venerdì 3 febbraio 2017

Colpo delle Fiamme Gialle contro la pirateria: trasmettevano contenuti Sky e Mediaset per 70 euro l'anno

Corriere della sera
Emanuele Villa

Il Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza ha individuato a Napoli tre centrali di trasmissione di contenuti televisivi: una batteria di decoder e di smart card per offrire ai propri clienti i pacchetti Sky e Mediaset Premium a 70 euro l'anno. I soggetti rischiano fino a 4 anni di reclusione e 15.000 euro di multa



Le Fiamme Gialle hanno sferrato un duro colpo alla pirateria audiovisiva individuando a Napoli tre centrali di trasmissione di programmi televisivi e sequestrando tre centrali televisive e materiale per circa 76.000 euro: 18.000 euro in contanti, 17 carte postepay, 235 decoder, 104 smart card e 43 computer.


La centrale da cui venivano trasmessi i contenuti Sky e Mediaset

Il meccanismo era quello della ritrasmissione su web dei contenuti più pregiati delle Pay TV italiane, ovvero quelli esclusivi (show, serie TV) e soprattutto gli sportivi (non per niente l'operazione della GdF si chiama Match Off 3.0). I pirati, muniti di una batteria di decoder e card Sky e Mediaset Premium, decodificavano i contenuti e li ritrasmettevano in tempo reale su web, facendosi pagare un forfettario di circa 70 euro annuali, una cifra corrispondente a poco più del 10% di un buon abbonamento legale e completo.



La qualità non sarà stata paragonabile a quella originale, per non parlare di più che probabili fenomeni di latenza  del segnale, ma evidentemente - a giudicare dall'infrastruttura - l'abbonamento al 10% del prezzo ufficiale faceva comunque gola.




La GdF comunica che le centrali di trasmissione sono gestite da un soggetto residente in Svizzera ma di fatto domiciliato a Scampia; il gruppo forniva in abbonamento annuale sia canali live (supponiamo, principalmente le partite di calcio nazionali e internazionali) ma anche un pacchetto di contenuti on demand proprio come fanno le emittenti pay nei loro servizi broadcast o in streaming online.

Nell'operazione di sequestro, le Fiamme Gialle hanno identificato un'ulteriore attività criminale: tra il materiale presente sono state rinvenute decine di fotocopie di carte d'identità di persone del tutto ignare, il che configura un vero e proprio furto d'identità. Nei confronti dei soggetti è stata contestata la violazione dell’art.171-ter della Legge 633/41, che prevede la reclusione fino a 4 anni e la multa di € 15.000.

«Illegittimi i ristoranti sull’acqua» La sentenza che scuote il Naviglio

Corriere della sera

di Paola D’Amico

Il Consiglio di Stato: via i barconi in 4 mesi. «Lo spazio acqueo costituisce un bene demaniale contendibile. Va messo a gara». Il Comune prepara il bando



Sono parte integrante del paesaggio urbano. Galleggiano in quel tratto di canale dalla metà degli anni Ottanta. Il Naviglio Pavese non è navigabile ma le grandi chiatte che ospitano bar e ristoranti danno l’illusione che lo sia. Anche nelle giornate nebbiose d’inverno. Ora i giudici del Consiglio di Stato, scrivendo la parola fine a un contenzioso che si trascina da quattro lustri, hanno deciso che quei tre barconi (un quarto è nella giurisdizione del Consorzio di Bonifica Est Ticino/Villoresi e resta dov’è) devono mollare gli ormeggi entro 120 giorni, come anticipato dal quotidianoIl Giorno. Sentenza senza appello.

La notizia ha colto di sorpresa lo stesso Comune, protagonista del duro braccio di ferro con i gestori dei locali galleggianti. La decisione non significa che lungo gli specchi d’acqua non sarà più possibile attraccare chiatte e barconi ad uso intrattenimento. Scrivono infatti i giudici: «Lo spazio acqueo occupato dal barcone costituisce un bene demaniale economicamente contendibile, il quale può essere dato in concessione ai privati, a scopi imprenditoriali, solo all’esito di una procedura comparativa a evidenza pubblica».
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Non a caso gli uffici, dal giorno della riattivazione della Darsena,stanno studiando un regolamento d’uso innovativo. Ma la pratica non è completa e pare essere ancora lontana dal necessario passaggio in Consiglio comunale, cui spetterà l’ultima parola. Non è quindi escluso che un domani gli spazi demaniali occupati dai barconi siano messi a bando. Ma se la gara pubblica non arriverà entro i prossimi quattro mesi, le chiatte dovranno inevitabilmente essere portate via. «Ora è tutto nelle mani della politica», dicono sia i ristoratori, che lottano per la salvezza, sia i comitati cittadini, che invece sono tra i principali oppositori alla permanenza dei barconi, come conferma Gabriella Valassina.

Sono tre sentenze fotocopia quelle depositate martedì scorso dalla sesta sezione del Consiglio di Stato. Come già aveva fatto il Tar Lombardia, respingono il ricorso delle tre società che gestiscono attività di ristorazione su chiatte galleggianti. Si tratta del «Cristal Pub» di via Ascanio Sforza 11, dell’«Old Camillo’s Pub» ormeggiato in Ascanio Sforza 19 e del locale di via Scoglio di Quarto. Giovanni Rossi, legale rappresentante della società che ha ingestione Il Barcone, attraccato davanti al ristorante Frank Pummarola, spiega: «Se parteciperemo a un bando? Certo. Ma c’è un piccolo problema che sfugge a molti: la chiatta ormeggiata davanti al locale ne è parte integrante. La nostra licenza dal 1985 è unica e riguarda ristorante, dehors e barcone. Siamo in attesa di un incontro in Comune per tentare di trovare un accordo».

Intanto, la pratica è stata trasferita dal settore Commercio interamente al Demanio. nRossi racconta che il suo babbo Armando avviò il locale (pizzeria, pesce e carne) nel 1981. Oggi «è in tutte le guide del mondo e con il bel tempo i turisti cinesi chiedono di essere immortalati con la chiatta sullo sfondo». Il contenzioso è iniziato prima con la Regione che ha gestito il Naviglio fino a metà degli anni Novanta, per passarlo poi in parte al Comune in parte (dopo il ponte di via Pavia) al Consorzio di Bonifica Est Ticino/Villoresi.

