giovedì 26 gennaio 2017

Il primo mitra del mondo era italiano

La Stampa
andrea cionci

Ha esordito nella Grande guerra. Si chiamava “Villar Perosa ed è stato progettato dal capitano Abiel Bethel Revelli di Beaumont nel 1914



Le armi: strumenti per uccidere il prossimo, o per difendere la propria vita? Dipende, ovviamente, dall’uso che se ne fa e dalle motivazioni di chi le imbraccia. In ogni caso, si tratta gioielli tecnologici, frutto dell’ingegno umano, che meritano di essere conosciuti per comprendere appieno l’aspetto più pratico e materiale della storia. Tra le armi leggere, i mitra - che fecero la loro comparsa durante la Grande guerra - si devono, al di fuori di ogni dubbio, all’inventiva e alla genialità italiane.


Arditi della prima guerra mondiale

La prima pistola mitragliatrice al mondo fu, infatti, l’italiana Fiat mod. 1915 “Villar Perosa” progettata nel 1914 dal capitano Abiel Bethel Revelli di Beaumont che, insieme a Tullio Marengoni, fu il più talentuoso disegnatore di armi italiano del ‘900. Revelli era un ufficiale di Artiglieria proveniente da una famiglia di antica nobiltà piemontese; si dedicò per tutta la vita alle armi leggere e, all’inizio del primo conflitto mondiale, era considerato un progettista affermato per già aver disegnato la pistola Glisenti Mod. 1906.


Pistola mitragliatrice Fiat Mod. 1915 Villar Perosa

La Villar Perosa aveva caratteristiche del tutto rivoluzionarie: univa infatti alla micidiale cadenza di fuoco delle mitragliatrici il munizionamento per pistola e la possibilità di essere trasportata a tracolla, da un fante appiedato, come fosse un’arma leggera. Poteva anche essere montata su una bici, una moto, un automezzo e perfino su di un aereo. Per tali caratteristiche, quest’arma, pur essendo ancora lontana, con le sue due canne, dall’aspetto di un mitra moderno (configuratosi invece, con la MP 18 tedesca, di due anni successiva), rientra a pieno titolo nella categoria delle pistole mitragliatrici.


L’MP 18 tedesca, primo mitra dalla classica configurazione

Già qualche tempo prima dello scoppio del conflitto, il Comando Supremo Militare Italiano aveva entusiasticamente giudicato questa nuova arma proposta dall’ OVP (Officine Villar Perosa). L’azienda era tra i molti fornitori delle Forze armate, e produceva per esse biciclette (essenzialmente per i Bersaglieri), serbatoi per autocarri, bossoli per artiglieria e svariati pezzi meccanici.


Bicicletta militare con Fiat Mod. 1915 montata

Nel 1915, il Sottosegretariato delle Armi e Munizioni ordinò una fornitura di 5.000 pistole mitragliatrici. Inizialmente l’obiettivo era quello di dotare ogni compagnia di Alpini, Bersaglieri e Finanzieri di almeno quattro pistole mitragliatrici, con 60.000 cartucce cal. 9 mm Glisenti.


Alpini con Fiat Mod. 1915 scudata

Tuttavia, con la consegna del primo lotto, tali ritmi produttivi apparvero impraticabili. Ai problemi di natura industriale si sommavano le anemiche risorse finanziarie dello Stato Italiano. L’ordinativo per le Villar Perosa fu, quindi, ridotto drasticamente di circa tre quarti. Le prime 350 armi furono consegnate alla fine del 1915 alla Regia Aeronautica e ricevettero il battesimo del fuoco montate su caccia, bombardieri e dirigibili.

Ma la Villar Perosa, proprio per il suo eclettismo, lasciò disorientate le truppe di terra, che ancora stentavano a capire come impiegarla al meglio: veniva troppo spesso interpretata come arma difensiva anziché offensiva. Alcuni storici militari sostengono che un corretto impiego tattico della nuova pistola mitragliatrice avrebbe forse potuto ribaltare le sorti del Regio Esercito a Caporetto.
Solo gli Arditi che, nel luglio del ‘17 formarono il 1° Reparto d’Assalto, seppero sfruttare al meglio, grazie all’intuito del colonnello Giuseppe Bassi, le sue potenzialità offensive adattandola con un bipiede e una speciale imbracatura che ne consentiva l’uso durante la corsa d’avanzata.


Villar Perosa con bipiede

Le migliorie non finirono qui: nel ‘17, fu dotata di un rallentatore pneumatico che consentiva tre possibili ratei di fuoco: 1500 colpi/min, 500 colpi/min e 300 colpi/min. L’arma aveva, infatti, il difetto di consumare troppe munizioni tanto che, per il caratteristico rumore della velocissima raffica, i soldati le avevano affibbiato l’irriverente nomignolo di “Pernacchia”.

