lunedì 23 gennaio 2017

Trump e Hitler, un paragone assurdo

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Non c’è bisogno di istituire analogie assurde per essere contro il nuovo presidente americano: basta sentire quello che dice. Ma il nazismo no, non c’entra niente, è una sciocchezza il solo pensarci

Una manifestazione anti-Trump a Helsinki (Afp)
Una manifestazione anti-Trump a Helsinki (Afp)

E’ molto pericoloso, e controproducente, questo continuo, reiterato, e anche insensato stabilire una connessione tra la vittoria di Donald Trump e dei cosiddetti «populisti» d’Europa con quella del nazismo. Anche Papa Francesco ha finito per alludere a una possibile analogia tra il 1933 della Germania e il 2017 degli Stati Uniti. Agitare il fantasma di Hitler per segnalare deliberatamente una deriva trumpiana verso il totalitarismo nazista è insieme una follia polemica, un’esagerazione retorica, una stupidaggine storica e un favore colossale ai nazisti veri. Anche perché non c’è bisogno di istituire analogie assurde per essere contro Trump: basta sentire quello che dice. Ma il nazismo no, non c’entra niente, è una sciocchezza il solo pensarci.

Pochi anni fa veniva severamente bacchettata ogni «nevrosi comparativa» tra il nazismo e i milioni di morti del Gulag, i massacri di Pol Pot e la crudeltà repressiva apocalittica di Mao. Nei decenni scorsi la povera Hannah Arendt venne messa alla sbarra per aver paragonato i due totalitarismi, quello nazista e quello comunista. Ogni critica all’idea dell’assoluta unicità e incomparabilità del Male assoluto, dell’orrore hitleriano veniva considerato una manifestazione blasfema, qualcosa di sacrilego. E si parlava di massacri spaventosi, una repressione soffocante, la fine di ogni libertà, la decimazione di interi gruppi umani, i kulaki, i borghesi, i traditori.

Ma adesso? Paragonare Trump a Hitler è l’aiuto migliore a chi vuole relativizzare, banalizzare, minimizzare la portata malefica del nazismo. Se il «populismo» è l’anticamera del nazismo, allora lo sterminio di un intero popolo, il delitto unico e incomparabile della Shoah perdono quel carattere di orrore che è bene che sia conservato per dimostrare a quale abisso criminale sia giunta l’umanità. Se tutto può essere nazismo, allora il nazismo può diventare qualcosa di accettabile. Certo, si starà pure male nell’America trumpiana, ma pensare che da ieri la vita degli americani possa essere paragonata ad Auschwitz è un’analogia che rende Auschwitz qualcosa di molto meno orrendo. Nell’epoca della post-verità si corre anche il pericolo della post-analogia, dell’iperbole superficiale, della scempiaggine a 140 caratteri. Opporsi a Trump, ma lasciando perdere Hitler e i paragoni grotteschi. E’ così difficile?

I cinque segreti della superlimousine (blindata) di Donald Trump

Corriere della sera

di Roberto Bruciamonti
È la Cadillac One, sviluppata dalla General Motors, dal valore di un milione e mezzo di dollari
Nel vano anteriore vi sono degli erogatori di lacrimogeni e dentro delle bombole di riserva

La Cadillac One

La Cadillac One, ovvero la berlina di rappresentanza utilizzata da Donald Trump durante “l’inauguration day” è stata sviluppata congiuntamente dalla General Motors e dalle autorità federali statunitensi. La General Motors ha ricevuto per lo sviluppo di questa vettura un compenso di 15.800.765 dollari e ognuna delle tre Cadillac blindate ordinate con il primo contratto ha un costo compreso tra il milione e il milione e mezzo di dollari. La vettura è realizzata praticamente a mano e, anche se la linea ripropone i motivi stilistici delle attuali berline della Casa, in realtà è basato sul telaio di un autocarro medio, visto che il peso in ordine di marcia è superiore a 5 tonnellate.


Erogatori di lacrimogeni

I dispositivi di sicurezza e l’armamento di cui Cadillac One è equipaggiata sono per la maggior parte coperti da segreto, anche se si sa che l’abitacolo è assolutamente isolato dall’esterno e nel bagagliaio sono contenute bombole con aria di riserva che garantiscono agli occupanti la sopravvivenza anche in ambiente completamente saturo di gas da guerra. All’esterno, all’altezza dei paraurti anteriori, sono collocati erogatori che possono emettere gas lacrimogeni, mentre la blindatura, realizzata con tecniche miste, prevede sia piastre blindate tradizionali in acciaio sia elementi in Kevlar. Le porte hanno uno spessore di circa 20 centimetri e sono in grado di resistere all’impatto di proiettili anticarro lanciati da armi portatili.


Massimo a 100 km orari

Non è noto il tipo di motore installato sulla Cadillac One utilizzata per “l’inauguration Day”, in quanto ognuno dei tre esemplari finora costruiti è in pratica un modello unico. Si sa però che i motori utilizzati sono dei V8 a benzina della serie Vortec (8,1 litri) con potenza di 330 cavalli o, in alternativa dei diesel della serie Duramax (6,6 litri) in grado di sviluppare 303 cavalli. Le unità a benzina possono arrivare a consumare fino a 70 litri di benzina ogni 100 chilometri (che equivalgono a una percorrenza di circa 1,4 chilometri con un litro), mentre i diesel si accontentano di circa 40 litri ogni 100 chilometri (vale a dire che percorrono circa 2,5 chilometri con un litro). Dato il peso notevole, la rapportatura è particolarmente corta, con una velocità massima che sfiora a malapena i 100 chilometri orari.


Le vecchie limousine di Obama? Rottamate

Il progetto dell’attuale Cadillac One è stato messo in cantiere a partire dal 2013, quando i responsabili della sicurezza presidenziale avevano valutato che la flotta di 12 limousine presidenziali utilizzate dal presidente Obama non sarebbero state all’altezza di sopportare le ipotizzabili minacce future alla vita del presidente. Con l’entrata in servizio delle nuove limousine, le vecchie Cadillac saranno gradualmente avviate alla rottamazione e distrutte: il loro equipaggiamento di sicurezza è top secret ed è destinato a rimanere tale.


La motorcade

Il corteo motorizzato che ha accompagnato Donald Trump il giorno del giuramento, la cosiddetta “motorcade”, è costituita da Suv Chevrolet, Tahoe e Suburban, equipaggiate non solo per reagire ad attacchi diretti, ma anche per scongiurare sistemi di offesa più sofisticati: uno dei grossi Suburban, per esempio, è dotato di sofisticate sistemi di contromisure elettroniche, mentre un altro è dotato di un Jammer capace di bloccare nel caso tutte le frequenze per impedire che vengano attivati eventuali ordigni telecomandati

Ponte di Messina, beffa infinita Ora lo Stato fa causa allo Stato

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

La concessionaria, controllata dall’Anas, chiede al ministero delle Infrastrutture un indennizzo di 325 milioni di euro (più eventuale risarcimento). E i soldi chiesti sono già stati abbondantemente pagati per mantenimento della società e progettazione

Il rendering del Ponte di Messina

Ci dev’essere un virus che infetta la nostra burocrazia. Così potente da arrivare a mettere lo Stato contro lo Stato davanti a un giudice dello Stato. Per averne la prova è sufficiente leggere l’ultima relazione della Corte dei conti sulla vicenda forse più incredibile che abbia attraversato gli ultimi quarant’anni di storia italiana: quella del ponte sullo Stretto di Messina. Morto, sepolto e resuscitato a più riprese, era stato riesumato da Matteo Renzi. Uscito di scena lui, è tornato serenamente nel sepolcro nel quale l’aveva spedito Mario Monti. Ma il cadavere continua a puzzare.
L’indennizzo
Si racconta, infatti, nelle 67 pagine di quella relazione che descrive il groviglio dei contenziosi in cui siamo precipitati, perfino di una causa giudiziaria che oppone la società Stretto di Messina allo Stato italiano. Nella quale la concessionaria già incaricata della realizzazione del ponte, chiede un indennizzo di 325 milioni 750.660 euro. Più un eventuale risarcimento. La ragione? «Il pregiudizio — sottolinea la stessa società — scaturente dalla mancata realizzazione dell’opera, indotta dal venir meno della convenzione di concessione». La richiesta di indennizzo è stata presentata al ministero delle Infrastrutture, sottolinea la Corte dei conti, ancor prima della messa in liquidazione della Stretto di Messina. E da allora non c’è stato verso di farle cambiare idea. A quanto pare, anzi, non ci hanno nemmeno provato.