«Ci fu data la concessione, perché diversamente non avremmo portato qui una chiatta, e un anno dopo ce la tolsero», racconta Rossi. Allora iniziarono i ricorsi. La faccenda s’è complicata con il passaggio delle competenze al Comune. Che ha tentato con due diverse ordinanze di sloggiare le chiatte. Nel 2009 e nel 2014. In quell’anno, tra l’altro, un’interrogazione del grillino Mattia Calise, portò a galla debiti pregressi delle tre società nei confronti dell’amministrazione, 140mila euro in tutto. «Debiti che stiamo sanando per quanto ci riguarda — dice Rossi — con cartelle esattoriali che abbiamo regolarmente pagato». I gestori hanno respinto più d’un attacco. Ordinarono la cessazione dell’attività le giunte Formentini, la Conferenza di Servizi nel 2009 e infine nel 2014, la giunta di Giuliano Pisapia.

La Zecca di Stato stampa una moneta per ricordare Totò, il principe della risata

Il Mattino
di Fabrizio Coscia



«Questa è una moneta dell’epoca di Augusto... è una moneta augustea!». Chi non ricorda la celebre scena del film «Guardie e ladri», in cui un Totò che si finge guida turistica organizza la truffa del «doppio sesterzio» ai danni di un ignaro e ricco turista americano, spacciandogli per «moneta augustea» una patacca di nessun valore? Sarà invece autentica la moneta celebrativa dal valore nominale di cinque euro che la Zecca dello Stato conierà in onore di Antonio de Curtis, in arte Totò, in occasione dei cinquant’anni dalla morte del grande comico napoletano. Una notizia che non può non rallegrarci, perché è un riconoscimento simbolico all’inimitabile arte comica del «principe della risata», il cui volto (e con il suo volto ci girerà anche e soprattutto un pezzo glorioso di Napoli) adesso potrà essere nelle collezioni numismatiche di tutta Europa.

La novità è contenuta nel catalogo delle emissioni 2017 della Repubblica italiana che oggi sarà presentato al World Money Fair di Berlino, il più prestigioso appuntamento numismatico internazionale giunto alla 46esima edizione. Nella collezione delle monete 2017, scelte dalla commissione tecnico-artistica istituita dal Ministero dell’Economia, è compresa infatti anche la moneta da cinque euro dedicata a Totò, il cui conio è previsto per il prossimo settembre. Disegnata dall’artista incisore Uliana Pernazza, medaglista romana, è un omaggio alla maschera teatrale dell’attore napoletano. Sul dritto della moneta, un ritratto di Totò con la bombetta, ispirato alla celebre foto di Guy Bourdin, del 1955. Sul rovescio, le mani del comico nella caratteristica «mossa», con l’indice e il pollice che si toccano a intreccio, incorniciate da pellicole cinematografiche; sul lato sinistro la firma autografa di Totò.

Bisognerà, dunque, aspettare il prossimo autunno per poterla vedere, quando il ministero dell’Economia pubblicherà nella Gazzetta Ufficiale il decreto che ne stabilisce il prezzo e il numero di esemplari. E chissà cosa avrebbe pensato il principe De Curtis se avesse saputo che la sua faccia sarebbe finita sulla moneta simbolo dell’Unione Europea, lui che definì l’Italia «un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire». Quisquilie? Pinzellacchere? In realtà a una moneta celebrativa ci aveva già pensato lui stesso, da vivo, realizzando un gesto di meravigliosa megalomania: 50 grammi in oro per farsi raffigurare, nel 1962, come un imperatore romano, di profilo e con tanto di stemma araldico. Quella moneta Totò la regalava agli amici più cari, come a voler lasciare la parte più «nobile» di se stesso. Del resto la questione nobiliare è stata per Totò, come si sa, una vera ossessione.

Nato il 15 febbraio 1898 nel rione Sanità, da una relazione clandestina di Anna Clemente con il marchese Giuseppe De Curtis, che però riconobbe il figlio solo all’inizio degli anni Venti, nel 1933 si fece adottare dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, per ereditarne così la lunga serie di titoli nobiliari. Ma principe della scena lo fu di diritto, grazie al suo smisurato talento comico che gli fece attraversare negli anni Trenta e Quaranta le scene italiane del varietà, dell’avanspettacolo e della rivista, come un marziano. La sua fisicità dinoccolata, il lavoro sul corpo inteso come marionetta erano, in realtà, talmente eversivi da ritrovarsi in perfetta sintonia con tutta la ricerca teatrale dell’avanguardia del Novecento, teorizzata dal mimo Etienne Decroux, dalla biomeccanica di Mejerchol’d e dalle teorie di Gordon Craig.

Tutto ciò veniva praticato da Totò in maniera affatto spontanea, istintuale, guidato com’era da un gusto naturale per la rottura, e tuttavia quella dimensione eversiva, quella capacità di recitare «contro» lo spettacolo stesso, di scardinarne le regole compositive, tendeva a rendere quella comicità come un corpo estraneo nel teatro italiano di quegli anni, al punto che il passaggio di Totò al cinema di cassetta, soprattutto a partire dagli anni Quaranta, segnò in qualche modo la normalizzazione di una vena buffonesca surreale, difficile da gestire perché indipendente.

Buon linciaggio

La Stampa
mattia feltri

Non ci azzarderemo a spendere una sola parola sull’uomo che a Vasto ha ammazzato il ragazzo di 21 anni che gli uccise la moglie passando col rosso. Solamente un pazzo o Fëdor Dostoevskij oserebbero mettere dito nell’anima di un uomo disperato a tale punto. Ma vogliamo dire qualcosa su una comunità - su tutti noi - che chiedeva giustizia prima del processo, come funzionava nel Far West coi ladri di cavalli.

È stata chiesta con manifestazioni di piazza e sentenze spietate e inappellabili sul web, e giustizia equivaleva a carcerazione preventiva. E cioè, in galera subito, per placare la rabbia, e poi si vedrà, e nonostante il ragazzo la sera dell’incidente guidasse a poco più cinquanta all’ora, non fosse né drogato né ubriaco, non fosse fuggito e insomma non c’era un solo appiglio per rinchiuderlo prima del giudizio in tribunale, se non attraverso la logica della corda insaponata. 

