mercoledì 8 febbraio 2017

Udine, la lettera del 30enne suicida: «La mia generazione è perduta. Mai un lavoro, vi dico addio»

Corriere della sera

di Andrea Pasqualetto

La lettera in cui un 30enne spiega il suo suicidio. «Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili. Troppi no. Di no come risposta non si vive, di no si muore...» Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi... La felicità Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità

Una lettera d’addio, un lungo, spietato, violento atto d’accusa. Dopo averla scritta, il 31 gennaio scorso Michele è andato a casa della nonna, ha preso una corda e l’ha fatta finita. «Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere... Di no come risposta non si vive, di no si muore», ha vergato con rabbia e grande delusione per un mondo del lavoro che l’ha rifiutato fino alla fine. «Ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse... Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, stufo di fare buon viso a pessima sorte e di essere messo da parte...».
I genitori: «Per lui solo percorsi formativi e tanti no»
Trent’anni, udinese di un paese prealpino di confine, Michele faceva il grafico. Meglio, avrebbe voluto farlo. «Ma nessuno l’ha preso. Per lui sono stati solo percorsi formativi e corsi e poi risposte negative. E una e due e tre...», dice ora il padre al telefono con un groppo in gola. «Non siamo riusciti neppure noi a cogliere la profondità del disagio. Le sue parole sono un grido strozzato, è l’analisi spietata di un sistema che divora i suoi figli migliori».

È l’urlo di una generazione perduta, dice. La chiamano generazione Neet, giovani che non studiano e non lavorano e hanno pure smesso di cercare, di credere, di volere. Un popolo di sfiduciati e avviliti. I genitori hanno chiesto che la lettera del figlio fosse pubblicata integralmente dal Messaggero Veneto. «Perché questo è un allarme rosso, un grave fenomeno sociale, che lui ha voluto denunciare».
Michele e la sua lettera: «Un disastro»
Michele era un figlio di quel Nordest che dopo i fasti del boom ha conosciuto la grande crisi, lasciando sul campo i cocci di centinaia di aziende, di migliaia di disoccupati (in dieci anni sono triplicati), di decine di suicidi. «Da questa realtà non si può pretendere niente - ha scritto nelle ultime, drammatiche pagine - Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti». Dopo aver cercato lavoro per anni, aveva preso a vedere nero il presente e anche il futuro, in modo totale, cosmico. «Un disastro a cui non voglio assistere». Parole cariche di impotenza, rancore e frustrazione.
La richiesta di perdono a mamma e papà
«Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico...». Chiede perdono a mamma e papà. «Se potete». Un dolore immenso, quello di una madre e di un padre sopravvissuti al figlio. «Io lo so che questa cosa vi sembra una follia ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì».
«Questa generazione si vendica del furto della felicità»
Non è follia, scrive, non è caos. «Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità». Il padre lo traduce così: «Sono giovani che hanno vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda». Suo figlio ne ha fatto un incubo: «Un mondo privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento».
Si scusa con gli amici e dà un titolo alla sua denuncia: «Questa è un’accusa di alto tradimento». L’ultimo schiaffo è per il governo: «Complimenti al ministro Poletti, lui sì che ci valorizza».

8 febbraio 2017 (modifica il 8 febbraio 2017 | 08:09)

E Salvini replica a Crozza: «Non fa più ridere: milionario che fa la morale»

Corriere della sera

Dopo l’attacco di Crozza («io darei anche il suo stipendio ai terremotati), il leader della Lega risponde postando un tweet: «Che tristezza, i milionari che fanno la morale»



Non ha aspettato molto a replicare. Il leader leghista Matteo Salvini, bersagliato da Crozza nel suo intervento durante la prima serata del Festival, ha replicato con un tweet: «Festival di #sanremo2017, non so a voi ma a me #Crozza non fa più ridere... Milionari che fanno la morale #tristezza», scrive il numero uno del Carroccio sul suo profilo.
Salvini contro Sanremo: l’attacco al «giovane» Braschi
Matteo Salvini contro Braschi, in gara al Festival di Sanremo tra le Nuove Proposte con «Nel mare ci sono i coccodrilli», ispirato all’omonimo romanzo di Fabio Geda: un brano che ha sullo sfondo il tema dei migranti. «Voi Sanremo lo guardate, Amici? Io no, ma se lo guardassi questo “cantante” non me lo perderei per nulla al mondo...!P.s. Ti piace tanto l’invasione di immigrati clandestini? Accoglili tutti A CASA TUA!», ha scritto il leader della Lega Nord sul suo profilo Facebook, postando poi un’intervista in cui Braschi sottolinea che per i migranti «la soluzione è quella dell’accoglienza».

8 febbraio 2017 (modifica il 8 febbraio 2017 | 11:17)

Hai comprato un computer con lettore DVD? In Usa puoi avere 10 dollari di risarcimento

La Stampa
marco tonelli

Chi tra il 2003 e il 2008 ha acquistato un Pc o un laptop con lettore ottico potrà avere un indennizzo. Si è conclusa così una class action contro Sony, NEC, Panasonic e Hitachi-LG, accusati di aver fatto cartello per gonfiare i prezzi



Sony, NEC, Panasonic e Hitachi LG hanno accettato di pagare 124,5 milioni di dollari per chiudere una class action nei loro confronti. Secondo i promotori dell’azione legale, le quattro società produttrici avrebbero gonfiato i prezzi dei lettori DVD installati nei computer di grandi aziende come HP e Dell.

Per questa ragione, i consumatori statunitensi che hanno acquistato un PC o un laptop in un periodo che va dal primo aprile 2003 al 31 dicembre 2008 possono fare richiesta per un risarcimento di 10 dollari per ogni dispositivo. Il denaro corrisposto (escluso quello necessario per pagare gli avvocati) è pari all’indennizzo di 9,3 milioni di lettori e come scrive CNET, solo nel 2003 sono stati venduti almeno 57 milioni di computer.

