mercoledì 18 gennaio 2017

Dai Coldplay agli U2, ecco chi alimenta lo scandalo dei bagarini online

repubblica.it
Giuliano Balestreri


Concerto degli U2, foto di Larry Muller

La legge c’è, ma mancano i decreti attuativi e la voglia di applicarla. Insomma anno nuovo, vita vecchia. E i bagarini online brindano ancora all’Italia. Dopo le scorribande sui biglietti per i concerti di Bruce Springsteen e dei Coldplay, su cui indaga la procura di Milano, adesso nel mirino sono finiti anche gli U2: ticket introvabili, volatilizzati in pochi minuti sui server ufficiali di TicketOne, ma già disponibili su decine di piattaforme – rigorosamente registrate all’estero – a prezzi maggiorati.

Ovviamente negano tutti, ma anche il concerto degli U2 – come quello dei Coldplay – è organizzato da Live Nation: lo stesso promoter che ammise in un servizio delle Iene di vendere alle stesse piattaforme i biglietti di alcuni concerti. E così nonostante le smentite di rito il sospetto cresce. Anche perché tra gli artisti di Live Nation solo Roby Facchinetti, Tiziano Ferro, Nek, Giorgia, Raphael Gualazzi e Giuliano Sangiorgi (Negramaro) hanno firmato la petizione Siae contro il secondary ticket. Altri come Marco Mengoni e Cesare Cremonini hanno criticato il sistema, ma non si sono uniti al coro, mentre Vasco Rossi ha rotto la sua collaborazione con l’agenzia.


Vasco Rossi a San Siro
 
Il risultato è che se il costo originale per vedere dal vivo Bono e soci oscillava tra i 35 e i 180 euro, adesso ne servono almeno 200. E, ovviamente, i prezzi per le date italiane sono i più alti. Insomma lo spauracchio di multe fino a 180mila euro non ha certo fermato i bagarini, così come non ha spaventato nessuno la minaccia di oscurare le piattaforme che permettono la vendita di biglietti a prezzi maggiorati. D’altra parte la legge è complicata da applicare perché vieta espressamente di penalizzare i privati che comprano e vendono in modo “occasionale, purché senza fini commerciali”. Tradotto: se non ne fai una professione, ma semplicemente di accontenti di arrotondare lo stipendio non c’è problema.


Il concerto dei Coldplay a Wembley

E in effetti si tratta di una cosa alla portata di tutti, o quasi. Basta comprare “TicketOne Spinner Bot” un software che online si trova a 950 dollari. In compenso è veloce e capace di bypassare i controlli di TicketOne che limita gli acquisti multipli (4 biglietti al massimo). Il sito prevede, infatti, alcune misure per evitare che un singolo faccia incetta di biglietti: scatta, quindi, un sistema di sicurezza che si basa sull’utilizzo di captcha, codici di sicurezza che l’utente deve compilare, e sul controllo degli indirizzi Ip. La persona interessata all’evento può procedere all’acquisto solo inserendo il codice alfabetico corretto e, una volta acquistato il numero massimo di biglietti, TicketOne registra il suo l’indirizzo Ip e gli impedisce di comprare altri tagliandi per lo stesso evento.

L’operazione per un utente non registrato dura circa tre minuti, troppo. Perché per i bot bastano pochi millesimi di secondo. Inoltre, se dall’altra parte dello schermo c’è un robot i controlli di sicurezza non sono per nulla efficaci: il software aggira i captcha e si collega a server proxy che creano indirizzi Ip multipli. Smontando, così, le spiegazioni di TicketOne che nonostante la buona volontà perdono di significato.

Il fatto che i biglietti siano stati “assegnati a circa 18.000 differenti acquirenti” sarebbe spiegabile con la creazione di diversi indirizzi Ip. E allo stesso modo si svuota di valore l’affermazione di aver cancellato 200 ordini sospetti (per 600 biglietti), quando sui principali siti di secondary ticket ce ne sono in vendita almeno 600 e sono acquistabili anche cinque alla volta.


