giovedì 2 febbraio 2017

Un Grillo per la testa

La Stampa
mattia feltri

La marmorea denuncia dell’altra sera di Matteo Renzi («Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso. L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini») ci ha colti di sorpresa. Siamo un po’ confusi, dal momento che un mese e mezzo fa (18 dicembre) Renzi aveva allertato i compagni del Pd dal pericolo di «farsi fregare dal dibattito autoreferenziale su quando scatta il problema dei vitalizi: in questa trappola non dobbiamo cascare». 

Ecco, se non dovevano cascare nella trappola allora, perché Renzi ci casca proprio adesso? Ma, soprattutto, perché ci era cascato da solo appena sei giorni prima, il 12 dicembre («I parlamentari faranno melina nella speranza di arrivare a settembre in modo da incassare i vitalizi. Una vergogna, lo so, ma non mi aspetto niente di diverso»)? Dunque: cascare nella trappola o non cascare nelle trappola?

E ancora, in che senso cascare nella trappola del dibattito sui vitalizi se, meno di un anno fa, Renzi aveva comunicato con orgoglio che «grazie a noi non ci sono più i vitalizi dei parlamentari»? E anche «i vitalizi li abbiamo già aboliti». Ma se sono aboliti grazie a Renzi, che significa evitare che scattino? E se non sono aboliti, perché Renzi non li abolisce adesso, con la sua bella maggioranza? 
Infine: poiché i vitalizi in realtà non ci sono più, sono stati aboliti nella scorsa legislatura quando Renzi era sindaco di Firenze, che è questo Grillo per la testa?

Professione freelance, vietato ammalarsi

La Stampa
barbara d’amico

Tutele ai minimi. Il disegno di legge sul lavoro autonomo è in discussione alla Camera

I freelance che in Italia si ammalano sono ancora cittadini di serie B. Almeno, lo saranno fin quando non verrà approvato il disegno di legge sul lavoro autonomo che proprio in questi giorni è in discussione in Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati. Il testo (ribattezzato Statuto del Lavoro Autonomo) contiene molte delle richieste formulate da Acta, la principale associazione italiana che cura gli interessi dei liberi professionisti e che lo scorso 11 gennaio è stata ascoltata in Parlamento. 

La proposta prevede l’estensione anche agli autonomi delle tutele accordate oggi ai lavoratori dipendenti quando si ammalano. Dall’indennità alla possibilità di non versare i contributi previdenziali per il periodo di malattia, i diritti rivendicati dalle partite Iva sono molti ma non diversi da quelli già esistenti per i lavoratori a contratto (seppur con diverse sfumature che cambiano anche in base ai contratti collettivi nazionali). Anche se dal 2013 esiste una circolare Inps che estende l’indennità di malattia anche agli iscritti alla cosiddetta Gestione separata (cioè i freelance), gli autonomi rivendicano una legge che equipari in tutto e per tutto le tutele tra le due forze lavoro. 

Una stortura di cui anche i Governi italiani degli ultimi 3 anni si sono accorti e su cui i liberi professionisti chiedono urgente intervento visto che ormai la loro categoria ammonta a circa 2 milioni di lavoratori su un totale di 4 milioni e mezzo di autonomi nella Penisola (dati Istat novembre 2016). Lo Statuto del Lavoro Autonomo rappresenterebbe quindi una rivoluzione: il testo prevede una serie di misure a favore dei freelance, tra cui la sospensione del versamento degli oneri previdenziali nelle situazioni di malattia grave (art 13. Comma 3), tale da impedire lo svolgimento dell’attività per oltre 60 giorni. Inoltre è stata inserita la possibilità di equiparare i periodi di degenza a casa (certificata e in caso di malattia grave) a quelli di degenza ospedaliera (art.7).

Come spiega Acta, quest’ultima misura avrebbe come riflesso quello di garantire una doppia indennità e di estendere il periodo di degenza dagli attuali 60 giorni a 180 giorni. Quella delle partite Iva è una battaglia iniziata molti anni fa, ma salita alle cronache nel 2016 quando Daniela Fregosi, blogger e libera professionista, lancia un appello online per denunciare la condizione di chi, come lei, pur avendo un tumore deve continuare a lavorare e pagare le tasse rischiando di dover rinunciare alle cure.

