sabato 28 gennaio 2017

Come non farsi assumere: 25 cose assurde fatte dai candidati in un colloquio di lavoro

repubblica.it
Rachel Gillett


Un suggerimento: non fate un colloquio telefonico in bagno. dirtyboxface/flickr

Ogni persona in cerca di lavoro vuole distinguersi dalla concorrenza, ma alcuni candidati la prendono nel modo completamente sbagliato. Ad esempio, secondo recenti indagini di CareerBuilder, un intervistato ha cantato le sue risposte alle domande, mentre un altro ha fatto un colloquio telefonico dal bagno – e ha tirato lo scarico. “E’ difficile dire perché mai un candidato farebbe alcune di queste cose” ha detto a Business Insider Rosemary Haefner, capo delle risorse umane per CareerBuilder. “Forse lui o lei era nervoso, o ha pensato che il datore di lavoro lo avrebbe trovato divertente, o forse il candidato semplicemente non conosceva i limiti”.

“Indipendentemente da questo”, dice Haefner, “un comportamento inappropriato potrebbe costare al candidato il posto di lavoro, che sia fatto in modo divertente o meno. Non vale quindi la pena rischiare con questi comportamenti. I nervi possono paralizzarci quando siamo sotto i riflettori, e questo è normale. E’ come si gestisce la situazione ciò che davvero conta”. Più di 2.600 responsabili risorse umane e datori di lavoro hanno condiviso con CareerBuilder i più memorabili errori che i candidati hanno commesso durante i colloqui di lavoro. Qui ci sono 25 delle cose più assurde che sono successe.

Risposte sbagliate

4RB/flickr 
  • 1. Quando è stato chiesto quale fosse il lavoro ideale del candidato, ha risposto “dipingere case per uccelli” anche se veniva intervistato per una posizione di impiegato di data-entry.
  • 2. Quando le è stato chiesto il motivo per cui lei sarebbe dovuta entrare a far parte della squadra, una candidata ha detto “perché i miei capelli sono perfetti”.
  • 3. Quando gli è stato chiesto perché voleva la posizione, un candidato ha risposto: “Mia moglie vuole che mi trovi un lavoro”.
  • 4. Un candidato ha detto che non sarebbe stato disposto a indossare pantaloni perché non sono comodi.
  • 5. Un candidato ha dichiarato che se l’intervistatrice voleva andare in paradiso, avrebbe dovuto assumerlo.
Comportamento infantile

Flickr / Nathan Jones
 
  • 6. Un candidato ha chiesto di allontanarsi per chiamare la moglie per chiederle se lo stipendio di partenza era abbastanza prima di accettare di continuare con il colloquio.
  • 7. Un candidato ha portato i suoi giocattoli al colloquio.
Comportamento maleducato

Charles McQuillan/Getty Images 
  • 8. Un candidato ha iniziato a urlare che il colloquio era durato troppo tempo.
  • 9. Un candidato ha mangiato una pizza che aveva portato con sé (e non l’ha neanche offerta).
Proposte indecenti

Photographee.eu/shutterstock 
  • 10. Un candidato ha detto che il suo lavoro principale è stato quello di essere un sensitivo/medium e ha cercato di leggere la mano della mano dell’intervistatore, nonostante il suo tentativo di declinare l’offerta.
  • 11. Un candidato ha invitato l’intervistatore ad andare a cena dopo il colloquio.
  • 12. Un candidato ha toccato il petto dell’intervistatore per trovare il battito cardiaco in modo da potersi “connettere cuore a cuore”.
Domande terribili

Shutterstock 
  • 13. Durante un colloquio di lavoro in un albergo, un candidato ha chiesto se avrebbe potuto anche vivere in albergo.
  • 14. Un candidato ha chiesto dove si trovasse il bar più vicino.
  • 15. Un candidato ha chiesto all’intervistatrice perché alla sua aura non piacesse il candidato.
Comportamento disgustoso

Reuters
  • 16. Un candidato si è messo la crema sui piedi durante il colloquio.
  • 17. Un candidato ha avuto un colloquio telefonico mentre era in bagno – e ha tirato lo scarico.
  • 18. Un candidato ha mangiato le briciole che erano sul tavolo.
Comportamenti bizzarri

Keith Bedford/Reuters
 
  • 19. Un candidato ha buttato coriandoli in giro durante l’intervista.
  • 20. Una candidata ha preso una foto di famiglia dalla scrivania dell’intervistatore e se l’è messa nella borsa.
  • 21. Un candidato ha cantato le sue risposte alle domande.
  • 22. Un candidato ha portato un uccello domestico con sé.
Troppo loquaci

Bill Pugliano/Getty Images
 
  • 23. Un candidato ha condiviso la storia di quando ha trovato un cadavere.
  • 24. Una candidata ha detto che non voleva lasciare il suo vecchio lavoro, ma il suo ragazzo aveva spinto molto affinché lavorasse per l’azienda che la stava intervistando, in modo che potesse ottenere uno sconto sui prodotti.
  • 25. Un candidato si vantava del fatto che fossero accusati sul giornale locale di aver rubato un tapis roulant dalla casa di una donna anziana.

Amazon campione di efficienza ma a farne le spese sono i suoi fornitori

repubblica.it
Gea Scancarello


Loic Venance/AFP/Getty Images)

Qualcuno tra i più pigri dovrà ancora farlo: rimettere nella scatola il regalo sbagliato ricevuto a Natale e restituirlo ad Amazon, per poi scegliere altro o riavere indietro i soldi. Miracoli dell’e-commerce: nessuna fatica, a riprendersi il malloppo a casa ci pensa il corriere incaricato dalla società, rivelando al cliente le meraviglie del consumismo da divano.



08/12/2016 Seattle, Amazon sta testando il primo negozio Amazon Go, basato su una tecnologia che permette di acquistare senza fare le code e senza neanche pagare. All’entrata i clienti devono mostrare il loro telefono usando una nuova App mobile, a quel punto il sistema li segue, è in grado di stabilire quali prodotti comprano e il conto viene pagato tramite l’app mentre si esce dal negozio. ZUMAPRESS.com / AGF
Quanti saranno alla fine i resi tra i 4,5 miliardi di merce comprata a novembre e a dicembre 2016 – pari al 23% di tutti gli acquisti online fatti in Italia nell’anno– ancora non si sa; certo è però che anche sulle restituzioni la società ha una politica accomodante, con una flessibilità superiore a quella prevista dalla legge europea sul commercio web.

Raffinata strategie commerciale? Non solo. Dove finisce la preoccupazione del cliente, raramente infatti inizia quella di Amazon: il costo dei resi, come quello delle spedizioni e della pubblicità sui prodotti, se li sobbarca il fornitore, non la piattaforma.

È il lato meno noto del successo e del servizio eccellente della creatura di Bezos, che solo l’anno scorso ha venduto 2 miliardi di prodotti nel mondo, per 107 miliardi di fatturato (nel 2015): numeri talmente grandi che per distributori, negozi e imprese è impossibile rinunciare alla sua vetrina globale, anche a costo di accettare condizioni non sempre vantaggiose.
Per conquistarsi uno spazio nel marketplace digitale frequentato da 300 milioni di clienti, i fornitori  hanno infatti due strade principali:
  • scegliere se affidare ad Amazon tutto il processo (logistica, stoccaggio, gestione degli ordini ecc.), opzione che garantisce la massima efficacia anche appoggiandosi sugli ormai famosi dipendenti “maratoneti”;
  • o affittare una finestra online, continuando a spedire i materiali e a gestire autonomamente i processi

In entrambi i casi, dietro la consolidata formula “paghi quello che usi“, la varietà delle merci, dei servizi aggiuntivi e dei canali di vendita rende la composizione del costo finale per ogni venditore non sempre immediata da comprendere. Ma raggruppando le varie voci, e basandosi su conti fatti dai fornitori stessi, è possibile farsi un’idea di quello che succede dopo ogni click del cliente, misurando come la ricchezza generata dalle vendite record della piattaforma – nel 2016 + 80% rispetto all’anno precedente – venga redistribuita tra chi ha contribuito a produrla.

Quando Amazon fornisce logistica e stoccaggio, il fornitore deve intanto inviare la propria merce fino ai magazzini della società: considerando che per garantire ai clienti i prezzi più bassi Amazon riceve materiali da qualunque distributore, la spesa può non essere banale. E non è la sola.


Piacenza, il centro di distribuzione Amazon. Fracchia / AGF
 
Affinché i propri prodotti siano visibili tra migliaia di oggetti simili, i venditori possono – e, nei fatti, devono, se non vogliono annegare nel mare magnum dell’offerta –  acquistare anche un servizio di advertising tra i molti proposti dalla piattaforma. Il grande vantaggio della più grande vetrina online del mondo, che espone e distribuisce in tutta Europa, si esaurisce infatti senza la certezza di posizionarsi ai primi posti della ricerca. E restano invece i costi: perché quello che qualcuno ha comprato salvo poi decidere di restituirlo, o che finisce in overstock (cioè  tra gli oggetti che sono in numero eccessivo rispetto alle effettive vendite nel Paese), Amazon restituisce al mittente.

