lunedì 6 febbraio 2017

I segreti di Cellebrite svelati dagli hacker che li avevano rubati

La Stampa
andrea nepori

I dati sottratti a gennaio alla società israeliana che aveva aiutato l’FBI a sbloccare l’iPhone della strage di San Bernardino sono stati resi pubblici dagli autori del furto



Codice copiato da software per il jailbreak, immagini disco dei tool di sblocco per iPhone di precedenti generazioni, Blackberry e telefoni Android, oltre alle prove di collaborazioni con i governi autoritari di Russia, Arabia Saudita e Turchia. C’è un po’ di tutto nei 900GB di dati che un hacker anonimo aveva rubato a gennaio alla Cellebrite. L’azienda israeliana, nota per i propri software per il cracking degli smartphone, vanta clienti fra le forze dell’ordine di tutto il mondo, Italia compresa.

I dati trafugati, che i giornalisti di Motherboard avevano già potuto visionare prima di diffondere la notizia del furto, poco meno di un mese fa, ora sono di dominio pubblico: l’autore dell’intrusione li ha distribuiti liberamente. “Il dibattito sulle backdoor non finirà; anzi, si farà quasi certamente più intenso mentre ci avviamo verso una società sempre più autoritaria”, ha dichiarato l’hacker tramite chat. “E’ importante dimostrare che creare questi strumenti significa che finiranno inevitabilmente per essere resi pubblici. La storia dovrebbe averlo già chiarito”.

Il prodotto di punta di Cellebrite è il cosiddetto UFED (Universal Forensic Extraction Device), un dispositivo delle dimensioni di un laptop che offre una soluzione integrata per lo sblocco e l’acquisizione di messaggi, sms, foto e altro materiale da uno smartphone protetto da password. Fra i dati diffusi dall’hacker ci sono anche i codici necessari per programmare gli UFED, almeno a giudicare dalla nomenclatura usata per definire le cartelle.

Gli esperti che hanno analizzato il software relativo allo sblocco degli iPhone concordano nell’affermare che buona parte del codice utilizzato è stato copiato e riadattato da applicazioni per il jailbreak dei dispositivi Apple, con l’aggiunta di alcune funzioni specifiche come la decifrazione del pin numerico di accesso.

“Se - ed è un grande SE - Cellebrite ha usato questo codice nell’UFED o in altri prodotti, significa che l’azienda ha rubato il codice dagli autori dei tool per il Jailbreak,” ha dichiarato Johnatan Zdziarski, uno dei maggiori esperti al mondo di analisi forense dell’iPhone. “Significa inoltre che hanno usato software sperimentale e instabile in prodotti che hanno sempre venduto come scientifici e validi per l’uso forense”.

Nei 900GB di dati rubati alla Cellebrite - probabilmente da un server remoto non sicuro - non c’è traccia dei software per lo sblocco degli iPhone più recenti, un’operazione che l’azienda dichiara di poter eseguire. Molto probabile che questo codice sia tenuto al sicuro e non venga mai diffuso per l’installazione sugli UFED forniti in dotazione alle forze dell’ordine. Le procedure di sblocco, nel caso di un iPhone di più recente generazione, vengono condotte dagli ingegneri dell’azienda e richiedono un mandato del tribunale competente per il caso specifico.

Perché Topolino e gli altri personaggi dei cartoni indossano sempre i guanti?

Enrica Iacono - Sab, 04/02/2017 - 14:48

Uno storico delle animazioni ha risposto a un quesito particolare sui guanti di Topolino e di tutti gli altri personaggi Disney che li indossano



"Perché indossiamo sempre i guanti?": è questa la domanda che Bobby Zimmeruski fa ai suoi amici nel classico Disney "Estremamente Pippo", seguito di "In viaggio con Pippo"

Pochi sanno spiegarselo così il sito Vox ha interpellato John Canemaker, storico delle animazioni e professore all' NYU che ha dato una risposta alla domanda: "All'alba dell'animazione - ha spiegato - venivano utilizzate alcune tecniche per semplificare il lavoro".