L’ergonomia fu un altro tallone d’Achille di quest’arma, ma un buon tentativo per migliorarla fu il calcio in legno elaborato, prima dagli austroungarici, su armi italiane di preda bellica e poi, nella prima metà del 1918, dalla Scuola Mitraglieri di Brescia. Questa nuova versione, più simile al mitra comunemente inteso, fu data in dotazione ai Bersaglieri.

Caporetto era stata una dolorosa lezione: l’Italia decise, subito dopo la disfatta, di dare un impulso decisivo alla produzione della Villar Perosa, coinvolgendo anche direttamente la Fiat e la Canadian General Electric Company Ltd. di Toronto. Alla fine del conflitto mondiale furono 14.564 le pistole mitragliatrici prodotte e circa 836 milioni di cartucce, quasi triplicando gli ordinativi iniziali.


MAB Moschetto automatico Beretta

Ormai la strada per la nascita di un moderno mitra italiano era spianata. La successiva idea del colonnello Amerigo Cei-Rigotti di utilizzare una sola canna della Villar Perosa e montarla su un affusto da fucile risultò un’altra tappa fondamentale. Fu così che, negli anni a venire, la Beretta, grazie all’ingegnere Tullio Marengoni, sviluppò i vari modelli del moschetto automatico MAB, mitra divenuto poi leggendario nella storia delle nostre Forze Armate.

L’Italia è terzultima in Europa per corruzione percepita

La Stampa
davide lessi

I dati di Transparency International Italia: nel 2016 peggio di noi solo Grecia e Bulgaria



Peggio di noi fanno solo Grecia e Bulgaria. Per quanto riguarda l’Indice di Corruzione percepita nel settore pubblico e politico del 2016 l’Italia si classifica terzultima tra gli Stati europei. A rivelarlo sono i dati di Transparency International che saranno commentati questa mattina, mercoledì 25 gennaio alle 12.15, con il presidente Raffaele Cantone nella sede dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.


(La classifica della corruzione percepita degli Stati europei, realizzata da Transparency International)

Piccoli miglioramenti
L’Italia, rivela l’associazione contro la corruzione, segna un miglioramento del suo CPI per il terzo anno consecutivo, raggiungendo quota 47 su 100. La scala va da 0 (molto corrotto) a 100 (per nulla corrotto). Il 69% dei 176 Paesi analizzati nell’Indice di Percezione della Corruzione nel settore pubblico e politico del 2016, ha ottenuto un punteggio inferiore a 50



Dal 2012, quando fu varata la legge anticorruzione, ad oggi l’Italia ha riconquistato 12 posizioni nel ranking mondiale, portandosi dal 72esimo al 60esimo posto. Ancora una volta Danimarca e Nuova Zelanda (90) guidano la classifica dei Paesi virtuosi, seguiti a ruota da Finlandia (89) e Svezia (88). Non sorprende che questi Stati sono quelli che possiedono le legislazioni più avanzate in fatto di accesso all’informazione, diritti civili, apertura e trasparenza dell’amministrazione pubblica. All’opposto, Somalia (10), Sud Sudan (11), Corea del Nord (12) e Siria (13) chiudono tristemente la classifica



La legge incagliata in Senato
«Piccoli passi avanti ma come detto assolutamente insufficienti per potersi dire soddisfatti», commentano da Transparency International. Mentre rimane ancora incagliata in Commissione affari costituzionali la legge sulla protezione dei whistleblower, coloro i quali segnalano malfunzionamenti, corruzione o illeciti sul posto di lavoro.

Donne contro Donald ma mai contro il burqa

Laura Zambelli Del Rocino - Mar, 24/01/2017 - 17:53

Denunciano la sua (presunta) misoginia ma restano zitte sui Paesi dove vige la lapidazione



È la Botteri tra le prime a gongolare al tiggì per la nuova geniale trovata del genere «inquantodonna», stavolta di portata mondiale: scendono in piazza in ben 600 città (così dicono ma i numeri in questi casi sono tutt'altro che matematici) per far sentire la loro voce contro la misoginia, il razzismo e l'omofobia di Trump.

Non solo. Data la naturale propensione femminile all'altruismo, all'istinto da crocerossina e a tutte quelle nobili qualità appioppatele da chissà quale studio pseudoscientifico, ecco che l'oggetto della contestazione si allarga includendo tutto in un circo multiculti, multigender e multiuso: a Washington e in altre città con le donne hanno sfilato famiglie, migranti, neri, ispanici, ambientalisti, anti-razzisti, omosessuali, transgender, sindacati, associazioni che si battono per la riforma giudiziaria, contro la povertà, per l'istruzione pubblica, per la libertà di stampa e molto altro. Mancava solo l'associazione del Punto croce contro le multinazionali che producono aghi da cucito pericolosi per l'integrità del pollice, ma chissà, forse c'era anche quella.