Per evitare sorprese – e non ritrovarsi tra capo e collo quello per cui magari non ha ancora incassato: Bezos paga normalmente a 120 giorni in Italia  – il fornitore può stabilire di destinare resi e invenduti all’outlet ‘Amazon’, l’immenso discount che tutti i frequentatori del sito hanno sfogliato almeno una volta. La possibilità, ovviamente, ha un costo.

I conti complessivi sono presto fatti. Nel caso di un oggetto tecnologico – tra i best seller della piattafroma – fatto 20% il margine abituale del fornitore (quello cioè che riesce effettivamente a incassare, tolte le proprie spese, dopo la vendita finale), bisogna fare parecchie sottrazioni:  tra l’1 e il 3% del margine va tolto per la spedizione della merce, tra il 4 e il 6% se ne va per la pubblicità e un altro 4% circa per non avere resi. Più eventuali altri sconti che talvolta Amazon può chiedere per accettare le merci nell’outlet, e che il fornitore

è generalmente incline a pagare: se per il cliente sul divano il bello dell’ecommerce è che si possono restituire anche scatole già aperte o ammaccate, per il venditore è davvero difficile (e dispendioso) riuscire a piazzarle a qualcun altro. Il margine effettivo è quello che resta: nel caso di un negozio – che già ha acquistato da un distributore che ha realizzato la propria parte di guadagno – spesso non è superiore al 5-6%. L’altro caso è quello di chi decide di usare soltanto la vetrina di Amazon, gestendo autonomamente i processi.

Qui i conti sembrano più facili. Il noleggio dello spazio, infatti, per chi vende almeno 40 prodotti al mese, costa 39 euro al mese, ma va aggiunta una tariffa per la gestione delle transazioni e, nel caso di libri, video e Dvd, anche un’ulteriore commissione variabile. Tutto sommato, sempre secondo i conti fatti dai venditori, si tratterebbe di circa l’8% del valore complessivo della vendita. Bisogna poi dire che, se si sceglie questa strada, tocca al fornitore a processare gli ordini, garantendo gli stessi standard di efficienza della logistica Amazon: altrimenti, il rischio è di essere multati dalla stessa piattaforma, per importi anche piuttosto salati.

Il risultato è uno strano paradosso: con margini così stretti, è necessario avere grandi volumi di vendita; e grandi volumi di vendita on line oggi riesce a garantirli solo Amazon. Bezos insomma, contemporaneamente fa le condizioni del mercato, e poi offre le soluzioni per renderle accettabili.


Jeff Bezos. David Ryder/Getty Images
Non è un caso che anche in Italia, con l’economia asfittica e i consumi al palo, il numero di aziende che hanno scelto di appoggiarsi alla logistica di Amazon sia più che raddoppiato l’anno scorso (+140%): i tassi di crescita della piattaforma, e la possibilità di raggiungere consumatori in tutta Europa, sono una speranza, e talvolta anche una boccata d’ossigeno.

Ma, un po’ come per i dipendenti della società, costretti a turni massacranti per garantire al mondo i servizi dell’ecommerce come-dovrebbe-essere, anche l’offerta vantaggiosa sui milioni di prodotti online nasconde qualcuno che ne assorbe il costo.

Fino a tornare al cortocircuito ormai noto: è impossibile rinunciare a comprare e a vendere on line, purché si sia consapevoli che dietro allo sconto eccezionale o ai volumi strepitosi c’è comunque un prezzo – imprenditoriale, sociale e umano – da pagare.

Nasce la fabbrica dei prototipi di Apple, sarà una miniera di pezzi unici

repubblica.it
di ANTONIO DINI

Foxconn sta aprendo a Shenzen una fabbrica tutta dedicata ai prototipi del colosso di Cupertino. Nasceranno e verranno testati gli apparecchi che andranno in produzione e quelli che invece non verranno mai commercializzati

Nasce la fabbrica dei prototipi di Apple, sarà una miniera di pezzi unici



Sarà la fabbrica dei pezzi unici. Forse non ci produrranno i prototipi dell'iPhone 8 (perché sicuramente già in fase avanzata di realizzazione) ma probabilmente nasceranno i primi esemplari dei successivi iPhone 9 e chissà quali altri apparecchi "segreti". Quello di Shenzen sarà infatti il laboratorio di Foxconn dove realizzare per Apple, sperimentando anche le tecniche di produzione, i prototipi super-segreti degli apparecchi del futuro.

Apple e Foxconn (il terzista taiwanese che assembla in Cina la maggior parte degli iPhone e di altri apparecchi progettati a Cupertino (ma anche quelli di quasi tutte le aziende del settore hi-tech americano) si sono accordati per realizzare a Shenzen una fabbrica molto speciale: un intero impianto dedicato alla creazione dei prototipi che gli ingegneri di Apple progettano in differenti varianti e che poi vengono lungamente testati per essere sicuri che funzionino come effettivamente previsto. È la parte di test sui prototipi pre-produzione, infatti, che permette di scoprire "bug hardware": imprecisioni di progettazione o realizzazione che possono portare anche a esiti drammatici, come l'esplosione delle batterie dei Note 7 di Samsung dimostrano.

L'accordo tra Apple e Foxconn, secondo il l'edizione asiatica dell'agenzia giapponese Nikkei, sarebbe stato firmato lo scorso ottobre quando il Ceo di Tim Cook si è recato in Cina per visitare gli impianti di produzione di Foxconn. Cook in quell'occasione ha anche annunciato di voler realizzare un centro di ricerca proprio a Shenzhen. Adesso pensare di avere a pochi chilometri di distanza una piccola "fabbrica di pezzi unici" a disposizione in esclusiva per produrre in tutta segretezza gli apparecchi che servono agli ingegneri e ai designer della casa della Mela morsicata, lascia immaginare quale grande accelerazione ci sarà nella progettazione, test e verifica dei prodotti.

Foxconn (che poi è una controllata del gruppo Hon Hai Precision Industry) ha i suoi impianti principali per assemblare gli iPhone e gli iPad a Zhengzhou, una vera e propria città-fabbrica dove lavorano centinaia di migliaia di cinesi. La fabbrica di Shenzen, a meno di un'ora di macchina da Hong Kong, rimarrebbe quindi separata anche per motivi di sicurezza dagli altri impianti. Niente fughe di notizie, che finora hanno caratterizzato soprattutto l'epoca di Tim Cook con fotografie di prototipi circolate su Internet settimane prima del lanci dei prodotti.

Rispetto al periodo di Steve Jobs, che era ossessionato dalla segretezza pensando che il pubblico dovesse scoprire i prodotti solo al momento del lancio, senza sapere cosa aspettarsi, le cose sono dunque cambiate. Ma questo non vuol dire che Apple sia diventata più lassista e non stia invece cercando di chiudere una cortina impenetrabile sulla sua attività di progettazione di nuovi apparecchi, blindando anche in Cina la produzione dei prototipi con una fabbrica su misura.

Intanto Apple, dopo aver annunciato lo scorso ottobre l'apertura del laboratorio di Shenzen per essere più vicina ai suoi partner di produzione, ha anche affermato che ne aprirà un altro più avanti a Pechino. E dietro tutto, c'è l'ombra delle decisioni protezionistiche prese dal neo presidente americano Donald Trump, che vorrebbe invece veder tornare in America la produzione manifatturiera e di apparecchiature elettroniche. Foxconn e Apple ci starebbero pensando, sarebbero stati stanziati anche fondi per valutare la fattibilità mentre Trump, secondo il New York Times, starebbe allettando Apple offrendo degli sgravi fiscali così grandi che renderebbero di nuovo competitivo il costo del lavoro americano rispetto a quello cinese.

@antoniodini

Per violare lo sblocco con sequenza di uno smartphone Android bastano cinque tentativi

La Stampa
lorenzo longhitano

Utilizzando riprese video piuttosto facili da ottenere, l’algoritmo giusto può indovinare la sequenza utilizzata per proteggere dati e contatti sullo smartphone



Nonostante l’avvento dei sensori per le impronte digitali su molti smartphone di fascia media, una grande fetta di utenti Android sprovvisti di questa tecnologia si affida ancora allo sblocco con sequenza, quella griglia di nove punti sulla quale tracciare un percorso prescelto senza mai sollevare il dito dallo schermo.

Il metodo ha il grande vantaggio di non richiedere la memorizzazione dell’ennesimo codice PIN ma, secondo una ricerca uscita da una collaborazione tra Lancaster University, Northwest University in Cina e università di Bath, è un sistema ad alto rischio di violazione. Dalla documentazione fornita dagli accademici emerge infatti che per ottenere la sequenza necessaria a superare questo tipo di barriera bastano delle riprese video a bassa qualità e cinque tentativi a disposizione.

Nella prima fase dell’attacco viene registrata la vittima mentre effettua lo sblocco del telefono. L’operazione può avvenire in modo completamente occulto, dal momento che la videocamera non deve necessariamente riprendere lo schermo mentre viene sbloccato, ma soltanto il movimento del braccio e della mano, anche parzialmente nascosto dal telefono. Un comune smartphone puntato accuratamente e posizionato ad appena un tavolino da bar di distanza, oppure una reflex lontana fino a dieci metri, possono tranquillamente ottenere le informazioni necessarie.

