mercoledì 11 gennaio 2017

La panchina delle tenerezze

La Stampa
massimo gramellini



Pedalando in bicicletta lungo le rive torinesi del Po, un professore universitario e sua moglie assistono domenica pomeriggio a una scena che li incuriosisce. Un uomo e una donna, muniti di pala e vanga, stanno disseppellendo una panchina di corso Casale, l’ultima prima del ponte Sassi, sommersa dalle sabbie portate dall’ultima piena del fiume. Il professore e la moglie chiedono alla coppia le ragioni del gesto. Si sentono rispondere che quello è un luogo speciale, la panchina delle tenerezze. Una panchina dove da sempre vengono ad appartarsi gli innamorati. Vederla cancellata dal fango era sembrato loro un oltraggio e avevano sentito il bisogno impellente di rimediare. 

La moglie del professore si commuove per l’asciuttezza piena di senso che emana da quelle parole. Chiede il permesso di fotografarli e di spedire la foto al giornale. Accettano, a condizione di restare senza nome. Gente così. Capace di compiere atti di altruismo per puro senso civico e afflato sentimentale, forse sullo slancio di un ricordo d’amore che affettuosamente li perseguita. Testimoniarne l’esistenza non è buonismo, ma dovere di cronaca: non fa tutto schifo, là fuori. 

Cuneo-Auschwitz, le storie ritrovate

La Stampa
mario baudino

Settecento ebrei di tutta Europa, dalla Francia al Piemonte dopo l’8 settembre ’43, anziché la salvezza trovarono i treni per il Lager. Due studiose hanno ricostruito le loro vite


Il Memoriale della Deportazione a Borgo San Dalmazzo, il paese alle porte di Cuneo da dove partirono i treni per Auschwitz

Furono in 334 a salire sul treno della morte che da Borgo San Dalmazzo, alle porte di Cuneo, li portò nei campi di sterminio. Erano arrivati in Italia seguendo i nostri soldati che si ritiravano dalla Francia dopo l’8 settembre: un gruppo di 700 ebrei, a piedi, in condizioni difficili, una parte cospicua dei molti che si erano rifugiati nel Nizzardo e a Grenoble, zone di occupazione italiana, dove erano stati trattati umanamente e si credevano in salvo. Credevano di trovare la stessa situazione nel nostro Paese. Ma così non fu, perché intanto i tedeschi avevano preso il controllo del Cuneese. 

Dei partecipanti alla marcia una buona metà riuscì a nascondersi, protetta dai valligiani, ma gli altri furono costretti a consegnarsi per una serie di motivi ovviamente complessi, dall’impossibilità di trovare rifugio alla speranza che il campo «italiano» allestito in una caserma alle porte del paese, dove furono rinchiusi, potesse rappresentare comunque una garanzia di sopravvivenza. Si sbagliavano. Da quel campo di transito partirono molto presto i treni per Auschwitz.

Dopo un lungo silenzio nel dopoguerra, l’attenzione degli storici si è riaccesa, le pubblicazioni si sono moltiplicate, il campo è stato riscoperto (ad esempio con i lavori di Alberto Cavaglion negli Anni 80), alla stazione ferroviaria di Borgo San Dalmazzo è stato innalzato un memoriale. Ma quelle vite spezzate sono rimaste per decenni un universo vuoto. Dei deportati non si sapeva quasi nulla, c’era solo una lista di nomi - tutti stranieri - spesso storpiati al momento della registrazione.

Il bambino in manicomio
Due ricercatrici legate all’Istituto Storico della Resistenza cuneese, Adriana Muncinelli e Elena Fallo, hanno ricomposto il puzzle della tragedia e della pietà con un lavoro durato anni, dando a ciascuno il suo vero nome e la sua biografia per quanto è stato possibile, incrociando i dati con gli archivi di tutto il mondo e la memoria dei pochi sopravvissuti ai Lager. Il risultato fu, qualche anno fa, un primo volume sull’argomento. Ora è uscito il secondo, (Oltre il nome, Storia degli ebrei stranieri deportati dal campo di Borgo san Dalmazzo, ed. Le Chateau di Aosta) che conclude la lunga ricerca fornendo anche un quadro storico-geografico di una lenta migrazione cominciata all’indomani del primo conflitto mondiale e finita attraverso la Francia nell’imbuto delle valli cuneesi. 