È stata data la colpa alle lentezze della magistratura, ed è una faccenda con cui tocca fare i conti. E c’è chi lo spiega da decenni, inascoltato. Ma la pretesa di una giustizia di piazza è anche il «fuori i nomi» di qualche giorno fa sui ritardi di Rigopiano, è anche la periodica speranza di una «giustizia esemplare», che esiste in Cina, mentre in una democrazia esiste la giustizia e punto, senza aggettivi, ed è anche rispondere a ogni emergenza con lo sbrigativo «inasprimento delle pene», e sono tutti fuochi del cuore che portano il nome del linciaggio: il modo più comodo e sommario di sentirsi migliori del linciato. 

Così può accadere che Abele diventi Caino

La Stampa
maurizio assalto



«Chi non punisce il male comanda che si facci», ammoniva Leonardo da Vinci. Il che può essere inteso in un duplice senso: che il colpevole impunito continuerà a fare il male; ma pure che l’impunità della colpa produrrà un male da cui si lascerà contagiare l’intera collettività. La vicenda del marito di Vasto che sette mesi dopo la morte della moglie, uccisa in un incidente stradale, si è vendicato uccidendo il giovane che l’aveva causato è un caso esemplare per capire a cosa serve in una società civile la giustizia penale, e quali effetti può provocare la sua mancata, o parziale, o differita, o inadeguata applicazione.

Sulle ragioni che fondano la giustizia penale sono state proposte nel corso del tempo diverse teorie: la punizione come vendetta (che è la risposta più immediata al male sofferto), come risarcimento (alla base per esempio della legge del taglione), come intimidazione (affinché il colpevole stesso o eventuali altri non ricadano nella medesima colpa). C’è anche - iscritta nella Costituzione della Repubblica italiana, all’articolo 27 -

l’idea che le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato»: nobile preoccupazione, indubbiamente, ma secondaria rispetto alla loro effettiva funzione, di cui sembra si sia smarrita la consapevolezza. Con il risultato - sovente denunciato - che c’è più sollecitudine per il dramma umano dei carnefici che per quello delle vittime, che ci si preoccupa della sorte di Caino («Nessuno tocchi Caino») e Abele viene abbandonato a sé stesso. E che ogni tanto può succedere come a Vasto.

Quello che è successo non è soltanto grave in sé, ma per ciò che sottintende. È un dito che indica la luna, e la luna è la vera - cruciale - funzione della giustizia penale nel tenere insieme uno Stato. Nell’astrazione teorica dei giusrazionalisti secenteschi, nel momento in cui scelgono di uscire dallo stato di natura e, attraverso un pactum societatis, entrano a far parte della società civile, gli individui depongono uno o più diritti naturali.

Per Thomas Hobbes, teorico dell’assolutismo, li perdono tutti tranne il diritto alla vita - e va da sé che se lo Stato non è in grado di assicurarlo, il patto è violato e gli individui riprendono la propria libertà di autodifesa. Per il liberal John Locke, invece, l’unico diritto naturale a cui i futuri cittadini rinunciano è quello a farsi giustizia da sé, demandando questo compito allo Stato. Ma, anche in questo caso, se lo Stato è avvertito come inadempiente, il rischio è che gli interessati decidano unilateralmente di rompere il patto e di riprendersi il loro diritto, innescando una spirale potenzialmente disgregativa dell’ordine civile.

Nel caso di Vasto non possiamo sapere come sarebbe finita la vicenda giudiziaria: era appena stata fissata l’udienza preliminare per decidere sul rinvio a giudizio. Ma gli innumerevoli precedenti di colpevoli di delitti anche gravi che, tra pene incongrue e sconti vari, sono tornati ben presto in libertà (e magari liberi di delinquere ancora) genera inevitabilmente un senso di incertezza che alimenta i cattivi pensieri. E così può accadere che Abele diventi Caino.

Class action contro Samsung: la memoria di smartphone e tablet è meno di quella dichiarata

La Stampa
bruno ruffilli

App e software inutile occupano fino al 40 per cento dello spazio disponibile. Il Tribunale di Milano dà ragione ad Altroconsumo e ordina all’azienda di rimborsare gli acquirenti



Altro che smartphone e tablet da 16 GB: secondo Altroconsumo la memoria libera arriva a essere nella realtà fino al 40 per cento in meno. Così, per i modelli base, si scende sotto i 10 GB, e tra app, video e foto, si fa presto a riempire lo spazio disponibile. Oggi il Tribunale di Milano ha ammesso la class action promossa dall’associazione consumatori contro Samsung Italia e ha ordinato all’azienda di pubblicare l’ordinanza sulla home page del sito (al momento in cui scriviamo, però, questo non è ancora avvenuto).

«È una decisione storica, perché legata a un’azione collettiva di risarcimento che nasce in Italia e i cui effetti ricadranno ovunque, investendo un colosso della telefonia e dell’elettronica presente sul mercato internazionale», osserva Marco Pierani, direttore relazioni esterne per Altroconsumo. «L’obiettivo dell’azione di Altroconsumo è eliminare le pratiche che negano la trasparenza e sgomberare elementi strutturali di disturbo allo sviluppo del mercato e alla fiducia dei consumatori».

L’organizzazione dei consumatori aveva denunciato la vicenda negli scorsi anni, sino ad arrivare all’atto di citazione presso il Tribunale a marzo del 2016. Che arriva dopo una decisione analoga dell’Antitrust del 2014, che impose a Samsung una multa di un milione di euro, mai contestata in giudizio dall’azienda. Con la class action attuale, chi ha acquistato uno smartphone o tablet da Samsung Italia nel periodo tra agosto 2009 e dicembre 2014 potrà richiedere un rimborso.

L’organizzazione di consumatori mette a disposizione sul sito www.altroconsumo.it maggiori informazioni di dettaglio su modelli, tempistiche e modalità di adesione utili per aderire all’azione risarcitoria. Secondo le stime di Altroconsumo il rimborso potrebbe arrivare a oltre 300 euro, tuttavia è verosimile che nella maggior parte dei casi sarà poco più che simbolico, considerato che si tratta di modelli base, vecchi di qualche anno, e in cui la memoria non influisce significativamente sul prezzo. Ma è il principio che conta. 

