martedì 17 gennaio 2017

Maturità più facile? Anche no, grazie

La Stampa
alberto mattioli

Ennesima riforma della riforma. Ma si spera che l’esame resti un grande rito di passaggio



L’esame di maturità è uno di quegli argomenti di cui non bisognerebbe mai parlare, figuriamoci scrivere. Ogni generazione rinfaccia a quella seguente il fatto che l’esamone degli esamoni non è più quello di una volta, cioè la sua, quando sì che era una cosa seria, non ci si dormiva la notte, la commissione era di una severità che arrivava al sadismo e via risalendo fino alla notte dei tempi, magari non ai maturandi romani che almeno avevano il vantaggio di non dover studiare il latino. Insomma, si rischia davvero di sembrare più anziani di quanto si è e di risultare più acidi dei due vecchietti del Muppet Show. 

La notizia del giorno è che alla maturità del ’18 si potrà essere ammessi con la media del 6, quindi non sarà più richiesta la sufficienza in tutte le materie come avveniva finora. E poi allo scritto le prove non saranno più tre ma due e all’orale sarà abolita la tesina. Morale: sia l’ammissione che l’esame diventano più facili, o meno difficili. 

Ora, chi scrive è così bacucco da aver dato la maturità classica quando ancora i voti erano in sessantesimi, e così stordito da esserne uscito, forse l’unico studente italiano dai tempi di Gentile, con un assurdo 59 (era l’anno, se ricordate, nel quale i cervelloni del ministero sbagliarono clamorosamente a «tagliare» la versione di greco, che risultò quindi in pratica intraducibile: io presi 1). Il che significa che ormai pateticamente anziano per commentare le tumultuose novità che la scuola italiana sforna ogni due per tre. Inoltre se c’è qualcosa su cui si sfogano le smanie riformistiche di insegnanti, pedagogisti, deputati e ministri è appunto l’esame di maturità, e si vuol credere che l’ennesima riforma della riforma non sia fatta caso ma lungamente ponderata.

Inutile quindi rinfacciare ai maturandi di oggi le pene dei maturi di ieri, tanto più che ieri come oggi la percentuale dei promossi è tranquillamente superiore al 90%. E tuttavia si spera e prega che l’esame non diventi troppo facile. Intanto perché è, o era, una delle poche prove serie esistenti in questo Paese. E poi perché, se nella vita gli esami non finiscono mai, questo era davvero una pietra miliare, un rito di passaggio, la prima avvisaglia che si diventava «grandi» e che, insomma, il tempo delle mele e del cazzeggio non sarebbe durato per sempre. Forse per la prima volta, ci si scontrava con la realtà, che è anche prova, selezione, talvolta delusione. Che è poi la ragione per cui da adulti si ricorda la maturità con un sollievo intenerito che diventa quasi nostalgia. 

Varietà

La Stampa
jena@lastampa.it

Otto persone hanno un patrimonio pari a quello di tre miliardi mezzo di essere umani. Il mondo è bello perché è vario. 

Addio agli aggiornamenti automatici su Windows 10

La Stampa
enrico forzinetti

Con Windows Creators Update in arrivo in primavera sarà finalmente possibile rinviare di gli update del sistema operativo di Microsoft in modo che non disturbino la normale attività



Stanchi degli aggiornamenti automatici di Windows 10 che vi interrompono nei momenti meno adatti? Per chi possiede la versione base del sistema operativo di Microsoft al momento c’è poco da fare, ma presto potrebbe arrivare una soluzione per rimandarli almeno al mese successivo. Questa possibilità dovrebbe essere garantita con il rilascio nel prossimo aprile di Windows 10 Creators Update.

L’anteprima dell’aggiornamento di Windows 10 è però disponibile agli utenti iscritti all’Insider Program . Sergey Tkachenko fa parte di questo gruppo e sul suo sito ha fatto notare come tra le opzioni avanzate sia presente la possibilità di sospendere gli aggiornamenti per 35 giorni di fila. Come specificato però quelli relativi a Windows Defender continueranno a essere installati.