Per ora il risarcimento non è disponibile per tutti i consumatori degli Stati Uniti, ma solo per quelli residenti in 24 stati. E allo stesso tempo, nonostante Panasonic sia tra le aziende destinatarie della class action, sono tagliati fuori tutti coloro che hanno acquistato un computer della società giapponese.

Dopo una causa durata più di sette anni, lo scorso dicembre le quattro aziende incriminate si sono arrese di fronte all’evidenza della prove: tra cui diverse mail (in un periodo di tempo che va dal 2004 al 2010) che testimoniano come i dirigenti abbiano condiviso tra di loro le informazioni sulle offerte di listino per tenere alti i prezzi. Alla class action è seguita anche un’inchiesta del dipartimento di giustizia americano, che si è chiusa con il rinvio a giudizio e con la condanna (nel 2012) a sei mesi di reclusione per Woo Jin Yang, un manager di Hitachi- LG.

Non è ancora chiaro quanti sono coloro che hanno diritto all’indennizzo. E i pagamenti non partiranno a breve: gli avvocati sono in attesa di capire se ci sono altre società coinvolte. La class action minaccia infatti di estendersi anche a Toshiba, Samsung e Philips.

Ultimo appello per il tiglio antico mezzo millennio

La Stampa
teresio valsesia

A rischio crollo un simbolo della “perla del Rosa”


Il tiglio di Macugnaga è alto 12 metri e il tronco ha una circonferenza di 8. È cavo a causa della carie del legno e, quindi, non è possibile stabilirne conesattezza l’età

La «perla del Rosa», così chiamata perché Macugnaga si è sviluppata alla base della maestosa parete Est del Monte Rosa, lancia un Sos per salvare il tiglio che da oltre 500 anni la rappresenta come simbolo. Metà del vecchio e glorioso «patriarca» che sorge nel borgo antico di matrice walser rischia di crollare: sarebbe una sciagura, dicono da queste parti, poiché anche l’altra parte rimarrebbe indebolita e potrebbe fare la stessa fine, facendo arrivare al capolinea una pianta che per secoli ha radunato sotto le sue fronde l’intera comunità, diventando testimone di leggende e racconti tra generazioni. Il timore è reale: basta osservare la parte critica che si sta allontanando dal resto del tronco. Una forte nevicata sarebbe il colpo di grazia e così la gente di Macugnaga si è mobilitata per salvare il proprio simbolo, sinonimo di comunità.

L’amministrazione comunale ha trasmesso alla Regione Piemonte una richiesta urgente di intervento. Tocca a Torino provvedere al potenziando dei sostegni in ferro posizionati nel 2002, quando l’albero è stato oggetto di assidue cure che purtroppo si sono rarefatte. «Il vecchio tiglio non è un vegetale qualunque», ribadiscono gli anziani del paese. Proprio nel 2002 è stato inserito nell’elenco degli alberi monumentali del Piemonte e gli era stata riservata la copertina del volume che la Regione aveva dedicato a questo ricco patrimonio, in tutto una cinquantina di alberi da tutelare con rigore per il loro valore storico e ambientale.

Il tiglio di Macugnaga è alto 12 metri e il tronco ha una circonferenza di oltre 8 metri. È completamente cavo a causa della carie del legno e, quindi, non è stato possibile stabilire con esattezza la sua veneranda età attraverso l’esame al carbonio. Ma una perizia, sulla base di comparazioni con i pochi alberi simili esistenti in Europa, ha ipotizzato un’età di almeno 500 anni. Del resto appariva già maestoso nei disegni dei primi viaggiatori inglesi di due secoli fa. Ma all’inizio del Novecento è stato decapitato da una bufera e da allora le intemperie ne hanno consumato l’interno. Vent’anni fa sembrava destinato a morte certa, ma le cure di un team regionale, diretto da Francesco Grisoni, gli hanno ridato vitalità.

Il tiglio sorge accanto alla chiesa primitiva e al cimitero di Macugnaga, che ospita una sezione dedicata agli alpinisti che hanno perso la vita sul Rosa. All’ombra del tiglio si tenevano anche le assemblee dei capifamiglia e nel Cinquecento un’importante fiera, a cui partecipavano le genti di tutte le valli del Monte Rosa. Molti rogiti sono stati «vergati» ai suoi piedi, anche se alcuni notai del tempo l’hanno scambiato talvolta per un olmo. Errore che peraltro succede ancora oggi.
La storia ma anche i miti si sono tramandati attorno all’antico tiglio. Secondo una leggenda, questo imponente albero era abitato dai Götwiarchjini, «buoni lavoratori», folletti che dispensavano preziosi consigli di sopravvivenza alle genti del luogo.

Si può consolare senza disturbare?

La Stampa
antonella boralevi

Una madre e un padre, tenendosi per mano, entrano nella redazione del giornale locale. Chiedono a chi possono consegnare una lettera. La sanno a memoria: «Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di fare buon viso a pessima sorte, di illudermi. Tutte balle». L’hanno trovata accanto al loro figlio di trent’anni, suicida. 

Udine, ore 17.

Una madre e una figlia spingono il carrello tra gli scaffali di un supermercato. Litigano, come litigano spesso le madri e le figlie. Sono alla cassa. Di colpo, la ragazza si gira. Uno schizzo di sangue ferma il tempo per sempre. Si è sgozzata con la lama di una scatoletta di tonno. 

Burolo, ipermercato Carrefour, ore 10.30.

Un padre non dorme, ma fa finta di dormire, steso nel letto accanto alla moglie, che non dorme, ma fa finta di dormire. E’ la notte più lunga della settimana: la notte del sabato sera. Federico è andato a divertirsi con gli amici. Riccardo è andato a divertirsi con gli amici. Jessica è andata a divertirsi con gli amici. Ambra è andata a divertirsi con gli amici. hanno tutti 18 anni, ma Ambra 17. Poi suona il telefono. E quei padri e quelle madri muoiono lì, subito, dentro quella voce che dice: c’è stato un incidente. Guidonia, località Setteville, all’altezza del km 18, direzione Roma, ore 3.30 del mattino
E’ sempre lo stesso giorno, per i genitori che perdono il figlio.