Nella petizione seguita all’appello, disponibile su Change.org; applicazione di tutele di base e in generale un sostegno da parte dello Stato a cui versano le tasse, senza dover attivare aggiuntive e costose assicurazioni private. Dall’inizio della sua diagnosi, Fregosi ha iniziato uno sciopero contributivo rifiutandosi di pagare

l’Inps perché quei soldi servivano appunto per combattere il cancro e oggi, grazie anche a un fondo istituito da Acta, la blogger riesce a saldare le more per i ritardi dei pagamenti senza rinunciare alle cure. Un diritto che per un lavoratore dipendente è del tutto normale, per un autonomo diventa un’eccezione non coperta da ammortizzatori.

Una condizione ingiusta, spiegano i sostenitori della campagna, che riguarda purtroppo molti liberi professionisti (il blog della Fregosi raccoglie testimonianze sin da 2013 ) visti dall’opinione pubblica solo come potenziali evasori fiscali ma considerati invece dalle statistiche come fascia debole della forza lavoro. La maggior parte delle partite Iva infatti è composta da giovani (la maggior parte ha tra i 25 e i 34 anni) con introiti ridotti per colpa della crisi e un carico fiscale tra i più alti al mondo. Dagli avvocati - passati da una media di 51 mila euro annui di fatturato nel 2007 a 31 mila oggi - agli ingegneri - tra i meno pagati in Europa - passando per i freelance senza albo di riferimento, la lista degli autonomi in difficoltà è lunga. Acta spera che l’iter legislativo per lo Statuto sia alle sue battute finali. Perché la malattia, purtroppo, dei tempi burocratici se ne infischia.

La piaga dei cinquantenni sul Web

La Stampa
gianluca nicoletti

Si moltiplicano sui social gruppi che dileggiano le persone di mezza età per la goffaggine con cui si muovono in rete

I cinquantenni sul web sono una piaga. E’ diventata lo slogan che entra in ogni status di gruppo Facebook che aggrega il dileggio per il signore di mezza età, crudelmente colpito nella sua euforica inadeguatezza nel gestire la relazione digitale.

E’ una facezia delle tante che alimentano l’ilare tastierismo sfaccendato su Facebook, ma ha un suo valore quanto indicativa di una mutazione antropologica, fino a poco tempo abbastanza sommersa nella nostra popolazione. Il cinquantenne che si muove goffamente tra i suoi contatti Facebook è ancora digitalmente infantile, è come un bambino di famiglia modesta, invitato a una festa di bambini socialmente più evoluti, da cui cerca disperatamente di farsi accettare. 

Già è uno sfigato cronico nelle iconografie che segnano tutte le pagine dei gruppi che hanno per tema “la piaga dei cinquantenni sul web”, di solito un signore corpulento alle prese con un vecchio computer anni 90 dal gigantesco monitor di plastica grigia, di modello così arcaico che nemmeno più negli uffici pubblici se ne vedono di simili. 

Il cinquantenne ha innanzitutto una visione romanticamente etica della rete da risultare grottesco per ogni alfiere del social cinismo. Ancora manda messaggi del tipo: “grazie per avermi dato l’amicizia” e annuncia una periodica quanto ricorrente “pulizia dei contatti”. Inizia la mattina condividendo con i suoi sparuti contatti un patetico “buongiornissimo!!!” seguito da un immancabile invito “Kaffè?”, naturalmente con la “k” perché il cinquantenne piaga ha ancora in mente le chat leggendarie su “Net Meeting” o su “Irc” in cui il gergo “giovanilista” di quel nuovo ardimentoso cimento era infarcito di “da dove Kiami?” o “F o M?” “Hai cam? Hai Mic?”. 

Lui allora era magari un impiegato con il pallino della tecnologia, uno speranzoso trentenne che nel 1995 salutò il nuovo sistema operativo di Windows, e i primi accessi a Internet che si pagavano a minutaggio, come l’aurora di una nuova civiltà…Il brutto per lui è che è rimasto congelato in quel tempo e ora si trova sgomento proiettato in una terra di mezzo per lui indecifrabile. 