Scrivono i giudici contabili: «Non risultano iniziative intraprese dal ministero, oltre quelle di resistenza in sede giudiziaria, al fine di superare il contrasto con la concessionaria. Nell’adunanza del 24 novembre 2016 la posizione conflittuale delle parti si è confermata ancora una volta». Sarebbe uno dei tanti episodi legali in cui l’amministrazione pubblica finisce invischiata per non aver rispettato i patti. Se non fosse per un particolare: che la società Stretto di Messina è dello Stato italiano, esattamente come il ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Il suo capitale è per l’81,85% in mano all’Anas, la società pubblica delle strade, e il restante 18,15% è suddiviso fra le Ferrovie dello Stato italiane (13%), la Regione Calabria (2,575%) e la Regione siciliana (2,575%). Dunque è lo Stato che fa causa allo Stato.
I costi sostenuti
Ma c’è di più. E cioè che la Stretto di Messina è già costata per il suo mantenimento in vita e le progettazioni, i 300 e passa milioni richiesti ora come indennizzo. Denari, precisa la Corte dei conti, versati con «gli aumenti di capitale deliberati nei precedenti esercizi e finanziati esclusivamente con risorse pubbliche». I soldi chiesti, dunque, sono stati già abbondantemente pagati.
E pagarli di nuovo costituirebbe quindi «una mera duplicazione di costi, con ulteriore aggravio sui saldi di finanza pubblica». Una situazione surreale, nella quale com’è del tutto evidente, i contribuenti possono soltanto rimetterci ancora più soldi. Oltre a quelli chiesti dal general contractor Eurolink: circa 700 milioni, di cui 301 per le spese sostenute e 329 per danni. C’è poi la causa con il project management consulting, l’americana Parsons Transportation, che rivendica 90 milioni. Quindi quella con il monitore ambientale, per cifre più modeste (dell’ordine del milione).
Liquidazione in ritardo
Già ballano, dunque, 800 milioni. Senza contare, ovviamente, spese legali che immaginiamo astronomiche, il tempo perso, il costo delle insidie burocratiche e i denari necessari per mantenere la liquidazione in vita. E qui si apre un altro bel capitolo. La società Stretto di Messina è stata messa infatti in liquidazione il 15 aprile 2013 dal governo di Enrico Letta, affidando l’incarico a un pezzo da novanta della burocrazia: Vincenzo Fortunato, ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti. Ma con una legge che stabiliva una durata tassativa della procedura. Un anno preciso. Questo per evitare le lungaggini che sempre accompagnano le liquidazioni con l’obiettivo di mantenerle in vita più a lungo possibile. Ebbene, quell’anno è scaduto da quasi tre e siamo ancora a carissimo amico. Con la società che dal 2013 al 2015 è costata poco meno di 13 milioni.

Considerando i tempi con cui procedono le liquidazioni in questo Paese, il rischio che la faccenda vada avanti ancora per svariati anni è molto consistente. Tanto che la Corte dei conti, nell’evidenziare questa anomalia, non può fare a meno di sollecitare a darsi una mossa. Senza trascurare la necessità di «un’incisiva iniziativa da parte delle strutture ministeriali affinché si riapproprino delle proprie competenze». Già, perché è stata eliminata anche la struttura del ministero che seguiva l’operazione. Il risultato è che ora si naviga a vista. Mentre gli unici che ci vedono bene sono coloro che hanno tutto l’interesse a incassare e quelli che vorrebbero far durare il più possibile questa assurda agonia.

Sapevate a cosa serve questo quadratino di cuoio? Noi lo abbiamo appena scoperto. Ed è sorprendente

repubblica.it
Emanuele Orlando



Molti zainetti hanno un quadratino di cuoio o di plastica con due strane fessure parallele (come quelli nella foto) sopra cucito da qualche parte. E’ anche chiamato “muso di maiale”… se non ne capite il motivo guardate la foto sotto.

Ardea / AGF

Ma a che cosa serve realmente?
Oggi è diventato una sorta di abbellimento alla moda per dare un look vintage allo zainetto (o ad altri accessori), ma in passato aveva una funzione ben precisa, e di una certa utilità. In origine, infatti, era stato progettato per far passare delle corde, o una striscia di velcro, all’interno delle fessure e usarle per assicurare materiale che non entrava nello zaino (c’è chi lo usava, per esempio, per assicurare lo skateboard). Viene anche usato nei giubbotti di salvataggio per agganciare coltelli, lampade o altro materiale.

Ma l’uso più comune era questo:


Business Insider

Le scarpe usate o di ricambio non sono la cosa più igienica (né la più profumata) da mettere nello zaino. E in più occupano molto spazio. Ecco che il “lash tab” (etichetta per legare, un altro nome dell'”aggeggio”) diventa utilissimo per trasportare le proprie sneaker puzzolenti durante un trekking.

Basta annodare le stringhe in questo modo:


Business Insider
 
E il gioco è fatto. Unico accorgimento: assicuratevi che chi vi segue sia a distanza di sicurezza!

Il robot giornalista ha scritto un articolo in un secondo. E un quotidiano lo ha pubblicato

repubblica.it
Valerio Mariani


Concorrenza in arrivo... Westend61-RF / AGF

Il quotidiano di Guangzhou (Cina) Southern Metropolis Daily ha pubblicato la sua prima storia scritta da un robot. Si tratta di un articolo di circa 300 caratteri sul Chunyun, l’esodo annuale di cinesi che tornano a casa per lo Spring Festival – la più grande migrazione annuale del mondo, quest’anno previsto tra il 27 gennaio e il 2 febbraio. Xiao Nan, il robot programmato dal team universitario guidato da Wan Xiaojun, professore alla Peking University, ci ha messo un secondo, uno, per chiudere il pezzo. Ciò che differenzia questo esperimento da quelli effettuati finora è la tipologia di articolo. Finora, infatti, la stesura automatica riguardava articoli semplici e ripetitivi, come per esempio le news sugli andamenti di Borsa.

I responsabili della ricerca hanno dichiarato che il robot è in grado di scrivere news ma anche report più lunghi e complessi, grazie alle ottime capacità di data analysis. Già nel 2015, TenCent, proprietario della piattaforma di chat WeChat diffusissima in Cina, aveva pubblicato su qq.com un articolo di economia di 916 ideogrammi. Nel 2014, invece, l’algoritmo Quakebot, sviluppato da un reporter del Los Angeles Times, scrisse una storia su un terremoto e, nello stesso anno, l’Associated Press annunciò di studiare l’automazione di storie sui dati trimestrali delle aziende.

È evidente, e rassicurante, quanto ha affermato il professore Xiaojun che sostiene che a un robot mai si potrà chiedere di fare interviste, di modificare le domande in base alle risposte dell’intervistato, e di scegliere dei tagli originali per gli articoli. Grazie alle loro capacità di elaborazione, infatti, i robot possono tornare utili per l’analisi dei dati o per le ricerche in archivio – e sono già utilizzati in questo modo in diverse redazioni nel mondo, ma da loro non ci si può aspettare la sensibilità di un essere umano.