A indovinare la chiave d’accesso ci pensa un algoritmo che partendo dalle informazioni presenti nel video isola braccia e mani della vittima e tenta di estrapolare dai movimenti rilevati la possibile sequenza utilizzata per lo sblocco. I risultati ottenuti dal sistema sono numerosi, ma nel 95% dei casi ai ricercatori non è servito andare più in là del quinto tentativo, ovvero il numero oltre il quale solitamente il sistema operativo mangia la foglia e impone di attendere qualche secondo prima di riprovare. Il metodo nel principio è lo stesso che viene già utilizzato per individuare i codici PIN di accesso a Bancomat e smartphone ma, data la natura più semplice dello sblocco con sequenza, l’accuratezza richiesta è anche minore.

Non si tratta ovviamente di una minaccia diffusa: affinché un attacco del genere vada a segno servono l’algoritmo giusto, un movente e la possibilità per il malintenzionato di mettere le mani sul telefono interessato. In linea di principio però è importante riflettere sull’inadeguatezza di alcuni metodi di protezione dei nostri dati che giudichiamo, non sempre a ragione, completamente sicuri.

Cina: stretta su Internet, ora serve l’approvazione del governo anche per le Vpn

La Stampa

La Repubblica popolare oscura 135 tra i mille siti più visitati a livello globale, tra cui Facebook, Twitter, Google e YouTube. Finora è stato possibile superare la censura utilizzando le virtual private network, ma a breve le regole cambieranno



Nuova stretta su internet in Cina. I servizi di connessione internet senza licenza, tra cui anche quelli di molti vpn, i virtual private network che permettono di aggirare il «Great Firewall» della censura, dovranno regolarizzarsi richiedendo una nuova approvazione del governo. Lo ha reso noto il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology cinese in una nota in cui segnala uno «sviluppo disordinato che richiede urgente regolamentazione e governance».

La nuova regola era attesa da alcuni dei maggiori gestori di vpn, come Vypr ed Express, entrambi già al lavoro per rispettare le nuove regole, secondo quanto hanno dichiarato alcuni loro esponenti al South China Morning Post. La nuova stretta arriva in un anno sensibile per la politica cinese, in cui si terrà il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, l’appuntamento più sensibile del 2017 per il rinnovo di una buona parte della classe dirigente, e a poche settimane dall’inizio dei lavori dell’assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, che si riunisce all’inizio di marzo di ogni anno.

L’utilizzo del vpn non riguarda solo la Cina. Pechino oscura 135 tra i mille siti più visitati a livello globale, tra cui Facebook, Twitter, Google e YouTube, per citare i più noti, rendendo popolare l’utilizzo di vpn, molti dei quali a pagamento, per aggirare la censura on line. Alla fine del 2015, secondo una statistica pubblicata dalla società di ricerca e di analisi di mercato Statista, lo usavano circa il 29% degli internauti cinesi, anche se come utilizzo la Cina è superata da altri Paesi asiatici.

A guidare la classifica dei Paesi che usano metodi per connettersi privatamente al web, sempre nella stessa classifica, c’è al primo posto l’Indonesia, con il 41% di utenti internet che fanno uso di server proxy o di servizi vpn per l’accesso on line, seguita dalla Thailandia, al 39%, e da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, al terzo posto, al 36%. La ragione principale dell’utilizzo, spiega però il sondaggio condotto da Statista, riguarda sempre «l’accesso a piattaforme social o contenuti media bloccata a livello locale».

La Germania approva il pedaggio in autostrada, ma solo per gli stranieri

La Stampa
alessandro alviani

Dal 2019, per tutti, sarà obbligatorio il bollino annuale, ma ai tedeschi sarà rimborsato attraverso una riduzione della tassa di circolazione. “È discriminatorio”, attacca Vienna



Addio autostrade gratuite per le auto in Germania. Secondo quanto deciso mercoledì mattina dal consiglio dei ministri a Berlino, dal 2019 tutti gli automobilisti dovranno munirsi di un bollino per poter transitare sui 13 mila chilometri della rete autostradale tedesca. Non mancano però le polemiche e i dubbi: alcuni Paesi confinanti, capitanati dall’Austria, stanno pensando di ricorrere alla Corte di giustizia europea per bocciare la cosiddetta “vignetta” autostradale. Mercoledì a Bruxelles si sono incontrati i rappresentanti di diversi Stati, tra cui Austria, Francia, Olanda, Polonia e Repubblica Ceca, per discutere dei prossimi passi.

Il modello è costruito in modo da discriminare gli automobilisti stranieri rispetto ai tedeschi, attacca Vienna. I proprietari di un veicolo registrato in Germania dovranno infatti sì acquistare un bollino annuale che costerà da 67 a 130 euro a seconda della cilindrata e delle emissioni, tuttavia beneficeranno contemporaneamente di una riduzione della tassa di circolazione, per cui non dovranno fare i conti con nessun onere aggiuntivo. I proprietari di auto omologate Euro 6 pagheranno addirittura di meno rispetto ad oggi.

Diverso il discorso per gli automobilisti stranieri, per i quali sono previste sei tariffe, tre in più di quelle progettate finora, una modifica che comporterà costi più elevati per chi arriva dall’estero: oltre al bollino annuale ci saranno bollini della validità di dieci giorni del costo di 2,50, 4, 8, 15, 20 e 25 euro a seconda delle emissioni dell’auto.

La novità è stata fortemente voluta dalla bavarese Csu e in particolare dal ministro federale dei Trasporti, Alexander Dobrindt. Mentre i tedeschi pagano il pedaggio o la vignetta in Italia, Austria o Svizzera, gli automobilisti stranieri viaggiano gratis sulle autostrade tedesche e non partecipano ai costi per il mantenimento dell’infrastruttura stradale, argomenta la Csu. A dicembre Dobrindt aveva incassato il via libera della Commissione Ue dopo un lungo tira e molla.

Secondo il ministro della Csu la misura dovrebbe portare ogni anno 524 milioni di euro netti nelle casse tedesche. Sono in molti però a dubitarne: uno studio commissionato dai Verdi giunge alla conclusione che alla fine la Germania potrebbe addirittura rimetterci.

La Corte dei conti accusa i Caf: 8 per mille alla Chiesa a nostra insaputa

La Stampa
paolo baroni

La magistratura contabile denuncia «anomalie rilevanti. Molti contribuenti non hanno dato indicazioni o hanno espresso altre preferenze». Nel mirino i centri gestiti da Acli ed Mcl



Siete sicuri che il vostro 8 per mille sia davvero finito al destinatario che avete prescelto al momento di compilare la dichiarazione dei redditi? Il dubbio è legittimo e lo solleva la Corte dei conti che continua a puntare il suo faro su questo importante canale di finanziamento della Chiesa rilevando molte criticità. A cominciare dall’attività dei Caf di area cattolica accusati esplicitamente di favorire la Cei.

L’8 per mille, in base ai dati del Dipartimento delle Entrate ,vale oltre un miliardo e 250 milioni di euro ogni anno (oltre 1 miliardi di euro nel 2016 sono andati alla chiesa cattolica, 187 milioni allo Stato, 37 milioni alla chiesa valdese, le briciole ad altre nove confessioni religiose. Naturale dunque che la Corte vigili attentamente su questo fiume di soldi che ogni anno vengono prelevate dalle tasse degli italiani.

Questa volta i giudici contabili hanno voluto verificare come i vari enti interessati, i Caf e le amministrazioni pubbliche hanno risposto ai rilievi che la stessa corte aveva già segnalato nel 2014 ed ancora nel 2015. Il risultato, in base ad una delibera del 23 dicembre appena resa nota, è «il perdurare degli elementi di debolezza nella normativa, ormai risalente ad oltre 30 anni, e nella gestione dell’istituto, che impongono valutazioni ed iniziative da parte dei molti soggetti coinvolti. E soprattutto restano attuali tutte le criticità già segnalate negli anni passati».

Risultano infatti «rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari», sulle quali proseguono le attività di controllo dell’Agenzia delle entrate, e «perdura lo scarso interesse per la quota di propria competenza da parte dello Stato, nonostante fra le finalità finanziabili con la stessa sia stata aggiunta la ristrutturazione degli edifici scolastici». Inoltre «si conferma l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse». Unico dato positivo il miglioramento nella trasparenza, completezza e correttezza della diffusione dei dati ad opera del ministero dell’economia.

E quindi restano insoluti anche altri nodi già emersi, dalla problematica delle scelte non espresse alla scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote, dall’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose alla poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse, quindi lo scarso controllo sui fondi di competenza statale; la rilevante decurtazione della quota statale, l’incoerenza nella destinazione delle risorse derivanti dall’opzione a favore dello Stato e la lentezza nella loro assegnazione.

Ma quello che forse più sorprende è il comportamento dei centri di assistenza fiscale. In passato, infatti, fa sapere la Corte, non vi sono stati nè controlli sulla correttezza delle attribuzioni effettuate dai contribuenti, né un monitoraggio approfondito sull’agire degli intermediari cui è demandato il compito della trasmissione delle volontà all’Agenzia delle entrate. E peraltro la stessa Agenzia ha segnalato che le scelte indicate nel modello 730 sono modificabili dall’intermediario nella successiva fase di trasmissione e, pertanto, potrebbero non coincidere con quelle effettivamente trasmesse.