Da una parte vede il mondo concreto degenerato e popolato da “Perzone falze”, che in lui provocano solo una crescente e galoppante indignazione. E’ ancora invasato da una fede incrollabile nella verità di Internet e naturalmente riposta e diffonde ogni bufala possibile, per questo alligna nella sua coscienza la radice profonda di ogni possibile militanza nell’ esercito degli “analfabeti funzionali”. 
Non ha coltivato negli anni altra fonte del sapere che il suo occhieggiare notturno nel suo immarcescibile monitor a bassissima definizione, per lui quella è stata l’”università della vita” e non si capacita degli insulti che riceve da quello che si immagina sia “il popolo della rete” per ogni suo timido post. 

Ogni sua esternazione è una scivolata nel ridicolo, come l’esempio che sta circolando del poveretto che ha postato “cerco bimbi da comprare in occasione”, convinto che fosse un’innocua richiesta d’acquisto. Povero cinquantenne, in fondo non vecchio all’ anagrafe ma digitalmente decrepito, bastava una “Y” per far capire che la sua non era una questua per turpe mercimonio d’ innocenti, ma solo la mesta necessità di avere un accessorio tuttofare a prezzo stracciato per cucinarsi la cena nelle sue interminabili nottate da single. Sempre davanti alla soglia di un mondo di cui vorrebbe far parte da decenni, che invece di accoglierlo e riconoscergli il merito di postare dei bellissimi biglietti augurali con cucciolotti teneri e tramonti romantici, lo bullizza a sangue nonostante i suoi capelli grigi. 

Come funziona la tecnologia in Corea del Nord, il paese più chiuso del mondo

Corriere della sera

di Alessio Lana
Il web è usato solo dal governo per la propaganda, e Youtube sta lottando per fermarla. C'è il sistema operativo di stato, lo smartphone nazionale e le informazioni viaggiano su chiavette Usb

YouTube chiude tutto

Un Paese chiuso, chiusissimo. Ma con spiragli — sul web — per lasciare uscire solo e soltanto messaggi di propaganda. Spiragli contro cui Youtube sta lottando. La Corea del Nord sta scomparendo. Non parliamo della sua presenza geografica ma della sua presenza in Rete. Dopo la chiusura dell'account della Tv di stato meno di due mesi fa, YouTube ha deciso di chiudere i rubinetti ad altri due canali che pubblicavano regolarmente contenuti riguardanti il Paese dei tre Kim.

Il bello però è che ha subito fatto un piccolo passo indietro. La Tv di stato rimane al bando ma il primo canale, «Pozdro z KRLD»,un video blog di viaggio gestito da un utente polacco che vive in Giappone, è stato ripristinato due giorni dopo la chiusura. Il secondo, gestito da un vietnamita che ripostava video ufficiali è rimasto invece al palo. La chiusura è stata immediata, gli autori stessi raccontano di non essere stati avvertiti e Google spiega la sua scelta con il sistema di segnalazioni dei propri utenti. Per evitare problemi, Big G tende a chiudere subito i canali segnalati come appropriati, salvo poi ripristinarli.


Addio TV

Il caso della Tv di stato è più curioso, se così si può dire. Il canale ufficiale nordcoreano era molto seguito per due ragioni principali: serviva agli esperti per studiare il Paese più chiuso del mondo, per carpire qualche informazione magari leggendo tra le righe i vari filmati, dall'altra però c'era anche il lato giocoso. Erano in tanti a farsi beffe delle giornaliste dall'aria austera, di notizie come Kim Jong Un nominato uomo più elegante di Corea o dell'aria marziale delle festività. Insomma, il canale della KCTV aveva molto traffico e, come sappiamo, con esso arriva anche la pubblicità e quindi dei pagamenti al possessore del canale. YouTube quindi lo avrebbe bloccato per evitare che lo stato coreano guadagnasse denaro dalle visualizzazioni.