Il tempo resta lì, fermo. E la vita si chiude a riccio, dentro quella carne straziata che non è più tuo figlio ma per sempre sarà tuo figlio. Che cosa possiamo fare, noi genitori? Come possiamo proteggerli, ripararli, educarli, consolarli? Penso a quei genitori e so soltanto che vorrei abbracciarli tutti, e dire «voi non avete colpa», ma piano, per non disturbare.

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Con WattUp arriva la ricarica senza fili a distanza

La Stampa
enrico forzinetti

Progettata dall’azienda Energous, questa tecnologia sfrutta le onde radio per caricare le batterie dei dispositivi. L’iPhone 8 potrebbe essere il primo a sperimentarla



Addio alla ricarica della batterie per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi. Le basi su cui appoggiare il proprio smartphone per la ricarica ad induzione sono state un passo avanti rispetto ai tradizionali cavi per l’alimentazione. Ma anche questa tecnologia potrebbe avere vita breve con l’arrivo di WattUp, un’innovazione che permetterà la ricarica senza fili dei dispositivi anche a distanza.

Realizzato dall’azienda americana Energous , questo sistema si basa sulla presenza di un trasmettitore che emette onde radio a una specifica lunghezza d’onda. Queste vengono captate da un piccolo chip integrato nella batteria del dispositivo in grado di trasformarle in energia elettrica. Ed ecco che l’apparecchio tornerà al 100% di autonomia in maniera automatica.

Al momento l’azienda ha sviluppato una tecnologia in grado di ricaricare a distanza un dispositivo che si trova a qualche centimetro dal trasmettitore. I piani però sono più ambiziosi: entro la fine del 2017 e l’inizio dell’anno prossimo, Energous intende realizzare un sistema che funzioni anche quando l’apparecchio viene lasciato tra i quattro e i cinque metri. 

Tra i primi a integrare questa tecnologia sul proprio smartphone potrebbe esserci Apple. Secondo alcune indiscrezioni, la casa di Cupertino starebbe lavorando all’iPhone 8 con ricarica wireless a distanza. E potrebbe essere la stessa Energous a contribuire alla sua realizzazione

“Liberi di uscire dall’Islam”, svolta storica del Marocco

La Stampa
karima moual

Nessuna condanna a morte per l’apostata, e libertà di scelta per chi vuole abbracciare altre fedi: così si è espresso per la prima volta il Consiglio superiore degli Ulema in Marocco, aprendo la strada al riformismo dell’Islam



Nessuna condanna a morte per l’apostata e libertà per coloro che dall’Islam vogliono uscire e abbracciare altre fedi. E’ una posizione storica, quella assunta dalla massima rappresentanza religiosa del Marocco, il Consiglio superiore degli Ulema, che continua coraggiosamente ad aprire la strada al riformismo in casa Islam - almeno la propria - senza ombre o ambiguità. Si punta dunque su un livello alto della discussione, anche facendo un passo indietro rispetto al passato. Il Consiglio infatti rigetta una sua precedente fatwa del 2012 secondo la quale i marocchini colpevoli di apostasia avrebbero un unico destino: la morte. Una regola comune per tutti i Paesi musulmani, ma prevista in varie forme dalle norme giuridiche in vigore. In Marocco, per esempio non è contemplata la pena di morte, ma il codice penale parla di detenzione per l’apostata che può arrivare fino a 3 anni. 

Una posizione, però, che già all’epoca aveva fatto discutere molto in un Paese che del pluralismo religioso ha fatto il proprio fiore all’occhiello, e che più di altri vi presta attenzione e porta avanti un lavoro immenso per difendere la propria posizione e visione di un «Islam moderato». Il Consiglio degli Ulema dunque, cerca di tracciare una linea chiara su un tema di grande attualità, politicamente e socialmente scomodo e che in futuro si potrebbe presentare come una trappola micidiale perché nel Paese si sono rivelati, senza più filtri, abitanti passati dal sunnismo allo sciismo (si sono aperti solo lo scorso anno i primi centri sciiti) così come al cristianesimo o, addirittura, all’ateismo. Voci che nell’ultimo periodo sono uscite dalla clandestinità sfidando l’ipocrisia di chi li conosce, ma non li vuole riconoscere. 

Con la questione “apostasia”, il consiglio degli Ulema affronta un punto da sempre pressoché intoccabile nel dibattuto interno all’Islam, ma difficile da controbattere ufficialmente nella sua interpretazione. Eppure nel Corano non si parla direttamente di apostasia, si rimproverano più volte coloro che rinnegano l’Islam, ma non si prevede per loro alcun castigo terrestre per altrui mano. Certo, Dio promette un grande castigo a chi abbandona la religione, ma un castigo - come nelle altre religioni peraltro - che avverrebbe nell’aldilà e non certamente in Arabia Saudita e per mano di un boia, come vuole l’Islam più oscurantista che trova appoggio in certe interpretazioni della Sunna. 
Il nodo infatti è contenuto in un famoso hadith che sentenzia «chi cambia religione uccidetelo». Quanto basta per far giungere la condanna di morte agli apostati sino ai nostri giorni.

Non più per gli Ulema del Marocco, che argomentano così la loro nuova fatwa: «La comprensione più accurata, e la più coerente con la legislazione islamica e la Sunna del Profeta, è che l’uccisione dell’apostata significava l’uccisione del traditore del gruppo, l’equivalente di tradimento nel diritto internazionale, gli apostati in quell’epoca rappresentavano i nemici della Umma proprio perché potevano rivelare segreti agli avversari». Insomma, un contesto bellico e ragioni più politiche che religiose alla base della ferma condanna per apostasia. Tutti riferimenti che, ancora di più, fanno emergere questa fatwa come un passo inedito e sono incoraggianti perché contestualizzano storicamente un fatto, rivalutandolo nel nostro presente. Se l’Islam ortodosso, in tutti gli angoli del mondo, procedesse nell’analisi e nell’interpretazione su questa linea, si farebbero molti passi in avanti di cui i musulmani hanno urgente bisogno, oggi più che mai.