Una tra tante era l'abitudine di usare spigoli arrotondati piuttosto che angoli perché, come spiega Huffington Post, erano molto più facili e veloci da disegnare ogni volta. All'epoca del bianco e nero risultava difficile per gli spettatori distinguere le mani colorate di nero quando tutto il corpo aveva lo stesso colore, così nel 1929 Walt Disney fu il primo a far indossare un paio di guanti bianchi a Topolino nel cortometraggio The Opry House: "Non volevamo avesse le mani di un topo.

Doveva avere un aspetto più umano, così gli abbiamo dato i guanti. Cinque dita sembravano troppe su una figura così piccola, così ne abbiamo tolta una. Un dito in meno da animare."

Il tesoro del Duce dimenticato in un caveau

Paolo Bracalini - Dom, 05/02/2017 - 10:15

Gioielli, lingotti d'oro e cimeli sigillati in 419 sacchi nei depositi della Banca d'Italia



Il collare della Santissima Annunziata donato dai Savoia a Mussolini, la tuta da meccanico indossata da Claretta Petacci nella fuga verso la Svizzera insieme al Duce, con i documenti, abiti e banconote in loro possesso prima di essere arrestati dai partigiani, decine di medaglie e onorificenze di Mussolini (tra cui la placca d'oro e brillanti dell'ordine dell'Aquila tedesca prodotta in un singolo esemplare apposta per lui e un medaglia pontificia probabilmente celebrativa dei patti Lateranensi), i beni di donna Rachele custoditi nella cassaforte di villa Mantero a Como, tesori appartenuti ai gerarchi fascisti (pietre preziose, argenterie, 4

dozzine di orologi da polso), un'enorme quantità di oggetti sequestrati a casa Savoia, collane, gemme, collier, rubini, lingotti di platino, poi l'«oro della Patria» (fedi, spille e monili donati dagli italiani del '35 per sostenere le guerre del regime), effetti personali rinvenuti tra le macerie del terremoto di Reggio Calabria del 1908, i titoli azionari del progetto «Baghdadbahn» (la ferrovia Berlino-Costantinopoli-Baghdad) e pure la documentazione relativa al «prestito Morgan» al Regno d'Italia.

Una collezione sterminata, di enorme valore storico, tenuta però ben nascosta in 419 plichi e circa duemila sacchi di juta («bisacce» le definisce il Tesoro), con tanto di sigillo ministeriale, dentro un stanza di sicurezza della Banca d'Italia. C'è abbastanza materiale per allestire un museo di storia nazionale, eppure tutto giace là sotto da decenni, trascurato come cianfrusaglie di poco conto. Non esiste neppure un inventario preciso degli oggetti perché l'unica ricognizione è stata fatta nel 2006, e soltanto su 63 plichi, una parte minima del patrimonio segretato nel caveau di Bankitalia, a cui peraltro è vietato l'accesso se non a qualche funzionario previo complicato iter burocratico. Di molti plichi, dunque, il contenuto è sostanzialmente ignoto.

Pochi giorni fa l'ultima interrogazione parlamentare al ministro dell'Economia da parte del senatore ex M5s, ora nel Misto, Giuseppe Vacciano, impiegato della Banca d'Italia, che ne ha fatta una battaglia personale da quando un funzionario di via XX Settembre lo contattò per raccontargli i dettagli del «tesoro Mussolini» e dell'intreccio di trascuratezza e ottusità burocratica che l'ha finora condannato all'oblio. Nel settembre scorso, dopo tre richieste depositate in commissione finanze e Tesoro del Senato, il ministero dell'Economia ha finalmente risposto.

Ma in modo molto vago, rimpallando di fatto la palla al ministero dei Beni culturali («Il dipartimento ha avviato la procedura di verifica dell'interesse storico e culturale presso il ministero dei Beni culturali, all'esito di tale procedimento il Governo si impegna ad assumere le iniziative idonee per assicurare la valorizzazione dei beni»).

Dunque la situazione è che i beni appartengono al ministero del Tesoro, che non sa in cosa consistono e deve chiedere una valutazione ad un altro ministero. Un buco nero burocratico che va avanti da decenni. «Così, mentre loro aspettano di avere la conferma che i 419 plichi contengono oggetti di valore storico, a me arrivano le telefonate dalla Bbc e dal Times che vorrebbero sapere di più sulle lettere di Mussolini nascoste in quei sacchi» racconta Vacciano –.