Un principio che oggi colpisce Samsung, e può estendersi a tutti gli smartphone e i tablet in commercio, perché il valore di memoria pubblicizzato non è mai quello oggettivamente disponibile: a ridurlo contribuiscono il sistema operativo e le varie app presenti di default. Per questo la stessa Samsung ha già notevolmente ridotto il numero di app preinstallate sui modelli più recenti, e anche Apple, con l’ultima versione di iOS, permette di eliminare le applicazioni non strettamente indispensabili, come iBooks, Borsa, Promemoria e altre.

D’altro canto, sempre più spesso anche su apparecchi economici la memoria parte da 32 GB o più, ed è espandibile tramite schede SD che costano sempre meno. Samsung Electronics Italia, nell’apprendere il contenuto dell’ordinanza emessa dal Tribunale di Milano, «esprime il proprio disaccordo per tale decisione e comunica che sta valutando la possibilità di proporre reclamo contro l’ordinanza». L’azienda precisa inoltre che «i fatti oggetto della decisione si riferiscono esclusivamente al periodo 2009 – 2014 e solo ad un numero molto limitato di vecchi modelli».

Compagni

La Stampa
jena@lastampa.it

Grazie a Bersani e Vendola avremo il compagno Casini al Quirinale

Il popolo di Trump contro Disney, Harry Potter e la birra belga

La Stampa
benedetta grasso


L’attore Idris Elba alla prima di Zootropolis. Ha dato voce al capo della polizia

Niente più birre Budweiser, film Disney e Harry Potter, se hai votato Trump.

«Pura propaganda! Zootropolis è un lavaggio del cervello di sinistra» scrive una mamma preoccupata su Amazon, dando la sua interpretazione di un cartone nel quale gli animali discutono gli istinti che ci rendono civili e incivili: forse in modo complesso, senz’altro con intenti edificanti. Anche la recensione di Jim (sempre su Amazon) concorda: «Incredibile!

Guai a osare, ad avere un’opinione diversa! Niente più Disney: non possiamo fidarci di loro per l’educazione morale dei nostri figli». «Ci vogliono dividere». Una sola stellina anche a Creed: «Troppi neri». Ma l’apoteosi è per The Americans, spy story che rievoca le gesta degli agenti russi infiltrati negli Usa ai tempi della guerra fredda: «Non voglio guardarlo, molti personaggi non sono americani».

Recensioni reali di utenti scontenti, capolavori del paradosso, come la hit parade dei peggiori film del sito Breitbart, diretto da Steve Bannon, che ha ora in mano la Casa Bianca (è il Chief Strategist del presidente). Animal House? L’ho amato tantissimo, ma rafforza l’idea che i perdenti vanno premiati. Il Dottor Stranamore: le armi nucleari hanno salvato un sacco di vite, il Giappone se lo meritava, insegna a delegare la responsabilità. Footlose: cosa c’entra il cattolicesimo vero con la danza? 

Sembrano parodie, leggerezze imperdonabili mentre una dodicenne con i genitori già cittadini negli Stati Uniti è bloccata a Djibouti, dopo che Trump ha firmato un decreto in fretta furia senza seguire convenzioni e protocolli tradizionali, senza consultarsi con il suo stesso team, o dipartimenti di governo (in maggioranza repubblicani che l’avrebbero reso semplicemente più attuabile e sensato), eppure i commenti a questa notizia non sono poi così diversi da quelle recensioni surreali. Sono senza filtri: «Non è la responsabilità del popolo americano essere i suoi genitori!».

Oppure: «Certo che se lasciano la figlia indietro, peggio per loro». Ancora: «Quando faranno un film su di lei?». Per concludere: «Figurati se una vestita così ama l’America, rimandateli indietro». Inutile indagare gli effetti se un suo amico iraniano che sognava la notte degli Oscar per vedere una regista premiato dal paese che ama di più al mondo, gli Stati Uniti, oggi è invece animato da un risentimento che infuoca una mentalità da vittima. Quella stessa mentalità che aveva criticato in qualche parente lontano e più estremista, ora gli sembra allettante.

La guerra all’arte ha echi di un passato autoritario, ma forse qui è un’esplosione di un’ipersensibilità moderna che - tra l’altro - viene spesso attribuita alla sinistra come anche causa della sua stessa rovina, ma si manifesta uguale anche tra gli altri. In tanti si sono accaniti contro i democratici accusandoli di aver esagerato con il simbolismo orwelliano, ma l’opposizione negli Stati Uniti non è becera, se creativa, e chi ha già letto e capito Orwell non è forse il nemico peggiore.

Il più piccolo graffio è una ferita mortale, il mondo è a squadre, ma questioni serie come la fiducia nei meccanismi neutrali, l’esperienza considerata basilare per ottenere una nomina, alcune libertà, e perfino la razionalità sono visti come secondari. Uno studioso, uno scienziato, una studentessa del college, una famiglia cattolica siriana, una famiglia curda a Nashville, un medico che doveva tornare dai suoi pazienti, due ragazze cresciute nel New Jersey che aspettano la mamma irachena, un impiegato di Apple o di Google non hanno solo da affrontare le intricate nuove leggi, districarsi, capire cosa è pericoloso, cosa xenofobo cosa puramente burocratico, devono sostenere anche lotte di pop culture.

E poi ci sono il Superbowl, il rito americano per eccellenza, e una pubblicità che circola online. È la storia della birra Budweiser: un immigrato arriva a Ellis Island, passa le pene dell’inferno tra insulti perché non è come gli altri e intemperie e infine diventa un businessman di successo. Questa stessa pubblicità qualche anno fa sarebbe stata vista come la cosa più patriottica del mondo e invece oggi: «Come puoi paragonare degli immigrati bianchi tedeschi con degli stupidi Musulmani che distruggono tutto solo perché gliel’ha detto Allah? Ma sei serio? hai perso un cliente!». «La Budweiser non è più americana ma belga, in Belgio Muhammad è il nome più comune».