Tè, zucchero, birra: anche questi prodotti scadono

La Stampa
a.l.

Non esistono conserve immortali

Tè, zucchero, birra

Tè, zucchero, birra. Siamo abituati a considerarli prodotti immortali che non devono essere troppo tenuti sotto controllo per via dell’assenza di date di scadenza molto stringenti.

Piuttosto la nostra attenzione finisce per concentrarsi spesso su altre conserve: verdure, marmellate, carne. E invece, a sorpresa anche prodotti all’apparenza meno pericolosi, possono invecchiare e diventare non più commestibili. Sono quelli indicati da GotechRepairs.co.uk. e ci sono per esempio conserve come tè, zucchero e birra. Può stupire, ma anche questi prodotti possono rovinarsi con il tempo e vanno per questo tenuti sotto controllo con alcuni consigli. Ecco quali sono.

Tè, zucchero, birra: anche questi prodotti scadono

Zucchero di canna

Nonostante lo zucchero di canna non vada totalmente a male, la sua consistenza può davvero cambiare nel corso del tempo. Di solito dopo due anni lo zucchero industriale comincia a reagire all’invecchiamento. Spesso si asciuga e si indurisce. Per combattere il problema, è opportuno conservare il pacco in un involucro di plastica o spostarlo in un contenitore sigillato.

Se le foglie di tè sono andate a male, è possibile saperlo dall’aroma scomparso delle foglie. Per il tè significa solamente che gli oli naturali delle foglie sono evaporati con il tempo, lasciando un pessimo odore sulle foglie. È un processo che avviene tra i sei e i dodici mesi dalla scadenza. Per conservare bene il prodotto invece è opportuno tenerlo nel freezer e farlo così durare più a lungo.

Birra

Birra in bottiglia o in vetro devono essere conservate da sei a nove mesi dopo la loro data di scadenza. Tuttavia, per vedere se i prodotti sono ancora commestibili, è possibile notare le condizioni della bottiglia o della lattina. Un cambio di colorazione per esempio è indice che qualcosa nella conservazione non è andato per il verso giusto. Il miglior metodo di conservazione della birra è invece in frigorifero; specialmente se è stata comprata già raffreddata.

Riso

Il riso solitamente è in grado di conservarsi per quattro o cinque anni. Tuttavia il cereale può essere attaccato da un verme rossastro e marroncino che attacca il prodotto. Se vedete uno di questi muoversi nel vostro riso è davvero il caso di buttarlo via e disinfettare e pulire tutta la zona in questione.

Uccise un bandito, la sentenza: carabiniere non può sparare al ladro

Giuseppe De Lorenzo - Mar, 07/02/2017 - 13:08

Pubblicate le motivazioni della condanna di Mirco Basconi, militare che uccise un bandito in fuga a Ostra Vetere: 1 anno di carcere e risarcimento per la vittima albanese



Lo sbirro non può sparare al ladro. Se dovessimo sintetizzarla, basterebbero queste parole per spiegare la sentenza emessa dal Tribunale di Ancona nei confronti di Mirco Basconi, carabiniere 41enne condannato a un anno di carcere per aver colpito di rimbalzo un bandito albanese in fuga.
La condanna risale ad ottobre, ma ora sono state rese note le motivazioni del giudice, Francesca Zagoreo. Tanto scioccanti da meritare attenzione.

La morte del bandito albanese

Ecco i fatti. Il primo febbraio del 2015 Basconi ed altri due colleghi erano di pattuglia a Ostra Vetere, in provincia di Ancona. Intorno alle 18 ricevono la segnalazione di una Mercedes bianca (rubata) con all'interno tre banditi sorpresi a commettere un furto. Pochi minuti dopo le segnalazioni diventano due, poi se ne aggiunge una terza. Sempre per rapine in appartamento. Nel frattempo i carabinieri incrociano la Mercedes, cercano di rincorrerla ma ne perdono rapidamente le tracce. Solo alle 19 rintracciano l'auto parcheggiata a lato della strada. È buio. Il comandante si avvicina e accende la torcia per osservare all'interno del Suv.

A quel punto si sente un forte botto, il bandito schiaccia l'acceleratore e fugge a tutta velocità a fari spenti, premendo sul clacson e rischiando di investire i due carabinieri. Basconi, rimasto vicino all'auto di servizio, esce allo scoperto, fa qualche passo verso il Mercedes in fuga ed esplode quattro colpi. Tutti all'altezza delle ruote. Uno dei proiettili rimbalza sull'asfalto, rompe il lunotto posteriore e trapassa la testa di Korab Xheta, ladro 24enne albanese seduto sul sedile di dietro. Ne nasce un processo, udienze, testimoni e infine la condanna al carcere (pena sospesa) e al risarcimento (forse milionario) del defunto bandito.

Le motivazioni della sentenza

Secondo il Gup che ha emesso la sentenza "la scelta [del carabiniere, Ndr] di utilizzare la pistola per impedire la fuga [dei banditi] non può non ritenersi del tutto sproporzionata". Ovvero eccessiva. Alla base del ragionamento c'è un incrocio di interpretazioni della giurisprudenza che sembrano finalizzate a colpevolizzare l'imputato. In sostanza, Basconi non avrebbe dovuto aprire il fuoco perché la fuga dei tre delinquenti si trattava di una "resistenza passiva" volta "esclusivamente ad evitare all'arresto". Sarebbero mancati dunque quei "caratteri di pericolosità" che trasformano una fuga "passiva" in "attiva", giustificando gli spari. Secondo il Gup i tre banditi non avrebbero messo "a repentaglio l'incolumità" degli altri due militari, non vi erano "elementi per poter affermare che i soggetti fossero in possesso di armi" e la fuga non "avrebbe potuto mettere a repentaglio altri utenti della strada".
Ovviamente il carabiniere avrebbe dovuto valutare tutte queste variabili in pochi secondi e con tre pericolosi malviventi di fronte. Facile, no?