Ma non intendo arrendermi alla burocrazia istituzionale. Le potenzialità di quei depositi dal punto di vista espositivo sono davvero enormi».

Certificati e legge 104 costano allo Stato quasi 7 miliardi di euro

La Stampa
paolo baroni

Le malattie nel pubblico sono il 50% in più rispetto al privato. L’anomalia tutta italiana degli uffici semivuoti al lunedì

Lo scandalo dei 797 vigili urbani di Roma, che la notte di Capodanno del 2015 non si presentano in servizio mandando in tilt la città, ancora tutti se lo ricordano. Tutti assenti, tutti malati (o meglio, finti malati) e alla fine, nessuno responsabile. Ma i casi di assenteismo, sia di massa che individuali, che nel pubblico impiego toccano livelli da sempre inaccettabili e al Paese costano la bellezza di 4 miliardi l’anno, non si contano.

Come non si contano i casi in cui si abusa dei permessi concessi dalla legge 104 per assistere i congiunti anziani o invalidi per fare altro. Come ha accertato la Guardia di finanza si va a giocare a calcetto, si fa un weekend in una capitale europea (postando le foto su Facebook venendo scoperti), e addirittura si può volare a Miami, come ha fatto un agente della forestale, per dedicarsi al cinema porno anziché badare ad una parente che presentava un’invalidità grave.

Una volta nelle fabbriche si faceva sciopero all’improvviso per guardare la nazionale di calcio in tv, ora si telefona al medico. Che spesso con troppa leggerezza stacca il certificato di malattia. In molti casi, per fortuna, i furbetti vengono pizzicati e denunciati. Come è capitato a settembre ad un netturbino di Vittoria in malattia per una lesione alla colonna vertebrale sorpreso a fare il cameriere in un ristorante della zona. Ma spesso le inchieste finiscono in nulla, soprattutto a causa dei pochi controlli e di norme poco efficaci. In attesa del giro di vite che sta preparando il ministro Madia parlano i numeri.

Nel 2015 gli statali hanno totalizzato ben 30 milioni 24 mila e 838 giorni di assenze per malattia, in media 9,2 giorni a persona. Che sommati a congedi, permessi della legge 104, scioperi e permessi vari portano il totale a 19,3 giorni di assenza media ogni anno. Rispetto all’anno prima, soprattutto per effetto del calo delle malattie, si registra nel complesso un lieve calo. Ma se si confrontano le giornate perse nel settore pubblico con quelle del settore privato si scopre che qui il tasso di assenteismo è quasi il 50% più alto, 19 giorni contro 13.

Secondo una stima del 2015 fatta da Confindustria questa differenza costa allo Stato la bellezza di 3,7 miliardi di euro. I soli permessi retribuiti in ambito pubblico, secondo l’Inps, nel 2015 hanno interessato 440 mila soggetti a fronte di una platea che non arrivava a 3,5 milioni di occupati. Nel privato invece ne hanno beneficiato in 450 mila su un totale di 12-13 milioni di lavoratori. In pratica il numero medio annuo di giorni di permesso fruiti nel settore pubblico è quattro volte superiore a quelli del privato: sino a 6 giorni contro 1,5. Per le casse pubbliche questo si traduce in un aggravio di costi, pari a 1,6 miliardi di euro calcolando anche i permessi straordinari.

L’utilizzo della legge 104, sacrosanta per chi ha davvero bisogno di assistere un disabile grave, negli ultimi anni ha registrato una vera e propria impennata arrivando a costare circa 3 miliardi l’anno. E si stima che controlli più severi possano consentire di recuperare anche 6-700 milioni di euro l’anno. Il caso più clamoroso di abuso in nome della 104 si è verificato negli anni scorsi ad Agrigento con ben 500 persone finite sotto inchiesta, ma scandali analoghi si sono registrati anche in Campania, in Calabria, nel Lazio, in Umbria ed in misura minore anche al Nord.