Ora potremmo sparare sulla croce rossa ricordando alle modelle femministe da sfilata umanitaria che le prime vittime femminili, ma anche maschili, infantili, gay, per cui protestare globalmente risiedono in Paesi che è ancora troppo corretto definire Terzo Mondo, posti in cui la lapidazione per adulterio, l'impiccagione per omosessualità, la tortura, i divieti di libertà, ne fanno Paesi del Quinto o Sesto mondo anche se hanno un Pil pro capite come il Qatar, primo davanti a Lussemburgo e Norvegia.

Ma concentriamoci su Trump, l'ingrediente velenoso del cocktail, perché se vinceva Hillary il mondo sarebbe stato un posto migliore, dicono le donne, e chi se ne importa della politica internazionale assassina attuata. Trump è razzista, però Melania è slovena e se l'è pure sposata, o forse non è abbastanza nera o abbastanza cozza per essere degna della considerazione delle donne, sempre così solidali tra loro? Quanto all'omofobia, erano tutte e tutti lì a marciare liberamente e senza bavagli per i diritti già ottenuti dei gay, anche se ogni tanto vengono appesi per i piedi alla pubblica gogna già nel giorno dell'insediamento di Trump, così come avviene nelle piazze di Bagdad.

Resta la misoginia, e qui qualche dubbio francamente lo nutriamo: Melania indossava lunghi guanti azzurri, si inizia sempre dai guanti per arrivare al burqa, mentre Michelle esibiva mani e bracciotte da libera e ruspante zappatrice d'orti. Inoltre Melania si è mostrata rigida e impacciata nel ballo, ulteriore segno di costrizione della donna tra le mura domestiche, campanello d'allarme e primo passo verso il femminicidio. Quanto alle denunce per molestie sessuali occorse decenni fa, moltiplicatesi per magia in campagna elettorale e mai sfociate in condanne, ecco il cavallo di Troia vuoto tirato per la criniera dalle paladine della giustizia globalizzata, donne che pretendono di passare inosservate quand'anche esibissero la giarrettiera in ufficio o di dimostrare di avere un cervello inversamente proporzionale alla mise da nonna Papera.

Dai villoni hollywoodiani sono scese in piazza Scarlett Johansson, Charlize Theron, Madonna (censurata dai media per volgarità, novità neppure più quella), il regista Michael Moore e compagnia cantante e recitante. Hillary Clinton, la benefattrice di quell'umanità sopravvissuta ai suoi attacchi militari, ringrazia via twitter la @womensmarch dei pussy hat, il cappuccio rosa ispirato all'utero femminile. Che gran bello spettacolo. Magari fatto confezionare in un Terzomondistan di turno, esente da sindacati e sfruttatore di bambini, che però è così bello aiutare.

Il Sole 24 Ore è lapidario: «Non ci sarebbero state le 500mila persone in piazza se Trump non avesse pronunciato quel discorso di insediamento aggressivo e divisivo», come se la folla mondiale si fosse organizzata nei 5 minuti successivi; il Fatto Quotidiano scrive che «siamo all'inizio di 4 anni tra i più duri e combattivi della storia americana». Sempre il Sole: «Abbiamo visto il Presidente chiuso alla Casa Bianca a meditare la linea d'azione politica», manca che sappiano quanti rotoli di morbidezza usi ad ogni seduta «di gabinetto».

“Una coppia non può riconoscere il figlio se non c’è legame biologico”

La Stampa
emanuele bonini

La sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo su un caso di maternità surrogata



Togliere l’affidamento del bambino nato tramite maternità surrogata alla coppia che lo alleva è possibile se non esistono legami biologici e se la durata del rapporto familiare è breve. Si tratta infatti di aspetti che «non creano le condizioni perché ci sia una vita familiare». Lo ha stabilito la Corte europea per i diritti dell’uomo, in una sentenza che crea un precedente importante in materia di utero di affitto. Al centro del caso c’è una coppia italiana, che si era appellata all’organismo di Strasburgo con la speranza di ribaltare una decisione adottata dall’Italia sei anni fa e che invece è stata confermata. Secondo la Corte lo Stato italiano non ha violato alcun diritto fondamentale.