Non è ancora detto che venga mantenuta questa opzione al rilascio di Creators Update. Di sicuro rappresenterebbe una bella opportunità per evitare aggiornamenti instabili o insicuri come ad esempio successo ad agosto. L’Anniversary Update infatti poteva creare problemi alla webcam e ai programmi che la utilizzavano.

Tra le novità attese con Windows 10 Creators Update ci sarà Paint 3D per realizzare modelli di oggetti in tre dimensioni. Con questi si potrà interagire indossando gli occhiali HoloLens, utilizzabili anche con altre applicazioni. Spazio anche alla realtà virtuale: il browser Edge supporterà l’utilizzo dei visori. Saranno poi introdotte novità per gli appassionati di gaming.

Microsoft lancia uno strumento per controllare la privacy su Windows 10

La Stampa

La novità, che sarà introdotta con l’aggiornamento Creators Update, permetterà di supervisionare la condivisione delle informazioni sulle proprie attività, come la localizzazione, le ricerche online, la navigazione e gli appunti di Cortana



Microsoft risponde alle preoccupazioni sulla privacy per gli utenti del sistema operativo Windows 10 con uno strumento che consentirà di visualizzare e controllare i dati raccolti dall’azienda. La novità, che sarà introdotta con l’aggiornamento Creators Update, darà modo agli utenti di supervisionare la condivisione delle informazioni sulle proprie attività. Tra queste, spiega Microsoft, la localizzazione, le ricerche online, la navigazione e gli appunti di Cortana.

La «dashboard digitale» è un pannello di controllo che permetterà agli utenti di usare l’account Microsoft per accedere a una sezione `privacy´ in cui visualizzare e cancellare dati quali la cronologia di navigazione e delle ricerche, la geolocalizzazione e gli appunti di Cortana.

Con l’aggiornamento, si legge in un post del vicepresidente di Microsoft Terry Myerson, verrà semplificata la raccolta, da parte dell’azienda, dei dati di diagnostica, passando da tre livelli a due: Basic o Full. Per il livello Basic verrà attuata «un’ulteriore riduzione dei dati raccolti», limitandoli alle informazioni indispensabili per il funzionamento di Windows. Nell’agosto scorso la Electronic Frontier Foundation aveva accusato Microsoft di raccogliere «un quantitativo senza precedenti di dati d’uso» degli utenti di Windows 10.

Facebook, il report del primo semestre 2016. Ecco tutte le richieste di dati da parte dei governi

La Stampa
luca scarcella

I Paesi continuano a chiedere sempre più dati e informazioni degli utenti, ma il social network «non spalanca le porte dei suoi data center»



Facebook ha da poco rilasciato un report, riferito al primo semestre 2016, con le richieste di dati sensibili effettuati dai governi dei Paesi in cui è presente il social. Il documento riporta nel dettaglio il numero di richieste di accesso ad account, e il numero dei contenuti sottoposti a restrizione per aver violato la legge locale.

Globalmente, le richieste sono aumentate del 27% rispetto alla seconda metà del 2015, passando da 46.710 a 59.229. La maggior parte provengono dalle forze dell’ordine statunitensi, il 56% del totale.
Per quanto riguarda le istanze di rimozione dei contenuti, il numero di oggetti sottoposti a restrizioni per aver violato la legge locale è diminuito del 83% rispetto al 2015, passando da 55.827 segnalazioni a 9.663 (il dato del secondo semestre 2015 risentiva della grande quantità di contenuti riferiti alla strage del Bataclan, il locale parigino che ha da poco riaperto).



L’Italia ha avanzato 1.913 richieste totali, riferite a 2.877 account: la percentuale di richieste per le quali sono stati rilasciati alcuni dati è del 56,40%. Le richieste italiane, rispetto al secondo semestre del 2015, sono cresciute di poco più del 25%. I contenuti rimossi che violavano la legge italiana sono stati appena 11, e le richieste di dati in conseguenza a emergenze 41, di cui circa il 70% accolte.
Facebook sottolinea che applica un approccio rigoroso nella revisione delle richieste inoltrate dai governi, al fine di proteggere le informazioni e la privacy delle persone che utilizzano la piattaforma. Per ogni richiesta, la documentazione legale deve essere sufficiente e nel caso in cui non lo fosse, qualunque sia il Paese da cui perviene la richiesta, Facebook non procede al rilascio dei dati.