Ciò «evidenzia che il contribuente non può esercitare un effettivo controllo sulla corrispondenza delle opzioni esercitate nel modello 730 con quelle successivamente trasmesse all’Agenzia» . E così a partire dal 2014 sono partiti i controlli sui primi centri di assistenza fiscale (Caf) per i quali, in base agli elementi informativi a disposizione, potevano emergere dati significativi in relazione ad alcuni fattori di rischio. In base alle indagini svolte a campione dall’Agenzia delle entrate sono così emerse diverse anomalie. In particolare “sono state esaminate 4.968 schede per la scelta dell’8 per mille, di queste, il 49% recano una scelta a favore della Chiesa cattolica, l’11% non recano alcuna scelta e il restante 40% indicano scelte a favore di altri beneficiari.

In diversi casi si è riscontrata una trasmissione di scelte relative alla destinazione dell’8 per mille difformi dalla volontà del contribuente. In particolare il contribuente ha espresso una scelta che il Caf ha omesso di trasmettere oppure il Caf ha trasmesso una scelta, nonostante il contribuente non ne avesse effettuata alcuna. E ancora, il contribuente ha espresso una scelta, ma il Caf ne ha trasmessa una diversa. «Tali irregolarità – è scritto nella relazione della Corte dei conti - sono state rilevate confrontando il contenuto delle schede per esprimere le scelte in questione, conservate dai Caf, e i dati che risultano trasmessi telematicamente all’Agenzia».

Gli interventi di vigilanza svolti hanno consentito di rilevare che nell’1,67% dei casi esaminati le scelte del contribuente non risultano trasmesse correttamente dal Caf. E in più della metà (54%) di questi casi le scelte riportate nel prospetto di liquidazione consegnato al contribuente non sono conformi a quelle espresse da quest’ultimo nel 730, col 65% scelte erroneamente trasmesse che alla fine sono state così indirizzate a favore delle Chiesa cattolica.

Non solo, ma la Corte dei conti segnala anche la mancata conservazione da parte degli stessi Caf delle schede relative alle scelte (5,35% del campione), una violazione della legge corrente che o rende impossibile il riscontro circa la corretta trasmissione delle scelte espresse. Anche qui (84,2% delle posizioni controllate) l’8 per mille aveva come destinazione la Chiesa cattolica. Sempre nel corso dei controlli, segnala infine la Corte dei Conti, è emerso che uno dei Caf controllati, in una nota riguardante la campagna di assistenza fiscale 2014 ha esplicitamente sollecitato gli operatori delle sedi periferiche a consigliare ai contribuenti di devolvere l’8 per mille a favore della Chiesa cattolica.

La Campagna dei controlli è partita nel 2014 con i Caf di Acli e del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), a cui sono stati fatti molti addebiti, ed è poi proseguita nel 2015 coi Caf Coldiretti, Cisal, Cisl, Unsic, Centrimpresa, Fenapi, con Caf Italia e Caf Europeo destinatari di 148 interventi di controllo su 13.897 dichiarazioni: 93 si sono conclusi senza constatazione di alcuna irregolarità mentre in 55 casi sono state riscontrate varie tipologie di irregolarità. Non si conoscono invece ancora i dati relativi ai 92 interventi disposti nel 2016 che hanno interessato i Caf della Cgil e della Uil oltre a Caf Labor, Confartigianato e Confagricoltura.

In tutti i casi in cui sono state riscontrate delle irregolarità la Corte dei conti ha disposto una serie di approfondimenti nel corso degli interventi di vigilanza presso le sedi legali dei vari centri di assistenza fiscale in contraddittorio coi loro rappresentanti. E’ già agli atti la difesa del direttore generale del Caf dell’Mcl che in una nota del 14 aprile 2014 ha puntualizzato «che non è mai stata intenzione del Caf condizionare o indirizzare né tanto né obbligare i contribuenti ad effettuare scelte non scaturenti dalla loro libera e specifica volontà».

Come difendersi da questa manipolazione delle nostre dichiarazioni de i redditi? Come superare questa situazione? Da un lato i Caf stanno correndo ai ripari ed in particolare, è scritto nella relazione della Corte dei Conti, «nell’adunanza del 30 novembre 2016 il rappresentante della Consulta nazionale dei Caf ha riferito di aver sensibilizzato gli operatori sulle problematiche segnalate dall’Agenzia delle entrate e si è impegnato a inviare alla Corte dei Conti le linee guida e di indirizzo che la Consulta diramerà a breve a i suoi aderenti». Dall’altro, a partire da fine 2016, i contribuenti possono controllare le proprie scelte utilizzando il proprio cassetto fiscale. Ma questa è una modalità che vale solo per quanti fruiscono di questo servizio. 

Viva i traditori

La Stampa
mattia feltri

C’è stato un tempo in cui Beppe Grillo invocava «la soppressione dei partiti politici» citando un monumento della democrazia europea, Simone Weil. Forse una lettura lontana, perché Simone Weil voleva la soppressione dei partiti per liberare i parlamentari dal dominio del capo, o della struttura, che imponesse come pensare e votare. Chi pensa e vota da sé, diceva Weil, sarà accusato «di tradimento. I meno ostili direbbero: “Perché allora hai aderito a un partito?”».

Che oggi Grillo, alimentando inconsapevolmente i timori di Weil, voglia l’introduzione del vincolo di mandato, e cioè l’obbligo di dimissioni all’eletto che fa secondo coscienza (se ne ha una), non stupisce: fa parte di una visione politica, per quanto inafferrabile. Che si associ Silvio Berlusconi col suo partito, che secondo una teoria ormai annacquata sarebbe liberale, preoccupa di più. In Europa soltanto il Portogallo ha vincolo di mandato; ma soprattutto ci si chiede a che servirebbe il Parlamento, dove si parla e si discute, appunto, per esporre idee con cui cambiare quelle altrui. Se le idee per legge non possono cambiare, il Parlamento non serve. Fin qui la parte nobile.

Poi ce n’è una ignobile: è vero che molti dei nostri parlamentari non hanno mutato pelle per elevata caratura etica, ma per bassa convenienza. Però finché c’è libertà ci sono anche i traditori, quando di traditori non ce ne sono più significa che è finita la libertà. Viva i traditori, dunque, ma anche questo lo aveva già detto Simone Weil. 

Il cacciatore di cybercriminali russi arrestato per tradimento

La Stampa
carola frediani

La misteriosa vicenda di Ruslan Stoyanov riporta in primo piano gli hacker russi, fra cybercrimine e servizi segreti



Un ricercatore russo di sicurezza informatica che per anni ha contribuito a smantellare intere gang cybercriminali di suoi connazionali è stato arrestato dalle autorità di Mosca con l’accusa di tradimento. Ruslan Stoyanov, uno dei più brillanti investigatori informatici russi, per anni al Ministero dell’Interno e successivamente nella squadra di analisti dedicata all’indagine di minacce digitali della società di cybersicurezza Kaspersky, sarebbe stato arrestato già a dicembre, anche se la notizia è trapelata solo ieri sulla testata Kommersant e successivamente confermata.

Il ruolo dell’Fsb
L’accusa rivolta a Stoyanov sembrerebbe essere legata a una indagine su Sergei Mikhailov, vicecapo della divisione cyber dell’Fsb - i servizi segreti interni eredi del Kgb - a sua volta arrestato a dicembre. L’indagine verterebbe su una fuga di informazioni verso aziende o entità straniere e su uno scambio di denaro. Il caso non riguarderebbe però la società per cui lavorava attualmente Stoyanov, ha dichiarato in una nota Kaspersky, colosso internazionale della cybersicurezza oltre che venditore di antivirus.

“Il nostro dipendente, a capo della squadra investigativa sugli incidenti informatici, è sotto indagine per un periodo che precede il suo impiego da noi, al Kasperksy Lab”, prosegue la nota. “E il lavoro svolto dalla nostra squadra di ricercatori, il Computer Incidents Investigation Team, non è coinvolto da questi sviluppi”. Secondo quanto ci riferisce la stessa Kaspersky, Stoyanov avrebbe iniziato a lavorare per loro nel 2011. Se davvero l’indagine riguarda fatti pregressi, difficilmente potrebbe legarsi a una fuga di informazioni legata ai presunti attacchi russi contro i democratici americani della scorsa estate, come qualcuno ha ipotizzato. Anche se il tempismo degli arresti ha fatto pensare a un collegamento.

Gli attacchi ai Democratici
Ricordiamo che, per gli attacchi contro il Comitato Nazionale Democratico e vari esponenti del Partito Democratico, l’intelligence e il governo Usa hanno accusato sia i servizi segreti interni russi Fsb (che si sarebbero mossi attraverso un gruppo di hacker soprannominati Cozy Bear o Apt29) sia i servizi militari Gru (che invece avrebbero agito mediante un altro gruppo noto come Fancy Bear o Apt28). Anche se i responsabili della diffusione vera e propria dei documenti e quindi di quella che è stata definita una guerra di informazione, sempre secondo la ricostruzione fatta da vari ricercatori e dal governo americano, sarebbero hacker al servizio di Gru e non dell’Fsb.