Donatina Paradiso e Giovanni Campanelli, coppia molisana che non riusciva ad avere figli, nel 2006 ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione a poter adottare. Bimbi adottivi, però, non sono mai arrivati e la coppia – stanca di aspettare - ha deciso di recarsi in Russia per avere un bambino tramite maternità surrogata. L’uomo ha donato il seme a una donna russa, che il 27 febbraio 2011 ha partorito per conto dei due italiani. Per le autorità russe tutto era in regola. Non per l’Italia, che ha chiesto verifiche una volta che la coppia è tornata in patria.

Sul certificato di nascita emesso in Russia sono stati indicati in Donatina Paradiso e Giovanni Campanelli i genitori del bambino. Il Consolato italiano a Mosca ha invece informato le autorità in Italia della natura non esatta delle informazioni relative al piccolo contenute sul documento. Il 16 maggio 2011 il bambino nato in Russia è stato posto sotto tutela, e a luglio chiesto l’esame del dna. Questo ha confermato l’inesistenza del legame biologico tra il piccolo e i genitori, che si sono visti togliere l’affidamento del bambino, dichiarato disponibile all’adozione. In parallelo, è stato aperta un’inchiesta a carico della coppia per dichiarazioni di false informazioni e violazione delle regole sul trasferimento di minori.

Pur riconoscendo gli aspetti controversi della vicenda, la Corte europea dei diritti dell’uomo è giunta alla conclusione che «nonostante l’esistenza di un progetto parentale e la la qualità dei legami affettivi, vista l’assenza di qualsiasi legame biologico tra il bambino e la coppia, la breve durata del loro rapporto con il bambino e l’incertezza dei legami tra di loro dal punto di vista legale, una vita familiare non esisteva tra le ricorrenti e il bambino», in quanto «non vi erano le condizioni» perché si potesse parlare di vita famigliare. Il bambino è stato tolto alla custodia dei genitori dopo pochi mesi dalla nascita.

In ragione di questi motivi, la Corte di Strasburgo riconosce le ragioni dell’Italia secondo cui la separazione del bambino dalla coppia non costituisce un danno per il piccolo, che «non soffrirà» per l’affidamento ad altri genitori. Oltre a dare ragione all’Italia, la sentenza scrive una nuova pagina giuridica per la gestione di casi di analoghi che dovessero verificarsi da qui in poi, e anche in tutti gli altri Paesi che non hanno una legislazione nazionale chiara in materia. 

Virginia Raggi

La Stampa
jena@lastampa.it

Dalla procura invito a comparire, dai romani invito a scomparire.

L’Azzeccacongedi

La Stampa
mattia feltri

«Professore, che è venuto a fare a scuola?», scriveva un paio di settimane fa la preside di un istituto di Padova. Il professore era assente da inizio dell’anno scolastico per assistere un parente malato, a norma di legge, e il 23 dicembre aveva ripreso la cattedra, a norma di legge, provocando il licenziamento della supplente «giovane ed entusiasta». Dal 9 gennaio, fine delle vacanze natalizie, il professore è tornato in congedo: è costretto ad assistere ancora il parente malato, a norma di legge.

Alla scuola tocca prendere un nuovo supplente che, a norma di legge, non potrà essere la «giovane ed entusiasta». Ora il professore si è rifatto vivo per sistemare la questione, e con un colpo di genio da principe del foro. Chiede a norma di legge una cattedra in Campania che gli spetterebbe perché, oltre ad avere un parente malato da assistere, lui fa il commercialista a Telese (Benevento). Tutto a norma di legge: qualsiasi professore può fare un secondo lavoro se non compromette i doveri di insegnante. Però, se faccio il commercialista a Telese, dice il professore, non posso assolvere ai doveri di insegnante a Padova, come invece si impone a norma di legge.

Chissà, forse sarebbe ancora più a norma di legge fare il commercialista a Padova, sempre che il prof non si senta un deportato; ma chi siamo noi per avventurarci nella legislazione di questo Paese, così esorbitante, di modo che ognuno abbia l’appiglio per dichiararsi onesto, e vittima? E lo sa bene il professore, che quando non è in congedo insegna Diritto. 

Razzisti contro Trump

Nino Spirlì



Già! Razzisti, ipocriti e menzogneri. Stampa fasulla e piazze pagate da chi ha preparato, con molto tempo a disposizione, un qualche migliaio di ridicoli cappellini rosa sciocco come le zucche in essi contenute. Crape vuote come un cesso abbandonato in discarica, che possono contare, però, nei tromboncini di certi giornalucci, cartacei e virtuali, che se la cantano e se la suonano fra di loro. Tutti contro il neoPresidente. Sono curioso di vedere quanti saranno a mantenere fede ai giuramenti di queste ore e a non correre a leccare il culo a Trump nei prossimi mesi.