I notels

Va detto che la Corea del Nord è sempre stato un Paese curioso dal punto di vista tecnologico. Nota al mondo come Paese più chiuso del globo, è dominata dai «notels» o «notetels». Si tratta di lettori portatili con display da 10 pollici che possono riprodurre file multimediali direttamente dalla presa Usb o dalle schede SD. I vantaggi sono parecchi: la batteria integrata gli permette di funzionare anche durante i numerosi blackout, sono poi prodotti in Cina, il maggiore alleato del regime, sono economici (40 euro circa) e in più Kim Jong-Un li ha legalizzati nel dicembre 2014 per modernizzare i mezzi attraverso cui viaggia la sua enorme macchina propagandistica. Per questo motivo le chiavette Usb sono diventate un prezioso mezzo di contropropaganda e diverse associazioni umanitarie raccolgono ogni anno pennette inutilizzate in cui caricare contenuti anti Kim da recapitare con droni e palloni aerostatici oltre il muro con la Corea Del Sud.


Facebook fai da te

La navigazione web verso l'esterno è permessa solo a stranieri e membri della classe dirigente ma i cittadini hanno la Kwangmyong, una rete circoscritta in cui si trovano un paio di siti di ecommerce e perfino un clone di Facebook. L'accesso ai social come Twitter o YouTube è vietato e così i nordocoreani si sono fatti una copia tutta per sé.

Lo smartphone Arirang

 Scarsa anche la presenza degli smartphone. Solo un nordcoreano su dieci ha un cellulare e ovviamente le chiamate internazionali sono al bando. Il cellulare più diffuso è l'Arirang, una linea di dispositivi Android che il regime afferma essere prodotta nel Paese ma molto più probabilmente è realizzata in Cina.

Sistema operativo autarchico

L'autarchia totale emerge anche nel mondo dei computer. La Corea del Nord ha un sistema operativo tutto suo, Red Star, basato su Linux ma arricchito da un'interfaccia che ricorda il vecchio OSX. A bordo si trova un calendario, un word processor e un programma per comporre musica.

Giustizia carogna

Fabrizio Boschi



Nel febbraio 2012 ci provò un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: presentò una proposta di legge per obbligare lo Stato a rifondere le spese legali del cittadino che viene imputato in un processo penale e ne esce assolto con formula piena. Non venne mai nemmeno discussa. Eppure affrontava una delle peggiori ingiustizie italiane.

Il corto circuito che ne viene fuori è poi un altro: chi è sotto la soglia di povertà, ovvero meno di 16mila euro all’anno, può ottenere l’avvocato pagato dallo Stato, ovvero il gratuito patrocinio. Chi usufruisce di questo favore pagato da noi cittadini sono di solito, delinquenti, evasori seriali, ed extracomunitari. Pochissimi gli italiani. Doppia beffa. Davanti al Tar poi la cosa si fa ancora più triste: le cause contro lo Stato vengono pagate dallo Stato stesso.

Ogni anno in questo paese si aprono 1,2 milioni di procedimenti penali, più alcune centinaia di migliaia di processi tributari. Gli assolti, alla fine, sono la maggioranza: secondo alcune stime sono quasi i due terzi del totale. Moltissimi sono quelli che escono dalle aule di giustizia assolti con una “formula piena”, come si dice, e cioè perché il fatto non sussiste o per non avere commesso il fatto. Costoro, però, devono comunque pagare di tasca propria l’avvocato e i professionisti di parte: periti, tecnici, consulenti.

Si tratta di cifre a volte molto importanti. La famiglia di Raffaele Sollecito, processato per otto anni come imputato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, ha dovuto pagare 1,3 milioni di euro al suo avvocato Giulia Bongiorno. Elvo Zornitta, accusato ingiustamente di essere “Unabomber”, il terrorista del Nord-Est, dovrebbe pagarne 150mila al suo avvocato. Giuseppe Gulotta, vittima del peggiore errore giudiziario nella storia d’Italia (22 anni di carcere da innocente) dovrebbe affrontare una spesa da 600mila euro.

Ci sono poi tantissimi casi nei quali anche parcelle da alcune decine di migliaia di euro rappresentano la rovina economica per qualcuno. Oppure casi in cui per non sentir più parlare di quel caso, il cliente soccombe a questa ingiustizia, si china e paga. Quando poi il querelante decide di rimettere la querela, perché magari ha obbligato,  tramite il proprio avvocato, ad un accordo segreto il querelato, che decide di pagare (in nero) pur di veder finito il suo calvario (un ricatto in piena regola insomma: io rimetto la querela se tu mi dai tot altrimenti vado avanti con la causa), allora dopo alcuni anni il querelato si vede pure arrivare a casa una bella cartella di Equitalia, riguardo alle spese originate dalla remissione di querela, come prevede la legge: è la norma processuale, infatti, che fissa a carico del querelato la refusione delle spese del procedimento.

