzato da Alessandro Rizzo, professore associato del Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino e visiting professor alla New York University Tandon School of Engineering, da Maurizio Porfiri, professore di Ingegneria meccanica e aerospaziale alla New York University Tandon School of Engineering e da Lorenzo Zino, 26 anni, ingegnere matematico e dottorando del Politecnico in matematica pura e applicata. 

Come funziona
«Ai primi accenni dello scoppio di una malattia - racconta Zino - epidemiologi, operatori sanitari, politici e scienziati si rivolgono a modelli di previsione per determinare come la patologia si sta diffondendo e cosa dovrebbe essere fatto per minimizzare il rischio di contagio. Oggi viviamo in un’epoca di iperconnessione non solo virtuale, ma anche fisica, perché la mobilità è altissima. Però come sui social ci sono persone con miriadi di contatti e connesse 24 ore al giorno, allo stesso modo abbiamo individui con elevata mobilità e molti rapporti sociali, accanto ad altri che invece hanno contatti molto limitati. Il modello tiene conto di questa varietà e complessità».

Per capire come un virus può diventare epidemico, i tre studiosi hanno costruito un modello che si rifà a una realtà precisa: «Quella del campus universitario di Torino - dice Zino - su cui gravitano circa 30 mila persone. Ci siamo accorti che il modo con cui un virus si diffonde è analogo a quello con cui si espandono i messaggi, le notizie, in rete, in particolare quelle fasulle. Con questi modelli che abbiamo creato si può da una parte intervenire in modo più efficace di fronte a un rischio epidemico, dall’altro è possibile cominciare a capire meglio come affrontare il problema delle false informazioni che inondano la rete.

Se si conosce come si evolve un’epidemia, sia essa influenzale, di colera o di bufale, si può intervenire con programmi adeguati, più mirati, senza dispersioni di risorse. Nel nostro caso offriamo un modello che tiene in considerazione una serie di variabili, anche se ce ne sono moltissime altre che potrebbero arricchire il paradigma. Nel caso della diffusione delle bufale on line la velocità di propagazione aumenta notevolmente se si tratta di idee accettate dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Il conformismo, soprattutto ideologico, è un motore di diffusione incredibile».