Bergoglio compreso, ridicolo nelle sue esternazioni politiche delle ultime ore. Menzione d’onore, poi, per la nostra televisione di Stato, che utilizza per il suo tg ufficiale immagini di una manifestazione sportiva di un ventennio fa per “condire” un servizietto sulle donne che manifestano contro il 45° Presidente degli USA. Menzogna su menzogna. A imperitura vergogna del giornalista che l’ha confezionato e del direttore che l’ha autorizzato!!!

(Che mi tocca fare! Io, che non amo l’America, sono costretto a difenderne il Presidente. …  Fortunatamente, una delle cose migliori che le siano capitate negli ultimi mesi!)

E le “contestatrici”, dico loro, chi sono???

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Mi rifiuto di credere che rappresentino anche solo lo 0,0000000001% del popolo femminile americano.

Si vede lontano un miglio che si tratti di quattro poveracce, stile punkabbestia, che avrebbero sfilato anche contro l’altezza della Statua della Libertà, contro la dentiera del Papa o la mutanda lenta di madonna… Disadattate prezzolate e galvanizzate, magari, da qualche regalino di polverine magiche.
Trump fa bene a fottersene. Come e quanto ce ne fottiamo noi, che lo aspettavamo!

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L’America e il Mondo avevano bisogno di un controbilanciamento americano alla perfezione politica di Putin. Una sorta di nuovo asse Reagan Gorbaciov (quella bella accoppiata dei tempi d’oro del riavvicinamento e della pace), ma in tempo di guerra vera. Con la massomafia che la fa da grande, dopo la sciagura dell’ottennio del presidente di colore con signora finta ortolana al seguito.

Smargiassa e gradassa sui mercati, la massoneria si è ingigantita con la nascita e il battesimo del terrorismo islamico, con le guerre sui territori del medio oriente e del nordafrica, con la destabilizzazione sociomorale dell’europa. Tutte partorite dalle menti malate di un establishment creato ad hoc nelle stanze del potere colorato di nero e biondo. Però… Però! Obama e Clinton hanno perso. E, con loro, tutti quei potentati che ci hanno portati alla fame, all’umiliazione, alla schiavitù.
Talmente schiavi, che oggi ci impongono di andare a marciare e urlare contro Donald.

Fortunatamente, a parte qualche demente e disadattato, qualche starletta invecchiata nel mito del pisello, qualche attore inguaiato con la salute e dedito, ormai, più alla pillola blu che all’amato alcool, qualche giornalista che venderebbe sua madre tumulata pur di apparire, tutti noi siamo lucidi e non ci caschiamo, nella rete delle provocazioni.

Restiamo rispettosi in attesa. Osserviamo. Per giudicare.

Cosa che consigliamo anche al frettoloso papampero, panzer senza pilota e che sta allontanando migliaia di veri Cristiani dalla sua chiesa razzista vera, ma non dalla Chiesa. #nonciriuscirà

Fra me e me.

La scelta del Real Madrid, via la croce dallo stemma per vendere ai paesi arabi

Gabriele Bertocchi - Mer, 25/01/2017 - 09:15

Il Real Madrid ha deciso di rimuovere la croce della corona borbonica dallo stemma delle magliette vendute nei paesi arabi



Adeguarsi al mercato globale, per una realtà come il Real Madrid, che ha fondao il suo blasone con trofei europei e internazionali, è fondamentale. Ma a quale prezzo? Come già successe nel 2014, i Galacticos hanno deciso di dare una sforbiaciata alla loro storia, al loro stemma e alla cristianità. Ebbene sì, per vendere più merchandise nei Paesi del Golfo la croce presente sullo storico simbolo della squadra di Madrid è stato rimosso.

Il taglio della croce per compiacere gli arabi

Nel 2012 per una partenership con un resort negli Emirati la corona borbonica dello scudo del Real Madrid perse la croce; nel 2014, ancora una volta, per lo sponsor di Abu Dhabi. E ora quel simbolo in cui milioni di persone si riconoscono verrà rimosso del tutto. Sia chiaro, non da tutte. Infatti quelle indossate dai calciatori avranno sempre la croce. I prodotti ufficiali venduti in Emirati, in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman la perderanno.

Una scelta discutibile, come la giustificazione che danno: "Si tratta di non turbare la sensibilità". E i tifosi cosa dovrebbero dire? Nulla di che. Infatti oramai sono abituati, nel 2014 si scatenarono gruppi di ultrà traditi e fedeli offesi. Questa volta non andrà così. Il primo posto perso nella Money League, la classifica firmata Deloitte che stabilisce quale è il club più ricco, fa male. C'è bisogno quindi di un investimento.