Passando per il boicottaggio della destra contro Starbucks che ha annunciato l’intenzione di assumere rifugiati della destra, e quello della sinistra contro Uber perché non ha fatto sciopero come i taxi. Morale: meglio non confondere un Trump da domare, più che demonizzare, coi suoi elettori. Che sono una minoranza premiata dal sistema proporzionale combinata con elezioni poco convenzionali. Meglio non dipingerli come uno stereotipo ignorante perché molti non lo sono. Sono invece compulsivi della tastiera a cui manca il tempo di esaminare le questioni a fondo, americani che non percepiscono il tradimento degli immigrati legali o dimenticano che per ragioni geografiche i rifugiati non arrivano in massa e comunque, anche prima di Trump, erano costretti ad affrontare una burocrazia complessa, esigente e a tratti abbastanza insensata.

Resta il fatto che di fronte a storie di ebrei yemeniti bloccati alla frontiera, gente in lacrime, un’irachena morta - respinta, non è arrivata in tempo per curarsi - sembra che la preoccupazione principale sia che «A Hollywood ora trattano malissimo Nicole Kidman». La sensazione disarmante è che le persone non siano più in grado di ironizzare sugli eccessi né di provare empatia. Pur restando le eccezioni rimarchevoli: Ellen de Generes che ha spiegato con dolcezza, usandola come satira, la storia di Finding Dory per spiegare come ci insegni ad accettare il diverso. E pensare che Trump ha visto quel film proprio mentre famiglie intere restavano bloccate negli aeroporti. 

Forse uno dei paradossi più potenti è stato esemplificato dal tweet con cui JK Rowling, l’autrice di Harry Potter, ha risposto a una fan che le ha fatto sapere che dopo 17 anni di amore incondizionato per il maghetto aveva appena bruciato i libri disgustata e imbarazzata dalle sue opinioni politiche. La risposta della Rowling è stata: «Forse è vero quello che dicono: puoi far leggere a una ragazza dei libri che raccontano dell’ascesa e la caduta di un autocrazia, ma lo stesso non riesci a farla pensare per davvero…». Chi vede il bicchiere mezzo pieno passa oltre, magari appena infastidito da questa ipersensibilità collettiva che si nutre solo di capri espiatori.

Chi vede quello mezzo vuoto deve constatare che nel 2017 c’è qualcuno che, pur avendo studiato la Storia del Novecento, riesce a vantarsi pubblicamente di aver bruciato dei libri.

La tenera richiesta di aiuto di un gatto randagio che cammina come un canguro

La Stampa
noemi penna

Si è avvicinata ai suoi soccorritori come se fosse una piccola cangurotta. Oggi questa gatta color zenzero con le zampe anteriori malformate ha iniziato la sua ascesa, grazie a una tenera richiesta di aiuto che sta commuovendo il web.



Roo è uno dei gattini di una colonia randagia di Elmer, nel New Jersey. E basta una sguardo per capire che si tratta di una micia molto speciale. Ha le zampette anteriori più corte del normale e ripiegate: una malformazione che l'ha costretta a imparare a camminare su due zampe, come se fosse un canguro coi baffi.

Gli operatori del gruppo Zeus and The Kitty Cats di Elmer stavano tenendo d'occhio la colonia da qualche tempo, portando acqua e cibo per i più piccoli. E mentre erano intenti a costruire un riparo per i mici, Roo si è avvicinata a loro, come per chiedere un aiuto speciale.



«Lei stava sempre insieme a un altro micio, che abbiamo chiamato Marigold: sembravano molto legati, uno la spalla dell'altro» E' per questo che abbiamo deciso di metterli in adozione in coppia, racconta la volontaria Kim Womack, che ha salvato Roo e ora le ha trovato anche una calda e accogliente casa per la vita.



«I raggi X hanno mostrano una malformazione congenita alle zampe anteriori. Manca una parte di osso nella zampa destra mentre nella sinistra l'ulna è fortemente piegata e ispessita. Roo non è operabile e quindi non potrà mai camminare e correre come tutti gli alti gatti: le zampe sono troppo corte e non la sosterrebbero», spiega Kim.

I veterinari hanno stimato che Roo potrebbe avere circa due anni «e anche se è molto piccola per la sua età, è una gran mangiona, allegra e vivace». Quando vede il cibo, la gatta impazzisce: ma ora non avrà più niente da temere. Nonostante la sua disabilità non dovrà più preoccuparsi della fame e ora ha una calda cuccia dove riposare, quando si stanca di saltellare in giro.

In vendita il telefono utilizzato da Hitler nella II guerra mondiale

Enrica Iacono - Gio, 02/02/2017 - 16:40

Il telefono utilizzato da Adolf Hitler durante la seconda guerra mondiale è stato messo in vendita a 500 dollari. Appartiene al figlio di un ex brigadiere inglese


È stato messo in vendita il telefono utilizzato da Adolf Hitler durante la II guerra mondiale a 500 dollari. L'oggetto appartiene a un maggiore ora 82enne Ranulf Rayner che l'ha ereditato dal padre Ralph Rayner. L'uomo era un brigadiere inglese e prese il telefono a guerra finita. L'apparecchio è stato trovato nel bunker di Hitler a Berlino e recuperato dopo il suo suicidio nel 1994. È descritto come un oggetto unico nel suo genere per l'importanza storica che ha avuto ma Rayner ha dichiarato di volersene liberare per sentirsi più sollevato.

Tra le ultime chiamate fatte da quel telefono risulta quella riguardo l'ordine di esecuzione del generale Hermann Fegelein, cognato di Hitler, per tradimento.

L’apologia del fascismo è vietata in Italia ma non su Facebook

La Stampa
luca scarcella

Una ricerca dell’Anpi ha portato alla luce centinaia di pagine vicine alla destra estrema: La Stampa ha chiesto ai rappresentanti italiani del social network come è possibile intervenire

Democrazia significa anche accettare idee, punti di vista, opinioni in disaccordo con la propria. Criminalizzare posizioni distanti dalla visione più comune, vietarle e censurarle è prerogativa dei regimi autoritari. Quindi come possiamo mantenere il dibattito pubblico in equilibrio sul filo sottile della libertà di pensiero? Fake news nell’epoca della «post-verità» , hate speech , discriminazioni: abbiamo tre strumenti per contrastare questi fenomeni in un ambiente poco regolamentato come il web. In primo luogo le leggi nazionali, poi le regole delle piattaforme social, e infine il buon senso, un mix di critica sana, valide argomentazioni, logica e dati, con cui contrastare l’odio.