Stoyanov e il giro di vite sui cybercriminali
Tornando alla vicenda di Stoyanov, il suo arresto ha colpito molto la comunità di ricercatori di sicurezza informatica. Anche perché, dopo alcuni anni passati all’unità sul cybercrimine del Ministero dell’Interno, e poi in altre due aziende del settore, l’uomo aveva messo a segno una serie di operazioni contro la cybercriminalità russa, nota per essere tra le più vivaci, aggressive e organizzate - oltre che un possibile bacino di reclutamento dei servizi russi, secondo vari osservatori occidentali.

Ancora lo scorso giugno, Stoyanov aveva guidato l’identificazione di una cinquantina di membri di un gruppo cybercriminale russo, noto come Lurk, nella più grande retata del Paese contro hacker dediti a frodi finanziarie. La gang aveva rubato oltre 45 milioni di dollari a varie banche. Stoyanov, diversamente da altri suoi colleghi, seguiva soprattutto incidenti legati alla cybercriminalità, più che al cyberspionaggio di Stato. Lo stesso ricercatore, nel 2015, dava delle stime sull’underground russo: migliaia le persone coinvolte nella criminalità informatica, e in cima una élite composta da poche decine di hacker.

Guerra interna fra agenzie?
Sulla vicenda che ora lo riguarda, mancano ancora molti dettagli per azzardare interpretazioni. Va però notato che pochi giorni fa la testata russa Kommersant aveva riferito delle possibili dimissioni di Andrei Gerasimov (da non confondere con il più noto generale Valery Gerasimov), capo della divisione cyber dell’Fsb dal 2009.

L’impressione di alcuni osservatori è che questi ultimi avvenimenti possano essere il sottoprodotto di una guerra interna agli stessi apparati russi. Se il Gru è sospettato di aver diffuso i documenti dei democratici a danno di Hillary Clinton, qualcuno ha pensato invece a un coinvolgimento dell’Fsb nella diffusione del dossier con presunti materiali compromettenti su Trump. Oppure, come ipotizza il New York Times, Mikhailov e Stoyanov, con le loro attività, potrebbero aver interferito nei taciti accordi tra membri di alto profilo della cybercriminalità russa e una parte dei servizi segreti.

Al di là del caso specifico, l’arresto per tradimento di Stoyanov resta a suo modo emblematico del nuovo - e scivoloso - ruolo assunto da ricercatori di sicurezza informatica ad alto livello, quando possono trovarsi (volenti o meno) a gestire informazioni considerate di sicurezza nazionale, mentre i vari Stati si stanno riposizionando aggressivamente sulla scena digital

Trenta miliardi in cinque anni Tutti i numeri del muro di Trump

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Il neo presidente Usa ha firmato l’ordine esecutivo: «In un modo o nell’altro i messicani ci rimborseranno», assicura. Ma lui stesso ammette che sarà «complicato». Di certo, un terzo del confine tra i due paesi è già sbarrato. Dai costi ai tempi, fino alle vittime: tutto quello che c’è da sapere su uno dei progetti più controversi della nostra epoca
 


WASHINGTON — Donald Trump lo ha promesso durante la sua lunga corsa verso la Casa Bianca: farò un «meraviglioso muro» sulla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Ora ha firmato l’ordine esecutivo che autorizza i lavori, aumenta gli agenti di alcune migliaia, introduce regole più severe per chi arriva da paesi a rischio, come Siria, Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen.

I numeri
Dei circa 3.200 chilometri di confine Usa-Messico circa 1.040 (altri dicono 1.070) sono già protetti da ostacoli: 1) Il muro vero. 2) Palizzate in rete. 3) Barriere costruite con le piattaforme in metallo «reduci» dei conflitti in Vietnam e nel Golfo. 4) Strutture per bloccare il passaggio di veicoli. 5) Recinzione elettronica composta da sensori, telecamere. 6) Filo spinato. Poi vi sono zone, quelle più impervie e lungo il Rio Grande, dove non esiste nulla. In Arizona, uno dei punti più esposti la situazione è la seguente: 123 miglia di protezione contro l’attraversamento a piedi; 180 miglia contro il transito di mezzi; 66 miglia scoperte.

Lo Stato del Sudovest è uno dei pochi ad avere stanziato un proprio budget di 750 milioni di dollari per aumentare le difese. 750 è un numero che ritorna: è quello delle miglia che i repubblicani vorrebbero blindare. Una compagnia israeliana sta lavorando a una nuova versione della «rete invisibile», composta appunto da macchine che vedono, sentono, inquadrano per poi permettere alla Border Patrol di intercettare gli intrusi (nelle foto sopra e sotto, i lavori per alzare la barriera al confine tra Sunland Park, New Mexico, e Anapra; Ap).


I fondi
Per realizzare l’opera serve un mare di denaro. Le cifre «impazzano». Durante la campagna il neopresidente ha parlato di una spesa oscillante tra gli 8, i 10 e i 12 miliardi di dollari. Fonti del Congresso dicono, invece, 20 miliardi. Esperti del settore costruzioni — dunque interessati — l’hanno alzata a 30-31 miliardi, con un lavoro di 5 anni e 40 mila operai. Almeno 2 miliardi serviranno solo per spianare le aree designate. Uno studio dell’amministrazione statale ha fornito altre tabelle: 2.8-3.9 milioni di dollari a miglio su un terreno piatto; 16 milioni a miglio in settori difficili (dove ci sono montagne, canyon).

Il Genio militare concorda su quest’ultima valutazione, ossia sempre 16 milioni. Esponenti repubblicani e qualche tecnico hanno suggerito che il piano potrebbe essere quello di alzare la palizzata esistente in qualche punto oppure di raddoppiarla. Una seconda recinzione, con in mezzo una strada pattugliata dagli agenti. In modo da creare un percorso a ostacoli per chiunque provi a violarla e contenere il flusso. Perché è noto che contrabbandieri e clandestini sono capaci di superare agevolmente il muro: un video mostra che bastano appena 18 secondi (sotto, un pattuglia di confine vista attraverso un buco nella barriera di Tecate, in California; Ap).


Il «no» dei nativi
I narcos hanno sviluppato tattiche e si adeguano. Scavano sotto, come a Nogales e Tijuana, le due città dei tunnel segreti. Impiegano rampe poggiate su veicoli. Tagliano la rete. La sfondano con i cric. Oppure, sfidando deserto, calore e scorpioni, mandano i loro portatori a ovest di Nogales, nella riserva indiana Tohono. Qui la giurisdizione è dei nativi, anche se la Border Patrol sorveglia. La frontiera in questo settore ha uno sbarramento piuttosto basso o neppure quello.

Sarà dura modificarlo. I capi della tribù hanno già fatto sapere che non concederanno mai l’autorizzazione. Ma The Donald dove troverà il budget per la Grande Muraglia? Per essere eletto aveva promesso che «la pagherà il Messico». Il vicino ha replicato: non ci pensiamo proprio. In un’intervista il presidente ha disegnato un percorso diverso: saranno nostre risorse (in parte già esistenti nel bilancio per la sicurezza) e poi i messicani «in un modo o nell’altro» ci rimborseranno. Come? Tutto da vedere. Lui stesso ha ammesso che il sistema sarà «complicato» (sotto, una gente messicano accanto alla barriera tra Tijuana e San Diego; Ap).

Le vittime
Non va dimenticato che il «muro» è stato ampliato sotto i democratici e che è stato Bill Clinton a varare un piano che ha lasciato esposta l’area desertica proprio per mettere gli illegali davanti ad un bivio. Provano ad attraversare i quadranti sorvegliati, con il rischio di essere intercettati oppure tentano lungo il Camino del Diablo, sfidando le insidie climatiche e geografiche. Dal 2001 sono oltre 2.500 i migranti trovati senza vita nella regione, numero che va moltiplicato almeno per tre.

Valutazione espressa dalle associazioni umanitarie che abbiamo accompagnato lungo sentieri difficili. La nuova amministrazione potrebbe seguire questo schema: blindi alcune regioni e lasci che sia il territorio come le condizioni meteo a difendere canaloni e passaggi difficili (sotto, un’immigrata messicana prova a toccare le dita di una parente attraverso la barriera, nel punto di San Diego in cui il confine tra i due paesi tocca l’Oceano Pacifico; Ap).


Gli uomini della frontiera
Jim Chilton è il proprietario di un ranch che si estende fino alla frontiera. Lui e la moglie Sue si considerano abbandonati nella «terra di nessuno». Difficile non dare loro ragione. La linea che marca la divisione con il Messico è un fil di ferro. La zona è attraversata da gruppi di spalloni della droga, spesso protetti da scorte armate di kalashnikov, una spola così intensa che lui ha sistemato delle telecamere nascoste per filmarli.

È una processione di uomini in mimetica, con zaini e sacche, le scarpe protette da pezze per non lasciare orme. Gli immigrati ci provano sempre, anche se non come nel passato. Nell’anno fiscale 2016 la polizia ha catturato circa 600 mila clandestini sull’intero lato meridionale degli Usa, il 23 per cento in più rispetto al 2015. Un affare per il racket che spesso chiede 4 mila dollari per portarti fino alla più vicina cittadina statunitense. Oltre agli arresti, le espulsioni. Durante l’amministrazione Obama è stato raggiunto il picco: oltre 2,5 milioni.