È un libro di analisi storica e di storie: storie di vittime, di inganni, di generosità e di piccole astuzie, di amori e tenacia, di disperazione. Ma anche di abbandono e di oblio, come accadde a Gerard Zynger, che a sette anni si ritrovò nel manicomio di Racconigi e le cui tracce si perdono negli Anni 60. Fu il «testimone estremo» - così lo definiscono le ricercatrici - di una realtà terribile, fatta di dolore e solitudine.

I genitori, ebrei di origine russa, dalla Polonia avevano trovato riparo a Parigi e nel ’39 rimasero nella capitale francese perché il piccolo era stato colpito e traumatizzato da un bombardamento aereo. Dopo due anni di ricovero in ospedale, la fuga al Sud, le Alpi, Borgo, la cattura. Nel campo, però, Gerard ha un attacco d’epilessia; viene curato alla meglio ma subito inviato d’autorità, come accadeva allora, all’ospedale psichiatrico. E la Procura della Repubblica, chissà, forse pensando di salvarlo, emette un’ordinanza di ricovero definitivo.

Da quel momento, il bambino è solo, nonostante il primario si interessi a lui e alla sua storia, senza però ottenere mai riscontri. I genitori non possono far nulla, perché verranno deportati e troveranno la morte. E dopo il ’45 l’unica preoccupazione delle istituzioni diventa ormai chi debba pagare la retta, se i francesi o gli italiani. La querelle va avanti fino agli Anni 60, nessuno pare ricordare il motivo per cui il ragazzo è in manicomio; è diventato una mera questione burocratica, che procede fra lettere e documenti d’ogni tipo fino a quando il poveretto è trasferito all’ospedale psichiatrico di Volterra.

Il calzolaio fortunato
Da quel momento, le sue tracce si perdono definitivamente. Che ne è stato di lui? Ha trovato rifugio in qualche comunità protetta, dopo la legge Basaglia? È morto solo e ormai definitivamente pazzo? È ancora vivo? Ed è stata, la sua, una vita? Gerard ha sofferto la persecuzione, e anche l’oblio del primo dopoguerra (il tema dell’Olocausto diventa importante e condiviso, com’è noto, solo dopo il processo Eichmann, a partire dagli Anni 60), ha sofferto tutte le persecuzioni possibili, quelle programmate e quelle involontarie, dal Lager al circuito manicomiale. Un scheggia di puro dolore, senza redenzione.

Non andò così a un pugno di suoi compagni di sventura, fra tragedia e commedia, come sempre accade. Marcel Jungermann, il «calzolaio fortunato», riuscì ad esempio a sopravvivere allo sterminio ma anche a un tentativo di evasione. Cuciva stivali per i carabinieri, i quali permettevano a lui e al fratello persino di recarsi nelle ore di lavoro in una bottega di Borgo San Dalmazzo. Non fu difficile organizzare la fuga con l’aiuto del calzolaio italiano: e una notte prese per i boschi con tutta la famiglia. Vennero catturati subito: ma anche «perdonati», perché i carabinieri erano così preoccupati della reazione delle SS che preferirono tenere segreta la faccenda.

Marcel fu deportato come gli altri, ma riuscì a tornare da Auschwitz. Racconterà poi che a Parigi, volendo mostrare a un compagno la casa «dove viveva» e dove non si era neanche più affacciato, dandola per perduta, vide improvvisamente alla finestra la madre intenta stendere un panno. La felicità, per una volta, gli aveva teso il suo agguato.

Wikileaks progetta un database con informazioni personali degli account Twitter verificati

La Stampa
federico guerrini

Nel sito proposto dal sito di Assange finirebbero anche dati riservati come stato di famiglia e situazione finanziaria. “Dossieraggio a scopo intimidatorio”, dicono i critici



Ennesima polemica associata a WikiLeaks. In un periodo in cui il sito è già sotto attacco, negli Usa, per aver pubblicato, nel corso delle elezioni, documenti riservati del partito democratico, un’iniziativa quantomeno discutibile aggiunge nuova benzina al fuoco.

La piattaforma fondata da Julian Assange starebbe progettando, secondo quanto dichiarato dallo staff, di mettere online un database contenente informazioni riservate su tutti gli account “verificati” di Twitter: dallo stato di famiglia, alla situazione finanziaria, all’eventuale affiliazione a partiti politici. Il tweet originale contenente la proposta è stato poi rimosso, ma rimane online un altro tweet , in cui l’organizzazione chiede suggerimenti su quali informazioni includere nel software.