Altra anomalia da sanare, le malattie strategiche. Quelle che servono ad attaccare un giorno all’altro magari per farsi un bel ponte o solamente per allungare un week-end. Il fenomeno in questo caso riguarda abbastanza indistintamente pubblico e privato, ma è davvero singolare accertare che il 28/29 per cento delle assenze per malattia (ma a Palermo si supera il 40%) si verifichino di lunedì.

E sempre a proposito di assenze tattiche spunta un’altra stortura, questa sì tipica del pubblico impiego: le assenze che durano appena un giorno. Secondo i dati della Cgia di Mestre, nella Pa sono esattamente il doppio rispetto al settore privato, il 27,1% contro il 12,3%. Ma soprattutto nei ministeri, negli enti e negli uffici pubblici si ammala il 55% del personale, nelle fabbriche e negli uffici privati solo il 35%. Ovviamente non bisogna criminalizzare nessuno, ma un vero giro di vite ci sta tutto. 

Se la Chiesa nega il Vangelo

Gianpaolo Iacobini



«La Chiesa è grande perchè ognuno ci sta dentro a modo proprio».

Don Mariano Arena parla e descrive il mondo visto dal suo balcone affacciato sulla piazza principale del paese sul quale si allunga la sua ombra di uomo d’onore. Il boss mafioso che Leonardo Sciascia pone al centro d’uno dei suoi romanzi più celebri, Il giorno della civetta, scolpisce con poche parole un giudizio che la cronaca, coi suoi episodi a volte incredibili, sembra confermare.

Come quando i giornali raccontano che Giuseppe Salvatore Riina, figlio del pluriergastolano Totò ed a sua volta in libertà vigilata dopo aver scontato una condanna per associazione mafiosa, qualche settimana fa se n’è tornato a Corleone per assolvere al più tradizionale dei compiti: il padrino di battesimo.

Col beneplacito ed i certificati della Chiesa, è stato lui ad assumere il compito di guidare nell’avvenire il percorso cristiano della nipotina. Intanto, dalla Basilicata arriva notizia che la Diocesi di Melfi ha deciso di cancellare, in via sperimentale per i prossimi tre anni, la figura dei padrini e delle madrine. Motivo? Spesso troppo lontani dalla fede,   non hanno più piena consapevolezza del ruolo da svolgere dal punto di vista della coerenza cristiana.

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E’ evidente la discrasia: da una parte si consente ad un condannato per mafia e che mai ha rinnegato la mafia ed i metodi mafiosi di vestire anche davanti al fonte battesimale i panni del padrino; dall’altra si introducono norme stringenti per affidare quei compiti a cristiani autentici. Pura schizofrenia, nella Chiesa che non fa la Chiesa. E che a Vasto trova modo di contestare i presunti ritardi della giustizia terrena e poi pone in secondo piano il male e la sete di giustizia fai da te (un tantinello antievangelica) che muove la vicenda d’un marito che a sangue freddo e dopo mesi uccide l’investitore della moglie perchè non aveva mai mostrato pentimento.

Un tempo anche di questo si sarebbe fatto finta di niente, nella Chiesa grande secondo la provocatoria definizione scisciana. Oggi no. Non si può lasciar passare in secondo piano questa e altre vicende (come i casi dei sacedoti goderecci di Padova) nè, tantomeno, quelle legate al rapporto con la criminalità organizzata.

Con riferimento a quest’ultimo punto, la Chiesa del Meridione ha imboccato una strada diversa, pur se non ancora completamente percorsa. Ha cominciato a fare chiarezza sulle modalità organizzative delle processioni e di altri riti religiosi, sebbene senza riuscire a sradicare la malapianta degli inchini. Ha adottato specifiche direttive, anche se non ancora rispettate in tutte le parrocchie. Soprattutto, ha maturato una nuova e diversa consapevolezza, che parte del clero (e del laicato) fa però fatica a recepire.

La radice della svolta sta nell’elevazione agli altari di padre Pino Puglisi e nei concetti espressi nel 2014 a Sibari da Papa Francesco (nella foto, ndr), con la scomunica ai mafiosi. Lo aveva già urlato San Giovanni Paolo II e confermato Papa Benedetto XVI: i mafiosi non sono cristiani. Hanno sempre – e solo – strumentalizzato Cristo. Si sono creati un Dio a loro immagine e somiglianza. Un Dio tollerante, accomodante.

