martedì 24 gennaio 2017

Ecco perché un iPad da 10,5” può avere senso

La Stampa
andrea nepori

Il nuovo modello di tablet Apple di dimensione intermedia è giustificato da un semplice calcolo geometrico: le dimensioni corrisponderebbero a due iPad mini affiancati in verticale



Nel corso di quest’anno Apple rinnoverà l’offerta iPad riorganizzando modelli e dimensioni. La vera novità, secondo le indiscrezioni più accreditate, potrebbe essere un nuovo modello con schermo da 10.5”. Ma perché proprio questa dimensione? Una domanda a cui si può rispondere con un po’ di semplice geometria, come spiega il designer Dan Provost in un articolo pubblicato su Medium

Quando Apple ha presentato il primo iPad Pro da 12,9”, la scelta della dimensione fu semplice: il lato corto del dispositivo più recente corrisponde al lato lungo dell’iPad da 9,7”. In questo modo sullo schermo dell’iPad Pro possono stare, affiancate, due schermate dell’iPad “normale” ruotato in modalità verticale.

Per motivare la dimensione di un nuovo iPad da 10,5” Apple può addurre lo stesso ragionamento, ma sostituendo l’iPad mini all’iPad da 9.7”. Il display di un nuovo tablet “medio”, a metà fra il Pro e gli ultimi modelli Air, sarebbe grande come due schermi dell’iPad mini orientati in modalità ritratto e affiancati.

Il nuovo dispositivo potrebbe avere la risoluzione dell’iPad Pro più grande, ma una densità di pixel maggiore. Il fattore di forma potrebbe rimanere lo stesso dell’iPad Air, se Apple ridurrà i bordi lasciando più spazio allo schermo. A questo punto un simile prodotto potrebbe sostituire del tutto il modello da 9,7”, perché ne erediterebbe il ruolo di tablet intermedio, fra il più spazioso pro e il più portatile modello mini.

Secondo le indiscrezioni più accreditate il nuovo modello di tablet potrebbe montare un display OLED e il nuovo chipset A10X. Il mese di lancio previsto è marzo, ma le difficoltà riscontrate a fine 2016 dai fornitori di Apple nella produzione del nuovo processore potrebbero far ritardare di qualche mese la presentazione, oppure limitare fortemente la disponibilità dei dispositivi nelle prime settimane dopo il lancio.

I 160 anni delle pastiglie Leone, le caramelle preferite di Cavour

repubblica.it
di MARIA LUISA PRETE

L'azienda fondata da Luigi Leone nel 1857, oggi guidata da Guido Monero, festeggia un traguardo storico, tra tradizione di famiglia e nuove strategie di comunicazione

I 160 anni delle pastiglie Leone, le caramelle preferite di Cavour

“L’Italia non era ancora unita, ma le pastiglie Leone c’erano già!”. Recita così lo storico claim di una società che dal 1857 produce a Torino dolcezze apprezzate in tutto il paese e anche fuori dai confini. Testimonial ante litteram dell’azienda piemontese Camillo Benso conte di Cavour, artefice dell’Unità e gran gourmet, era solito, durante i suoi interventi nell’aula del Parlamento Subalpino, umettarsi la gola assaporando le sue caramelle preferite: le gommose Leone alla liquirizia aromatizzate alla violetta. La pastiglia alla violetta divenne il gusto più in voga anche tra i colleghi e ribattezzata per questo “senateurs”.

Non era solo golosità, non c’erano microfoni all’epoca e, per farsi sentire bene, la gola doveva essere sempre a posto: niente di meglio che rinfrescarla con una caramella sapientemente confezionata. Le migliori in circolazione erano quelle del confettiere Luigi Leone e le sue scatole, visto il successo, si fregiarono del sigillo dei Savoia. Alla morte del fondatore, nel 1934 l’azienda venne rilevata da Giselda Balla Monero, detta la Leonessa, proprietaria, insieme al fratello Celso Balla, de La Vittoria, un ingrosso dolciario che dagli anni ‘20 distribuiva su Torino e provincia le pastiglie Leone. Giselda è una delle prime donne manager italiane: pugno duro, tenacia, coraggio e lungimiranza ne fanno una figura unica nel panorama imprenditoriale di quegli anni.

Con la nuova gestione, la produzione si trasferisce da corso Vittorio Emanuele a uno spazio più ampio in corso Regina Margherita 242. La Leonessa comincia a investire in nuove confezioni, pubblicità e concorsi a premi rivolti ai migliori clienti. Ha retto l’azienda fino agli anni ’80, poi il timone à passato nelle mani del figlio, Guido Monero che oggi guida l’azienda insieme alla moglie, Gigliola Serpero Monero (amministratore delegato) e alla figlia Daniela, mente creativa di tutti i packaging.

Nel 2017 Marca Leone festeggia 160 anni: uno storico traguardo raggiunto mantenendo sempre vivo lo spirito degli inizi. Una produzione varia, da caramelle a pastiglie colorate, da cioccolato fatto usando solo le fave di cacao a gelatine, liquirizia, ma anche gommose e assenzio. Non mancano nuovi sapori, sempre rimanendo nel solco della tradizione, infatti, si aggiungono prodotti vegani e senza zucchero o senza glutine. Gli ingredienti rimangono quelli di una volta, tutti naturali, e le tecniche di lavorazione seguono a ruota.

Per questo e per tanti altri motivi, l’azienda non è stata scalfita dalla crisi, ma è florida e in salute. Basti citare qualche cifra: 3 milioni di scatole prodotte, 10 milioni di euro di fatturato annuo. Indicativi anche altri numeri: oltre 20mila fan su faceboock e 24mila follower su Instagram. Segnale di un desiderio di mantenere sempre vivo il rapporto con i consumatori anche attraverso le nuove tecnologie.