Secondo Wikileaks, la banca dati servirebbe per comprendere meglio le caratteristiche delle reti di influencer sulla base di “grafi di prossimità ”: in altre parole, per individuare le caratteristiche comuni e i reciproci rapporti fra i personaggi analizzati - ma a molti commentatori l’idea è parsa quantomeno inquietante, perché potrebbe preludere a un’operazione di dossieraggio a scopo di intimidazione.

L’inglese Tim Berners-Lee, uno degli inventori del Web, ha stigmatizzato l’iniziativa. “Non ci pensate nemmeno”, ha scritto sul suo account , paragonando il progetto alla legislazione, criticata da più parti, in materia di sorveglianza elettronica approvata dal Parlamento britannico a novembre. “Fantastico! Vi suggerisco di dare voi stessi l’esempio, divulgando i dettagli completi di tutte le persone coinvolte nel vostro account Twitter”, ha ironizzato un altro commentatore.

Non è chiaro se dopo la reazione, in gran parte negativa, con cui è stata accolta l’iniziativa, WikiLeaks sia tornata sui suoi passi, o abbia semplicemente cancellato il tweet e deciso di andare avanti lo stesso. Peraltro, è difficile immaginare come un simile progetto possa essere realizzato senza la collaborazione, totale o parziale dello stesso Twitter. Il sito di microblogging non sembra però avere nessuna intenzione di collaborare.

La società ha ricordato, in un messaggio al Washington Post, che “pubblicare informazioni confidenziali e private relativa a un’altra persona è una violazione delle regole di Twitter ” reiterando poi il concetto con un post sul suo account dedicato a come usare il network in maniera sicura .
In un periodo in cui per Assange, dal punto di vista personale, sembrano un po’ migliorare, dopo che lo stesso ha ottenuto , come aveva chiesto per anni, di essere interrogato a Londra in merito alle accuse di un presunto stupro da lui commesso in Svezia, il progetto di raccogliere informazioni riservate via Twitter potrebbe arrecare un possibile, ulteriore, danno di immagine alla piattaforma da lui fondata, già pesantemente criticata da più fronti e accusata di aver (volutamente o meno) favorito Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Ritorna l’album Calciatori Panini, quest’anno spazio alle giovanili

La Stampa
tiziana cairati

Per le squadre di Serie A ci sarà Generazione Z , uno sticker che raffigura due giocatori nati dal 1995


Un particolare della copertina dell’Album Calciatori 2016-2017 Panini

Una copertina con la storica immagine del calciatore in rovesciata, ma ispirata alla street art, un formato maxi per album e figurine, più le caricature di undici campioni realizzate dai collezionisti e un concorso a premi con i punti inseriti nelle bustine. Sono queste alcune delle novità di Calciatori 2016-2017, la 56a edizione della collezione ufficiale della Panini dedicata ai protagonisti del campionato di calcio italiano. Per le squadre di Serie A ci sarà anche Generazione Z , uno sticker che raffigura due giocatori nati dal 1995 (l’obiettivo è dare più spazio alle nuove leve).

A grande richiesta, nelle ultime pagine dell’album è stato studiato un apposito spazio per il riepilogo della carriera dei calciatori di Serie A. Le novità non riguardano solo il formato maxi di album e figurine, ma anche le sezioni, arricchite da RafFIGUra il tuo Campione e da Serie A: Record da campioni.



«Per noi è un anno zero di una lunghissima storia iniziata nel 1961», spiega Antonio Allegra, direttore Mercato Italia della Panini. «In questa raccolta – prosegue il dirigente - ci sono elementi forti di innovazione finalizzati a venire incontro alle esigenze di nuove generazioni di collezionisti, cercando di rispettare in ogni caso una tradizione di cui siamo orgogliosi». 

Cicciolina fa causa a Google: "Mai fatto sesso con un cavallo"

Marta Proietti - Mar, 10/01/2017 - 18:53

L'ex pornostar chiederà un risarcimento pari a 70 milioni di euro e la rimozione di tutti i link che equivocano sulla scena del cavallo



"C'è gente infame che specula e lucra su questa bufala per qualche migliaio di click in più. Dovrebbero vergognarsi. Essere sbattuti in galera. È un incubo senza fine. Ma adesso basta, i colpevoli devono pagare", si sfoga così Ilona Staller, in arte Cicciolina, su FQMagazine.