La difesa

La difesa ha provato a far notare come Basconi nella concitazione dello scontro temesse l'investimento dei commilitoni, che era impossibile escludere i malviventi fossero armati e che quella Mercedes lanciata a tutta velocità avrebbe potuto investire uno dei tanti cittadini radunatisi lì vicino per la festa del paese. Tutto inutile. Cosa avrebbe dovuto fare Basconi, secondo il Gup? Risalire in auto e inseguire di nuovo la banda, sebbene Suv pochi minuti prima avesse già seminato la Fiat Punto dell'Arma; oppure sparare in aria a scopo intimidatorio, come se tre ladri - già sfuggiti alla cattura e avvezzi a fare rapine - si potessero spaventare con qualche colpo di pistola alle nuvole. Di certo i legali dell'imputato, Alessandro e Mario Scaloni, presenteranno ricorso, cercando di spiegare in Appello che la decisione di mirare alle ruote sia stata assolutamente "proporzionale" all'obiettivo di arrestare dei pericolosi malviventi ed evitare che commettessero ulteriori delitti.

Basconi poteva rimanere inerte (mancando al proprio dovere), sparare ad altezza d'uomo o ancor peggio scaricare l'intero caricatore del mitra sulla Mercedes. Invece ha giustamente puntato alle gomme ed esploso solo quattro colpi, usando così il minimo della forza legittima. Per puro caso un proiettile è carambolato sul ladro, uccidendolo. E pensare che se non avesse aperto il fuoco e quei banditi avessero investito un bambino sulla strada dietro la curva, probabilmente un pm lo avrebbe inquisito per negligenza. È l'Italia, bellezza.

Governabilità

La Stampa
jena@lastampa.it

Se nessuno arriva al 40 per cento sarà un disastro, se invece ci arriva qualcuno sarà peggio.

Fa talmente male? E la risposta è sì

La Stampa
alberto infelise


Giusy Ferreri

Finalmente la domanda «esiste qualcosa di più brutto di certi Festivàl?» ha avuto una risposta: sì, il PrimaFestivàl. Il che può essere pure un colpo di genio: fare una cosa bruttissima prima di iniziare, così tutto quel che viene dopo pare fico. Tiziano Ferro che fa Massimo Ranieri che fa Luigi Tenco in effetti lo è. Addirittura rassicurante è il fatto che Maria sia per Carlo «come una sorella»: rassicurante soprattutto per Maurizio Costanzo, si presume. Meno che Donald Trump abbia deciso di chiudere le frontiere degli Stati Uniti a qualsiasi cosa sia quella cosa che Giusy Ferreri ha in gola al posto della voce. Anche la sua canzone, «Fa talmente male», porta con sé una risposta: sì. 

Il primo impatto con questo Festivàl, signora mia, è come sempre estetico. Gli artigiani della qualità che hanno confezionato gli abiti di Ferreri e Moro ci hanno dato giù con fiorelloni e damascati: ottima scelta, specie per la promozione «il tre posti al prezzo del due: e lunedì a pranzo con gli architetti». Rimane un mistero insondabile quella strana inquadratura dei cantanti un attimo prima di salire sul palco: chi si scaccola, chi beve a canna, chi Elodie (chi?). 

Mentre va in onda la pubblicità, all’Ariston va in scena la protesta della minoranza Pd che chiede un congresso subito: Pippo Baudo salva Roberto Speranza in bilico sul cornicione e al ritorno in diretta tutto è dimenticato. Come il vestito di Lodovica Comello. Una conferma, invece, Fiorella Mannoia: piace a chi piace Fiorella Mannoia.

Celentano e la lettera aperta al direttore di Rai Uno

Franco Grilli - Mar, 07/02/2017 - 21:24

Adriano Celentano attacca il direttore di Rai Uno. E lo fa con una lettera aperta in cui spiega le ragioni per cui è stato cancellato il suo show con Mina

Adriano Celentano attacca il direttore di Rai Uno. E lo fa con una lettera aperta in cui spiega le ragioni per cui è stato cancellato il suo show con Mina: "Caro Andrea Fabiano di Rai 1, non mi piace per niente il modo di come è stata divulgata alla stampa la VERITÀ sulla messa in onda delle due serate dedicate a 'Mina-Celentano' previste in primavera".

E ancora: "La settimana scorsa dissi a Claudia di fare due telefonate: la prima alla Rai e subito dopo a Mina o a Massimiliano Pani per metterli al corrente di quanto avevo deciso. E quindi spiegare a entrambi le ragioni del mio ripensamento dovuto esclusivamente a una forma di rispetto nei riguardi del pubblico. E lei, così fece". Poi speiga cosa c'è dietro l'annullamento: "Dopo lo speciale andato in onda lo scorso 12 dicembre, pur premiato da un inaspettato 20% di Share, mettere in piedi altri due spettacoli live dove né io, né Mina saremmo fisicamente presenti, mi sembrava di forzare la mano".

"I grossi nomi dello spettacolo non solo italiani ma anche stranieri" che avrebbero dovuto supplire all'assenza dei due colossi, allora, "si sarebbero trovati alle prese con un titolo sbagliato come 'Mina-Celentano'. Questa è la verità dei fatti. Certo, mi rendo conto che rifiutare due prime serate su Rai 1 con tutto l’apporto pubblicitario che ne conseguirebbe a beneficio del disco, per qualcuno è uno scandalo. Ma il disco si sa, arriva sempre dopo la verità", ha comcluso Celentano.

Le umiliazioni infinite di noi italiani d'Istria

Tito Delton - Mer, 08/02/2017 - 08:17

Da 70 anni siamo dimenticati e vessati perfino se dobbiamo rifare il codice fiscale



Gentile direttore, chi vi scrive è un esule istriano, nato a Dignano d'Istria (Pola) nel 1941, la cui famiglia... meglio... che, con la mamma e la sorella (mio papà, purtroppo...), è scappato dall'Istria ed è giunto a Torino nel novembre del 1945 per non muoversi più.