Altra follia pura. Insomma, lo Stato ti obbliga a pagare le spese legali anche se vinci le cause, ma non ha remore nel pagare il difensore all’extracomunitario che non ha nulla ed è in Italia illegalmente.
Anche importanti giuristi e magistrati concordano col fatto che far pagare le spese legali a chi ha vinto la causa o è innocente sia una pura follia. Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, si dice convinto che sia «una fondamentale questione di giustizia: con il discutibile principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, lo Stato stabilisce il dovere d’indagare dei pubblici ministeri; ma ha anche l’obbligo di risarcire l’avvocato all’innocente che senza alcun motivo ha dovuto affrontare spese legali, spesso elevate». Giorgio Spangher, docente di procedura penale alla Sapienza di Roma, ipotizza un fondo «che provveda almeno in parte a indennizzare le spese sostenute», come già avviene per l’ingiusta detenzione.

Certo, il problema (come sempre in questi casi) sono le casse dello Stato: con la legge di Stabilità per il 2016 il governo ha appena dimezzato e reso praticamente inaccessibili le disponibilità previste per la legge Pinto, la norma che dal 2001 indennizzava gli imputati vittime della lunghezza dei processi a un ritmo di circa 500 milioni l’anno. Sarà forse difficile, pertanto, che si possa mettere in atto qualcosa di valido sul rimborso delle spese legali. Ma non può essere questa la scusa per distogliere lo sguardo da questa vera ingiustizia.

Se sei stato accusato di un reato o querelato ingiustamente e poi al termine di un processo una sentenza sancisce la tua innocenza o estraneità ai fatti o il fatto non sussiste, o il fatto non costituisce reato, non è giusto che sia tu a pagare l’avvocato: deve farlo lo Stato. Che invece paga il patrocinio ai delinquenti.

Hasta la sconficta

La Stampa
mattia feltri

Gianni Cuperlo (è vero, non bisognerebbe mai cominciare una rubrica con la parola Cuperlo, scoraggia la lettura, ma Cuperlo è simpatico e intelligente, fidatevi), insomma Gianni Cuperlo ha detto che Benoît Hamon, vincitore delle primarie socialiste in Francia, è «un ammonimento per il Pd», e anche per «una sinistra che ha detto troppi sì alle ricette dei nostri avversari».

Un po’ come Walter Veltroni («Con José Luis Zapatero il pendolo della storia sta tornando a oscillare verso la nostra direzione») poco prima che l’esercito di Zapatero sparasse sui clandestini;

e un po’ come Massimo D’Alema («Caro Blair, la tua straordinaria vittoria premia quella sinistra che ha avuto il coraggio di rinnovarsi») poco prima che Blair facesse la guerra a fianco di George W. Bush;

e un po’ come Bersani («La vittoria di François Hollande può essere un passo determinante per invertire il ciclo disastroso della destra»), poco prima che Hollande andasse nei consensi sotto Marine Le Pen;

e un po’ come Stefano Fassina («Renzi dovrebbe imparare dal discorso di verità che Syriza e Tsipras fanno»), due ore prima che Tsipras si consegnasse alla Trojka;

e un po’ come D’Alema, di nuovo lui («la vittoria di Barack Obama è la sconfitta della cultura di Silvio Berlusconi»), molto prima che Obama, sconfitta la cultura di Berlusconi, vedesse sorgere la cultura di Donald Trump. 

Ecco, siamo proprio curiosi di vedere quale carognata combinerà adesso Hamon alla sinistra italiana. 

Qui

La Stampa
jena

Mezzo mondo in rivolta contro Trump, e noi qui ad aspettare la prossima mossa di Renzi.