Il riferimento è al famoso film degli anni '80 "Cicciolina number one", diretto dal defunto Riccardo Schicchi, in cui l'ex pornostar farebbe sesso con un cavallo ma, spiega Cicciolina, si è trattato di un fraintendimendo: "Nella pellicola io sto su un calesse e lì vicino si materializza una ragazza che finge di scambiarsi affettuosità indicibili con uno stallone in carne, nitrito, sesso smisurato e ossa… È bastato questo scambio di identità per condannarmi alla dannazione virtuale eterna".

Per questo motivo la Staller ha deciso di fare causa a Google chiedendo la rimozione completa di tutti i link che equivocano sulla scena del cavallo (video, foto e testi) nonché un risarcimento danni per 70 milioni di dollari, più altri nove per le spese legali. A confermare la decisione è il suo stesso legale, Luca Di Carlo.

Non ci sta Cicciolina ad essere associata a quel film: "Io sono sempre stata una pacifista, un'animalista! Detesto la zoofilia. Tutto quello che è accaduto dopo è uno schifo. Un abominio. Mi sono salvata solo grazie alla mia tempra forte".

Facebook si prepara a inserire la pubblicità nei video

La Stampa
lorenzo longhitano

Gli editori che pubblicano sulla piattaforma di Mark Zuckerberg avranno presto la possibilità di inserirvi clip promozionali, ma a due condizioni



Prima o poi doveva succedere: la pubblicità sta per arrivare anche all’interno dei video di Facebook. Secondo fonti interpellate da Re/Code il social network di Mark Zuckerberg starebbe approntando una soluzione per inserire clip promozionali all’interno dei filmati presenti sulla piattaforma. Non è chiaro quando la modifica sarà effettivamente apportata, ma per il momento sembra che il meccanismo non sarà automatico; si tratterà piuttosto di un’opportunità concessa agli editori che desiderano trarre dei profitti dai contenuti che pubblicano sul social network. Come avviene su YouTube, questi ultimi intascheranno il 55% dei ricavi derivanti dalla vendita degli annunci, mentre il restante 45% andrà a Facebook.

I video dovranno avere una durata minima di 90 secondi e lo stacco pubblicitario potrà interrompere la riproduzione soltanto dopo 20 secondi, due condizioni che Facebook potrebbe aver posto per un motivo ben preciso: incentivare la produzione di contenuti ricchi di sostanza e di qualità, che tengano alta l’attenzione dello spettatore fino al momento dello spot e che lo incoraggino a guardarlo tutto pur di terminare la visione. Con 100 milioni di ore di visualizzazione accumulate nel 2016, la speranza di Facebook è quella di trasformare l’attuale, frammentato panorama dei video ospitati su Facebook in un sistema di contenuti da poter monetizzare in modo efficace e nel quale possano vincere tutti: gli inserzionisti l’attenzione degli utenti, gli editori la giusta ricompensa per i contenuti pubblicati, e i frequentatori dei social network video interessanti e confezionati con cura.

Il Venezuela sprofonda nel caos

Paolo Manzo

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Come può il Venezuela avere il salario minimo più basso di tutta l’America latina, introdurre una tessera per razionare gli acquisti di beni alimentari a causa della scarsità dei prodotti e, al contempo, registrare l’inflazione più alta al mondo?

Difficile dare una risposta visto che il Paese ha riserve per 300 miliardi di barili – certificate nel 2012 da British Petroleum, tanto per capirci più dell’Arabia Saudita – e con una popolazione di 30 milioni di abitanti e un prezzo al barile medio di 50 dollari, significa che oggi ogni venezuelano possiede alla nascita una ricchezza pari a diecimila barili di petrolio che, tradotto in cifre, fa mezzo milione di dollari a cranio.

Riuscire ad essere poveri, disperati e continuamente in fila con queste premesse (che non includono il gas naturale – di cui Caracas possiede riserve certificate per 5,5 bilioni di metri cubi – né le miniere di oro e diamanti) significa che, come minimo, chi ha gestito il paese negli ultimi due decenni – ovvero il chavismo – lo ha fatto in modo criminale perché, in realtà, tutte le famiglie venezuelane dovrebbero essere milionarie per il semplice fatto di … essere venezuelane.

Purtroppo tra le tante follie commesse prima da Hugo Chávez – militare ex golpista (nel 1992) che a sua volta soffrì il golpe più breve della storia dell’umanità (48 ore nel 2002) – e poi dal suo delfino Nicolás Maduro non c’è solo il cambiamento del nome dello stato in República bolivariana de Venezuela, un omaggio al padre della “Patria Grande” sudamericana Simón Bolívar.