Per sommi capi mi sono presentato, ma perché, vi direte, vi sto scrivendo?
Perché sono esausto, quasi stremato, comunque tanto arrabbiato dentro nel dover sempre «raccogliere», dal 1947 ininterrottamente fino al 2017, notizie, fatti, offese che hanno investito noi giuliani, gli «italiani dimenticati», esuli cui non è mai venuta meno la voglia di controbattere a vigliaccate sovente effettuate con volontà effettiva o, comunque, dettate da una ignoranza che sa di cattiveria anche maggiore. Mi spiego meglio.

Mi spiego ancora meglio e vado nel particolare.
Credo possano bastare alcuni episodi che sono accaduti nelle quattro annate indicate più sotto, per far comprendere la mia, nostra amarezza, nonostante ci siano altri casi che stridono enormemente, ma questi sono esemplari per come accaduti.

2014-2016 Nel mese di aprile del 2014 leggo un titolo a grandi caratteri, sul giornale La Stampa: «Mai case popolari ai fascisti Gli esuli istriani senza pace». Il tutto si riferisce al fatto che da quasi sessant'anni gli esuli istriani alloggiati nelle case popolari di Lucento a Torino non possono ancora acquistare, a prezzi di favore come una apposita legge del 1955 prevede, gli alloggi in cui abitano e che chi si oppone sono diverse associazioni politiche, tra cui l'Anpi (i partigiani italiani), gli stessi che nella ricorrenza del 10 febbraio 2016, nostro Giorno del Ricordo, si sono adombrati perché era stata organizzata una piccola cerimonia al Camposanto Monumentale di Torino davanti al significativo monumento che ricorda i nostri Morti (lo riferisce sempre il quotidiano La Stampa). Assurdo: c'è ancora qualcuno che continua a vedere rosso, al solo nominare gli istriani: ma, insisto nel chiedermi, cosa abbiamo fatto di tanto grave?

2015-2016 Il sottoscritto, come succede, credo, a tutti i pensionati, nel mese di gennaio riceve il Cud dell'Inps con, quell'anno, un ulteriore foglio allegato. Sul foglio, in calce, è scritto che «Il suo codice fiscale non è validato», quindi viene indicato l'ufficio dell'Inps ove rivolgersi. Vado in Corso Turati, a Torino, faccio quasi un'ora di coda e subito dopo mi viene detto che per quelle cose devo uscire, girare a destra e salire al nono piano. Qui incontro un impiegato, molto cortese, che mi chiarisce il problema. Il sistema informatico dell'Inps non recepisce che io sia nato a Dignano d'Istria, in Italia, nel 1941 e pertanto se voglio continuare a prendere la pensione (meno di 800 euro!) devo inserire un altro dato. Mi viene suggerito, da quel signore che, evidentemente, è un burocrate alla massima potenza, di inserire Slovenia o Croazia ed io quasi svengo dall'affronto.

Gli faccio notare e gli sottopongo il testo di una legge apposita (che mi porto sempre in tasca o in una agenda) che il nostro governo ha predisposto, la legge 54 del 15 Febbraio 1989, in cui è specificato molto bene che «Tutte le amministrazioni dello Stato, del parastato, degli enti locali e qualsiasi altro ufficio o ente, nel rilasciare attestazioni, dichiarazioni, documenti in genere, a cittadini italiani nati in comuni già sotto la sovranità italiana ed oggi compresi nei territori ceduti ad altri Stati, ai sensi del trattato di pace con le potenze alleate ed associate, quando deve essere indicato il luogo di nascita dell'interessato, hanno l'obbligo di riportare unicamente il nome italiano del comune, senza alcun riferimento allo Stato cui attualmente appartiene».

Al mio rifiuto e per ovviare all'errore mi propone, Slovacchia... Moldavia... Ungheria, persino Turchia! Ovvio che rifiuto e l'impiegato, forse disperato in quel momento, mi propone una «cosetta» che sa di alieno, di sovrannaturale: devo accettare, sempre per poter continuare a riscuotere la pensione, di essere nato a «EE». Ma vi rendete conto? Ricordate le targhe automobilistiche degli stranieri che venivano in Italia e degli italiani che andavano all'estero i quali, anni addietro, dovevano appiccicare quella targa che significava Escursionista Estero? Pazzesco, ma ho dovuto cedere e se non bastasse vi informo che verso la fine del 2016, al ricevimento di una pratica Inps è scritto, ancora, che sono nato in «EE». Demoralizzante.

2017 Una signora istriana, nata a Pola nel 1938, poche settimane addietro si reca in un ufficio della Regione Piemonte, in Piazza Castello, in quanto deve rifare le pratiche per riavere un tesserino di libera circolazione che le era stato rubato con la borsetta mesi fa. Ad un certo punto l'impiegato (che già l'aveva fatta girare da un ufficio all'altro, senza comprendere cosa volesse!) le chiede le generalità e quando si tratta di indicare sul documento la nazione dove la signora è nata, lei risponde Italia: nel 1938 l'Istria faceva parte (come da circa due millenni: vedere Roma e Venezia!) della nostra nazione. «No - le risponde l'impiegato - Italia non viene accettata». Gli fa notare che c'è una legge apposita, gliela mostra tirando fuori dalla borsetta dei fogli in A4, lui duro dice che può solo scrivere «Stato estero».

Ma come, stato estero, se era Italia, se c'è una legge specifica! Niente da fare. Deve accettare.
Poco prima di uscire, però, la signora si volta e quasi piangendo, gli dice: «Ma lei sa che sono morti quasi 600mila nostri connazionali, di tutte le regioni della penisola, per riportare Trieste, l'Istria, Fiume e la Dalmazia nei nostri confini?». Quello muto e quasi le ride in faccia.
Quanto narrato è solo la punta dell'iceberg che riguarda le storture che noi «italiani dimenticati» dobbiamo subire.