 I 160 anni delle pastiglie Leone, le caramelle preferite di Cavour

Il segreto di questo successo e di tanta longevità? Non ha dubbi il presidente Monero: “È dal 1934 che la nostra famiglia si occupa dell’azienda, sono nato qui e qui ho iniziato la gavetta subito dopo il diploma, a 19 anni. Il segreto è proprio l’aver puntato su una conduzione familiare solida, sulla qualità e sulla tradizione”. “E poi – aggiunge con la veemenza tipica del buon piemontese – bisogna vivere l’azienda sulla propria pelle senza starsene stravaccati dietro una scrivania”. La passione per il proprio lavoro e la voglia di continuare a regalare il gusto antico, rimando di mille ricordi, e il sapore inconfondibile, perché sano e fatto artigianalmente, di una piccola e colorata pastiglia.

“Sono il dottore che cura gli acrobati”

La Stampa
alessandra dellaca’

Nell’Alessandrino lo specialista per gli artisti dei circhi


Passione circo. Giansisto Garavelli con la sua amica storica Moira Orfei, in una foto d’archivio

C’è stato un tempo in cui in piazza a Castelnuovo Scrivia, in provincia di Alessandria, Francesco e Federico Canobbio piantavano il primo di una infinita serie di «chapiteaux», di tendoni, per conto di Moira Orfei: nessuno di loro era ancora famoso nel proprio campo, ma l’uno è stato la fortuna dell’altro.

La ditta Canobbio, infatti, è diventata leader mondiale nelle tensostrutture, Moira Orfei la regina del colorato universo del circo. E il piccolo castelnovese Giansisto Garavelli, che assisteva all’operazione di stesura dello chapiteau in piazza, molti anni dopo (oggi ne ha 55) si è laureato «medico circense»: oggi è diventato un punto di riferimento per gli atleti del circo in Italia e lo fa sempre gratuitamente.
«Un artista del circo non ha un vero medico di base, poiché è sempre in giro.

Da amante del circo mi sono proposto in questa veste e, così, ho trovato una grande famiglia. I pazienti che visito e che necessitano di cure - racconta - vengono indirizzati all’ospedale di Stradella (nel reparto di Medicina diretto da Giovanni Ferrari). Ci appoggiamo anche all’ospedale di Voghera e di Pavia e “facciamo rete”».

E il concetto di «rete» sta molto a cuore a questo dottore, al quale fanno riferimento altri due-tre colleghi in giro per l’Italia. Nella quotidianità è operativo a Voghera nel settore «dipendenze patologiche» dell’Azienda ospedaliera di Pavia. Sua è anche la simpatica laurea ad honorem di «archiatra circense», assegnatagli a Roma da Antonio Buccioni, presidente dell’Ente nazionale circhi.

Sistema a rete
«La rete nel circo - dice - è sinonimo di protezione e può salvarti la vita. Chi ne fa parte collabora a tutti i livelli: “Monsieur Loyal” (che, in gergo, è il presentatore degli spettacoli, il direttore di pista) è pronto a smontare le impalcature il giorno dopo, già all’alba. Anche chi - come accadeva alla stessa Moira - può permettersi di vivere in sontuose abitazioni e invece preferisce stare in carovana con gli altri e, magari, preparare zucchero filato per il pubblico».

Perché il circense fa una vita rigorosa e di sacrifici, dove gli allenamenti continui plasmano corpi pressoché perfetti, che riescono a librarsi in aria come uccelli oppure a creare giochi di contorsionismo estremo: «Questo è l’unico ambiente sano del mondo dello spettacolo. Quando visito un atleta del circo, posso trovarmi davanti a problemi per i legamenti o ad altre patologie, ma non di certo per alcol o droga!».

L’impegno della logistica
Il dottor Garavelli è molto amico di Matteo Maimone, geometra, anch’egli castelnovese e appassionato di circo. Maimone si occupa dei contatti e di tutta la logistica relativa agli spostamenti degli operatori dei circhi e succede anche che vada a prenderli personalmente: entrambi, quindi, hanno il privilegio di essere accolti in carovana e si sentono a casa anche a centinaia di chilometri di distanza. «Ricordo quando “zia Moira” (così veniva chiamata la donna-simbolo dell’universo circense) venne visitata da Giansisto: soltanto lui e pochi intimi potevano vederla senza trucco e senza la tipica acconciatura a turbante.

Per ripagarlo delle sue cure gli ha raccontato in via strettamente confidenziale delle sue esperienze lavorative: quella con Totò oppure quella legata all’impegno per il Festival di Monte-Carlo». 

I radioamatori che hanno sostituito lo smartphone con vecchie Telex

La Stampa
salvatore tancovi

Un gruppo di appassionati di telescriventi ha trovato il modo di connetterle tra loro via internet, e gira le fiere sull’innovazione con il motto “la vera comunicazione fa rumore”



È possibile che un oggetto del secolo scorso trovi posto in alcune delle fiere sull’innovazione più grandi d’Europa? Difficile da credere che nella galassia dei moderni inventori, tra padiglioni gremiti di stampanti 3D, droni e visori per la realtà aumentata, vi sia un oggetto proveniente da un’altra epoca: una telescrivente del 1950. È la storia di i-Telex, un gruppo di appassionati della chat in vecchio stile, tramite telescriventi, che non solo collezionano queste antiche macchine ma hanno anche trovato un modo per connetterle a internet.