In questi giorni, dal Messico arrivano notizie di una possibile intensificazione dei passaggi illegali. Molti clandestini temono la stretta nel segno di Trump e dunque provano prima che sia troppo tardi.

26 gennaio 2017

Favole

La Stampa
jena@lastampa.it

Morale della favola: la sera delle elezioni non sapremo chi ha vinto, e manco il giorno dopo.

Tenacia

la Stampa
jena

La riforma costituzionale gliel’hanno bocciata gli italiani, quella elettorale la Consulta. Ma Renzi non molla, vuole perdere ancora.

Apollo 1: cinquant’anni fa, la prima tragedia spaziale americana

La Stampa
antonio lo campo


Virgil Grissom, Ed White e Roger Chaffee, i tre astronauti dell’Apollo 1 deceduti nella tragedia

Era il 27 gennaio 1967. Quel pomeriggio a Cape Kennedy (poi ribattezzato Centro Spaziale Kennedy di Cape Canaveral) c’era una strana atmosfera. Nella grande e celebre base spaziale americana, c’era grande eccitazione, anche se non era in programma un vero lancio, ma la prova generale di conteggio alla rovescia che avrebbe dato «luce verde» per il primo lancio di una navicella Apollo con equipaggio, previsto per il 21 febbraio successivo.
 
Grissom, White e Chaffee
Ma il 28 gennaio, le prime pagine dei giornali di tutto il mondo annunciavano con titoloni a nove colonne, che per la prima volta tre astronauti erano morti nella loro nave spaziale. Fu la prima tragedia dell’era spaziale, e nonostante quei primi sette anni di pionierismo spaziale e missioni assai rischiose, mai nessun astronauta era mai deceduto in una nave spaziale. Oggi, a Cape Canaveral è in programma una cerimonia per ricordare quel dramma e i caduti delle missioni spaziali.

Il fatto ancor più clamoroso era che i tre astronauti americani erano morti nella loro capsula Apollo durante una prova di conteggio alla rovescia in cima alla rampa di lancio Negli Stati Uniti, e in particolare per la NASA, che sembrava ormai puntare dritta verso la Luna e battere i russi nella gara spaziale, fu un disastro generale, che ci riporta anche alla memoria dei più recenti drammi delle due missioni shuttle finite in tragedia nel 1986 e 2003, ma amplificato dal clima di guerra fredda di quel periodo.

I tre astronauti assegnati alla missione “Apollo 1”, per il primo collaudo in orbita terrestre della navicella destinata, in voli successivi, alla Luna, nel tardo pomeriggio del 27 gennaio erano saliti in cima alla rampa 34 di Cape Kennedy, per effettuare una simulazione completa di quello che avrebbero dovuto compiere prima del lancio vero e proprio, in programma per il 21 febbraio 1967. 
Toccava a Virgil Grissom, veterano del secondo volo “Mercury” e della “Gemini 3” comandare la missione assieme a Ed White, il primo “pedone spaziale” americano di “Gemini 4”, e al giovane “neofita spaziale” Roger Chaffee. Stava così per aprirsi l’era delle missioni lunari, e sembrava che l’obiettivo lanciato da John Kennedy sei anni prima fosse ormai alla portata degli americani e della NASA.

“C’è un incendio in cabina!”
Quel pomeriggio, ogni aspetto doveva essere curato: la vestizione delle tute, il trasferimento alla rampa, l’ingresso in cabina, le connessioni varie, e ogni piccola fase del conteggio alla rovescia.



In cima al razzo Saturno 1-B, Gus, Ed e Roger comunicavano, anche se con grosse difficoltà, con il centro di terra a Cape Kennedy assieme agli astronauti Donald Slayton e Stuart Roosa. Le comunicazioni radio erano continuamente interrotte da disturbi e scariche, e sia nell’Apollo (soprattutto) sia a terra aumentava il nervosismo: «Come sperate di poter comunicare con astronauti sulla Luna» - disse il comandante Grissom ad un certo punto - «se non riusciamo nemmeno a parlare a poche centinaia di metri...».

Il razzo vettore era completamente svuotato dei propellenti, non sembrava vi fosse alcun pericolo e persino i medici e gli addetti agli incendi non erano presenti.

Poi, d’improvviso si sentì “Gus” Grissom urlare: «C’è un brutto incendio, fateci uscire di qui, fateci uscire di qui !!». Pochi secondi e non si udì più nulla. Un lungo pennacchio di fumo nero apparve a chi osservava la rampa, dissolversi in cima al razzo vettore. Grissom, White e Chaffee erano morti: li trovarono nelle loro tute dentro la capsula, mentre cercavano di forzare il portellone dell’Apollo. Erano morti intossicati dalle esalazioni velenose.

L’inchiesta e le conclusioni
Qualche mese più tardi, la commissione d’inchiesta accertò che un corto circuito aveva fatto scoppiare un incendio. Molti degli astronauti esperti della NASA vennero chiamati per fare da consulenza per la Commissione d’Inchiesta.

Walter Cunningam, faceva parte dell’equipaggio di riserva dell’Apollo1, e sarà in futuro astronauta dell’Apollo 7. Lavorò quindi con i tre titolari per tutto l’addestramento: «La capsula bruciata venne sottoposta a stretti controlli» - ricorda - «ogni granello di polvere fu passato al setaccio. Le conclusioni dell’indagine finirono per divenire un’incriminazione di tutti, compresi noi astronauti. Secondo loro era anche colpa nostra, per avere accettato margini di sicurezza inaccettabili».

E invece molti astronauti, compreso lo stesso Grissom, non erano per nulla convinti di molti aspetti. Tra gli astronauti che collaborarono con la Commissione, c’era anche Charles “Pete” Conrad, veterano di voli Gemini 5 e 11, Apollo 12 e Skylab 1, che incontrammo alcuni anni fa (Pete è deceduto in un incidente stradale nel 1999 - ndr), e con il quale parlammo di quell’incidente. Pete ci spiego le cause tecniche in dettaglio: «Dopo giorni e giorni di attenti studi e inchieste» - ci raccontò Conrad - «si scoprì che una porticina che dava accesso al contenitore dei rifiuti di bordo, con i suoi spigoli aveva logorato alcuni cavi mal protetti, che provocarono una scintilla.

La porticina si trovava sotto la cuccetta di Gus Grissom, e la scintilla trovò alimento dal fatto che la cabina aveva atmosfera di puro ossigeno, e che appiccò la fiamma ad una rete di nylon protettiva, situata lì vicino. Questa fu quasi certamente la causa».

«Molti dissero che l’equipaggio morì bruciato nella capsula. In realtà le esalazioni di ossido di carbonio li avevano stroncati molto prima delle fiamme. È probabile che la temperatura interna della capsula raggiunse quasi 900 gradi, e che la pressione si elevò a tal punto da provocare una successiva esplosione». «La Commissione» - ci ha poi confermato di recente Cunningham - «non fu mai in grado di stabilire con certezza le cause, ma gli indizi portavano a un corto circuito nel cablaggio sotto il sedile di Gus».

«Furono trascurati molti aspetti importanti» - ci disse Pete Conrad, sbarcato sulla Luna al comando di Apollo 12 - «Noi stessi, che collaborammo con la Commissione, suggerimmo subito che l’atmosfera interna di solo ossigeno era un errore, e lo avevamo detto fin da quando quella capsula arrivò a Cape Kennedy nell’estate 1966. E poi i cavi non erano protetti in modo sicuro cosi come l‘isolamento in teflon. Dai cavi erano possibili fughe di refrigerante combustibile e corrosivo».

L’Apollo progettata da capo. Due anni e mezzo dopo, Apollo 11 sulla Luna
La capsula Apollo verrà riprogettata: atmosfera interna di ossigeno con azoto, pochi materiali infiammabili, distanti da cavi elettrici e portellone nuovamente progettato per aprirsi in soli 9 secondi, anziché 90. E la NASA riprogramma anche i lanci, che prevedevano, dopo il volo degli sfortunati Grissom, White e Chaffee in orbita terrestre per collaudare l’astronave Apollo con i moduli di comando e di servizio, una seconda missione in orbita terrestre con Walter Schirra, Donn Eisele e Walter Cunningham; un terzo volo con James Mc Divitt, David Scott e Russell Schweyckart per collaudare il modulo lunare (LEM) in orbita terrestre, ed una ulteriore missione a grande distanza dalla Terra con Frank Borman, Michael Collins e William Anders per simulare un rientro ad alta velocità di ritorno dalla Luna.

Conosceva bene Grissom, White e Chaffee? - chiedemmo a Pete Conrad : «Come no, benissimo!. Lavoravamo insieme da anni allo stesso programma. Quando fui lanciato con la Gemini 11, loro già si addestravano a tempo pieno per quella missione. Gus era uno dei primi sette astronauti scelti per il progetto Mercury, e lo conobbi già nel 1958 ai tempi delle selezioni. Con Ed White ebbi un forte legame d‘amicizia. Era quello che conoscevo meglio, eravamo della stessa classe di astronauti del 1962».