Lamborghini Miura, la storia del mito che fece conoscere Sant’Agata nel mondo

La Stampa
simonluca pini (nexta)

Prima nacque il telaio, poi Marcello Gandini le cucì addosso un abito sensualissimo, diventato icona di stile


La Lamborghini Miura P 400 SV del 1972, ultima evoluzione del modello

Nella storia dell’automobilismo ci sono modelli che hanno cambiato le sorti di un marchio. Il Maggiolino per la Volkswagen, la 500 per la Fiat, la 911 per la Porsche e la Miura per la Lamborghini. Prima della sua nascita, il costruttore di Sant’Agata Bolognese si era fatto apprezzare per le granturismo 350 GT e 400 GT, ma il nome Lamborghini rimaneva ancora legato ai trattori, vero business dell’azienda emiliana. 



Tutto cambiò nel 1965, quando al Salone dell’Auto di Torino Lamborghini presentò un telaio con motore e sospensioni della 400 GT, novità che attirò l’attenzione del designer Nuccio Bertone. La prima curiosità è che il telaio fu esposto per volontà degli ingegneri Gian Paolo Dallara e Paolo Stanzani (quest’ultimo è scomparso a gennaio), che nonostante le titubanze di Ferruccio Lamborghini erano convinti della qualità del progetto. La parte stilistica fu affidata alla carrozzeria Bertone e al suo capo disegnatore Marcello Gandini, che in soli 4 mesi creò una linea destinata ad entrare nella storia dell’automobilismo. 

Se il mito della Miura doveva ancora esplodere, con la scelta del nome in onore dell’allevatore spagnolo di tori da combattimento Don Eduardo Miura Fernandez, il marchio Lamborghini si legò per sempre al possente animale. Dopo il telaio esposto a Torino, al Salone di Ginevra del 1966 debuttò finalmente la Miura P400 e fu immediatamente un successo mondiale. 


Oltre alla linea senza precedenti, la Miura aveva dalla sua un motore V12 di 3.9 litri in posizione trasversale da 350 cavalli a 7.000 giri al minuto, in grado di garantire una velocità massima di 300 km/h. Dietro alla nascita della prima supercar marchiata Lamborghini si nascondevano tanti piccoli segreti, figli di una produzione che doveva stare molto attenta ai costi. Ad esempio i leggendari fari a scomparsa della Miura erano quelli della Fiat 850 Spider, sapientemente modificati con le famose “ciglia” diventate un tratto simbolo della vettura. 



Nonostante Ferruccio Lamborghini vedesse inizialmente la Miura come uno strumento di marketing con una produzione limitata a pochi esemplari, solamente nel 1967 furono consegnate 108 unità, vendute al prezzo di 7.700.000 lire, con un tempo di consegna “ufficiale” di ben 270 giorni. L’importante prezzo di acquisto (all’epoca con 7,7 milioni di lire si compravano sei Alfa Romeo Giulia) e i lunghi tempi di attesa non fermarono le vendite, arrivate a un totale di 762 vetture comprese le versioni S e SV. 

Partendo dalla Miura P400S (sigla ripresa anche dalla nuova Aventador S), dalla fine del ‘68 la potenza aumentò a 370 cavalli e arrivarono novità come i freni a disco autoventilati e i vetri elettrici a bordo. Con la versione SV (SuperVeloce) la Miura divenne ancora più performante, con una potenza di 385 cavalli e la carrozzeria posteriore allargata per ospitare pneumatici più grandi. Oltre ad aver detto addio alle famose ciglia, la Miura SV fu l’ultima serie ad essere prodotta: la Miura uscì dalle catene di montaggio per l’ultima volta nel 1973.



Primo modello a far conoscere il marchio Lamborghini nel mondo, la Miura fu fin da subito amata da celebrità e personaggi famosi e ancora oggi è tra i modelli più ricercati. Tra gli illustri proprietari troviamo lo Scià di Persia, il cui esemplare di Miura SV è entrato a far parte della collezione dell’attore Nicolas Cage, mentre tra i cantanti spiccano i nomi di Frank Sinatra, Paul McCartney ed Elton John. Prezzi attuali di una Miura? Lo scorso novembre un’esemplare P400S del 1971 appartenuta al cantante Rod Stewart è stata battuta all’asta per oltre 1,1 milioni di euro.

Nella foto in basso, Paolo Stanzani, Marcello Gandini e Gian Paolo Dallara insieme, lo scorso anno, per i 50 anni della Miura.

Sicurezza e pc, la relazione complicata tra gli italiani e le password

La Stampa
simone vazzana



Un italiano su cinque usa la parola «password» come password. E ancora, più della metà del Paese utilizza la stessa chiave di accesso per la maggior parte degli account. Non è il massimo della sicurezza, ma a livello mnemonico è una scelta che richiede il minor sforzo possibile. I numeri arrivano da un sondaggio che Google ha commissionato a YouGov in occasione del Safer Internet Day , la giornata di prevenzione contro i pericoli della rete.




LUNGHEZZA DELLA PASSWORD
Il primo strumento di difesa contro i crimini informatici è la password. Un account e-mail può contenere informazioni preziose ed è sempre consigliato cambiare la chiave di protezione. Insomma, usare la stessa per accedere a Facebook e al servizio online banking della nostra banca non è una scelta azzeccata. 



Quale password scegliere? Più è lunga, più è difficile da aggirare. Certo, ricordarla può essere complicato: il suggerimento è pensare a una frase, adattandola al sito web di turno per ricordarla più facilmente. In alternativa, la gestione delle password in Chrome e Smart Lock su Android aiutano a risolvere il problema: le ricordano per noi. 



GMAIL E LA GUERRA AL PHISHING
Lo screenshot riportato qui sopra si riferisce a un tentativo di phishing. Si tratta di mail che sembrano provenire da uno dei nostri contatti, o comunque da un account di cui potremmo fidarci (in questo caso, dall’equivalente britannico dell’Agenzia delle Entrate). In realtà nasconde l’inizio di un attacco il cui obiettivo è entrare in possesso dei nostri dati. Ed è per questo che Google ha dotato Gmail di sistemi intelligenti che automaticamente identificano e bloccano questi messaggi prima ancora che ci raggiungano. La tecnologia di Gmail tiene in considerazione migliaia di segnali per verificare quali messaggi sono sicuri e quali non lo sono. Il risultato? Oggi in media l’inbox di Gmail contiene meno dello 0,1% di e-mail spam.