In giro tra le fiere europee, soprattutto quelle del circuito Maker Faire, per far conoscere al pubblico un’idea che strizza l’occhio al passato, ma funziona grazie alle moderne tecnologie. Sugli stand uno slogan, anch’esso nostalgico: “Real communication makes noise”, la vera comunicazione fa rumore. Questo è anche il credo di Riccardo Romagnoli, 47 anni, che colleziona telescriventi dal ‘95.

Le Telex sembrano delle macchine da scrivere, ma come funzionano esattamente?
Ecco, le telescriventi sono il mezzo di comunicazione esistito dopo il telegrafo e prima del fax, in parte scomparse dalla memoria comune. In inglese si definiscono telex, da teleprinter exchange. Grandi, ingombranti e abbastanza rumorose, quasi sempre relegate nel retro degli uffici postali, forse per questo ricordate solo da chi ci ha lavorato. Servivano a mandare dispacci in tempo reale tramite un sistema di onde radio, uno strumento chiamato demodulatore traduceva questi segnali in linguaggio permettendo di comunicare tramite telescriventi anche a grande distanza. Ricordo ad esempio le Olimpiadi invernali di Cortina d’Ampezzo nel 1956: furono installati circa 50 ricevitori radio per permettere ai giornalisti di comunicare con le sedi centrali delle rispettive redazioni, il più velocemente possibile.

Che modifiche sono state apportate dal vostro gruppo a queste macchine?
Praticamente nessuna. Le telescriventi sono originali, ma la vera novità è che invece di essere connesse tra loro tramite onde radio oggi si appoggiano sulla rete internet. Nel 2001 le Poste hanno spento il segnale per le linee telex, di conseguenza non sarebbe più stato possibile usare le telescriventi. Noi abbiamo ridato vita alla rete sfruttando la connessione internet tramite l’installazione di una componente hardware (acquistabile sul sito i-Telex.net per 50 euro. ndr) che connette le telescriventi a un router, rendendo così possibile la comunicazione anche a migliaia di chilometri. Il progetto è basato sul puro diletto di noi collezionisti, senza questo sistema le telescriventi sarebbero confinate alla cantina.

Quanti collezionisti conta la vostra rete?
Siamo circa 50 in tutto il mondo, e tra noi ci sono anche dei ventenni. Vantiamo la presenza di collezionisti anche da Canada e Australia, ma va detto che la maggior parte sono tedeschi, la Germania infatti è il paese europeo dove nacque la prima rete telex negli anni ‘30 ad opera della Siemens. A metà del secolo scorso queste macchine potevano essere acquistate per circa 400 mila lire, il costo di un buon computer moderno. Oggi su internet non è difficile trovare una telescrivente sui 150 euro.

Quindi se la vera comunicazione fa rumore, che opinione hanno i collezionisti di telescriventi rispetto alle chat moderne?
Dipende dai casi. Io non sono su Facebook, ma utilizzo WhatsApp e Telegram. Invece un amico collezionista tedesco, mio coetaneo, rifiuta anche lo smartphone e possiede solo un vecchio cellulare. In casa avrà circa sei o sette telex, una per ogni stanza, così la moglie per dirgli che è pronto in tavola gli invia un messaggio con la telescrivente. 

Quali sono e cosa fanno le startup acquistate da Apple nel 2016

La Stampa
luca scarcella

La società americana non produce soltanto iPhone, iPad e computer Mac e Apple Watch. Ecco la lista delle aziende che ha rilevato quest’anno: domina l’intelligenza artificiale



Con Tim Cook alla guida, Apple acquisisce ogni anno aziende ritenute strategiche per una crescita futura, rilevandone i brevetti e i fatturati. Nel 2016 quelle comprate sono state nove, e spaziano dalla realtà aumentata e intelligenza artificiale, all’educazione, salute e intrattenimento. In un’intervista alla Cnbc, il Ceo di Cupertino ha spiegato come Apple «generalmente acquisisce un’azienda ogni tre o quattro settimane, ed è raro che passi un mese senza comprarne almeno una».

TURI
Turi è l’unica acquisizione di cui si conosce il costo: 200 milioni di dollari. La start-up fornisce strumenti per gli sviluppatori, in grado così di incorporare l’intelligenza artificiale e la machine learning (apprendimento automatico) nelle loro applicazioni. Un progetto nato come open source, che dopo l’acquisto da parte di Apple probabilmente cambierà natura.

FLYBY MEDIA
La prima startup rilevata nel 2016, secondo il Financial Times, è stata Flyby Media, società newyorkese attiva dal 2010 nello sviluppo di un’applicazione che permette di ricreare in realtà aumentata lo spazio che ci circonda, semplicemente riprendendolo con la fotocamera dello smartphone. Flyby Media aveva collaborato con Google nella realizzazione del Project Tango.

EMOTIENT
Apple ha poi acquistato Emotient, che ha sviluppato un software in grado di riconoscere le emozioni delle persone dal loro volto, grazie all’intelligenza artificiale. La prima applicazione pratica di Emotient fu sui Google Glass (che non hanno mai incontrato il grande pubblico): ora che anche Apple starebbe lavorando ai propri occhiali smart, non si fatica a capire la direzione che prenderà questo progetto.



LEARNSPROUT
LearnSprout è un software di analisi che permette agli insegnanti di tenere traccia delle prestazioni degli studenti. Secondo un report di Bloomberg, LearnSprout, prima dell’acquisizione, era utilizzato da più di 2500 istituti scolastici in 42 distretti degli Stati Uniti, e aveva raccolto 4,7 milioni di dollari in finanziamenti. LearnSprout favorisce l’obiettivo di Apple, ossia la distribuzione e la fruizione di iPad e altri suoi dispositivi nelle scuole.