Se i chavisti si fossero limitati a questo oggi non assisteremmo a saccheggi quotidiani ai negozi per rubare un chilo di carne, ad omicidi in serie che hanno trasformato negli ultimi anni Caracas nella città più violenta al mondo e, ogni giorno, ai soprusi del Sebin, la Securitate del regime, con decine di prigionieri politici finiti in carcere solo perché non d’accordo con il modello socialista del XXIesimo propugnato da Chávez e Maduro.

No, le follie chaviste che hanno portato oggi al disastro il Venezuela sono ben maggiori ed hanno origine da lontano, dal 2003 a voler essere pignoli, quando fu ordinato un cambio fisso tra il bolivar, la moneta nazionale che oggi non vale più nulla, ed il dollaro.

L’obiettivo era in teoria nobile – evitare la fuga di capitali – il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti, nonostante un decreto del regime che da un decennio impone la galera ai giornalisti che parlano in tv o scrivono sui giornali le quotazioni del cambio nero: sempre meno dollari sul mercato, la nascita di un mercato parallelo e prospero del cambio e l’esaurimento delle riserve in monete forti della BCV, la banca centrale venezuelana, costretta a vendere il suo oro per evitare un default dalle proporzioni bibliche.

La seconda follia fu quella delle nazionalizzazioni indiscriminate. Come quella di Sidor, che oggi produce il 15% rispetto a prima, quando era privata. Chi non ricorda del resto un Chávez che sorridendo ordinava in diretta tv “expropriense!” a Caracas o il corpo scheletrico del contadino Franklin Brito, che morì dopo quattro mesi di sciopero della fame nel 2010, per rivendicare la terra che lui coltivava e faceva produrre, sia detto per gli smemorati, che nel 2005 gli era stata rubata/espropriata, dal regime (ogni parallelismo con Cuba ci sta)?

Poi, nel 2008, ci fu la follia del controllo degli importi a cui vendere carne, latte, zucchero e tutti gli altri beni di prima necessità, con centinaia di commercianti – colpevoli di vendere cibo, bevande e persino carta igienica e giocattoli non ai “prezzi giusti” fissati dal governo – finiti in gattabuia.
L’obiettivo dichiarato dal chavismo anche qui era meritorio: sconfiggere gli aumenti dei prezzi ma – al pari di tutti gli altri esempi simili nella storia dell’economia, a cominciare dall’ex Urss ed arrivando sino a Cuba – la conseguenza è stata una scarsità mai vista prima di quasi tutti i prodotti, enormi file nei negozi e, ça va sans dire con il cambio fisso sul dollaro, la nascita di un mercato nero fiorente ed un’inflazione record che nel 2017 sarà di almeno il 1700% secondo il Fmi.

Non ci si deve stupire dunque se – dopo avere delegato al generale di Brigata Jorge Pérez Mansilla la distribuzione dell’olio ed al generale José Inés Gonzàlez Pérez quella del riso, dopo avere conferito al contrammiraglio Angel Rueda Pinto il controllo sul pollame ed avere adibito il generale di brigata Vera Boada alla supervisione sulla carta igienica – adesso Maduro abbia dato ordine di togliere dalla circolazione i biglietti da 100 bolivares (quelli da 50 però no, chissà perché) per combattere un “complotto economico ordito dagli Stati Uniti” e da sedicenti “mafie” che, solo con questo taglio farebbero, a suo dire, affari d’oro alla frontiera con Colombia e Brasile.

E se sino al prossimo 20 gennaio il confine con questi due Paesi è stato chiuso – ma sul fronte colombiano una marea di venezuelani affamati forza sovente il blocco della polizia riuscendo a fare spesa nella città colombiana di Cucuta – c’è una domanda che si fanno tutti: sino a quando resisterà il popolo venezuelano di fronte alle follie economiche del suo regime?

Già perché, con un’inflazione mensile che solo lo scorso novembre ha superato il 200% e senza dollari in tasca da cambiare sul mercato nero, oramai è diventato un supplizio anche solo sopravvivere in Venezuela e emigrazione a parte – oramai in Florida i venezuelani competono con i cubani in quanto a numero – la sola prospettiva di un qualche miglioramento è quella di cambiare il modello economico socialista, imposto da Chávez ed oggi difeso da Maduro, dimostratosi a tutti gli effetti fallimentare o, come dicono sempre più venezuelani, una follia.