"Timbra il cartellino e se ne va": il Comune di Milano indaga sulle soffiate dei dipendenti sui colleghi scorretti

repubblica.it
di ALESSIA GALLIONE

I casi sollevati a Palazzo Marino con il whistleblowing: i lavoratori hanno denunciato online comportamenti irregolari: dalle continue assenze, alle giornate passate su cellulare e tablet da chi lamenta problemi alla vista

"Timbra il cartellino e se ne va": il Comune di Milano indaga sulle soffiate dei dipendenti sui colleghi scorretti

A "denunciarli" sono stati gli stessi colleghi. Soffiando in quel fischietto - la traduzione letterale della procedura - virtuale che è la piattaforma online creata dal Comune per il whistleblowing. Segnalazioni non solo anonime che sono arrivate dall'interno di Palazzo Marino. E che per quasi la metà dei casi - sei su quattordici - passati in rassegna nell'ultimo anno hanno riguardato comportamenti considerati scorretti sul posto (pubblico) di lavoro.

È così che la dipendente trovata a timbrare il cartellino al rientro dalla pausa pranzo o "all'ingresso del mattino" per poi uscire subito dopo dall'ufficio è destinata ad avere un procedimento disciplinare. Ed è così che sono partite le indagini per almeno altre due impiegate "che escono e si assentano dal servizio anche più volte nella stessa giornata" e per un'altra che "non svolge alcuna attività lavorativa lamentando problemi di vista", ma passerebbe il tempo "sul suo telefono e sul suo tablet".

Per capirla, questa vicenda, bisogna tornare all'inizio del 2015, quando il Comune ha creato nella sua rete interna (intranet) una piattaforma dedicata al cosiddetto whistleblowing, ossia alla possibilità per i dipendenti dell'amministrazione di segnalare online, con la garanzia dell'anonimato, un illecito, un'illegalità o un'irregolarità che danneggiano l'interesse pubblico. Un ulteriore tassello del Piano triennale di prevenzione della corruzione che il Comune ha appena aggiornato arrivando a disegnare una mappa approfondita che arriva a toccare praticamente ogni ambito dell'amministrazione, dalle gare fino all'assegnazione dei contributi. Caccia aperta alla corruzione, quindi. Ma non solo.

E la prova è nel numero di denunce degli assenteisti della scrivania accanto. Niente rispetto alle migliaia di lavoratori di Palazzo Marino, certo. Ma ci sono. E soprattutto, gli stessi colleghi hanno deciso di non voltarsi dall'altra parte. In tutto, nei due anni in cui è partito questo strumento previsto dalla legge, sono state 26 le pratiche aperte dallo speciale Organismo di garanzia presieduto da Virginio Carnevali di Transparency International Italia. Sono loro a ricevere e valutare le pratiche e a girarle ai dirigenti che indagano a loro volta e prendono gli eventuali provvedimenti finali.

Le segnalazioni devono avere requisiti finora sempre rispettati: la buona fede, il fatto di essere circostanziate e che arrechino un danno al pubblico. E allora, passiamo ai 14 dossier valutati nel 2016 e descritti nella relazione pubblicata sul sito del Comune. Le denunce sono le più varie: da un proiettore che sarebbe stato acquistato per un valore (7mila euro) superiore a quello reale a una manifestazione natalizia in Darsena che non avrebbe ricevuto alcune autorizzazioni, fino ai tariffari che i tassisti dovrebbero ricevere gratuitamente e che invece sarebbero stati pagati due o un euro. In questi casi è bastata la verifica per far rientrare l'allarme. Per ora, solo per l'impiegata trovare a timbrare il cartellino in modo scorretto è arrivata la richiesta di un procedimento disciplinare.

"Nessuna anomalia", invece, è stata segnalata dal dirigente di un altro lavoratore che, secondo l'accusa, nonostante il filtro dei tornelli non avrebbe fatto tutte le ore di straordinario pagate. C'è stata "una verifica approfondita" anche su una dipendente della polizia locale che avrebbe avuto un "trattamento di favore" perché "da anni" non fa i turni di notte utilizzando però "in autonomia un pass di sosta rilasciato dal comando" proprio per quel servizio. Il risultato? All'Organismo di garanzia non sono bastati i chiarimenti e l'approfondimento è ancora in corso. Pratiche ancora aperte anche per gli ultimi "fischi" del 2016: che riguardano chi dopo un periodo di malattia continua a lamentare problemi di vista ma trascorre le ore di lavoro sul tablet e sullo smarphone e altri due impiegati considerati troppo assenteisti dai loro stessi colleghi.