Confacente alle loro necessità: le mafie, per esistere, hanno bisogo di riconoscimento sociale. Per i mafiosi i preti, gli altari, i santini sono un ottimo biglietto da visita. In quest’ottica, per loro, la riconoscenza della Chiesa locale serve a legittimare il prestigio sociale di boss che hanno sempre visto nelle processioni, nell’amministrazione dei sacramenti, nelle raccolte di fondi, persino nella celebrazione delle proprie esequie, un modo per confermare il proprio potere agli occhi della comunità.

È evidente: nel Vangelo non c’è spazio per la mafia e per i mafiosi. Non può essercene. Non resta che convincerne la Chiesa.

Gli intoccabili clandestini

Nino Spirlì

africanifuga

E perché mai dovremmo tacere sui reati e sui problemi che commettono e procurano gli oltre cinquecentomila clandestini, sbarcati forzatamente sulle nostre coste senza alcuna vera giustificazione?
 
Fossero realmente dei poveracci che scappano da persecuzioni personali, familiari, razziali, perpetrate a loro danno nei loro paesi d’origine, potremmo anche cominciare a riflettere sulla possibilità di dar loro una mano. Ma sono quaglie grasse e arroganti, pretenziose e violente, senza nome e senza documenti che attestino la loro vera identità, nazionalità, fedina  penale pulita; invece, no: spacconi, con le tasche piene di soldi destinati a caporali, scafisti, volontari venduti, capibranco e smistatori corrotti, tonache sporcaccione e nere come i fumi dell’inferno.

Tutto un popolo, quello dei loro “difensori e padrini”, di delinquenti, massopoliticomafiosi, che sta costruendosi un futuro unto di sangue e merda, quanto e più dei nazisti che si spartivano gli ori raccattati nei lager. Bestie dalla faccia (ri)pulita dalla Comunicazione al soldo dei poteri occulti. Finti moralizzatori che vorrebbero imporci le loro sporche regole del silenzio, a danno della nostra onestà e libertà, costate la vita ai nostri nonni, ai nostri Eroi.

No! Non resteranno impuniti o, peggio, occultati, gli orrori commessi dai clandestini sul suolo Italiano. Non taceremo sugli stupri, le violenze, gli accoltellamenti, le arroganze, le rapine, gli abusi, le pretese assurde. Non chiameremo solo delinquenti, gli zingari delinquenti che scippano quotidianamente migliaia di indifesi turisti e cittadini Italiani nelle nostre città d’Arte.

Non chiameremo solo malfattori, gli africani malfattori che distruggono alberghi e case d’accoglienze, stuprano le volontarie, ammazzano la gente per strada sull’esempio di quel kabobo, che nel maggio 2013 seminò il terrore per le strade di Milano. Non saranno solo terroristi, o, peggio, malati di mente, gli islamici terroristi che stanno tritando carne umana Cristiana con le loro sporche bombe attaccate ai coglioni e fatte esplodere in mezzo alla gente ignara ed innocente. Non saremo onerosi, né stitici della lingua Italiana. Sarà pane, al pane. Nero al nero. Zingaro allo zingaro, che sia rom o sinti.

Ci scandalizzeremo ancora a vedere gli Italiani che crepano di fame e si impiccano per la vergogna di essere rimasti senza lavoro e senza casa, mentre una pletora di beduini e neri scansafatiche dorme al caldo e si sveglia sui comodi letti degli hotel a 4 stelle,  scia e gioca a pallone a nostre spese, mentre – per giunta –  ci urla in faccia il proprio odio razziale.

Difenderemo il diritto dei popoli occidentali di alzare gli stessi muri che esistono nel resto del mondo, per contrastare invasioni e malaffare. Così come difenderemo il diritto dello stato vaticano, sede non solo di vergogne e immoralità da enciclopedia, a mantenere e tutelare la bellezza e la ricchezza della cinta muraria medievale che lo preserva (e ci preserva), oggi, dalla possibile evasione del peggior papa della sua storia.