Bruce Springsteen e la E Street Band al Circo Massimo a Roma

Insomma i bagarini moderni hanno preso in prestito dal mondo della finanza l’utilizzo di software per giocare sulle frazioni di secondo: in gergo tecnico si chiama “high frequency trading”. Anche in questo caso si creano distorsioni sul mercato: da un lato i professionisti della finanza, dall’altro i consumatori. Le authority però sono al lavoro da anni per limitare il rischio di danni nei confronti dei piccoli investitori. D’altra parte in Borsa si muovono miliardi, nel caso dei concerti si spostano una manciata di milioni, non abbastanza per attirare le necessarie attenzioni.

Anche perché c’è il sospetto che ad alimentare questo gioco perverso che danneggia il pubblico siano gli artisti e gli organizzatori. Se qualcuno come Claudio Trotta denuncia il fenomeno e difende il ruolo delle rivendite fisiche, altri, a cominciare da Live Nation, hanno ammesso di fornire biglietti agli stessi siti di rivendita. Un circolo vizioso cui la legge non riesce a mettere un freno.

Parigi, identificato kamikaze dello Stade de France: Isis pagò alla famiglia 5mila euro e un gregge

repubblica.it

Ammar Ramadan Mansour Mohamad al Sabaawi, ventenne iracheno con falso passaporto siriano, faceva parte del commando che ha attaccato lo stadio parigino durante la partita Francia-Germania. Secondo i media francesi era arrivato in Europa su un barcone di profughi sbarcato in Grecia. Reso noto anche il risarcimento assegnato dallo Stato islamico ai familiari

Parigi, identificato kamikaze dello Stade de France: Isis pagò alla famiglia 5mila euro e un gregge
Il kamizaze identificato (foto da Le Parisien)

PARIGI - Gli inquirenti francesi hanno identificato uno dei due kamikaze dell'Isis che il 13 novembre 2015, poco dopo le 21,15, si fecero esplodere allo Stade de France di Saint-Denis, duranta la partita Francia-Germania. Si trattava, lo scrive in esclusiva il quotidiano Le Parisien, di un ventenne iracheno, Ammar Ramadan Mansour Mohamad al Sabaawi, con falso passaporto siriano, originario di Mosul e sbarcato in Europa sui barconi dei migranti nelle isole greche. L'Isis, aggiungono gli inquirenti, indennizzò la sua famiglia con 5mila dollari americani e un gregge di pecore.

Gli agenti della Dgse, il servizio di intelligence degli esteri francese, sono convinti che sia lui. Per settimane l'uomo, saltato in aria con la sua bomba, aveva solo un'identità temporanea, quello su un passaporto siriano falso trovato nelle vicinanze. E' grazie a questo documento che il terrorista sarebbe potuto entrare nello spazio Schengen, nascosto tra i profughi arrivati in barca sull'isola di Leros, in Grecia, il 3 ottobre 2015, viaggiando probabilmente con alcuni complici. I capi Isis in contatto con la famiglia del kamikaze quando hanno informato i genitori della perdita del loro figlio non avrebbero menzionato gli attentati di Parigi, ma parlato di una inesistente missione suicida a Baghdad.

Il ventenne, il più piccolo di quattro fratelli, aveva ricevuto una certa educazione e aveva terminato gli studi superiori. Il fratello maggiore, ex militare sotto il regime di Saddam Hussein, durante l'invasione americana del 2003 sarebbe diventato un carpentiere, mentre il secondo è un tassista di Mosul. Gli altri due fratelli si erano uniti alle fila jihadiste.

San Carlone, un miracolo costruito in rame e ferro

La Stampa
chiara fabrizi

Esperti allo studio della statua in vista del restauro



A studiare il «miracolo» del San Carlone arriverà ad Arona uno dei massimi esperti di rame al mondo. Il lussemburghese Jean-Marie Welter, che ha lavorato nel settore della ricerca e dello sviluppo della Kme Group, fondata nel 1886 a Firenze con il nome di Società metallurgica italiana - vuole capire come sia possibile che il colosso che raffigura San Carlo Borromeo, esposto dal 1698 alle intemperie, sia in così buona salute. «Ho visitato la statua anni fa - racconta Welter - e sono tornato a settembre. Trovo molto interessante il fatto che la lega di rame e ferro con cui è stata realizzata non sia soggetta a corrosione».