Soldi che sicuramente rimpingueranno le casse delle blancos, ma che di certo a qualcuno faranno storcere il naso. Quello stemma, quella corona con la croce sono un’onorificenza concessa dal re Alfonso XIII nel 1920, perse con l’arrivo della Repubblica e reintegrata da Franco. Nel 2001 per non rimanere incolalati con il volere del dittatore, il club decise di modificare le forme e i colori, ma rimase tutto molto simili. Ora però si avranno due stemmi uno per noi, e uno per i Paesi del Golfo. Il marketing ne gioverà, ma il dna non sarà mai lo stesso.

Un israeliano che ha combattuto l’Isis rischia la pena di morte in un Paese arabo

La Stampa
giordano stabile

Originario del Canada, è stato scoperto e accusato di omicidio: chiesti 120 dollari per liberarlo



Un israeliano di 21 anni che ha combattuto contro l’Isis, probabilmente in Iraq, è agli arresti in un Paese arabo dal 2015, con l’accusa di omicidio. Adam Hassin, originario del Canada ma residente a Tel Aviv, è andato a trovare i nonni circa due anni fa, ma poi si è unito alle forze impegnate contro lo Stato islamico. Durante una pausa nei combattimenti un autista che lo stava accompagnando ha scoperto la sua vera nazionalità e che era ebreo. A questo punto ha cercato di ucciderlo ma Hassin ha sparato per primo. E’ stato arrestato e accusato di omicidio volontario. Ora rischia la pena di morte.

Il suo caso è stato tenuto segreto da Israele per favorire le trattative. Ma oggi il viceministro per la Cooperazione regionale, Ayoub Kara, del Likud, ha deciso di rivelare la vicenda al quotidiano “Haaretz”. “Dopo un anno e mezzo di prigione stavano per eseguire la condanna a morte – ha spiegato -. Il padre mi ha contattato e siamo riusciti a fermarli. Ma a condizione che venga pagato un riscatto di 120 mila dollari. Così ho chiesto di poter rendere pubblici i fatti e agevolare la famiglia nella raccolta del denaro”.

La famiglia sta già raccogliendo la somma in cooperazione con il ministero degli Esteri e spera di poter raggiungere un accordo con le autorità del Paese arabo, che non ha rapporti diplomatici con Israele. Il viceministro Kara ha specificato in una dichiarazione che Hassin è entrato legalmente nel Paese e dopo si è unito alle forze impegnate contro l’Isis.

Dagli elementi a disposizione si può dedurre che il Paese in questione è l’Iraq e che le forze dove militava il ragazzo potrebbero essere quelle curde, ma i dettagli non sono stati resi noti per non intralciare le trattative. “Ho deciso di rendere pubblici i fatti – ha spiegato il viceministro – per poter lottare su tutti i fronti fino alla liberazione di Adam Hassin”.

La vergogna di «Charlie» e il dovere della pietà

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo



Caro Aldo, se i vignettisti di Charlie Hebdo avessero un figlio sotto la valanga, non penso si divertirebbero. Chi è veramente libero non insulta, facendosi beffe del dolore altrui. La morte si rispetta, sempre. Non deve diventare spunto di satira oltraggiosa in nome di una libertà che viene difesa ad ogni costo, e che è solo materiale rivoltante. Mi auguro che quel giornalaccio chiuda. Almorina Festa, Padova

Tutto il mio disgusto per la squallida vignetta di Charlie Hebdo che per la seconda volta sghignazza sulle disgrazie dell’Italia. È inaccettabile! La satira non può essere cinica e distruttiva, oltretutto non facendo neppure ridere. Dobbiamo augurarci che qualche abruzzese vada a sparare ai vignettisti come hanno fatto gli islamici? Cristiano Urbani, Torino

Cara Almorina, caro Cristiano, la satira non soltanto può; deve essere cinica e distruttiva. Ma con i forti, i potenti. Non con le vittime innocenti, i morti indifesi. Con loro anche la satira ha il dovere della pietà. Infierire non significa essere scomodi, ma indegni. Ricordo vignette piene di commozione, tracciate da Forattini in morte dei politici che aveva giustamente irriso in vita. Il nostro Giannelli, amatissimo dai lettori, non farebbe mai una cosa del genere. È vero che Charlie Hebdo ha radici e pubblico diversi. Ma quelle vignette hanno ferito moltissimi italiani.

Ho ricevuto diverse lettere al riguardo. Vito Codacci Pisanelli mi ha scritto che chi si sente offeso non dovrebbe comprare prodotti francesi. Anche ragazzi giovani, a volte un po’ disattenti alla vita pubblica, hanno espresso la loro indignazione. Che è sempre un sentimento sano: la conferma che noi italiani siamo più legati all’Italia di quel che pensiamo di essere. Ci piace parlarne male, ma se gli stranieri le mancano di rispetto, reagiamo.