Per ora, almeno…

Pd

La Stampa
jena@lastampa.it

Buongiorno, sto cercando un nuovo Prodi...
Purtroppo li abbiamo finiti, però abbiamo un D’Alema usato.

Milan, i 12 punti oscuri della vendita ai cinesi

repubblica.it
Giuliano Balestreri



La vendita del Milan è fissata per il 3 marzo 2017: prima della fatidica data la società dovrà convocare l’assemblea degli azionisti che si riunirà quando Sino-Europe farà arrivare i 320 milioni di euro che ancora mancano per chiudere l’operazione. Allora gli amministratori in carica si dimetteranno per lasciare spazio ai nuovi vertici cinesi. Sulla carta sembra solo un passaggio formale, ma la vicenda è molto più complicata di così. E le domande senza risposta sono tante, nella forma e nella sostanza.

1)    Perché i cinesi stanno pagando il Milan a rate?
E’ un caso più unico che raro. Fininvest e Sino-Europe, guidata dall’uomo d’affari cinese Yonghong Li, hanno pattuito un prezzo di 740 milioni di euro: 520 milioni alla holding della famiglia Berlusconi, più l’accollo di 220 milioni di debiti. Le trattative di questo tipo vengono solitamente chiuse in un colpo solo: una firma e una transazione bancaria. Certo, i pagamenti possono anche essere dilazionati nel tempo, ma spesso a fronte di una fidejussione bancaria che faccia da garanzia cosicché il controllo delle società passi di mano subito.

E’ successo così per l’Inter quando Massimo Moratti vendette a Erick Thohir e poi quando lo stesso Thohir passò la mano ai cinesi di Suning, la scorsa estate. Stessa modalità per la cessione della Sampdoria a Massimo Ferrero da parte della famiglia Garrone (che però alla data dell’ultimo bilancio disponibile continua a garantire per l’attuale proprietario). Percorso identico anche per James Pallotta che ha rilevato la Roma nel 2011. In tutti questi casi di caparra neppure l’ombra. Sono arrivati, invece, i contanti o le garanzie bancarie.


Il Milan vittorioso nella finale della Supercoppa italiana 
2)    Perché i cinesi non si avvalgono di advisor finanziari?
Di solito operazioni di questo genere vengono finanziate da diversi istituti, proprio per la complessità di mettere insieme, rapidamente, le cifre necessarie a chiudere l’affare. I cinesi, invece, non hanno voluto l’aiuto di nessuno dichiarando di avere a disposizione tutto il budget. Eppure non riescono a transare. Evitando di chiedere l’intervento di una banca hanno evitato un controllo dei conti (due diligence) approfondito, come quelli che sono necessari quando nelle trattative sono coinvolti i Pep: persone politicamente esposte, come nel caso di Silvio Berlusconi. Nessuna banca, quindi, e nessuna indagine approfondita sulle parti in causa.


Impiegata di banca conta banconote cinesi, Renminbi
 
3)    Chi è Yonghong Li?
Nessuno lo sa. Prima della sua complicata scalata al Milan non era mai entrato nei radar dei media, ma neppure degli imprenditori e dei diplomatici. Non era noto agli uffici del commercio con l’estero e neppure alle ambasciate. Anche per gli addetti ai lavori del calcio orientale è un mistero. Per Marcello Lippi che in Cina è una divinità si tratta di uno sconosciuto, Fabio Cannavaro ammette di saperne poco. Alberto Forchielli, partner di Mandarin Capital, ha più volte detto che la cordata non esiste. Poche informazioni anche in rete, ma probabilmente dipende anche dal diverso alfabeto.

Il Sole 24 Ore, invece, è riuscito a scoprire di una multa comminatagli da parte della Borsa di Shanghai per attività irregolari. Di certo, però, c’è un Yonghong Li tra i Panama Papers: è uno dei tre intestatari di una società offshore a Panama. Potrebbe essere un caso di omonimia, ma il diretto interessato non ha mai smentito. La società, Alkimiaconst Sa, è stata aperta da Mossack Fonseca, lo stesso intermediario che ha creato, Struie una cassaforte di cui si sono serviti sia Silvio Berlusconi sia Flavio Briatore (benché i loro nomi non compaiano direttamente nelle carte panamensi): a riempirla, invece, era stato l’avvocato britannico David Mills, creatore di un sistema offshore da 775 milioni di euro. L’ipotesi è che Yonghong Li sia l’apripista di altri investitori che non vogliono esporsi.

4)    Di chi sono i 200 milioni versati a Fininvest?
La prima tranche è stata pagata da Yongyong Li, probabilmente attraverso Crédit Suisse, la banca svizzera coinvolta nei Panama Papers che a maggio dello scorso anno ha annunciato la chiusura dei suoi uffici nel paradiso fiscale centroamericano. La banca – che rifiuta ogni commento – è stata più volte accusata di aver aiutato contribuenti di tutto il mondo a eludere il fisco: negli Stati Uniti hanno pagato una multa da 2,5 miliardi di dollari, in Italia hanno transato 109,5 milioni di euro nell’ambito dell’accusa di aver aiutato 13mila contribuenti a evadere 14 miliardi di euro.

La seconda tranche è un mistero. I 100 milioni sono effettivamente arrivati in casa Fininvest, ma prima hanno fatto il giro del mondo: sono partiti da un veicolo (Willy Shine, con una chiara allusione sessuale, come nota l’Oxford Dictionary) con sede alle Isole Vergini Britanniche – lo stesso paradiso fiscale noto a tanti imprenditori italiani, da Berlusconi a Galliani – per arrivare alla sede di Hong Kong di Huarong, l’asset manager controllato dal governo, che li ha poi girati a Fininvest.


Silvio Berlusconi

5)    Perché è stata necessaria questa triangolazione?
Nessuno sa spiegarlo. Huarong, al momento, non fa parte della cordata Sino-Europe, ma avrebbe anticipato l’ultima caparra da 100 milioni (la società non conferma l’operazione, ma il documento pubblicato da Calcio e Finanza riporta la firma di un suo dipendente). La prima versione ufficiale è che Huarong non avesse tutte le autorizzazioni necessarie per superare il controllo dei capitali imposti dal governo cinese. Eppure, il bonifico per Fininvest non è partito dalla Cina, ma dalla sede di Hong Kong di Huarong dove la valuta è il dollaro locale e non il renminbi cinese oggetto di controllo.

E, infatti, mentre in Cina è effettivamente in atto una stretta sull’uscita dei capitali, l’ex colonia britannica rimane una zona franca. La seconda spiegazione, invece, è che Huarong non avesse 100 milioni disponibili a Hong Kong, ma è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto: il gruppo, infatti, ha un fatturato da oltre 11 miliardi di dollari e asset gestiti per oltre 110 miliardi e negli ultimi due anni ha collocato obbligazioni in dollari americani per quasi cinque miliardi.


British Virgin Islands, Virgin Gorda, Trunk Bay

6)    Dal momento che dicono di avere molti capitali all’estero, perché i cinesi non hanno direttamente creato un veicolo offshore per comprare il Milan?
E’ un’altra domanda senza risposta. Dal momento che l’arrivo di una stretta sui movimenti di capitali era attesa e in parte dovuta alla promozione del Renminbi tra le valute di riserva del Fmi, Sino Europe avrebbe potuto far partire l’operazione direttamente dalle Isole Vergini, invece ha preferito complicarsi la vita.