Napoli: tutto quello che c'è da sapere sui cornetti portafortuna

La Stampa
Autore: eleonora autilio

Caratteristiche e curiosità sugli amuleti più antichi e famosi della tradizione artigianale partenopea

cornetto portafortuna amuleto talismano rosso napoli curniciello

E' uno dei talismani più antichi e conosciuti. Nel corso della storia la sua forma ha accompagnato e caratterizzato usanze di diverse epoche e culture. Il cornetto portafortuna vanta origini remote ed è diventato, con il tempo, uno degli emblemi della tradizione artigianale di Napoli dove la superstizione e la scaramanzia sono da sempre profondamente radicate.


LA TRADIZIONE L'associazione della forma del corno alla fortuna, e dunque alla fertilità ed alla prosperità, risale alla notte dei tempi. In epoca preistorica, infatti, si valutava la potenza ed il vigore di un animale in base alle dimensioni delle loro corna che divennero, dunque, ben presto un simbolo benaugurale spesso esposto all'esterno delle capanne in segno di buon auspicio. Nel corso del tempo la superstizione legata alla sua simbologia non perse suggestione ed, anzi, a seconda delle epoche e delle culture assunse, talvolta, persino connotazioni mitologiche.

Non è un caso che combattenti e condottieri indossassero, ad esempio, elmi ed ornamenti che richiamavano le corna degli animali. Con il trascorrere dei secoli questi amuleti vennero caricati di significati e di funzioni sempre più numerose: si credeva, ad esempio, che allontanassero il malocchio e che fossero portatori di guadagno. Nella zona di Napoli la tradizione legata alla realizzazione di oggetti a forma di corni e cornetti si diffuse sin da epoche remote, probabilmente antecedenti alla nascita di Cristo, ma fu nel Medioevo che conobbe la sua vera fortuna, quando orafi e gioiellieri si specializzarono nella creazione di monili e preziosi con le sembianze del corno.

Ben presto questi oggetti ed i loro produttori riscossero un crescente apprezzamento creando, inevitabilmente, un legame ancora più forte tra questo talismano e la cultura partenopea. Oggi, infatti, corni e cornetti, chiamati “curnicielli” rappresentano uno degli oggetti più famosi e caratteristici dell'artigianato locale.

LE CARATTERISTICHE Secondo la superstizione, affinchè il corno eserciti la sua funzione di portafortuna deve essere innanzitutto rosso, da sempre colore della fortuna, ma anche della potenza e della vittoria, e fatto a mano in modo che colui che lo modella gli possa infondere energie positive con le proprie mani. Un tempo si riteneva, inoltre, che quelli realizzati in corallo avessero una maggiore efficacia perchè sfruttavano le proprietà attribuite a questo materiale che si riteneva scongiurasse il malaugurio e proteggesse le donne incinte. Un detto popolare, infine, specifica con chiarezza quali sono le caratteristiche fondamentali del talismano che dovrà essere, necessariamente “tuosto, stuorto e cu 'a ponta” (rigido, storto e con la punta). Perchè sia realmente efficace, però, il corno non deve essere mai acquistato ma sempre ricevuto in dono.

IL TERRITORIO I riferimenti alla superstizione legata alla forma del corno sul territorio partenopeo sono numerosi. In molti associano persino i simboli fallici rivenuti negli scavi di Pompei ed Ercolano (molto simili al “curniciello”) proprio alle credenze riguardanti i benefici apportati dai manufatti aventi questa forma.

GLI INDIRIZZI Per scoprire, acquistare (ma sempre rigorosamente per offrirli in dono) ed ammirare tutte le differenti versioni del tradizionale “curniciello” napoletano (da quello semplice, a quello adornato con corone e simboli associati alla fortuna, sino a quelli sormontati dallo “scartellato” - il gobbo - personaggio portafortuna rappresentato con il cilindro sul capo), l'appuntamento è nelle numerose botteghe artigiane del capoluogo partenopeo. Da non perdere, ad esempio, quelle di San Gregorio Armeno, famosa via dei presepi ma anche, appunto, degli artigiani.

Il bisonte, simbolo degli Stati Uniti sopravvissuto con fatica al progresso

La Stampa
carlo grande



L’anno scorso il presidente Obama lo ha eletto (come l’aquila) simbolo della nazione, con il National Bison Legacy Act. Dunque non possiamo che ricordare i cento anni dalla morte di Buffalo Bill dal punto di vista del bisonte, agli inizi del 900 sopravvissuto con qualche centinaio di esemplari e oggi con alcune migliaia. La mandria più grande è nello Yellowstone National Park.