Dunque ci sono contenuti che, secondo la legge italiana, non dovrebbero essere pubblicati, non dovrebbero incrociare il nostro sguardo sulle bacheche di Facebook e altri social: ad esempio quelli di apologia del fascismo. L’Anpi, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha proposto una ricerca , in continuo aggiornamento, che raccoglie circa 2700 pagine Facebook legate all’estremismo di destra, di cui circa 300 sono apologetiche o propongono contenuti inneggianti al fascismo. Il lavoro si pone come elemento di documentazione a sostegno della proposta «Per uno Stato pienamente antifascista» presentata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 9 gennaio 2016, e scaturita da una risposta all’ANPI della presidente della Camera Laura Boldrini del 9 novembre 2015.

«L’incontro con Mattarella e il documento redatto hanno voluto esprimere con nettezza la situazione di grave carenza delle Istituzioni di fronte a un fenomeno che appare sempre più in contrasto con l’indirizzo democratico e antifascista della Costituzione - afferma a La Stampa Gianfranco Pagliarulo, direttore responsabile di Patria Indipendente - la ricerca condotta su Facebook sottolinea ancora una volta che l’intervento delle istituzioni si rivela necessario».

LA RICERCA
L’analisi di Patria Indipendente è stata effettuata in collaborazione con Giovanni Baldini, responsabile tecnico del sito web dell’ANPI: «Ho utilizzato un software proprietario che sfrutta le librerie di dati pubblici di Facebook, le cosiddette API - spiega Baldini a La Stampa - Il progetto sperimentale ha quindi rilevato oltre diecimila pagine che in qualche modo sono connesse a correnti dell’estremismo di destra. Dopo un’attenta scrematura, il numero è sceso a circa 2700, e le pagine palesemente apologetiche sono circa 300». La catalogazione e l’organizzazione si basano su alcuni criteri: il numero di «mi piace» in ingresso e quelli in uscita da altre pagine prese in esame, il numero di fan, l’interazione per numero di fan, e il page rank.

Si può già notare dalla presentazione grafica che esistono due grandi blocchi in cui confluiscono il maggior numero di pagine legate all’estremismo di destra: quelle connesse al partito Forza Nuova, e quelle a Casa Pound. Queste pagine non hanno infranto alcuna legge, e non sono in contrasto con la policy di Facebook (a meno di post che vengono segnalati poiché potrebbero non rispettare gli standard della comunità del social). Ce ne sono alcune centinaia, invece, che appartengono all’area nostalgica fascista, e che presentano contenuti in contrasto con la legge n. 645/195 2, detta anche legge Scelba, che vieta l’apologia del fascismo. Questa legge però esiste solo in Italia (così come in Germania l’apologia del nazismo è condannata dal codice penale), e non è contemplata dalla policy internazionale di Facebook. Dunque come possono essere rimossi tali contenuti?

LA POSIZIONE DI FACEBOOK ITALIA
Raggiunta da La Stampa, Laura Bononcini, Head of Policy di Facebook Italia, ha voluto sottolineare che il social network è una community «di oltre 1,7 miliardi di persone, con nazionalità e culture diverse: per questo motivo era necessario adottare degli standard della comunità che potessero valere in ogni Paese. Ogni segnalazione di contenuti in contrasto con la nostra policy viene esaminata da persone fisiche e non robot.

Da poco abbiamo firmato un protocollo d’intesa con Google e Twitter per rafforzare le nostre policy e porre più attenzione su argomenti delicati come hate speech e discriminazione razziale». L’apologia del fascismo è un reato in Italia, ma non è compreso nella regole di Facebook, perciò «è consigliabile segnalare quei contenuti alla Polizia Postale o all’UNAR , l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, con cui collaboriamo proficuamente da tempo. Dopo una loro verifica, Facebook avvierà la rimozione di tali contenuti e pagine».

L’UNAR CONTRO L’ODIO SUL WEB
Come suggerito da Laura Bononcini, è possibile segnalare all’UNAR i post su Facebook che incitano all’odio, alla discriminazione e alla violenza. Si può fare attraverso il sito web compilando un form. Nel caso non si dovessero indicare link specifici, è anche possibile telefonare al numero verde 800 90 10 10.

Roberto Bortone dell’UNAR ci spiega come «l’Ufficio lavora in sinergia con quelli degli altri Paesi comunitari: in accordo con la Commissione Europea si è deciso di adottare un approccio bottom-up per costruire le linee guida al fine di identificare e definire cosa è hate speech . Nel caso specifico dei contenuti apologetici, una volta che riceviamo le segnalazioni, avvertiamo Facebook Italia che poi procederà a una valutazione non solo del contenuto, ma della pagina nel suo complesso».
I codici identificativi delle pagine Facebook con chiaro stampo apologetico che ci ha fornito l’ANPI, sono stati segnalati all’UNAR.

@LuS_inc

Il massacro della malga Porzùs. Riconciliazione dopo 72 anni

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Per la prima volta una delegazione dell’Anpi (che per decenni sostenne che i 17 partigiani cattolici furono uccisi perché in contatto con i fascisti) parteciperà domenica alla commemorazione delle vittime. Tra i caduti il fratello di Pier Paolo Pasolini