England, London, Southwark, Tate Modern Museum, Money in Donation Box
 
7)    E’ davvero credibile che la stretta sui capitali impedisca di chiudere l’operazione?
Per tutti gli esperti contattati da Business Insider no. Sono strane le lungaggini burocratiche – i tempi per avere le autorizzazioni a completare gli investimenti all’estero sono di circa 50 giorni – ed è strano l’approccio delle parti alla trattativa. Secondo i dati dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, l’interscambio tra Cina e Italia resta costante. Di più: tra il 2006 e il 2015 lo stock di denaro investito dalla Cina all’estero è arrivato a 1.097 miliardi di dollari (145 miliardi solo nel 2015) e il governo ha annunciato di voler aumentare la quota di altri mille miliardi tra il 2016 e il 2020. Se Pechino ha davvero intenzione di investire 200 miliardi di dollari l’anno all’estero, perché fatica ad autorizzare una spesa da 520 milioni, pari allo 0,25% dell’importo annuo? Se il governo – come sbandierato da Sino Europe – ha davvero autorizzato l’acquisizione del Milan perché adesso la ferma? E, in fondo, Huarong è davvero controllata dal governo di Pechino.
8)    Perché Sino Europe non comunica la lista dei nomi?
La compagine azionaria di Sino Europe è un mistero. Vuole essere un fondo di private equity, ma si comporta come una piccola società di amici. I nomi messi in circolazione cambiano di continuo: nel calderone è finita anche China Construction Bank – poi uscita dalla lista -, ma la sostanza non cambia, a parole sarebbero tutti soci con fatturati da decine di miliardi. Di più, avrebbero già messo tutto il capitale necessario, ma allora perché non riescono a comprare il Milan nei tempi prestabiliti? Di certo esiste una lista di soggetti interessati all’operazione, ma nessuno è vincolato a investire. Un’altra spiegazione è che se i grandi nomi venissero resi pubblici, i venditori potrebbero provare a chiedere ancora più soldi.


Piazza Tienamen
 
9)    Perché non viene rispettato il protocollo degli affari asiatici?
In Cina l’etichetta è tutto. Prima di parlare di affari è fondamentale conoscersi e i cinesi non amano gli emissari. Vogliono incontrare l’azionista, vogliono conoscere il venditore. Di più: vogliono il loro biglietto da visita per poterlo conservare. E non lo accettano per interposta persona: il biglietto da visita va consegnato con le due mani e un leggero inchino del capo. Tutto questo, invece, non è mai accaduto. Sono stati i cinesi a venire in Italia, mentre pare che Silvio Berlusconi non sia mai stato in Cina a condurre la trattativa. Neppure risulta ci sia stata sua figlia Barbara.
10)    Perché la data del closing cambia continuamente?
Se davvero Sino Europe ha già raccolto tutti i soldi necessari da tempo, perché non ha chiuso l’affare a settembre, prima che scattasse l’ampiamente atteso controllo dei capitali.
11)    Perché il Milan non può spendere per la campagna acquisti di gennaio?
Gli accordi prevedono che tutte le spese sostenute da Fininvest per il Milan a partire dal primo luglio 2016 fino alla data del closing siano rimborsate da Sino-Europe alla famiglia Berlusconi. Compreso, quindi, il calcio mercato. Tanto è vero che in società è entrato Marco Fassone, ad in pectore e uomo forte dei soci cinesi, ma perché allora non vengono aperti i cordoni della borsa in un momento in cui il Milan può ambire a posizioni di vertice? Quali altri garanzie servono per operare sul mercato? Ci sono dei dubbi sul successo dell’operazione? A spazzarli via sarebbe bastata una fidejussione bancaria.


Adriano Galliani
 
12)    E’ possibile che siano soldi di Fininvest?
E’ impossibile dare un risposta. Di certo c’è che alle Isole Vergini Britanniche esiste una delle casseforti riferibili a Silvio Berlusconi, ma è troppo poco anche per avanzare un sospetto. Inoltre, far rientrare dei soldi attraverso la Cina sarebbe un’operazione alquanto azzardata e infatti la holding della famiglia Berlusconi respinge ogni illazione. I fatti accaduti finora, però, indicano che il tira e molla con i cinesi ha già portato a Milano 200 milioni di euro di caparra che resteranno nelle casse della società anche se la vendita del Milan non dovesse concludersi.

Papa Francesco: l’ergastolo non risolve i problemi

La Stampa

Il Pontefice scrive una lettera ai detenuti di Padova: se la dignità «viene definitivamente incarcerata non c'è più spazio, nella società, per ricominciare»



Un nuovo gesto del Pontefice argentino nei confronti dei detenuti. Papa Bergoglio ha ribadito più volte nella necessità di riflettere seriamente sulla condizione delle persone che hanno sbagliato nelle loro vite, e questa volta avverte che la dignità non può essere definitivamente incarcerata, nemmeno nei confronti di chi si trova dietro le sbarre. Papa Francesco ha scritto una lettera a detenuti del penitenziario Due Palazzi di Padova, in occasione del convegno organizzato da `Ristetti orizzonti´.

«Siete persone detenute -scrive il Papa nella missiva di cui riferisce Radio Vaticana- sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive». Francesco incoraggia alla riflessione, perché si realizzino «sentieri di umanità che possano attraversare le porte blindate» e affinché i cuori non siano mai «blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno».

Urge una conversione culturale, avverte il Pontefice, «dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una ingiustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere».

Se la dignità «viene definitivamente incarcerata», è l'avvertimento di Francesco, «non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono».

La chiesa storica diventa ortodossa, proteste ad Asti

La Stampa
enzo armando

Il Vescovo cede S. Maria Nuova: “Ci siamo legati, condividiamola”


Santa Maria Nuova risale al IX secolo

Una delle chiese più antiche della città, legate alla sua storia e al cuore di molti astigiani non solo parrocchiani, è stata ceduta dalla Diocesi alla (numerosa) comunità ortodossa. Un gesto che arriva nella settimana per l’unità dei cristiani proclamata da papa Francesco, un «abbraccio ecumenico» tra i cattolici e la numerosa comunità romena che conta solo in città circa 2500 fedeli, ma che è stato accolto con sconcerto e qualche protesta tra i parrocchiani di Santa Maria Nuova.

Don Marius Trifina, il trentatreenne sacerdote di rito ortodosso, aveva presentato richiesta alla curia vescovile per avere una propria parrocchia. L’affidamento avverrà ufficialmente durante la domenica di Pasqua ad aprile. La concessione è in comodato d’uso per 10 anni.

Così ne ha dato annuncio il vescovo monsignor Ravinale: «Presto sarà possibile consegnare un edificio che sicuramente ci è molto caro, ma proprio per questo sarà motivo di gioia grande, sapendolo affidato a una comunità numerosa e praticante. Siamo certi che sarà ben conservato e soprattutto consapevoli di aver compiuto un bel gesto di ecumenismo dell’amicizia, balsamo prezioso per contribuire a sanare, sia pure in piccola misura, le ferite di una cristianità divisa».

Santa Maria Nuova è nel cuore della città, a fianco del vecchio ospedale. E’ uno dei monumenti cittadini più antichi, fu edificato alla fine del IX secolo. Il campanile ha forme romaniche. Sull’altare centrale è ospitata la grande pala di Gandolfino da Roreto del 1496. Tra i parrocchiani illustri figura il dietologo Giorgio Calabrese, sempre presente alla messa della domenica. Santa Maria Nuova poi è anche uno degli storici rioni del Palio di Asti che dal 1968 ha vinto per ben cinque volte. Il referente è don Giuseppe Gallo che precisa: «Ci riserveremo comunque l’uso straordinario di Santa Maria Nuova per occasioni speciali come la benedizione del cavallo del Palio e altre occasioni speciali».

La scelta della concessione agli ortodossi di questo edificio è motivata anche dalla presenza della canonica, dove andrà a vivere don Marius con la moglie e i tre figli, e perché in grado di ospitare un numero più elevato di fedeli. Gli ortodossi dal canto loro si impegneranno alla manutenzione dell’edificio che necessita di lavori urgenti.