Il progetto
Welter ha presentato la sua richiesta alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, proprietaria della statua e del colle su cui si erge: «Vorrei studiare i materiali e cosa ha consentito una così ottimale conservazione». C’è già un progetto, stilato in collaborazione con il Politecnico di Milano e finanziato dall’European Coopt Institute e dall’Istituto italiano del rame. «Pensiamo di effettuare un primo sopralluogo ad aprile» annuncia Welter, che è stato presidente della Société française de métallurgie et de matériaux dal 2005 al 2006, dopo aver a lungo lavorato in centri di ricerca negli Stati Uniti e in Europa.

La proposta viene valutata favorevolmente dall’Ambrosiana, come spiega il responsabile tecnico Gianluca Erba: «Lo studio sui materiali offrirà dati scientifici di sicuro interesse da cui si potranno ricavare nuove conoscenze sul San Carlone. Sarà un valore aggiunto al restauro, non più procrastinabile, visto che l’ultimo risale al 1975, a cui sarà sottoposta la statua. In questi giorni stiamo definendo nel dettaglio gli interventi di cui la struttura necessita, sia nella parte esterna che in quella interna. Sarà poi redatto il progetto esecutivo e, ottenute le autorizzazioni necessarie dalla Sovrintendenza e dal Comune, ci muoveremo per reperire i fondi».

Il restauro
Il costo dell’intervento si potrebbe aggirare intorno a 1,5 milioni di euro: «Partecipare al restauro di un monumento conosciuto in tutto il mondo garantirebbe agli sponsor grande visibilità e i lavori stessi potrebbero offrire nuove interessanti suggestioni ai visitatori». Nel frattempo l’Ambrosiana ha deciso di investire per promuovere il sito del Colle di San Carlo: «A partire dal posizionamento della cartellonistica pubblicitaria su strade e autostrade che portano ad Arona - chiarisce Erba -. Abbiamo stretto un accordo con i giardini Villa Taranto: nel parco botanico di Verbania ci sarà la pubblicità del San Carlone e noi ospiteremo quella dei giardini».

Sarà creato anche un percorso con pannelli didattici all’interno del parco della statua dedicato alla vita del santo: «Stiamo studiando anche la possibilità di far proseguire la visita nella chiesa di San Carlo, dove è stata ricostruita la stanza del santo e dove sono custodite le sue reliquie e alcuni oggetti che gli sono appartenuti, tra cui la portantina. Anche in previsione di tali interventi e del prossimo restauro abbiamo deciso di allineare il costo del biglietto a quello di altri siti di pari interesse: da 5 a 6 euro dal 1° gennaio».

Elmetti della Prima guerra mondiale

La Stampa
andrea cionci

Storia di un oggetto simbolo che ha salvato migliaia di vite


Elmetto Adrian francese con fregio d’artiglieria e gradi da colonello italiani

Vere icone degli eserciti belligeranti, nel Primo conflitto mondiale, furono gli elmetti, i nuovi caschi d’acciaio che soppiantarono definitivamente i copricapo di cuoio e feltro, rutilanti di fregi e soggoli dorati, provenienti dalla tradizione ottocentesca.

La guerra era cambiata: l’introduzione di nuove armi e tecniche di combattimento evidenziò, fin da subito e in maniera drammatica la necessità di proteggere la testa dei soldati dai sassi proiettati dalle esplosioni e dalle schegge di granata.

La Francia si dimostrò all’avanguardia. Nel febbraio 1915 adottò una “cervelliera”, una calotta metallica da indossare sotto al chepì, che tuttavia riscosse scarso gradimento fra le truppe per via della sua scomodità.