Presto o tardi, anche le ferite della storia si rimarginano. Per guarire quella dell’eccidio alla malga Porzùs, in Friuli, ci sono voluti 72 ani. Domenica prossima, per la prima volta rappresentanti dell’Anpi di Udine parteciperanno per la prima volta alla commemorazione dei 17 «fazzoletti verdi», partigiani di area cattolica, trucidati il 7 febbraio del 1945 da un gruppo di partigiani di fede comunista . Un massacro per decenni taciuto o misconosciuto dalla storiografia ufficiale, almeno fino agli anni ‘90. Se la memoria di quel tragico episodio è tornato alla ribalta lo si deve all’azione di due presidenti della repubblica, Francesco Cossiga prima e Giorgio Napolitano in seguito che si batterono per riconoscere l’onore ai partigiani uccisi.
Niente parola ai politici
La cerimonia di domenica ha oggi un valore più che altro simbolico e di onore delle armi: la delegazione dell’Anpi ha accettato per la prima volta l’invito dell'associazione partigiani di Osoppo, da sempre impegnata nella ricostruzione di quei fatti. «Una bella novità, un segnale importante e apprezzabile» ha sottolineato il presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini. Domenica alla malga Porzùs, luogo dell’eccidio, verranno inaugurati anche dei pannelli che aiuteranno i visitatori nella comprensione storica degli eventi di 72 anni fa. E’ prevista inoltre la consegna di una medaglia della Liberazione a tre partigiani di Osoppo ancora in vita (Fioravante Bucco, Bruno Moretti e Guido Ravenna. Per rispettare il clima di riconciliazione gli organizzatori della giornata hanno deciso di escludere interventi ufficiali da parte di esponenti di qualsiasi partito.
«Si opponevano ai comunisti»
Le vittime della strage erano tutte componenti delle Brigata “Osoppo”. Di estrazione cattolica, il loro ruolo era preservare l’italianità della zona fronteggiando le mire dei gappisti di ispirazione titina e slovena che puntava a controllare il Friuli per poi farlo rientrare, a guerra conclusa, nella sfera di influenza jugoslava e comunista. Il 7 febbraio del ‘45 un gruppo di partigiani comunisti italiani guidati da Mario “Giacca” Toffanin uccise i 17 esponenti della fazione avversaria su ordine dei comandi sloveni: una esecuzione fratricida, dove i “fazzoletti verdi” pagarono il fatto di essere fedeli all’Italia.

Tra i caduti c’erano Guido Pasolini, fratello di Pierpaolo, e lo zio del cantante Francesco De Gregori. Nella prima relazione inviata ai suoi comandi Toffanin motivò l’azione definendo le vittime “venduti ai fascisti e ai tedeschi”, ma questa versione resse solo pochi mesi. A guerra conclusa si aprì il processo a carico degli autori del massacro, molti dei quali erano fuggiti in Jugoslavia e Cecoslovacchia. La sentenza definitiva, nel 1957 condannò “Giacca”, trasferitosi in Cecoslovacchia, e altri due gappisti all’ergastolo. Altri ebbero condanne a 30 anni. Nessuno di loro finì in carcere.
Le due verità
Al di là delle sentenze, l’Anpi ha sempre attribuito il massacro della Malga Porzùs a una generica “lotta intestina tra bande partigiane” continuando ad attribuire le cause a presunti contatti trai “fazzoletti verdi” e i fascisti per evitare che porzioni del Friuli cadessero sotto il controllo comunista. Una versione fin dal 1947 contrastata dall’associazione dei partigiani di Osoppo (non aderenti all’Anpi) che ha sempre prestato fede invece alla verità uscita dalle carte processuali (e che smontarono subito la tesi del “tradimento” da parte delle vittime).

2 febbraio 2017 (modifica il 2 febbraio 2017 | 20:10)

Quando l’America chiudeva le porte Giapponesi internati ed ebrei respinti

Corriere della sera
di Pierluigi Battista

Una nuova indifferenza ai perseguitati può macchiare indelebilmente una grande democrazia 

Profughi ebrei sul ponte della St.Louis
Profughi ebrei sul ponte della St.Louis

Grazie alla forza della grande democrazia americana, lo scrittore James Ellroy ha potuto raccontare in «Perfidia» (tradotto in Italia da Einaudi Stile Libero) il rastrellamento e la reclusione di oltre centomila giapponesi, molti dei quali già cittadini americani da una generazione, nei campi di internamento, insomma nei Lager, messi frettolosamente su in California all’indomani dell’attacco nipponico a Pearl Harbor. Grazie alla forza della democrazia americana, si può raccontare quella violazione dei diritti di una minoranza nazionale, bambini, donne, anziani, colpevole solo di essere minoranza di un Paese in guerra.

L’umanità calpestata dei civili di origine giapponese, una delle pagine più nere della storia degli Stati Uniti. E grazie alla forza della democrazia americana non si può nascondere l’altra macchia della sua storia, il rifiuto di far approdare sulle coste americane, nel 1939, alla vigilia della catastrofe, la nave Saint Louis carica di oltre 900 ebrei, molti bambini, in fuga dalla Germania nazista e che era stata rifiutata prima da Cuba e dal Canada. Un’altra storia di discriminazione, di rifiuto dell’accoglienza.

L’America però sa fare i conti con se stessa e i propri orrori. Oggi che i muri sono di nuovo alzati e si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni, di popoli, etnie, religioni messe al bando, il simbolico filo spinato srotolato per garantire la chiusura di una nazione-fortezza, non si può dire che gli Stati Uniti non abbiano alle spalle episodi terribili. «Datemi i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.

Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». Non sempre l’America è stata all’altezza, e adesso rischia di non esserlo ancora, delle parole che stanno alla base della Statua della Libertà. Popoli «desiderosi di respirare liberi» rigettati indietro Manzanar è un nome terribile, nella storia di discriminazione anti nipponica cominciata nel ’42.È il lager più grande di quell’arcipelago di campi definiti «War Relocation Authority» in cui raccogliere la popolazione giapponese d’America per dare attuazione a un decreto del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt (l’Executive Order 2066). L’ordine era quello di mettere sotto chiave la possibile «quinta colonna», il nemico interno di civili, anziani e bambini che vivevano pacificamente a Los Angeles e lungo la California che dava sull’Oceano Pacifico.

Dopo l’aggressione di Pearl Harbor, l’amministrazione americana ruppe finalmente gli indugi e decise di intervenire a fianco delle forze che si battevano contro Hitler e l’alleanza tra la Germania, l’Italia e il Giappone. Fu una scelta molto controversa ed è il caso di ricordare, proprio oggi che si teme un’involuzione dell’America trumpiana in senso isolazionista, che furono soprattutto i settori progressisti di sinistra e pacifisti a battersi contro l’intervento Usa nella guerra: basta ricordare il personaggio di Barbra Streisand in «Come eravamo», appassionata idealista che in nome della pace si batte contro la scelta militare americana contro il tiranno tedesco.