Ogni autunno nei «buffalo corrals» del Custer State Park, South Dakota, si svolge la selezione di questo animale alto quasi due metri e pesante anche una tonnellata. Qualche centinaio di capi vengono venduti, forse finiranno nei piatti dei Ted’s Montana Grill di Ted Turner. Il Parco ricorda il fanatico «Capelli Lunghi» generale Custer ed è nelle sacre Black Hills, nel cuore delle Great Plains, grandi pianure dove i «tatanka» un tempo si radunavano a milioni; migravano per 500 chilometri da Nord a Sud, verso pianure più erbose.

Sulle loro piste c’erano gli indiani delle praterie, era una delle più epiche migrazioni del regno animale, nelle terre Lakota e Cheyenne, dove tra gli altri avvennero i massacri di Wounded Knee, quello di Little Big Horn e quello di Sand Creek del 28 novembre 1864: il colonnello Chivington, «occhi turchini e giacca uguale» di De Andrè e Bubola, massacrò donne, vecchi e bambini radunati intorno a una tenda con in cima la bandiera bianca e quella degli Stati Uniti. Per i dettagli vedere il film Soldato blu e leggere Emilio Salgari, che parlò dell’accaduto nel romanzo Sulle frontiere del Far West.


AP

Oggi, fra laghi, boschi e colline, montagne di granito e animali selvatici, il bisonte sopravvive come può. Come i nativi, che dopo il genocidio hanno appena riportato una piccola vittoria: i tecnici dell’esercito americano hanno bloccato la costruzione di un oleodotto sotto il fiume Missouri, nella riserva lakota di Standing Rock. Anche Obama (e Robert Redford, che aveva lanciato un appello) erano con loro. Speriamo che l’immobiliarista Trump non riprenda il progetto, micidiale per le falde acquifere.

Il cosiddetto «progresso», si sa, è pragmatico. A chi sogna troppo forte fa uscire il sangue dal naso. Preferisce la ferrovia che taglia a metà la pista del bisonte e ferma la migrazione. Fra bufalo e locomotiva, canta De Gregori, la differenza balza agli occhi: «La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere». 

I ragazzi che hanno inventato lo spazzolino con dentifricio

La Stampa
lorenza castagneri

Si chiama “Turn’n’Smile”, lo ha realizzato un istituto tecnico di Torino


I ragazzi della 4B dell’Istituto tecnico «Ettore Majorana» di Torino a 17 anni, hanno realizzato uno spazzolino da denti innovativo, con il dentifricio incorporato, perfetto da portare in viaggio e in ufficio

Se tutto andrà bene i 16 ragazzi che frequentano la 4B dell’Istituto tecnico «Ettore Majorana» di Torino saranno tra i più giovani imprenditori d’Italia. A 17 anni, hanno realizzato uno spazzolino da denti innovativo, con dentifricio incorporato, perfetto da portare in viaggio e in ufficio. Geniale no? Chi ha il fiuto per gli affari lo ha capito subito. E ora la scuola, con il sostegno di alcuni industriali del territorio, vuole promuovere uno studio di fattibilità per valutare se il prodotto può essere brevettato e portato sul mercato. «Il che sarebbe un risultato davvero incredibile».

L’entusiasmo della preside Silvia Petricci tocca vette altissime, ma i primi a non voler far cadere il progetto nel dimenticatoio sono i ragazzi, gli inventori. La loro idea è per metà uno spazzolino e per metà un tubetto di dentifricio. Funziona grosso modo come un rossetto. Si ruota la rotellina alla base e la pasta fuoriesce direttamente sulle setole. Non a caso, si chiama «Turn n’smile». Tradotto: gira e sorridi. Quando il dentifricio finisce, basta sostituire la ricarica per ricominciare a lavarsi i denti. O almeno questo è ciò che hanno pensato Giorgio e Martina, i due giovani responsabili tecnici del progetto, dopo aver sentito il parere di Roxana, una loro compagna di classe investita del ruolo di amministratrice delegata della loro futuribile azienda.

«Ma tutta la classe ha collaborato. Ognuno ha avuto un ruolo ben definito», puntualizza la professoressa Silvia Alzino. C’è chi si è occupato della produzione, chi ha coordinato le risorse umane, chi la comunicazione. Tutto grazie ai suggerimenti degli esperti di 2i3T, l’incubatore di idee dell’Università di Torino, che hanno affiancato i ragazzi e gli insegnanti in questa impresa, nell’ambito del progetto di alternanza scuola-lavoro. Un’avventura super formativa, durata da gennaio a maggio: la classe ha definito i dettagli del prodotto, realizzato i primi prototipi dello spazzolino con la stampante 3d dei tecnici del campus universitario Einaudi, contattato un consulente esterno - «non riuscivamo a far funzionare la ruotina», raccontano le docenti - elaborato il business plan e lanciato il sito.