LEGBACORE
Si dice che Apple abbia chiuso per l’acquisizione di LegbaCore, società di sicurezza informatica, già a fine 2015, ma l’ufficialità è arrivata soltanto a febbraio 2016. La trattativa sarebbe partita subito dopo la soluzione trovata proprio dalla piccola start-up di Washington D.C. al primo virus che riuscì ad attaccare i computer Mac e i sistemi iOS, Thunderstrike 2.

CARPOOL KARAOKE
Non è un caso se la presentazione dell’ultimo iPhone si è aperta con Tim Cook che cantava in un’auto accanto a James Corden. Apple Music ha infatti comprato i diritti della gag virale del programma Late Late Show, dove il conduttore guida un’auto per la città cantando insieme a star del mondo della musica e dello spettacolo. Gli episodi di Carpool Karaoke commissionati sono 16, della durata di 15 minuti ognuno, e saranno visibili soltanto agli abbonati.

GLIIMPSEE
Gliimpse è specializzata nella gestione e condivisione dei dati medici personali dei pazienti americani. L’azienda di Cupertino potenzia così i servizi riguardanti la salute e il benessere, per la progettazione di dispositivi indossabili ad hoc, come l’Apple Watch.

TUPLEJUMP
Tuplejump crea strumenti per gestire in modo semplice e veloce quantità enormi di dati. Apple ha acquistato la compagnia, con sede in India e Stati Uniti, poiché interessata al progetto denominato FiloDB, una piattaforma open source che applica l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale alla computazione dei big data.

INDOOR.IO
La startup finlandese Indoor.io si occupa della mappatura digitale di ambienti chiusi. L’obiettivo di Apple è quello di garantire ai possessori di iPhone e iPad un servizio ottimale per orientarsi nei grandi spazi pubblici chiusi, come aeroporti, stazioni ferroviarie e musei.

@LuS_inc

L’Italia guadagna posizioni nella classifica dei paesi più innovativi del mondo

La Stampa
andrea signorelli

Nella graduatoria stilata da Bloomberg, la Corea del Sud conferma la leadership davanti alla truppa del Nord Europa. L’Italia quest’anno sale di due posti ed è al 24°



Nonostante il nord Europa confermi e anzi migliori le proprie prestazioni complessive, a guidare il Bloomberg Innovation Index – la classifica dei paesi più innovativi del mondo, stilata prendendo in considerazione la concentrazione di imprese hi-tech, gli investimenti in ricerca e sviluppo, il numero di brevetti depositati e altri fattori ancora – è anche quest’anno la Corea del Sud, che conferma il primato già messo a segno nel 2016.

Un risultato inevitabile, considerando che il paese asiatico si trova nelle prime cinque posizioni in quasi ogni singolo fattore: primo posto per ricerca e sviluppo, per valore aggiunto manifatturiero e per numero di brevetti depositati; secondo posto per efficienza del terziario, quarto posto per “densità hi-tech” (ovvero il numero di imprese tecnologiche in relazione agli abitanti) e anche per capacità di attrarre ricercatori. L’unico neo è dato dal 32esimo posto per quanto riguarda la produttività.



Dietro la Corea del Sud, però, troviamo una nutrita pattuglia europea; o meglio, nord europea: Svezia, Germania, Svizzera e Finlandia occupano le restanti posizioni in cima alla classifica, mentre nei primi venti posti troviamo anche Danimarca, Francia, Austria, Belgio, Norvegia, Paesi Bassi, Irlanda e Regno Unito.

Secondo Magnus Herekson, direttore del Research Institute of Industrial Economics di Stoccolma, il segreto del secondo posto della Svezia risiede in una peculiarità del paese scandinavo: “Qui c’è una cultura molto individualista, a differenza della maggior parte dei vicini europei che premiano il collettivo”, ha spiegato a Bloomberg. “Questo significa che le persone hanno una grande ambizione a sviluppare le loro idee, anche per arricchirsi personalmente”. Un ruolo importante, però, lo giocano i finanziamenti governativi, che prestano particolare attenzione alle imprese più piccole e innovative, e gli importanti investimenti in ricerca e sviluppo.

E l’Italia? Si piazza a metà classifica, salendo di due posizioni e arrivando così al 24° posto, dietro a Cina, Polonia e Malesia, ma davanti a Islanda e Russia. Tra i nostri punti forti c’è la densità di imprese hi-tech (fattore che, preso singolarmente, ci vede al 18° posto), il valore aggiunto manifatturiero (20°) e gli investimenti in ricerca e sviluppo (25°). Le cose vanno molto meno bene per quanto riguarda il numero di brevetti depositati (37°) e la capacità di attrarre ricercatori (36°). Una prestazione complessivamente mediocre che ci vede comunque nettamente avanti agli altri paesi del sud Europa.

Chi si distingue negativamente è invece la Russia: l’anno scorso il gigante asiatico si trovava a un invidiabile 12° posto, quest’anno è precipitato al 26°. Le ragioni vanno cercate, prevedibilmente, nelle sanzioni economiche che hanno colpito Mosca, nei minori introiti derivanti dall’esportazione di gas e petrolio (in calo da due anni) e dai conseguenti tagli agli investimenti. Scende di tre posizioni, passando dal quarto al settimo posto, anche un campione dell’innovazione da tempo in difficoltà come il Giappone. Gli Stati Uniti rimangono invece al nono posto; merito soprattutto del primato in numero di imprese hi-tech e nel secondo posto in brevetti depositati.