Ma la notizia dell’affidamento ha lasciato perplessi numerosi parrocchiani. A farsi portavoce del malcontento dei fedeli cattolici è Antonella Laurenti che spiega: «Io qui sono stata battezzata e mi sono sposata. Potevano almeno condividere la chiesa, fare a giorni alterni. Non contestiamo il fatto che la Curia l’abbia data agli ortodossi ma l’esclusività della donazione. Noi siamo per la fratellanza ecumenica ma vogliamo tenerci la nostra parrocchia». Per questo motivo Laurenti preannuncia: «Chiederemo un incontro con il vescovo e le autorità ortodosse per trovare un accordo sul dividerci la chiesa».

Da parte ortodossa si esprime la massima soddisfazione, anche se si comprendono le ragioni dei fratelli cattolici: «Se fossi al loro posto la penserei allo stesso modo. Per noi si tratta di un atto benefico: avevamo bisogno di una chiesa più grossa di quella attuale che ci ospitava», dice Costantin Pletosu, fotografo, che fa parte del consiglio parrocchiale rumeno. E da parte di padre Marius arrivano rassicurazioni sulla conservazione dell’edificio: «La nostra comunità avrà cura della chiesa perché questa sarà il nostro biglietto da visita».

Dimenticate e da rinforzare. Le grandi dighe spaventano

La Stampa
francesco grignetti


LAPRESSE
Il bacino di Campotosto, in provincia dell’Aquila, è composto da tre dighe in sequenza

E ora c’è un altro incubo: le dighe. Dopo le scosse telluriche, sommate alle gran precipitazioni, a preoccuparsi è la Commissione Grandi Rischi della Protezione civile, che si è riunita venerdì sera. «I recenti eventi - scrivono gli esperti italiani di sismologia e vulcanologia - hanno prodotto importanti episodi di fagliazione superficiale che ripropongono il problema della sicurezza delle infrastrutture critiche quali le grandi dighe».

Ecco, le grandi dighe. Da Nord a Sud, quelle che superano i 15 metri di altezza e contengono almeno 1 milione di metri cubi d’acqua, classificate di interesse nazionale, sono 541. Ma le dighe sono sempre state un argomento poco sexy per la politica. Eppure si sa che sono vecchie e malandate, e che andrebbero quantomeno rinforzate. Il rimedio, finora, è stato di svuotarle per metà (quelle dei privati, tipo Enel) o addirittura per due terzi (quelle dei consorzi pubblici). E peccato se ci si rimette in elettricità idroelettrica o in riserve idriche.

Il warning di venerdì della Commissione Grandi Rischi, però, non è arrivato del tutto inatteso sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, da un anno ha messo gli uffici al lavoro, quando si è reso conto che le dighe erano una bomba a orologeria. Ad agosto ha ricevuto un primo rapporto. Il 1° dicembre, su quella base, il governo ha stanziato 294 milioni di euro per intervenire sulle 101 dighe più a rischio.

Ora però, dopo le scosse di terremoto sommate alle cosiddette “bombe di neve”, il rischio cresce. Il primo bacino sotto osservazione è Campotosto, dove ci sono tre dighe in sequenza: Rio Fucino, Sella Pedicate e Poggio Cancelli. I controlli tranquillizzano, ma in questi giorni la Direzione generale Dighe del ministero ha affiancato l’Enel per nuovi rilievi ed è stato chiesto di esaminare il piano di emergenza della Regione Abruzzo. L’invaso è 10 metri sotto il livello di regolazione, il volume della metà rispetto al massimo.

«I sistemi di monitoraggio e controllo installati - si legge in documenti interni al ministero delle Infrastrutture - hanno segnalato, per il rilevato di terra della diga di Poggio Cancelli, effetti strumentali delle scosse sismiche del 24/8 e 30/10 in termini di spostamenti verticali dei terreni di fondazione dell’ordine della decina di millimetri e analoghi a quelli osservati nel corso della sequenza sismica aquilana».

Per quanto riguarda la sequenza sismica attivata il 18 gennaio con 4 eventi di magnitudo superiore a 5, con l’epicentro proprio in questa area, l’Enel ha comunicato di avere «attivato i controlli straordinari previsti dalle vigenti disposizioni, senza rilevare sulla base delle prime verifiche danni alle dighe. I controlli sono tuttavia ancora in corso e resi parziali e difficoltosi dalle condizioni di innevamento, tanto da richiedere accessi anche in elicottero».

Ma non c’è solo l’Abruzzo. Ci sono altre dighe nel Lazio e nelle Marche che preoccupano, dipendenti queste dai Consorzi di bonifica. L’associazione nazionale Anbi da qualche mese avverte di temere «le conseguenze sotterranee dei sommovimenti tellurici, che potrebbero avere attivato frane e faglie...». Preoccupa l’impianto idrovoro di Ripasottile, a Colli sul Velino, già danneggiato dal sisma umbro del ’98 e da quello dell’Aquila. Nelle Marche, sono le dighe di Gerosa, San Ruffino, Cingoli, Rio Canale e Mercatale ad essere costantemente monitorate.

«Nessuna anomalia è stata finora registrata». La diga di Cingoli si porta dietro anche il dramma di un viadotto con gravi deficit strutturali che è chiuso dal 30 ottobre e solo nelle prossime settimane potrà essere riaperto dopo un intervento straordinario dell’Anas. 

Portovenere, appello on line per salvare il bar di Hemingway

La Stampa
stefano pezzini

La proprietà è passata dal Demanio al Comune che l’ha messo all’asta


E’ dal 1929 che il Bar Lamia (in primo piano nella foto del lungomare) si identifica con Portovenere

Ai suoi tavolini si sono seduti Ernst Hemingway e Rex Harrison, Tyrone Power con Linda Christian, la regina Giuliana d’Olanda, la principessa Paola di Liegi e decine di altri personaggi del jet set. E’ dal 1929, infatti, che il Bar Lamia si identifica con Portovenere, una delle perle della Liguria, borgo capace da sempre di affascinare i viaggiatori, a cominciare dal Grand Tour che portò, tra gli altri, Byron, Shelley e tanti altri nobili europei sulle Riviere liguri. A costruire il bar, su area demaniale, la famiglia Lamia che, da allora, attraverso tre generazioni ha gestito il locale diventato simbolo del turismo di Portovenere.

Lo scorso anno il bene di proprietà demaniale è stato ceduto al Comune di Portovenere, in ossequio alle regole europee sulla concorrenza, e il Comune ha deciso di affidare al miglior offerente non solo il destino della attività (teoricamente il bar potrebbe anche venire chiuso) ma soprattutto quello delle famiglie che grazie ad essa vivono. Oltre alle famiglie dei due fratelli Lamia che gestiscono il bar infatti, sono dieci i dipendenti portoveneresi che rischiano da fine mese di trovarsi senza lavoro.

Nessun tipo di garanzia è stata infatti inserita nel bando che prevede semplicemente che chi presenterà l’offerta più alta potrà cambiare per sempre il volto di uno degli angoli storici del paese.
Così la famiglia, appoggiata da clienti, amici e associazioni di categoria, ha deciso di organizzare una petizione on line su Change.org, il portale di petizioni elettroniche.Tra l’altro, si chiede al Sindaco «di annullare il bando e pensare a una strada che, oltre a far fruttare questo bene a vantaggio delle casse comunali, garantisca a 12 cittadini e contribuenti portoveneresi di continuare a lavorare per e nel loro paese».

Carolina Lamia, ultima generazione della famiglia, parla senza mezzi termini di «esproprio in piena regola. Il bar ha un grande valore culturale, oltre che economico e affettivo, non solo per la nostra famiglia ma per tutti i portoveneresi. Credo che dopo le famose caprette da salvare a Portovenere una cosa ben più importante sia da salvare, il Bar Lamia. Non è solo una semplice attività su cui si basano 12 famiglie ma è una memoria storica cresciuta insieme al paese, un’ istituzione nata dalla passione e dal duro lavoro di generazioni e che da sempre ha dato lavoro a Portovenere e ai suoi abitanti».