Posso esprimere però un dubbio? Quando ci fu l’orrendo attacco dei terroristi islamici contro i disegnatori di Charlie, un po’ tutti abbiamo difeso la loro libertà; e in molti ci siamo rimasti male, quando il Papa è parso comprendere le ragioni di chi «tira un pugno a chi gli ha offeso la mamma», in questo caso Maometto e l’Islam. Verità incontrovertibili qui non esistono, se non una: caro Cristiano, a nessun abruzzese verrebbe in mente di fare quello che lei provocatoriamente scrive, e che gli integralisti armati hanno fatto.

Riversimple, l'unico costruttore di auto che spera di non venderne nemmeno una

La Stampa
mattia eccheli (nexta)

Nel Regno Unito è nata un’azienda che vuole vendere mobilità: la due posti a idrogeno è destinata a essere noleggiata

“Siamo l'unico costruttore che spera non vendere alcuna auto”. Parola di Hugo Spowers, 56enne britannico con trascorsi in Formula 1. Il manager che ha fondato il marchio Riversimple ha una prospettiva differente: vuole vendere mobilità. Mobilità ecologica. Che, tra l'altro, intende anche farsi pagare a caro prezzo: qualcosa come 500 euro al mese di noleggio, oltre a una ventina di centesimi per ogni miglio percorso.



E la macchina, che si chiama Rasa, non è una lussuosa limousine, ma una leggera due posti da 3,7 metri di lunghezza, dalle linee un po' vintage ispirate da Chris Reitz, uno degli uomini che ha lavorato alla rinascita della Fiat 500. La vettura è realizzata anche con laminati di fibra di carbonio rinforzata e mossa da un sistema a celle a combustibile: si fa rifornimento d’idrogeno, poi le “fuel cell” lo trasformano in corrente che va ad alimentare i motori elettrici posti nelle ruote.

La Riversimple vuole alleggerire di ogni pensiero i propri clienti, quando li avrà, visto che il progetto pilota è in programma quest'anno nel Galles (che ha sostenuto il progetto con 2,6 milioni di euro di sovvenzioni) e l'avvio delle attività è fissato per il 2018. Nella tariffa è infatti compreso tutto, incluso il rifornimento.

Su strada, la Rasa è destinata a essere decisamente efficiente con i suoi appena 540 chilogrammi di peso, di cui appena 40 di monoscocca, in carbonio naturalmente. Con un pieno di idrogeno, Spowers promette un'autonomia di 480 chilometri. Vista la velocità di massima attorno ai 100 chilometri all’ora, la Riversimple Rasa non è la vettura per chi ama le andature sostenute, ma piuttosto per chi deve affrontare viaggi brevi, nel raggio di una cinquantina di chilometri.

Bergamo, la ronda è su WhatsApp: più di mille nella chat per difendere il paese

Il Messaggero
di Rachele Grandinetti

A Treviolo in provincia di Bergamo sono diminuiti furti ed atti vandalici

Nell’era digitale basta uno smartphone per trasformarsi in una vera sentinella. È quello che sta succedendo a Treviolo in provincia di Bergamo: il paese che conta circa 10mila abitanti ha creato un gruppo su Whatsapp. E fin qui niente di strano. Chiunque usi il sistema di messaggistica istantanea viene continuamente inserito in queste chat collettive che, nella maggior parte dei casi, ricevuta l’informazione, diventano soltanto una noia per le continue notifiche. E se i partecipanti al gruppo sono più di mille?

Ebbene sì: la chat si chiama “Controllo del vicinato” e funziona. In barba a chi pensa a lavare i panni sporchi in casa propria, qui tutti guardano gli affari degli altri. Ma in senso buono. Perché se qualcuno subisce un furto o una truffa finisce subito alla gogna dei chattatori. Non solo. Perché, nella pratica, la chat è diventata un vero strumento di denuncia.

È iniziato tutto nel 2015 dopo un’aggressione a quella che è diventata l’ideatrice della chat per Treviolo, Silvana Fregeni: «Tornata dalla spesa mi avevano portato via tutto! L’oro, catenine, medagliette, gioielli, telefoni, tv, computer, giubbotti, le maglie di mio marito. Un trauma. Allora Francesco (Ferrari che aveva sentito parlare di Controllo del vicinato, ndr) e gli altri si sono dati da fare. Poche regole, ma chiare. Non siamo una ronda, non siamo una chat, perciò niente chiacchiere inutili».