Chiudono la classifica, che prende in considerazione solo le prime 50 nazioni, i paesi dell’est Europa (Ucraina e Serbia), del Sud America (Brasile e Argentina) e del nord Africa (Tunisia e Marocco).

Scommettitori, bari e dopati: la nuove vite dei radiati dello sport

Corriere della sera

di Marco Bonarrigo e Carlos Passerini
Da Moggi a Schwazer ai ciclisti, ma anche l’insospettabile bridge ha i suoi radiati

Danilo Di Luca

Oggi 41enne, vincitore del Giro d’Italia 2007 e di tante classiche, è stato squalificato per doping nel 2009 (due anni, ridotti a 15 mesi per collaborazione con la giustizia) e poi a vita nel 2013

(Bettini)
(Bettini)
 

Luciano Moggi

Ottant’anni a luglio prossimo, l’ex d.g. della Juventus è stato coinvolto nel 2006 nello scandalo di Calciopoli. Radiato dalla Figc, ha fatto ricorso al Consiglio di Stato. Oggi è opinionista sportivo.

(Afp)
(Afp)

Alex Schwazer

Marciatore, 31 anni. Il 10 agosto scorso il Tas lo ha squalificato per 8 anni perché positivo al testosterone. Continua a professarsi innocente: a fine mese ci sarà il test del Dna sulle urine

(Ap)
(Ap)
 

Carlo Gervasoni

Ex stopper, 35 anni, è stato radiato per il caso calcioscommesse del 2011. Aveva giocato 187 partite in serie B. Oggi vende beni di lusso per una società torinese

(Ansa)
(Ansa)
 

Francesco Flachi

Francesco Flachi oggi ha 41 anni e dopo la squalifica per uso di cocaina a 12 anni ricevuta nel 2010 ha aperto una paninoteca a Firenze. Fa anche l’opinionista radiofonico

(Ap)
(Ap)
 

Michele Ferrari

Michele Ferrari, medico, 63 anni, allenatore tra gli altri di Armstrong, è stato radiato due volte: dalla Federciclismo nel 2002 e dall’Agenzia Americana Antidoping nel 2012


 

Paolo Bachini: «Io non posso allenare, i pedofili sì»

A marzo saranno undici anni. «Un pezzo di vita, eppure non è successo niente. No, non lavoro. Aspetto e basta. Cosa? Che mi perdonino». La prima volta che lo beccarono con la coca, novembre 2004, dopo un Brescia-Lazio, Jonathan Bachini aveva 29 anni. La seconda, un anno dopo, gli costò radiazione per recidiva. Oggi ne ha 41 e fai fatica a riconoscerlo. Ingrassato, pochi capelli, nemmeno l’ombra di quella barbetta rossastra che sfrecciava sulla fascia fra fine Novanta e inizio Duemila, i suoi anni gloriosi. Juve, Nazionale.

Lei chiede la grazia, ma perché dovrebbero concedergliela? «Sono stato un fesso, ho sbagliato e ho pagato, ma ho fatto male solo a me stesso. Ho chiesto la grazia alla Figc, ma mi hanno detto che devo parlare col Coni, che può farlo solo Malagò».

Cosa le fa pensare che succederà?
«Nulla, solo la speranza».

E cosa vorrebbe fare?
«Allenare i ragazzini. Oggi fanno allenare tutti, pure i pedofili. Non chiedo molto, solo poter insegnare calcio ai ragazzi, vorrei aiutarli a non diventare come me. Aiuto un amico con una squadretta Juniores qui a Livorno, ma solo agli allenamenti, non posso andare in panchina».

Chi le è rimasto vicino? «Nel calcio nessuno, mi trattano come un appestato. Sento solo Piovani, team manager del Brescia, un amico vero. E pensare che non ho mai venduto una partita, ho solo buttato nel cesso la mia vita»

(c.pass.).

Politici gratis allo stadio, a Milano c’è chi non perde un match

Corriere della sera

di Rossella Verga

In testa alla classifica i consiglieri di Forza Italia e Lega (ma va forte anche la sinistra). Il gruppo del Movimento 5 Stelle rifiuta sempre

Da sinistra, Basilio Rizzo, Mariastella Gelmini e Alessandro Morelli

Politici milanesi sempre presenti sulle tribune di San Siro. Tra i più assidui i consiglieri comunali di Lega e Forza Italia, ma anche nella maggioranza il calcio fa breccia e tre esponenti della Lista civica di Beppe Sala non perdono un match. È il primo bilancio del partite 2016-2017, dopo le polemiche sul privilegio dei politici di Palazzo Marino di poter utilizzare biglietti gratis per i match di Milan e Inter.