Google lancia in Italia il termostato intelligente Nest

La Stampa
bruno ruffilli

Ideato dall’inventore dell’iPod, promette di rivoluzionare il settore del riscaldamento domestico e ridurre i consumi. È nato prima degli altri, ma da noi arriva in un mercato già affollato di concorrenti



Se c’è un oggetto che riassume tutte le speranze della casa intelligente e connessa, è il termostato Nest. Apprende le abitudini di chi lo usa, regolando automaticamente la temperatura in base alle effettive esigenze e spegnendo il riscaldamento in caso di lunghe assenze. Si installa in pochi minuti, è utile e anche bello da vedere. Così Google ha comprato Nest Labs nel 2014 per 3,2 miliardi di dollari, lasciandola indipendente ma facendone il fiore all’occhiello delle sue attività nel campo della domotica.

Oggi il termostato-icona arriva anche in Italia. Ufficialmente almeno, perché, come spiega Lionel Paillet, General Manager Europe dell’azienda, “l’hardware, il software e i servizi di Nest sono commercializzati soltanto in sette mercati, ma vengono utilizzati da milioni di persone in più di 190 paesi”. Segno che il termostato Nest è un oggetto molto ambito, un po’ come i primi iPhone o gli abbonamenti a Netflix qualche anno fa. Segno anche che c’è bisogno di innovazione in un settore, come quello della gestione del riscaldamento, dove la tecnologia è ferma a venti anni fa.

“Il nostro termostato è un balzo in avanti - racconta Paillet - perché dispone di un sofisticato sistema di intelligenza artificiale che si adatta a chi lo usa. Non c’è bisogno di sapere a che ora accendere i riscaldamenti per avere 20 gradi alle 8 di mattina, sarà l’apparecchio a calcolare da solo il tempo necessario per raggiungere la temperatura stabilita”.



A vederlo, il Nest è un oggetto dal design curatissimo, un manopolone in vetro e alluminio con un display circolare luminoso e super definito. Per regolare la temperatura basta ruotare la ghiera esterna, per muoversi tra le varie opzioni si tocca lo schermo; in alternativa si può usare l’app per iPhone o Android. Nest non supporta Homekit di Apple, un po’ perché l’hardware era stato concepito prima del debutto della piattaforma di Cupertino, un po’ anche per scelta: “L’app ci permette di essere più flessibili - osserva Lionel Guicherd-Callin, responsabile Product Management di Nest Labs - perché è normale che in casa ci siano più persone con smartphone funzionanti con sistemi operativi diversi”.

Il termostato Nest è compatibile con impianti di riscaldamento autonomi, con termosifoni e pavimenti radianti, ma si può usare anche con impianti centralizzati e termovalvole. L’azienda ha stabilito accordi con diverse centinaia di installatori anche in Italia, così è possibile installare il termostato in modo che sia sfruttato al massimo delle possibilità. Anche per risparmiare: comparando i dati della geolocalizzazione dello smartphone con l’attività del del sensore di movimento incorporato, Nest capisce quando non c’è nessuno e spegne il riscaldamento per risparmiare sui consumi. Nel momento in cui si sta per tornare a casa, l’app avvia di nuovo il riscaldamento, per far trovare la temperatura desiderata.

Così, secondo l’azienda, Nest Learning Thermostat ha contribuito a risparmiare circa otto miliardi di kWh di energia fino a oggi. Nest Labs nasce nel 2010 da un’idea di Tony Fadell, famoso per aver inventato l’iPod. Insieme con un Matt Rogers, altro ex dipendente Apple, che cercarono di portare nell’automazione domestica l’idea di semplicità e accessibilità del lettore Apple. Oggi Fadell ha lasciato l’azienda e si occupa del rilancio dei Google Glass; i concorrenti di Nest sono numerosi, da Tado a Netatmo, fino a Honeywell, ma il Learning Thermostat è ancora uno dei più facili e piacevoli da usare.