Da quel momento, il gruppo virtuale si è allargato facendo del paese l’esempio più importante di questo sistema di sicurezza e solidarietà gratis, apolitico e, soprattutto, di aiuto alle forze dell’ordine. Facce poco rassicuranti non passano più inosservate e furti e atti vandalici sono diminuiti drasticamente da quando è stata attivata la chat. Non c’è scampo per nessuno, insomma. Qualcosa ci dice che pure bugiardelli e fedifraghi stanno passando il loro brutto quarto d'ora.

Tenco, magnifico mistero a cinquant’anni dalla morte

La Stampa
renato tortarolo

Il cantautore fu trovato cadavere a Sanremo il 27 gennaio 1967. Un libro svela aspetti inediti della sua vita e della sua fine



Vittoria e Beatrice sono due studentesse delle superiori genovesi. Non conoscevano Luigi Tenco. E non sembrano turbate dal suicidio, il 27 gennaio 1967 all’Hotel Savoy di Sanremo. «Ci stupiamo semmai da quello che scriveva. Conosceva bene le donne».

A cinquant’anni di distanza oggi esce un nuovo libro sul cantautore, Vita di Luigi Tenco (Bompiani, 316 pagine, 12 euro), scritto da Aldo Colonna, secondo il quale si trattò di omicidio, non di suicidio, e rimanda a un «libro bianco» di prossima pubblicazione che dovrebbe aggiungere documenti alle supposizioni. Di Tenco, che, dice Colonna, era «un intellettuale, un chierico irriverente» si è sempre parlato come di un genio fragile, forse incompreso.

La sua fede comunista, «con una misteriosa tessera del Pci presa a Genova e poi scomparsa», era molto più forte di qualsiasi impegno sbandierato da lì a poco dai colleghi più giovani. Tenco non ha avuto il tempo di incassare ai festival dell’Unità, ma un giorno intimò all’amico Frezza di scendere dall’auto perché, fascista, ironizzava su uno spettacolo mandato in Italia dai Soviet.

Se per ricordare la contemporaneità delle canzoni di Tenco andrà benissimo lo show di Gioele Dix accompagnato dal pianista Andrea Bacchetti, lunedì al Teatro Duse di Genova, con ingresso libero e tanti studenti come Beatrice e Vittoria in platea, il libro di Colonna, autore sempre sul filo del rasoio, 68 anni, darà qualche dispiacere a chi vorrebbe un Tenco da non mettere mai in discussione, com’è successo a Fabrizio De André e al mito infausto della città degli ultimi, quella di dropout e prostitute, che Genova sta ancora subendo.

Per fortuna di chi vorrà avvicinarsi all’autore di Mi sono innamorato di te e Vedrai vedrai, Colonna non enfatizza sulla scuola genovese dei primi Anni 60, anzi ricorda un commento di Bruno Lauzi, «non ce ne siamo mai accorti». Affronta invece la roccia granitica che pesava su Tenco: non conoscere il vero padre sino a quando diventò adulto, il mistero della morte violenta di chi gli aveva dato il nome, e una generale propensione a relazioni con donne sposate «come a punire la madre Teresa».

È inevitabile che si torni sempre al punto di partenza: il suicidio. Secondo Colonna fu una vera esecuzione «perché Luigi aveva scoperto le combine dietro il Festival, il giro di scommesse clandestine, il traffico di stupefacenti, la corruzione», in un torbido intreccio con l’affascinante Dalida e soprattutto l’ex marito Lucien Morisse, discografico «legato al clan dei marsigliesi, potente anche al Festival, geloso al punto di considerare Tenco pericoloso».

Sui pasticci commessi dopo il ritrovamento del cadavere sono stati spesi fiumi d’inchiostro, sino a una sostanziale pace con la Storia stipulata dagli eredi, i nipoti Giuseppe e Patrizia, ma non dalla cognata Graziella che ancora scandisce: «Non ho mai creduto che si sia tolto la vita». Ci troviamo davanti a un uomo che oggi sarebbe di moda anche solo per l’aspetto, tenebroso e bellissimo. Dice Colonna: «Una sua fiamma, all’epoca sposata, mi ha confidato: “Luigi faceva colpo sulle donne perché sapeva di terra”».

Per di più era un compositore raffinato, intrigato da qualsiasi barriera: «Provò Lsd e mescalina per curiosità, dopo aver letto Huxley, mentre detestava cocaina ed eroina per motivi ideologici. Aveva un atteggiamento morale su qualsiasi aspetto dell’esistenza e si comportava di conseguenza». Ma sapeva essere anche ironico: «Ciao amore ciao riprende il tema di “Auferstanden aus Ruinen”, inno della Repubblica Democratica Tedesca». Vittoria e Beatrice non lo immaginano neppure, probabilmente bastano le parole delle canzoni.