Ma dopo quella scelta una corrente di isteria anti nipponica fece accettare alla democratica America l’istituzione di campi di internamento che non avevano niente a che vedere con la sicurezza militare. Ogni giorno a Manzanar e negli altri campi venivano scaricate migliaia di persone in condizioni che è facile immaginare. Le parole scolpite alla base della Statua della Libertà, che avevano reso grande e accogliente la grande nazione americana, rimasero allora tristemente inascoltate.

La storia della nave Saint Louis dimostra invece che le masse di profughi, chi fuggiva dalla morte, dalla distruzione, dalla persecuzione non sempre sono state illuminate dalla «fiaccola» retta dalla Statua della Libertà. All’indomani della Notte dei Cristalli, quando la sorte degli ebrei tedeschi sembrava oramai segnata, quegli oltre novecento ebrei imbarcati non avrebbero immaginato di essere respinti dalla terra della libertà e del sogno, delle opportunità e dell’accoglienza, dall’America costruita dagli immigrati che scappavano dalla miseria e dalla tirannia. E invece negli Stati Uniti, la rigida politica delle quote di immigrazione (ecco come la storia cerca di assomigliare sempre a se stessa, pur nel mutare delle circostanze politiche) non piegò le autorità americane.

Quegli ebrei in fuga dovevano essere ricacciati nelle acque dell’oceano. E infatti la nave tornò indietro, ad Anversa. E si calcola che poco più di un terzo di quelle donne, di quei bambini, di quei vecchi che scappavano dal nazismo e dalla morte verrà inghiottito dalla macchina dello sterminio. L’America democratica si dimostrerà insensibile e sorda, anche se con l’intervento militare quell’indifferenza verrà almeno in parte riscattata. Quelle macchie sulla storia rischiano però di essere dimenticate e una nuova indifferenza alle sorti dei perseguitati e delle «masse infreddolite» può imbrattare ancora indelebilmente una grande democrazia e una grande nazione.

La giornalista che sapeva troppo Riaperto il caso che porta a Kennedy

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dorothy Kilgallen potrebbe essere stata eliminata perché indagava sulla morte di Jfk. Ora il procuratore di Manhattan ha deciso di rivedere il fascicolo sulla sua fine

Dorothy Kilgallen

Dorothy Kilgallen era la «giornalista che sapeva troppo». È morta per questo, la notte dell’8 novembre 1965. Si è uccisa o l’hanno uccisa. Dipende dai punti di vista. L’Fbi ha certificato la tesi del suicidio, teoria mai accettata da tutti. A ragione. Ora il procuratore di Manhattan ha deciso di rivedere il fascicolo sulla sua fine. Una donna al centro del Grande Mistero: l’assassinio del presidente John Kennedy a Dallas.

Secondo il «New York Post» il magistrato ha trovato spunti interessanti in un libro scritto da Mark Shaw, dove sono presentati nuovi elementi sul decesso. L’ipotesi è che abbiano organizzato una manovra facendo credere che la donna avesse ingurgitato barbiturici e alcol. In realtà qualcuno avrebbe preparato la miscela letale costringendola poi a berla. A confermarlo tracce di polveri sospette rimaste nella stanza da letto, ma ignorate dagli investigatori. Così come — sempre secondo la nuova teoria — hanno imbrogliato le carte affidando l’autopsia al laboratorio di Brooklyn, facilmente manipolabile. Soluzione «pulita» messa in atto da chi temeva il lavoro di una reporter tenace.

Dorothy è figlia d’arte. Suo padre è un giornalista e lei lo imita conquistando il successo. Scrive di spettacolo, conosce personaggi e star, ma è soprattutto un mastino di cronaca nera. Segue processi celebri, a cominciare da quello contro Sam Sheppard, il famoso fuggitivo, la cui complessa storia giudiziaria diventerà una serie tv e un film. Lei è convinta che l’inchiesta sia piena di errori, prende posizione in difesa dell’accusato, smaschera il pregiudizio di chi indaga.

Combattiva, guida un programma tv sulla «Cbs», è spesso alla radio, pubblica i suoi articoli su oltre cento quotidiani. Sta davanti alle telecamere ma dirà sempre che la sua passione sono i giornali. Probabilmente perché le concedono più tempo per indagare. Non ha paura di farsi nemici, compreso Frank Sinatra e il direttore dell’Fbi, Edgar Hoover, lo sbirro che tiene d’occhio l’America con ogni metodo, anche dal buco della serratura.

Armata di passione, di una pistola nella borsetta e buone fonti, Dorothy inizia una lunga indagine sull’omicidio Kennedy. Non crede affatto alla versione ufficiale, non pensa che il 22 novembre del 1963 Lee Oswald abbia fatto tutto da solo. Il suo lavoro irrita le autorità e in particolare gli agenti federali. Disturba il racconto propinato all’opinione pubblica, rafforza il «partito del dubbio» che sospetta un complotto ben più ampio. L’Fbi non gradisce quando la reporter riesce ad ottenere e pubblica in anticipo la confessione di Jack Ruby, proprietario di night club e figura torbida, che ammazza Oswald sotto gli occhi della polizia. Ma questo è il meno. Ciò che allarma tanti è la pista — peraltro condivisa da altri — che Kennedy sia stato eliminato su mandato di Carlos Marcello, boss della mafia a New Orleans.

Ed è nella città della Louisiana che la Kilgallen compie diversi viaggi alla ricerca di riscontri. Ed è sempre qui che dovrebbe recarsi per un incontro con una fonte importante. Solo che l’8 novembre 1965 Dorothy muore. La trovano seminuda, parzialmente truccata, nella sua casa di Manhattan. La infilano nel sacco nero e poi chiudono il file. Gli inquirenti non si guardano intorno. Insabbiano, è l’accusa. Shaw, nel suo libro, invita a guardare alla figura di un amante di Dorothy che in realtà la sorvegliava e teneva aggiornati i nemici. E poi sulle figure ambigue di quell’epoca. Intrighi da «American Tabloid», ma anche complicità che nessuno ha voluto scardinare. Ci riusciranno oggi?