Le nuove regole, introdotte a settembre dall’ufficio di presidenza del consiglio comunale, hanno abolito l’automatismo nella distribuzione degli omaggi, ma non hanno scoraggiato i tifosi dell’assemblea municipale. Solo 6 su 48 non hanno prenotato neanche un biglietto: l’intero gruppo del Movimento 5 Stelle (Patrizia Bedori, Gianluca Corrado e Simone Sollazzo) e 3 consiglieri del Pd (il presidente dell’assemblea Lamberto Bertolè, Milly Moratti e Carlo Monguzzi). A quota zero anche il sindaco Beppe Sala, che è interista sfegatato. Si ferma a 4 Stefano Parisi.
Tredici sempre presenti
Ma sono 13 i consiglieri che hanno fatto l’en plein, ritirando 44 tagliandi su 44 disponibili da settembre. Tra questi l’onorevole Mariastella Gelmini, coordinatrice regionale di Forza Italia, e il capogruppo degli azzurri Gianluca Comazzi, ma anche i leghisti Laura Molteni e Alessandro Morelli, mentre il leader lumbard Matteo Salvini ha approfittato solo 10 volte del privilegio. Nell’opposizione totalizza il massimo anche Basilio Rizzo della sinistra radicale. Tifosi irriducibili tre consiglieri «civici» eletti nella lista del sindaco: 44 biglietti per Franco D’Alfonso, Marco Fumagalli e Enrico Marcora, mentre la capogruppo, Elisabetta Strada, manca la vetta per un soffio (42). Stesso numero, sempre in maggioranza, per Anita Pirovano di Sinistra X Milano, che ha saltato solo Inter-Chievo.
I biglietti a disposizione sono 370
In generale i consiglieri milanesi non rinunciano facilmente al fascino dello stadio. Qualcuno si fa avanti per il derby Milan-Inter, ma i più sono frequentatori abituali delle tribune. In totale sono 370 i biglietti — a costo zero per effetto di una convenzione tra Comune e gestori dello stadio — destinati all’amministrazione per ogni evento. Fino all’estate scorsa la distribuzione dei ticket ai consiglieri era prassi automatica (due a testa per partita), ma una riforma concordata tra centrosinistra e centrodestra ha reso obbligatoria la richiesta. I biglietti non prenotati entro il martedì vengono distribuiti a rotazione alle associazioni dall’assessorato allo Sport.

Ma a quanto pare la cancellazione dell’automatismo non ha disincentivato l’utilizzo degli omaggi. Anche se c’è chi giura che i numeri non diano ragione delle scelte: «Io non vado mai allo stadio — dice Gianluca Comazzi di Forza Italia —. Chiedo tutti i biglietti per poi regalarli a volontari e associazioni, per evitare che finiscano come spesso accade nel cestino».

Persecuzioni antiebraiche Leggi razziali, sequestri e fughe La decimazione delle aziende

Corriere della sera

di Sergio Bocconi

Riemergono gli elenchi delle imprese ebraiche. La persecuzione del regime

 

Un’immagine del 31 luglio del 1944
Un’immagine del 31 luglio del 1944

Classificatori numero 2276-2277: «Aziende di sudditi nemici sequestrate durante la seconda guerra mondiale. Oggetto: Aziende ebraiche». Qui, in due scatole grigie, l’archivio della Camera di commercio di Milano conserva centinaia di schede ed elenchi battuti a macchina o scritti a mano. Che testimoniano la solerte raccolta burocratica di quanto disposto dal regime fascista nel 1938-39. In sintesi si può rintracciare il minuzioso lavoro svolto che porta in pochi mesi alla compilazione dell’elenco cittadino delle 251 imprese «appartenenti a cittadini italiani di razza ebraica».

Completano poi il quadro della «caccia all’uomo» le dichiarazioni «di avere alle proprie dipendenze personale di razza ebraica» richieste alle ditte dall’Unione fascista dei commercianti della provincia di Milano. In due scatole grigie c’è dunque il lavoro che prepara spoliazioni, liquidazioni, cessioni forzate e cessazioni d’attività, licenziamenti di dirigenti, impiegati e operai: cioè la persecuzione «economica» degli ebrei a Milano.

La denuncia
La denuncia

È il Regio decreto legge 9 febbraio 1939 numero 126 a mettere in moto la macchina burocratica dei Consigli provinciali delle corporazioni, come si chiamavano allora le Camere di commercio dopo la soppressione del 1926 e la costituzione di nuovi (analoghi) organismi legati al governo fascista, con la presidenza affidata ai prefetti e la vicepresidenza ai segretari federali del partito. Il decreto, che fa riferimento (ovviamente) al Regio decreto legge 17 novembre 1938 «Provvedimenti per la difesa della razza italiana», dispone che i cittadini «di razza ebraica» denuncino «entro 90 giorni» le aziende delle quali sono «proprietari o gestori a qualunque titolo».

Ai Consigli provinciali delle corporazioni spetta, con accertamenti, rilievi ed eventuali ammende, compilare tre elenchi: a) le aziende interessanti la difesa della Nazione; b) quelle con almeno 100 dipendenti; c) tutte le altre. Il 24 febbraio 1939 il Comitato di presidenza del consiglio provinciale delle corporazioni di Milano comunica che «la Direzione dell’Ufficio ha già organizzato il relativo servizio».

Nel frattempo altre «macchine» si sono già messe in moto. Il 12 dicembre 1938 Armando Liverani, direttore della Confederazione fascista degli industriali di Milano, scrive al prefetto: «In evasione della richiesta telefonica ci affrettiamo a trasmettere un elenco di aziende individuali di proprietà ebraica od aventi tra i propri dirigenti persone di razza ebraica». Elenco che comprende 115 imprese meccaniche, confezioni, editoria fra cui figurano le Ferrovie Nord Milano, la Farmaceutica De Angeli, la Sperling & Kupfer.

E sempre nel dicembre 1938 L’Unione fascista dei commercianti trasmette «copie conformi» di comunicazioni sui dipendenti di origine ebraica di aziende come La Rinascente, Singer, Zambeletti, Casa di cura del Policlinico, Clinica Villa Aegla, Società italiana cuscinetti a sfera, Azienda cartaria italiana, Agenzia generale del libro, Messaggerie Italiane, Upim, Th Mohwinckel, Assicurazioni Generali, Vittoria assicurazioni.