Ma nel 1967 la Luna pareva lontana
Quella del 27 gennaio di 50 anni fa è considerata la prima tragedia spaziale, anche se avvenne a terra. Tre mesi dopo, il cosmonauta russo Komarov perse la vita dopo la schianto al suolo della sua Sojuz 1. La corsa alla Luna pareva fermarsi all’improvviso per entrambe le superpotenze. Altra tragedia russa nel 1971, con la morte, a causa dell’improvvisa depressurizzazione dell’abitacolo della Sojuz 11.
Poi, tutto fila liscio fino al 1986, quando in gennaio lo shuttle Challenger esplode in volo, 73 secondi dopo la partenza da Cape Canaveral.

E poi, il 1 febbraio 2003, lo shuttle Columbia esplode in fase di rientro atmosferico. In totale, 14 astronauti periti (7 per missione, 13 americani e un israeliano, compresa la prima astronauta non professionista, l’insegnante Christa Mc Auliffe). Dall’incidente del 2003 fu poi deciso che, una volta completata la Stazione Spaziale, gli Shuttle sarebbero andati in pensione. Anche se, a parte i due incidenti, hanno rappresentato l’epoca più lunga e importante dell’astronautica e le missioni con equipaggio, con 135 missioni in 30 anni, e una fattiva cooperazione internazionale iniziata proprio con l’avventura delle navette spaziali della NASA. 


Cinquant’anni fa la tragedia dell’Apollo I, quando la Nasa perse la sua innocenza
La Stampa
andrea chatrian

Il 27 gennaio 1967 l’equipaggio della prima missione del Programma bruciò vivo nella capsula. Tra di loro Gus Grissom, che la Nasa voleva fosse il primo a metter piede sulla Luna.

Il 27 gennaio di 50 anni fa era un giorno come tanti altri nella forsennata corsa che Stati Uniti e Russia combattevano per arrivare primi sulla Luna. Poi, in 17 secondi, la Nasa perse tre uomini e la sua innocenza. Virgil «Gus» Grissom, uno dei leggendari Mercury Seven (il primo gruppo di astronauti selezionati dalla Nasa); Ed White, il primo americano a compiere una passeggiata spaziale e Roger Chaffee, il «novellino» dell’equipaggio, erano a Cape Canaveral per testare tutte le procedure legate al conto alla rovescia del lancio di quello che - nei piani americani - sarebbe stato il primo volo pilotato del Programma Apollo.


AP

Quel giorno le cose cominciarono ad andare storte fin dall’inizio, non appena gli astronauti si furono accomodati sulle strette poltroncine della navicella che avrebbero chiamato casa per 14-18 giorni, accucciata a 68 metri dal suolo sulla sommità di un razzo Saturno IB. Prima un odore come di «burro bruciato» nel sistema di respirazione, poi problemi nelle comunicazion i radio tra la capsula e i centri di controllo («Come pensiamo di andare sulla Luna se non riusciamo a parlare tra un paio di edifici?!» sbottò Grissom). Le ore di ritardo si accumulavano (dalle 13 si erano fatte le 17,40), ma senza che nessuno si preoccupasse più di tanto.

I serbatoi del razzo erano vuoti, quella era solo una prova. Si decise di sospendere il test principale, ma i tre restarono a bordo per altre provare altri passaggi della checklist. Tutto successe alle 18,31. Grissom (ma le ultime ricostruzioni parlano di Chaffee) grida alla radio: «Fuoco!». Passa un secondo. «C’è un incendio in cabina!». Poi urla, rumori di fiamme e un’ultimo, disperato, «stiamo bruciando» prima di un grido di dolore e il silenzio. Sono passati 17”. Grissom, White e Chaffee erano condannati a morte nel momento stesso in cui la scintilla partita da un cavo elettrico scoperto baciò l’atmosfera di ossigeno puro con cui era pressurizzata la capsula. Perché l’apertura del portellone dall’interno non era possibile con la capsula pressurizzata e quando le squadre di soccorso li raggiunsero era troppo tardi.

La morte dei tre, dovuta alle inalazioni tossiche e alle fiamme, portò a un profondo ripensamento di diversi aspetti di progettazione - dall’uso di materiali non infiammabili alla miscelazione dell’atmosfera passando per un portellone diverso - e al ritardo di un anno dell’allunaggio (previsto in origine per la metà del 1968). E cambiò la storia, perché la Nasa aveva deciso che la prima impronta di un uomo sulla Luna sarebbe stata quella di «Gus» Grissom. Era lui - nato il 3 aprile 1926, ingegnere meccanico, tenente dell’aviazione con oltre 100 missioni di combattimento in Corea e poi pilota collaudatore - il prescelto.

Quest’anno l’anniversario della tragedia dell’Apollo 1 arriva a pochi giorni dall’addio all’ultimo astronauta ad aver calpestato, il 14 dicembre 1972, il suolo lunare. Eugene Cernan è stato l’ultimo, Gus Grissom sarebbe dovuto essere il primo. Il 27 gennaio è così diventato, per la Nasa, il giorno in cui rendere omaggio a tutti gli uomini e le donne (al momento 17 considerando gli incidenti degli Shuttle Challenger e Columbia) morti nel viaggio verso l’Ultima Frontiera. Per tutti loro valgono le parole di Grissom: «Se dovessimo morire, vogliamo che la gente lo accetti. Siamo in un affare pericoloso e speriamo che se ci dovesse succedere qualcosa, questo non ritardi il programma. La conquista dello Spazio vale il rischio della vita».

Intervista al giudice Esposito, assolto il Mattino

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio



Un articolo vero nel titolo e nel contenuto, rispettoso del pensiero e delle considerazioni espresse dal soggetto intervistato. E anche l’operazione di «editing», vale a dire la sintesi necessaria di un colloquio durato venticinque minuti, è perfettamente in linea con il contenuto della stessa intervista. Quanto basta a raggiungere una conclusione certa: il sei agosto del 2013, il Mattino non ha diffamato il giudice di Cassazione Antonio Esposito, pubblicando lo scoop del giornalista Antonio Manzo sul retroscena della condanna di Berlusconi per il processo Mediaset.

Sono queste le motivazioni che hanno spinto il giudice napoletano Pietro Lupi, presidente della quarta sezione civile del Tribunale di Napoli, a rigettare le richieste di risarcimento avanzate dal giudice di Cassazione, sulla scorta di doglianze oggi ritenute prive di fondamento. Ma andiamo con ordine, a seguire il ragionamento dei giudici di primo grado che hanno assolto il direttore del Mattino Alessandro Barbano e il giornalista Manzo (difesi dall’avvocato Francesco Barra Caracciolo). In trentasei pagine, i giudici partenopei analizzano il caso nato dall’intervista resa all’indomani della condanna dell’ex premier, sintetizzata nel titolo di apertura del giornale con il virgolettato «Berlusconi condannato perché sapeva».

Dopo aver ascoltato il giornalista Manzo e analizzato il contenuto della registrazione del colloquio telefonico avuto con Esposito, i giudici del Tribunale di Napoli non hanno dubbi: il testo è vero, pienamente rispondente al contenuto del colloquio registrato da Manzo. Quindi: «L’operazione di cosiddetto editing effettuata nell’articolo può ritenersi sostanzialmente fedele al senso delle dichiarazioni del dottor Esposito che si appalesa dall’ascolto della registrazione». Diritto di cronaca rispettato di fronte alla rilevanza della questione, ma anche rispetto alla pertinenza dei contenuti trasmessi da Esposito a Manzo.

Il giudice di Cassazione, che aveva chiesto un risarcimento di due milioni di euro, si era detto diffamato perché il giornalista aveva inserito nell’intervista pubblicata una domanda che non era presente nella conversazione registrata. Una aggiunta che non ha stravolto il contenuto dell’articolo, né il valore della notizia pubblicata dal Mattino. Ma proviamo a ripercorrere il ragionamento dei giudici partenopei: «Pertanto, anche l’inserimento della domanda («Non è questo il motivo per cui si è giunta alla condanna? E qual è allora?») trova una giustificazione sul piano dell’editing e della resa giornalistica dell’intervista, perché fornisce al lettore un riferimento ad una risposta che, pur in assenza di un’espressa domanda, il dottor Esposito aveva incautamente fornito al giornalista».

Dunque, siamo nel pieno di una ricostruzione aderente al vero. Chiosano i giudici: «La forma espressiva utilizzata dal giornale può ritenersi ardita e spregiudicata, considerati anche i rapporti che vi erano tra il cronista e l’intervistato, ma è sostanzialmente corrispondente al contenuto dell’intervista, come si apprezza dall’ascolto della registrazione». E c’è un punto che spinge i giudici ad approdare a questa convinzione. È la domanda con cui Manzo chiede un chiarimento rispetto al 43esimo motivo di appello (su 46) avanzato dai legali di Berlusconi sul principio del «non poteva non sapere». Come risponde il giudice alla sollecitazione del giornalista? Usa il verbo al futuro, anticipando nell’intervista il ragionamento da riversare in sentenza:

«Noi non andremo a dire quello non poteva non sapere, no tu, noi possiamo, potremo dire, diremo nella motivazione eventualmente... tu eri, tu venivi portato a conoscenza di quello succedeva». Chiaro? Inevitabile la domanda che si pongono i giudici di Napoli: come può il giudice lagnarsi del titolo del Mattino? Non sapeva che, dando quella risposta che ha inizio con «noi andremo a dire...» stava di fatto anticipando le motivazioni sulla condanna di Berlusconi? «Il dottor Esposito - insiste il Tribunale di Napoli - doveva necessariamente essere consapevole di ciò»; mentre pochi righi più avanti, si ricorda che Esposito «tuttavia, non riesce a trattenersi ed in pochi secondi pronuncia quelle frasi che non possono che rivolgersi ai giudici che devono scrivere la motivazione del caso Mediaset».