La Nest Cam Indoor

Con il programma Works with Nest, poi, anche i prodotti di terze parti possono collegarsi ai dispositivi dell’azienda per rendere le case più sicure, più efficienti dal punto di vista energetico e più controllate. Già, perché oltre al termostato, arrivano in Italia anche le videocamere Nest Cam Indoor e Outdoor per sorvegliare la casa 24 ore al giorno, sette giorni su sette, e in qualsiasi condizione meteo. “I filmati sono registrati sul cloud e sono accessibili dall’app in ogni momento.

Un rilevatore intelligente avvisa solo quando c’è qualcuno dove non dovrebbe essere, evitando i falsi allarmi dovuti ad esempio alle variazioni di luce nella stanza”, spiega Guicherd-Callin. Compatibili con Nest sono già allarmi di diverse marche, serrature intelligenti, telecomandi universali, sveglie connesse e lampadine wifi come Hue di Philips. Per il resto c’è IFTTT. E la privacy? “Siamo ospiti nelle case dei nostri clienti”, osserva Paillet. “Per questo chiediamo sempre il permesso di utilizzare i dati che raccogliamo. E indichiamo con chiarezza come e quando li usiamo”.


La Nest Cam Outdoor

Nest Learning Thermostat (249 euro), Nest Cam Indoor e Nest Cam Outdoor (entrambi a 199 euro) possono già essere preordinati su Amazon, Media World ed ePrice. Non è invece ancora disponibile in Italia il rilevatore di fumo e monossido di carbonio Nest Protect. Oltre che con gli sviluppatori selezionati, Nest collaborerà con aziende come Engie Italia, Wind Tre e il gruppo Generali per offrire sconti su polizze e tariffe.

Mostra passaporto del "Regno di Gaia". Imprenditore rispedito in Italia

Claudio Cartaldo - Lun, 16/01/2017 - 11:38

Un 51enne rispedito ad Orio al Serio dalla Romania dopo aver presentato allo scalo un passaporto falso. Ancora da chiarire come sia riuscito a partire dall'Italia

 



È sceso dall'aereo in totale tranquillità. Ha fatto la fila per presentare i documenti di sbarco, ha risposto all'invito del poliziotto di mostrare il passaporto e infine ha tirato fuori quello del "Regno sovrano di Gaia".

Un 51enne italiano è stato così imbarcato su un volo di ritorno verso l'Italia atterrato poi ad Orio al Serio.

Imprenditore sardo nel settore energetico, non è ancora chiaro cosa abbia spinto G.G. a farsi beffe delle autorità rumene dello scalo di Bucarest. Secondo quanto ricostruito da bergamonews.it, l'imprenditore sarebbe partito da Alghero il 10 gennaio diretto nella capitale della Romania. Una volta atterrato a Bucarest avrebbe presentato il documento fasullo senza battere ciglio. "I documenti non sono falsi - avrebbe detto - ma proprio del Regno Sovrano di Gaia" di cui si sente suddito.

È probabile che abbia acquistato su internet il libretto blu con scritto "Documento di identità sovrana". Quello che bisogna ancora chiarire è se l'uomo sia partito dall'Italia presentando lo stesso passaporto fittizio oppure se mostrando un documento di identità reale per poi cambiarlo all'atterraggio. Ma soprattutto viene da chiedersi: perché lo ha fatto? Di certo, scrive il quotidiano locale, l'uomo ha fatto esplicita richiesta di riottenere il passaporto che gli è stato sequestrato.

Non è la prima "impresa" messa a segno da questo imprenditore. Nel 2014, infatti, i vigili lo fermarono alla guida di un'auto targata "Rsg", un contrassegno ovviamente contraffatto. L'uomo si giustificò affermando che "la targa non è falsa, Rsg sta per Regno Sovrano di Gaia, del quale sono suddito e quell’auto è mia". Tanto che alla fine accusò di furto i vigili che gli sequetrarono la Peugeot.

Italiano!

Nino Spirlì



E che significherà mai, oggi, essere Italiano?