Elmetto Farina 1915

Grande successo accompagnò, invece, il modello presentato dal colonnello Louis Auguste Adrian, che entrò in servizio nel maggio 1915: nasceva il primo elmetto militare di concezione moderna. Era fabbricato da un foglio d’acciaio di 7 mm di spessore che veniva lavorato a freddo. Alla calotta semisferica, veniva fissata, con quattro rivetti, la crestina che, oltre ad avere una funzione puramente estetica, copriva i fori d’aereazione. Successivamente, venivano montati la visiera e il coprinuca; unico fregio, la granata fiammeggiante con le iniziali RF (République française). Verniciato con il tipico bleu-horizon francese, l’Adrian fu prodotto in circa venti milioni di esemplari.


Adrian italiano

L’Italia, che entrò in guerra contro gli Imperi Centrali un anno dopo rispetto alla Francia, nel ‘15, non disponeva ancora di un elmetto metallico. Un primo tipo venne distribuito alle nostre truppe, in ottobre, sebbene in numero limitato rispetto alle reali esigenze. Ideato e costruito dall’ingegner Ferruccio Farina, da cui prese il nome, era di concezione rudimentale e si dimostrò scomodo ed eccessivamente pesante (circa 2 kg).

“Così- spiega il Colonnello Cristiano Dechigi, Capo Ufficio Storico dell’Esercito – poco dopo, acquistammo dalla Francia gli Adrian che arrivarono al fronte ancora con i fregi e la vernice originali francesi. Tuttavia, questi elmetti – che erano stati disegnati da un pittore e non erano stati sottoposti a prove balistiche - avevano un grave difetto: essendo costituiti da più pezzi, sotto gli urti delle schegge si sfasciavano producendo delle gravi ferite alla testa dei soldati. Ecco perché nel 1916 cominciammo a costruirlo direttamente in Italia, in due soli pezzi, anziché in quattro, in modo che la calotta e le falde fossero tutt’uno. Solo la crestina era a parte, e veniva saldata elettricamente”.

Nel Settembre 1915 anche lo Stato Maggiore britannico, fece adottare un modello dal caratteristico profilo sfuggente, “a padella”, studiato per deviare la traiettoria dei colpi. Fu così messo in produzione l’MK I mod. 1915 detto “Brodie Pattern” (Modello largo) il cui peso si aggirava intorno al chilo. L’elmetto inglese ebbe un notevole successo anche nell’esportazione andando ad equipaggiare le forze armate del Commonwealth. Nel 1917, anche gli Statunitensi lo adottarono per mantenerlo sino al 1942.


Brodie helmet inglese

La Germania fu l’ultima nazione belligerante ad adeguarsi. Era entrata in guerra con l’elmo ottocentesco prussiano, il famoso Pickelhaube (elmo chiodato) un alto casco di cuoio bollito, con visiera e coprinuca, munito di rinforzi in ottone e culminante in un puntale conico, che si riteneva potesse deviare i colpi di sciabola della cavalleria. Nel 1916, durante la Battaglia di Verdun e all’inizio dei combattimenti in trincea, venne sostituito dallo Stahlhelm, o elmetto d’acciaio, modernissimo dal punto di vista della concezione e della costruzione.



Il dr. Friedrich Shwerd, di Hannover, esperto di ferite da trincea, aveva progettato questo copricapo dalle grandi falde per proteggere la nuca e il collo. Nel febbraio 1916 fu distribuito alle truppe di Verdun, e l’incidenza di gravi ferite alla testa calò rapidamente. Il modello 1916 aveva degli occhielli di ventilazione laterali e sporgenti, concepiti per fare da supporto ad una placca in acciaio addizionale, detta Stirnpanzer, che fu utilizzata in misura limitata solo dai cecchini, in quanto troppo pesante (2,30 kg) per l’uso comune. L’acciaio era più duro, al silicio/nickel e anche per la forma dell’elmetto, lo Stahlhelm doveva essere plasmato in stampi riscaldati, con la pressatura suddivisa in vari stadi, ad un costo di gran lunga maggiore dell’elmetto britannico.