L’elenco
L’elenco

Schede che nella maggior parte dei casi contengono i nomi spesso con annessa comunicazione di licenziamento. Frequenti sono poi annotazioni che concorrono a descrivere il “clima” dell’epoca. Riguardo a un autista si elencano le date di conversione e di battesimo dell’intera famiglia. In un’altra scheda si dichiara che l’impiegato era «mutilato della Grande Guerra» (uno dei casi in cui le leggi razziali possono non essere applicate). Una ditta precisa che «la Sig.ra ci dichiara: figlia di padre ebreo e di madre ariana cattolica, maritata con ariano cattolico, non è battezzata, non professa religioni e non è iscritta alla Comunità israelitica.

Pertanto si lascia a chi di ragione ogni giudizio sulla sua appartenenza alla razza ebraica». Rispetto a un dipendente orchestrale viene sottolineato da un’azienda: ha presentato un documento del Consolato di Germania con il quale certifica di essere figlio di padre ebreo ma di essere stato battezzato, pertanto «non è da considerarsi ebreo». Una ditta rispetto a una propria dipendente aggiunge che è «battezzata con figli cattolici» e un’altra segnala che il nome è riferito a «un capitano di artiglieria con croce di guerra». Il 10 gennaio 1939, infine, il Sindacato fascista ragionieri di Milano scrive al presidente del Consiglio provinciale delle corporazioni:

«Mi pregio trasmettervi l’allegato elenco dei ragionieri iscritti all’albo professionale ed a questo Sindacato che risultano di razza ebraica». Sedici nominativi. Il 30 maggio 1939 il Comitato di presidenza del Consiglio provinciale delle corporazioni di Milano delibera sull’approvazione degli elenchi delle ditte. I termini sono scaduti il 12 maggio e le 224 denunce presentate sono state controllate, completate e rettificate. L’elenco a) comprende una sola azienda, quello b) 3, l’elenco c) le altre.

Con l’iter dei controlli successivi inizia l’«ultimo miglio» della compilazione degli elenchi. Così il 22 giugno il Comitato di presidenza del Consiglio delle corporazioni delibera che «128 cittadini italiani di razza ebraica non hanno presentato la denuncia». In 45 casi gli inviti a presentarsi tornano indietro per irreperibilità dei destinatari. Vengono allegate 17 ditte da aggiungere all’elenco c). Il 23 giugno il Consiglio provinciale trasmette al ministero copie di atti notarili da cui risulta l’accettazione di donazioni di aziende da parte di titolari di «razza ebraica» alle rispettive mogli di «razza ariana» (caso previsto dal decreto legge rispetto a beni altrimenti inalienabili durante il periodo di accertamento).

Il primo ottobre si cominciano a nominare i commissari di vigilanza per la gestione delle aziende comprese negli elenchi e la loro eventuale cessione. Il 12 ottobre, dopo ulteriori accertamenti, le ditte del gruppo c) salgono a 247. Il 20 marzo 1940 il Ministero delle corporazioni invia un telegramma ai prefetti: «Pregasi comunicare consistenza odierna». Le risposte sono immediate.

A Milano le aziende con la «stella gialla» sono dunque in tutto 251, 198 di natura commerciale. Dopo i successivi decreti del 1944-45 che hanno disposto il sequestro di tutte le proprietà ebraiche (senza i limiti precedenti) è difficile ricostruire cosa sia effettivamente successo fra confische, cessazioni di attività, espatri e deportazioni. Un dato è significativo e impressionante: come ha messo in evidenza nel 2001 la Commissione governativa presieduta da Tina Anselmi, nell’Annuario industriale e commerciale di Milano del 1949 figuravano 12 imprenditori di origine ebraica. Nel 1942 erano 180.

Quel legame tra il congiuntivo e la slavina

La Stampa
antonella boralevi



Finalmente si sa la vera storia della turbina spazzaneve che avrebbe potuto liberare in tempio la statale che portava all’albergo della morte a Farindola. Si chiama Fresia F90ST, 530 cavalli di possanza ed era in servizio, quel tragico mercoledì, proprio sulla Statale 81: a 20 chilometri dall’hotel Rigopiano. Il mezzo è dell’Anas. Il Presidente della Provincia Di Marco passa la mattinata a cercare una turbina per Farindola, ma nessuno lo avverte che l’Anas ha la sua in servizio poco distante. La strada resta bloccata. E adesso gli angeli della neve rischiano la vita per tirar fuori dalle rovine dell’hotel i morti. Che cosa c’entra questa storia con i congiuntivi dei politici?

Il Presidente della Accademia della Crusca Sabatini, pochi giorni fa, quando scoppiò il caso dei congiuntivi (alla Fantozzi) di de Maio, dichiarò che i politici «devono essere colti per dare l’esempio». Io direi che i politici hanno la responsabilità di essere colti. Pensare di amministrare una nazione e 60 milioni di vite ,senza sapere l’italiano, senza studiare,senza parlare correttamente è un indizio evidente di arroganza. Nasconde un chissenefrega grande come una slavina. Come possiamo pensare che chi non si preoccupa di studiare l’italiano, si preoccupi di informarsi sui fatti e sulle modalità per rispondere alle esigenze della buona gestione del Paese?

Napoli, festa per Totò: il "suo" rione Sanità vota su come rendergli omaggio

repubblica.it
di STELLA CERVASIO

A cinquant'anni dalla morte si decide su arredi e statue

Napoli, festa per Totò: il "suo" rione Sanità vota su come rendergli omaggio

Gli archetti dei violini vanno su e giù lenti per il “Deborah’s Theme” di Morricone e per un attimo la magia della musica fa nascere Max e Noodles di “C’era una volta in America” invece che a Boro Park, proprio nel rione Sanità. Attimi senza tempo nella chiesa di San Vincenzo, dove è stato presentato “Una porta di luce”, il progetto per i cinquant’anni dalla morte di Totò, e ha suonato brani evocativi la Nuova Orchestra Scarlatti junior diretta da Gaetano Russo.