111bandiera-tricolore-italiana

A star dietro alle istituzioni prese in ostaggio dai fighetti renziani, fintapelliccia, al gusto di petrolio, addosso  e immancabile A/R FCO – JFK perennemente prenotato; a certa politica venduta, anzi, intrecciata ai poteri occulti (leggi massomafia) e ai loro sporchi e spietati interessi; alle associazioni pappone e falsobuone, le quali si ingrassano con lo sfruttamento dei clandestini che andiamo a imbarcare sulle navi della marina italiana fino al bagnasciuga di Tripoli e Misurata; al papampero sbrodolone che pippa mate ad ogni angolo di transenna e scrive omelie come fossero temini delle elementari; al menestrello onnipresente Saviano, tutto ufficio stampa e niente arrosto letterario, che catechizza dagli studi televisivi

#desinistra e durante le organizzatissime tournée mercato di ogni libretto scritto nelle pause fra una scortatissima traversata transoceanica e l’altra; essere itaGliano, oggi, significherebbe avere la pelle più scura della tomaia delle scarpe del frac; essere nato a sud delle spiagge della Cirenaica; pregare a culo all’aria un meteorite incastonato in un similcubo di Rubik coperto con una gualdrappa nera come l’anima di chi l’ha cucita; bestemmiare Cristo e la Santa Vergine e seminare terroristi per le piazze e le metropolitane di tutto l’Occidente, come un tempo seminavamo radicchio rosso o broccoletti siciliani in giro per i campi.

Essere itaGliano significherebbe rinunciare alla propria Identità ultramillenaria, fatta di Fede, Arte, Tradizioni, Cucina, Ricamo e Sartoria d’alta classe, Industria e Ricerca, Scienza e Progresso;  maledire il Padre e la Madre, che non si rassegnano a consegnarsi ai beduini della porta accanto; consegnare la propria casa ai clandestini, che la occupino sfondando l’uscio o entrando dalle finestre; coprire la propria donna come una poltrona durante i traslochi; consegnare i propri figli al primo armiere che li imbottisce di tritolo per garantire loro una scopata con una trentina di vergini nel cielo; sgozzare bestie per strada o sul balcone dell’appartamento, mandando a fare in culo una legge civilissima che vieta i maltrattamenti anche agli animali destinati al nutrimento umano; piegarsi ai desiderata della fu ministra di nascita congolese, che pretende ancora di tapparci la bocca, blaterando di xenofobia e razzismo anche se mangiamo banane per acquistare potassio.

Essere itaGliano significherebbe scancellare secoli di Letteratura, di Cinema, di Canzoni, per non “offendere” la suscettibilità di oltre cinquecentomila clandestini fuorilegge che vegetano, ciondolano, dormono, cagano e pisciano, deridono, spesso rubanostupranoammazzano sulle nostre strade, nelle nostre piazze, nei nostri parchi, di cui, purtroppo, non possiamo più godere in tranquillità!!!

E, invece, no!
Essere Italiano, oggi più di ieri, significa svegliarsi presto per andare a lavorare e mantenere se stesso e la propria Famiglia; lottare con banche e finanziarie, che vorrebbero portarti via casa e sangue; tenere salda la Dignità, la Libertà, l’Indipendenza, la Democrazia; conservare il Libero Arbitrio; incazzarsi con chi tenta di zittirci e ridurci in schiavi lobotomizzati!

Essere Italiano, oggi più di ieri, è poter scegliere se dire nero o negro, rom o zingaro, maomettano o beduino, puttana Eva o cazzo di Buddha; se tifare Oriana o Hillary; se osannare Trump e Putin o Merkel e OLP.

Essere Italiano, oggi più di ieri, è ricordare la Memoria delle Fosse e delle Foibe; dei lager e dei gulag; degli Armeni e e dei Rwandesi; dei Martiri di El Alamein e di Kindu.

Essere Italiano, oggi più di ieri, è decidere se entrare in Chiesa, Cattolica, Ortodossa, Anglicana, Luterana o Calvinista che sia; nella Sala del Regno; in Sinagoga; nel Tempio buddista o indù; nei luoghi di raduno dei maomettani; oppure se stare alla larga da ogni luogo considerato sacro e fottersene del trascendente e delle sue leggi.