GOOGLE E IL MACHINE LEARNING
Google controlla l’accesso dei suoi utenti, ma non si limita all’immissione corretta della password. Per essere certo del fatto che siamo effettivamente noi a introdurla, le sue tecnologie di machine learning analizzano i diversi segnali associati al nostro login. Consistono in una serie di domande poste per prevenire violazioni, inviando notifiche sul nostro cellulare e alla nostra mail, così da poter intervenire prontamente in caso di accesso altrui. 



«SITO NON PROTETTO»: COME FUNZIONA IL SAFE BROWSING
Può capitare di ritrovarsi davanti a un avviso come quello dello screenshot riportato qui sopra. È opera del Safe Browsing (navigazione sicura), che suggerisce di non visitare un sito perché potrebbe contenere qualcosa di pericoloso, come malware o truffe che usano il phishing. Dunque, contenuti pericolosi che potrebbero produrre effetti indesiderati o danni al dispositivo e ai dati. Il lavoro è notevole: Google mostra decine di milioni di avvisi ogni settimana su oltre due miliardi di dispositivi. C’è poi App analyzer, una versione modificata di Safe Browsing che si occupa di cercare app pericolose su Google Play o altri app store o sul web. la particolarità sta nell’avvisare gli utenti prima dell’installazione. Questo sistema verifica ogni giorno oltre 6 miliardi di app su 400 milioni di dispositivi.

Oltre la metà del traffico web mondiale è generato da robot

La Stampa

Il report di Imperva Incapsula: nel 2016 solo il 48,2% dei dati scambiati online nasce da persone, il resto arriva da software che lavorano autonomamente



Oltre la metà del traffico online nel mondo non è generato da persone in carne e ossa, ma da bot, software creati per svolgere attività automatizzate su internet, dalla pubblicazione di messaggi favorevoli a Trump su Twitter alla scansione del web per indicizzare i siti e fornire risultati di ricerca. Il quadro emerge dal Bot Traffic Report di Imperva Incapsula che evidenzia per il 2016 un ritorno alla crescita dei bot buoni, quelli usati ad esempio da motori di ricerca come Google o da social come Facebook per migliorare l’esperienza degli utenti sulle proprie piattaforme, rispetto a quelli impiegati dai cyber-criminali per bloccare i siti.



Nel 2016, rileva la società, solo il 48,2% del traffico online è stato generato da persone, mentre il restante 51,8% è stato alimentato dai «bot». Si tratta di una piccola inversione di tendenza rispetto al 2015 (l’uomo aveva generato il 51,5% del traffico online), ma è almeno dal 2012 che si registra il «sorpasso» delle macchine sugli umani.

Nell’ultimo anno, rilevano gli analisti, è da evidenziare un ritorno alla crescita dei «bot» buoni (rappresentano il 22,9% del traffico online), ad esempio i software usati da Google per indicizzare le pagine web e restituire risultati di ricerca pertinenti. Stabili i «bot» cattivi (circa 29%), usati per seminare spazzatura online e sferrare attacchi informatici. Tra questi l’esempio più eclatante dell’ultimo anno è Mirai, il bot che a ottobre scorso ha spento Internet negli Usa, mettendo al tappeto centinaia di siti.

Mamma gatta abbandonata si rifugia in un tombino con il cucciolo, in attesa di un aiuto

La Stampa
noemi penna



Probabilmente è stato l'unico sopravvissuto della cucciolata, provata dalla dura vita di strada. E mamma gatto ha fatto di tutto per trovare un riparo al suo unico cucciolo, anche andare ad accamparsi sotto un tombino, in un canale di scolo del marciapiede, pronta a miagolare per richiamare l'attenzione dei passanti. E quando finalmente l'aiuto dall'alto è arrivato, ci ha messo poco a capire le buone intenzioni del loro salvatore, che alla fine ha dato a mamma figlio quello che da lunghe settimane stavano sognando: un tetto sulla testa e a calda cuccia dove trascorrere la notte, avvolti dall'amore di una famiglia umana.



Il buon Samaritano era in macchina quando ha visto una minuscola testa spuntare dal canale di scolo, sul ciglio della carreggiata. E' andato a controllare ed è rimasto molto stupito quando si è trovato davanti non uno, ma due gatti accampati in quel tombino.



Si è lentamente avvicinato a loro, sperando che non scappassero: non l'hanno fatto, ma non sembravano neanche intenzionati a lasciare il loro rifugio segreto. Per convincerli, il ragazzo è andato a comprargli del cibo. Una scelta azzeccata. In fondo, «non è stato così difficile convincerli ad uscire da quelle grate».



«Non sapevo come avrebbero reagito: se fossero stati timidi o aggressivi», racconta. Ma ha comunque allungato la mano nella grata per farsi annusare, per poi aprire le scatolette e fargliele odorare. E solo quando sono usciti entrambi, ha capito che si trattava di una mamma con il suo cucciolo. «Stava cercando di tenerlo a sicuro, lontano dalle auto». E la tenerezza della mamma gatta è stata evidente anche con il cibo: «E' rimasta a guardare il suo piccolo avventarsi sulla scatoletta, dandogli la precedenza», racconta il ragazzo, che non ha avuto dubbi e li ha portati subito a casa con lui.



«Penso che la gatta sia stata abbandonata. Il suo pelo era bello lucido, si è sempre dimostrata docile e abituata ad usare la lettiera. Non so quale persona sana di mente abbia potuto fare una cosa del genere», come abbandonare per strada una gatta incinta o subito dopo il parto.
 


Ora mamma River non ha più bisogno di preoccuparsi per il suo cucciolo: Scout ha fatto passi da gigante, ma nonostante tutto, lei non lo perde mai di vista. «Sono sempre avvoltolati insieme, anche quando dormono».