Una statua sui generis, un più classico busto ma collocato in maniera innovativa, e arredi urbani per pensare anche al resto del quartiere. Ci lavora da tempo la Fondazione di comunità San Gennaro con il Dipartimento di Architettura della Federico II (Nicola Flora) e con la municipalità e il suo presidente, Ivo Poggiani. L’idea nacque nel ‘99, e ora è un po’ cambiata, ma si farà, rispettando il progetto originario di Giuseppe Desiato, l’artista che realizzò il primo prototipo dopo aver partecipato al concorso “Un segno urbano per Antonio de Curtis in arte Totò”.

 "Vota Antonio" al rione Sanità   foto   referendum per rendere omaggio a Totò

Non un monumento, ma una sagoma che lascerà vuota la figura dell’attore, consentendo ai passanti di entrarvi e uscirne, attraversandolo. «Sarà installata all’inizio di via Vergini - spiega il tecnico Francesco Romano - e sarà un portale alto 7 metri per 4, che sarà riempito di luci e diventerà l’ingresso al quartiere». A installarla sarà la Citelum, società francese che gestisce l’illuminazione urbana e dei monumenti per il Comune di Napoli.

Gli incontri in Comune e in soprintendenza sono già in corso per fare in tempo per il 15 aprile, giorno dell’anniversario. L’altra iniziativa è il busto di Totò donato da Roberto Leon ai napoletani. Sarà installata ad altezza d’uomo, per consentire ai passanti di lasciare biglietti e anche scritte. Mentre la sagoma riprodurrà una delle interpretazioni mimiche di Totò, il busto lo raffigurerà in “borghese”, lontano dal palcoscenico, come affacciato a una finestra proprio all’angolo del palazzo di via Santa Maria Antesaecula dove Totò nacque.

Nel cortile del convento del Monacone sono esposti prototipi e progetti dell’arredo urbano per le due piazze che saranno adottate dai commercianti della Sanità, realizzati e donati dall’azienda ReLegno su progetto degli studenti del Master Dbe del DiArc della Federico II. «È la risposta nostra e del quartiere a quanto sta accadendo», dice l’assessore all’Urbanistica Carmine Piscopo.

Tre urne ricevono i pareri dei cittadini su tre elementi importanti delle piazze da adottare: piazzetta San Severo a Capodimonte e Largo Vita. I napoletani vengono consultati per sapere se davanti alla statua di Totò vogliono una panchina, se preferiscono che il verde da piantare (donato da Euforbia srl) sia costituito da magnolie, lecci o platani e anche se vogliono che la scultura di Totò sia in cemento, legno o plastica.

«Quest’anno - ha detto Pasquale Calemme, presidente della fondazione San Gennaro, che è formata da commercianti, cooperative e associazioni civiche - lavoreremo sull’arredo urbano: vogliamo prenderci cura dei luoghi dove viviamo e riscoprire siti fortemente identitari come la Sanità lo è stata per Totò».


Da Alassio, l'odissea del busto di Totò

repubblica.it

Da Alassio, l'odissea del busto di Totò

 L'inaugurazione del busto di Totò ad Alassio

 “Siamo tutti grandi ammiratori del genio di Totò, ma non lo vogliamo qui”. È iniziata così l’odissea di un busto del “Principe della risata”, che tra il 2011 e il 2012 ha vagato tra Alassio a Cuneo, poi di nuovo ad Alassio. Tutto comincia nel 2009, quando l’amministrazione della città ligure, allora guidata da Marco Melgrati, decide di intitolare i giardini pubblici di piazza Stalla ad Antonio de Curtis. Con tanto di installazione di una scultura dell’artista Flavio Furlani e una cerimonia inaugurale a cui partecipa la stessa Liliana, figlia di Totò.

Una festa, insomma, salutata anche da un biglietto dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Dopo Charlie Chaplin - aveva detto Melgrati - Totò è stato il personaggio che più è apprezzato dalla popolazione di Alassio, tra cui molti partenopei che hanno contribuito a rendere la nostra città dinamica e viva”.  Applausi e ghirlande.

Passa un anno: cambio di giunta, cambio di scelte. Il nuovo sindaco leghista Roberto Avogadro, decide di rimuovere il busto e dedicare l’area a Luigi Morteo, benefattore della città. La mossa viene da lui attribuita allo “scarso valore artistico della scultura”. Nulla a che fare, quindi, insiste il primo cittadino, con l’arte di Totò “che tutti amiamo”. Molti concittadini e giornali non la vedono, però allo stesso modo e scrivono di un “inevitabile rigurgito leghista” dell’amministrazione comunale.

La polemica divampa per tutto il Paese. La statua viene così chiusa in un magazzino comunale. Si vocifera addirittura di metterla in vendita su Ebay. Molte città, tra cui Portici, si fanno avanti per averla: “Sarebbe un onore per noi - avanza Firenze - ospitare una scultura dedicata al Principe della risata”. Le acque si calmano quando il busto conteso viene provvisoriamente affidato a Cuneo. In pratica nella città in cui, parafrasando la sua celebre battuta in “Totò a Colori”, “Ho fatto tre anni di militare”. Poi, l’epilogo, un finale agrodolce: Totò torna trionfante ad Alassio. Il suo busto ora svetta sul lungomare, a piazza Toti. Con nuova cerimonia, inaugurazione e applausi.