Italiano, oggi, è, fortunatamente e ancora, Uffizi, Brera, Fori Imperiali, Musei Capitolini, Bronzi di Riace, Bernini, Canova, Michelangelo, Leonardo, Bramante, Raffaello, Giotto e Cimabue, Cellini, Donatello e Tiziano, Mantegna e Canaletto… Roma, Pompei, Kaulon, Locri, Ravenna, Firenze e Ravenna, Ferrara e Bologna, Napoli e Palermo, Catania e Bari, i Nuraghi e i Trulli…

Essere Italiano, oggi come ieri, è Tricolore, Juve Inter Milan Roma Lazio Napoli Samp Reggina Bari Palermo Cagliari Verona Bologna Toro Fiorentina… E’ amatriciana, carbonara, bolognese, polenta e ossei, linguine al pesto, pastachjina, orecchiette con cime di rapa, strascinate, sartù di riso, stigghjiola e specialità di strada di Vuccirìa e Ballarò, cacio sardo e carta da musica…

Italiano è, oggi come ieri e domani, Chi alleva e coltiva animali e prodotti di prima classe; Chi produce e mangia Prosciutto San Daniele e Parma, Parmigiano e  Grana, Fontina e Caciocavallo, Speck e Capocollo di maiale, tartufo bianco e nero…
Italiano è Moda, Macchine, Gioielli, Profumi…
Italiano è Stile, Eleganza, Classe.
Italiano è Forza e Coraggio!

La spugna gettata all’angolo è roba che appartiene ad altri.
#bastaricordarselo #manteniamoCulturaeIdentità #difendiamoilPaese

Fra me e me.

Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno stessa ricchezza di metà dell'umanità

repubblica.it
di BARBARA ARDU'

Il rapporto Oxfam: colpa di miliardari e multinazionali. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione

Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno stessa ricchezza di metà dell'umanità
(fotogramma)

A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum.

I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare.

E l’Italia non fa eccezione. I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.



Ma Oxfam non punta il dito solo sulla differenza tra i patrimoni di alcuni e i risparmi, piccoli o grandi, dei tanti. Le differenze si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione. Perché mentre un tempo l’aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale, oggi, e da tempo, non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. La ricchezza si ferma solo ai piani alti.

Accade ovunque, Italia compresa. Gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano in modo adeguato gli sforzi dei lavoratori, ma sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. E per l’Italia va anche peggio, essendo sotto di due punti alla media Ue. Quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni, il 45%, è arrivato solo al 20% più ricco degli italiani. E solo il 10% più facoltoso dei concittadini è riuscito a far salire le proprie retribuzioni in modo decisivo.

Non ci si deve stupire dunque se ben il 76% degli intervistati - secondo il sondaggio fatto da Oxfam per l’Italia - è convinto che la principale diseguaglianza si manifesti nel livello del reddito. E l’80%, una maggioranza bulgara, considera prioritarie e urgenti misure per contrastarla. Ai governi Oxfam chiede di fermare sia la corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori, sia le politiche fiscali volte ad attirare le multinazionali. Oppure nel giro di 25 anni assisteremo alla nascita del primo trilionario, una parola oggi assente dai dizionari.

Così il Vaticano protegge i preti pedofili

espresso.repubblica

di Emiliano Fittipaldi

Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Lo rivela "Lussuria", il nuovo libro del giornalista processato dalla Santa Sede per Vatileaks. Che fa luce su responsabilità, silenzi e omertà


Così il Vaticano protegge i preti pedofili

Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili.

Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni.

Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato.



Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria”, il libro che uscirà per Feltrinelli giovedì 19 gennaio, si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali.


L’UOMO NERO IN VATICANO
La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto.

Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce.

Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti.

George Pell
George Pell

I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro.

La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell - di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa - rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip».

Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia - in caso di mancata accettazione della proposta - di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014.

SENZA MISERICORDIA
I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside.Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata.

Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi.

Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari. Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione.

Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile. Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill.

Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati.

INSABBIAMENTI
Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»).

Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale.«Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale.

Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti.

L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo - da parte di Errazuriz - di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime - che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo - avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente. Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte.

Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene...». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos. Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa.

In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande.

«Secondo un agente del’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti... Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia».

Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo  di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok ha pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo - ovviamente non dichiarato - di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia.

Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.