Mod. 1916 tedesco con mimetismo

L’Impero Austro-ungarico aveva parallelamente sviluppato uno Stahlhelm abbastanza simile a quello germanico, il Berndorfer, che fu costruito in circa 140.000 esemplari. Dal 1917, l’Austria acquistò, o costruì su licenza il Mod. 1916 tedesco che si affermò progressivamente. Il modello austriaco differiva da quello degli alleati per il soggolo, che era in canapa e non in pelle e per la colorazione marrone, invece che feldgrau, e senza alcuna verniciatura mimetica.

Oggi, in tutta Europa, quegli antichi elmi rimangono esposti al pubblico solo sui monumenti della Grande Guerra, come simboli della memoria dei Caduti. Eppure, cento anni fa, questi copricapo d’acciaio salvarono migliaia di vite. 

“Ci vogliono solo velate”, le giovani musulmane boicottano la tv italiana

La Stampa
karima moual


Un fermo immagine della trasmissione “Piazzapulita” condotta da Corrado Formigli su La7

Nella trappola del grande schermo i giovani musulmani non ci vogliono più cadere. E’ una consapevolezza che si è fatta sempre più forte in questi ultimi anni e che con le seconde generazioni sta velocemente passando dalla protesta all’azione. Proprio in questi giorni girano sui social network - con una punta di orgoglio - gli screenshot della messaggistica tra giornalisti di programmi - diventati famosi più per andare giù pesante sulle questioni «islamiche» che per gli ascolti - e il rifiuto, soprattutto da parte delle giovani musulmane, a parteciparvi. Il motivo? Li considerano «teatrini» preparati ad hoc, per mettere in cattiva luce gli immigrati, l’islam e i musulmani.

Al via dunque il boicottaggio, come a dire: «Non nel mio nome». La frustrazione di questi giovani, musulmani e figli dell’immigrazione, che ancora non si sentono raccontati o rappresentati dal grande schermo italiano, è forte e non più disponibile al compromesso. Sara Ahmad, giovane musulmana, racconta sul suo profilo Facebook, con tanto di prova dello scambio di messaggi: «Ieri sono stata contattata dalla redazione di un noto programma televisivo. Prima di me sono state contattate tante altre ragazze e, fortunatamente, hanno rifiutato tutte la proposta della redazione. Di quale proposta così importante e ben retribuita si tratta?

«Una donna musulmana deve indossare il burqa (retaggio culturale afghano e non prescrizione islamica) e recitare la parte della musulmana che discute con il preside della scuola frequentata dai figli. Le solite cose insomma, le solite messe in scena per fare polemica, per creare più disinformazione e più astio tra le persone”.

Fatima El Allali risponde a una discussione sull’ennesimo format che ha mandato in pasto la comunità islamica ai peggiori istinti dell’odio: «Io mi meraviglio di alcuni musulmani che accettano di essere umiliati gratuitamente. Per favore state a casa vostra e non parlate di Islam e di musulmani, lasciate che siano le vostre azioni a parlare di voi». Shereen Mohammed, classe 1993, pubblica la messaggistica tra lei e una redattrice del programma «Quinta colonna», che la invita a partecipare come donna, musulmana e velata per parlare della sua scelta e delle difficoltà.

Lei risponde, come se fosse stata in attesa da anni di quell’invito, sfogando tutto il dissenso e la frustrazione provati durante la visione delle puntate di quell’arena: «Purtroppo conosco la vostra trasmissione, credo che come tutte le ragazze che avete invitato questi giorni, rifiuterò anche io. Non sono disposta a farmi trattare da burattino in una trasmissione dove gli ospiti vengono buttati in pasto ai leoni (..) Inoltre non vedo questa necessità di ricorrere a stereotipi. Sì, sono musulmana, porto il velo per scelta, ma sono molto altro».

E’ infatti quel «molto altro» che manca nella tv italiana e che viene denunciato in discussioni pubbliche come una vera discriminazione. Un’altra ragazza musulmana racconta di essere stata chiamata da un noto programma di La7, che però aveva l’esigenza di avere un’ospite velata. Il fatto che la donna musulmana in questione fosse affermata nel lavoro ma non portasse il velo si è rivelato un problema.