Sorrideremo ancora tragicomicamente davanti ai cortei di femmine e femministe che urlano contro Trump, il quale cerca di difenderle, e restano mute davanti agli orrori e alle violenze dei paesi islamici, dove le donne valgono meno di uno sputo a terra. E continueremo a lottare perché il mare diventi muro e le navi militari, sentinelle. Perché i confini nazionali vengano rispettati, onorati. Difesi. Perché esista il nazionale e il forestiero. Lo straniero.

#senzaoffesa #primalItalia #ciascunoacasapropria #allànonsiamoNoi

Fra me e me.

La Rivoluzione d'ottobre fu il colpo di Stato di un'élite Che esordì chiudendo l'Assemblea costituente...

Giampietro Berti - Dom, 05/02/2017 - 09:55



Ricorre quest'anno il centenario della rivoluzione russa, uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo. È quasi universalmente accreditata l'idea che si sia trattato in sostanza di un unico processo storico iniziato nel febbraio e conclusosi in ottobre.

Niente di più falso, perché nel 1917 vi furono due rivoluzioni, quella liberale di febbraio e quella bolscevica di ottobre: due moti diversi, per non dire opposti, dato che la prima liberò la Russia dall'assolutismo, la seconda la portò al totalitarismo. Certo, tra i due eventi non vi fu di fatto soluzione di continuità, ma la loro natura segna un dualismo non sintetizzabile in un unico giudizio storico.

Va detto subito che il rivolgimento del '17 avvenne a causa dall'implosione dello zarismo, consuntosi al suo interno. Tre anni di guerra avevano dissanguato il Paese, riducendo milioni di persone alla fame e allo stremo delle forze. L'ostinazione del governo nel volere continuare il conflitto, la sua ripetuta sordità a ogni richiesta di mitigare le condizioni disumane della popolazione e la sua incapacità nel far fronte ai più elementari bisogni sociali delegittimarono non solo la sua autorità politico-morale, ma anche quella sacro-imperiale dello zar.

Perciò è del tutto ragionevole pensare che se non vi fosse stata la guerra, la rivoluzione non vi sarebbe stata. Va aggiunto che la società russa - da sempre dominata dai ceti piccolo- borghesi - era allora composta da circa 140 milioni di individui, di cui oltre cento erano contadini. Molti di questi non sapevano bene cosa stesse accadendo. La stragrande maggioranza della popolazione era ben lungi dal pensare e dal volere una trasformazione radicale dell'esistente, anche se, allo stesso tempo, il suo sostegno al potere costituito era per molti versi venuto meno.

Tra il 23 e il 27 febbraio (secondo il calendario giuliano, 8-12 marzo per quello gregoriano) una sollevazione di popolo, in gran parte spontanea, provocò l'abdicazione dell'imperatore Nicola II, la fine della dinastia dei Romanov e dell'autocrazia. Il 23 febbraio ebbero inizio cruente manifestazioni di protesta a Pietrogrado, estesesi poi a Mosca e in altre località, che coinvolsero decine di migliaia di persone. Nel giro di pochi giorni il moto divenne inarrestabile, anche perché molti reparti dell'esercito, inviati per reprimere i disordini, fraternizzarono con la popolazione.

Si formò un nuovo governo che varò alcune importanti misure, quali l'amnistia per i reati politici e religiosi; la libertà di parola, di stampa, di associazione, di riunione e di sciopero; l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza limitazione di condizione, di religione e di nazionalità; l'abolizione della polizia segreta; i diritti civili garantiti ai militari compatibilmente con il servizio prestato. Soprattutto fu decisa la cosa più importante, cioè la convocazione di un'Assemblea costituente da eleggersi a suffragio universale, mentre rimase sospesa la questione del futuro assetto istituzionale.

Erano tutte decisioni politiche di carattere democratico-liberale che portavano definitivamente la Russia, sia pure con grave ritardo e sotto l'incalzare di eventi drammatici, all'abbandono di ogni retaggio feudale, inserendola nel novero dei regimi costituzionali. Due furono gli errori gravissimi fatti dai due governi provvisori, il primo presieduto da L'vov, il secondo da Kerenskij: non avere avviato l'ormai improcrastinabile riforma agraria e, ancor più, avere deciso per la prosecuzione della guerra.