La chicca? Il dentifricio di «Turn n’Smile» ha una composizione nuova, che contiene anche una dose di colluttorio. Due prodotti in uno, insomma, l’ideale per chi in viaggio, al lavoro o a scuola non vuole rinunciare a prendersi cura dei propri denti. Un’idea tanto originale che Ipercoop si è anche offerta di commercializzare il prodotto in un suo punto vendita. «Ma ormai eravamo a fine anno. Non c’era più tempo», sospira la professoressa Alzino. Passata l’estate, però, si è fatta avanti l’Api, l’associazione Piccole e medie imprese di Torino. Il prossimo passo è brevettare lo spazzolino-dentifricio. «Costi permettendo: la spesa si aggira sui tremila euro. Non so se saremo in grado di sostenerla», non nasconde la preside.

Fortuna che alcuni dei ragazzi stanno per compiere 18 anni. Potrebbero fondare un’azienda e diventare davvero tra i più giovani imprenditori d’Italia. 

Legno, setole di cinghiale e cera d’api: scarpe su misura come due secoli fa

La Stampa
valentina roberto

Un ragazzo di Santhià riscopre il mestiere dell’antico calzolaio


Davide Pastore affascinato dalle scarpe fatte come una volta

Nel piccolo laboratorio calzaturiero sotto i portici di Santhià il tempo è tornato indietro di duecento anni. Il rumore del telaio è accompagnato dal profumo di cera d’api aromatizzato con erbe naturali e dall’aroma del legno. E proprio da un ceppo di legno inizia il lavoro artigiano che, dopo alcune settimane, porta ad avere scarpe su misura, realizzate con tutte le strumentazioni antiche. Sì, perché nel laboratorio di Davide Pastore la tecnologia è bandita. Così, al posto delle colle industriali, si usa il fissante prodotto dalla fecola, dalla gelatina oppure dall’osso di cervo. I tacchi delle scarpe si fanno solo in legno, lavorato a mano con un coltello forgiato: si pressa con un mattarello, perché ad oggi il giovane calzolaio non ha trovato nulla di più utile e pratico.

La passione
Una passione per le scarpe e per l’antico nata quando Davide Pastore aveva solo 5 anni. «Tutta colpa del negozietto di scarpe artigianali del budello di Loano – spiega –. I miei genitori mi diedero qualche moneta per andare a comprare dei dolcetti. Io invece mi sono fermato davanti alla bottega del calzolaio e poi sono entrato in questo regno dorato dal quale non sono più uscito». Dopo quella folgorazione, Pastore ha iniziato un percorso che l’ha visto perfezionarsi in diversi campi, dalla psicologia all’attività sportiva per poi frequentare un corso di alimentarista e di cosmetica utile per saper trattare il pellame delle scarpe. «Tutte le specializzazioni che ho approfondito mi hanno portato qui: per fare un buon paio di scarpe bisogna capire la psicologia di una persona, oppure se ha un appoggio sbagliato del piede. In ultimo devi avere le conoscenze giuste per saper trattare il pellame».

I costi
Dopo aver intrapreso diverse strade, Davide ha coronato il suo sogno e l’anno scorso ha aperto una calzoleria fuori dal tempo tutta per sé. «Non sono scarpe con prezzi accessibili a tutti - racconta -. Si parte da 700 euro per una scarpa da donna per arrivare a toccare i 2600 per una calzatura da uomo. Ma è anche vero che questi modelli, con la dovuta manutenzione, arrivano a durare fino a 20 anni». 
Qui nulla è lasciato al caso: come 200 anni fa gli aghi usati per realizzare le creazioni sono con setole di cinghiale, i disegni delle scarpe sono fatti a mano (perché «il cad non voglio nemmeno vederlo da lontano» dice Davide), e il filo è creato con una intrecciatura a mano. Lino e corteccia, al posto delle colle, evitano l’umidità e danno sostegno al piede. Anche i chiodi sono fatti di legno di pioppo. Infine per dare una sfumatura al colore, si mettono le scarpe a stagionare in fossa con paglia e cortecce. «Dopo un riposo di quattro mesi la calzatura è pronta. E ha un’anima, se anche questa è in pelle, tra fodero e tomaia, e ne mantiene inalterata la struttura».