A livello tecnico il locale è sempre stato di proprietà del demanio, con cui la famiglia Lamia aveva un regolare contratto d’affitto, 6 anni +6, come consuetudine. Il canone è progressivamente aumentato, anche grazie alle migliorie che la famiglia stessa apportava al bar e ne incrementavano il valore, sino ad arrivare a 20.000 euro. Questo sino al 2015, quando il contratto è scaduto. Nel 2016 il bene è passato dal demanio al Comune. E proprio per l’anno di «vacatio» è decaduto il diritto di prelazione per la famiglia Lamia. Poco prima dello scorso Natale, ai fratelli Lamia è arrivata una lettera che avvisava che il bene sarebbe stato messo all’asta. «Un fulmine a ciel sereno - dicono i Lamia -. Certo, ci aspettavamo un aumento del canone, ma non avremmo mai pensato che il locale ci sarebbe stato portato via».

Quante persone ci vogliono per aggiornare la pagina Facebook di Mark Zuckerberg?

La Stampa
luca castelli

Secondo la stampa americana, tra chi scrive i post, chi cancella i commenti e chi scatta le fotografie, almeno una decina



A prima vista, quella di Mark Zuckerberg potrebbe sembrare una normale pagina Facebook. Ci sono le foto dei suoi viaggi, gli scatti con la moglie, la figlia, il cane, i buoni propositi per l’anno nuovo, qualche riferimento al lavoro e molti altri alla vita privata. Ogni tanto, Mark risponde persino ai commenti degli sconosciuti. Insomma, se non fosse per il numero di follower leggermente più alto della media (84,7 milioni), sembrerebbe il prototipo dell’account Facebook perfetto, così come il fondatore intende la sua creatura.

In realtà, a lavorarci è una squadra piuttosto numerosa. Secondo un articolo pubblicato da Bloomberg Businessweek, che cita due fonti anonime, «abitualmente una manciata di impiegati di Facebook lo aiuta a scrivere i post, mentre un’altra dozzina si occupa di cancellare i commenti molesti e i messaggi di spam». Ok la libertà d’espressione online, ma una ramazzatina ogni tanto rende il portico più accogliente. Poi, ci sono le immagini. Zuckerberg preferisce rivolgersi a fotografi professionisti, capaci di catturare quel momento unico in cui emerge dallo smog di piazza Tienanmen, mentre fa jogging a Pechino, con il proverbiale sorriso. Con un selfie non sarebbe la stessa cosa.

In fondo, niente di sacrilego. Anzi, è la tipica artificiosa spontaneità dei social network: quella che chiunque insegue - consciamente o no - sulla propria bacheca, magari con qualche risorsa in meno. Zuckerberg, che a maggio compirà 33 anni e occupa il sesto posto della classifica Forbes delle persone più ricche del pianeta, può ben permettersi un social media editor. Anzi, una squadra di editor.

Ma l’obiettivo a lungo termine di questa raffinata costruzione dell’immagine potrebbe essere molto ambizioso. Vista anche la sua recente decisione di condurre un tour degli stati americani - naturalmente documentato su Facebook - in Rete inizia a circolare la voce che Zuckerberg stia iniziando a prendere in considerazione una carriera politica. Quella con la P maiuscola, che porta fino al bianco edificio di Washington in cui in questi giorni è in corso un trasloco. D’altronde gli ultimi due inquilini, i signori Barack e Donald, ne hanno ottenuto le chiavi anche grazie all’assidua presenza sui social, seppur declinata in toni e modi diversi.

A giudicare dal numero di like raccolti, che a ogni post sfondano regolarmente quota 100mila, il team di Mark sta già costruendo delle solide fondamenta.

«Così ho volato sulla Guerra» L’ultimo pilota compie 100 anni

Corriere della sera

di Savina Confaloni

Giancarlo guidava i caccia nel ‘45. «Venivamo visti come dei privilegiati, figli di un’Italia ricca. Ma la metà dei miei compagni non ce l’ha fatta, sono stati abbattuti o fucilati»



Nel libretto di volo della Regia Aeronautica è racchiusa la sua storia. Quarto Stormo Novantesima Squadriglia. Le operazioni di guerra in rosso, i voli di ricognizione in nero. Non ha bisogno di rileggerle Giancarlo Galbusera, classe 1917, nato a Rossiglione in provincia di Genova, l’ultimo pilota di aerei da caccia della Seconda guerra mondiale. Di quegli anni ricorda tutto alla perfezione. Dopodomani,24 gennaio, compie cento anni, ma della sua vita non ha perso un frammento.

La sua memoria è perfetta, così come la sua vista. «È per questo che mi rinnovano sempre la patente», scherza estraendo dalla tasca un documento da Guinness dei primati: data di scadenza 2017. Un pilota centenario che vive il presente con lo stesso entusiasmo con cui ha attraversato il secolo scorso. Nessun rammarico e rimpianto. «Per noi la guerra non era il combattimento, era un motivo per volare, adrenalina pura. La paura non esisteva; che si trattasse di bombardamenti o no, per noi aviatori l’importante era partire». Nessuno si tirava indietro. «Da Palata ci alzavamo in volo per le azioni in Albania: ci affiancavamo sull’Adriatico, e ci sentivamo i padroni del cielo».
Le missioni
Scorriamo le pagine di quei meticolosi report di guerra ingialliti: 54 azioni belliche, sette trasferimenti. Siamo nel novembre 1944. Totale ore di volo effettuate da Lecce 250, con un P39. Mitragliamento di Podgorica. Galbusera si rivede sul Montenegro. La stilografica rossa racconta: l’attacco dall’alto a un concentramento di 70 automezzi, la reazione contraerea, un mitragliamento sulla strada che porta alla città. «Il nostro sistema di puntamento rispetto a quelli di oggi era ridicolo: guardavamo in una specie di bicchiere con due righe in mezzo e sparavamo».

E scherza sugli obiettivi mancati, racconta di un ponte e della mira sbagliata. «Il ponte è rimasto lì, meglio così». Era l’anno del P39, l’Air Cobra, «il miglior aereo che abbia mai guidato, 1500 cavalli dietro alla schiena, un cannoncino da 37 millimetri attraverso l’asse dell’elica e quattro mitragliatrici sulle ali». Prima c’erano stati i CR30, il famoso CR32, il CR42 Falco, il Macchi 200 e il G50, «il più brutto apparecchio della mia carriera — ammette — l’unico con cui ho avuto un incidente serio per un atterraggio troppo lento».
La vita dopo la guerra
Galbusera si considera uno dei più fortunati della guerra. «Venivamo visti come dei privilegiati, figli di un’Italia ricca». Suo padre era direttore del cotonificio di Rossiglione, e i suoi compagni di volo si chiamavano Carlo Negri, giovane rampollo della famiglia Pirelli, Pier Ugo Gobbato, figlio di Ugo Gobbato alla presidenza dell’Alfa Romeo, e Giorgio Bertolaso, papà dell’ex capo della Protezione civile. «La metà dei miei compagni non ce l’ha fatta, passare tra una scheggia e l’altra di un’antiaerea non era facile, e quelli che riuscivano ad atterrare e non avevano la fortuna di cadere fra le braccia dei partigiani, venivano fucilati dai tedeschi». È quello che è successo al suo migliore amico, il sottotenente Carlo Negri. «Dopo l’armistizio dell’8 settembre si era offerto volontario per lanciare su Coriza un messaggio destinato al reparto italiano, ma il suo Aermacchi C205 fu colpito e a terra venne catturato e fucilato dai tedeschi».