Migliaia di auto abbandonate. "Ora sono rifugi e discariche"

Marta Bravi - Mer, 01/02/2017 - 08:39

Emergenza Zona 4: "Devono intervenire gli ausiliari". In un anno rimosse 1.339 vetture. Arriva la task force



La piaga delle auto abbandonate. In città ce ne sono migliaia sparse tra controviali, aiuole, parcheggi e ai bordi delle strade.

Solo tra viale Mugello e piazzale Cuoco, area di pertinenza del municipio 4, se ne contano una ventina. Sono vetture rubate e abbandonate, oppure non in regola con l'assicurazione. Alcune sono vandalizzate, «spolpate» di tutti i pezzi che vengono poi riutilizzati o rivenduti, altre invece diventano rifugio di balordi, tossici o senza tetto. O usate come discariche a cielo aperto. Il risultato finale è identico: bombe di degrado.

Solo nel 2016 in tutta la città sono state rimosse 1339 auto abbandonate, contro le 2006 del 2012. Attenzione però: si considerano abbandonate le vetture che non possono più circolare perché senza ruote, finestrini o altro. Per queste la procedura prevede che dopo essere state segnalate vengano rimosse e portate in deposito. Il proprietario ha 60 giorni di tempo per ritirare l'auto, la multa è di 1600 euro. Se si ritira la vettura non si paga la contravvenzione, ma solo i giorni di deposito. In caso contrario si procede con la cancellazione della targa al Pra e la demolizione, o in certi casi, la rivendita del mezzo.

Per le auto non assicurate, che ammontano a qualche migliaia, invece, la sanzione per chi le abbandona in strada è di 594 euro se si paga entro 5 giorni, o scontata di un quarto se si rottama il veicolo entro 30 giorni. L'anno scorso Palazzo Marino ha cambiato le regole: la rimozione delle auto abbandonate viene effettuata da società specializzate che hanno la facoltà di rivendere il veicolo recuperato o di riciclarne i pezzi di ricambio, al fine di recuperare le spese sostenute. Il servizio è a costo zero per le casse del Comune che risparmia così circa 800mila euro l'anno.

Per facilitare le segnalazioni da parte dei cittadini è stato anche attivato un indirizzo mail: Pl.ufficiocentraleveicoliabbandonati@comune.milano.it. Il Comune sta anche istituendo una task force per combattere il fenomeno che ha raggiunto livelli allarmanti, soprattutto in alcune zone, come la 4. Il presidente della commissione Sicurezza del Municipio 4 Francesco Rocca (FdI) si è dato al fai da te: con i suoi collaboratori gira per il quartiere «a caccia» delle vetture parcheggiate da mesi. Grazie a una app gratuita, che chiunque può scaricare, verifica se le auto sono state denunciate perché rubate, o sono in regola con la copertura assicurativa.

Poi inviano la segnalazione al comando della polizia locale di zona perché rimuovano le macchine. «Nella maggior parte dei casi i vigili non escono subito - racconta Rocca - se dopo venti giorni l'auto è ancora lì, questo il tempo che ci siamo dati secondo uno schema di lavoro che abbiamo condiviso, sollecitiamo di nuovo l'intervento degli agenti». Obiettivo: liberare posti auto preziosi per i residenti ed eliminare le fonti di degrado. «Nella nostra zona, ma in tutta la città, i parcheggi sono ormai una rarità: le auto abbandonate tolgono spazio vitale agli automobilisti per questo sollecitiamo più volte i vigili - spiega ancora Rocca –.

Non solo, i veicoli diventano ricettacolo di degrado: spesso vengono usate come rifugio da clochard, tossici e balordi che ci dormono la notte. Oppure, diventano discariche a cielo aperto». Una guerra contro i mulini a vento, quella che combatte il presidente della commissione Sicurezza: «Da ottobre a oggi siamo riusciti a far rimuovere solo 5 auto per questioni burocratiche e per mole di lavoro che incombe sui vigili. Per aumentare anche il numero delle segnalazioni si potrebbero incaricare gli ausiliari della sosta, molto presenti sul territorio».