Fu soprattutto quest'ultima decisione che diede a Lenin e ai bolscevichi un grande vantaggio politico e morale. La loro parola d'ordine di un ritiro immediato dal conflitto li accreditò favorevolmente presso l'opinione pubblica, anche se siamo ben lungi dal registrare un vero consenso popolare alla loro azione e ai loro programmi. Nel 1917 in tutta la Russia i seguaci di Lenin risultavano 23.600 - totale degli iscritti al partito - a fronte del numero complessivo degli abitanti nel Paese: come abbiamo detto, 140 milioni circa.

La rivoluzione d'ottobre è la conferma del fallimento scientifico del marxismo. Marx aveva previsto che la rivoluzione sarebbe scoppiata nei Paesi ad alto sviluppo capitalistico, dove esisteva una classe operaia di gran lunga maggioritaria, mentre in tutta la Russia gli operai non raggiungevano la quota di tre milioni, vale a dire che non superavano il 2,5% dell'intera popolazione (ma si tenga conto che molti erano contadini impiegati stagionalmente nell'edilizia e nella costruzione o nella manutenzione delle ferrovie). A Pietrogrado, la città dove i bolscevichi diedero inizio alla loro presa del potere, non erano più del 5% di tutti i lavoratori industriali, numero, a sua volta, del tutto insignificante rispetto a una popolazione complessiva di due milioni di persone.

Attuata tra il 24 e il 25 ottobre (7-8 novembre) la rivoluzione bolscevica non ebbe pressoché alcun carattere cruento e fu il frutto di circostanze altamente fortuite. Occupate le installazioni chiave della capitale, l'ufficio delle poste e del telegrafo, l'ufficio centrale dei telefoni, il quartier generale del comando militare del governo, i bolscevichi assaltarono il Palazzo d'inverno. L'intera guarnigione dei soldati avente sede nel palazzo Mihajlovskij si arrese senza colpo ferire: gli effetti devastanti del conflitto bellico avevano pressoché

distrutto la struttura militare-poliziesca dello Stato, incapace ormai di rispondere ai comandi della sua classe dirigente, dispersa e disorientata. Ha ripetutamente scritto Trotsky che a dare seguito a questa azione furono circa 25mila militanti bolscevichi. Sono dunque stati questi 25mila rivoluzionari a decidere come doveva essere la Russia per tutti i 140 milioni di russi. La rivoluzione d'ottobre non fu una rivoluzione di popolo, ma l'esito fortunato del colpo di mano di un piccolo partito, privo di un vero consenso popolare.

Del resto, la prova più evidente è offerta dalla significativa vicenda dell'Assemblea costituente, la sola istituzione potenzialmente democratica allora esistente. È noto che il risultato elettorale, maturato il 12 novembre, quindi dopo il colpo di mano comunista, confermò in modo inequivocabile il carattere minoritario del bolscevismo, avendo questo ottenuto il 24,7% dei consensi. A tale proposito è bene precisare che chi allora votò per i bolscevichi era ben lungi dall'avere l'esatta conoscenza di quanto gli stessi bolscevichi avevano realmente intenzione di fare una volta giunti al potere.

Ciò che allora si conosceva del loro programma non era certo ciò che fu posto in atto più tardi. Riunitasi per la prima volta il 18 gennaio 1918, l'Assemblea fu subito chiusa (lo stesso giorno!) - e mai più riaperta - per volontà di Lenin e compagni. Così, dopo secoli di schiavitù dell'assolutismo zarista si passò, quasi senza soluzione di continuità, alla schiavitù del totalitarismo comunista.

Trump

La Stampa
jena@lastampa.it

Non tutti i giudici vengono per nuocere. 

Un cane rovista nell’immondizia per salvare un cucciolo abbandonato

La Stampa
fulvio cerutti



Un poliziotto di Novo Horizonte, in Brasile, stava correndo fuori di casa per fare una commissione quando ha visto la cagnolina di un vicino di casa che stava rovistando tra i sacchetti dell’immondizia accumulati per strada.