A Shaimaa Fatihi, che invita i suoi numerosi fun su Fb a boicottare queste trasmissioni, è arrivata tra le altre la risposta di Fouad Roueiha: «È fondamentale non prestarsi a partecipare in qualità di punching ball o belle statuine alle trasmissioni televisive, perché far partecipare dei musulmani o degli “immigrati” (nel caso mio, un siriano) aumenta la credibilità e l’autorevolezza di una trasmissione che si occupi di tematiche connesse, anche se poi l’ospite non viene messo in grado di esprimersi o ha meno spazio della “controparte”. Dobbiamo allora vincere il narcisismo e la voglia di apparire e dire “no” a trasmissioni note per l’atteggiamento scorretto, lasciamo che parlino in maniera autoreferenziale piuttosto che accreditarli. Bisognerebbe lasciare che quella gente sia da sola a parlarsi addosso.».

Insomma, il nostro grande schermo con i suoi programmi e il suo palinsesto - ancora orfano di un racconto e di uno sguardo approfondito sul pluralismo etnico e religioso, che ha anche la cittadinanza italiana - inizia ad essere analizzato dai più giovani, che ne individuano la dinamica scorretta al punto da proporne il boicottaggio. Sarà dunque il caso di cambiare schema, inventarsi qualcosa di nuovo, o semplicemente, aprirsi a un vero dibattito con i musulmani, non contro di essi.

New Delhi e Islamabad alla disfida dell’Indo

La Stampa
filippo femia

Il fiume attraversa l’India prima di raggiungere il Pakistan. Ora Modi minaccia di tagliare i rifornimenti dopo le tensioni in Kashmir: «Acqua e sangue non possono scorrere insieme»


Alcuni pachistani sul fiume Indo

Gli esperti di geopolitica prevedono un futuro, più o meno remoto, di conflitti per il controllo delle risorse idriche. Uno scenario inquietante, specie se si volge lo sguardo a ciò che sta accadendo tra India e Pakistan. Dalla regione contesa del Kashmir la tensione si è spostata sul fiume Indo. Un’escalation che mette a rischio un trattato del 1960. Firmato dopo la mediazione della Banca Mondiale, l’«Indus Waters Treaty» regola l’accesso ai fiumi e la distribuzione dell’acqua tra i due Paesi (separati dal 1947). L’accordo - sopravvissuto a due guerre - ha dato il controllo di tre fiumi occidentali (Chenab, Indo e Jhelum) a Islamabad e di quelli orientali (Beas, Ravi e Sutley) a New Delhi. I tre bacini assegnati al Pakistan scorrono prima in territorio indiano e il governo di Modi ha il permesso di utilizzarne il 20% per usi agricoli o progetti idroelettrici. Ma non può costruire dighe.

CRISI IN KASHMIR
Quel trattato adesso è in bilico, come conseguenza della crisi del Kashmir, che si è improvvisamente riaccesa nel settembre scorso. In quell’occasione un commando terrorista del gruppo insurrezionalista Jaish-e-Mohammed (bandito da Islamabad) ha compiuto una strage dentro una base dell’esercito indiano (18 le vittime). Come rappresaglia, il premier indiano Narendra Modi ha minacciato di tagliare i rifornimenti idrici al Paese confinante: «Sangue e acqua non possono scorrere insieme», ha denunciato.

TENSIONE ISLAMABAD-NEW DELHI
La replica del governo pakistano, per bocca del consigliere Sartaj Aziz, non si è fatta attendere. È stato annunciato un ricorso all’Onu e alla Corte internazionale di giustizia: «La sospensione del trattato unilaterale da parte dell’India sarà interpretata come un atto di guerra», ha detto Aziz, contribuendo a una pericolosa escalation.

UN TEMA ELETTORALE
Nei prossimi mesi la contesa sulle acque dell’Indo potrebbe trasformarsi in un tema elettorale. Nel giro di pochi anni, infatti, Pakistan e India andranno alle urne. E i candidati nazionalisti avranno un meraviglioso assist.