Giovedì 26 Gennaio 2017, 08:43

La scoperta di essere ebrei

La Stampa
alberto infelise



Era una valigia grande, sopra ci stavamo seduti tutti e due. Elena ed io ci guardavamo attorno, fermi alla stazione di una città che non avevo mai sentito, in un posto sconosciuto in mezzo al freddo dell’inverno piemontese. Mamma e i genitori di Elena sembravano preoccupati, parlavano pieni di agitazione mentre aspettavano che il treno ripartisse per portarci lontano.

Papà non era venuto con noi. “Andate sul lago per un po’, io non posso venire con voi, devo tornare in montagna”. Così mi aveva detto accompagnandoci alla stazione di Porta Nuova. Io non avevo mica capito perché papà dovesse andare in montagna da solo in quell’inverno del 1943. Però ero contento lo stesso.

Elena era la bambina più simpatica (e anche la più bella, ma questo non lo volevo ammettere neanche nei miei pensieri) tra tutte quelle che giocavano in piazza Bodoni. Eravamo quasi vicini di casa, visto che lei abitava al piano di sopra. Aveva sei anni, uno meno di me e stavamo sempre vicini a raccontarci le storie più strane e avventurose quando sentivamo arrivare gli aerei, fischiavano le sirene e noi di corsa dovevamo andarci a nascondere in cantina senza portarci niente dietro.

Ora eravamo in viaggio insieme, il nostro primo viaggio lontani da Torino, per raggiungere una casa che non avevamo mai visto, vicino a un lago grande, sperduta tra le colline. Ma la cosa bellissima era che Elena diventava praticamente mia sorella, perché con i suoi genitori veniva a vivere con noi. 
Io lo avevo chiesto a mamma: “Perché viene a vivere con noi?”. Mamma mi aveva guardato come se mi stesse rivelando un segreto da grandi: “Perché Elena e i suoi genitori sono ebrei, ma tu questo non dirlo mai a nessuno. Per un po’ andiamo a vivere insieme in un posto bello”. Bene! Dissi alla mamma. Ma non ci avevo capito niente.

Cosa voleva dire che Elena era ebrea? Ero anche io ebreo? Potevo diventarlo? “Tu no Vittorio, non sei ebreo – disse mamma – ma è lo stesso. La cosa importante è non dirlo mai a nessuno”.Avevo chiesto a Elena se lei lo sapeva di essere ebrea e lei mi aveva risposto che sì, lei lo sapeva, anche se non capiva bene che cosa volesse dire, visto che lei più che altro pensava di essere torinese. In pochi giorni avevamo capito, più o meno, che dovevamo scappare insieme perché c’era chi dava la caccia agli ebrei e forse anche a noi che eravamo vicini di casa e insomma eravamo proprio amici amici e scappavamo con loro.

Un po’ mi faceva paura, ma certo non quanto gli aerei che arrivavano e buttavano giù le bombe sulle nostre case e a volte succedeva che risalivi dalla cantina e la tua casa non c’era più. Così ora andavamo in un posto nuovo, in una nuova casa, con una nuova famiglia, anche se ancora non si capiva bene perché dovessimo scappare. Da quando ero diventato ebreo anche io, però, avevo paura di qualsiasi persona sconosciuta si avvicinasse per chiederci qualcosa. Papà l’ho rivisto dopo quasi due anni, quando con mamma ed Elena e i suoi genitori siamo tornati a casa in via Mazzini, a Torino. Ero felice, eravamo stati bravi a non dirlo a nessuno quel segreto.

Si vede che ora potevamo tornare a essere ebrei a casa nostra. 

Alla Camera gli stipendi dei dipendenti costano il doppio di quelli dei deputati

Pier Francesco Borgia - Ven, 27/01/2017 - 08:24

Spesi 175 milioni di euro per funzionari e commessi, 81 per gli onorevoli



Roma - Filtrano le prime indiscrezioni sul bilancio consuntivo interno della Camera dei deputati per l'anno appena concluso. E salta subito agli occhi che, in tempo di magra e di rigore pressoché obbligato, si possono comunque spendere 60mila euro per fotografie ufficiali. È il giornale on line La notizia, diretto da Gaetano Pedullà, a riportare alcune delle voci più curiose del bilancio di Montecitorio, appena approvato dall'ufficio di Presidenza.

Altri 10mila euro sono stati investiti nel rinnovo del particolare «guardaroba» rappresentato dalle bandiere. Oltre agli acquisti ci sono naturalmente i servizi. All'interno della Camera dei deputati, ad esempio, costa 200mila euro l'anno la gestione di un efficiente servizio di guardaroba. «Senza dimenticare - si legge sul sito La notizia - i due milioni per la ristorazione, gli oltre 5 milioni per pulire i tanti uffici e sedi della Camera dei deputati e 1,6 milioni per spostare mobili e incartamenti vari».

E, alla fine, il conto non può che essere salato: più di 75 milioni di euro spesi nel corso del 2016 per garantire servizi, beni e forniture di ogni tipo a deputati e dipendenti di Montecitorio». Entrando poi nel dettaglio delle varie voci di spesa si nota, tra l'altro, che la Camera dei deputati ha speso 300mila euro complessivi per rinnovare gli arredi interni degli uffici. E facendolo, peraltro, con sicuro gusto, come si può evincere da quei 25mila euro pagati a Poltrona Frau. D'altronde - rivela il sito La notizia - questi mobili sono particolarmente graditi a Montecitorio. Nel 2016, infatti, la Frau aveva ricevuto un'altra commessa da oltre 14mila euro e prima ancora da 18mila.

Ma non è finita qui. Accanto alla già citata spesa di guardaroba, va ricordato quella ben più impegnativa che riguarda il vestiario di servizio. Nel 2016 sono stati spesi 170mila euro. Senza dimenticare, ancora, i 370mila euro spesi per carta e materiale da cancelleria, oppure i tanti contratti siglati per mostre, convegni e meeting: che in un anno ammontano a circa 90mila euro. Ovviamente queste sono le cifre più curiose. Ma anche le più modeste.

Andando a vedere nel bilancio di previsione si può constatare come la spesa maggiore resta quella per il personale. Il costo è di 175 milioni di euro, mentre gli emolumenti per i deputati della XVII legislatura sono meno della metà (vale a dire 81 milioni di euro). Ma non è tutto. Perché nella giungla dei contratti e delle spese spuntano anche situazioni singolari. Per la locazione di uffici, per esempio, la Camera ha versato in un anno un totale di circa 43mila euro al Patriarcato di Antiochia dei siri, che è proprietaria di un immobile nella centralissima piazza di Campo Marzio.

Insomma resistono le note curiose (come gli oltre 60mila euro per i corsi di inglese per personale e deputati) ma è pur vero che Montecitorio si attiene al «rigore» imperante e continua a tagliare i costi. Quello appena concluso è stato il quinto anno consecutivo di riduzione delle spese. Come si legge sul sito ufficiale della Camera dei deputati, rispetto al bilancio del 2011 che rappresentava il picco di spesa nella storia repubblicana di Montecitorio, le spese sono state ridotte del 12,8 per cento.

Singolare poi che sempre nello stesso prospetto informativo si faccia un malizioso confronto con quanto speso dalle amministrazioni centrali dello Stato. E nello stesso arco di tempo 2011-2016 lo Stato avrebbe aumentato - secondo il sito della Camera dei deputati - le spese di gestione dell'11 per cento.

Il sosia

La Stampa
mattia feltri

Il signor Vincenzo Mundo era finito in carcere a Bari il 2 settembre del 2016 per rapina. Le telecamere della gioielleria hanno inchiodato la sua faccia, incredibilmente scoperta, alla sua colpa. Ma chi sono i due complici, invece a volto coperto? Non lo so, risponde Mundo: io non c’entro, sono innocente. Caro Mundo, gli dicono, lei è pregiudicato e poi guardi qua. Gli mostrano le immagini. Mundo rimane a bocca aperta e occhi sbarrati. Poco tempo dopo nel carcere arriva Riccardo Antonio Corsini, che di Mundo ha la stessa imputazione (rapina), la stessa età (46 anni) ma soprattutto lo stesso viso.

I due si incontrano in cella, si vedono, si fissano e forse svengono. A Mundo un sospetto viene, e Corsini per un po’ prova a resistere. Poi la versione più dolce vuole che Corsini scopre di avere un cuore e scrive al magistrato, mosso da «un forte rimorso di coscienza nel vedere un innocente padre di famiglia accusato di un reato che non ha commesso». Ieri Mundo e Corsini erano in tribunale, seduti l’uno a fianco all’altro. Il giudice ne aveva viste tante nella vita, ma due così uguali, guidati dal caso nella medesima città e nella medesima guardina per il medesimo reato, mai e poi mai. A fine udienza Mundo è tornato a casa. Intanto, però, il pm ha ordinato una perizia antropometrica. Perché la verità ha sempre un’altra faccia, talvolta identica a quella della menzogna.