Subito non ha dato importanza a quel comportamento, ma quando è tornato a casa ha visto lo stesso cane che però stavolta aveva qualcosa in bocca: la quattrozampe aveva recuperato un cucciolo che era stato abbandonato nella spazzatura e lasciato lì a morire.



Quando il poliziotto ha preso in mano il piccolo, lei ha iniziato a piagnucolare come se volesse prendersi cura di lui. Così l’agente glielo ha ridato e ha chiamato un volontario di un’associazione animalista locale. 



In quel momento la cagnolina buona samaritana non aveva la possibilità di produrre latte così il volontario ha lanciato un appello su Facebook chiedendo se qualcuno avesse un cane in condizione di allattare. E in poche ore è stato trovata una nuova madre adottiva. Una storia a lieto fine nonostante la crudeltà di chi ha lasciato quel piccolo essere vivente e indifeso al suo triste destino.


“Salviamo uno degli aerei simbolo dell’eroe che fu amico di D’Annunzio”

La Stampa
stefano fonsato


Francis Lombardi con il motorista Gino Capannini a bordo di un aereo da turismo Fiat Asi da 85 cavalli coprì il tragitto in 9 giorni e 6 ore, a una media di 1300 km al giorno

E’ un simbolo, che da ormai quasi vent’anni campeggia all’ingresso dell’aeroporto «Carlo Del Prete» di Vercelli. Di più: un gioiello da lasciare a bocca aperta generazioni di scolari che da anni si fanno accompagnare al fondo del lungo viale che fa da cornice alla città del riso e dei pellegrini.

Sulla piattaforma c’è questo aereo d’antan di colore arancione, un «Macchi MB 326» per tanto tempo tra i principali mezzi utilizzati dal IV Stormo di Grosseto. Fu portato a Vercelli nel 1998 dall’aeroporto napoletano di Capodichino e trasformato in un monumento alla memoria di Francis Lombardi, eroe dell’aviazione italiana. Un simbolo che sta marcendo. Divorato dalla ruggine. Ora gli appassionati di storia sperano grazie, ai 5mila euro promessi da Comune e Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, di rivederlo com’era un tempo.

Perché ha ancora tanto da raccontare di sé e del grande pilota che rappresenta con quella sua sagoma da film: «Quell’aereo, pur non essendo a elica come quelli del nostro grande aviatore, è stato scelto perché rappresenta l’addestramento. E in qualche modo parla di Francis Lombardi, la cui attività in volo era costante, aldilà delle sue grandi imprese», spiega con orgoglio Candido Le Piane, presidente della sezione vercellese dell’Associazione Arma Aeronautica, ricordando alcune delle imprese più famose dell’aviatore amico di Gabriele D’Annunzio (che seguì nell’avventura a Fiume) e che negli Anni 30 compì i raid Vercelli-Tokyo e Roma-Mogadiscio. Aviatore sì, ma anche designer e imprenditore aeronautico e automobilistico. 

(Con un richiamo in prima pagina il 22 luglio 1930 «La Stampa» raccontava la fulminea trasvolata di Francis Lombardi con il motorista Gino Capannini: era lo storico raid Vercelli-Tokyo)

Pluridecorato con la medaglia d’argento al valor militare. «Asso» dell’aviazione da caccia, chi conosce bene la sua storia da romanzo racconta che è accreditato di otto abbattimenti durante la Prima guerra mondiale. A Lombardi è dedicato l’istituto Agrario della città, che ha sede a pochi passi dal campo volo cittadino, in Viale dell’Aeronautica. Tutto qui, racconta di lui.

«L’aereo-monumento ha un valore simbolico enorme - prosegue Le Piane con il segretario dell’associazione Gianfranco Conti -: è l’immagine della vita a cui Lombardi si è dedicato, oltre ad essere un punto di riferimento che accoglie appassionati e addetti al volo. E va preservato. E’ parte integrante di un complesso aeroportuale che prevede anche un istituto aeronautico, in cui ci si allena a diventare piloti d’aereo. Non può essere lasciato marcire, in balia delle intemperie».

A proposito di addestramento, da queste parti si dice «se impari a volare a Vercelli, impari a volare in tutto il mondo», per via della pista non asfaltata che caratterizza il «Del Prete» e che mette a dura prova i provetti piloti.