Il volo, dopo la guerra, è rimasto l’hobby e la passione di un uomo che è diventato imprenditore aprendo un maglificio, una ditta di materiale subacqueo, e un’azienda di materie plastiche, supportato dalla moglie Oriana di 32 anni più giovane, sposata al suo rientro a Genova. «Perché la vita da generale a riposo non faceva per me». E a questo punto è svelato il segreto della sua longevità.

Nel rione Sanità 50 anni dopo Totò tra molta miseria e poca nobiltà

La Stampa
andrea malaguti

Napoli, il degrado è ovunque ma i volontari cercano di ridare dignità a persone e luoghi

Nel rione Sanità 50 anni dopo Totò tra molta miseria e poca nobiltà

Miseria e Nobiltà. È questo l’unico racconto possibile del Rione Sanità a 50 anni dalla morte di Totò, il suo cittadino più illustre? Forse. Anche se di nobiltà se ne vede sempre meno e di miseria sempre di più agli angoli dei vicoli che precipitano da Capodimonte a piazza Dante, dove i contrabbandieri di sigarette, ultimo anello della catena del disagio sociale, hanno ricominciato a mescolarsi agli spacciatori di cocaina e di eroina.

«La crisi ha accelerato il processo di sudamericanizzazione della città», dice Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli Onlus, cooperativa sociale che ha l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani. Di tirarli fuori dalla strada, allontanarli dalle piazze dello spaccio e magari di sostituire la droga con la musica, come succede dal 2008 con «Sanitansamble», orchestra ispirata all’esperienza del maestro venezuelano José Antonio Abreu. Un violino ti salva la vita. Un ago e un kalashnikov te la tolgono. Non tanto difficile da capire. Eppure. «A Napoli è scomparsa la classe dirigente. E quel poco che è rimasta è più diffidente che mai. La logica è quella di sempre: fottersene e tirare a campare». 

Se a pronunciare queste parole fosse stato un forestiero sarebbe esplosa una polemica infinita, ma Albanese è uno dei comandanti dell’esercito del bene, un gruppo non enorme ma sempre più largo di persone, organizzate da don Antonio Loffredo, prete di strada e guida della Basilica di Santa Maria della Sanità, che si è messo in testa di ribaltare l’irribaltabile, di sfidare la criminalità comune e organizzata, la stupidità della burocrazia e l’inerzia delle istituzioni, e di riscrivere una storia che va avanti identica da secoli. Lucida follia, che per trasformarsi in progetto efficace ha deciso di allearsi anche con la memoria di Antonio De Curtis, nato in via Santa Maria Antesaecula 109, il centro preciso della «guapperia» napoletana, e passato a miglior vita il 15 aprile del 1967. «Le celebrazioni per la sua scomparsa, che presenteremo domenica, saranno l’occasione per restituire al Rione un po’ dell’orgoglio di sé».

Il quartiere
Il Rione allora. Cinque chilometri quadrati con la densità abitativa di Macao, due scuole in tutto - una elementare e un istituto superiore con il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia - nessuna banca, molti usurai, un teatro parrocchiale e zero cinema. I bassi e i palazzi del Settecento. Un paradosso complicato piantato nel centro della città, eppure periferia estrema, isolata, complicata da raggiungere, evitata da vigili e polizia, presidiata inutilmente dall’esercito e abitata da sessantacinquemila persone senza una palestra o un campo da pallone degno di questo nome.

Camorra, baby gang, disoccupazione. «Dire che tutto questo non esiste, come tende a fare il sindaco De Magistris è becero negazionismo. E così non se ne esce. Abbiamo perduto occasioni enormi come il porto e Bagnoli e se la politica non interviene, prima con la repressione, poi con la riqualificazione urbanistica, non oso immaginare che cosa sarà di questa città tra dieci anni».

Sostiene lo storico Isaia Sales che a Napoli l’integrazione economica e culturale sia stata resa impossibile dalla presenza di un vastissimo sottoproletariato e da un altrettanto grave e duratura questione criminale «dovuta all’accettazione delle attività illegali come parte integrante dei suoi equilibri economici». Ma la durezza di Albanese - che come vedremo non è rassegnazione - è giustificata dall’esperienza personale.

Suo padre fu assassinato davanti al portone di casa nel 2005 da due balordi che gli rubarono i tremila euro appena ritirati in banca. «Gli spezzarono il collo. Non dico che sia la normalità. Ma non è neppure un’eccezione». Per questo ha fondato l’Onlus, si è avvicinato a don Antonio ed è diventato socio della Fondazione di Comunità San Gennaro, che con i suoi tredici soci, a cominciare dalla cooperativa La Paranza che gestisce le Catacombe, guida le celebrazioni in memoria del Principe della Risata.

Le catacombe
«Faremo tre grandi concerti, molte iniziative e molti incontri in collaborazione con le autorità, ma soprattutto riqualificheremo largo Vita, piazzetta San Severo e il palazzo di Santa Maria Antesaecula. Le piazze devono tornare ad essere dei punti di ritrovo. Verdi. Accoglienti come se fossero dei salotti, perché come sostiene don Antonio: con le pietre sanate si sanano i cuori», dice Marco Cappella, direttore della Fondazione. Il potere della bellezza, che il Rione sembra avere dimenticato o che, peggio, non ha mai avuto. «La speranza è un pane raro. Ma qui adesso c’è. Il cambiamento è possibile». Viene voglia di credergli. Anche perché parte di quel cambiamento è visibile a pochi metri da lui.

Vincenzo Porzio, ha 31 anni, ed è uno dei ragazzi de La Paranza, la cooperativa che ha portato i visitatori delle catacombe da 6 mila a 80 mila l’anno. «Le vuole vedere?». Un posto favoloso. Che sembra un set teatrale. Gallerie di tufo alte sei metri, camminamenti e cubicoli che corrono tra le tombe. La città dei morti che parla con quella dei vivi. «Abbiamo completamente rifatto l’impianto di illuminazione. Ci siamo organizzati. Ci sono voluti tempo e pazienza. Ma i risultati sono arrivati. Prima i taxisti quando vedevano un turista gli dicevano: stai lontano dalla Sanità e dalle Catacombe, adesso gli consigliano di venire. Persone che poi scoprono il quartiere, le sue pizzerie, i suoi palazzi, che aiutano la nostra economia». Un lavoro fatto dai privati. Che oggi vorrebbero una mano dal pubblico. «Ma l’impressione è che per ogni soluzione la burocrazia crei un problema», dice Vincenzo. 

«Vede, la camorra è una cooperativa fondata sulla paura. Noi siamo una cooperativa fondata sulla fiducia. E ci ribelliamo all’idea che qualcuno continui a considerarci il bidone dell’immondizia di questo Paese. L’assistenzialismo non ci interessa. La collaborazione con le istituzioni sì. Perché qui il rischio è che il patto sociale salti definitivamente», dice Pasquale Calemme presidente della Fondazione San Gennaro. «Cultura, capitale umano e innovazione. Queste sono le nostre linee guida. La sfiducia nelle istituzioni e la povertà ti spingono verso altre strade. C’è bisogno di un grande sforzo collettivo». Svuotano l’oceano con un secchiello? Può darsi. Però lo fanno.

Lungo la strada che dall’ospedale in dismissione del Rione porta fino a via Toledo, un gruppo di ragazzini decenni dà fuoco a un bidone della spazzatura. Arriva una jeep dell’esercito. Esce un militare. Dice: che fate? Quelli ridono. Il più piccolo prende un cartone e lo butta nel fuoco. Se ne frega del soldato. La fiamma si allarga. I passanti ignorano la scena, forse condizionati da una scritta sul muro che dice: fatevi i cazzi vostri. Due turisti inglesi entrano in una pizzeria. C’è la margherita miseria e nobiltà. Trequarti ricca - funghi, salsiccia, prosciutto - un quarto solo pomodoro. Il menù è bilingue. Segno che un po’ di turismo arriva davvero.

Cala la notte. Una gigantesca foto di Totò che ingoia una forchettata di spaghetti occupa la parete di un bar. Ha ragione il giornalista scrittore Pietro Treccagnoli: «Alla Sanità ci si ammala. Ci si ammala di Napoli. Della sua anima aristocratica e plebea». Le macchine conto mano, i ragazzi in tre in motorino, le grida - dimmi che è un pregiudizio, dai, invece no è così davvero - l’illegalità visibile che si fa normalità, abitudine, sistema fondato su regole interne al quartiere che nessun forestiero è in grado di intendere. Mancano molte cose. Ma manca soprattutto una visione politica vera. «Cito Papa Paolo VI.

La politica è la forma più alta di carità. Noi, anche qui, adesso, siamo la politica», dice don Antonio Loffredo. Certo, l’ultima parola non è detta. E questi partigiani del bene la loro voce la fanno sentire forte. «C’è anche il Principe della Risata al nostro fianco, no?». Ma in questo scontro eterno tra miseria e nobiltà, tra criminalità e speranza, i cattivi danno ancora l’impressione di essere in vantaggio.

Visite fiscali, cambiano gli orari per i dipendenti: ecco quali saranno i nuovi

Il Messaggero


Con il 2017 cambiano alcune cose per le visite fiscali. Come ricorda il portale 'laleggepertutti.it', per visita fiscale si intende l'accertamento sanitario, cioè una visita medica, che viene effettuata da parte di un medico dell'Inps nei confronti del lavoratore, quando è assente per malattia: il medico può essere mandato direttamente dall'Inps, a campione, per i lavoratori privati, oppure a spese del datore di lavoro, o, ancora, dall'amministrazione presso cui lavora il dipendente pubblico.

Nel 2017, il lavoratore è tenuto a rendersi reperibile, per la visita fiscale, in determinati orari; in particolare, le fasce di reperibilità per la visita fiscale sono le seguenti: dipendenti statali e degli enti locali devono essere reperibili per l'intera settimana, festivi compresi, nelle fasce orarie dalle 9 alle 13, e dalle 15 alle 18. Anche i lavoratori del settore privato devono essere reperibili tutta la settimana, compresi sabati e domeniche, ma le fasce orarie sono differenti e vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

Durante le fasce di reperibilità, sin dal primo giorno in cui si ammala, il lavoratore in malattia deve restare a disposizione del medico fiscale, presso il domicilio indicato nel certificato medico inviato telematicamente all'Inps dal medico curante. Al verificarsi della malattia, il dipendente è tenuto a comunicare, appena possibile, la malattia al datore di lavoro (il tempo massimo entro cui avvertire l'azienda è stabilito dai contratti collettivi) e a recarsi immediatamente dal proprio medico curante perché rediga ed invii all'Inps in tempo reale il certificato telematico.

Se il lavoratore si reca dal medico il giorno successivo alla malattia e la visita è ambulatoriale, perde il primo giorno di malattia; lo stesso accade nel caso in cui la visita non sia ambulatoriale, ma il lavoratore si presenti alla visita medica con oltre 1 giorno di ritardo dal verificarsi della patologia; inoltre, su richiesta del datore, o dietro accordi aziendali, il lavoratore deve comunicare il codice univoco del certificato, perché possa essere visualizzato via web dall’azienda stessa, tramite il sito dell'Inps.

Proprio in virtù dell'informazione in tempo reale, è possibile l'invio del medico fiscale sin dal primo giorno di malattia, non solo da parte del datore di lavoro, ma anche da parte dell'Inps, nell'ambito dei controlli a campione. Qualora il medico fiscale si presenti al di fuori delle fasce orarie di disponibilità, e non reperisca il malato, quest'ultimo non può subire sanzioni disciplinari. Ricordiamo che chi non si presenta alla visita fiscale perde il 100% della retribuzione per i primi 10 giorni (a meno che entro 10 giorni non si presenti alla visita ambulatoriale, nel qual caso, a partire dal giorno della visita, la retribuzione viene ripristinata, ovviamente se viene effettivamente riscontrata la malattia); il 50% della retribuzione, per i giorni successivi al decimo; tutta la retribuzione, se non si presenta nemmeno al terzo controllo.

Il dipendente è esonerato dalla visita fiscale solo in alcune ipotesi, come una malattia nelle quali è a rischio la vita del lavoratore, un infortunio sul lavoro, patologie per causa di servizio, una gravidanza a rischio, patologie collegate all'invalidità riconosciuta, se almeno pari al 67%, il ricovero ospedaliero o presso altra struttura sanitaria. Se il medico curante riscontra una delle cause di esonero elencate, o se decida, in base ad altre serie motivazioni, di escludere il lavoratore dalla visita, deve contrassegnare il certificato telematico col codice E.

Se il dipendente malato, durante le fasce di reperibilità, deve assentarsi, è giustificato solo se l'assenza è dovuta a cause di forza maggiore o per sottrarre sé o un familiare da un pericolo grave, se l'interessato deve sottoporsi a visite mediche specialistiche o generiche, analisi, cure o terapie. Per giustificare l'assenza alla visita fiscale, in questi casi, il lavoratore deve preavvertire il datore o l'amministrazione, indicando giorno e orari di indisponibilità alle fasce di reperibilità e fornire, successivamente, idonea attestazione di quanto effettuato.

Non sono considerati casi giustificati di assenza al controllo del medico fiscale ipotesi quali malfunzionamento del campanello, breve uscita per espletare commissioni, o non essersi potuti alzare dal letto, in quanto vale il principio per cui il lavoratore è tenuto a mettere in atto ogni accorgimento possibile per consentire l'accesso al personale sanitario.

Basta un messaggio con le emoticon per bloccare uno smartphone

Anna Rossi - Gio, 19/01/2017 - 16:26

Il sito Mashable ha dimostrato che inviando un messaggio composto da tre emoticon è possibile bloccare un qualsiasi dispositivo con sistema operativo iOS



Con un messaggio formato da tre emoticon è possibile bloccare un qualsiasi dispositivo che al suo interno abbia installato il sistema operativo iOS. La redazione di Mashable ha svelato che, inviando ad uno smartphone con sistema operativo iOS un preciso messaggio, si può disattivare per tre minuti il dispositivo. Basta una combinazione di tre emoticon per bloccare un qualsiasi iPhone, iPad o iPod touch con sistema operativo iOS.

Il sito ha spiegato che se gli utenti ricevono tramite iMessege un messaggio contenente l'emoji della bandiera bianca, uno zero e l'emoji dell'arcobaleno vedranno il loro dispositivo bloccarsi per circa tre minuti. Passato questo periodo il device tornerà a funzionare normalmente, come se nulla fosse successo. La sequenza di caratteri sta circolando su iMessage come una catena di Sant'Antonio e spesso viene inviata per infastidire il destinatario del messaggio. Ma andando a scavare più a fondo, ci si rende conto che ancora una volta il sistema di messaggistica ha dimostrato di avere al suo interno delle falle.

Mashable, poi, ci tiene a precisare che il messaggio in grado di bloccare un iPhone non è fatta solo da quei tre caratteri, ce ne è infatti uno invisibile che non può essere riprodotto manualmente. Quindi per bloccare un dispositivo con sistema operativo iOS serve quel preciso messaggio che sta arrivando tramite catena. Ma perché lo smartphone si blocca?

Stando alle prime informazioni acquisite, sembrerebbe che il sistema operativo del colosso di Cupertino va in tilt poiché non riesce a legare l'emoticon della bandiera bianca allo zero. Al momento, non c’è modo di evitare la ricezione di questo messaggio, l'unica soluzione potrebbe essere quella di bloccare i potenziali mittenti dispettosi. Intanto, i clienti Apple restano in attesa di un nuovo aggiornamento del software che possa essere in grado di superare l'errore.